www.tarantobuonasera.it, 28 gennaio 2015
In collaborazione con l'Anm, il 31 gennaio incontro con il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo e con la giornalista Giusi Fasano.
"Storie di dentro, dentro le storie" è il tema dell'incontro-dibattito che il prossimo 31 gennaio si terrà nella casa circondariale di Taranto e vedrà protagonisti Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore e Giusi Fasano, giornalista, inviata del "Corriere della Sera".
L'interessante appuntamento culturale, che è stato proposto dal consigliere Martino Rosati, presidente della sottosezione Anm di Taranto e condiviso dal direttore Stefania Baldassarri, avverrà alla presenza di detenuti e detenute. Il consigliere Martino Rosati incontrerà detenuti e operatori penitenziari.
L'incontro sarà arricchito anche dalla presenza di associazioni e di enti di volontariato, da studenti della locale Facoltà di Giurisprudenza e da alunni dei Licei "Battaglini" e "Archita" di Taranto. L'evento avrà l'obiettivo di far raccontare ai due relatori le rispettive esperienze con la realtà del carcere e l'umanità che la abita. "La direzione della casa circondariale di largo Magli che è sempre sensibile a promuovere tematiche di interesse ed attualità- si legge in un comunicato stampa - ancora una volta intende dare spazio e visibilità alla trattazione delle stesse, non potendo non compiacersi per la presenza di una personalità così ampiamente riconosciuta sia sul piano letterario che, ancor prima, per i suoi meriti professionali". Il dibattito che si terrà alle 10 del 31 gennaio sarà illustrato nella conferenza stampa che si terrà il prossimo 29 gennaio alle ore 11.30, sempre presso la casa circondariale.
Ristretti Orizzonti, 28 gennaio 2015
Il prossimo 3 febbraio a Roma verrà presentato il volume di Patrizio Gonnella, "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti". Durante l'incontro verranno presentati e illustrati i dati relativi alla presenza dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, suddivisi per nazionalità e per credo religioso, oltre che per età, legame famigliare e titolo di studio.
Verrà inoltre riportato il dato relativo a quanti di questi detenuti siano in custodia cautelare, quanti appellanti e ricorrenti, quanti in esecuzione penale e in esecuzione penale esterna. Altro dato che sarà presentato è quello del tipo di reato per il quale vengono reclusi gli stranieri nel nostro paese. Sarà presentato inoltre il quadro normativo che, nel corso degli anni, ha fatto sì che il numero di stranieri nelle nostre carceri sia progressivamente aumentato.
Il volume, realizzato grazie all'attività di ricerca dell'Associazione Antigone con il sostengo di "Open Society Foundation" ed edito dall'Editoriale Scientifica, è il primo lavoro di questo genere realizzato in Italia. La presentazione si terrà alla Libreria del Viaggiatore, via del Pellegrino 78, a partire dalle ore 11.00. Insieme all'autore interverranno Silvana Sergi (Direttrice del carcere di Regina Coeli), Marco Ruotolo (Ordinario di Diritto Costituzione, Università Roma Tre) e Abudl Matahar (Mediatore culturale Associazione Medea).
La Libreria del Viaggiatore, è la redazione della Round Robin, casa editrice che da anni promuove iniziative letterarie nelle carceri. Con il progetto "un libro ti fa evadere" la Round Robin ha raccolto - grazie ai suoi lettori - decine di volumi poi inviati nelle carceri che ne hanno fatto richiesta. Contestualmente la giovane casa editrice ha promosso presentazioni di alcuni titoli in catalogo, proprio all'interno delle carceri incontrando i detenuti.
L'auspicio è che questo genere di iniziative - non a scopo di lucro e finanziate dall'editore stesso - possano continuare con la collaborazione dei lettori. Un libro è come un viaggio. E la Round Robin si augura di regalare un momento di "evasione" proprio attraverso le sue pagine.
Comunicato stampa, 28 gennaio 2015
Il Direttore della Casa Circondariale di Bari Lidia De Leonardis, comunica che il 29 gennaio 2015 alle ore 15,00 si terrà presso l'Istituto penitenziario barese la presentazione del romanzo di Francesco Caringella, Magistrato e Consigliere di Stato: "Non sono un Assassino" (Ed. Newton Compton). Caringella, dopo il fortunato esordio con "Il colore del vetro", conferma le brillanti doti di scrittore noir, in un thriller in cui un delitto senza movente diventa l'incubo di un poliziotto che si ritrova a dover dimostrare la sua innocenza contro tutto e tutti.
La presentazione presso la Casa Circondariale di Bari, come lo stesso Caringella afferma: "È un atto d'amore e per questo, trova nell'umanità varia e dolente che popola il carcere il luogo ideale d'incontro". Un incontro che si inserisce nel percorso di rinnovamento voluto dalla Direzione della Casa Circondariale di Bari, in sinergia con il Resp.le Area Sicurezza Commissario Francesca De Musso e il Resp.le Area Trattamentale Tommaso Minervini.
Per "Non sono un Assassino" questa vicinanza è ancora più accentuata perchè il romanzo scandaglia il percorso psicologico, le sofferenze, le emozioni, ma anche i sogni, di uomini privati del bene prezioso della libertà e costretti ad un percorso dal quale difficilmente usciranno quelli di prima.
Il Direttore della Casa Circondariale di Bari
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 28 gennaio 2015
"L'anno trascorso è stato caratterizzato dalla rilevante incidenza sul trattamento punitivo dei reati in tema di stupefacenti che è derivato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 32 del 2014", questo ha detto il Primo presidente della Corte di cassazione, Giorgio Santacroce, inaugurando l'anno giudiziario. Come avevamo sostenuto già all'indomani della sentenza, alcuni delicati problemi interpretativi che ne sono seguiti "avrebbero potuto essere evitati o, almeno, ridotti da un tempestivo e coerente intervento del legislatore volto ad adeguare le pene previste in questa materia, tenuto conto del ripristino della differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti e, soprattutto, prendendo coraggiosamente atto della estrema inutilità dell'incremento sanzionatorio stabilito con la legge Fini-Giovanardi". Ma così non è stato. E in carcere abbiamo visto consumarsi l'esecuzione di pene illegittime, stabilite sulla base di norme giudicate incostituzionali.
Già in due importanti pronunce la Cassazione ha fatto cadere il tabù dell'intangibilità del giudicato, non opponibile al "diritto di libertà contro ingiustificate limitazioni disposte in applicazione di una norma in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo ovvero dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale", per stare ancora alle parole di Santacroce. Ma, si sa, la giurisdizione è un potere diffuso, e ogni giudice è indipendente nelle sue decisioni.
Così non mancano decisioni assurde, che si rifiutano di rivedere la pena in esecuzione perché rientra nei limiti stabiliti dalla vecchia normativa tornata in vigore, senza che sia tenuto in alcun conto il fatto che una detenzione di droghe leggere punita con meno di sei anni di carcere ai tempi della Fini-Giovanardi era un reato poco più che bagatellare, mentre con i nuovi limiti di pena diventa equivalente a un fatto che si merita quasi il massimo della pena. Così, ha ricordato Santacroce, il 26 febbraio le Sezioni unite della Cassazione torneranno ad affrontare la questione dell'intangibilità del giudicato, questa volta proprio in materia di droghe, per "fare un po' d'ordine nel microsistema sanzionatorio della nuova normativa".
E, in effetti, un po' d'ordine serve se il Procuratore aggiunto di Milano, Antonio Robledo, coordinatore dell'ufficio dell'esecuzione penale presso il Tribunale, richiesto di informazioni dal suo Capo, Edmondo Bruti Liberati, su sollecitazione della Garante dei detenuti di Milano, Alessandra Naldi, ha messo nero su bianco la soluzione tartufesca escogitata dalla VI sezione penale della Corte di cassazione e citata anche da Santacroce per motivare il ricorso al giudizio delle Sezioni unite. In base a essa, la pena sarebbe illegittima, appunto, solo nel caso in cui si collochi fuori dalle previsioni penali vigenti.
Insomma, se valutate tutte le circostanze del caso, Tizio era stato condannato a cinque anni di reclusione sulla base della Fini-Giovanardi, potendo essere condannato a cinque anni di reclusione anche con la normativa rinnovata, per Robledo (e immaginiamo anche per Bruti, che su questo non obietta nulla al suo aggiunto-antagonista) non c'è problema: era condannato a una pena addirittura inferiore al minimo previsto dalla Fini-Giovanardi, oggi può restare condannato a una pena corrispondente quasi al massimo della (più mite) legislazione in vigore.
La cosa non ha senso e offende il più elementare senso di giustizia. Speriamo che le Sezioni unite della Cassazione chiudano definitivamente questa stucchevole querelle e, soprattutto, che ognuno faccia ciò che deve per porre termine all'esecuzione di pene illegittime.
di Daisy Parodi
La Repubblica, 28 gennaio 2015
Una questione burocratica allontana il giorno del rimpatrio dei due giovani liberati in India dopo la condanna per omicidio. Rinviato il rientro di Eli e Tomaso Bruno e Elisabetta Bocompagni (ansa)Ad Albenga lo stanno aspettando da cinque lunghi anni. Gli striscioni con scritto "Tommy è libero" sono appesi un po' ovunque nella città delle torri, e dal 20 gennaio scorso, il giorno della libertà, è solo un conto alla rovescia per riabbracciare un figlio e un amico. Ma per fare festa si dovrà aspettare ancora.
Si allungano, infatti, i tempi sul rientro in Italia di Tomaso Bruno e Elisabetta Boncompagni, i due ragazzi, detenuti per cinque anni nel carcere a Varanasi, per una condanna all'ergastolo annullata dalla Corte Suprema indiana. I due ragazzi, che hanno lasciato il carcere sabato, ora, sono ospiti in una casa per studenti, la stessa struttura che ha ospitato i genitori dell'albenganese quando andavano a fare visita al figlio in prigione. Sono momenti d'attesa per le famiglie dei due italiani che non vedono l'ora di rivederli. E in molti nel gruppo Facebook "Tomaso libero" scrivono messaggi di gioia per la scarcerazione degli italiani, postano foto con cartelli con scritto "Tommy è libero".
Ma se in un primo momento sembrava che per Tomaso e Eli il rientro fosse questione di poche ore dopo la sentenza di liberazione, la burocrazia indiana allontana ancora la gioia di fare una grande festa. All'attesa delle ventiquattro ore per la preparazione dei documenti per lasciare il carcere indiano si è aggiunta la visita del presidente americano Barak Obama per la festa della repubblica Indiana di lunedì.
"Fino a questo momento- spiega Euro Bruno, il papà di Tommi - i documenti necessari per il trasferimento da Varanasi a Delhi non sono ancora pronti e quindi escludo che possano tornare in Italia entro giovedì. Quel documento potrebbe arrivare anche via web, ma di fatto i nostri ragazzi ad ora ne sono sprovvisti e questo ritarda anche il loro trasferimento nella capitale". A questo punto il ritorno in patria potrebbe slittare al fine settimana. "Tutto - continua il padre del ragazzo - dipende da quando sarà pronta quella documentazione".
di Sergio Rame
Il Giornale, 28 gennaio 2015
Nelle carceri francesi i musulmani rappresentano il 40% di una popolazione pari a 68mila persone. Il ministero della Giustizia: "Creano problemi di gestione". È stato in carcere che Amedy Coulibaly è venuto a contatto una decina di anni fa, allora poco più che ventenne, con esponenti del terrorismo jihadista, uno dei quali - teoricamente rinchiuso in isolamento - ha avuto un forte ascendente su di lui.
Ed è stato nello stesso penitenziario, quello di Fleury-Merogis, alla periferia di Parigi, che un altro detenuto, Cherif Kouachi, ha conosciuto lo stesso jihadista.
Il carcere è uno dei principali luoghi di reclutamento di candidati alla jihad. L'allarme, legato al caso degli attentati in Francia, è al centro di un lungo articolo pubblicato oggi dal Financial Times, che illustra il ruolo che il periodo di detenzione ha avuto nell'avvicinare i terroristi che hanno agito tra il 7 ed il 9 gennaio a Parigi alla violenza religiosa estremista.
Coulibaly è morto il 9 gennaio durante il blitz delle forze dell'ordine nel supermarket kosher di Parigi, dove teneva numerose persone in ostaggio, Kouachi - autore della strage nella sede di Charlie Hebdo - in quello lanciato in contemporanea nella tipografia di Dammartin-en-Goele. Il jihadista conosciuto dai due, di origine algerina, di 17 anni più grande di Coulibaly, era stato in Afghanistan dove raccontava di essere stato torturato. E Coulibaly, anni dopo, raccontò alla polizia durante un interrogatorio di aver continuato a frequentarlo dopo l'uscita dal carcere non per via della religione ma perché "colpito dall'esperienza umana" della persona.
Si trattava di Djamel Beghal, incarcerato nel 2001 per aver complottato un attentato dinamitardo contro l'ambasciata americana a Parigi. "Beghal è stato il loro mentore, ha insegnato loro la religione e la jihad - spiega al Financial Times Jean-Charles Brisard, esperto di al Qaeda che svolge un ruolo di consulente per i governi in materia di antiterrorismo - il periodo trascorso in carcere è stato cruciale".
Beghal, per il tramite del suo legale, ha negato ogni coinvolgimento negli attacchi di Parigi. Ma il ruolo avuto da uno dei più noti penitenziari della Francia, costruito per 2.855 detenuti e che ora ne ospita più di 4mila, ha alimentato i timori sulle prigioni nei Paesi europei, che rischiano di fungere da centri di reclutamento per gli islamisti violenti.
Per Missoum Chaoui, cappellano carcerario in Ile-de-France, il pericolo è l'assenza di un referente musulmano in un'istituzione che lascia aperta la strada agli "imam autoproclamati". L'islam diventa così un mezzo per porsi al centro di un universo carcerario in cui molti detenuti non hanno alcun riparo: "Si trovano in uno stato di debolezza e precarietà, hanno bisogno d'ascolto e di disciplina per non andare alla deriva".
Nelle carceri francesi i musulmani rappresentano il 40% di una popolazione pari a 68mila persone. Quelli praticanti sono circa 18mila. Quelli ritenuti ad alta pericolosità sono 152. Sessanta di questi, secondo il ministero della Giustizia, "creano problemi di gestione" e sono in isolamento o in una cella singola, distribuiti in sette diverse prigioni. Ventidue sono "refrattari a ogni relazione e con loro non è possibile alcun contatto". Questi ultimi sono raggruppati e isolati nel carcere di Fresnes. Un esperimento che, secondo il governo francese, avrebbe contribuito a far "cessare la pressione costante sugli altri detenuti musulmani".
di Roberto Bongiorni
Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015
L'ultima operazione antiterrorismo condotta dalle forze speciali francesi contro una cellula di jihadisti nel comune di Lunel mette ancora una volte in luce l'ampiezza della minaccia terroristica di matrice islamica in Europa. La Francia è sempre più determinata a combattere un fenomeno che l'ha colta quasi di sorpresa, mettendo a nudo la sua vulnerabilità. In secondo luogo, il Paese che ospita la più grande comunità musulmana d'Europa si conferma come un terreno particolarmente fertile per gli aspiranti jihadisti.
Mese dopo mese le autorità correggono al rialzo il numero degli uomini partiti per la Siria e per l'Iraq al fine di unirsi nelle file dei gruppi estremisti islamici, soprattutto nell'Isis. L'ultimo aggiornamento, annunciato di recente dal premier Manuel Valss, indicava 1.300 persone circa partite, rientrate o in partenza per Siria e Iraq. Due dei cinque uomini arrestati questa mattina a Lunel erano, per l'appunto, rientrati dalla Siria. D'altra parte questo comune di 26mila abitanti nel cuore della Francia meridionale, a una trentina di km da Montpellier, ha acquisito ormai grande notorietà, non solo in Francia: dal 2013 a oggi, da questa cittadina sarebbero infatti partiti 20 giovani musulmani alla volta della Siria. Sei di questi, di età compresa tra i 18 ed i 30 anni, sarebbero caduti nei violenti combattimenti avvenuti sul fronte nel mese di ottobre. L'ultimo, un uomo di circa 20 anni, trasferitosi in Siria quest'estate insieme alla moglie, sarebbe morto a fine dicembre.
L'ambizioso piano del Governo francese per contrastare la minaccia del terrorismo islamico cresciuto in casa - il budget contro il terrorismo è stato portato a 735 milioni di euro per i prossimi tre anni - si scontra tuttavia con una serie di problemi complessi. Oltre al proselitismo via internet, il principale canale di reclutamento dei "terroristi fai da te", i nuovi centri di indottrinamento e reclutamento dei candidati jihadisti sono le carceri.
Non più, dunque, le moschee o i centri islamici più radicali, perché troppo sorvegliati. Un lungo articolo pubblicato oggi dal Financial Times illustra in modo dettagliato il processo di avvicinamento all'estremismo, avvenuto in carcere, dei terroristi che hanno agito tra il 7 ed il 9 gennaio a Parigi . Sotto l'attenzione dei media è il carcere di Fleury-Merogis, il più grande di Francia.
È in questa grande prigione alle porte di Parigi che dieci anni fa un giovane ragazzo, condannato per rapina, si trova vicino di cella con un noto jihadista - in teoria in isolamento - che aveva combattuto sui fronti più caldi. Il giovane si chiamava Amedy Coulibaly, vale a dire l'uomo che il 9 gennaio ha sequestrato diverse persone in un supermarket kosher di Parigi, uccidendone quattro per poi essere a sua volta ucciso dalle forze speciali. Il veterano jihadista, di 17 anni maggiore del giovane Coulibay su cui esercita la sua influenza è Djamel Beghal. Di origini algerine, con un passato di mujaheddin in Afghanistan, in carcere dal 2001 con l'accusa di aver preso parte a un complotto per far esplodere una bomba contro l'ambasciata americana di Parigi.
Sempre nello stesso carcere, Djamel aveva avuto modo di conoscere e dialogare con un altro giovane musulmano, salito anche lui alla ribalta dei media mondiali. Cherif Kuachi, uno dei due terroristi autori della strage nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, ucciso a sua volta nel blitz contro la tipografia di Dammartin-en-Goele in cui si era nascosto con il fratello.
Avevano scontato una periodo di detenzione per rapina anche Mohammed Merah e Mehdi Nemmouche, che avevano assassino cittadini ebrei rispettivamente nel 2012 e nel 2014 a Tolosa e a Bruxelles.
La storia di Nemmouche è risaputa. Parte per la Siria dove si unisce alle milizie siriane dell'Isis, con cui resta un anno a combattere. Una volta rientrato in Francia, nel maggio 2013, mette in atto il suo folle gesto: si reca a Bruxelles dove uccide quattro persone dentro al museo ebraico. Il problema di come allontanare l'estremismo islamico dalle carceri francesi è complesso. Più della metà dei detenuti francesi sono musulmani.
E il carcere di Fleury-Merogis, costruito per ospitare 2.855 detenuti, in realtà ne conta più di 4mila. Definire e poi isolare chi è ritenuto estremista non è facile. In teoria potrebbero essere parecchi. Inoltre, come ha sottolineato il coordinatore europeo contro il terrorismo, Gilles De Kerchove, mettere in prigione migliaia di combattenti rientrati dalla Siria sarebbe "un invito alla loro radicalizzazione". Peraltro chi ha abbracciato l'estremismo in prigione, ha precisato al Financial Times Jean-Charles Brisard "presenta un profilo molto più pericoloso".
Il Governo francese ha comunque deciso di nominare 60 nuovi imam nelle carceri, che si aggiungeranno così ai 180 già esistenti. Entro la fine dell'anno verranno poi costruite cinque aree riservate ai quei jihadisti definiti irriducibili; in altre parole chi si rifiuta di intrattenere qualsiasi relazione con gli addetti delle prigioni e partecipare agli incontri di de-radicalizzazione con gli imam. Sarà sufficiente?
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 28 gennaio 2015
Il dibattito sul radicalismo islamico in carcere è di grande attualità in Francia. In un articolo del giornale francese Le Monde viene riportata la testimonianza di una guardia penitenziaria dove racconta dettagliatamente le cause di questa radicalizzazione. Dal 7 al 9 gennaio scorso, il carcere di massima sicurezza di Condé-sur-Sarthe ha vissuto delle crisi di gloria di alcuni detenuti esaltati dagli attacchi terroristici parigini. Tuttavia, secondo Emmanuel Guimaraes
- il poliziotto penitenziario nel carcere intervistato da Le Monde - "il rifiuto dell'autorità e dei valori della Repubblica" da parte di quei detenuti che si dicono musulmani è lungi dall'essere una novità. Questo tipo di incidenti sembra legato molto ai fatti d'attualità, "come le tensioni scoppiate in occasione dell'ultimo conflitto israelo-palestinese a Gaza", spiega sempre Guimaraes.
Il resto del tempo, le tensioni tra detenuti, soprattutto negli spazi condivisi, sono banali. In diverse prigioni francesi, gli agenti raccontano gli stessi aneddoti: le vessazioni inflitte a chi fuma o a chi ascolta la musica; gli appelli alla preghiera; gli incitamenti a leggere il corano; il proselitismo ai detenuti più isolati. A forza di vedere conversioni e radicalizzazione nel carcere, Guimaraes parla dell'Islam in prigione come "una sorta di moda". "Alcuni ci dicono che Allah ci punirà, anche se non sono musulmani. Altri sono solo arrabbiati, altri ancora voglio avere dei privilegi", racconta l'agente. "Tuttavia, la maggior parte si converte per starsene in pace", dichiara l'agente.
Liberato da un anno, Franck Steiger ha scontato sei anni in otto diverse prigioni francesi. È ateo e - interpellato sempre da Le Monde - ha detto di aver vissuto i suoi anni di detenzione "in minoranza". "I musulmani hanno il monopolio. Per non avere problemi, molti si convertono per far parte della banda", afferma. Secondo Steiger, le condizioni di prigionia sono determinanti; "La mancanza di rispetto, le violenze, le misure di ritorsione: tutto questo produce l'odio e la voglia di fare ricorso alla religione", afferma con rabbia.
Invece per Missoum Chaoui, cappellano carcerario in Ile-de-France, il "pericolo" è l'assenza di un referente musulmano in un'istituzione che lascia aperta la strada agli "imam autoproclamati". La religione diventa per molti un mezzo per porsi al centro di un universo carcerario in cui molti detenuti non hanno alcun riparo. "Si trovano in uno stato di debolezza e precarietà, hanno bisogno d'ascolto e di disciplina per non andare alla deriva", commenta Chaoui al quotidiano francese. "Alcuni sono più psichiatri che islamisti.
I radicali sono molto pochi e non rappresentano affatto i musulmani di Francia", conclude il cappellano. Secondo il ministero della Giustizia, gli effettivi sospettati sono 152, per la maggior parte in Ile-de-France.
In quattro anni, Abdelhafid Laribi, cappellano permanente presso il carcere di Nanterre, dice sempre a Le Monde di non essersi mai confrontato con nessuno di loro; "C'era un convertito che non aveva alcuna nozione di base dell'islam. Ho provato a parlare con lui, ma non ha voluto capire. Non è mai più venuto. In questi casi, non si può fare nulla, solo evitare che altri cadano in questo radicalismo", racconta. Quando invece incontra chi "vacilla", allora si tratta di "seminare il dubbio nello spirito, evocare altri punti di vista, con pazienza e pedagogia, per convincerli", spiega Laribi.
A gennaio, i cappellani carcerari musulmani erano 182, contro 680 cattolici e 71 ebrei. La loro presenza è stata incrementata negli ultimi due anni "al fine di tranquillizzare la detenzione e diffondere un islam illuminato", ha indicato il ministero della giustizia francese. Altri 60 cappellani verranno reclutati nell'arco dei prossimi tre anni. "Manca la volontà politica, mentre noi siamo là per evitare il radicalismo. Se la situazione non cambia, peggiorerà", conclude amaramente Laribi.
Askanews, 28 gennaio 2015
Un uomo che soffriva di handicap mentali, confermati da diverse visite psichiatriche, è stato giustiziato questa notte nello Stato della Georgia, Sud-est degli Stati Uniti, dopo che la Corte suprema ha respinto anche l'ultimo appello per la grazia. Warren Hill, 54 anni, di cui 24 nel braccio della morte, è stato dichiarato morto dopo un'iniezione letale, alle 19.55 ora americana, l'1.55 in Italia, nel penitenziario di Jackson.
Lo ha reso noto Susan Megahee, portavoce degli istituti penitenziari della Georgia. La Corte Suprema, che ha dato il via libera all'esecuzione con sette voti favorevoli e due contrari, ha manifestatamente lasciato libero arbitrio allo Stato della Georgia, a dispetto di opposti pronunciamenti precedenti. La Corte Suprema aveva stabilito infatti nel 1986 il divieto di esecuzioni nei confronti di persone con handicap mentale, in base all'Ottavo emendamento, che parla di "pene crudeli e inconsuete".
Nel 2002 aveva ulteriormente confermato questa linea asserendo che gli handicappati mentali non possono essere giustiziati poiché si corre il rischio di un'esecuzione arbitraria. Warren Hill, dotata di un QI pari a 70, era stato condannato alla pena capitale dopo aver ucciso un detenuto con asse, mentre scontava una pena all'ergastolo per l'omicidio della sua compagna.
www.swissinfo.ch, 28 gennaio 2015
Nonostante un leggero calo del numero di detenuti, le prigioni in Svizzera restano affollate soprattutto nella Svizzera latina dove il tasso di occupazione ha raggiunto il 117%. È quanto rivelano i dati pubblicati oggi dall'Ufficio federale di statistica (Ust). Il 3 settembre 2014 - giorno preso come riferimento - le persone incarcerate nei 114 penitenziari per adulti erano complessivamente 6.923 il 2% in meno rispetto al 2013 (7.072).
Grazie a questo calo e alla creazione di circa 190 nuovi posti di detenzione il tasso di occupazione delle carceri su scala nazionale è diminuito di 4 punti percentuali attestandosi al 96%. Di questo miglioramento ha approfittato quasi esclusivamente la Svizzera interna e nordoccidentale, dove il tasso è diminuito dal 100% all'86%. Nella Svizzera orientale tale valore si è attestato all'85% (-1 punto percentuale).
Al contrario i penitenziari nel concordato delle esecuzioni delle pene della Svizzera latina - in particolare quelli di Vaud e Ginevra - sono sovraffollati: per 2.720 detenuti vi erano 2.330 posti con un tasso del 117% (+1 punto percentuale). L'Ust non fornisce cifre sui singoli carceri. Tuttavia ad essere particolarmente toccata dal fenomeno è la prigione ginevrina di Champ-Dollon: a metà agosto era stato reso noto che in un fine settimana nelle celle per 390 detenuti erano state poste oltre 900 persone.
La percentuale di stranieri nelle prigioni svizzere era il 73% (74,3% nel 2013), la maggior parte dei quali privi di permesso di soggiorno. Una buona metà dei 6.923 detenuti (53%) era stata condannata, il 40% - secondo le indicazioni dell'Ust - si trovava in carcere preventivo o era in esecuzione anticipata della pena. Complessivamente le donne erano il 4,7%. Quanto ai minorenni si è registrato un ulteriore calo di quelli collocati presso terzi secondo il diritto penale minorile: in questa condizione - il 3 settembre 2014 - si trovavano 480 giovani (-17% rispetto al 2013 e -44% rispetto al 2010), precisa l'UST.
La maggior parte dei minorenni (344, pari al 72%) era in un istituto educativo, prevalentemente aperto (308 giovani, 89%). Quasi tutti i minorenni collocati (95%) erano di nazionalità svizzera o stranieri con un permesso C o B, prevalentemente di sesso maschile (92%) e la stragrande maggioranza aveva più di 15 anni (89%)
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