di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2015
L'Italia continua a pesare sul carico di lavoro della Corte europea dei diritti dell'uomo ma, negli ultimi mesi, la situazione inizia a migliorare. Nel 2014, come risulta dalla relazione annuale della Corte dei diritti dell'uomo presentata ieri a Strasburgo, Roma mantiene il secondo posto per numero di ricorsi pendenti dinanzi a una formazione giurisdizionale: sono ben 10.087 i casi attesa di una decisione (14,4% del totale).
www.camerepenali.it, 31 gennaio 2015
Il riordino della difesa d'ufficio costituisce una battaglia culturale nella quale l'Unione è impegnata da tempo, nella quale intendiamo ancora profondere tutte le nostre energie per ottenere una legge ancora migliore che risponda in pieno alle esigenze dei cittadini e alla dignità della funzione difensiva.
di Tino Oldani
Italia Oggi, 31 gennaio 2015
In risposta alle critiche che alcuni magistrati gli hanno mosso nei discorsi inaugurali dell'anno giudiziario, il premier Matteo Renzi ha detto alcune cose sacrosante: "Un paese civile deve avere un sistema giudiziario veloce, giusto, imparziale. Per arrivare rapidamente a sentenza, bisogna semplificare, accelerare, eliminare inutili passaggi burocratici, andare come stiamo facendo noi sul processo telematico (così nessuno perde più i faldoni dei procedimenti, come accaduto anche la settimana scorsa). Bisogna anche valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti, che oggi sono più forti in magistratura che non nei partiti".
Un'analisi breve quanto impeccabile sui mali della giustizia. Da applausi. Peccato che l'operato del governo, segnatamente del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, vada in tutt'altra direzione. La cartina di tornasole è proprio il processo telematico.
Di fronte a 9 milioni di processi pendenti (5 milioni di cause civili e 4 milioni di penali), e di fronte all'evidente produttività scarsa dei magistrati (che hanno pure la faccia tosta di lamentarsi per la riduzione delle ferie da 45 a 30 giorni), anche un bambino capisce che l'unica soluzione efficace è accelerare il più possibile il processo telematico. Per questo, a partire dal 2010, per sopperire ai 9 mila buchi di organico della macchina amministrativa dei tribunali, sono stati reclutati (prima dalle Regioni, e poi dal ministero della Giustizia) circa 3 mila tirocinanti precari, i quali sono stati prima sottoposti a un adeguato periodo di addestramento, e poi inseriti nei 1.300 tribunali con lo scopo di aumentarne l'efficienza.
Il compito svolto da questi precari, per lo più giovani laureati e disoccupati, è stato di passare allo scanner i fascicoli dei procedimenti, smaltire gli arretrati, inserire le nuove pratiche nei computer e rispondere agli sportelli. Un lavoro prezioso, di cui si è parlato poco sui giornali, ma ben presente al procuratore generale della Cassazione, che ha sollecitato più volte il governo a "non risparmiare gli sforzi - a ogni livello, anche legislativo - perché le professionalità acquisite da questi lavoratori non si disperdano". Parole al vento. La ministra Madia le ha completamente ignorate. Problema di costi? Non si direbbe. Il mantenimento in servizio dei precari dei tribunali (scesi ora da 3 mila a 2.650) non sembra di quelli proibitivi: 7,5 milioni di euro spesi nel 2013, più altri 15 milioni stanziati con la Legge di stabilità 2014.
Di quest'ultima somma, però, sono stati erogati solo 9 milioni nel 2014, mentre gli altri 6 milioni (esclusi in un primo tempo dalla Legge di stabilità 2015) sono stati inseriti nell'ultimo decreto mille proroghe e basteranno per pagare gli stipendi dei precari fi no al 30 aprile prossimo. Dal primo maggio, festa del lavoro, tutti a casa. In previsione di questo nuovo buco di organico, la Madia ha annunciato (con un tweet!) che circa mille dei 20 mila dipendenti delle Province soppresse, rimasti per mesi inoperosi, saranno trasferiti nei tribunali in base alle nuove norme sulla mobilità del pubblico impiego.
In pratica, mettendo insieme due riforme sbagliate e lacunose (province e pubblica amministrazione), la Madia ne sta sbagliando una terza. Fa come i gamberi: un passo avanti e due indietro. Così, dopo avere speso alcune decine di milioni di euro per formare dei giovani, e rendere più efficiente la burocrazia giudiziaria con il processo telematico, proprio quando ha raggiunto un primo risultato positivo (vedi il giudizio del procuratore generale della Cassazione), lo Stato, grazie alla Madia, azzera tutto e ricomincia da capo.
E al posto dei precari già preparati (molti anche plurilingue, impiegati nelle traduzioni delle rogatorie internazionali), sceglie un migliaio di ex dipendenti delle Province, che non solo sono pochi (in media, meno di uno per tribunale; appena un terzo dei precari da sostituire), ma non hanno neppure le competenze necessarie per maneggiare le pratiche giudiziarie, e dovranno pertanto essere sottoposti a un tirocinio formativo, con inevitabile perdita di tempo e di efficienza. Di questo passo, la tanto sbandierata riforma della pubblica amministrazione, che porta la firma della Madia, rischia di produrre più danni che benefici.
Di certo, non giova al processo telematico, né a ringiovanire la burocrazia italiana, che ha l'età media più alta in Europa ed è tra le meno qualificate. Uno studio dell'Aran ha accertato che la metà dei dipendenti pubblici italiani ha più di 50 anni, mentre quelli sotto i 35 anni sono appena il 10 per cento, contro il 28% della Francia e il 25% del Regno Unito. Gli over 60 sono il 10%, mentre i laureati sono appena il 34%, contro il 54% del Regno Unito.
Un robusto turn over per abbassare l'età media e alzare la qualità del personale è ciò che gli esperti suggeriscono da anni. E il minor costo del pubblico impiego italiano (11% del Pil) rispetto al resto d'Europa (in Francia è il 13,4% del Pil) lo consentirebbe, purché abbinato a piani più credibili sulla mobilità. Ma servirebbe un ministro all'altezza del compito. Purtroppo per l'Italia, non c'è.
www.sinappe.it, 31 gennaio 2015
Lavoro in carcere e auto sostenibilità delle cooperative. Il tema è saltato in auge nella giornata di oggi dopo un'intervista rilasciata dal Vice Capo Vicario, Luigi Pagano, al portale internet "Vita.it".
Nominato dal nuovo Capo del Dipartimento come Coordinatore dei rapporti con le cooperative sociali che danno lavoro ai detenuti nelle carceri italiane, il numero due del palazzo di Largo Luigi Daga si torva a dover maneggiare la materia in un periodo storico particolarmente caldo caratterizzato dallo "stop" dei fondi a causa del quale molte cooperative operanti nei penitenziari si ritrovano a dover fare i conti con probabili ed inevitabili tagli al personale (detenuti), rivalutazioni, ridimensionamenti se non addirittura la possibilità di chiudere i battenti. A far riflettere il Si.N.A.P.Pe sono le conseguenze che l'aumento della disoccupazione della popolazione detenuta potrebbe avere sulla realtà della quotidianità penitenziaria: sì, perché i lavoratori che sono a rischio tagli sono, ovviamente, tutti detenuti.
Quello del lavoro all'interno delle carceri è un tema delicato e che non deve essere preso sotto gamba, perché il rischio di inciampare in conseguenze future è grande.
Se da un lato è vero il dettato costituzionale secondo cui quello al lavoro è un diritto che va valorizzato e promosso (Art. 4), dall'altro lo stesso è considerato dall'ordinamento penitenziario quale strumento di reinserimento sociale, così da rispondere al mandato della pena da intendersi come rieducazione (Art. 27).
"Come impatta dunque il timore della disoccupazione all'interno della quotidianità penitenziaria?" - è stato questo il primo interrogativo del Segretario Generale del Si.N.A.P.Pe il Dott. Roberto Santini - che così ha proseguito nella sua riflessione: "Il lavoro negli istituti penitenziari deve essere visto sotto molti punti di vista per la psicologia dei detenuti. È un modo per prepararsi al ritorno in società, è un momento di crescita e di apprendimento, ma rappresenta anche una valvola di sfogo per una libertà reclusa. La possibilità dell'aumento del tasso di disoccupazione all'interno delle mura penitenziarie potrebbe tradursi in un duro colpo per il sistema, con un concreto rischio di inasprimento degli animi e delle tensioni nella quotidianità detentiva.. In uno scenario di questo tipo i primi a subirne le conseguenze potrebbero essere proprio i colleghi della Polizia Penitenziaria che sono le prime figure a rapportarsi all'utenza. A loro è affidato il delicato compito di vegliare sull'ordine e sulla sicurezza oltre che sull'incolumità dei detenuti. Questi sono scenari possibili, non certi, ma è la questione non merita estrema attenzione".
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 31 gennaio 2015
C'è un giornalista modenese, che si chiama Franco Gibertini, che io non conosco e del quale non ho mai sentito parlare fino a ieri. Da ieri però so di lui una cosa: è in prigione. Lo hanno arrestato durante la recente retata contro la presunta 'ndrangheta emiliana. È accusato come al solito di un reato fantasma: concorso esterno in associazione mafiosa.
Tutte le volte che cito questo reato, in modo quasi ossessivo e a costo di stancarvi, ripeto: è un reato che non esiste nel nostro codice penale, mentre nel nostro codice penale, all'articolo 1 (dunque il più importante) c'è scritto: "Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite". Cosa ha fatto questo signore?
Di icono che abbia difeso nella sua trasmissione in una Tv privata emiliana ("Poke balle") il comportamento di alcune persone che i magistrati ritengono affiliati alla 'ndrangheta. Ha dato loro la parola, li ha intervistati, gli ha permesso di difendersi e cose simili. Cioè ha violato il sacro principio secondo il quale in Italia esiste una "Associazione Antimafia" che è al di sopra di tutto e stabilisce chi sono i buoni e i cattivi e riconosce libertà di parola i primi e la nega agli altri e non ha neppure bisogno di condanne di un tribunale (è sufficiente un avviso di garanzia) per eseguire una sentenza. Il tentativo - per qualunque ragione - persino di mettere in dubbio la validità delle accuse della "Associazione Antimafia", o anche semplicemente delle teorie di un pubblico ministero, equivale ad un riconoscimento della propria partecipazione all'associazione mafiosa. A me sembra che l'arresto di questo giornalista sia una cosa gravissima non solo in se, ma soprattutto per le reazioni che ha provocato.
Cioè nessuna. Io ho scoperto la notizia leggendo un giornale locale. Sui giornali nazionali non si è saputo niente. Come in genere si sa molto poco, dai giornali, sull'arresto dei giornalisti nei paesi a regime dittatoriale o comunque ad alto livello di repressione, come per esempio in Russia. Non ho letto nessuna presa di posizione da parte del sindacato dei giornalisti, che pure in questi giorni è riunito nel suo congresso nazionale.
Possibile che la notizia dell'arresto di un collega accusato di avere fatto informazione in modo non consono alle aspettative del regime, non susciti una protesta massiccia e indignata? Abbiamo fatto sciopero per molto meno. Mi ricordo, qualche anno fa, una oceanica adunata a piazza del Popolo dovuta all'indignazione per il fatto che la Rai non si decideva a firmare il contratto con Marco Travaglio, collaboratore di Santoro ad Anno Zero.
Davvero il mancato contratto di Travaglio è cosa più grave dell'imprigionamento di un collega al quale viene imputata la "perniciosità" delle sue opinioni e l'eccesso delle sue libertà? Mi pare che anche il mondo politico non si stupisce né protesta. Si indignò per i decreti bulgari di Berlusconi, che favorirono l'allontanamento dalla Rai di personaggi importanti come Biagi, Santoro e Luttazzi. fece bene a indignarsi. È inaudito però che resti in silenzio di fronte a un editto della magistratura, con ordine d'arresto, che più che bulgaro sembra da Cile di Pinochet.
di Giuseppe Caporale
La Repubblica, 31 gennaio 2015
Grazie ad un pasticcio all'italiana, tra pochi mesi il mostro di Foligno sarà libero. Ventuno anni dopo il brutale omicidio di due bambini, Simone Allegretti, 5 anni e Lorenzo Paolucci, 12 anni, il 3 settembre prossimo Luigi Chiatti uscirà dal carcere. Il serial killer che rapiva e seviziava i ragazzini della città umbra, nel 1994 era stato condannato a due ergastoli in primo grado, ma in appello aveva ottenuto un sconto di pena: 30 anni di reclusione per seminfermità mentale.
Da quel momento in poi per lui sono scattati una serie di altri bonus. Nel 2006 ha ottenuto il beneficio dell'indulto (tre anni) e ora gli ulteriori sconti previsti dalla legge Gozzini (sei anni) gli spalancheranno definitivamente le porte del penitenziario di Prato. Il giorno della sua scarcerazione definitiva il presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, Antonietta Fiorillo, dovrà comunque emettere un parere sull'attuale pericolosità sociale di Chiatti.
Ma anche dovesse ritenerlo ancora una minaccia, non potrà disporre il ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario, perché ad aprile queste strutture pubbliche saranno definitivamente abolite. E non è tutto: al ministero della Salute vige il caos su come gestire la transizione. Nessuna regione italiana infatti ha attivato - come invece era previsto - le nuove strutture d'accoglienza: le R.e.m.s., residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza, che in base alla nuova norma saranno di competenza delle Asl.
Ed è probabile che nell'attesa saranno le case di cura private ad accogliere - previa gara d'appalto - i malati criminali. Almeno per qualche anno. Comunque, d'ora in poi saranno gestiti non più come detenuti, ma come pazienti. Senza polizia penitenziaria e sorveglianza, ma solo attraverso l'attività dei medici. "La liberazione di Chiatti è il risultato di un pasticcio dietro l'altro del nostro sistema giudiziario" commenta amaro l'avvocato Giovanni Picuti, legale dei genitori delle vittime. "Nessuno oggi può dirci cosa accadrà, dove andrà. Tornerà a Foligno a vivere con i genitori? Il tribunale stabilirà una vigilanza?
Siamo amareggiati e sconcertati. Eppure - ricorda il legale - contestammo tutto da subito. Prima lo sconto a 30 anni per la seminfermità: per noi era evidente che Chiatti era lucido, consapevole delle sue azioni, altro che matto. Per capirlo è sufficiente leggere i file del suo computer dove annotava i pedinamenti dei bambini di Foligno. Poi provammo ad opporci anche al beneficio dell'indulto. Ma è stato sempre tutto inutile. E ora, c'è anche la beffa dell'assenza di strutture idonee". Il sindaco di Foligno, Nando Mismetti, non nasconde la preoccupazione.
"La sola notizia della liberazione rischia di scatenare il panico in città - spiega - la comunità ha vissuto un grave trauma. Ricordo che per mesi qui i bambini non uscivano più da soli... Ci fu chi assoldò la polizia privata. Quei crimini furono tanto efferati quanto inspiegabili...". E quando il primo cittadino cita la comunità, non dimentica i genitori di Chiatti. "Anche quella famiglia è stata distrutta - spiega - Ermanno, il padre, oggi ha oltre novant'anni. Lui all'epoca della tragedia era un medico di famiglia con quattromila mutuati. Praticamente aveva in cura buona parte della città. Anche per lui e sua moglie è stato un shock".
E promette: "Chiederemo chiarezza su questa vicenda al ministro della Giustizia Andrea Orlando. La città non merita di soffrire ancora. La gravità delle sue azioni non ci consente di far finta di nulla". E c'è chi, invece, vuole incontrare il mostro di Foligno prima che esca definitivamente dal carcere. Si tratta del padre del piccolo Lorenzo Paolucci, seviziato e ucciso nella casa di montagna dei Chiatti, a Casale. "Devo parlargli - spiega Luciano Paolucci.
Voglio capire se davvero è pentito di ciò che ha fatto, se è guarito. Dubito che in carcere l'abbiano curato. Io l'ho perdonato, perché lui da bambino fu violentato, come è emerso dagli atti del processo. Ma credo che scarcerarlo dopo appena 21 anni sia molto pericoloso. Lo stesso Chiatti confidò a una guardia carceraria alcuni anni fa: non fatemi uscire altrimenti colpirò ancora. L'agente penitenziario venne pure a testimoniare in aula.
E poi ci sono le lettere che di recente ha scritto ad un ex detenuto, Sergio, suo compagno di cella e pedofilo pentito, dove racconta alcuni sogni che fa... Sempre sui bambini". Paiono cauti gli avvocati Guido Bacino e Claudio Franceschini, legali del serial killer che quando gli inquirenti gli davano la caccia lasciava messaggi nelle cabine telefoniche di Foligno firmandosi, lui stesso, "il mostro". "Chiederemo una perizia per valutare il suo stato di salute. Quello che sappiamo è che in questi anni il ragazzo si è messo a studiare e a sostenere esami all'università di Firenze che è convenzionata con il carcere". E ora, a 46 anni, Luigi Chiatti è pronto a uscire.
di Fiorenza Sarzanini
Io Donna, 31 gennaio 2015
È vero che la giustizia è ormai in uno stato di grave difficoltà e i tribunali sono ingolfati, ma certo suscita perplessità la lista dei reati che rischiano di fatto di essere depenalizzati con il provvedimento approvato a metà dicembre dal governo. Il disegno di legge, per il quale è stata chiesta al Parlamento una corsia preferenziale, prevede la possibilità di "archiviare per tenuità del fatto tutti i reati sanzionati con una pena detentiva non superiore nel massimo a 5 anni o con una sanzione pecuniaria, prevista da sola o in aggiunta al carcere".
L'obiettivo è certamente giusto, visto che le nuove norme mirano ad alleggerire il carico di lavoro, privilegiando invece quei fascicoli dove i cittadini hanno subito un danno ingente. Però viene da chiedersi in base a quale criterio si sia deciso di non escludere dall'elenco violazioni odiose come la corruzione di minori, gli atti persecutori, le percosse, l'incesto, il gioco d'azzardo, ma anche la corruzione, l'abuso d'ufficio e altri illeciti commessi da pubblici ufficiali. Il provvedimento dà alla parte lesa la possibilità di presentare opposizione e comunque lascia aperto un eventuale giudizio civile per il risarcimento del danno.
Ma questo non appare comunque sufficiente a garantire le persone danneggiate. Molto meglio sarebbe stato, ed è auspicabile che sia il Parlamento a provvedere, tenere fuori i reati più gravi, quelli che destano grande allarme sociale.
Redattore Sociale, 31 gennaio 2015
Ieri l'incontro interregionale dei Garanti in vista degli Stati generali sul sistema carcerario che si svolgeranno a primavera. I reclusi sono passati da 1.225 nel 2012 a 869. La capienza regolamentare è pari a 812. Gli stranieri sono passati da 483 a 388 (-19,7%)
Si è aperto ieri mattina nelle Marche il seminario "Ri-Visitare le carceri", l'incontro interregionale dei Garanti dei detenuti promosso dall'Ombudsman delle Marche in preparazione degli Stati generali sul sistema carcerario che si svolgeranno a primavera. Un'occasione per fare il punto della situazione sulla detenzione nelle carceri marchigiane, dove le ultime disposizioni normative su droghe leggere o immigrazione hanno contribuito a migliorare la situazione diminuendo l'afflusso dei detenuti.
Secondo i dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la popolazione carceraria, infatti, diminuisce del 18,9% e i detenuti presenti negli istituti di pena marchigiani (dato aggiornato al 31 dicembre 2014) sono 869. Il dato, per il terzo anno consecutivo, conferma la tendenza al calo della popolazione detenuta, passata dai 1225 reclusi del 2012, ai 1072 del 2013, con un' ulteriore diminuzione del 18,9% (- 203 detenuti) nel 2014. Questo trend è confermato anche a livello nazionale, con un - 14,3% dei reclusi in Italia.
Gli stranieri sono passati da 483 a 388 (-19,7%). Nell'insieme il totale (869) è di 57 unità al di sopra della capienza regolamentare dei sette istituti di pena marchigiani, pari a 812 detenuti. Scontano una condanna definitiva 591 reclusi, mentre 278 sono in attesa di un giudizio finale. Il carcere di Pesaro è quello con il maggior numero di detenuti, 237, nonostante nell'ultimo anno la popolazione a Villa Fastiggi sia calata del 24%. Segue quello anconetano di Montacuto, 191, Fossombrone, 148, e Ascoli Piceno 119. Dal punto di vista delle attività trattamentali, sono 58 i progetti finanziati dalla regione Marche, con finanziamenti pari a 338.650 euro.
Durante il seminario sono emerse novità anche per quanto riguarda il quadro sanitario: nel 2014 sono stati registrati 253 casi di autolesionismo, di cui 102 solo a Montacuto. Il 30% dei reclusi è tossicodipendente (261), il 14% è affetto da Epatite C (119), il 24% manifesta patologie psichiatriche (211) e il 38% segue una terapia psicotropa (334).
Nel 2014 sono stati aperti 204 fascicoli dal Garante dei detenuti delle Marche e rispetto al 2013, anno in cui le pratiche sono state 129, l'aumento è stato pari al 58%. Si sono svolti 428 colloqui tra gli operatori dell'Ufficio del Garante, tre funzionari e il Garante, e i ristretti. Nel 2013 sono stati 170, 125 nel 2012 e 110 nel 2011. L'obiettivo dell'incontro è stato quello di definire un quadro aggiornato sulla situazione dei penitenziari, con un'attenzione particolare alle relazioni affettive e familiari dei detenuti.
www.regione.sardegna.it, 31 gennaio 2015
Integrato l'avviso per la concessione dei contributi in favore delle associazioni e cooperative per azioni finalizzate a sostenere la presa in carico delle persone soggette a provvedimenti penali (detenuti, ex detenuti e soggetti a misure alternative) attraverso l'attuazione di percorsi riabilitativi e di interventi alternativi alla detenzione. Le integrazioni riguardano:
- i criteri di accesso per i beneficiari nella parte relativa all'iscrizione nei registri generale del volontariato, delle associazioni di promozione sociale o all'albo regionale delle cooperative istituiti presso la Regione;
- le modalità di presentazione del progetto nella parte attestante l'iscrizione nei registri e all'albo.
L'Assessorato dell'Igiene e sanità, inoltre, ha prorogato al 27 febbraio 2015 la data di scadenza per la presentazione dei progetti.
Ricordiamo che le associazioni, oltre ad essere iscritte nei vari registri o albo, dovranno avere sede operativa in Sardegna e operare nell'ambito dell'accoglienza e dell'inclusione sociale e socio lavorativa di persone sottoposte a misure restrittive e in favore di minori entrati nel circuito penale con prescrizioni a carico. In particolare, questi i destinatari delle azioni:
- soggetti adulti che si trovano in esecuzione penale interna con possibilità di ammissione al lavoro all'esterno o alle misure alternative alla detenzione, in esecuzione penale esterna o sottoposti a misura di sicurezza non detentiva e soggetti che hanno concluso l'esperienza di esecuzione penale sia detentiva che non o una misura di sicurezza non detentiva, da non più di cinque anni;
- minori sottoposti a provvedimenti penali e a misure di sicurezza non detentiva nonché i fuoriusciti dal circuito penale da non più di due anni.
I progetti dovranno essere presentati tramite raccomandata con ricevuta di ritorno o agenzia di recapito autorizzata al seguente indirizzo:
Assessorato regionale dell'Igiene e sanità e dell'assistenza sociale. Direzione generale delle politiche sociali. Servizio programmazione ed integrazione sociale. Via Roma - 253 - 09123 Cagliari. La domanda e la relativa documentazione, firmate digitalmente, potranno pervenire alternativamente tramite posta elettronica certificata all'indirizzo:
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 31 gennaio 2015
È la nona vittima tra i detenuti dall'inizio dell'anno, cinque si sarebbero tolti la vita. Rita Bernardini: "non è vero che l'emergenza è finita"
In carcere si continua a morire impiccati. Giovedì pomeriggio, gli agenti della polizia penitenziaria del carcere palermitano del Pagliarelli, hanno rinvenuto il corpo di un detenuto di 26 anni impiccato con un lenzuolo nella cella in cui era in isolamento.
Il ragazzo si chiamava Ciro Carrello ed era in attesa di giudizio. Era stato arrestato a novembre nell'ambito di una inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro che coinvolse anche il marito della nipote del padrino latitante. Per lui l'accusa era di rapina, aggravata dall'avere favorito Cosa nostra. Insieme a un gruppo di complici derubò un deposito della Tnt di Campobello di Mazara di proprietà di una ditta riconducibile a Cesare Lupo, uomo d'onore fedelissimo dei boss Graviano.
Il suicidio di Ciro però non convince nessuno, e nemmeno gli inquirenti che lo avevano arrestato. Al pm Carlo Marzella, che lo ha arrestato a novembre, Carrello avrebbe cominciato a raccontare i particolari di una serie di colpi eseguiti da una banda che farebbe capo ai clan. E sembrerebbe che il ragazzo, proprio per questa sua decisione di collaborare, avrebbe ricevuto messaggi di avvertimento del tipo: "Pensa alla tua famiglia!". Come è da prassi, la magistratura ha disposto l'autopsia sul corpo del detenuto. Il sistema carcerario d'altronde è fatto su misura per poter simulare con tutta tranquillità una impiccagione.
Questo perché i suicidi oramai sono all'ordine del giorno e fino ad ora non c'è mai stata una verità processuale sulle morti sospette in carcere. Alla fine si archivia sempre tutto. Rimane comunque un giallo la morte di Ciro Carrello. E se risulterà un omicidio mascherato da suicidio, il sospetto di una talpa interna al carcere palermitano si farà sempre più concreto. Anche perché, ricordiamo, il ragazzo era in isolamento e quindi le uniche persone che possono stare in contatto con lui sono le guardie penitenziarie. E nel carcere palermitano aleggia tuttora il sospetto che alcune guardie possano essere corruttibili. Il 19 settembre scorso la procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati cinque agenti di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Pagliarelli per la fuga - avvenuta a maggio - dell'ergastolano albanese Valentine Frokkaj, di 36 anni, di cui non si hanno più notizie.
Il reato ipotizzato è di procurata evasione. L'inchiesta è coordinata dai sostituti procuratori Daniele Paci e Caterina Malagoli. Bisogna capire se quel 7 maggio scorso la fuga dal carcere avvenne per un distrazione involontaria o per un accordo tra il detenuto e chi doveva vigilare. Il 7 maggio Frrokkaj era scappato dal Pagliarelli durante l'ora d'aria.
L'albanese, che stava scontando una condanna a vita per aver ucciso un suo connazionale nel 2007 a Brescia e non nuovo alle evasioni, aveva raggiunto il muro di cinta del penitenziario sul lato di viale Regione Siciliana e, con una corda fatta con dei lenzuoli, aveva agganciato un palo della luce e scavalcato la doppia recinzione. Poi è sparito nel nulla. Per acciuffarlo era partita una clamorosa caccia all'uomo con centinaia di agenti in strada ed elicotteri, ma non c'è stato nulla da fare.
In tutto questo - sempre nella regione Sicilia - si aggiunge anche il problema della mancata nomina del garante dei detenuti. A denunciare ciò sono stati i Radicali italiani - i quali parlano non solo di danno economico, ma anche di scarso senso civico -approfittando della recente inaugurazione dell'anno giudiziario a Catania.
"Abbiamo presentato una denuncia contro il presidente Crocetta alla Corte dei conti - aveva detto il segretario Bernardini - per danno erariale perché non solo si comporta in maniera illegale per non avere nominato il Garante dei detenuti, ma in più spende 500 mila euro l'anno per gli uffici di Catania e Palermo in cui i dipendenti si girano i pollici perché non hanno niente da fare". Poi la Bernardini aveva aggiunto: "In questi uffici addirittura, e questo è cosa gravissima, non aprono nemmeno le lettere di denuncia presentate dai detenuti. C'è un'omissione molto grave che va al di là del danno erariale".
Intanto con la morte di Ciro Carrello salgono così a 5 i detenuti che si sono tolti la vita nei primi giorni del 2015, per un totale di 9 decessi. Nove detenuti morti nel giro di 29 giorni, eppure per il ministro Orlando l'emergenza carceri è superata. Ed è sempre la segretaria radicale Rita Bernardini a smentire il guardasigilli: "Noi facciamo proprio il messaggio alle Camere dell'ex presidente della Repubblica fatto l'8 ottobre 2013 che è stato completamente ostracizzato. Il primo presidente della Cassazione Santacroce ha detto che l'emergenza carceri non è assolutamente finita e che occorre muoversi rapidamente e che non è possibile ulteriormente tergiversare. Esattamente il contrario di quello che ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenendo subito dopo.
Ha detto che l'emergenza era finita e che in Italia era tutto a posto. Ma c'è anche un'altra emergenza denunciata dal Presidente della Repubblica, ed è la debacle della giustizia italiana con l'irragionevole durata dei processi". E spiega: "Quest'anno è accaduto qualcosa di singolare perché non hanno fornito i dati dei procedimenti penali pendenti. Non l'ha fatto il ministro Orlando relazionando alla Camera, non lo ha fatto il primo presidente della Cassazione che ha parlato solo dell'incredibile contenzioso giacente presso la Suprema corte, ma non ci ha detto cosa succede nei tribunali".
Poi sempre la Bernardini conclude: "E adesso ecco perché è importante l'opera dei Radicali italiani! In un Paese, se non funziona la giustizia, allora non funziona nulla perché mancano le regole minime per la convivenza sociale. Abbiamo uno Stato criminale condannato in sede europea per due motivi: l'irragionevole durata dei processi e il trattamento inumano è degradante nelle carceri". Sui cinque suicidi di quest'anno, due sono avvenuti proprio nel carcere di Pagliarelli. L'ultimo è di Ciro, l'altro riguarda il detenuto Massimiliano Alessandri ritrovato morto nel giorno di Santo Stefano. Di anni ne aveva 44, e anche lui fu ritrovato impiccato con un lenzuolo.
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