Ansa, 19 aprile 2015
un detenuto di origine marocchina di 29 anni, con fine pena nel 2018 per una serie di reati contro il patrimonio, si è ferito alle braccia nel carcere fiorentino di Sollicciano e poi, in infermeria, è andato in escandescenze colpendo prima due agenti penitenziari, poi altri agenti e infermieri cagliando contro anche pc e barelle, per, infine, dare fuoco al materasso una volta rientrato in cella.
A renderlo noto è il segretario generale dell' Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria), Leo Beneduci. "Sono cinque - dice il sindacalista - i poliziotti penitenziari che hanno dovuto essere accompagnati al pronto soccorso e che, fatte salve eventuali complicazioni, non potranno rientrare in servizio prima di qualche giorno con ciò, se necessario, peggiorando ulteriormente le già grave penuria di organico della struttura e, in conseguenza, le già precarie condizioni di sicurezza esistenti".
"Come sindacato da mesi stiamo descrivendo e denunciando quanto sia pericolosa e instabile la situazione del principale istituto di pena della Toscana", aggiunge Beneduci. "Ma la gravità del contesto sembra essere ignorata proprio dai vertici regionale e nazionali dell'amministrazione penitenziaria a cui fa eco la persistente assenza di iniziative e di pronunciamenti dal parte del Guardasigilli Orlando".
"Anche riguardo alle iniziative dei cocktail-aperitivi nel carcere delle prossime settimane, su cui la direzione del carcere sembra unicamente concentrata, malgrado le carenze di mezzi e di personale, abbiamo ripetutamente avvisato per iscritto le competenti autorità e persino il sindaco Nardella - conclude Beneduci - perché, come purtroppo insegnano che decine e decine di aggressioni che come poliziotti penitenziari stiamo subendo ogni giorno sul territorio nazionale (e di cui nessuno si interessa) oggi più che mai con il carcere in Italia non si può giocare".
www.infooggi.it, 19 aprile 2015
Quasi come per incanto ieri il teatro della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro si è trasformato in un piccolo "teatro dell'opera", con un programma degno di essere annoverato e ricordato, non solo dai detenuti ma anche degli stessi artisti che vi hanno partecipato e che sono stati i protagonisti di questa indimenticabile giornata.
L'evento voluto dall'amministrazione della Casa Circondariale di Catanzaro ed organizzato da Mario Sei, già presidente di Teatro 6, assistente volontario presso la casa circondariale e il M° Giovanna Massara, Presidente dell'Associazione Coro Polifonico SS Trinità, ha entusiasmato tutti i presenti e i vertici della struttura, sempre molto attenti ad organizzare eventi di grande qualità.
Oltre al M° Giovanna Massara, presenti anche il M° Amedeo Lobello, docente di pianoforte e sassofono al Conservatorio e due giovani talenti, che alle spalle hanno già diverse esperienze anche a carattere regionale e nazionale, Laura Screnci e Giuseppe Froio. Di tutto rispetto i brani con cui questi artisti catanzaresi hanno estasiato i circa 150 detenuti di Alta Sicurezza presenti alla kermesse, che si è svolta rigorosamente a porte chiuse.
Il programma scelto scrupolosamente dal M° Giovanna Massara ha spaziato dalla musica melodica fino alla musica lirica, oltre ad intermezzi di poesie scritte e recitate da alcuni detenuti, preparati da Mario Sei e già vincitori di alcuni concorsi nazionali di poesie in ambito carcerario.
Il Programma ha spaziato da Bocelli a Cohel, da Vecchioni a Celine Dion, passando per arie importanti, come Casta Diva, Nessun Dorma, Habanera, Seguidilla, Un bel dì vedremo oltre a due emozionanti Ave Maria, di Schubert e di Gounod ed alcuni pezzi assai noti del premio oscar Ennio Morricone.
Giovanna Massara, che vanta un curriculum di tutto rispetto, ha incantato la platea con la sua voce, ma anche i due giovani talenti hanno entusiasmato i tanti presenti con le loro calde e belle voci. Magistrale l'accompagnamento al pianoforte del M° Amedeo Lobello.
Una giornata quindi davvero bella ed intensa e resterà certamente vivo il ricordo sia nei detenuti che non hanno risparmiato lunghissimi applausi ma anche negli artisti che hanno avuto modo di vedere con i loro occhi che la musica bella, ma anche le iniziative importanti sono apprezzate anche il quel contesto che per chi non lo conosce è semplicemente da evitare. Con The Prayer i quattro artisti si sono congedati con l'augurio, cosi come dice il testo di questa famosissima canzone, che si possa sognare un mondo senza più violenza... un mondo di giustizia e di speranza.
Il direttore della struttura, la dottoressa Paravati, non perde mai occasione di portare oltre i muri e decine di cancelli eventi di qualità, che consentano ai detenuti di "conoscere" realtà che esprimono positività, modelli da imitare, artisti che volontariamente decidono di regalare emozioni a chi non ne avrebbe diversamente la possibilità, se non attraverso l'immaginazione. Gli artisti sono stati premiati con alcuni oggetti in ceramica, creati e decorati a mano per l'occasione da alcuni detenuti e da un decoratissima e gustosissima torta, preparata da alcuni detenuti pasticcieri donata al soprano Giovanna Massara con tanto di note musicali e nome di questa brava artista calabrese.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 19 aprile 2015
Sabino Cassese racconta i suoi nove anni alla Corte costituzionale. Una volta ho quasi fatto a botte per la Corte costituzionale. Fu nell'ottobre del 2009. La Consulta aveva bocciato il lodo Alfano e Berlusconi andò su tutte le furie. Tra i suoi supporter l'allora ministro della Difesa La Russa si distinse per la veemenza dell'attacco alla Corte, basato sui soliti argomenti, giudici comunisti, inganno e tradimento, violazione della sovranità popolare, ecc. ecc.
Alla sera, in un talk show, lo ripresi sostenendo che la Consulta è un organo costituzionale e che un ministro della Repubblica, che alla Costituzione ha giurato fedeltà, non poteva trascinarla così nel fango della lotta politica. La Russa non gradì e alla prima pausa pubblicitaria mi minacciò di ritorsioni fisiche, il moderatore non lo moderò.
Leggendo il singolare diario (singolare nel senso letterale, nessuno l'ha mai fatto prima) con cui l'ex giudice costituzionale Sabino Cassese racconta mese per mese i suoi nove anni alla Consulta e i pensieri che gli hanno provocato (Dentro la Corte. Diario di un giudice costituzionale, il Mulino, pagine 320, € 22, in uscita il 23 aprile), ho trovato il fondamento di quel mio scaldarmi.
Il fatto è che, come scrive un collega americano a Cassese per complimentarsi della sua nomina, "we are not final because we are infallible, but we are infallible only because we are final". È la regola del gioco: una democrazia basata sulla divisione dei poteri e sul primato della legge, non potrebbe vivere ordinatamente senza un giudice finale delle leggi che ha l'ultima parola, e senza che tutti l'accettino come tale.
D'altra parte l'autore ha sentito spesso usata contro la Corte "l'eco di una concezione rousseauiana del potere pubblico, per cui tutto il potere promana dal popolo e va quindi rispettata la volontà del Parlamento. Ma perché allora - obietta - si è voluta una Costituzione con forza superiore a quella della legge? Perché è stata istituita una Corte costituzionale?". Come se il popolo "non dovesse esercitare la sua sovranità nei modi e nei limiti stabiliti dalla Costituzione".
Semmai Cassese è preoccupato del contrario, da un eccesso di judicial modesty che vede nella Corte, una tendenza a dimenticare che "si insegna la giurisprudenza non la giurispaura". "Si sente spesso in Camera di consiglio la frase: non andiamo in contrasto con la volontà del legislatore, non forziamogli la mano... La formula corretta non è dove deve fermarsi la Corte, ma fino a dove si estende la Costituzione, che la Corte è chiamata a difendere".
L'autore propende per un ruolo attivo, critica il rifugiarsi frequente nelle decisioni di inammissibilità, "alle quali si ricorre quando non si vuole decidere in un senso o nell'altro", preferisce giudici che davanti a un problema non si chiedano "come ne usciamo", perché pensano che il loro lavoro è decidere e non "uscirne".
Non è parco di critiche alla Corte Cassese. Anzi. Scrive che "è una prigione, un mondo incatenato alla tradizione e ai precedenti, anche dove non ce n'è bisogno". È tentato di dar ragione "a quelli che ritengono la Corte italiana una Villa Arzilla... appare in un angolo, gioca di rimessa, quando il pallone arriva è sempre troppo tardi".
La sua è una critica serrata che va nel profondo e che si avvale di una costante comparazione con il lavoro delle altre grandi Corti supreme, che Cassese conosce e frequenta come pochi. Ma è una critica che non disdegna di estendersi al fattore umano, ai vizi e ai vezzi dei colleghi, alla loro competenza, capacità di studio, impegno lavorativo, coraggio intellettuale. Memorabile una pagina del nono anno del diario in cui descrive per bozzetti, uno a uno, i suoi "compagni di viaggio". Mancano i nomi, ma è come se ci fossero. Severo è l'autore anche con certe prassi, come quella di eleggere presidente sempre il più anziano, quello al quale resta meno tempo nella Corte, così indebolendo gravemente la credibilità dell'organo e autorizzando il sospetto che, piuttosto che per difendere la collegialità, la vertiginosa rotazione (nove presidenti nei suoi nove anni) serva la vanità e gli emolumenti dei giudici. Non di Cassese, però, che chiese esplicitamente al collegio di non essere eletto quando fu il suo turno, con una lettera che pubblica nel libro.
Sono anni difficili quelli che Cassese racconta, anni in cui la Consulta ha dovuto decidere sulla legge elettorale, sui referendum, sulla procreazione assistita, sul caso Englaro, sul conflitto tra Napolitano e la Procura di Palermo, e contemporaneamente su una pletora di questioni minori, dai diritti e privilegi delle corporazioni pubbliche fino alla "certificazione dell'Azienda sanitaria per la movimentazione del bestiame".
Lo spirito, la cultura giuridica, la mole di informazioni che sulle decisioni della Corte questo libro fornisce al lettore danno ragione all'autore per non aver seguito l'esempio di Giuliano Vassalli, che nel 2006 scrisse: "Dei nove anni in cui fui giudice alla Corte non mi sembra sia il caso di scrivere". Cassese ha scritto e senza violare alcuna regola.
Il suo libro fissa dunque un precedente. Per una Corte che non ha un archivio, le cui sedute sono segrete, che non prevede la pubblicità della dissenting opinion, in cui una formale incomunicabilità con la stampa convive con l'opacità delle veline, il libro di Cassese è una ventata di aria fresca da ispirare, e su cui meditare.
di Luca Liverani
Avvenire, 19 aprile 2015
Sì a corpi civili e a politiche nuove: 70 le firme dei parlamentari.
Focsiv-Volontari nel mondo lancia un appello al Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite, al Governo italiano e all'Unione europea. Un progetto ambizioso, che mette in discussione il tradizionale diritto alla sovranità e alla guerra delle nazioni, ma che poggia sul robusto impianto giuridico e sulla mobilitazione del Centro per i diritti umani e la pace dell'Università di Padova: oltre 300 enti locali, tra cui cinque regioni, hanno già approvato delibere sullo ius pacis.
La pista scelta per far decollare l'appello è il Festival del volontariato che si chiude oggi a Lucca. E il progetto della Focsiv incassa già un primo risultato: il sostegno dell'intergruppo parlamentari per la pace, 70 tra deputati e senatori di Sei, Pd, M5S e dell'area di Scelta civica. "L'appello della Focsiv sarà il testo base - promette il coordinatore Giulio Marcon, deputato di Sei - per una mozione trasversale che sia un atto di indirizzo per politiche di pace".
Alla tavola rotonda su "Volontariato e pace, il ruolo dei volontari nelle situazioni di conflitto " è il presidente della Focsiv Gianfranco Cattai a presentare l'appello. "Cento anni fa la prima guerra mondiale ha lasciato sul campo più di 10 milioni di morti e 20 di feriti e mutilati", si legge nell'appello. Poi centinaia di altre guerre "hanno causato più di 200 milioni di vittime".
Oggi "gli interessi economici, i fondamentalismi religiosi e la cultura dello scarto continuano a fare vittime". È dunque tempo per "creare una cultura che fermi il dilagare delle violenze" e valorizzi "i volontari internazionali che quotidianamente lavorano per la pace".
La Focsiv sottolinea "l'opportunità storica di inscrivere formalmente la pace tra i diritti umani internazionali internazionalmente riconosciuti". "Viviamo in un tempo in cui si cancellano i nomi per non vedere la realtà - sottolinea Marco Tarquinio, direttore di Avvenire e moderatore dell'incontro - che è quella di una Guerra Mondiale combattuta a pezzi, come è riuscito a farci vedere Papa Francesco.
I volontari si impegnano per non cedere alla logica dell'odio dei mercanti di armi". Monsignor Joachim Ouedraogo, vescovo del Buriana Faso, sottolinea come "per l'educazione alla pace servono passerelle tra i popoli, tra le culture e anche tra i volontari". Ad avviare la campagna per il diritto alla pace è stato il Centro di Padova diretto dal professor Antonio Papisca.
"La pace è al centro di una contesa tra il vecchio diritto internazionale della sovranità degli Stati e il nuovo diritto internazionale fondato sulla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Uno ius "umano-centrico" con principi vincolanti.
Il Consiglio diritti umani dell'Orni ne sta discutendo. Ambienti diplomatici ci dicono che il problema è il traffico di armi. Dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avevamo avuto assicurazioni sull'impegno del nostro ambasciatore. L'Italia esca dal limbo". Il governo italiano può fare anche altro. Il volontariato chiede di stabilizzare i Corpi civili di pace. E raccoglie firme per una legge che istituisca il Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta, che metta insieme Protezione civile, Vigili del fuoco, Corpi civili di pace e un istituto di ricerca ad hoc. Perché se vuoi la pace, prepara la pace.
di don Francesco Soddu (Direttore Caritas Italiana)
Il Garantista, 19 aprile 2015
Il vecchio continente si proclama paladino dei diritti umani, ma esternalizza il dolore di chi soffre e lo tiene lontano dai suoi confini.
La drammatica conta dei migranti morti in mare sembra non arrestarsi. Sono migliaia le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa. Una situazione che sta mettendo in crisi le già deboli politiche migratorie europee. L'idea di un'Europa inespugnabile sta barcollando sotto i colpi di una umanità disperata che in fuga dai propri paesi sta mostrando il volto peggiore degli effetti della globalizzazione. Iniquità, conflitti, ideologie sono i fattori che determinano il costante aumento dei flussi di profughi verso il continente europeo.
E guai a pensare che tutto questo si potrà evitare solo perseguendo i trafficanti. È una scorciatoia che non produce alcun effetto. I trafficanti, infatti, sono il prodotto di scarto di politiche di chiusura verso i migranti e i rifugiati che pur di trovare una soluzione alla loro precarietà esistenziale si mettono nelle mani di chi lucra sul loro destino. Senza contare che, dopo Mare Nostrum, l'operazione Triton non sta aiutando certo a migliorare la situazione.
Il dibattito europeo sulle migrazioni che attraversano il Mediterraneo si presenta confuso, fazioso, ammantato da una terminologia allarmistica che non aiuta a comprendere l'essenza di questi avvenimenti. Emergenza sbarchi, morti in mare, emergenza accoglienza sono le immagini di chi pretende di descrivere questo fenomeno con l'occhio del cittadino del nord del mondo senza interrogarsi più di tanto sulla natura del fenomeno, le sue cause, le politiche - se vi sono - per affrontarla.
Suscita anche grande scalpore quanto riferito da alcuni migranti scampati al naufragio a proposito di persone gettate in mare dagli stessi compagni di viaggio solo perché cristiane. Un ulteriore elemento che complica il già critico quadro internazionale che vede le atrocità dell'Isis e una crescente propaganda di odio mascherata da motivi religiosi, che produce persecuzioni e uccisioni in molte zone, dal Medio Oriente all'Africa.
Ma esistono anche episodi opposti di comunione e collaborazione. Come la storia di Lamin, un ragazzo di diciannove anni, arrivato in Italia dal Gambia nel giugno scorso. Insieme ad altri 28 giovani migranti ospiti al Santo Curato d'Ars di Falsomiele, un quartiere di Palermo, ha deciso di dare una mano ad accogliere i migranti che sempre più spesso sbarcano in città. "Ho deciso di ricambiare l'aiuto che mi è stato dato al mio arrivo a Palermo dando una mano agli operatori Cari-tas durante gli sbarchi al porto e nella gestione dell'ospitalità ad altri migranti. Voglio insomma ricambiare ciò che voi italiani state facendo per me". Non dobbiamo dunque lasciare spazio a strumentalizzazioni. Nel condannare con fermezza tutte le violenze, ricordiamo sempre il monito di Papa Francesco: "La religione autentica è fonte di pace e non di violenza! Nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza! Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio! Discriminare in nome di Dio è inumano".
L'Europa sembra incapace di reagire perché vittima di una idea anacronistica di territorio e di confine. Da un lato si presenta come paladina dei diritti umani, dall'altro promuove politiche di esternalizzazione volte a tenere lontano dai confini europei i migranti e tutto il loro carico di dolore e di speranza. Non si tratta più solo di prevedere fondi comunitari a cui attingere per calmierare l'emergenza, bensì di andare incontro a un fenomeno in costante mutamento che chiede con urgenza e senza ulteriori rinvii una riflessione di sistema proprio sulla mancanza di programmazione di interventi sinergici e congiunti a livello europeo, per mettere in atto quei "canali umanitari" che consentono a coloro che comunque arriveranno in Europa di non rischiare costantemente la vita come sta accadendo in queste ore.
Pensare all'attuazione di canali umanitari significa, cioè, anzitutto fare delle scelte politiche precise, scaturite dalla presa di coscienza che gli investimenti sul fronte del controllo delle frontiere e del contrasto all'immigrazione irregolare non sono evidentemente né sufficienti né tantomeno adeguati a gestire la richiesta di protezione internazionale. Peraltro i trafficanti e i migranti stessi, hanno una capacità di ridefinirsi nel progetto e nelle rotte migratorie che stupisce e spesso lascia del tutto impreparati. Una delle preoccupazioni che stanno davanti ai governi in questo momento riguarda l'aspetto economico, di ordine pubblico o di sistemazione dell'emergenza. In questo modo si indeboliscono, però, le politiche di accoglienza e soprattutto si rischia di non puntare sui diritti umani fondamentali.
Sarebbe, invece, auspicabile una strategia a medio termine, che coinvolga anche i governi dei paesi di provenienza dei migranti in modo che diventino partner affidabili, capaci di porre i diritti umani al centro del loro operato. Mentre nel breve termine è difficile poter pensare ad altro se non a ragionare su come garantire a chi riesce ad arrivare sulle nostre coste in questi mesi una tutela e un'accoglienza dignitosa.
Come ci ricorda la risoluzione dell'Europarlamento dello scorso 23 ottobre 2013, la legislazione comunitaria prevede ad es. alcuni strumenti che consentono il rilascio di visti umanitari. L'ingresso legale nell'Ue è sempre preferibile all'ingresso irregolare. Quest'ultimo, infatti, presenta maggiori rischi, anche con riferimento al grave fenomeno della tratta di esseri umani e alla conseguente perdita di vite umane.
C'è bisogno di strumenti che costituiscano una "una risposta vera e propria" di "un'Unione Europea basata sulla solidarietà e sul sostegno concreto", come ha affermato la Commissaria europea per gli Affari interni Cecilia Malmstrom, all'indomani dell'istituzione della Task-force Mediterraneo.
Ad oggi sono oltre 15mila i profughi transitati in Italia nei servizi della Caritas che in questi giorni sta garantendo più di 5mila posti in accoglienza. Peraltro, parallelamente ad inizio 2015 sono ufficialmente partiti i progetti Sprar approvati con il bando triennale 2014-2017, ed una quota rilevante di migranti giunti e salvati via mare è stata ed è attualmente ospitata anche attraverso quel circuito ordinario di accoglienza, di cui fanno parte numerose Caritas diocesane attraverso i loro enti gestori.
Va infine rilevato che oltre all'accoglienza diretta, consistente nella messa a disposizione di vitto, alloggio, servizi alla persona, ecc., altre Caritas diocesane hanno optato per un tipo diverso di impegno, scegliendo di mettere a disposizione appositi servizi di orientamento, di lingua, di inclusione per i migranti ospitati da strutture di accoglienza dotate di minore esperienza nella gestione delle problematiche dei richiedenti asilo.
È uno sforzo straordinario reso possibile dalla costante collaborazione con le istituzioni e dall'intenso lavoro e abnegazione di operatori e volontari che quotidianamente cercano di restituire dignità e futuro a queste persone, cercando nel contempo di non aggravare la situazione e i disagi che sperimentano anche le comunità di accoglienza. Come ci ha ricordato Papa Francesco nel messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2014, "lavorare insieme per un mondo migliore richiede il reciproco aiuto tra Paesi, con disponibilità e fiducia, senza sollevare barriere insormontabili. Una buona sinergia può essere di incoraggiamento ai governanti per affrontare gli squilibri socioeconomici e una globalizzazione senza regole, che sono tra le cause di migrazioni in cui le persone sono più vittime che protagonisti. Nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 19 aprile 2015
Che l'Europa si stesse preparando a battere in ritirata sul fronte dell'emergenza immigrazione lo si è capito chiaramente giovedì, quando la portavoce del commissario Ue per l'immigrazione Avramopoulos, pur riconoscendo che la situazione degli sbarchi dei profughi è destinata ad aggravarsi a partire già dalle prossime settimane, ha alzato le braccia davanti all'impotenza della commissione europea. "Dobbiamo essere franchi - ha detto - la commissione non può fare da sola, non abbiamo la bacchetta magica".
Mancano i soldi (anche se solo qualche giorno fa proprio Avramopoulos aveva negato che il problema fosse economico) ma manca - ha aggiunto la portavoce - soprattutto la volontà politica di intervenire da parte di alcuni governi. La conferma del disinteresse di Bruxelles è arrivata venerdì, quando fonti diplomatiche dell'Ue hanno riconosciuto la mancanza di un "consenso per rafforzare Triton", la missione europea impegnata nel Mediterraneo.
Il problema - hanno spiegato - è la Libia dove l'assenza di un governo di riferimento rende impossibile arginare le partenze dei barconi. Ma anche la crisi siriana e quella irachena, che contribuiscono non poco ad alimentare il fiume di disperati che cercano salvezza da questa parte del mare. Per domani infine è in programma il vertice dei ministri degli Esteri dei 28 a Lussemburgo dove la rappresentante della politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, presenterà un documento con le proposte per avviare un processo di stabilizzazione in Libia, ma c'è da scommettere che qualunque decisione verrà presa difficilmente cambierà qualcosa per i migranti, che continueranno così a rischiare la pelle nel canale di Sicilia.
La realtà è che l'Italia è sola a fronteggiare un dramma che riguarda centinaia di migliaia di persone. E a peggiorare le cose c'è il fatto che il governo anziché prendere in mano la situazione - come fece il governo Letta nel 2013 - continua ad appellarsi a Bruxelles sapendo che difficilmente riuscirà ad ottenere più di quanto avuto finora, ovvero il via libera a una missione come Triton della quale oggi tutti riconoscono i limiti. Ma che il ministro degli Interni Alfano salutò a suo tempo come un successo del nostro Paese che aveva finalmente costretto l'Europa ad assumersi le sue responsabilità. Gli oltre diecimila profughi arrivati negli ultimi giorni (700 solo ieri) dimostrano che le cose non stanno affatto così, e che anzi sono destinate a peggiorare vista la violenza dimostrata dagli scafisti, pronti a tutto pur di riprendersi i barconi fatiscenti sui quali costringono a viaggiare i profughi.
E a poco servono gli appelli rivolti puntualmente all'Ue dalla presidente della Camera Laura Boldrini o dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che si è anche detto "imbarazzato" per l'immobilismo di Bruxelles. Appelli ai quali da ieri si sono aggiunti anche quelli autorevoli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di papa Francesco, concordi nel chiedere all'Europa un impegno deciso per fermare quella che il capo dello Stato ha definito come una "continua perdita di vite umane nel Mediterraneo".
Stragi che purtroppo sono destinate a ripetersi se Roma e Bruxelles continueranno a rimpallarsi il problema. Aspettare che si risolvano le crisi in Libia, Siria e Iraq per intervenire in aiuto di coloro che proprio da quelle crisi fuggono, significa solo perdere ancora tempo prezioso.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Molti miei compagni saranno probabilmente "deportati" e gettati, "come spazzatura umana", in altri carceri perché nel carcere di Padova sarà chiusa la sezione di "Alta Sicurezza". Mi ha colpito la loro poca voglia di lottare e penso che l'Assassino dei Sogni lo fa apposta, perché più un prigioniero è messo male e meno problemi produce. Probabilmente sanno che se tu metti una persona nella condizione di poter solo sopravvivere è difficile che poi possa pensare a qualche cos'altro. (Diario di un ergastolano: carmelomusumeci.com).
di Luigi Manconi
Left, 18 aprile 2015
All'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, si legge: "Il termine tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito".
di Antonietta Denicolò (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 18 aprile 2015
Dopo il plauso, con diversi toni espresso per salutare l'ingresso, seppur tardivo, del reato di tortura nel nostro ordinamento, la dovuta attenzione alla tutela dei diritti di ogni singolo cittadino ed il doveroso sguardo d'insieme delle disposizioni tanto codificate, quanto normative in genere, impone a noi, operatori di diritto, di interrogarci, con laica serenità, in punto alla coesistenza nel nostro sistema del neonato reato di tortura con il mantenimento e la frequente applicazione del regime custodiate disciplinato dall'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 aprile 2015
Il ddl torna da martedì prossimo in commissione Giustizia per il sì definitivo. Il presidente sprona i senatori: "Testo perfettibile ma gli italiani aspettano da troppo tempo". Amnesty Italia festeggia i 40 anni chiedendo il "reato subito". Torna in Senato per la seconda volta, e forse per l'ultima fase dell'iter di approvazione, il ddl che introduce il reato di tortura nell'ordinamento italiano. All'ordine del giorno dei lavori della commissione Giustizia di martedì e mercoledì prossimi c'è la discussione generale del testo licenziato dalla Camera il 9 aprile scorso.
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