di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 19 aprile 2015
Due recenti decisioni della Corte di Strasburgo hanno avuto uno spazio molto ampio nelle cronache italiane recenti: quella sulle violenze nella caserma Diaz in occasione del G8 di Genova e quella sul caso Contrada e sulla indeterminatezza del reato di concorso esterno m associazione mafiosa Si tratta di due sentenze che hanno rafforzato l'idea, sempre più diffusa, che a fronte della mancanza di sensibilità dei giudici italiani al tema del rispetto dei diritti fondamentali, via sia comunque un Giudice a Berlino (anzi a Strasburgo) capace di dare giustizia a tutti.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 19 aprile 2015
Fa un certo effetto contemplare il dottor Bruti Liberati e il dottor Pignatone, rispettivamente Procuratore della Repubblica di Milano e di Roma, dialogare insieme davanti a giornalisti e telecamere, proponendo modifiche, integrazioni, aggiustamenti di vario genere al disegno di legge sulle intercettazioni. E ciò non perché non siano bravi o perché non siano interessanti o convincenti le loro osservazioni o, ancora, perché debbano essere estromessi dal dibattito pubblico per una qualche oscura motivazione.
di Pietro De Leo
Il Tempo, 19 aprile 2015
E intanto alcuni pm vorrebbero impedire la pubblicazione dei verbali sui giornali.
Non sorprende che una parte della stampa si stracci le vesti, gridando al "bavaglio", di fronte alle proposte come quella dei due procuratori Pignatone (Roma) e Bruti Liberati (Milano) per mettere fine all'orgia della diffusione mediatica delle intercettazioni.
di Andrea Ossino
Il Tempo, 19 aprile 2015
"La disciplina esiste ma non sempre viene rispettata. Mi riferisco alla pubblicazione responsabile" afferma il Presidente di Magistratura indipendente, Giovanna Napoletano, in merito alle norme che regolano le intercettazioni. "Il problema attiene alle conversazioni che non hanno rilevanza con l'indagine ma che hanno una portata dal punto di vista etico e morale disdicevole". Oggi, presso la corte di Cassazione, si terrà l'assemblea generale straordinaria, convocata su richiesta di Magistratura indipendente. "Le intercettazioni non saranno un argomento previsto all'ordine del giorno. A titolo personale posso affermare che sono strumenti investigativi ormai non più sostituibili" continua il magistrato.
www.ilfarmacistaonline.it, 19 aprile 2015
Ritardi e inadempienze di Stato e Regioni. Soprattutto per l'erogazione dei fondi necessari all'ampliamento degli organici nei dipartimenti di Salute Mentale. Livelli di sorveglianza da intensificare e consulenze tecniche da ridisegnare contro i tentativi di inganno per evitare il carcere. La Società di Psichiatria a convegno per valutare tutti i rischi e i problemi del passaggio dagli Opg alle strutture alternative .
"Sussistono pochi dubbi che il soggiorno in una delle nuove residenze (Rems) che stanno iniziando a sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge, sia decisamente migliore della permanenza in cella. Questo dettaglio è solo la punta di un iceberg che nasconde molte problematiche e criticità attuative non risolte dalla nuova legge sulla chiusura degli Opg". La denuncia arriva da Brescia, dove si è aperto oggi il convegno promosso dalla Società Italiana di Psichiatri, dalla Procura Generale di Brescia, dagli Spedali Civili di Brescia e dall'Università degli Studi di Brescia per fare il punto sull'applicazione della legge e sull'importanza del rapporto tra medici e giudici.
Ritardi e inadempienze dello Stato e delle Regioni soprattutto per quanto riguarda l'erogazione dei fondi necessari al previsto ampliamento degli organici - "che risulta tanto più pesante se si considerano il ben noto e comune sottodimensionamento del personale di molti Dipartimenti di Salute Mentale: oggi si viaggia in alcuni casi al 50% circa del necessario", la necessità di ridefinire il tema della pericolosità sociale, di riorganizzare l'assistenza psichiatrica in carcere, e soprattutto di rivedere e rimodellare la consulenza tecnica in psichiatria. Queste le principali criticità denunciate nel corso dell'evento.
"Tutto questo - spiegano gli psichiatri della Sip - per garantire sicurezza e cure adeguate ai malati veri, ma anche sicurezza ai cittadini". Dei circa 700 pazienti ancora ospitati negli Opg in questi ultimi mesi, infatti, una quota, presumibilmente compresa tra i 250 e i 400, verrà accolta nelle Rems, mentre la restante parte dei pazienti fruirà, come qualsiasi altro cittadino, dell'insieme dei servizi offerti dai Dsm. Ma il vero problema, secondo la Sip, sarà la gestione del futuro, soprattutto se si considera che nell'ultimo anno, già molti ospiti degli Opg, circa 800, sono stati liberati ed accolti nei Dsm. "Mancano infatti i fondi per la loro presa in carico da parte delle strutture territoriali".
"Superare gli Opg è un atto di civiltà - ha affermato Emilia Grazia De Biasi, Presidente della Commissione sanità del Senato. Ma sappiamo quanti muri ci sono ancora da abbattere tra gli operatori e la società e fra la società e le istituzioni. E quanti muri ancora da abbattere dentro di noi, sapendo che il dolore dell'anima è un grande dolore. Non ci sono farmaci possibili, il dolore dell'anima è quello che porta a perdere se stessi, e io credo che, tra i tanti significati e i tanti sensi che possono avere la politica e le Istituzioni, c'è anche quello di favorire strumenti che consentano alle persone di non trasformare il dolore in aggressività, riconoscerlo per quello che è e, insieme, aiutarsi. Che, forse, è anche la chiave per questo Paese per uscire dalla crisi".
"Siamo di fronte ad una legge condivisibile nei suoi principi - spiega Emilio Sacchetti, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della AO Spedali Civili di Brescia e presidente nazionale della Società Italiana di Psichiatria - ma che va però resa operativa, dotata di risorse, e portata a regime in breve tempo. Tutto questo non è ancora avvenuto per intero, non solo perché siamo ancora nell'inevitabile fase di rodaggio ma anche perché restano insoluti i problemi della carenza di fondi ed è sempre più evidente che una buona applicazione della legge comporta una revisione più generale di vari temi medici e legali connessi ai rapporti tra reati, disturbi mentali e loro cura. In primo piano a questo riguardo c'è la necessità di creare una buona assistenza psichiatrica in carcere.
Qualsiasi previsione di superamento degli Opg che non scalfisca in maniera apprezzabile anche l'assistenza psichiatrica in carcere è espressione di un pensiero irrealistico. Inoltre è fondamentale rivedere il concetto di pericolosità sociale, l'individuazione di linee guida chiare che regolamentino possibili conflitti di interesse tra il consulente tecnico e lo specialista che opera all'interno della struttura carceraria. In questo senso la collaborazione con le procure e con il ministero di Grazia e Giustizia è fondamentale".
"In generale credo sia indispensabile salvaguardare tutto quanto sia recuperabile dal punto di vista medico e umano per delle persone che si trovano in condizioni di salute molto particolari - ha detto Pier Luigi Maria Dell'Osso, Procuratore Generale della Repubblica, Corte d'Appello di Brescia -. Con la nuova legge si dovranno trovare moduli operativi nuovi, che riescano, in sintonia, a garantire la salute del malato e la sicurezza dei cittadini. Da un lato, quindi, vanno approntanti tutti i possibili presidi medici per chi ha incapacità di intendere e di volere, al contempo vanno anche garantiti i diritti dei cittadini di sicurezza e legalità".
"L'obiettivo di una azienda ospedaliera come una nostra - ha aggiunto Ezio Belleri, direttore generale degli Spedali Civili di Brescia - è proprio quello di anticipare le problematiche e di avviare preventivamente confronti su temi importanti, come questo. Alla luce della nuova legge, la componente medica e quella legale, devono rivedere molti punti del loro modo di agire e interagire. In gioco ci sono concetti molto delicati: rivedere l'assistenza psichiatrica nelle carceri (molto richiesta dalle strutture), trovare nuove regole per definire il concetto di pericolosità sociale, e rivedere l'impostazione delle perizie psichiatriche, che devono decidere ciò che è malattia e ciò che è delinquenziale".
I punti caldi, secondo la Sip, sono in effetti molti: dalla necessità di una formazione ad hoc del personale carcerario all'adeguamento degli standard strutturali di sicurezza; dal bisogno di livelli più intensi di sorveglianza all'inserimento di percorsi di riabilitazione psichiatrica. Anche nel campo delle cure è fondamentale un monitoraggio costante dell'aderenza alle terapie e il coinvolgimento dei Sert. "Importantissimo anche uno screening approfondito delle patologie, per separare i casi incidenti da quelli alla ricerca di vantaggi secondari. Infine devono essere trasferite al carcere, tout court, le linee guida diagnostico-terapeutiche utilizzate dai Dsm, con la messa a punto di specifiche linee guida diagnostico-terapeutiche dedicate all'agitazione psicomotoria e all'aggressività rivolta contro se stessi e/o agli altri".
"Per rendere sistematica la messa in atto di queste necessità - ha spiegato Sacchetti - è necessario anche ridefinire il concetto di pericolosità sociale. E il superamento degli Opg è un ottima occasione. Due sono i punti chiave da considerare. Il primo che l'attribuzione della pericolosità sociale per motivi psichiatrici non poggia su certezze ma su presunzioni (spesso grossolane ed effimere), dal momento che sono molte le variabili esterne più o meno o controllabili che entrano in gioco.
Il secondo, molto sottile e suscettibile di falsificazioni, è la linea che separa la libera scelta delinquenziale da quella condizionata dalla presenza di disturbo mentale. Ciò implica la necessità di recuperare con forza la lezione della clinica, dando maggior spazio soprattutto ai percorsi diagnostici e terapeutici pregressi, a scapito della tendenza non sopita a privilegiare interpretazioni poco basate sull'evidenza, arbitrarie e, talvolta, fantasiose. Quindi è fondamentale ridisegnare il modello attuale della consulenza tecnica in psichiatria adeguandolo a questi punti".
E sono molte le criticità in questo campo, ora che sono stati superati gli Opg: "I tentativi di predeterminare gli esiti di una consulenza tecnica grazie ad un adeguato addestramento probabilmente aumenteranno", secondo Sacchetti. "È infatti evidente che il gap tra la posizione di carcerato con o senza problemi psichiatrici e quella di autore di reato a causa di un qualche disturbo mentale, si è acuita a tutto vantaggio della seconda proprio grazie alla chiusura degli Opg. Sussistono pochi dubbi che il soggiorno in una Rems o in una struttura afferente al Dsm sia decisamente migliore della permanenza in cella".
Il Velino, 19 aprile 2015
L'appello: "Dopo due anni di discussioni in Parlamento il Paese non può più attendere. Non regalate altro tempo ad eco-mafiosi ed eco-criminali"
"Stop a qualsiasi ipotesi di modifica, il Ddl sui reati ambientali deve essere approvato nelle prossime settimane in via definitiva, senza cambiare neanche una virgola. Ai deputati chiediamo perciò un atto di responsabilità nei confronti del Paese, dell'ambiente, della salute dei cittadini, dell'economia sana e delle imprese oneste, che non possono più aspettare dopo 21 anni di attesa. Approvare questo provvedimento significherebbe fermare gli eco-mafiosi e i ladri di futuro, aprirebbe una nuova era in cui chi inquina pagherebbe davvero, fermerebbe la concorrenza sleale e si darebbero nuove speranze al Paese. Modificarlo e farlo tornare al Senato dopo due anni di discussioni in Parlamento, con il serio rischio di vederlo affossare, sarebbe solo un grande regalo alle ecomafie e all'eco-criminalità.
È arrivato il momento di scrivere la parola fine al suo iter parlamentare con l'approvazione definitiva alla Camera". È questo in sintesi il messaggio lanciato oggi pomeriggio dalle 25 associazioni firmatarie dell'appello "In nome del popolo inquinato: subito i delitti ambientali nel codice penale", promosso da Legambiente e Libera, che oggi pomeriggio hanno organizzato un sit-in davanti a Montecitorio e al quale hanno partecipato anche diversi deputati.
Tra i presenti in piazza: i tre deputati primi firmatari del Ddl ora in discussione alla Camera, in terza lettura, Ermete Realacci (Pd), Salvatore Micillo (m5s) e Serena Pellegrino (Sel), inoltre il presidente della Commissione giustizia Donatella Ferranti, Alfredo Bazoli relatore del provvedimento, Chiara Braga, responsabile ambiente del Pd, Raffaella Mariani (Pd), Giovanna Sanna (Pd), Pippo Civati (Pd), Miriam Cominelli (Pd), Filiberto Zaratti (Sel), Adriano Zaccagnini (Sel), Gianni Melilla (Sel), Giulio Marcon (Sel), Arturo Scotto (Sel), Alberto Zolezzi (m5s), Massimo De Rosa (m5s).
"Dopo il via libera della Commissione Ambiente della Camera che non ha proposto modifiche al testo - spiegano Stefano Ciafani, vice presidente nazionale di Legambiente ed Enrico Fontana coordinatore nazionale di Libera - ci auguriamo che nei prossimi giorni anche in Commissione Giustizia avvenga lo stesso, in modo tale che il 27 aprile si possa garantire il voto definitivo dell'Aula. Purtroppo in queste ultime settimane non sono mancate le pressioni e le critiche da fronti opposti per chiedere ulteriori modifiche al testo.
Se passassero farebbero tornare il provvedimento nuovamente in Senato per un quarto passaggio parlamentare, dove rischierebbe di essere affossato definitivamente, viste le tante difficoltà emerse nella estenuante discussione fatta a Palazzo Madama. Ieri, tra l'altro, sono scaduti i termini per presentare gli emendamenti in Commissione Giustizia e Pd, M5s e Sel, partiti che hanno promosso il Ddl, non ne hanno presentanti. Questa è una buona notizia e speriamo che ora facciano lo stesso sia il relatore sia il Governo.
Ci auguriamo - aggiungono Ciafani e Fontana - che i deputati guardino ai punti di forza di questo Ddl, che introduce finalmente nuovi delitti ambientali come ad esempio l'inquinamento, il disastro ambientale o il traffico di materiale radioattivo, che sarebbero sanzionati adeguatamente per la loro gravità. Ci sarà tempo e modo per migliorare ulteriormente il testo con provvedimenti successivi all'approvazione definitiva del Ddl alla Camera. È giunto il momento che ciascuno si assuma le proprie responsabilità davanti al Paese". Il "pressing" su Governo e deputati da parte delle 25 associazioni firmatarie dell'appello "In nome del popolo inquinato: subito i delitti ambientali nel codice penale" continuerà senza sosta anche nelle prossime settimane, come già annunciato nella lettera aperta inviata nei giorni scorsi al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ai Ministri Andrea Orlando e Gian Luca Galletti, ai Presidenti di Commissione Donatella Ferranti, Ermete Realacci e Alessandro Bratti, al relatore Alfredo Bazoli e ai parlamentari della Camera dei deputati.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 19 aprile 2015
Ha avuto grande spazio sui giornali la decisione di Marco Tronchetti Provera di rinunciare alla prescrizione nel processo d'appello in corso a Milano. L'ex capo di Telecom era stato condannato in primo grado ad un anno ed otto mesi per ricettazione. Trattandosi di fatti commessi nel 2004, la prescrizione era intervenuta già lo scorso settembre, rendendo di fatto inutile lo svolgimento del processo di secondo grado.
Ma Tronchetti Provera, come riportato sul Corriere della Sera da Luigi Ferrarella, sempre ben informato sulle vicende del Palazzo di giustizia milanese, vuole "che i fatti siano accertati". Ritenendosi innocente, considera "moralmente inaccettabile" che cali l'oblio della prescrizione sulla condanna di primo grado. Non entro nel merito delle accuse, che non conosco, mosse a Tronchetti Provera. Mi permetto però di dire che la scelta di rinunciare alla prescrizione dimostra, senza ombra di dubbio, grande carattere e, soprattutto, coraggio.
È l'orgoglio ferito di un imprenditore che non accetta che la sua storia professionale sia infangata da una condanna per una reato che normalmente commette chi rivende le autoradio rubate al mercato di Porta Portese e non un capitano d'industria ai vertici di uno dei più grandi gruppi di telecomunicazioni europeo. Fatta questa premessa, ritengo che si debbano fare alcune considerazioni.
Tralasciando quanto, soprattutto su questo giornale, è stato scritto in tema di prescrizione del reato, norma di diritto sostanziale prevista già dal fascismo che il governo Renzi sotto la spinta del partito dei pubblici ministeri e della stampa forcaiola che li fiancheggia ha voluto stravolgere, rendendo eterni i processi per i reati commessi dal pubblico ufficiale (20 anni, ad esempio, per la prescrizione del reato di concussione), considero il gesto di rinunciare alla prescrizione uno "sfizio" che solo chi nella vita ha avuto tutto può permettersi. E spiegherò perché.
Affrontare un processo sine die, magari per sopperire a condotte dilatatone del pubblico ministero che ha atteso anni prima di esercitare l'azione penale, ben consapevole della totale impunità, anche sotto l'aspetto disciplinare non essendo per lui previste sanzioni, a differenza del giudice che ritarda il deposito di una sentenza (su questo aspetto la Commissione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura è inflessibile), non è cosa per tutti. Solo chi non ha bisogno di lavorare, e non deve lavorare, può permettersi di diventare un imputato in servizio permanente effettivo. Per affrontare un processo penale senza limiti temporali servono tre fondamentali presupposti. Che provo a riassumere,
Grande disponibilità di denaro, in quanto gli avvocati costano. È sufficiente un rapido sguardo all'ultimo tariffario forense per rendersi conto che il diritto di difesa in Italia è un lusso che non tutti possono permettersi. Si tratta di soldi a fondo perduto perché in caso di assoluzione non è previsto che lo Stato risarcisca le spese affrontate. A differenza, ad esempio, di quanto accade in Gran Bretagna. Grande disponibilità di tempo per presenziare alle udienze, alle riunioni con gli avvocati, alla lettura degli atti d'indagine. Tutto tempo che viene, per forza di cose, tolto al lavoro e alla famiglia.
Grande forza psico-fisica per reggere lo stress di un processo che, come diceva Carnelutti, è già una pena. Frequentare le aule di giustizia non è come frequentare il circolo del Bridge. Proprio per questi motivi i casi di chi rinuncia alla prescrizione sono più unici che rari. Nessuno ha voglia di restare "impantanato" per la vita nel processo infinito. Uno che ha rinunciato alla prescrizione è il generale dei Carabinieri Mario Mori, già comandante del Ros e direttore del Sisde, persona a cui va tutta la mia stima, il quale a quasi settantasei anni invece di godersi la meritata pensione sta affrontando quella giostra giudiziaria che è il processo alla Trattativa Stato - Mafia. Ma Mario Mori, per il quale il processo è diventato la forma stessa della sua vita, è la conferma di quanto scritto in precedenza.
È in pensione, ha risorse economiche sufficienti, dopo essere stato ai vertici degli apparati di sicurezza del Paese, per gestire una difesa in un processo incredibile come quello di Palermo. Probabilmente se fosse stato in servizio si sarebbe comportato diversamente. Si ricordi, infatti, che per un militare è sufficiente il rinvio a giudizio per essere estromesso dall'avanzamento. Come può conciliarsi la legittima aspettativa di progressione di carriera con i tempi infiniti del processo qualcuno dovrebbe spiegarlo.
Anche perché il risarcimento postumo in caso di assoluzione dopo vent'anni non serve a nessuno. La vita, ormai, è trascorsa e non si può tornare indietro. Purtroppo, per "sopravvivere", essendo puntualmente disatteso il secondo comma dell'articolo 111 Costituzione, bisogna accettare la prescrizione. Anche obtorto collo. Come disse Giulio Andreotti parlando di se dopo che il reato di associazione a delinquere si era prescritto: "Meglio di niente. Ce ne faremo una ragione".
Tempi, 19 aprile 2015
"La prigione è un baratro di miserie, bisogni, solitudini. O ti iscrivi all'università del crimine o trasformi la detenzione in opportunità di cambiamento". Lettere dalla "fraternità" del carcere di Busto Arsizio. Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola.
Sul settimanale Tempi della scorsa settimana (numero 15), abbiamo pubblicato la lettera degli amici del giornale Voce Libera - redatto dai detenuti della Casa circondariale di Busto Arsizio - che ci hanno comunicato l'adesione della "Fraternità del carcere" al manifesto Ragione Verità Amicizia.
"Noi, gente di galera, guardando e osservando quello che succede fuori evitiamo il rischio di subire la deformazione del "dentro". Così succede, come oggi, di riconoscerci nello spirito del manifesto stesso. Siamo alla ricerca di orizzonti alternativi, nei limiti delle scelte possibili, nel momento in cui la parola orizzonte è svanita dalla dialettica comune.
La nostra sete di sapere stride con il contesto in cui viviamo: un deserto di solitudini e convivenze forzate. Ma lentamente la libertà viene ritrovata non all'esterno, bensì nel cuore della prigione; (...) la tentazione di essere felici incombe. Il carcere mi pare il luogo perfetto per illustrare l'intreccio di contraddizioni che contraddistingue la nostra esistenza, per questo anche noi sottoscriviamo. Un forte abbraccio". Dopo la lettera, sono arrivati i testi che riportiamo di seguito. Sono riflessioni scritte dai detenuti stessi. Dentro c'è un po' di tutto: nostalgia, rabbia, speranza, angoscia, fiducia, tormento, luce.
Quanto più sarà viva l'attenzione della società, quanto più ci saranno persone disponibili a operare a favore della crescita in umanità nelle carceri, tanto più si potrà riaccendere nei detenuti la fiducia di ritrovare una dignità e onorabilità, la forza di sognare e costruire un futuro, la volontà di realizzare un reinserimento positivo nella società. Molti personaggi importanti hanno gridato allo scandalo per le condizioni delle loro celle, ma nessuno ha mosso un dito contro quello sconcio una volta riacquistata la libertà. Il nostro rapporto con il carcere è sbagliato, ipocrita e controproducente.
Claudio
Appollaiato al terzo piano del letto a castello, ascolto alla radio l'intervista al presidente del Consiglio Renzi che riprende le parole del ministro della Giustizia sul tema della giustizia e delle carceri. Quando sento il premier affermare che amnistia e indulto non sono più necessarie in quanto il problema del sovraffollamento carcerario è stato risolto, ho un sobbalzo.
Ma scordavo di essere a soli trenta centimetri dal soffitto quindi prendo una testata che mi fa vacillare. Barcollando scendo dalla branda, mi guardo intorno ma non noto differenze sostanziali rispetto all'anno scorso: la dimensione della cella non è mutata e il numero di occupanti nemmeno. Però statisticamente il numero di detenuti è diminuito, e questo è quello che conta. Mi ricorda molto la faccenda del pollo di Trilussa. È pur vero che se siamo in dieci e abbiamo a disposizione cinque polli, statisticamente ce ne spetta mezzo a testa. Ma è altrettanto vero che se qualcuno si è pappato un pollo intero, statisticamente io resto con la pancia vuota. Bisogna sempre guardare con diffidenza alle statistiche.
Claudio
Guardo indietro e, nonostante siano stati anni lunghi e pesanti, mi sembra che il tempo sia passato rapido. E mentre ogni cosa nella cella resta ferma, non è così nella mia vita, perché è vero che dipendo dal volere degli altri, però, per vivere, devo metterci la mia volontà. Il carcere, così com'è concepito, pone l'individuo di fronte a un bivio: può divenire università del crimine (con i vari corsi di specializzazione), oppure rappresentare una pausa di riflessione che consente prima di tutto di fare pace con se stessi smettendola di farsi del male, e poi di dare la sterzata decisiva. La prima strada è facile da percorrere, basta lasciarsi trasportare dalla corrente. Le sezioni abbondano di "malati di malavita" che esibiscono fieri la quantità di anni trascorsi in galera, quasi fossero medaglie da appuntare al petto, e fanno proseliti soprattutto tra i giovani che ne subiscono il fascino maledetto fino a diventarne succubi.
L'alternativa è molto più impegnativa, perché ci vogliono coraggio, determinazione e forza d'animo per riuscire a trasformare la detenzione in opportunità di cambiamento. Ci vuole soprattutto volontà. Andare controcorrente richiede energia per superare la fatica quotidiana dell'essere "diversi", significa combattere contro le regole non scritte del bravo galeotto, vuol dire anche capire e rendersi conto che la quotidianità non può essere trascorsa nell'ozio a progettare nuovi reati, e nemmeno a lustrare le medaglie dei cattivi maestri.
Il carcere è un baratro di miserie, bisogni e solitudini, ma si può ricominciare sempre e dovunque, anche da qui. Quando "da dentro" capiremo che dobbiamo cambiare le regole, allora potremo pretendere di demolire gli stereotipi dell'immaginario comune che alimentano la diffidenza della società civile rispetto al pianeta carcere. Mi considero un cavallo pazzo, quando mi sono trovato al bivio ho scelto la strada più ripida, consapevole, come ha scritto qualcuno, che "solamente quando non avrai più bisogno dell'approvazione degli altri, potrai dire di essere veramente una persona libera".
Soimosan
Recentemente papa Francesco ha nuovamente affrontato con coraggio il tema delle vittime di abusi da parte dei servitori della Chiesa: "Bisogna saper ascoltare le vittime, è un'occasione preziosa per la via del perdono". Affermazioni che arrivano in un momento particolare, perché giungono in concomitanza con l'occasione che ci è stata offerta in carcere di partecipare a un incontro di un'intensità devastante.
Claudia e Irene, la vedova di un carabiniere e la madre dell'assassino, sedute l'una accanto all'altra a raccontarci il percorso che le ha fatte incontrare passando attraverso rabbia, dolore, odio e, infine, perdono. Un perdono totale e profondo, che si è spinto oltre il confine dell'umana pietas. Quando si ascoltano le vittime ci si rende conto che sono inadeguate le parole con le quali parliamo dei reati e della sofferenza. Le parole sono appuntite, irritano, feriscono. Dovremmo imparare a farlo in punta di piedi. È complesso conciliare il rispetto per chi è privato della libertà con il bisogno delle vittime di veder riconosciuto il proprio diritto a non essere offese di nuovo dalla disattenzione, dal silenzio distratto della società. È un equilibrismo che dovrebbe portare alla consapevolezza che l'odio non porta a nulla. Un confronto che può solo fare del bene, anche dentro la sofferenza. Claudia e Irene hanno fondato l'associazione AmiCainoAbele che vuole promuovere la cultura della riconciliazione, una grande lezione di vita.
Claudio
Parafrasando Bertolt Brecht direi: "Sono seduto dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono occupati". Tuttavia non faccio parte della nutrita schiera di coloro che si sentono vittime della giustizia; sono "solo" vittima di me stesso, dei miei errori, di scelte sbagliate e fiducia mal riposta. Non ci sono migliaia di fan disposti a firmare una petizione per farmi tornare libero, in compenso ho una famiglia meravigliosa che, pur non condividendo le scelte di vita che alla fine mi hanno portato in carcere, non mi ha mai abbandonato per un solo istante, facendosi carico di una sofferenza immeritata. Sono loro sono i miei veri fan, la mia forza interiore.
Per questo mi sento libero anche se pare una contraddizione. Sono libero di continuare a sperare in un futuro migliore, libero di pensare, leggere, scrivere, cucinare, pulire. Sono libero di offrire il mio tempo agli altri, a chi ne ha più bisogno. Sono un "diversamente libero", ma fortunatamente la mia non è una disabilità e quindi non ha bisogno dell'altrui compassione, perché presto o tardi le porte si apriranno nuovamente e io ne uscirò arricchito e fortificato da quella che considero la prova più difficile che la vita mi abbia riservato.
Carlo
Il tempo della mia detenzione è scandito dai nuovi modelli di iPhone. L'ho visto, era appena stato immesso nel mercato, e siamo già alla versione 6. Ogni tanto penso agli sventurati che ho incontrato durante il tour delle carceri. Qualcuno di loro non ha mai toccato le banconote in euro perché quando sono entrati in galera c'era ancora la lira, e non è escluso che quando usciranno esistano solo transazioni elettroniche. Una cosa è certa: non sono questi i rimpianti. È ben altro quello che abbiamo perso.
Claudio
No, non dimentico il sudore versato per ottenere ciò che ho avuto. Non scordo nemmeno dove sono cresciuto, gli errori che ho fatto, pagato e che ancora mi perseguitano. Ma non è la fine del mondo. Ogni giorno, quando mi sveglio e sto bene, il sole illumina la mia speranza. Ora ho la forza e la costanza per lottare, ho paura ma non tremo; è come un incendio, ma buttando acqua prima o poi lo spegnerò. Il calore di questo fuoco brucia, ma non mi uccide. Mi crea un fastidio incredibile, ma sopportabile. È stato dolce vivere una vita tranquilla, così dolce che non posso dimenticarla, e per questo mi aggrappo con tutte le mie forze ai bei ricordi. Questo è solo il passaggio dal purgatorio, e non tornerò a essere quello di prima, ma sono e sarò quello di ora. Sono le cose più piccole che valgono e insegnano, e dove c'è il cuore li sarà casa mia, nei miei più bei ricordi il più bello sei tu, mia dolce libertà.
Issam
Il tempo, a volte, è nemico. Bisogna saper attendere con calma anche il più piccolo cambiamento. Correre senza avere i freni adeguati può essere molto pericoloso, figurarsi poi se i freni proprio non esistono. Non mi riferisco a nulla in particolare se non alla dimensione in cui viviamo oggi. Noi siamo un punto di una linea infinita nel quale tutto scorre senza fermarsi mai. Per quanto si voglia modificare questo status le probabilità di riuscita sono molto basse.
Si possono innalzare piccole dighe per cambiare il percorso di una persona, così come fanno i castori in natura. Dobbiamo diventare tutti dei piccoli castori per trovare la nostra strada? Probabilmente sì, questa è la giusta via! I castori sono dei professionisti dell'ingegneria fluviale e la dimensione in cui viviamo è come un fiume i cui argini sono troppo alti per andare a riva.
Pensieri troppo astratti, ma non troppo, forse, se pensiamo a quanto possa essere difficile oggi trovare concretezza nella realtà quotidiana. La realtà non si affronta da soli e infatti i castori sono un grande esempio di solidarietà operativa incredibile. Inoltre, a pensarci bene, si nutrono della polpa della corteccia degli alberi che si trova ancora facilmente nonostante il selvaggio disboscamento ad opera dell'uomo. Unico problema: i castori saranno felici di essere simili a noi?
Carlo
Italpress, 19 aprile 2015
"La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari rappresenta un vera sfida per Regione Lombardia, che sono certo riusciremo a vincere, come sempre". Lo ha detto il vice presidente e assessore alla Salute di Regione Lombardia Mario intervenendo al convegno Superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ed oltre: psichiatri e giuristi a confronto, nell'Aula Magna del Complesso Universitario di Medicina e Chirurgia, a Brescia. "All'inizio del 2010 - ha spiegato il vice presidente - erano circa 1.400 le persone negli Opg italiani, assistite per la maggior parte in condizioni non appropriate, con la sola eccezione di Castiglione delle Stiviere (Mantova) già organizzato con modello sanitario".
"Il processo di superamento degli Opg - ha ricordato Mantovani - si è avviato tra il 2007 e il 2009 in concomitanza con il trasferimento delle competenze di tutta la sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia alle Regioni, tramite norme specifiche. Le leggi 9 del 2012 e 81 del 2014, hanno accelerato il processo in corso, imponendo scadenze imprescindibili per la chiusura degli Opg (31 marzo 2015) e prevendo finanziamenti ad hoc sia sul fronte dell'edilizia sanitaria sia per l'assunzione di nuovo personale".
"Purtroppo - ha evidenziato Mantovani - ci sono problemi ad adeguarsi al nuovo sistema indicato dalle disposizioni legislative. Infatti, a Castiglione delle Stiviere l'attivazione delle Rems è in fase di avvio, in quanto sono presenti attualmente circa 220 pazienti, 90 dei quali residenti in Regioni non ancora pronte alla presa in carico dei propri pazienti; ciò significa che fino a quando questo numero non scenderà sotto i 160, come previsto dalla legge, non sarà possibile disporre dei requisiti richiesti per le Rems provvisorie.
"Il programma della Regione Lombardia - ha aggiunto - prevede la realizzazione di 8 Rems, delle quali 6 attraverso la riqualificazione dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere della Azienda C. Poma di Mantova, e altre due attraverso il recupero di un edificio ora inutilizzato di proprietà della Azienda Ospedaliera "Guido Salvini" di Garbagnate Milanese. Il programma relativo è stato già spedito al Ministero della Salute".
"Visto che la nostra Regione - ha continuato l'assessore - è stata considerata come la realtà italiana che meglio affronta la situazione della dismissione degli Opg, abbiamo accolto la proposta di formulare un piano pilota che preveda un'analisi epidemiologica di quello che avviene su tutti i dimessi in Lombardia. Infatti, dei 110 dimessi nel 2014 da Castiglione delle Stiviere, solo 10 sono tornati in famiglia, mentre gli altri sono stati collocati in strutture territoriali, altre residente psicoterapeutiche etc. È evidente che ci debba essere un controllo della destinazione dei pazienti, una volta dimessi, e il nostro progetto, che una volta affinato potrà essere esportato a livello nazionale, punterà proprio a far luce su questo aspetto".
"Nonostante non siano ancora arrivati i 32 milioni di euro che lo Stato deve trasferirci per gli interventi necessari alla fase di transizione - ha concluso Mantovani. Regione Lombardia, comunque, ha già approvato la delibera per l'integrazione del personale della struttura di Castiglione delle Stiviere ai fini della gestione delle 8 Rems provvisorie, che prevede l'assunzione di 39 infermieri, 7 psichiatri, 7 psicologi e 4 educatori o tecnici della riabilitazione psichiatrica. Questo dimostra che l'argomento ci sta a cuore e che la Lombardia come al solito, sta facendo la propria parte".
www.ottopagine.it, 19 aprile 2015
Pietro Bassi, detto Bobby Solo era detenuto a Bellizzi. Drammatica la vicenda accaduta all'ultimo reduce dell'organizzazione mafiosa capeggiata da Salvatore Anacondia, storico boss della mafia Nord barese, di cui Bassi era l'indiscusso braccio destro.
Il 57enne Bassi Pietro, noto con lo pseudonimo di "Bobby solo", già condannato per il reato di duplice omicidio e di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estradato dall'Olanda ove era stato catturato su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, dopo un lungo periodo di detenzione nella Casa Circondariale di Bellizzi Irpino era stato da poco trasferito nel Carcere di Frosinone. L'approssimarsi di un nuovo processo penale, da celebrarsi nel tribunale di Trani, aveva ingenerato nell'uomo un profondo stato di angoscia.
E così il 25 marzo 2015, dopo aver rinunciato a comparire all'udienza dibattimentale fissata agli inizi di aprile per la sola discussione dinanzi al tribunale di Trani, salito in cella ed approfittato del fatto che gli altri detenuti erano usciti per l'ora d'aria, ha tentato di suicidarsi impiccandosi con le lenzuola legate alla grata della finestra. Il detenuto ha penzolato per circa una quarantina di secondi fino a quando gli insoliti rumori sentiti dal vicino di cella e l'allarme dato, hanno consentito il provvidenziale intervento degli agenti di Polizia penitenziaria.
Bassi è stato immediatamente trasportato in gravissime condizioni nell'ospedale di Frosinone dove tutt'ora si trova in stato di coma.
Sconvolto il legale di fiducia del Bassi, l'avvocato penalista Rolando Iorio, che non ha avuto neanche la soddisfazione di poter comunicare al proprio assistito, che versa in uno stato di coma, l'esito del processo penale celebratosi dinanzi al Tribunale di Trani, Presidente Dott. D'Angeli, che ha mandato assolto Bassi con formula piena perché il fatto non sussiste. "Questa vicenda" ha commentato il legale, "accende ancora una volta la luce sulla drammatica condizione dei detenuti nel nostro Paese, spesso costretti a vivere in condizioni insopportabili, vittime di pregiudizi e ritenuti colpevoli già prima della celebrazione dei processi".
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