di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 24 aprile 2015
Consiglio europeo straordinario. Un minuto di silenzio per i morti, ma Frontex resta il solo orizzonte. Più finanziamenti per Triton e Poseidon, maggiore presenza militare nel Mediterraneo. Gli europei discutono su come scaricarsi il "fardello" e non applicano la direttiva del 2001 sulla "protezione temporanea". Il precedente di Atalante, missione contro i pirati somali. Il modello Australia
Navi da guerra, portaelicotteri, aerei arriveranno nel Mediterraneo per mettere ordine, per "smash the gangs", come ha riassunto con grande eleganza il britannico David Cameron. Ma gli "interventi mirati" per distruggere i barconi dei trafficanti, individuati come i soli responsabili dell'ecatombe umana dietro i quali la Ue tenta di nascondere le proprie responsabilità, restano un'ipotesi difficile da realizzare nei paesi di partenza, a cominciare dalla Libia, e potrebbero limitarsi ad azioni ex post, nei porti di sbarco europei. A Mrs Pesc, Federica Mogherini, è stato affidato il compito di trovare le vie legali per arrivare al sequestro e alla distruzione dei barconi dei trafficanti.
Il Consiglio straordinario sui migranti dei capi di stato e di governo della Ue si è aperto a Bruxelles con un minuto di silenzio in memoria dei morti del Mediterraneo. Sarà il solo momento in cui sono ricordati come esseri umani. Per il resto, i 28 hanno discusso per ore come scaricarsi il "fardello", senza cambiare di una virgola i criteri di Frontex, agenzia nata per difendere la fortezza Europa, come dice il suo nome.
I finanziamenti a Triton (al largo dell'Italia) e a Poseidon (al margo della Grecia) saranno raddoppiati: erano rispettivamente di 2,9 milioni al mese e 8 milioni l'anno (ma anche con il raddoppio non si raggiungerà l'investimento di Mare Nostrum). Misure "molto lontane dal nostro appello pressante a favore di operazioni di salvataggio di grande ampiezza", ha commentato Amnesty International, che ha firmato con una trentina di altre organizzazioni non governative un testo rivolto ai dirigenti europei e rimasto inascoltato.
Le conclusioni del vertice riprendono i dieci punti del programma di emergenza presentato dalla Commissione lunedì. Ma lo rivedono ancora al ribasso. Bisognerà aspettare maggio, per esempio, e altre proposte della Commissione, per vederci più chiaro sulla "reinstallazione" dei richiedenti asilo nei 28 paesi: comunque, l'offerta sarà solo "su base volontaria" e non dovrebbe riguardare più di 5mila persone, identificate dall'Onu come rifugiati (oggi nei campi in Libano, Giordania e Turchia). Non è in discussione un cambiamento di Dublino II, che prevede che sia il paese di primo arrivo ad aprire la pratica per il diritto d'asilo (cosa che incombe soprattutto su Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro).
C'è una direttiva Ue del 2001, mai applicata, che prevede una "protezione temporanea" in caso di grave crisi, ma anche questo sembra troppo alla maggioranza degli europei. David Cameron, per esempio, che deve fronteggiare le elezioni il 7 maggio, ha subito fatto sapere che manderà 3 elicotteri e una nave (è già una svolta, prima non voleva neppur sentir parlare di ricerca e salvataggio), ma che comunque la Gran Bretagna non accetterà di ospitare rifugiati.
Nel 2014, come ha ricordato il presidente dell'Europarlamento Martin Schultz, ci sono state 626mila domande di asilo nella Ue, ma ne è stata accolta solo un'infima percentuale (a titolo di paragone, il Libano, che ha 5 milioni di abitanti, accoglie un milione di siriani). La Francia manderà due navi e un aereo, la Svezia (con la Norvegia) una nave.
La Germania, due navi. La Spagna e il Belgio accettano anch'esse di partecipare. La ministra della difesa italiana, Pinotti, sostiene di sapere dove si trovano i trafficanti, l'Italia spinge per operazioni mirate in Libia. Ma molti frenano, e molto probabilmente la distruzione dei barconi avverrà nei porti di sbarco europei. Per poter agire in Libia, principale stato di partenza, ci vuole l'accordo del "governo", ma, come ha sottolineato Hollande (riferendosi polemicamente al suo predecessore Sarkozy), quel paese "non è governato, è nel caos", tre anni e mezzo dopo l'intervento.
Ci vorrebbe un mandato Onu, ma qui l'Ue si scontrerebbe con un sicuro veto russo. Il precedente di Atalante, la missione Ue al largo della Somalia contro la pirateria, insegna: la missione era stata decisa nel 2008, ma le prime azioni sono arrivate solo nel 2011-12. Come ha riassunto un ammiraglio francese, Alain Coldefy: "cosa possiamo fare per contenere questo traffico con la forza? La risposta è semplice: niente". Rebecca Harms, co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo, afferma che l'ipotesi di interventi mirati è un "senza senso, la missione di difesa e sicurezza comune significa militarizzazione della strategia Ue contro i migranti".
La Ue si lascia tentare dal modello australiano. Il premier, il conservatore Tony Abbott, vanta che negli ultimi 18 mesi ci sono stati "zero morti" al largo dell'Australia, grazie all'operazione "frontiere sovrane". Una campagna di informazione ("No way, you will not make Australia home") per scoraggiare le partenze, 908 baroni respinti nelle acque internazionali in 18 mesi, una spesa considerevole di centinaia di migliaia di dollari e per i migranti la sola possibilità di tornare da dove sono venuti oppure di andare in centri di detenzione off shore in "paesi partner": Camberra dà soldi a paesi come la Cambogia (40 milioni di dollari) o la Papuasia Nuova Guinea perché accolgano i migranti che avrebbero diritto all'asilo (l'Australia ha firmato la convenzione internazionale del 1951). La Ue, difatti, cerca "partner" in Africa che si facciano carico dei migranti.
di Pippo Civati, Marco Revelli
Il Manifesto, 24 aprile 2015
Il costo dell'operazione Mare Nostrum è stato di 115 milioni di euro, così dicono le stime più realistiche. Un costo che, se a maggior ragione fosse affrontato dall'Europa nel suo complesso, sarebbe una goccia nel mare dei bilanci: 2 euro all'anno per ogni italiano, 20 cent per ogni europeo. Perché ci si indigna così tanto? Perché si resiste così ottusamente "in alto", nelle Cancellerie europee? Ma soprattutto perché si mugugna con rancore "in basso", nelle nostre periferie in sofferenza?
Perché c'è un problema di povertà e di eguaglianza. Perché i poveri italiani (ed europei) si sentono abbandonati e come spesso capita nel mondo guasto in cui viviamo i poveri se la prendono con chi è più povero di loro. Tanto più se l'unica voce "politica" che parla loro è quella degli imprenditori politici dell'odio e del rancore, che anziché risolvere i loro problemi li usano per incassare voti.
Prima gli italiani è lo slogan della destra da anni: prima si sistemano gli italiani, poi ci si occupa degli altri. Il punto è però: chi si occupa dei poveri, di chi non ce la fa, di chi è più esposto alla globalizzazione in tutte le sue forme? Quando si propone il reddito minimo, quando ci si interroga sulla sede delle decisioni, sulla regolamentazione del capitalismo finanziario (pagano le tasse anche i poveri mentre le multinazionali possono tranquillamente non farlo, per dirne una, come Roberto Saviano scriveva su Repubblica del 21 aprile, dichiarando fallimentare il semestre europeo guidato dall'Italia in relazione al tema del flusso delle persone e dei capitali), proprio questo si intende affermare.
Se non c'è sostegno al reddito per chi vive in Italia, anche le decine di euro destinate all'accoglienza dei profughi sembrano eccessive, anche il salvataggio in mare di donne e bambini diventa termine di paragone, al di là di ogni umanità. Quando si tratta di cambiare la politica, a cominciare dalla politica estera, si parla proprio di questo: del resto, non era presentato Mare Nostrum come un fiore all'occhiello della politica estera italiana? Non era certo il paradiso, ma almeno si moriva di meno.
Perché nell'anno di Expo non si è insistito in quella direzione? Perché non si fa guerra alla fame? Chiamare "schiavisti" gli "scafisti" è certamente forte. Ma non preciso. Dà l'impressione che col fare la guerra a loro si combatta la schiavitù. Anzi, la si elimini. Ed è un imbroglio. Perché eliminare la schiavitù significa "liberare gli schiavi". Ed eliminati gli scafisti con le loro carrette del mare, quegli uomini e quelle donne che, disperati, sono disposti a tutto pur di attraversare il mare, non saranno liberi. Saranno più disperati e più schiavi di prima. Schiavi della guerra, della fame, della morte.
Cancellare il mezzo e chi lo adotta in modo criminale non risolve quella volontà e le ragioni che li portano a sottoporsi alla violenza. A ben guardare, chi assiste quasi impassibile siamo proprio noi. Sono i nostri governi. Le facce di pietra che dopo qualche secondo di cordoglio, appena il tempo di un comunicato stampa, poi, a Bruxelles, di fronte a una tragedia immane, non sanno far altro che mettere mano alla pistola, e in misura infima al portafoglio (sulla coscienza mai), programmando azioni militari che, a detta di chiunque un poco se ne intenda, sono pura idiozia. Quando l'unica soluzione sarebbe l'apertura di corridoi umanitari, come accade per ogni catastrofe bellica.
Si presentano come novelli Lincoln, ma chi non affronta il problema sono proprio i cultori di una politica dell'egoismo e dell'autoreferenzialità, sono i sacerdoti di un'austerità che depreda in basso e accumula ricchezza in alto. I custodi di un dogma fallito che riduce in povertà persone e popoli (la Grecia insegna). Rompere con quella logica è un impegno etico e politico. Per farlo, però, dobbiamo pensare ai profughi in mare e ai profughi sociali, buttati fuori dalla barca del lavoro e del reddito, in un mare di precarietà. Nello stesso momento. Ora.
di Leone Grotti
Tempi, 24 aprile 2015
Un servizio del Guardian sui profughi eritrei spiega bene perché i migranti non smetteranno mai di accalcarsi sulle sponde libiche: "Se muoio in mare, almeno non sarò torturata". Fino a quando ci saranno persone che condividono la stessa esperienza di Sofia, i migranti non smetteranno mai di accalcarsi sulle coste libiche per tentare la traversata del Mar Mediterraneo verso le coste europee: "Io ho due scelte: una è morire, l'altra vivere. Se muoio in mare, non è un problema: almeno non verrò torturata".
Sofia viene dall'Eritrea, ha diritto all'asilo politico ed è una delle poche fortunate ad essere riuscita a fuggire dal regime africano per stabilizzarsi al Cairo, in Egitto. Ma anche se ha evitato un viaggio disperato su un barcone, la sua vita è un inferno: "Qui rischio di essere deportata. Se ti vuoi registrare come rifugiato con l'agenzia dell'Onu (Unhcr), ti danno un appuntamento per il 2017. Ma chi può permettersi di aspettare così tanto?", spiega al Guardian. "Meglio tentare la traversata. Qui non hai un destino: non puoi avere un'educazione (l'accesso alle scuole è vietato, ndr), non puoi avere un lavoro, non puoi aiutare la tua famiglia. Ogni giorno non fai altro che chiedere aiuto. Ma se vai in Europa almeno, a un certo punto nel futuro, avrai una nazionalità e sarai un essere umano".
Un altro migrante, Bayin Keflemekal, spiega: "Noi non vogliamo salire sulle barche. Se il governo libico o l'Onu ci aiutassero, tenteremmo qualcos'altro. Ma se il governo non ci aiuta, l'Onu non ci aiuta, se nessuno ci aiuta, i trafficanti sono la nostra unica possibilità. Siamo come sospesi nell'aria".
Il secondo gruppo più consistente di migranti è rappresentano dagli eritrei. Se solo l'anno scorso quasi in 40 mila hanno chiesto asilo politico, ma quelli scappati dal regime sono molti di più, c'è un motivo. Racconta ancora Sofia: "In Eritrea hai paura anche di parlare con la tua famiglia. La persona di fianco a te al bar potrebbe essere una spia che controlla quello che fai. La gente scompare nel nulla ogni giorno". Come una sua amica, che cominciò a parlare in un bar con un uomo, che poi si rivelò essere un membro dell'ambasciata libica: "Stavano solo chiacchierando del più e del meno. Ma hanno detto che la mia amica era una spia e gli stava passando informazioni. Non sappiamo cosa le sia successo. Oggi è ancora in carcere. Un giorno mi hanno detto che era stata ricoverata in ospedale con la pressione alta ma avevo così paura di essere arrestata, che non sono andata a visitarla".
In quanto a repressione, nel mondo solo la Corea del Nord batte l'Eritrea. Lo Stato dell'Africa orientale è guidato dal presidente Isaias Afewerki, che governa da quando Asmara ha ottenuto l'indipendenza dall'Etiopia nel 1993. La repressione è costante, il regime di polizia onnipervasivo. Spiega Elsa Chyrum, attivista eritrea: "Non c'è libertà di parola, non c'è libertà di espressione, non c'è libertà religiosa.
Abbiamo più di 300 carceri nel paese e la gente non ha niente da mangiare". La leva militare può durare per un periodo indefinito e c'è chi ha passato più di 30 anni in caserma. "Ci sono figli che non hanno mai conosciuto i loro padri, rapiti dallo Stato con la coscrizione a vita. Intere famiglie sono spezzate. Persino chiedere la carità è proibito. E allora cosa fanno i bambini, che non vogliono fare una vita da miserabili come i loro padri? Scappano via. Tutti scappano via. Qualcuno si stupisce?".
di Michela Suglia
Ansa, 24 aprile 2015
Una cella di due metri per due senza bagno e addosso lo stesso vestito per quattro mesi. Accanto, detenuti bastonati, torturati o violentati e una domanda che le bucava la mente: quando capiterà a me? A Mirra, figlia di una famiglia del Congo bene che ora ha 35 anni, non è successo. Ma quell'incubo vissuto in un carcere congolese si chiama tortura psicologica.
A riconoscergliela in Italia è stata la commissione che le ha concesso il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Vale per chi rischia la vita o la tortura se tornasse nel proprio paese, pur non avendo subito una persecuzione personale, e si rinnova ogni 3 anni. Con quelle cicatrici oggi Mirra vive da rifugiata in una stanza in affitto fuori Roma.
È una delle persone accolte dal Centro Astalli, servizio dei gesuiti per i rifugiati: una porticina discreta tra i palazzi storici del centro di Roma dove l'anno scorso - segnato da un boom di richieste di asilo, il 143% in più - ne sono passate 21 mila, 556 quelle con torture certificate. Le quattro pareti di Mirra costano 100 euro. Tanto può permettersi, facendo la badante a 500 euro al mese. "Non mi importa di mangiare pasta tutti i giorni - racconta - ma almeno posso mandare dei soldi ai miei figli".
Hanno 14 e 19 anni, sono laggiù e da tempo cerca di portarli in Italia. "Mi faccio bastare quello che ho, per fortuna e per l'educazione che ho avuto". Il copione in realtà sembrava un altro: con un padre geologo che lavorava per una multinazionale, anche lei come i sei fratelli avrebbe studiato e si sarebbe laureata.
"Ho avuto una vita normale fino a 11 anni, poi è cominciato il mio caos". Chiama così la guerra etnica scoppiata negli anni '90 nel Congo del dittatore Mobutu. Mirra si è trovata dalla parte 'sbagliatà, bersaglio di ostilità e persecuzioni fino al ritorno forzato nella provincia di origine del Kasai e poi la morte del padre. Affidata a un zio che era un pastore evangelico e si batteva per i diritti umani, è finita in una retata e arrestata. "In carcere vedevo violenze e fame - ricorda -. Ero spaventata da un carceriere che aveva attenzioni particolari nei miei confronti, temevo volesse violentarmi". Invece era il suo angelo custode che, seguace della chiesa dello zio, l'ha fatta scappare affidandola a un uomo.
"Abbiamo corso tutta la notte, la mattina mi ha portato all'aeroporto con documenti falsi. Siamo arrivati a Fiumicino, poi in treno a Termini. Lì mi ha detto: Adesso devi salvarti da sola". Era novembre del 2003. Poco dopo, grazie ad alcuni connazionali, ha bussato al Centro Astalli.
"Mi hanno detto che potevo chiedere l'asilo, non sapevo nemmeno cos'era. Sono stata una settimana in fila davanti alla questura in attesa del mio turno per fare la richiesta". Ma la salvezza era ancora lontana: "Per due anni sono stata in cura psichiatrica – aggiunge. Non sono cose facili da elaborare. Ti salvi la pelle ma non sai cosa ti aspetta qui e cosa succede alla tua famiglia. A lungo non vivi". Dopo quasi un anno dalla richiesta, ha avuto la protezione sussidiaria.
Ansa, 24 aprile 2015
Due persone sono state arrestate a Baltimora (Usa), dopo gli scontri scoppiati nel corso di una protesta per la morte di un detenuto afroamericano, avvenuta domenica a seguito delle lesioni riportate mentre era in prigione. La polizia cittadina ha scritto sul proprio account Twitter che i due sono stati arrestati per "disordine pubblico e distruzione di proprietà".
Circa un centinaio di manifestanti, per la maggior parte afroamericani, ha marciato dal municipio di Baltimora al quartier generale della polizia cittadina per protestare contro la morte del detenuto Freddie Gray, afroamericano di 25 anni arrestato il 12 aprile. Gray aveva subito gravi lesioni alla colonna vertebrale mentre si trovava sotto custodia, ferite che hanno portato al suo ricovero in ospedale e alla morte, avvenuta domenica.
Askanews, 24 aprile 2015
Nelle carceri nepalesi vi sono 1.050 detenuti stranieri. Un francese detenuto in un carcere nepalese per traffico di droga è stato ritrovato morto nella cella, probabilmente suicida. I due compagni di cella di Jean Pierre Saussay, 62 anni, lo hanno ritrovato appeso a una corda di nylon al risveglio, nel carcere di Nakhu, nella valle di Khatmandu. Saussay era stato condannato 10 anni fa per traffico di droga a 16 anni di carcere, 20 nel caso non avesse pagato una multa accessoria di 7.000 dollari. L'uomo aveva tentato già due volte il suicidio. Nelle 74 carceri nepalesi sono rinchiusi 16.500 prigionieri di cui 1.050 stranieri.
di Roberta De Monticelli
Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2015
C'è un fenomeno talmente appariscente che non lo vediamo più. Grande come un monumento - talmente familiare che diventa invisibile. O forse è invisibile come l'aria, o perché ci nuotiamo dentro, come pesci nell'acqua. Chiamiamolo con il suo nome. È una specie di conversione di massa. Ma non a Dio, e neppure al nulla.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 23 aprile 2015
In genere non faccio premesse. In particolare non avanzo titoli, non intreccio filastrocche di scuse non richieste. Mi fido della capacità di giudizio dei lettori, come della mia, e un poco non mi fido. Non li ho mai eletti a padroni di me o del mio rancido mestiere, mi piacciono autonomi e anche un po' estranei, e a me piace essere autonomo e anche un po' estraneo a intimità retoriche grottesche con il pubblico, tipiche di certo giornalismo che vende e si vende. Premessa. Non sono renziano.
di Davide Giacalone
Libero, 23 aprile 2015
Quel che accade presso la Suprema Corte di Cassazione suggerisce la necessità di un intervento del Quirinale. La questione non ha nulla a che vedere con la politica e prescinde totalmente dalle parti processuali coinvolte, in questo o quel procedimento. Riguarda una situazione sfuggita di mano, che comporta seri pericoli per le nostre istituzioni. Cinque sono i punti che chiamano la massima attenzione, da parte del presidente della Repubblica, che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura.
di Vincenzo Visco
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2015
La recente sentenza della Corte Costituzionale sugli incarichi dirigenziali dell'Agenzia delle Entrate fornisce l'occasione per una riflessione sul funzionamento della nostra amministrazione pubblica e sulla stessa visione della Pa prevalente nella cultura giuridico-istituzionale del nostro Paese. Tale visione postula l'esistenza di un sistema unitario e sostanzialmente omogeneo definibile "pubblica amministrazione" al quale devono applicarsi le stesse norme, procedure e criteri gestionali, indipendentemente dalla attività svolta in concreto. Dal mio punto di vista di economista si tratta di un approccio poco utile anzi sbagliato e non di rado pericoloso. Infatti nella realtà qualcosa definibile "pubblica amministrazione" non esiste.
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