di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 14 giugno 2019
Con sei voti a favore e uno contrario, la Corte europea dei diritti dell'uomo affronta il tema riconoscendo la violazione e invitando l'Italia a un cambio di direzione. Il Garante Palma: "La Corte ci invita a riflettere sulle finalità della pena".
"L'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione europea". Con sei voti a favore e uno contrario, la Corte europea dei diritti dell'uomo per la prima nella storia italiana ha affrontato la questione dell'ergastolo ostativo riconoscendo la violazione dell'articolo 3 della Convenzione, che vieta trattamenti inumani e degradanti come la tortura. Il caso, che sta aprendo una profonda riflessione sul diritto penale e penitenziario, arriva dal ricorso di un detenuto, rinchiuso in carcere ininterrottamente dal 1992.
"Quella di oggi è una decisione importante, soprattutto perché deve far riflettere sulla pena e sulla sua finalità - dichiara a Redattore Sociale il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. Non è una cosa da sbandierare con posizioni preconcette ma un invito forte a una riflessione su quale sia la prospettiva della pena. Anche nei casi in cui si utilizzano regimi forti la finalità non deve essere mai persa, così come deve essere sempre tenuta presente la possibilità che quelle persone nel tempo possano mutare.
Altro aspetto importante: la dignità umana è un valore assoluto che prescinde da tutto e che va sempre ricordato. Tengo a precisare che la Corte non mette in discussione di per sé il 41bis o la necessità di misure severe, tra l'altro qui parla del 4bis, ma stabilisce prima di tutto il primato della dignità da tenere presente e poi invita lo Stato italiano a riflettere su come si possano determinare situazioni che rischiano di far perdere di vista la finalità rieducativa dell'articolo 27 della nostra Costituzione".
Che cosa succede adesso?
"La Corte dice che questo non significherà nulla rispetto alla libertà del soggetto, ma che lo Stato deve interrogarsi sull'assolutezza che copre non solo i benefici ma anche la prospettiva di una liberazione condizionale. Teniamo presente che la liberazione condizionale, che è nel codice non nella legge penitenziaria, è prevista dopo 26 anni. Ora, 26 anni fatti senza beneficio sono proprio 26. D'altra parte la Corte in precedenti sentenze che avevano riguardato il Regno Unito e la Bulgaria aveva dato indicazioni secondo cui dopo 25 anni, più o meno, sarebbe importante interrogarsi sulla persona che ci si trova davanti e guardare anche al percorso che ha fatto".
Quante sono state le sentenze sul tema?
"In termini assoluti le sentenze sono state 30 e hanno riguardato ben 13 Stati. Mentre ci sono al momento altri casi pendenti. Nella sentenza di oggi si registra una evoluzione perché la Corte se nel 2008, in un caso rispetto a Cipro, aveva detto che il fatto che ci potesse essere la grazia presidenziale era di per sé una speranza, poi via via ha modificato, facendola evolvere, la sua giurisprudenza. Tanto che nel 2013 in un caso rispetto al Regno Unito ha sostenuto che non poteva bastare la sola grazia del sovrano ma che c'era bisogno di una norma che prevedesse una revisione dopo un certo numero di anni. Ecco, in questo solco si inserisce la sentenza di oggi che non è solo una questione italiana ma resta un punto di riflessione importante anche per noi".
Una prima volta per l'Italia?
"In realtà - spiega Palma - per l'Italia c'era stato un altro caso su cui la Corte si era interrogata rispetto a un ergastolo, nel 2008, dichiarandone però l'inammissibilità per come era formulato, perché chiaramente infondato: non c'era ancora l'ostatività, come termine, per il ricorrente. In questo senso oggi siamo davanti a una prima volta importante anche perché la Corte ha accettato le terze parti, i cosiddetti amici curiae composti da gruppi che facevano capo all'università di Milano e di Firenze.
Proprio perché è un tema su cui si voleva riaprire una discussione e che va affrontata con calma. È inutile ora schierarsi. La decisione ci pone dei principi: quello della modificabilità dei destini della persona e quello della dignità come valore fondante. Ecco, abbassiamo i toni e discutiamo di questo. Ci farà bene per discutere anche sul significato della pena. Mi auguro che l'Italia metta in piedi un gruppo di lavoro a livello parlamentare o esecutivo per ragionare insieme su come muoversi dopo questa sentenza".
di Mario Chiavario
Avvenire, 14 giugno 2019
Ciò che davvero offende la sicurezza dei cittadini. "Prudenza", continua giustamente a raccomandare Giuseppe Ferrando, il procuratore della Repubblica di Ivrea cui spetta dirigere le indagini sul caso del tabaccaio che ha ucciso una delle tre persone venute a rubare nella sua proprietà.
Un dato sta comunque emergendo, a smentita delle illusioni alimentate dal trionfalismo con cui si è propagandata la 'nuova legittima difesa'. Neppure adesso, il procurarti un'arma può farti sentire più sicuro contro i furti o le altre intromissioni in casa tua o nel tuo negozio, quasi che tu potessi comunque usarla senza avere, al di là di quelli di coscienza, problemi legali. Ma, allora... quel "sempre" che si è introdotto nel testo dell'articolo 52 del codice penale sull'onda di uno slogan di facile presa ("La difesa è sempre legittima")? No; neanche quell'avverbio - e meno male... - può impedire che degli inquirenti coscienziosi e preparati facciano il loro lavoro di ricostruzione dell'effettiva dinamica di un episodio che ha provocato un evento tragico qual è la morte di un uomo. E, qualora si venisse ad appurare che il colpo letale è stato sparato su una persona in fuga, nemmeno la nuova dizione della legge potrebbe assicurare la totale impunità a chi ha premuto il grilletto: questa - a meno di cambiare completamente il senso a parole di universale comprensione - non è nemmeno più un'autentica 'difesa', quali che possano poi essere le parziali giustificazioni e le attenuanti da riconoscere.
Ricordarlo non è 'buonismo' verso l'aggressore né crudeltà verso chi reagisce all'aggressione. È puro e semplice freno al rischio di farsi avvolgere da una spirale di disumanità, all'esito della quale non è del resto escluso che venga un incoraggiamento alla delinquenza, a farsi sempre più feroce... e più capace di sparare per prima.
Sbaglia però chi, specialmente di fronte a tragedie come questa, crede di poter liquidare con qualche battuta l'esasperazione che si va diffondendo in larghi strati della popolazione, giudicandola come mero effetto di un'abile propaganda e della risonanza che a certi episodi viene data dai media. Propaganda e sfruttamento mediatico ci sono ma non basterebbero, da soli, a suscitare dimostrazioni come la fiaccolata a sostegno del tabaccaio eporediese.
E a chi avverte attorno a sé, o addirittura ha sperimentato personalmente, il peso di ripetute e impunite manifestazioni di delinquenza importa poco il sapere dalle statistiche che il tasso di criminalità, da noi, sta diminuendo e che addirittura l'Italia 'è il Paese più sicuro d'Europa': valide per gli omicidi e le grandi rapine (dove è certamente minimo lo scarto tra le denunce e i delitti effettivamente commessi), quelle risultanze sono assai meno significative per quanto concerne minacce, scippi, furti in casa... tutti reati per i quali la 'cifra oscura' degli eventi non denunciati è alimentata dalla crescente sfiducia sulla possibilità di veder realmente perseguiti i colpevoli; senza contare, almeno in certi casi, il timore di ritorsioni.
Si sa che alle radici di molta criminalità stanno problemi sociali e individuali anche di grande complessità e nessuno, certo, ha in tasca soluzioni magicamente idonee a ridurre, se non a sgonfiare, i problemi che ne nascono. La stessa, pur giusta richiesta di una più consistente e più efficace prevenzione da parte dello Stato incontra dei limiti se non si vuole che ciò si traduca in una gestione del territorio prossima a quella di uno Stato di polizia.
Non deve comunque passare un messaggio troppo facilmente indulgenziale, neppure verso quella che viene definita, e per lo più è oggettivamente, "microdelinquenza", ma che tale non può essere sempre percepita da chi la subisce. Men che meno, certamente, può valere, per coloro che vivono in quel sottobosco, l'auspicio sinistro e sempre disumano del 'marcire in galera'; al contrario, è proprio per questi casi, che dovrebbero esser potenziate e rese sempre più efficaci le misure sanzionatorie e cautelari diverse dal carcere; però, l'alternativa non può essere quella di un andirivieni tra qualche giorno di arresto e il ritorno all'esercizio, sostanzialmente indisturbato, di un 'lavoro' che spesso è preludio di qualcosa di ancor più pericoloso, per sé e per gli altri.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 14 giugno 2019
Il Consiglio superiore della magistratura perde un altro pezzo. Il terzo dimissionario è Antonio Lepre. Dopo l'autosospensione, segue i colleghi Gianluigi Morlini e Luigi Spina. Restano nel limbo dell'autosospensione Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, le altre due toghe del Csm intercettate a discutere di nomine durante una cena con i parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti. E il presidente Sergio Mattarella volta pagina: elezioni suppletive.
Il 6 e il 7 ottobre le toghe torneranno alle urne per sostituire due consiglieri. Lo scioglimento è escluso: senza una riforma riproporrebbe le stesse logiche a Palazzo dei Marescialli. Fare in fretta per restituire prestigio alla magistratura. "Voltare pagina". Il presidente della Repubblica, dopo giorni di riflessione e contatti continui con il vicepresidente del Csm, David Ermini e il ministero della Giustizia, sceglie di non sciogliere il Consiglio e indice nuove elezioni. Mattarella non nasconde la propria preoccupazione e la traduce in atti e inviti: apre alla riforma delle procedure di elezione dei membri del Csm e indica le suppletive, che ovviamente avverranno con le attuali regole.
Il capo dello Stato ha deciso di non attendere oltre. La motivazione è forte: lo scioglimento cambierebbe poco, riproponendo, con tutta probabilità, le stesse criticità che le indagini stanno portando a galla. "Diverse forze politiche auspicano un cambiamento e chiedono una riforma delle norme di elezione", spiegano fonti del Quirinale facendo anche riferimento alle spinte dei partiti che chiedono modifiche sostanziali.
Naturalmente l'obiettivo del presidente Mattarella è uno solo: restituire quel prestigio e quell'indipendenza della magistratura che oggi sono fiaccati dall'inchiesta e dall'amplificazione mediatica. Un'inchiesta che ha "incrinato" il prestigio della magistratura. La sostituzione dei dimissionari è il primo passo. Gli equilibri all'interno dell'attuale consiglio cambieranno, al posto di Gianluigi Morlini, entrerà Giuseppe Marra di A&I, la correte di Davigo.
Se dovessero dimettersi anche gli altri consiglieri coinvolti di Mia sostituirli saranno un altro esponente di A&I e uno di Area, la corrente di sinistra. Ieri, intanto, anche il Guardasigilli ha integrato l'atto di incolpazione notificato due giorni fa alle toghe, contestando ai cinque magistrati coinvolti nella vicenda, anche la violazione delle norme "che stabiliscono la necessità di preservare l'autonomia valutativa del Csm".
Spina, Cartoni, Criscuoli, Lepre e Morlini "gettando discredito sull'ordine giudiziario incidevano negativamente sulla fiducia e sulla considerazione di cui il magistrato deve godere". Al centro dell'accusa del ministro, come del pg, c'è sempre la cena del 9 maggio alla quale le cinque toghe discutevano con i parlamentari Ferri e Lotti "completamente estranei - si legge nel documento - alle funzioni ed alle attività consiliari e con i quali gli incolpati pianificavano la possibilità di incidere sulle future nomine di direttivi di uffici giudiziari, tra cui, specificamente, la proposta inerente la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma, di diretto interesse personale per il pm Palamara e Lotti. In particolare, nei confronti di quest'ultimo, per il quale era già stato richiesto il rinvio a giudizio dinnanzi al Tribunale di Roma, il nominando Procuratore della Repubblica di Roma avrebbe dovuto sostenere la funzione di accusa".
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 14 giugno 2019
Non credo che il tabaccaio di Pavone Canavese, che pare abbia sparato dal balcone di casa sette colpi di pistola contro tre ladri dopo che era scattato l'allarme antifurto del negozio, fosse al corrente dei contenuti della recentissima riforma della legittima difesa.
Probabilmente però era stato raggiunto dalle dichiarazioni del ministro dell'interno che il 26 aprile, in occasione dell'approvazione della "sua" legge che modificava la legittima difesa, aveva parlato di "un bellissimo giorno per gli italiani in cui viene riconosciuto il sacrosanto diritto alla legittima difesa", tra l'altro esibendo nel corso della conferenza stampa la storica maglietta recante la scritta "la difesa è sempre legittima".
La legittima difesa "classica" era disciplinata dall'art. 52 del codice penale del 1930 con una formulazione semplice e sintetica: in un unico comma di poche righe si stabiliva che non è punibile chi ha commesso un reato (ad esempio ha sparato e ucciso) per esservi stato costretto dalla necessità di difendere la vita e l'incolumità fisica e anche i propri beni contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta (ad esempio l'aggressione di ladri o rapinatori), sempreché la reazione di difesa dell'aggredito fosse proporzionata all'offesa.
Per oltre 75 anni l'art. 52 ha funzionato egregiamente: una consolidata giurisprudenza ha stabilito che si poteva reagire legittimamente solo contro un'aggressione in atto (e non anche contro un aggressore in fuga), che la proporzione tra la difesa e l'offesa andava intesa nel senso che non si poteva reagire sparando contro un ladro disarmato, non essendovi proporzione tra la tutela del patrimonio e il bene della vita dell'aggressore.
Negli ultimi mesi del terzo Governo Berlusconi una legge del 2006 ha introdotto la c. d. legittima difesa "domiciliare", al fine di apprestare una più efficace tutela per la le vittime di furti nell'abitazione e in ogni luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale. Sono stati così aggiunti due commi nell'art. 52 del codice penale, grazie ai quali si ritiene sussistere il requisito della proporzione tra difesa e offesa se l'aggredito usa un'arma da lui legittimamente detenuta al fine di difendere la propria incolumità ovvero i suoi beni, sempreché non vi sia desistenza e permanga il pericolo di aggressione. Dovrà comunque essere sempre il giudice a valutare se sussistono i requisiti della legittima difesa, anche nella situazione del c. d. eccesso colposo, cioè quando la vittima del furto ha ritenuto per errore di essere vittima di un'aggressione, mentre in realtà non vi erano gli estremi per reagire in stato di legittima difesa.
Dopo 13 è anni è intervenuta la riforma Salvini, forse per tradurre in termini giuridici il motto che "la difesa è sempre legittima". Ne è sortito un groviglio incomprensibile per il comune cittadino e da cui sarà difficile districarsi anche per le più raffinate menti giuridiche. Limitandoci ai casi di eccesso colposo (il tabaccaio di Pavone Canavese potrebbe appunto essere indagato per omicidio colposo), nell'art. 55 del codice penale è stato aggiunto un secondo comma che, in riferimento alla legittima difesa "domiciliare", esclude la punibilità se chi ha sparato per difendere la propria incolumità si trovava in condizioni di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolare la difesa, ovvero "in stato di grave turbamento, derivante dalla situazione di pericolo in atto". Quest'ultima condizione, assai stravagante e sinora sconosciuta nell'ordinamento giuridico, è di pressoché impossibile interpretazione: è presumibile che chi si trova esposto ad una aggressione che mette in pericolo la propria vita e/ o i propri beni rimanga quantomeno un po' turbato, ma rimane il problema di quali siano le manifestazioni del turbamento "grave", che deve essere coevo alla situazione di pericolo in atto, per cui ai fini dell'esclusione della punibilità non dovrebbe avere rilievo uno stato di grave turbamento che perdura quando il pericolo è cessato essendo gli aggressori in fuga.
Per fortuna la nuova disciplina non opera automaticamente, ma vi sarà sempre un giudice chiamato a interpretarne il significato in rapporto alle condizioni generali della legittima difesa "domiciliare", a stabilire i criteri interpretativi del grave turbamento, e anche a verificare gli eventuali profili di illegittimità costituzionale della norma introdotta.
di Liana Milella
La Repubblica, 14 giugno 2019
Il Capo dello Stato: elezioni suppletive per sostituire i magistrati dimissionari. "Prestigio e fiducia incrinati, ma è inutile azzerare tutto senza cambiare le regole".
Il Csm a guida Ermini andrà avanti. Per ridare subito "prestigio e fiducia" alla magistratura e voltare pagina. Con una mossa a sorpresa, il capo dello Stato, nonché presidente del Csm Sergio Mattarella, ha indetto le elezioni - si svolgeranno il 6 e 7 ottobre - per scegliere i due togati che appartengono alla categoria dei pm e che dovranno prendere il posto dei dimissionari Luigi Spina e Antonio Lepre. Che ieri ha lasciato il Consiglio.
Si va avanti nonostante lo scandalo "toghe sporche", e le dimissioni, già date o in procinto di esserlo, di ben cinque togati su sedici. Nessuno scioglimento dunque, come chiede Forza Italia, o auto scioglimento, perché se ciò accadesse - ed è questa la motivazione del Colle - si finirebbe per votare con le stesse regole attuali che invece il Guardasigilli Alfonso Bonafede già annuncia di voler cambiare. Introducendo il sorteggio per ridimensionare il potere finora assoluto delle correnti delle toghe. Se invece il Colle rimandasse tutti a casa oggi si voterebbe proprio con le stesse regole che il governo vuole cancellare.
Per completare invece la rosa dei dieci giudici - ne mancano tre - si attingerà alla lista dei non eletti, giusto tre per tre posti, visto che nelle elezioni del luglio 2018 c'erano pochissimi candidati, quattro pm per quattro posti, 13 giudici per 10 posti, quattro toghe della Cassazione per due posti. Sono le 19 quando Mattarella rende pubblica la decisione e chiude la porta a qualsiasi manovra dentro l'attuale Csm o alle richieste politiche, come le dimissioni in blocco avanzate da Fi.
A fronte della resistenza di chi, come i giudici coinvolti nelle intercettazioni Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli che, pur destinatari di una doppia procedura disciplinare dal Pg della Cassazione Riccardo Fuzio e dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, ancora non si dimettono, mentre lascia Antonio Lepre, il capo dello Stato fissa la data delle prossime elezioni per i due posti da pm. La prima settimana di ottobre per consentire la campagna elettorale.
La ragione è semplice, ed è politica, perché lo scioglimento immediato di questo Consiglio comporterebbe la rielezione del Csm con gli stessi criteri seguiti a luglio 2018 in quanto non si farebbe in tempo in tre mesi ad approvare una nuova legge. Ma c'è di più nel passo del presidente del Csm, che anche questa volta si è mosso in piena sintonia con il suo vice, l'ex Pd David Ermini. La sostituzione è il primo passo per restituire alla magistratura indipendenza e prestigio.
"Prestigio e fiducia" che, secondo Mattarella, sono state incrinate dallo scandalo esploso con l'inchiesta di Perugia. Dunque questo Csm riparte. Anche se, a fronte delle dimissioni date ieri da Antonio Lepre, mancano ancora quelle di Cartoni e Criscuoli, che però dovrebbero giungere nel fine settimana. Si preparano i sostituti. Già ieri il plenum ha votato il rientro in ruolo di Giuseppe Marra, giudice della corrente di Piercamillo Davigo e primo dei non eletti. In una settimana potrebbe entrare, dopo la verifica dei titoli, anche la collega Ilaria Pepe, sempre di Davigo, e Bruno Giangiacomo di Area. Magistratura indipendente si riduce da cinque a due membri e paga uno scotto pesante. Mentre Davigo raddoppia la sua pattuglia e passa da due a quattro consiglieri.
La sinistra di Area arriva a cinque. La storia stessa di questo Csm, dove finora ha dominato, soprattutto nelle nomine, l'asse Unicost-Mi, è destinata a cambiare. A cominciare dalla scelta dei vertici delle procure di Roma, Perugia, Torino, Brescia. La mossa di Mattarella delude Forza Italia, che con un diktat di Berlusconi ha chiesto al Colle lo scioglimento del Consiglio, anche se i due laici designati da Fi, gli avvocati Michele Cerabona e Alessio Lanzi, ieri affermavano la propria indipendenza - "non siamo dei politici, non riceviamo ordini, nessuno si è permesso di darceli" - e la volontà di non mandare in crisi il Consiglio.
Ma sia Fi che Fratelli d'Italia propongono una commissione parlamentare d'inchiesta sulle toghe sporche. Il Guardasigilli Bonafede conferma invece il progetto di incidere per legge sul Csm. Perché "nessuno tra i magistrati che ogni giorno lavorano e portano faticosamente avanti la macchina della giustizia possa pensare che per fare carriera si deve stare in una corrente".
di Marco Conti
Il Messaggero, 14 giugno 2019
Non scioglie il Csm per non insabbiare né l'intenzione mostrata dai partiti di cambiare i criteri di elezione, né i procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati coinvolti nella "tratta" delle procure. Al termine di una giornata di polemiche e pressing, Sergio Mattarella traduce in un atto la sua preoccupazione per la bufera che sta travolgendo l'organo di autogoverno della magistratura.
In qualità di presidente del Csm, Mattarella fissa elezioni suppletive (che porteranno a un ulteriore slittamento delle nomine per le procure vacanti, a partire da quella di Roma) in modo da evitare che il ritorno al voto con le stesse regole diventi una sorta di colpo di spugna. Dal Quirinale ieri sera spiegavano che "lo scioglimento immediato del Csm comporterebbe la rielezione dei suoi membri con i criteri attuali, mentre diverse forze politiche auspicano un cambiamento e chiedono una riforma delle norme di elezione".
Un argomento in scia alle richieste dei partiti che sembrano scoprire solo ora - e non sono i soli - i meccanismi correntizi sulla base dei quali sono stati sinora assegnati a magistrati i più importanti uffici giudiziari. Una riprova si ha con le suppletive che Mattarella è stato costretto ad indire per rimpiazzare i due dimessi (Antonio Lepre e Sergio Spina) che componevano una lista di quattro (quattro candidati per quattro posti, per quattro correnti) senza quindi possibilità di attingere da una lista di non eletti.
Uno scioglimento dell'intero Csm avrebbe inoltre rinviato di mesi le azioni disciplinari che sono state già istruite dal procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio nei confronti dei cinque togati coinvolti nelle inchieste. Ciò che però interessa soprattutto a Mattarella è che le forze politiche diano seguito alla volontà di cambiare passo procedendo ad una riforma il più possibile condivisa. Dell'importanza di una "reazione" aveva parlato giorni fa il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede reduce proprio da un incontro con il presidente della Repubblica.
D'altra parte di riforma dei meccanismi di elezione del Csm si parla anche nel contratto di governo e per il Guardasigilli dovrebbe andare avanti insieme alla riforma dell'ordinamento giudiziario. In queste settimane Mattarella ha avuto continui contatti con i vertici del Csm e con il ministro della Giustizia. In una prima fase il Capo dello Stato aveva dato mandato al vicepresidente David Ermini approfondire la gravità della situazione.
Con la nota di ieri Mattarella spinge affinché si possa "voltare pagina" cambiando i meccanismi di elezione ed evitando che uno scioglimento, e nuove elezioni con le stesse regole, contribuiscano a lasciare le cose come stanno. Obiettivo del presidente Mattarella è quello di restituire alla magistratura quel prestigio e quell'indipendenza che secondo il Quirinale sono stati "incrinati" da ciò che emerge dall'inchiesta.
Un'inchiesta che ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica meccanismi che, al netto di eventuali aspetti corruttivi tutti da chiarire, erano già noti. Un vaso di Pandora esploso all'improvviso nel corso di una guerra tra bande, che ha mostrato la commistione tra politica e magistratura i cui effetti vengono mediaticamente ampliati - anche ora che sono coinvolti magistrati - dalla diffusione di trascrizioni di intercettazioni.
Un clima di veleni, millanterie e accuse che ha anche sfiorato la presidenza della Repubblica attraverso conversazioni assai indirette degli intercettati sul ruolo di un presunto informatore addirittura dentro il Quirinale. Voci non circostanziate, subito smentite con nettezza dal Colle, ma che sono il segnale di un degrado del sistema giustizia che va fermato. Ammesso che i partiti ne abbiano la voglia e, soprattutto, la forza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 giugno 2019
I trojan di Perugia usati pure contro il Colle. A volte le osservazioni giuste vengono dalle persone sbagliate. Da Luca Lotti, per esempio, che le intercettazioni del Gico hanno sorpreso a fantasticare di piani galattici sulle Procure. Tra un "si vira su Viola" e un "ti togliamo Creazzo dai coglioni", l'ex ministro affida finalmente al suo sfogo via Facebook di ieri una bella domanda, anzi due: "Com'è che durante un'inchiesta ancora in corso vengono pubblicate intercettazioni, senza rilievo penale, di non indagati?
Come sono arrivate nelle redazioni dei giornali?". Belle domande davvero. Decisive. Ma di semplice soluzione. Le intercettazioni arrivano nei giornali perché costa nulla pubblicarle. Altrimenti chi le controlla non le farebbe trasudare dal velo del segreto istruttorio. Sia detto meglio: costa non proprio nulla ma pochissimo, 129 euro per la precisione. Che ci si creda o no, a tanto ammonta la cifra che consente di "oblare" il reato previsto all'articolo 684 del codice penale, la pubblicazione di atti giudiziari. Un gettone da 100 euro o poco più e il gioco è fatto. Può mai essere il segreto istruttorio affidato a una tanto ridicola forma di dissuasione?
Ogni ora che passa si scopre qualcosa. Ieri altre intercettazioni captate originariamente per l'indagine di Perugia su Luca Palamara sono divenute pubbliche. Anche per via dell'atto di incolpazione firmato dal pg della Suprema corte, Riccardo Fuzio, contro i togati coinvolti nel caso Csm, atto disponibile on line da mercoledì sera, su fonti "aperte". Si scopre per esempio che nella cena con Lotti e Cosimo Ferri, deputato e presunto leader ombra del gruppo di Magistratura indipendente, il consigliere (ora autosospeso) Corrado Cartoni, pure lui di "Mi", dice che David Ermini "si deve svegliare".
Il vicepresidente del Csm non recepisce le "sveglie" congiunte del Pd e di vari togati, soprattutto su alcune scelte della sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli. Ne esce da persona specchiata e seria qual è, Ermini. Ma non è che si può giocare alla roulette russa delle intercettazioni. La credibilità di organi di rilievo costituzionale non può essere affidata al caso. Cioè al fatto che qualcuno parli bene di te mentre ha un trojan nel cellulare.
Anche perché nella roulette russa finisce che in un altro brano segreto, reso ovviamente pubblico da alcuni giornali di ieri, viene citato un consigliere del Capo dello Stato. Secondo Ferri, verrebbe da tale consigliere la prima rivelazione sul trojan "inserito" nel portatile di Palamara. E chi può escludere che la frase di Ferri debba in realtà dissuadere gli inquirenti dall'approfondire il materiale intercettato, visto il rischio di chiamare in causa persone rispettabili? Siamo a questo. È il caso di fermarsi?
Ieri il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza ha chiesto un "tavolo" con le toghe per trarre le conclusioni dal terremoto Csm: "Va temperata l'obbligatorietà dell'azione penale", ha ribadito. Sarebbe bello se i magistrati eventualmente chiamati a discutere con il leader dei penalisti proponessero a loro volta di rendere davvero vietata la pubblicazione di intercettazioni.
Sarebbe bello se nella commissione d'inchiesta proposta ieri da parlamentari di Fratelli d'Italia, gli stessi magistrati ammettessero di aver troppo spesso usato i giornali per ottenere il tifo degli italiani per le loro indagini. E non sarebbe male se il Parlamento chiedesse ad avvocati e giudici di scrivere insieme una legge seria per impedire che le conversazioni segrete siano usate, ancora in futuro, come arma letale.
Certo, il massimo desiderabile sarebbe se i magistrati si rendessero conto da soli che il gioco al massacro non può andare avanti. Che si rischia di travolgere con il solito fango le più alte istituzioni della Repubblica, presso le quali i magistrati stessi giurano dopo aver vinto il concorso. Se poi vogliamo sognare in grande, dobbiamo illuderci che a chiedere di smetterla con l'uso letale delle intercettazioni possa essere Giuseppe Marra, primo dei non eletti nella "sezione" da cui proveniva Gianluigi Morlini, il secondo togato dimessosi dal Csm (preceduto da Luigi Spina e seguito ieri da Antonio Lepre).
Marra subentrerà a Morlini: il plenum ha già votato il suo rientro in ruolo al massimario della Cassazione, presupposto necessario per l'ingresso a Palazzo dei Marescialli. Lascia la direzione assunta pochi mesi fa al dipartimento Affari di giustizia del ministero. Marra era candidato al Csm per Autonomia & indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo.
La più pessimista, diciamo, sulla moralità delle classi dirigenti. Visto che anche la magistratura è classe dirigente, e non la si può abbattere a colpi di trojan, davvero non sarebbe male se le contromisure fossero proposte da chi condivide quel pessimismo con Davigo. Perché adesso è difficile crederlo, ma magari anche i piani galattici di Lotti e Palamara per il "danneggiamento di Creazzo" potevano essere arginati senza che tutta Italia li conoscesse in anticipo.
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2019
Corte Ue - Sentenza 13 giugno 2019 - Causa C-646/17. È legittima la normativa italiana che consente agli imputati di patteggiare in dibattimento unicamente quando mutano i fatti contestati e non quando muta la loro qualificazione giuridica. Lo ha stabilito la Corte Ue, sentenza nella Causa C-646/17, del 13 giugno.
Il caso - In un procedimento penale italiano, l'imputato, accusato di ricettazione, ha confessato di averli rubati. Nel corso del dibattimento, il pubblico ministero non ha però modificato l'imputazione - da ricettazione a furto - lasciando espressamente al giudice del Tribunale di Brindisi il compito di riqualificare i fatti. Questa decisione del Pm ha provocato il rigetto della domanda di patteggiamento presentata dall'imputato. Dopo l'inizio del dibattimento, infatti, il patteggiamento è ammissibile solamente se l'imputazione viene modificata per l'addebito di un fatto storico nuovo o diverso, mentre, nel caso di specie, era necessaria soltanto una riqualificazione giuridica del medesimo fatto.
Il rinvio - A questo punto il Tribunale di Brindisi si è rivolto alla Corte di giustizia per chiedere se una simile differenziazione tra gli effetti della modifica dell'accusa - a seconda che si tratti di modifica in fatto o di modifica in diritto - che comporta anche delle sostanziali disparità in merito all'esercizio del diritto di difesa, come l'ammissibilità o meno dell'istanza di patteggiamento, sia compatibile con il diritto dell'Unione.
La decisione - Per la Corte di Lussemburgo il diritto dell'Unione non osta a una normativa nazionale, come quella italiana, secondo cui l'imputato può domandare, nel corso del dibattimento, il patteggiamento nel caso di una modifica dei fatti su cui si basa l'imputazione, e non, invece, nel caso di una modifica della qualificazione giuridica dei fatti oggetto dell'imputazione. Con riferimento al dibattimento penale, più specificamente, la Corte rileva che l'effettività della difesa non esclude che la qualificazione giuridica dei fatti contestati possa essere modificata o che nuovi elementi di prova possano essere inseriti nel fascicolo nel corso della discussione. In ossequio al fondamentale diritto di difesa, siffatte modifiche e siffatti elementi devono però essere comunicati all'imputato o al suo avvocato in un momento in cui questi ultimi abbiano ancora la possibilità di reagire in modo effettivo, prima della deliberazione.
La Corte sottolinea poi che gli Stati membri restano comunque liberi di assicurare un livello di tutela più elevato di quello garantito dal diritto dell'Unione e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), come interpretate dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo. Infine, la Corte conclude che sia il diritto all'informazione garantito dalla direttiva sia il diritto di difesa garantito dalla Carta risultano rispettati. Infatti, né l'uno né l'altro implicano l'obbligo di riconoscere all'imputato la facoltà di chiedere il patteggiamento nel corso del dibattimento.
edizionecaserta.com, 14 giugno 2019
"Angelo stava bene. Non ha mai avuto un problema". Lo ripetono comunque un mantra. I familiari di Angelo Serra, ma anche i suoi compagni di cella. Nessuno riesce a spiegarsi come, quel ragazzone di 38 anni, sia morto all'improvviso. Coloro che condividono con lui la camera alla casa circondariale ieri mattina sono andati a svegliarlo e hanno fatto la drammatica scoperta.
Inutili i soccorsi, il 38enne di Caivano era già deceduto da tempo probabilmente per un malore ma questa resta solo una delle ipotesi. Al momento le indagini vanno avanti in un riserbo stretto ed anche il suo legale di fiducia, l'avvocato Daniele Delle Femmine, attende di conoscere i primi atti dell'indagine. La famiglia al momento non ha presentato denuncia, ma la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha voluto comunque predisporre l'esame autoptico.
La salma è stata così sequestrata e trasferita all'istituto di medicina legale di Caserta dove domani mattina sarà effettuato il test, a questo punto indispensabile per conoscere la verità sul decesso. Soltanto dopo l'autopsia i familiari potranno rivedere il corpo del loro caro. Serra era recluso in quanto stava scontando una condanna per rapina: l'ultimo arresto era avvenuto proprio a Caserta nel gennaio 2018: venne bloccato dagli agenti della questura in piazza Carlo III dopo aver depredato una donna della sua borsa, sotto minaccia di una pistola rivelatasi poi finta. Un'esistenza piena di tunnel e costellata di problemi con la giustizia, dalla quale ora chi gli ha voluto bene attende una parola definitiva sulla sua morte.
milanotoday.it, 14 giugno 2019
Un uomo di 59 è morto all'interno del carcere milanese di San Vittore. La scoperta del cadavere è arrivata all'alba di venerdì. Attorno alle 5 sul posto - via Gian Battista Vico - è intervenuto il 118 con un'automedica e un'ambulanza. Il personale dell'Azienda Regionale Emergenza Urgenza, però, non ha potuto fare nulla per salvare la vita dell'uomo. Non ci sarebbero dubbi sulla natura suicidaria del gesto. Le indagini sull'accaduto sono in mano alla Polizia penitenziaria.
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