Ansa, 22 aprile 2015
Una situazione di incertezza in attesa dell'individuazione di piccole strutture terapeutiche territoriali e di una residenza destinata ad accogliere i pazienti internati con misure di sicurezza detentiva. È quanto emerso da una visita del garante dei detenuti toscano Franco Corleone all'Opg di Montelupo Fiorentino.
Al momento della chiusura della struttura la Toscana dovrà farsi carico dei 48 toscani, mentre gli altri pazienti verranno affidati alle rispettive regioni di provenienza. Accompagnato dalla direttrice Antonella Tuoni, Corleone ha visitato la struttura e le celle. Attualmente, viene spiegato in una nota, gli internati sono 114 dei quali 48 toscani.
La direttrice ha fatto presente che entro breve otto internati liguri dovrebbero essere trasferiti a Castiglion delle Stiviere (Mantova). Il garante ha incontrato i detenuti, che gli hanno fatto presente la situazione di incertezza e preoccupazione, in attesa di conoscere la loro destinazione futura. Alcuni internati hanno voluto mostrare al garante la cella dove nei giorni scorsi erano stati bruciati due materassi. La direttrice ha parlato di una situazione stazionaria all'Opg dove dal primo aprile (giorno in cui è entrata in vigore la legge 81, che stabilisce la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari) non si sono registrate né uscite né ingressi.
di Paolo Londi (ex Consigliere Comunale di Montelupo Fiorentino)
www.gonews.it, 22 aprile 2015
Pur avendo vissuto in prima persona le vicende politico-istituzionali e il corposo dibattito sulla Villa Medicea di Ambrogiana, fino ad oggi mi sono astenuto dall'intervenire. In vista del Consiglio Comunale aperto del 22 Aprile, ritengo utile ristabilire alcune verità storiche comprovate da documenti che i soggetti presenti oggi nelle istituzioni non conoscono, per il fatto di non averle vissute o per non averle mai approfondite.
Della proposta di un uso diverso della Villa Medicea dell'Ambrogiana si hanno notizie certe già dagli anni 61/62 (articoli La Nazione Empoli, 03.02.1962 e 06.02.1962: il rag. Luciano Mancioli, assieme al rag. Alfio Dini, in un convegno sui problemi delle industrie di Montelupo, riprendendo un articolo de La Nazione di Empoli del 10.12.1961, per la prima volta lanciano l'idea di un utilizzo diverso della Villa Medicea dell'Ambrogiana). Personalmente ho vissuto dall'esterno, fin dal 1970, le vicende riguardanti il Manicomio Criminale, poi O.P.G., e della Villa Medicea.
Nel 1972, a seguito di notizie circa la costruzione di un carcere femminile adiacente alla Villa Medicea, le forze politiche montelupine, e in particolare la DC, portarono all'attenzione dell'allora Ministro di Grazia e Giustizia, Gonella, tramite l'onorevole Cesare Matteini, la contrarietà a tale intervento, sostenendo fosse più utile costruire una sede alternativa per l'OPG.
Il 13 marzo 1973, il Lion s'club di Empoli, organizzò un'interessante convegno sulla villa medicea dell'Ambrogiana dal titolo "Liberazione dell'Ambrogiana", alla presenza del senatore Piero Bargellini dell'onorevole Matteini, dell'architetto Guido Morozzi.
Gli esiti del convegno verranno ampiamente riportati dalla stampa vedi v. La Nazione del 15/03/1973. Si richiedeva un utilizzo diverso per la Villa Medicea.
Contemporaneamente, a seguito di pressanti interessamenti da parte di vari esponenti della DC locale (avv. Franco Anticaglia, Guido Lami, Bruno Migliori, Oreste Allegranti, Paolo Londi) il Ministero di Grazia e Giustizia chiese in forma ufficiale al Comune di Montelupo Fiorentino di prevedere, nel nuovo Piano Regolatore Generale del 74, un'area per la costruzione di un nuovo manicomio criminale. Tale richiesta venne accolta da l comune di Montelupo Fiorentino che assegnò, nel suo P.R.G, una vasta area di circa 5 ettari in località Sammontana per la costruzione della nuova struttura.
Dal 1975 fino all'anno 2008, anno in cui il legislatore previde il superamento degli OPG, nonostante l'interessamento di tutte le forze politiche comunali e nazionali (v. i numerosi articoli pubblicati sulla stampa), il Ministero e il D.A.P (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) non presero mai in considerazione queste loro richieste, pur in presenza di precarie condizioni delle strutture esistenti. Questa premessa ha lo scopo di far comprendere come la comunità di Montelupo abbia sempre avuto presenti le problematiche legate all'ospedale psichiatrico.
Leggendo dell'attuale legittimo dibattito oggi in corso, resto meravigliato da alcune posizioni politiche, in particolare quella dell'amico Daniele Bagnai, che è stato componente, assieme al sottoscritto, del gruppo consiliare della Dc dal 1980 al 1995. Prendo atto con rammarico del fatto che, rispetto al passato, l'amico Bagnai inspiegabilmente abbia cambiato opinione, in quanto attualmente si dichiara a favore del mantenimento del carcere al posto dell'OPG.
Negli anni 80 Bagnai fu cofirmatario di un articolo pubblicato sul periodico Montelupo Informa, in cui la DC di allora chiedeva la totale e completa restituzione della Villa Medicea (compreso annessi) alla collettività. Inoltre stupisce anche la posizione dell'ex assessore Luca Rovai, che ha vissuto politicamente in prima persona le vicende passate dell'OPG (condividendo sempre le scelte delle amministrazioni comunali precedenti) il quale oggi, con un comunicato scritto in "burocratese/doroteo puro", vorrebbe lasciare le cose così come stanno. Ciò che più mi amareggia sono alcuni passaggi sulla stampa e su Facebook, dell'amico Fabrizio Ciuffini, segretario generale FNS Cisl Toscana e, in parte, anche della posizione dell'attuale direttrice dell'OPG Antonella Tuoni.
Alcuni loro interventi affermano che alle istituzioni e alla politica montelupina non interessano gli internati e il personale di polizia penitenziaria dipendente dell'OPG, ma solo la struttura della Villa Medicea. Simili affermazioni non corrispondono al vero, poiché, per quanto ricordi e abbia vissuto personalmente, le associazioni del volontariato, l'Arci, le Acli, la parrocchia di Ambrogiana (e qui un pensiero va al compianto Don Armando Elmi), si sono sempre interessate, nei limiti consentiti dalla legge, agli internati dell'OPG. Ricordo benissimo, ad esempio, i momenti di convivialità organizzati nei locali del circolo Acli di Montelupo assieme ad alcuni degli internati. Vorrei precisare all'amico Ciuffini che la richiesta di un utilizzo diverso della Villa, già negli anni 60, rispondeva a tre esigenze primarie:
1) creare una struttura sanitaria all'altezza dei tempi per i soggetti malati reclusi;
2) favorire un ambiente di lavoro idoneo, sicuro ed efficiente, per gli agenti di custodia;
3) restituire alla collettività un edificio di interesse storico universale, impropriamente usato da oltre 150 anni.
Queste mie considerazioni non intendono assolvere la Regione Toscana, il Ministero di Grazie e Giustizia, il D.A.P da ritardi, omissioni, incomprensioni; se errori vi sono stati, chi li ha commessi è giusto se ne assuma la responsabilità.
Riguardo agli oltre 7 milioni di euro che l'amministrazione penitenziaria afferma di aver speso dal 2008 a oggi, preciso che le istituzioni montelupine non sono mai state informate in merito a tali ristrutturazioni. Inoltre, se i provvedimenti legislativi, già dal 2008, prevedevano il superamento dei 5 OPG a livello nazionale, per quale motivo il D.A.P ha impiegato tali somme in una struttura di cui era già prevista la chiusura? Tali ingenti somme avrebbero potuto esser destinate al miglioramento di strutture attualmente esistenti e non interessate alla dismissione".
www.gonews.it, 22 aprile 2015
Il Coordinamento Provinciale della Uil-Pa Penitenziari di Firenze ha appreso dalla stampa che il 22 aprile è stato indetto il Consiglio Comunale con annesse le modalità di intervento per discutere sull'OPG di Montelupo Fiorentino. È quanto comunica Eleuterio Grieco, Coordinatore della Segreteria Provinciale della Uil-Pa Penitenziari di Firenze.
Come già dichiarato in commissione consiliare l'11 Marzo 2015 dal Coordinamento Uil-Pa Penitenziari, la questione della chiusura dell'OPG Montelupo Fiorentino, a nostro parere, deve trovare le sue attenzioni, nell'ambito del confronto con la parte datoriale, ovvero con il Ministero della Giustizia Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al fine di avere quelle risposte necessarie per comprendere appieno la politica penitenziaria che si vuole adottare nel paese, rispetto sia al sovraffollamento detentivo che alla certezza della pena, collegata da un filo conduttore, alle dismissioni e/o edificazioni di strutture penitenziarie, sottolinea Grieco. Tale passaggio, è propedeutico per l'attivazione di quei sistemi contrattuali insiti e specifici del Comparto Sicurezza.
Nel merito della vicenda OPG Montelupo Fiorentino, è di tutta evidenza che oggi si è di fronte ad una mancata applicazione della legge 9/2012 e 81/2014 da parte della Regione Toscana, essendo presenti ancora all'interno della struttura gli internati "come reclusi" (114).
Un plauso va agli uomini ed alle donne della Polizia Penitenziaria che stanno oggi surrogando ad un servizio non più di loro competenza con enormi difficoltà rispetto a segnali di insofferenza esternati dalla popolazione detenuta. In conclusione Grieco afferma il nostro auspicio è che la Regione Toscana, si ravveda, affinché collochi al più presto i pazienti nelle Rems attraverso anche accordi interregionali temporanei, unica soluzione atta a rispettare nell'immediatezza la previsione normativa; viceversa chiederemo con forza anche mediante l'intervento della magistratura, affinché il personale di Polizia Penitenziaria esca immediatamente dai reparti ove sono presenti i pazienti, imponendo alla regione toscana ovvero l'ASL 11 la presa in carico del servizio di custodia ed assistenza sanitaria essendo dal 31.03.2015 di loro esclusiva competenza.
Coordinamento Provinciale della Uil-Pa Penitenziari di Firenze
Il Sannio, 22 aprile 2015
Casa Circondariale di Benevento, reparto a Custodia Attenuata: il via alla raccolta differenziata dei rifiuti. Alla regia Marilena Palladino, docente di Pontelandolfo esperta in materia ambientale e titolare della società Gcst.Eco srl, e Lino Fiscarelli, nel ruolo di tutor.
Nell'ambito di un corso che ha abilitato 10 detenuti alla professione di operatore per la raccolta differenziata dei rifiuti, promosso dalla Regione Campania per il tramite dell'ente di formazione Avs Group, si e dato il via al progetto di raccolta differenziata all'interno del settore a Custodia Attenuata che ospita circa 100 detenuti.
Argomento di grande attualità ed interesse che ha visto tutti impegnati con grande successo. La sinergica collaborazione tra il docente, il tutor, la direzione, l'arca trattamentale ed il Corpo di Polizia ha permesso che, dopo un mese e mezzo di lavori, si raggiungesse lo scopo di trasmettere un concetto rilevante: i rifiuti sono una risorsa. In atto, quindi, la raccolta di umido, multimateriale riciclabile e indifferenziato secco, che nei giorni stabiliti la municipalizzata azienda Asia di Benevento, prezioso collaboratore, ritira durante la settimana.
I detenuti hanno subito fatto proprio il regolamento interno, dando esempio di grande civiltà, decoro e rispetto per l'ambiente. Il corso si è sviluppato in tre fasi. A quella puramente didattica è seguita la vagliatura manuale dei rifiuti, mentre nella parte finale si è data "libertà" alla creatività dei detenuti con il "riciclo creativo". Hanno fatto arte utilizzando i propri rifiuti. Tappi, bicchieri, bottiglie di plastica, residui di saponette hanno dato vita a vere e proprie sculture e oggetti di arredo.
"Quando sono stata contattata per questo progetto dall'Ente di formazione - ha dichiarato la docente Palladino - ho avuto molte remore e prima di accettare l'incarico ho riflettuto a lungo. Si trattava di un mondo sconosciuto, che spaventa, eppure parte della realtà in cui viviamo. Le paure hanno lasciato subito il posto ad una grande grinta che mi veniva trasmessa da persone che, sebbene abbiano commesso un errore, sono pronte a ricominciare; a noi educatori tocca dare tutto quanto nelle nostre possibilità per riabilitarli.
Un ambiente sereno quello del reparto a Custodia Attenuata. I detenuti lavorano, studiano e il tutto è possibile grazie all'interesse attivo della direttrice M.L. Palma e delle educatrici dell'area trattamentale, persone competenti e professionali, e al Corpo di Polizia coadiuvato dall'ispettore Nicola Soreca. Tutti loro mi hanno preso per mano il primo giorno e accompagnata fino all'ultimo.
www.strettoweb.com, 22 aprile 2015
Durante il seminario intitolato "Detenuti e Lavoro" si sono illustrati i risultati del progetto Agis (Agenzia inclusione sociale): 30 imprese solidali si sono dichiarate disponibili ad accogliere persone provenienti da circuiti penali. Si è tenuto ieri, presso il Palazzo della Provincia di Reggio Calabria, il seminario intitolato "Detenuti e Lavoro", nel corso del quale si sono illustrati i risultati del progetto Agis (Agenzia inclusione sociale), avviato a giugno dell'anno scorso e teso all'inserimento lavorativo e sociale di persone provenienti da circuiti penali e dei loro familiari.
Come è stato attestato, e riportato anche quest'oggi su La Gazzetta del Sud, lo sportello Agis, sito negli uffici comunali al Cedir, ha registrato 120 contatti: si sono riuscite ad orientare 42 persone, tra le quali 6 donne. Presente all'incontro, moderato da Giuseppe Carrozza, anche Maria Angela Ambrogio, della Cabina di regia Agis, che ha sottolineato l'importanza del percorso intrapreso, basante non solo su un modello orientativo, ma anche su un supporto psicologico da offrire a questa gente. A tale scopo sono orientate 30 imprese solidali, che si sono dichiarate disponibili ad accogliere persone provenienti da circuiti penali, anche se è difficile assicurare loro un futuro lavorativo in quanto il progetto non prevede borse di studio. Un tentativo di inclusione sociale, quindi, che però risulta frenato soprattutto dalla scarsità di fondi a disposizione.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 22 aprile 2015
Verso il Consiglio straordinario. Bruxelles studia l'ipotesi di "operazioni militari" contro i trafficanti. L'obiettivo di Frontex resta sempre lo stesso: difendere la fortezza Europa. Le proposte della Commissione. La protesta delle associazioni umanitarie. La Ue sarà più "solidale", come afferma Matteo Renzi, ma questa solidarietà si esprime senza uscire dai criteri che hanno portato alla creazione di Frontex, dieci anni fa e, alla fine dell'anno scorso, del suo programma Triton: sorvegliare e punire, respingere il più possibile i migranti disperati che cercano di scalare la fortezza Europa. Tra i dieci punti presentati dalla Commissione per rispondere nell'immediato all'emergenza dei 1600 morti in neanche quattro mesi di questo 2015 (un morto ogni due ore, in media), ve ne sono alcuni molto problematici: Bruxelles propone al Consiglio europeo straordinario di domani dei capi di stato e di governo di organizzare una più precisa lotta ai trafficanti, di bloccare le strade utilizzate dai migranti, di sequestrare e distruggere i barconi.
La portavoce della Commissione per le questioni di immigrazione, Natasha Bertaud, ha evocato ieri una possibile "azione militare e civile" per colpire i trafficanti. Ipotesi confermata in serata anche dal ministro degli Interni italiano: "Abbiamo fatto una richiesta chiara per ottenere azioni mirate in Libia, in un quadro di legalità internazionale. Siamo alla ricerca di consenso internazionale per affondare i barconi dei trafficanti di esseri umani" prima che partano, ha detto Alfano.
Sarebbero quindi allo studio interventi mirati, in Libia, per bloccare le partenze dei migranti. Le organizzazioni umanitarie sono insorte ieri contro queste ipotesi, che privilegiano la repressione e lasciano poco spazio al miglioramento dell'accoglienza. La rete Migreurop, che da tempo lotta per un Frontexit (cioè per l'abolizione di Frontex), accusa la missione di avere come solo scopo quello di impedire ai migranti di arrivare sul territorio europeo. Per Claire Rodier di Migreurop, autrice di un libro sul business dell'immigrazione, ci sono grandi "zone d'ombra" in Frontex, che opera in modo incompatibile con il rispetto dei diritti umani. Critiche severe a Frontex anche da parte di Jean-François Dubost, di Amnesty International France: "La strategia della Ue è: non facciamo nulla che faccia venire voglia di venire" in Europa.
La conferma dell'approccio prevalentemente repressivo viene dalla stessa Frontex: la portavoce, Izabelle Cooper, ha ieri puntato i riflettori soltanto contro i trafficanti, che "fanno miliardi di business obbligando uomini e donne a imbarcarsi su minuscole imbarcazioni, senza giubbotti di salvataggio".
La Ue si ripara dietro la lotta ai trafficanti e propone di bloccare le partenze all'origine. Le politiche migratorie restano nella Ue una responsabilità dei singoli stati. Giovedì, per François Hollande il Consiglio "non può prendere decisioni ordinarie". Nei dieci punti della Commissione c'è anche la "schedatura" dei migranti e un rinvio più veloce di coloro che non vengano considerati candidati al diritto d'asilo. In altri termini, ci si avvia verso una repressione che, partendo dai trafficanti, colpirà soprattutto le persone che la situazione disperata in cui vivono spinge ad emigrare. Bruxelles chiede ai paesi membri una maggiore solidarietà verso i paesi del sud Europa - Italia, Grecia, Spagna e Malta - dove arrivano i migranti, suggerendo una ripartizione dei candidati all'asilo tra i 28 (si parla di circa 5mila persone al massimo).
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 22 aprile 2015
Alfano: "Dopo l'ok dell'Onu bombarderemo i barconi" Il premier Renzi chiama Ban Ki-moon per il via libera. Potrebbe essere la prima "guerra" dell'Unione europea, la guerra agli schiavisti del 21° secolo. Un'operazione di polizia internazionale condotta con mezzi militari, con un obiettivo principale nel mirino: i barconi degli scafisti in Libia, ma anche tutta la struttura di comando e controllo del traffico di esseri umani che attraversa quel paese.
Con un obiettivo parallelo e non secondario: quello di essere pronti a colpire anche i miliziani dell'Is, o comunque i jihadisti che in Libia hanno giurato fedeltà al califfato di Al Baghdadi. Per questi obiettivi ieri il governo italiano si è messo al lavoro innanzitutto con i partner europei, per garantire supporto alla proposta e partecipazione a una possibile operazione militare. Il premier Matteo Renzi ha telefonato al presidente Ue Donald Tusk, ma anche al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon per annunciargli le linee guida della proposta italiana che, se approvata dalla Ue, avrebbe bisogno di essere battezzata dal Consiglio di Sicurezza Onu per avere un timbro di legittimità internazionale definitivo.
L'obiettivo lo conferma apertamente il ministro degli Interni Angelino Alfano: "Affondare i barconi degli scafisti, impedire che partano. Noi da soli non possiamo farlo ed è in corso un negoziato con Onu e Ue per avere, in un quadro di legalità internazionale l'autorizzazione a questo intervento". Domani, quando a Bruxelles i leader dei 28 paesi europei si incontreranno per un vertice d'emergenza, si troveranno sul tavolo i "10 punti" preparati dal commissario all'immigrazione Dimitris Avramopoulos e approvati lunedì dai ministri degli Esteri.
Con l'aggiunta della richiesta italiana di autorizzare operazioni di "polizia internazionale" contro gli scafisti che trovano base in Libia e di rafforzare la missione Triton. "L'ondata emotiva del disastro umanitario di Lampedusa dell'autunno del 2013 portò a Mare Nostrum, cioè a un'operazione soltanto italiana", dice una fonte a Palazzo Chigi, "adesso quello che stiamo provando a costruire è una reazione collettiva, dell'Europa, autorizzata dall'Onu, che tenga insieme gli aspetti del soccorso umanitario con quelli della tutela della sicurezza".
Ieri mattina Natasha Bertaud, portavoce in materia di immigrazione della Commissione, ha confermato apertamente della possibile "operazione militare", spiegando che le imbarcazione degli scafisti verrebbero sequestrate e distrutte da "una missione militare e civile dell'Unione europea". La funzionaria ha fatto un paragone con la missione Ue "Atalanta" contro i pirati al largo delle coste somale. A Palazzo Chigi sono già arrivati i primi echi di alcune esitazioni fra alcuni partner europei, ma il pressing è continuato per tutta la serata. Renzi ha parlato con leader europei grandi e piccoli, si è già assicurato il sostegno di Grecia, Francia e Cipro, paesi con cui l'Italia condivide il tema dell'emergenza migranti con quello della stabilizzazione della Libia.
di Fausto Bertinotti
Il Garantista, 22 aprile 2015
La tragedia è sotto gli occhi di tutti. I fatti sono drammatici. Questo mare nostro che si riempie di morti, che mette in mostra una nuova strage degli innocenti... Il nostro mondo della comunicazione e dell'immagine ci riempie gli occhi di ciò che non vorremmo vedere. Penso che in molti vivano con sofferenza e un disagio profondo queste intollerabili visioni di corpi devastati e fatti scomparire. Eppure è come se quel mare in cui sprofonda la nostra civiltà ne coprisse anche l'orrore. Così come in un mondo parallelo e separato, tutto nella nostra vita continua a scorrere "normalmente".
La nostra normalità prevede, anche quando gli appare inaccettabile, la loro morte. È come se si fosse scavato un solco tra due umanità. La prima è quella interna alla "cittadella", forse potremmo cominciare a chiamarla "fortino". In questa cittadella, pur stracarica di violenze, ingiustizie, sopraffazioni, e pervasa dall'alienazione, l'attesa di vita si prolunga e la scienza sembra accarezzare il sogno (l'incubo) dell'immortalità. Mentre si affaccia persino l'idea, come nel Golem, di generare vita in laboratorio.
Fuori dalla cittadella l'attesa di vita è una nozione impraticabile. La vita può essere spezzata, oltre che "fisiologicamente" dalla povertà, improvvisamente da una carestia, da una guerra, da un'impresa terroristica, da un viaggio verso la cittadella agognata che si rivela ancora una volta, invece, portatrice fuori da sé di morte.
Noi stiamo affacciati sul Mediterraneo. Ci avevano insegnato che poteva essere un mare di pace, di dialogo tra i popoli. Ci avevano detto che poteva essere il luogo delle traduzioni. Insomma, un ponte. È il crocicchio dove si incrociano le tre grandi religioni monoteistiche. Quando tra esse è prevalsa una volontà di sopraffazione, è stata la guerra, sono state le occupazioni. Quando hanno saputo convivere e hanno ereditato i segni di una civiltà che si è venuta costruendo contro le guerre, hanno contribuito invece a fare del Mediterraneo un luogo aperto, carico di speranze, di bellezze e di esperienze straordinarie.
Se vai in Sicilia e ti guardi attorno ne puoi respirare l'aria. In quella Gibellina devastata da un terremoto, uomini di buona volontà hanno dato vita, con le Orestiadi, alla possibilità di poter identificare le tracce che hanno visto diversi popoli affacciati sul Mediterraneo realizzare gli stessi mestieri, fare le stesse cose, dipingere gli stessi colori, quasi a formare la mappa della possibile Costituente di un popolo, quello del Mediterraneo, capace di far convivere le sue diversità in un sentire comune. Ora è proprio questa unitarietà che viene spezzata, generando una drammatica perdita per tutti e una crisi di civiltà nella quale gli uni crepano e gli altri sembrano condannati all'indifferenza (almeno rispetto alla necessità di fare).
Si discuterà molto sulle misure immediate da adottare, sulla lotta contro gli organizzatori dello sfruttamento della morte. Si discuterà molto della necessità di un coinvolgimento dell'Europa. (Intendiamoci, sono tutte discussioni necessarie, tanto più se capaci di realizzare un mutamento profondo rispetto agli attuali comportamenti dei governanti).
Saremo costretti persino a scontrarci con chi questa nostra fortezza vorrebbe munire di armi e munizioni per respingere l'orda barbarica, che è ciò che ai loro occhi appare di un'umanità dolente e disperata. Ma nulla potrà fermare il grande esodo. E allora forse bisognerebbe ricominciare da una delle grandi parole con cui la Rivoluzione francese ha aperto il libro della storia moderna: Fraternità.
Per questo, mentre le parole della politica si ingarbugliano e non comunicano alcunché, la domanda di accoglienza rivolta da Papa Francesco all'Europa ha un timbro chiaro e chiede in realtà un riordinamento dell'intera politica dell'Europa. Verso l'esterno come al proprio interno.
Ci sono domande che non possono più essere allontanate. Che cosa ha originato il clima endemico di guerra che ha investito i paesi del Nord Africa, dove stanno saltando, ad una ad una, tutte le costruzioni dell'assetto neocoloniale e della sua eredità? Che cosa ha provocato, nel profondo di quelle società, il cinico sostegno dell'Occidente a qualsiasi regime che non contraddicesse i suoi interessi materiali? Che cosa ha lasciato sul terreno la crisi dell'ultima grande stagione politica di quei paesi, quella del panarabismo e della de-colonizzazione? Perché interi paesi nei quali quelle politiche e i leader di quelle politiche non avevano subito alcuna contaminazione dall'Islam politico, hanno visto quest'ultimo diventare protagonista della loro storia? Perché i conflitti inter-religiosi che sembravano confinati nella memoria di un lontano passato stanno occupando in maniera così devastante i territori della politica?
E perché la teoria e la pratica della guerra preventiva, della guerra permanente, del conflitto di civiltà in Occidente non sono state sconfitte e hanno aperto la strada, a partire dall'Iraq, a una storia che oggi diventa ingovernabile? Se non si risalirà, attraverso questi interrogativi e la risposta ad essi, alle cause prime di questa immane tragedia, essa sarà destinata a ripetersi e noi non potremo dichiararci innocenti. Ma c'è una questione forse ancora più ostica che andrebbe affrontata. E qui ne accenniamo soltanto.
Questa questione ha un nome preciso. Si chiama "capitalismo". Si è riaperta, tra i fautori del pensiero critico, una discussione sulla collocazione della accumulazione originaria nella storia del capitalismo. La tesi che si viene proponendo e che, ahimé, appare convincente, è che essa non appartenga solo alla protostoria del capitalismo, ma, al contrario, che essa ne accompagni lo sviluppo sino ai nostri giorni. Specie nelle fasi di crisi. Insomma, la violenza della spoliazione si rivelerebbe necessaria al capitalismo per riattivare l'accumulazione altrimenti bloccata. Di questa spoliazione a noi sta venendo addosso un portato terribile. Il ricorso necessario alla Fraternità, la capacità di vedere in quelle vite distrutte la sorte dei tuoi fratelli, dovrebbe accompagnare, insieme a una capacità di accoglienza finora sconosciuta, la rinascita di un pensiero critico all'altezza di questo mostruoso capitalismo.
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 22 aprile 2015
Nelle carceri francesi, un decesso su due è legato al suicidio. Tant'è che togliersi la vita in cella è addirittura sette volte più frequente che tra le persone in libertà. Cifre messe in luce dall'ultimo rapporto Ined, che ne ha indagato le principali cause.
1. L'isolamento. Questa forma di detenzione accresce notevolmente il rischio di suicidio. Di 15 volte maggiore rispetto a quello registrato per la pena ordinaria. A causa del forte impatto con la dura vita carceraria.
2. La detenzione provvisoria. La detenzione provvisoria genera più suicidi che l'incarcerazione vera e propria. Per via dello choc subito e l'incertezza sulla propria sorte. Infatti, si registrano circa 34 decessi ogni 10.000 detenuti rispetto ai 13 osservati tra le persone condannate in via definitiva.
3. La gravità del reato. Il tentativo di mettere fine alla propria vita è molto più frequente, nell'ordine, tra chi ha commesso un omicidio, uno stupro, un'altra forma di molestia sessuale. In questi casi, non è tanto la durata della pena da scontare che influisce sullo stato d'animo. Quanto il rimorso, il sentimento di ingiustizia, l'ostracismo all'interno del penitenziario.
4. La perdita del contatto sociale. Chi viene abbandonato dai suoi cari senza ricevere visite tenta di farla finita con più frequenza rispetto agli altri. Con un rischio superiore di 2,5 volte.
5. L'ospedalizzazione. Chi ha sofferto in passato di disturbi mentali sceglie di morire molto più facilmente.
La Presse, 22 aprile 2015
Le autorità del Pakistan hanno eseguito la condanna a morte per impiccagione nei confronti di 15 persone, il numero più alto di esecuzioni in un solo giorno da quando a dicembre scorso è stata revocata la moratoria sulla pena capitale. L'ispettore generale delle carceri nella provincia del Punjab, Farooq Nazir, ha riferito a Reuters che 14 persone condannate per "crimini efferati" sono state messe a morte nella regione. La pena di morte è stata inoltre eseguita nei confronti di un'altra persona nella provincia del Belucistan. Il numero dei detenuti giustiziati nel Paese da dicembre è salito così a 95, secondo i dati dell'ong Justice Project Pakistan.
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- "Giuseppe Zagari... si prepari la roba, è in partenza"










