di Giuseppe Agliastro
La Stampa, 13 giugno 2019
Scene di ordinaria repressione politica hanno sconvolto ieri la Russia, dove le difficoltà economiche stanno contribuendo a riaccendere le proteste e ad affossare lentamente la popolarità di Putin. A Mosca, la polizia ha soffocato con centinaia di fermi un corteo pacifico a sostegno del reporter anticorruzione Ivan Golunov, arrestato per spaccio di droga e poi liberato perché l'accusa si era di fatto rivelata una trappola per incastrarlo.
Tra i dimostranti portati in commissariato c'è anche Aleksey Navalny, il più carismatico tra i leader dell'opposizione. Il numero esatto dei fermati non è chiaro. Il ministero dell'Interno riferisce di oltre 200 persone trascinate nelle camionette della polizia. Ma secondo l'ong Ovd-Info sarebbero più di 400. In picchiata Sotto un cielo grigio e nonostante la leggera pioggia, almeno 3.000 persone si sono date appuntamento ieri in Piazza Turgenev.
Il corteo attraversa le vie del centro di Mosca mentre gli altoparlanti della polizia avvertono di continuo che la manifestazione non è autorizzata. Ma le proteste vietate spaventano sempre meno i russi. L'aumento dell'età in cui andare in pensione, il Pil che non decolla, l'inflazione alta e la riduzione dei salari reali alimentano il crescente malcontento. Il calo dei prezzi del greggio potrebbe peggiorare ulteriormente la situazione. Putin resta un leader popolare, ma lo è sempre meno. Nel 2015, l'86% dei russi approvava il suo operato. Ora, il 65%.
Da alcuni mesi anche la Russia profonda ha riscoperto le manifestazioni di massa. Ma Mosca resta la principale città del Paese anche in questo. "Liberate i prigionieri politici", urlava ieri un gruppo di giovani. Qualcuno indossava una maglietta con lo slogan simbolo di questi giorni: "Io, noi siamo Ivan Golunov". Inizialmente il corteo era stato organizzato per chiedere il rilascio del giornalista noto per le sue inchieste sulla corruzione nelle alte sfere delle istituzioni russe. Ma Golunov è stato strategicamente scagionato proprio la sera prima della manifestazione. "Per mancanza di prove", ha spiegato il ministro dell'Interno Kolokoltsev.
Per mettere fine a uno scandalo ormai di portata mondiale ed evitare altre proteste massicce, pensano diversi osservatori. Le false accuse La gente però è scesa in piazza lo stesso. Stavolta chiedendo alle autorità di mantenere quanto promesso: portare davanti a un giudice coloro che hanno cercato di rovinare Ivan Golunov.
Il ministro dell'Interno ha sospeso gli agenti che avevano arrestato il giornalista e minaccia di cacciare due generali. I poliziotti dicevano di aver trovato 3 grammi di droga sintetica nello zaino del reporter e poi 5 grammi di cocaina e vari strumenti da pusher nel suo appartamento. Ma tutto fa pensare a uno schema architettato per far finire dietro le sbarre un personaggio scomodo come Golunov.
La droga probabilmente l'avevano piazzata nello zaino e nell'appartamento gli stessi poliziotti, che hanno inoltre picchiato ferocemente Golunov fino a procurargli una sospetta commozione cerebrale. "Dobbiamo farci sentire ora, altrimenti continueranno a calpestare la Costituzione", dice il giovane Kirill. Poco dopo, interi plotoni di agenti in assetto antisommossa si lanciano contro chi manifesta. Afferrano e trascinano via con la forza chiunque gli capiti a tiro.
Anche alcuni cronisti. "Vergogna!" urla la folla. "Grazie per la sicurezza!" grida sarcasticamente una vecchietta. Chi è stato fermato rischia fino a 20 giorni dietro le sbarre. L'oppositore Navalny, che da anni esce ed entra dal carcere, ne rischia 30 perché è stato (erroneamente) identificato come uno degli organizzatori della protesta.
La Russia di Putin ha dimostrato ancora una volta di non avere alcun rispetto per le libertà fondamentali. Dura la condanna di Amnesty International: "Questi arresti arbitrari e spesso brutali - denuncia - sono un perfetto esempio della repressione crudele che ha giustamente spinto i manifestanti a scendere in strada".
La Repubblica, 13 giugno 2019
Il rapporto di Unicef. Notizie di bambini detenuti, reclutati per combattere e vittime di abusi sessuali. Scuole, ospedali e ambulatori utilizzati come obiettivi, saccheggiati e distrutti. Dal 3 giugno scorso in Sudan, almeno 19 bambini sarebbero stati uccisi e altri 49 feriti. A segnalare il forte impatto sui bambini e i giovani per le continue violenze e disordini nel Paese, è l'Unicef soprattutto per l'uso eccessivo della forza che sembra sia avvenuto contro manifestanti pacifici.
"Abbiamo ricevuto notizie di bambini detenuti - dice Henrietta Fore, direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia, con il mandato di tutelare i diritti di bambine, bambini e adolescenti - reclutati per partecipare ai combattimenti e vittime di abusi sessuali. Le scuole, gli ospedali e i centri sanitari sono stati utilizzati come obiettivi, saccheggiati e distrutti. Gli operatori sanitari sono stati attaccati solo perché facevano il proprio lavoro".
Uno stato di cose che induce molti genitori a non far uscire di casa i propri figli, impauriti dalle violenze, dalle possibili molestie e dall'illegalità diffusa e impunita. A questo si aggiunge la carenza di acqua, di cibo e di medicine un po' in tutto il paese, condizione che mette a rischio la salute e il benessere dei più piccoli. I bambini in Sudan stanno già portando il peso di decenni di conflitti, sottosviluppo cronico e scarsa capacità di governo.
Nonostante tutto - sottolinea una nota dell'Unicef - "di fronte a questa generale instabilità, il nostro lavoro per i bambini in Sudan continua. Stiamo fornendo a milioni di bambini, compresi quelli sfollati o rifugiati, vaccini, acqua sicura, cure per la malnutrizione acuta grave e supporto psicosociale".
"La violenza però deve terminare". L'organizzazione umanitaria chiede a tutti coloro coinvolti di proteggere i bambini sempre e tenerli lontani dai pericoli. Ogni attacco contro di loro, contro scuole o ospedali è una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L'Unicef, dunque, invita le autorità a consentire alle organizzazioni umanitarie di dare assistenza a coloro che ne hanno bisogno, anche attraverso l'accesso agli ospedali che sono off-limits o chiusi.
"Mi unisco al Segretario generale delle Nazioni Unite - conclude Henrietta Fore - nell'esortare le parti a proseguire un dialogo pacifico e a riprendere i negoziati sul trasferimento del potere a un'autorità di transizione a guida civile. I bambini del Sudan vogliono la pace. La comunità internazionale deve assumere una posizione ferma a sostegno delle loro aspirazioni".
agensir.it, 13 giugno 2019
Cinquanta detenuti politici liberati lunedì, altri 56 ieri, tra cui il direttore e la giornalista di "100% Noticias", Miguel Mora e Lucía Pineda, in carcere dal dicembre scorso con l'accusa di terrorismo e incitazione all'odio. Sono gli effetti della legge sull'amnistia approvata in Nicaragua dal Parlamento sabato scorso, con i soli voti della maggioranza sandinista e la contrarietà dell'opposizione riunita nel cartello dell'Alianza Cívica.
Secondo le opposizioni sono ancora 89 gli oppositori che si trovano in carcere. La legge è stata contestata perché viene presentata come un provvedimento di clemenza, peraltro previsto dai precedenti accordi raggiunti al tavolo del dialogo nazionale nei mesi scorsi, senza garantire le libertà e i diritti dei cittadini. La liberazione dei detenuti è stata comunque accolta in modo festoso ed è stata anzi l'occasione perché a Managua si formassero gruppi di manifestanti che chiedevano il ritorno a una piena libertà nel Paese. L'arcidiocesi di Managua, sui propri profili social, ha rilanciato una frase pronunciata domenica scorsa, in un colloquio con alcuni giornalisti, dall'arcivescovo, il card. Leopoldo Brenes: "Che escano dal carcere tutti i detenuti darà gioia a tutte le famiglie, speriamo che questa legge non le danneggi e che tutti coloro che sono stati privati della loro libertà possano vivere liberamente nel loro Paese".
di Carmelo Musumeci
osservatoriorepressione.info, 12 giugno 2019
Sto molto apprezzando l'iniziativa "Viaggio in Italia: la Corte Costituzionale nelle carceri". Il progetto è stato deliberato dalla Corte l'8 maggio 2018. Leggo che con la scelta del carcere, la Corte intende anche testimoniare che la "cittadinanza costituzionale" non conosce muri perché la Costituzione "appartiene a tutti".
Il Messaggero, 12 giugno 2019
I ministri della Difesa Elisabetta Trenta e della Giustizia Alfonso Bonafede firmeranno giovedì a Napoli un protocollo d'intesa per la cessione di immobili dal ministero della Difesa a quello della Giustizia.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 12 giugno 2019
Il Partito democratico non può eludere il tema. Il caso della sinistra danese, che ha vinto imitando la destra. Mentre sta iniziando il processo a Mimmo Lucano. L'afasia sui migranti dovrebbe avere i giorni contati in una sinistra che volesse tornare competitiva. Due eventi, lontani nello spazio ma assai ravvicinati per i tempi della politica, conducono a un bivio il Pd di Nicola Zingaretti e il "campo largo" che il nuovo segretario evoca assai spesso. La recente vittoria della socialdemocratica Mette Frederiksen in Danimarca e il processo all'ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, iniziato ieri in Calabria, proiettano universi simbolici e opzioni strategiche così forti e contrastanti da essere ineludibili per chiunque coltivi, sia pure non nel breve periodo, un progetto di governo alternativo all'attuale maggioranza che guida l'Italia.
Perché sarà anche vero che le migrazioni non sono il principale problema del Paese, delle nostre periferie e dei 15 milioni di cittadini che vivono in condizioni di "perifericità" geografica o sociale. Ma, per farne un argomento efficace in competizione elettorale, toccherà convincerne... la maggioranza degli italiani (a meno di non sostituire "brechtianamente" il popolo riottoso) o prendere atto che il problema c'è e non è affatto solo mediatico.
Pochi giorni fa un sondaggio Swg per La7 ha mostrato come ancora, nell'elettorato leghista, 7 su 10 considerino gli immigrati il nodo essenziale. La realtà cambia molto a seconda del punto di osservazione: vederla dalla genovese via Pré (dove è rimasta una sola commerciante italiana in tutta la strada), dalla torinese Barriera di Milano (dove i rari negozi italiani si segnalano col tricolore) o dalle borgate di Roma Est (dove si concentra gran parte dei centri d'accoglienza e campi rom attorno a case popolari al tracollo) è ben altra faccenda che contemplarla da un salotto tv o da un pensatoio sociopolitico. Roma ha circa tre milioni di abitanti e circa 360 mila stranieri (regolari) tra città e grande hinterland. Dunque, diremmo, uno straniero su dieci romani. Ma i romani che vivono in zone di disagio economico sono 950 mila. Dove graviteranno, verosimilmente, i 360 mila stranieri, nel centro storico della "sinistra Ztl" o nelle stesse zone dei 950 mila disagiati?
No, l'immigrazione non è la questione più grave. E tuttavia innerva ed enfatizza tutte le altre questioni, che pure le preesistono: dalla crisi abitativa a quella del welfare, dalla lentezza e corruzione delle burocrazie alla paralisi dell'ascensore sociale fino alle nuove manovalanze criminali. Ciò detto, non è certo un problema solo nostrano.
Il caso danese lo dimostra ampiamente. In un Paese che aveva una tradizione di accoglienza assai radicata ma anche notevoli difficoltà a tenere insieme integrazione e legalità, la sinistra di Mette Fredericksen è tornata a vincere, abbattendo di due terzi i consensi della destra. La ricetta di Mette tiene insieme forti elementi di socialdemocrazia classica in economia con una robusta svolta securitaria in materia di immigrazione. Forse per noi troppo robusta: un'isola dove confinare gli irregolari, secondo il modello australiano, è impensabile a sinistra ma indigesta, crediamo, anche per vaste aree dell'opinione pubblica cattolica.
Il punto però non sta nei singoli, pur controversi provvedimenti: sta nell'approccio. In Italia quello più rigoroso dell'ex ministro Pd Marco Minniti e, più di recente, del sindaco di Milano Giuseppe Sala (si pensi alla proposta di Daspo per i rom irregolari) ha sempre trovato silenzi imbarazzati nella parte politica dei proponenti. Stessa assenza di dibattito seguita alla svolta in Danimarca, da cui pure non sarebbero mancati spunti: la sinistra vince scimmiottando la destra o affrontando con pragmatismo le ragioni che alla destra danno la vittoria?
Tifo vociante ma confuso circonda invece Mimmo Lucano, simbolo del gauchismo più radicale che si va trascinando dietro anche parte del Pd attuale (Minniti al Viminale fu il primo ad accendere un faro sulle pratiche del sindaco di Riace che, infatti, non gliel'ha mai perdonata). Un sostegno così caloroso che spesso i media "a supporto" riportano solo una parte delle accuse, la più onorevole per il radicalismo di sinistra, il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, omettendo le ipotesi di reato più antiestetiche: truffa, concussione, associazione per delinquere.
E tuttavia, per una sinistra che si immagini di governo, il nodo non è affatto giudiziario: anzi, è tutto politico. Poiché la politica migratoria di Lucano e dei suoi laudatori si sostanzia in una formula semplice e dichiarata apertamente: accogliamoli tutti, costi quel che costi, anche in barba alla legalità. Una formula persino nobile, forse, ma di sicuro inadatta a un Paese occidentale complesso, che regala alla gauche ciò che, da sempre, desidera: la certezza matematica di restare, per sempre, all'opposizione.
Da questo bivio può darsi che il nuovo Pd zingarettiano provi a uscire assecondando il proprio antico dna: la ricerca di una terza via. Ma difficilmente su quella via potrà evitare di legare alla solidarietà dosi notevoli di sicurezza se vorrà ottenere agibilità politica. Di certo non potrà fingere che il tema non ci sia, rinviando sine die la formulazione di una proposta articolata e seria, che non si limiti a bacchettare il pur criticabile decreto Salvini. La rimozione è un'opzione legittima per qualche intellettuale, non per un leader. A meno di non voler rischiare (politicamente) la fine di don Ferrante: morire di peste dopo averne negato l'esistenza con tanta tenacia.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 12 giugno 2019
Circa 2 mila persone hanno partecipato ieri sera alla fiaccolata di solidarietà a sostegno del tabaccaio. L'autopsia smentisce il tabaccaio: nessuna traccia di colluttazione. La vittima forse colpita alle spalle mentre fuggiva. I negozianti di fronte alla tabaccheria hanno appeso lo stesso cartello sulla saracinesca: "Io sto con Franco".
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 12 giugno 2019
C'è da chiedersi quanto nella scelta di premere il grilletto abbia influito "il turbamento psichico" o l'atmosfera creata nel Paese dalla propaganda del ministro dell'Interno.
Un colpo al cuore. Diretto e letale. Con una traiettoria che, stando alla prima ricostruzione, sembra indicare un proiettile esploso dall'alto verso il basso, dal balcone verso la strada. Insomma, qualcosa di più simile a un'esecuzione che non alla legittima difesa. Saranno le perizie definitive a determinare come è morto Ion Stavila, il ventiquattrenne moldavo ucciso mentre rubava nel negozio di Franco Iachi Monvin.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 12 giugno 2019
La riflessione del presidente della Consulta: "Reati in costante calo ma si continua a legiferare sul tema sicurezza". Domenica scorsa quasi 500mila italiani hanno visto in tv il film sul viaggio dei giudici della Corte costituzionale nelle carceri. "Mi hanno detto che in termini di share abbiamo addirittura fatto meglio della partita di calcio Portogallo-Olanda che lo precedeva - scherza il presidente Giorgio Lattanzi. Il film mi è piaciuto perché descrive bene l'incontro tra due mondi diversi, senza criminalizzazioni né buonismi. Rappresenta una realtà che può essere letta in modi diversi. Una realtà complessa e sconosciuta anche ai magistrati e agli avvocati. Ho sempre pensato che ogni giudice dovrebbe passare almeno qualche giorno in carcere per capire il vero significato della pena che infligge".
Qual è la cosa che più l'ha colpita?
"Due immagini mi restano impresse. Una detenuta romena che rinuncia a un permesso per incontrarmi e dirmi "Ho capito che voi siete il nostro scudo". E i detenuti di Rebibbia che cantano l'inno di Mameli con la mano sul cuore".
La Corte negli ultimi anni ha deciso questioni fondamentali in modo innovativo. Qualcuno ha parlato di protagonismo. È così?
"Nessun protagonismo. La Corte è sempre stata naturalmente protagonista e con le sue pronunce ha accompagnato l'evoluzione del nostro Paese, anche anticipandola. Il suo compito è inverare la Costituzione, talvolta scoprendone significati nuovi. Nessuno di noi è alla ricerca di una ribalta mediatica".
Com'è il rapporto con Governo e Parlamento?
"Il rapporto della Corte è con il legislatore e talvolta è faticoso perché tra una sentenza che denuncia una criticità costituzionale e l'intervento legislativo richiesto per sanarla spesso passa troppo tempo e la ferita resta aperta. Queste criticità oggi sono più frequenti perché il ritmo intenso con cui si legifera incide negativamente sulla qualità delle leggi".
Lei sarebbe favorevole a un controllo costituzionale preventivo sulle leggi?
"Il sistema di accesso alla Corte costituisce un problema. A volte le questioni di costituzionalità ci arrivano dopo molti anni dall'entrata in vigore della legge e quando dichiariamo l'incostituzionalità i cittadini restano disorientati perché pensano che il ritardo dipenda dalla Corte e perché per tanto tempo la legge incostituzionale è stata applicata. Un controllo preventivo, però, è anch'esso problematico perché dare "un bollino di costituzionalità" a una legge e poi eventualmente toglierglielo può a sua volta disorientare".
I moniti servono ancora?
"Il monito è una forma di rispetto per il Parlamento. La Corte individua una incostituzionalità ma lascia al legislatore il compito di scegliere la soluzione, tra le tante possibili, per sanarla. In questi casi pronuncia un'inammissibilità: si parla di una illegittimità accertata ma non dichiarata. Se poi il Parlamento non agisce, la Corte non può non intervenire".
Perché nel caso Cappato vi siete comportati diversamente?
"Se la Corte avesse dichiarato l'inammissibilità, il processo penale sarebbe proseguito con una probabile condanna dell'imputato e forse sarebbero stati aperti altri procedimenti penali. Perciò è stata trovata una soluzione diversa".
Per questo avete escogitato il rinvio di un anno?
"Sì, e non è avvenuto nulla di stravolgente. I rinvii fanno naturalmente parte del processo. In questo caso il rinvio di un anno è servito per dar tempo al legislatore di intervenire, evitando che il processo penale proseguisse con l'applicazione di una norma di cui la Corte ha prospettato l'illegittimità costituzionale".
E se il Parlamento non si muovesse?
"Decideremo il da farsi nell'udienza già fissata".
Spesso i giudici vengono accusati perché pronunciano sentenze che hanno un rilievo politico senza essere stati eletti. La critica può riguardare anche la Corte?
"I Costituenti hanno ritenuto che per garantire l'imparzialità dei giudici, ordinari e costituzionali, fosse necessario sottrarli a meccanismi elettivi, che avrebbero potuto facilmente condizionarli. Il giudice deve avere la fiducia del Paese, che è cosa diversa da un consenso politico".
Come si pone la Corte sulle riforme in materia di sicurezza?
"Il tema della sicurezza ci pone davanti all'alternativa autorità/libertà. Ma i diritti fondamentali rimangono dei limiti insuperabili. Suggerirei, però, una riflessione più ampia: ci dicono che i reati sono in costante diminuzione e ciò nonostante ogni anno - se non addirittura più spesso - viene approvato un "pacchetto sicurezza". Il che mi fa pensare che il problema sicurezza sia spesso enfatizzato dai media, diventando poi un tema politico. E mi fa anche pensare che gli interventi legislativi non servano, visto che si ripetono in continuazione".
Che cosa intende?
"È più facile fare una legge che intervenire sui problemi reali. Più utile, ma certo più difficile, sarebbe agire sulle prassi, sui mezzi delle forze di polizia, sui tempi dei processi".
Su sicurezza e immigrazione deciderete a breve. Teme strumentalizzazioni delle vostre sentenze?
"Sappiamo che è possibile, ma un giudice non deve preoccuparsi delle polemiche che le proprie decisioni possono suscitare".
Lei si è espresso contro le riforme costituzionali. Perché?
"La prima parte, quella sui diritti, non può vivere in sicurezza senza le garanzie della seconda parte, quella sull'ordinamento della Repubblica. Intervenire su questa può mettere in pericolo anche i diritti. La Costituzione è come un orologio delicato: operare su una parte del meccanismo rischia di non farlo funzionare più. Peraltro, le continue proposte di modifiche radicali svalutano di per sé la Costituzione e fanno perdere la fiducia dei cittadini. Fortunatamente, nei referendum del 2006 e del 2016, gli italiani hanno dimostrato di essere più saggi dei loro rappresentanti".
Da magistrato, come vive la crisi della magistratura?
"Con dolore. Sono emerse cose che erano immaginabili, anche se non conosciute, e altre che sono oltre l'immaginabile. Ma ciò non consente di descrivere tutta la magistratura come prigioniera di collusioni e ambizioni di potere".
di Massimo Gramellini
Corriere della Sera, 12 giugno 2019
Forse neanche Perry Mason e Giulia Bongiorno riuscirebbero a dimostrare che chi spara a un ladro dal balcone, e lo colpisce alle spalle mentre scappa con la refurtiva, rientra nell'ipotesi di "grave turbamento" prevista dalla nuova disciplina sulla legittima difesa. Ma sospetto che i primi a non essere gravemente turbati dall'esito dell'autopsia sul moldavo ucciso dal tabaccaio di Ivrea siano i cittadini che ieri sera hanno organizzato una fiaccolata di solidarietà per il pistolero.









