www.newsbiella.it, 3 febbraio 2015
Buona l'idea di un progetto di reinserimento dei detenuti, meno buona l'idea di occuparli nella manutenzione delle aree verdi scolastiche.
Ritengo molto diseducativo trasmettere il messaggio "punire non serve" ed ancor più diseducativo che questi soggetti vengano impiegati nelle comode e piacevoli aree verdi delle scuole. I ragazzi hanno bisogno di esempi sani non di "avanzi di galera" in fase di riabilitazione. Certo sono persone umane ma se hanno commesso dei reati è giusto che siano puniti e la reintegrazione non deve passare dalla scuola, la scuola deve essere un luogo dove gli alunni devono essere tutelati sotto tutti gli aspetti anche quello morale! Ci sono decine di aree verdi pubbliche bisognose di manutenzione, a cominciare dal parco Burcina ai vari fossati pieni di putride schifezze, agli argini dei torrenti e via di seguito, basta guardarsi attorno! forse per loro è troppo faticoso, forse è troppo impegnativo per i tutor?
Fuori dalla scuola portateci le "nonne" bisognose che rubano per mangiare, perché possano prendere per mano i piccoli ed accompagnarli a casa, portatele anche dentro alla scuola perché raccontino delle belle favole in cambio magari di un pasto caldo alla mensa. Certamente sarebbe più utile rispettare la loro dignità, perché vecchie, perché (se non hanno mai rubato prima) quale miseria le spinge a 70 e fischia anni rubare per mangiare, quale situazione estrema stanno vivendo sotto gli occhi ciechi delle nostre istituzioni che si preoccupano di ben altro? Mi fermo perché potrei veramente diventare irriverente e con cognizione di causa.
Lettera Firmata
Askanews, 3 febbraio 2015
Bisognerà attendere la primavera per ammirarlo in tutta la sua bellezza, ma il giardino verticale che si arrampica sul lato adiacente alla stazione di Porta al Prato, dà già un tocco completamente diverso all'esterno della Stazione Leopolda. Alta quattro metri e larga venti, l'opera è nata dalla collaborazione tra il Comune di Firenze, l'istituto di formazione Apab e il Centro di Giustizia minorile.
"Al momento abbiamo ragazzi affidati al servizio sociale minorenni della giustizia, in altre occasioni abbiamo avuto addirittura anche detenuti dell'istituto penale di Firenze", ha spiegato Enrica Pini, funzionaria del Centro di giustizia minorile.
Al ragazzo ritenuto più meritevole, è stato consegnato un assegno di mille euro. Il progetto "in Three" della stazione Leopolda è solo l'inizio. "E continueremo, proprio perché appunto crediamo in quest'opera di collaborazione, di recupero sociale e anche ambientale. Si sancirà anche un protocollo d'intesa", ha aggiunto Alessia Bettini, assessora all'Ambiente e al decoro urbano del Comune di Firenze.
www.tarantobuonasera.it, 3 febbraio 2015
La Giunta comunale di Martina Franca ha deliberato lo schema di convenzione con la Casa circondariale di Taranto "Carmelo Magli". Per un anno fino ad otto soggetti in esecuzione di pena svolgeranno gratuitamente attività a favore della collettività e, nello specifico, saranno impegnati in piccole attività manutentive del verde pubblico e del patrimonio immobiliare comunale. "L'esperienza già realizzata in collaborazione con la Casa Circondariale ha dato esiti positivi e ha contribuito fattivamente al recupero e al reinserimento dei detenuti che hanno aderito al progetto come misura alternativa al carcere - dichiara l'assessore alle Politiche Sociali, Vito Pasculli. Questa azione, gli scorsi anni, ci ha consentito di recuperare spazi importanti del patrimonio comunale restituendoli alla nostra città.
L'Istituto Comprensivo Marconi, la Casa del Volontariato e la sistemazione della Biblioteca comunale sono i primi esempi concreti del lavoro e dell'impegno profuso dai ragazzi coinvolti nel progetto". L'iniziativa si è rinnovata grazie alla collaborazione e alla disponibilità della dottoressa Stefania Baldassarri, Direttrice della Casa Circondariale.
www.nuovosud.it, 3 febbraio 2015
Il progetto è sostenuto dalla Fondazione di Comunità Val di Noto. Ad Augusta è stato realizzato un container, grazie al progetto "Chiesa accogliente", in cui sono stati ospitati tre detenuti con permesso premio. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione di Comunità Val di Noto, è promosso dalle parrocchie di Augusta Matrice, Soccorso, San Francesco, Sacro Cuore, Santa Lucia, San Nicola e San Giuseppe Innografo: un sistema che ha permesso anche l'inserimento lavorativo di un detenuto per avviare il recupero sociale della persona.
Questo progetto è stato avviato con la Fondazione di comunità Val di Noto, nella modalità dello scouting sociale, con un contributo di 25 mila euro. Tutor del progetto è Angelo Cerruto. Padre Saraceno ha parlato del percorso avviato in questi anni: un primo container era già stato realizzato, ma un incendio lo ha distrutto; nei mesi scorsi l'inaugurazione della nuova struttura che ha consentito ai volontari di continuare l'attività.
Don Angelo ha spiegato anche le difficoltà che ci sono sul territorio per la crescente richiesta di aiuto che arriva da chi vive ogni giorno in difficoltà economiche. Monsignor Aliotta ha sottolineato l'importanza delle rete che si è creata con la collaborazione tra diverse parrocchie del territorio "la Fondazione ha sostenuto questo progetto - osserva - perché non si tratta di forme di assistenzialismo ma di sistema essendoci un progetto di recupero sui soggetti coinvolti".
www.consiglio.marche.it, 3 febbraio 2015
"Il carcere deve essere un luogo di vita" Il saluto del Cardinale Edoardo Menichelli ha aperto a Palazzo delle Marche il seminario "Ri-Visitare le carceri", l'incontro interregionale dei Garanti dei detenuti promosso dall'Ombudsman delle Marche, in preparazione degli Stati generali sul sistema carcerario che si svolgeranno a primavera. Sul tema della detenzione il Cardinale ha invitato tutti "ad abbandonare una visione ideologica e a fare un cambiamento culturale". "Molte delle persone che sono in carcere - ha detto Menichelli - sono il frutto di una società adescante e rifiutante. Occorre che tutti si inginocchino di fronte a questi problemi, nessuno è più bravo dell'altro. Serve una sinergia convergente e risolutiva, serve una soluzione culturale e politica". Un intervento, quello del neo Cardinale, che lui stesso ha definito "provocatorio", con domande precise rivolte agli addetti ai lavori, "Chi è il carcerato? È il prodotto di che cosa? Ha un denominatore comune con noi? Sì, perché sono persone come noi. Il carcere non può essere solo una prigione, deve essere un luogo di vita, perché i detenuti sono persone vive. Restituiamo dignità alla loro dimensione e al tempo che trascorrono in cella".
La popolazione carceraria diminuisce del 18,9% I detenuti presenti negli istituti di pena marchigiani, dato aggiornato al 31 dicembre 2014, sono 869 (fonte Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Ufficio per lo sviluppo e la gestione del sistema informativo automatizzato, sezione statistica). Il dato, per il terzo anno consecutivo, conferma la tendenza al calo della popolazione detenuta, passata dai 1225 reclusi del 2012, ai 1072 del 2013, con un' ulteriore diminuzione del 18,9% (- 203 detenuti) nel 2014. Questo trend è confermato anche a livello nazionale, con un - 14,3% dei reclusi in Italia. Gli stranieri sono passati da 483 a 388 (-19,7%). Nell'insieme il totale (869) è di 57 unità al di sopra della capienza regolamentare dei sette istituti di pena marchigiani, pari a 812 detenuti. Scontano una condanna definitiva 591 reclusi, mentre 278 sono in attesa di un giudizio finale. Il carcere di Pesaro è quello con il maggior numero di detenuti, 237, nonostante nell'ultimo anno la popolazione a Villa Fastiggi sia calata del 24%. Segue quello anconitano di Montacuto,191, Fossombrone, 148, e Ascoli Piceno 119. Dal punto di vista delle attività trattamentali, sono 58 i progetti finanziati dalla Regione Marche, con finanziamenti pari a 338.650 euro. Per quanto riguarda il quadro sanitario, nel 2014 sono stati registrati 253 casi di autolesionismo, di cui 102 solo a Montacuto. Il 30% dei reclusi è tossicodipendente (261), il 14% è affetto da Epatite C (119), il 24% manifesta patologie psichiatriche (211) e il 38% segue una terapia psicotropa (334). I fascicoli aperti nel 2014 dal Garante dei detenuti delle Marche sono 204. Rispetto al 2013, anno in cui le pratiche sono state 129, l'aumento è stato pari al 58%. Si sono svolti 428 colloqui tra gli operatori dell'Ufficio del Garante, tre funzionari e il Garante, e i ristretti. Nel 2013 sono stati 170, 125 nel 2012 e 110 nel 2011.
"Riceviamo decine di richieste di padri che vogliono vedere i figli. Tuteliamo i rapporti familiari in carcere, è un fattore determinante per l'adattamento alla vita in cella." "Gli affetti in carcere sono una necessità o un privilegio?". A questo quesito ha cercato di dare risposta nel suo intervento il Garante delle Marche, l'Ombudsman Italo Tanoni, che dopo aver spiegato con quali modalità avvengono i rapporti tra i detenuti e i familiari (6 colloqui al mese, 1 contatto telefonico alla settimana di massimo 10 minuti), ha proposto "la concessione di visite interne, da svolgersi in appositi ambienti, privi di barriere divisorie e idonei a garantire la riservatezza dei presenti". "Il 25% delle pratiche aperte riguardano richieste di colloqui. I padri vogliono vedere i figli e i figli, con uno dei genitori in carcere, pagano le conseguenze di una colpa che non hanno commesso" - ha detto Tanoni. Gli effetti sono "disadattamento e devianza, disturbi comportamentali, aggressività". Negli istituti di pena delle Marche i colloqui con i familiari si svolgono soprattutto dal lunedì al sabato, nella fascia oraria tra le 8 e le 15. La domenica è esclusa e le strutture che prevedono locali appositi per la visita dei bambini sono 4 (Pesaro, Fossombrone, Ancona-Barcaglione e Ascoli Piceno). Il mantenimento dei rapporti familiari rappresenta "un fattore determinante per l'adattamento alla vita carceraria" secondo Tanoni che ha proposto di inserire nel testo di revisione dell'Ordinamento penitenziario, in agenda parlamentare nei prossimi mesi, gli articoli del protocollo d'intesa "Bambini senza sbarre", firmato lo scorso marzo dal Ministro della Giustizia Orlando e dal Garante nazionale dell'infanzia Spadafora. Il documento invita le Autorità giudiziarie a ritenere "preminenti" le esigenze dei figli e chiede un miglioramento delle condizioni per la visita dei minori, con spazi, accessibilità ed estensione dei colloqui all'intera settimana.
L'obiettivo dell'incontro è stato quello di definire un quadro aggiornato sulla situazione dei penitenziari, con un'attenzione particolare alle relazioni affettive e familiari dei detenuti. In rappresentanza del Dipartimento amministrazione penitenziaria sono intervenuti il coordinatore della Direzione generale Eustachio Petralla e il Provveditore di Umbria e Marche Ilse Runsteni. Quest'ultima ha definito il carcere "una parte della società, un'opportunità, una palestra, un luogo dove il detenuto deve essere una risorsa" e ha concordato sull'importanza di "lavorare in rete e in sinergia", sostenendo che nelle Marche "un cambiamento culturale è già in atto".
Al centro dell'attenzione anche il ruolo svolto dai Garanti dei detenuti e il loro rapporto con l'Amministrazione penitenziaria, tema affrontato dal Garante dell'Umbria Carlo Fiorio, docente di diritto penale all'Università di Perugia, e la questione "Politiche di welfare locale per l'accoglienza e il reinserimento di soggetti rimessi in libertà", proposta dal Garante della Puglia Pietro Rossi. Nel corso del seminario hanno preso la parola anche il Garante regionale dei detenuti del Veneto Aurea Dissegna e del comune di Lecco Alessandra Gaetani. All'iniziativa hanno partecipato i consiglieri regionali Letizia Bellabarba e Paolo Eusebi, l'assessore ai servizi sociali del Comune di Ancona Emma Capogrossi, i rappresentanti dell'Ufficio esecuzione penale esterna, dell'Ufficio servizi sociali minorili Giustizia Marche, del volontariato e degli ordini professionali. Presente anche la direttrice della Casa circondariale di Montacuto Santa Lebboroni.
Ristretti Orizzonti, 3 febbraio 2015
"In questo libro racconto una parte della mia vita e ho voluto mettere in evidenza la parte più tragica, i soprusi che ho dovuto subire a causa di leggi ingiuste o meglio di chi le applica. Nel primo periodo di carcerazione ero furioso contro il mio accusatore, ma col passare del tempo ho saputo molte cose e in parte ho capito, anche se non giustificato ciò che ha fatto".
Sono alcune delle "Riflessioni finali" redatte da Mario Trudu nel volume "Totu sa beridadi - Tutta la verità", pubblicato nella collana "Le strade bianche di Stampa Alternativa" in cui ricostruisce la propria vita da giovane pastore ogliastrino fino alle vicende giudiziarie che lo vedono in carcere da ormai 35 anni. Condannato la prima volta per il sequestro dell'ing. Giancarlo Bussi, del quale da sempre si dichiara innocente, si è riconosciuto responsabile del sequestro di Eugenio Gazzotti conclusosi tragicamente.
"Un racconto - sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che negli ultimi anni ha sostenuto la richiesta dell'ergastolano di poter far ritorno in Sardegna per continuare a scontare la pena vicino ai suoi parenti - che offre numerosi spunti di riflessione. È un documento diretto sul clima culturale in Sardegna alla fine degli anni Settanta quando il sequestro di persona a scopo estorsivo era una drammatica realtà così come la pratica della carcerazione preventiva e del confino.
Testimonia però anche le condizioni di vita dentro strutture penitenziarie come Buoncammino e l'Asinara nonché il regime del 41bis".
"Trudu - osserva Caligaris - più che narrare rivive gli episodi più drammatici e porta il lettore a condividere stati emotivi, paesaggi, silenzi. Le parole, spesso in arzanese, aiutano a comprendere in modo diretto quali sentimenti animassero i giovani che vivevano nell'entroterra sardo. Documenta però con forza e determinazione le ingiustizie subite nelle diverse strutture penitenziarie in cui è stato ristretto".
"Chi è colpevole - scrive Trudu - è giusto che paghi. Per quanto mi riguarda subisco un'ingiustizia in più. Dal 1986, grazie alla legge Gozzini chi aveva tenuto un comportamento regolare in carcere e scontato un quarto di pena (gli ergastolani dopo dieci anni) poteva uscire in permesso. Ma nel 1992 nacque l'emergenza mafia e tutti noi che eravamo nei termini di poter usufruire dei benefici fummo bloccati. Non solo. Nel mio caso ci fu anche un ritardo nel completamento della relazione del gruppo di osservazione con la conseguenza che per 20 anni non ho usufruito dei benefici di legge".
"Mario Trudu - conclude la presidente di Sdr - si è macchiato di un reato odioso ma dopo 35 anni di carcere non solo è cambiato ma ha acquisito almeno il diritto a tornare in Sardegna. Lo stabiliscono le norme, lo suggerisce il buon senso. Lo Stato non può usare la vendetta con chi ha sbagliato".
Adnkronos, 3 febbraio 2015
Presa in carico e trattamento residenziale in comunità terapeutica per persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso ed individuazione di metodi e percorsi per una possibile sinergia tra i diversi soggetti attuatori. Sarà questo il tema al centro del convegno 'Dal carcere alla comunità in programma mercoledì prossimo, 4 febbraio, a partire dalle ore 9.30 presso l'Auditorium di Sant'Apollonia a Firenze (via San Gallo 25 A).
All'iniziativa, organizzata dal Ceart, il Coordinamento degli enti ausiliari della Regione Toscana, in collaborazione con la Cooperativa Gruppo Incontro, parteciperà, tra gli altri, la vicepresidente Stefania Saccardi. Nel corso della mattinata sarà presentato il documento che sintetizza il lavoro svolto dal Network di Esperti della Regione Toscana, formato da operatori e rappresentanti delle diverse istituzioni (Ser.T. penitenziario, Ser.T. territorialmente competente, Dsm, Uepe) che hanno collaborato alla definizione di percorsi e metodi per la presa in carico e il trattamento residenziale di persone tossicodipendenti e/o alcoldipendenti con provvedimenti giuridici in corso. Nel pomeriggio è prevista invece una speciale sessione dedicata alla presa in carico dei minori e giovani adulti e all'individuazione delle specificità nel trattamento di questa particolare utenza.
di Gabriella Meroni
Vita, 3 febbraio 2015
Secondo un nuovo rapporto Unhcr su migranti e richiedenti asilo nel paese, la situazione è allo sbando: +280% di arrivi nel 2014, centri di accoglienza inadeguati, procedure bloccate, respingimenti illegali e violenze xenofobe. Appello all'Europa: non inviate lì chi fugge dalla guerra.
Quello dell'accoglienza di migranti e richiedenti asilo è uno dei primi problemi che il governo Tsipras dovrebbe affrontare, almeno stando a quanto ha messo in luce la scorsa settimana un drammatico rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) sulla situazione attuale dell'asilo in Grecia. Il rapporto, pur elogiando la Grecia per le riforme che ha intrapreso, indica anche diverse lacune e fonti di preoccupazione che inducono a raccomandare di non rimandare i richiedenti asilo verso quel paese.
Il rapporto si basa su una valutazione condotta nel corso dell'ultimo trimestre del 2014. L'anno scorso, la Grecia è stata tra i paesi del Mediterraneo che ha visto un drammatico aumento di rifugiati e migranti arrivati via mare. Complessivamente sono arrivate via mare circa 43.500 persone, con un aumento del 280 per cento rispetto al 2013. Circa il 60 per cento proveniva dalla Siria, ma molte persone sono anche giunte dall'Afghanistan, dalla Somalia e dall'Eritrea. In molti hanno proseguito il loro viaggio verso altri Stati dell'Unione Europea.
La raccomandazione presente nel rapporto rispetto al fatto di non rimandare i richiedenti asilo in Grecia estende quanto già raccomandato per la prima volta nel 2008, e le ragioni sono presto dette: i principali problemi del sistema di asilo greco riguardano le difficoltà di accesso alla procedura di asilo, un protratto arretrato di casi irrisolti con la vecchia procedura, il rischio di detenzione arbitraria, condizioni di accoglienza inadeguate, le carenze nei meccanismi di identificazione e di sostegno per le persone con esigenze specifiche, i respingimenti di persone alla frontiera, le preoccupazioni per le prospettive di integrazione e di sostegno per i rifugiati, e la xenofobia e la violenza razzista.
L'accesso all'asilo continua a essere difficile, in parte a causa della mancanza di uffici regionali del Servizio per l'asilo che possano occuparsi del trattamento delle domande e di una carenza di personale nello stesso Servizio per l'asilo. Nonostante gli sforzi delle autorità per esaminare circa 37.000 ricorsi accumulatisi con la vecchia procedura, l'arretrato rimane. Le persone che intendono chiedere asilo possono essere detenute senza una valutazione individuale e senza che vengano prese in considerazione alternative alla detenzione. Altri che presentano la domanda mentre sono in stato di detenzione continuano a rimanervi fino a quando la loro domanda d'asilo viene registrata, il che può richiedere mesi.
Le strutture di accoglienza per i richiedenti asilo sono scarse e i servizi insufficienti. Le Ong che gestiscono i centri di accoglienza esistenti per richiedenti asilo e minori non accompagnati sono sotto finanziati e c'è un rischio reale che tali servizi vengano interrotti. L'Unhcr esprime inoltre preoccupazione per le pratiche in atto ai confini che potrebbero esporre rifugiati e migranti a ulteriori rischi. L'Agenzia continua a raccogliere testimonianze di rinvii informali ("respingimenti") alle frontiere terrestri e marittime tra Grecia e Turchia. Dal 2010 sono in vigore strette misure di controllo che hanno portato a una diminuzione del numero di persone che cercano di entrare attraverso la frontiera terrestre greco-turca, mentre gli ingressi via mare sono aumentati.
Le prospettive di integrazione e il relativo supporto ai rifugiati sono praticamente inesistenti. Trovare un alloggio è particolarmente difficile. Non ci sono servizi specifici per l'edilizia sociale o eventuali forme alternative di sostegno. Inoltre, non vi è alcuna strategia nazionale mirata a promuovere l'inserimento lavorativo dei rifugiati e, di conseguenza, molti vivono in condizioni di miseria.
La tutela e l'integrazione sono ulteriormente ostacolate dalla xenofobia e dalla violenza razzista contro i migranti e i rifugiati. Ad esempio, il Racist Violence Recording Network (Rvrn), una rete di organizzazioni della società civile sostenute dall'Unhcr, ha registrato 65 incidenti nei primi nove mesi del 2014, con episodi di attacchi fisici in luoghi pubblici contro migranti e rifugiati a causa del colore della loro pelle e della loro etnia. Il numero effettivo di episodi potrebbe essere molto più elevato, poiché solo un numero limitato di casi viene segnalato. Anche se le autorità greche hanno adottato una serie di riforme e azioni per registrare, perseguire e prevenire più efficacemente tali crimini, le persone continuano a essere oggetto di abusi verbali e fisici che rimangono impuniti.
di Giuseppe Acconcia
Il Manifesto, 3 febbraio 2015
La Corte penale di Giza ha condannato a morte altri 183 sostenitori dei Fratelli musulmani con l'accusa di aver attaccato la stazione di polizia di Kerdasa nell'agosto del 2013, in seguito alla dura repressione subita dai sostenitori dell'ex presidente Mohamed Morsi. Nell'attacco persero la vita 16 poliziotti, 34 dei condannati non erano presenti in aula al momento della lettura della sentenza. Lo scorso dicembre, la stessa corte aveva condannato a morte 188 sostenitori dell'ex presidente Morsi per lo stesso episodio. L'attacco alla stazione di polizia di Kerdasa è diventata per i media pubblici e i sostenitori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il simbolo dell'uso della violenza da parte degli islamisti contro la polizia.
Quelle immagini brutali sono state per mesi rilanciate dalla tv di Stato per giustificare la repressione del regime contro tutti gli islamisti, come se non esistessero distinzioni tra moderati e terroristi. Il gran-mufti della massima istituzione sunnita, al Azhar potrebbe commutare le pene in ergastolo. Lo stesso era avvenuto con i 528 e 683 imputati, inclusi i principali leader della Fratellanza (lo stesso Morsi rischia la forca), condannati a morte dalla Corte di Minya per gli scontri che hanno avuto luogo nella città dell'Alto Egitto dopo lo sgombero di Rabaa. Di queste, 220 pene capitali sono state approvate in via definitiva dai giudici egiziani.
Nell'ultima analisi periodica all'Onu sui diritti umani in Egitto, Germania, Ungheria, Francia, Svizzera e Uruguay hanno sottolineato le violazioni sistematiche commesse, chiedendo al governo di cancellare la pena di morte dal codice penale. La nuova condanna di massa arriva a poche ore dal rilascio e dall'estradizione del giornalista australiano di al-Jazeera.
Peter Greste è uno dei tre giornalisti della televisione del Qatar condannato con le accuse di aver diffuso false informazioni in riferimento alla copertura del sit-in islamista di Rabaa. Il collega egiziano-canadese di Greste, Mohamed Fahmy, potrebbe essere rilasciato una volta cassata la sua cittadinanza egiziana, mentre il terzo, Bader Mohamed, condannato a dieci anni, resterà in carcere. Il presidente del sindacato dei giornalisti Diaa Rashwan ha chiesto poi a tutti reporter egiziani di deferire ogni collega critico nei confronti di esercito e polizia.
Al-Sisi ha così risposto alle pressioni internazionali che chiedevano il rilascio dei giornalisti della televisione del Qatar. Anche il presidente degli Stati uniti
Obama aveva chiesto ad al-Sisi spiegazioni sui processi contro i giornalisti di al Jazeera nel primo incontro dello scorso settembre a Washington. A dicembre la rete televisiva al Jazeera Mubasher Misr (Egitto in diretta), con sede a Doha in Qatar, ha chiuso i battenti. Il canale era rimasto il solo a difendere l'ex presidente islamista Morsi continuando a definire "golpista" l'ex generale al-Sisi.
Non solo, la televisione del Qatar era rimasta la sola a coprire le diffuse manifestazioni anti-golpe degli ultimi mesi in tutto il mondo. Anche questa decisione ha facilitato il rilascio di Greste. Per mesi sono stati sotto accusa per "diffusione di notizie false" anche i reporter britannici di al Jazeera, Dominic Kane e Sue Turton, e la giornalista olandese Rena Netjes che hanno lasciato l'Egitto. A novembre, al-Sisi ha assunto per decreto il potere di grazia di cittadini stranieri nelle carceri egiziane, un escamotage architettato per consentire il rilascio di Greste. Ieri sono stati amnistiati 312 prigionieri politici, ma 516 sono gli arresti solo in seguito agli scontri per il quarto anniversario dalle rivolte del 2011.
Agi, 3 febbraio 2015
Nonostante il pressing di Canberra sul governo indonesiano e sul presidente Joko Widodo, le pratiche per l'esecuzione di due cittadini australiani accusati di essere a capo di una banda di trafficanti di droga (i Nove di Bali, Bali Nine) proseguono spedite. Lo scrive l'agenzia Misna. Oggi il procuratore generale ha confermato che i due, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, saranno nel prossimo gruppo di condannati in via definitiva a essere fucilati. Non è stata comunicata la data dell'esecuzione o la località dove si terrà, come pure il numero e l'identità dei compagni di esecuzione. L'irrigidimento del presidente, che contrasta con il suo impegno sociale e il programma liberista, una posizione confermata anche ieri in un'intervista a Christiane Amanpour trasmessa dalla Cnn, ha preso di sorpresa le diplomazie. Lo scorso mese sono stati sei i trafficanti fucilati in due diverse carceri del paese e tra questi cinque stranieri.
Come conseguenza, Brasile e Olanda hanno richiamato gli ambasciatori a Jakarta e un provvedimento simile è prevedibile da parte dell'Australia e di altri paesi di cui sono cittadini i prossimi nella lista delle esecuzioni. Sia Chan che Sukumaran, in carcere dal 2005 per l'accusa di avere cercato di contrabbandare otto chili di eroina dall'isola di Bali, hanno visto negata la grazia presidenziale, rispettivamente a gennaio e lo scorso dicembre.
L'appello a una revisione del processo avanzato venerdì è stato escluso perché non ci sarebbero gli estremi per procedere. Per i critici, Joko Widodo avrebbe deciso di esorcizzare la tensione popolare per la graduale fine dei sussidi a generi primari, premendo sulla carta della severità della legge e della lotta alla diffusione degli stupefacenti, uno tra i maggiori problemi sociali per l'arcipelago.
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