di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
"Obiezione vostro onore: l'accusa ha letto un messaggio dell'imputato ma senza l'emoticon che c'era alla fine". E il giudice accoglie il rilievo: quel faccino sorridente ha una sua rilevanza davanti alla giuria. Che, sballottata tra fatti reali e realtà virtuale fatica a seguire il percorso di un processo nel quale si parla di indirizzi IP, configurazioni, Bitcoin, Torrent e Codebase. Tanto che a un certo punto il giudice che presiede invita le parti a concordare un glossario da mettere a disposizione dei giurati.
Telecamere stradali, intercettazioni telefoniche e ambientali, sorveglianza di Internet ed esami del Dna hanno cambiato il modo di indagare e di assicurare i criminali alla giustizia. Ma, oltre a innovare il lavoro delle polizie, le tecnologie digitali sono destinate anche a sconvolgere i processi per molti crimini, soprattutto quelli informatici.
Il procedimento in corso a New York contro Ross Ulbricht, giovane genio informatico accusato di aver creato e gestito un sito di compravendite anonime, "Silk Road", diventato un hub clandestino per la compravendita di droga, è una finestra aperta su questo sorprendente mondo. Un universo nel quale i giurati si perdono in un gioco di specchi elettronici. In apparenza tutto è chiaro: un neolaureato che vorrebbe continuare gli studi ma poi smania per trasformare il suo genio in business model. Ma, a differenza dei leggendari "garage" della Silicon Valley dove sono nate Apple e Google, la start up di Ross va male.
Lui ha bisogno di soldi e cambia rotta: inventa la sua creatura clandestina, ricorre per i pagamenti ai Bitcoin, la valuta virtuale non tracciabile che circola sul web, e si nasconde dietro lo pseudonimo Dread Pirate Roberts. Poi deposita, in un angolo del suo computer, un diario a futura memoria con la ricostruzione delle sue gesta fino al collaudo di "Silk Road" con la compravendita di funghi allucinogeni da lui coltivati.
Ma nella realtà impalpabile del web, eccepisce la difesa, nulla è come sembra: Ross ha concepito sì il sistema di transazioni segrete, ma poi qualche hacker si è sostituito a lui vendendo droga al suo posto e creando false identità, compresa quella del pirata Roberts. Dissertazioni degli ingegneri dell'Fbi e difesa che non vuole che una chat venga equiparata a una telefonata: "Non c'è un timbro di voce che puoi riconoscere, al massimo puoi ricostruire uno stile di scrittura". E una giuria sempre più disorientata. Il futuro della giustizia è anche questo.
Ansa, 30 gennaio 2015
"Restano stabili a quota 5.600 i detenuti presenti nelle 14 carceri del Lazio con un sovraffollamento che, seppur lontano dalle cifre del passato, segna sempre un +500 di presenze rispetto alla capienza regolamentare (fissata a quota 5.114)".
Lo rende noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap). "Al 22 gennaio 2015, negli Istituti della Regione erano presenti 5.619 reclusi, 19 in più rispetto al 31 dicembre 2014, ma ben 1.200 in meno rispetto ad un anno fa (la rilevazione del 4 febbraio 2014 indicava 6.856 presenze). Rispetto allo stesso periodo del 2014, il Lazio perde una posizione nella graduatoria delle Regioni italiane con più detenuti, passando dal terzo al quarto posto (dietro Lombardia con 7.871 presenze, Campania con 7.238 e Sicilia con 5.969).
Dai dati emergono ulteriori spunti di riflessione. Continua a scendere la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio sono 2.101 (37,39% del totale), il 4,6% in meno rispetto a febbraio 2014: 988 sono quelli in attesa di giudizio di I grado, e 1.113 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.503, il 62,34%, con un +3% rispetto allo scorso anno. Se da un lato è innegabile che ci sia un calo delle presenze che ci ha portato lontani dall'emergenza sovraffollamento degli anni scorsi - ha detto il Garante Marroni - dall'altro bisogna prendere atto che siamo ancora lontani dal garantire condizioni accettabili di vivibilità all'interno di gran parte delle carceri della Regione. Le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria segnalate a Frosinone, la difficile realtà denunciata dai sindacati a Velletri e quella segnalata dalla delegazione dei radicali italiani a Latina, sono tutte spie di una tensione che, in troppe realtà, resta ancora troppo alta".
www.livesicilia.it, 30 gennaio 2015
Un detenuto di 26 anni, Ciro Carrello, napoletano, si è suicidato nel carcere palermitano di Pagliarelli. L'uomo, in cella con l'accusa di rapina, si è tolto la vita impiccandosi con in lenzuolo. Da una ventina di giorni si stava confidando con i magistrati della Procura di Palermo. Aveva ammesso di avere compiuto i reati che gli venivano contestati ed aveva iniziato a parlare di episodi che coinvolgevano altre persone.
Si è impiccato con un lenzuolo mentre si trovava in infermeria. Una vicenda dai contorni misteriosi. Altri due detenuti dello steso penitenziario, considerati legati alla mafia, sono indagati perché lo avrebbero minacciato con dei bigliettini che qualcuno era riuscito a fargli recapitare in cella. Lo invitavano a stare "sereno" e a prendersi cura solo ed esclusivamente dei suoi familiari. Alla luce di quanto accaduto nella notte, intorno alle 3, ora del suicidio, quei messaggi vengono interpretati come dei veri e propri avvertimenti. Uno, in particolare, era giunto a destinazione quando l'uomo non aveva ancora iniziato a parlare con i magistrati.
Anzi, probabilmente era stato proprio il messaggio a convincerlo dell'opportunità di collaborare visto che la sua decisione era maturata nelle ore successive alla lettura del biglietto. E così le celle dei due detenuti ora sono state perquisite. Gli agenti hanno sequestrato alcuni scritti che meritano un approfondimento investigativo. Fino a ieri sera, l'uomo era stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo e non aveva mostrato segni di nervosismo che potessero fare presagire intenti suicidi. A breve il detenuto sarebbe stato trasferito in un altro carcere.
Detenuto napoletano si impicca: stava collaborando con i magistrati (Il Mattino)
Da poche settimane aveva cominciato a collaborare con i magistrati rivelando i nomi dei componenti di una sorta di gruppo di fuoco a cui Cosa nostra si rivolgerebbe da tempo per mettere a segno le rapine. Oggi gli agenti penitenziari del carcere Pagliarelli l'hanno trovato impiccato con un lenzuolo nella cella in cui era in isolamento. Una morte tutta da decifrare quella di Ciro Carrello, 26 anni, nato a Napoli ma residente a Bagheria, arrestato a novembre nell'ambito di una inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro che coinvolse anche il marito della nipote del padrino latitante.
I magistrati vogliono vederci chiaro e indagano per capire se si sia trattato di un suicidio o se qualcuno abbia voluto eliminare l'aspirante pentito. Per lui l'accusa era di rapina aggravata dall'avere favorito Cosa nostra: insieme a un gruppo di complici derubò un deposito della Tnt di Campobello di Mazara di proprietà di una ditta riconducibile a Cesare Lupo, uomo d'onore fedelissimo dei boss Graviano.
Al pm Carlo Marzella, che lo ha arrestato a novembre, Carrello avrebbe cominciato a raccontare i particolari di una serie di colpi eseguiti da una banda che farebbe capo ai clan. Nipote del pentito Benito Morsicato, ex affiliato del clan di Bagheria, Carrello avrebbe lasciato in cella un bigliettino che ora è all'esame degli inquirenti. I magistrati disporranno l'autopsia sul corpo del detenuto.
Ristretti Orizzonti, 30 gennaio 2015
"Difficoltà a raggiungere il carcere di Bancali per la distanza, soprattutto in presenza di bambini o quando i familiari hanno condizioni di salute precarie. Impossibilità di effettuare regolari colloqui per i costi dei viaggi che durano intere giornate.
Con queste motivazioni alcuni parenti dei detenuti cagliaritani, trasferiti a Sassari-Bancali oltre due mesi fa per favorire lo spostamento in giornata dei reclusi dalla Casa Circondariale di Buoncammino a quella di Uta, chiedono che i parenti possano essere portati nel Villaggio Penitenziario dell'area industriale di Cagliari". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendosi interprete del disagio espresso dalle famiglie.
"Non riusciamo a spiegarci - hanno riferito - perché i nostri familiari debbano restare a Sassari quando la nuova Casa Circondariale di Cagliari-Uta è ormai entrata a regime. Del resto quando i nostri parenti hanno cambiato sede è stato comunicato loro che si trattava di una misura temporanea adottata solo per semplificare il trasferimento. Abbiamo affrontato le difficoltà consapevoli che si trattava solo di un sacrificio transitorio, ma adesso non ce la facciamo più. Le istanze di trasferimento a Cagliari dei nostri congiunti restano senza risposta e stiamo rinunciando alle trasferte perché sono diventate molto pesanti ed esose".
"La richiesta di poter riprendere regolari rapporti con i familiari privati della libertà - osserva Caligaris - è un'esigenza non solo condivisibile ma necessaria proprio per rendere più incisiva, come del resto recitano l'ordinamento penitenziario e le circolari ministeriali, l'azione rieducativa del carcere. È evidente che condizioni socio-economiche difficili condizionano negativamente la possibilità di svolgere regolari colloqui con i parenti generando nei reclusi instabilità emotiva".
"È innegabile che l'avvio della nuova mega struttura di Cagliari-Uta richieda un periodo di assestamento, anche perché sono ancora in fase di allestimento alcuni locali perfino dell'amministrazione. L'auspicio è che, aldilà delle questioni organizzative, si provveda al più presto a garantire la territorialità della pena soprattutto in considerazione delle esigenze delle famiglie. Non si può infatti dimenticare - conclude la presidente di Sdr - che i detenuti hanno perso la libertà ma hanno diritto a mantenere i rapporti affettivi indispensabili per il loro reinserimento sociale".
di Riccardo Porcù
Il Secolo XIX, 30 gennaio 2015
I nomi li ricordano a memoria. Alì, Vladimir, Vito, Francesco. Sono i loro ragazzi, i volontari della Croce. E poco importa che siano qui grazie ai progetti di detenzione esterna delle carceri genovesi, con la tuta arancione addosso non sono diversi dagli altri, parte della pubblica assistenza. I responsabili della Croce Azzurra di Fegino ripetono la storia e i nomi di tutti i giovani passati da qui e poi tornati al lavoro.
Un esempio riuscito di progetto di reinserimento a cui da tempo la pubblica assistenza dedica il proprio impegno. Chi è arrivato non resta con le mani in mano, viene chiamato per le mansioni d'ufficio ma anche per accompagnare i membri con maggiore esperienza e specifiche abilità nel soccorso, negli aiuti agli anziani e alle persone in difficoltà. Poi, quando le chiamate iniziano a diminuire, c'è il tempo per fare una pausa. Due chiacchiere, un breve riposo, le risate e gli sfottò sulle partite di campionato.
Anche questo è un modo per conoscersi e parlare per i tanti ragazzi che da mesi hanno sostituito le pene detentive in carcere o le multe per reati minori al volontariato nella sede della pubblica assistenza. Una normalità che in molti pensavano utopia. Invece ora nella sede della pubblica assistenza in via Castel Morrone i giovani si avvicinano alle ambulanze con sapienza, conoscono gli strumenti e hanno imparato le basi del primo soccorso. Alcuni non sono rimasti soltanto perché "obbligati", anzi, hanno deciso di restare anche nei giorni liberi, una volta scontata la pena, per partecipare ai corsi di urgenza. Per diventare in tutto e per tutto militi della Croce.
"Sono arrivato qui a dicembre, mi avevano dato un Daspo per aver scavalcato senza biglietto all'esordio della Samp, nel giorno del ritorno in A - racconta Francesco Trimarchi, 23 anni, avvolto nella divisa con il simbolo azzurro a campeggiare sul braccio - Mi hanno fermato anche se avevo pagato per un posto nella Nord.
Ad ogni modo, l'obbligo di restare lontano dallo stadio era scaduto ma mi è arrivata una multa da 1.800 euro, che però non posso pagare. Per questo mi hanno proposto, come pena alternativa, di iniziare a far parte della pubblica assistenza". Abbassa lo sguardo quasi a volersi giustificare per il reato sanzionato dal giudice.
"Quando mi hanno dato questa possibilità ho subito accettato e, sinceramente, anche se qui diciamo che "non ci sono voluto venire" ma mi ci hanno mandato, mi trovo molto bene. Anzi, vorrei restare anche una volta finito questo periodo obbligatorio che è stato un po' un momento di prova. Ma, ripeto, è un'esperienza davvero importante". Come Francesco al momento sono sei i ragazzi dei progetti di reinserimento, calati perfettamente nella realtà del soccorso, insieme ai tredici dipendenti e ai cinquanta volontari della Croce Azzurra che copre un bacino di circa tremila persone, tra Borzoli, Trasta e la stessa Fegino.
"Da noi i giovani vengono per quattro o cinque ore. Magari hanno commesso una semplice "bravata" e vogliono rimediare. Non so, un furto di cellulari o qualcosa di simile. Noi accogliamo tutti a braccia aperte, senza chiudere gli occhi. Sono in tutto e per tutto dei componenti della Croce, con obblighi e doveri. Non siamo accondiscendenti e nemmeno permissivi. Li trattiamo semplicemente come gli altri - spiega Silvano Mastroianni, il presidente della pubblica assistenza di Fegino.
Ecco perché, per esempio, non possiamo prendere solo per un paio d'ore, sarebbe poco logico. Con noi si impegnano e lavorano. E, sinceramente, penso che questo sia una delle formule di reinserimento migliori che la giustizia italiana abbia varato".
Un progetto che prosegue ormai da oltre tre anni qui a Fegino, con ottimi risultati per i quindici ragazzi transitati da via Castel Morrone. "Certo, anche noi abbiamo avuto dei momenti di difficoltà, alcuni giovani venivano sporadicamente, altri volevano fare i furbi e magari passare una volta ogni due - ribadisce Mastroianni - In tutti quei casi però la chiarezza è stata fondamentale, abbiamo spiegato quanto fosse importante l'occasione che gli era stata concessa e si sono messi quasi tutti in riga. Non solo per un'imposizione ma anche per una voglia di fare del bene agli altri".
di Emanuela Belcuore
Il Mattino, 30 gennaio 2015
Una capienza accettabile e progetti di ampio respiro. In ogni cella due detenuti. "Questo è un carcere che funziona benissimo anche grazie all'ausilio dei miei collaboratori", È sicura di sé la dottoressa Maria Rosaria Casaburo, direttrice da circa tre anni della Casa Circondariale di Arienzo. Non ci sono, come spesso succede in altre carceri, problemi legati al sovraffollamento, perché qui ogni cella è occupata da non più di due detenuti, per reati comuni, per una totalità di circa cento persone. Quasi tutti italiani; pochi, infatti, gli stranieri.
Da poco tempo sono stati eseguiti lavori di ristrutturazione agli impianti termici, ai bagni e alla cucina. "All'interno della Casa Circondariale di Arienzo non si vivono "tempi passivi", paradossalmente abbiamo più attività che detenuti - continua la direttrice - attività, alle quali partecipano con entusiasmo". Infatti, si tengono corsi professionali per diventare cuoco, idraulico, saldatore, operatore edile e giardiniere, quasi tutti retribuiti dalla Regione Campania.
Tutte le attività sono continuamente monitorate dagli agenti di polizia penitenziaria in sinergia con gli educatori e i volontari. Addirittura, al teatro Mercadante di Napoli, ha calcato la scena "Il carcere possibile", spettacolo teatrale ideato proprio da un detenuto.
È stata anche organizzata la giornata della genitorialità, per facilitare l'incontro tra i detenuti e i propri figli, la manifestazione "L'artigianato in piazza" nella galleria Umberto Primo di Napoli. Alcuni detenuti, purtroppo, hanno famiglie che versano in condizioni economiche disagiate e di conseguenza non sono in possesso neanche di beni di prima necessità.
Anche la Chiesa, attraverso Don Sergio Cristo, è a loro vicina: "Già Monsignor Rinaldi ha fatto tanto per i detenuti, in ogni cella c'è il servizio Mediaset Premium. Nel mese di novembre l'attuale Vescovo, invece, ha organizzato, con l'aiuto delle parrocchie della diocesi una raccolta di beni di prima necessità.
"Questo - continua il cappellano del carcere - è un lavoro che amo, faccio mie le parole del Papa di uscire dalla Chiesa ed andare nelle periferie esistenziali dove si va a toccare la misericordia di Dio". Toccante anche una sua testimonianza: "Un giorno un detenuto mi disse di non essere un uomo buono, perché, quando 1' avevano arrestato, il padre aveva avuto, dal dispiacere, un arresto cardiaco e di conseguenza, voleva redimersi e cambiare vita".
di Gaetano de Stefano
La Città di Salerno, 30 gennaio 2015
Sono sul piede di guerra gli agenti della Polizia penitenziaria del carcere di Fuorni. Carenza d'organico e gestione del personale sono tra i principali problemi, che assieme all'assenza della manutenzione completano il quadro a tinte fosche del penitenziario.
Che, a fronte di una "capienza" di 270 persone, accoglie attualmente circa 450 detenuti. Il sovraffollamento non è coperto con il personale in dotazione, la pianta organica prevede 294 unità, ma ne sono in servizio solo 186. E, naturalmente, l'insufficienza di personale fa sì che gli stessi agenti siano sottoposti a turni massacranti. Perciò ieri mattina, per la prima volta, è stato convocato proprio all'interno dell'istituto di pena un incontro organizzato dal Sindacato autonomo polizia penitenziaria.
"Il 26 febbraio - ha spiegato Emilio Fattoriello, della segreteria nazionale del Sappe - ci incontreremo con il nuovo direttore Stefano Martone per proporre il nostro programma e chiedere dei correttivi. Qui, infatti, ereditati dalla gestione precedente, esistono molti problemi. Non c'è una programmazione del servizio e ciò comporta l'incertezza dei turni. E dobbiamo denunciare una disparità di trattamento tra il personale. C'è, infatti, chi ottiene immediatamente un congedo e chi, invece, pur avendo gravi motivi, deve tribolare per averlo. Inoltre chiederemo anche la rotazione degli incarichi considerati usuranti". Anche la situazione strutturale del penitenziario non è delle più felici. La direzione, infatti, è transennata, causa pericolo caduta cornicioni, e diversi locali, benché non idonei, vengono utilizzati dal personale. In tutto questo marasma c'è, comunque, una buona notizia: finalmente sono stati reperiti i fondi per riparare il cancello d'ingresso, fuori uso e sempre aperto da circa un mese.
La Stampa, 30 gennaio 2015
La torrefazione di Pausa Caffè alla Casa circondariale Lorusso Cotugno nata 10 anni fa, laboratori di cucina fino ad arrivare alle cene con gli chef stellati realizzate con i detenuti, i cortometraggi e infine la stamperia artistica "Stampatingalera": sono solo alcuni dei progetti di Sapori Reclusi, associazione che da anni organizza e promuove esperienze (e prodotti) realizzati mettendo in comunicazione il carcere con il "fuori" e offrendo opportunità ai detenuti di acquisire una professionalità utile a reinserirsi nella società.
A queste esperienze "virtuose" è dedicata la mostra "Pure 'n carcere 'o sanno fa" che inaugura lunedì 2 alle 17 all'Urp del Consiglio regionale del Piemonte. La mostra, aperta fino al 3 marzo, è stata promossa dall'Ufficio del Garante regionale dei detenuti che, con il suo responsabile, Bruno Mellano, ha preso posizione sulla decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) di interrompere le esperienze realizzate con le cooperative negli ultimi 10 anni. All'inaugurazione partecipano il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il fotografo dell'Associazione piemontese "Sapori reclusi" Davide Dutto, che ha realizzato gli scatti, il sindaco di Fossano Davide Sordella. Le foto sono state realizzate nelle carceri di Santa Caterina di Fossano e San Michele di Alessandria, nella Casa di reclusione Morandi di Saluzzo e nella Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. Non mancherà anche la proiezione dei video "La Squadra" e "Pausa caffè" e "Pausa sigaretta" di Davide Sordella e "Sapori reclusi story" di Davide Dutto. Orario mostra: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16. Info: 800101011.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
Passano gli anni, cambiano solo i "clienti", sempre più disperati e vittime. Il sistema invece resiste e si moltiplica. L'inchiesta del Corriere sull'agenzia viaggi che organizza gli spostamenti via Milano dei profughi siriani dimostra l'ampiezza del fenomeno e la sua sofisticazione. Una realtà che poggia su una serie di pilastri e sollecita, al tempo stesso, delle contromisure da parte delle autorità. Intanto c'è la storia.
Milano è sempre stata una piazza importante per i trafficanti. E le informazioni pubblicate dal nostro giornale confermano come mantenga questo ruolo. In chiave locale e internazionale. È un centro dal quale si può ripartire verso mille direzioni e con molti mezzi. Le organizzazioni che sfruttano i fuggiaschi si sono solo alternate ed hanno resistito ai controlli. L'erba cattiva è stata rasata, non estirpata.
Il secondo pilone è quello della "professionalità" dei gestori. Ricordano altri passatori, in altri parti del mondo dove il clandestino è un pollo da spennare. I trafficanti possono essere brutali, violenti ma tendono a mantenere in vita il mercato offrendo il servizio completo. Non certo per generosità, ma perché sanno bene che la voce si sparge e dunque possono attirare altri candidati al viaggio. C'è poi la questione della sicurezza.
I disperati, inseguiti dalla guerra o dalla pulizia etnica, non hanno nulla da spartire con gli estremisti. Lo ripetono in tanti. Vero e sacrosanto. Però sarebbe da ingenui non considerare che l'esistenza di un racket ben oliato che può portarti molto lontano è una finestra di opportunità per chi ha in mente altro. I maggiori controlli adottati negli aeroporti complicano la vita agli aspiranti terroristi, ai militanti in spostamento perenne. Inevitabile che possano scegliere altre rotte, più lunghe, dove ci si può mimetizzare.
Così come hanno bisogno di documenti nuovi. Non sono supposizioni ma valutazioni basate su quanto è avvenuto in passato. Indagini hanno dimostrato come elementi, pesantemente coinvolti in una filiera belga-siriana, avessero creato un corridoio che dal Nord Europa, passando per l'Italia, proseguiva in Grecia e Turchia, ultima tappa prima del salto in terre di Jihad. Tragitto che poteva essere percorso anche all'inverso. È solo uno di molti casi dove la falsificazione di documenti è contigua alla nebulosa radicale. Tutto questo richiede delle risposte. Non facili in tempi di risorse magre, ma irrinunciabili se si vuole mantenere la sicurezza.
9Colonne, 30 gennaio 2015
"Il caso dell'esecuzione di 6 persone in Indonesia accusate di reati legati al traffico di stupefacenti è esemplare di come in moltissimi paesi del mondo i reati legati alla droga siano trattati con maggiore severità rispetto agli altri reati".
Lo afferma Maria Stagnitta, presidente di Forum Droghe. "Sono molti gli Stati che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga - continua Stagnitta. vedi gli articoli di Grazia Zuffa sulla nostra testata on line Fuoriluogo.it, e solo 5 mesi fa in Arabia Saudita 4 persone sono state giustiziate per traffico di droghe leggere.
La lista di questi paesi è lunga e vede primeggiare nazioni come l'Iran nel quale si annovera uno dei più alti tassi di tossicodipendenti al mondo, dimostrando ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, quanto inutili siano pene di una così grave durezza nell'affrontare un tema delicato come quello legato alle politiche sulle droghe. Ma la pena di morte è solo la punta di un iceberg, ci sono paesi dove anche il solo sospetto di essere tossicodipendenti o il possesso di piccole quantità di droga sono puniti con anni o mesi di carcere o di rieducazione in campi di lavoro, frustate o pesanti discriminazioni".
Sottolinea inoltre che "il fallimento delle politiche repressive è evidente ed innegabile ad ogni livello, tanto da aver spinto l'Onu a convocare una sessione speciale sull'argomento senza aspettare le scadenze naturali. Ungass questa la sigla per la sessione speciale dell'Onu si terrà a New York nel 2016 e in quel consesso ogni paese potrà esprimere la propria posizione sul tema droghe. Aspettiamo che l'Italia definisca la propria con un percorso partecipato da tutte le realtà che operano nel settore".
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