di Geraldina Colotti
Il Manifesto, 26 aprile 2015
Henrique Pizzolato deve scontare il carcere in Brasile: 12 anni e 7 mesi. Il Governo italiano, attraverso il ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha detto sì all'estradizione del sindacalista italo-brasiliano, vicino all'ex presidente Lula da Silva. La decisione arriva dopo l'ok della Cassazione. Ora, lo stato brasiliano avrà un termine legale di 20 giorni, prorogabile per altri 20, per ottenere l'ex direttore marketing del Banco do Brasil. Pizzolato ha sempre negato ogni coinvolgimento nei fatti del "Mensalao", lo scandalo per tangenti ai politici che ha interessato anche l'entourage dell'allora presidente Lula, nel 2005.
Un processo-farsa, secondo i legali di Pizzolato, definito un capro espiatorio in una vicenda giudiziaria dalle forti implicazioni politiche. "È terribile per un innocente accusato di fatti che non ha commesso sapere che il giudice che ha condotto il processo ha nascosto le prove in suo favore in un fascicolo parallelo dicendo che altrimenti il processo non avrebbe mai avuto fine". Così dice Andrea Haas, la moglie di Pizzolato, che lo ha seguito in Italia, dove si era rifugiato.
Dopo il ribaltamento di una prima sentenza, che aveva negato l'estradizione, Pizzolato è andato in carcere a Modena, dove ora si trova, nel febbraio del 2014. Un caso che evidenzia l'uso politico della magistratura da parte delle destre, deflagrato poi con il grande scandalo per corruzione che interessa la petrolifera di stato Petrobras. E che vuole far cadere l'attuale presidente, Dilma Rousseff.
Appena appresa la notizia, ha esultato infatti la deputata italo-brasiliana Renata Bueno (Usei): "Il ministro Orlando sarà visto come un eroe da molti brasiliani - ha dichiarato - non dev'essere stato facile fuggire alla tentazione di ripagare con la stessa moneta un errore imperdonabile commesso dal Brasile nel negare l'estradizione al pluriomicida Cesare Battisti".
E sono in molti, nel governo italiano e in Brasile a volere la testa di Battisti, ex militante delle formazioni armate di sinistra degli anni 70, fuggito in Brasile e accolto come rifugiato da Lula. Questi due link (http://www.lindro.it/0-politica/2015-03-25/172195-caso-battisti-solo-una-questione-di-tempo http://correiodobrasil.com.br/destaque-do-dia/battisti-ia-ser-expulso-na-marra/756353/) raccontano le illegalità compiute ai suoi danni anche di recente.
Intanto, sembrano ormai cadere nel vuoto i numerosi appelli e le lettere indirizzate al ministro della Giustizia italiana da molti sindacalisti, movimenti sociali ed ecclesiastici che sostengono la causa di Pizzolato. Hanno scritto a Orlando anche 21 senatori Pd, tra cui il Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Diritti umani del Senato. E per il sindacalista in attesa di estradizione è stato creato anche un blog,
Agi, 26 aprile 2015
Due trafficanti di droga australiani e una filippina, ritenuta un "corrierE", hanno ricevuto la comunicazione ufficiale dal governo indonesiano che saranno giustiziati a breve. Il caso, che ha avvelenato i rapporti diplomatici tra Giacarta da una parte e Canberra e Manila dall'altro, arriva dopo una lunga battaglia legale che ha visto impegnati in prima fila gli stessi governi.
Non è chiara ancora la data della sentenza capitale. I tre sono Myuran Sukumaran e Andrew Chan, ritenuti i capi di una banda di trafficanti di eroina, e Mary Jane Veloso, una domestica madre di due bambini, che si è sempre difesa dicendo di aver trasportato il pacco di droga a sua insaputa. Nelle carceri indonesiane ci sono altri 6 stranieri detenuti per droga e in attesa della sentenza capitale, un francese, un brasiliano e quattro africani: anch'essi attendono il plotone di esecuzione, ma non c'è stata ancora alcuna decisione ufficiale sulla loro sorte.
Tutti hanno perso la loro battaglia nei tribunali e hanno anche vista respinta la loro richiesta di grazia al presidente indonesiano, Joko Widodo. Giacarta deve dare ai condannati 72 ore di preavviso prima di un'esecuzione. E a titolo di cortesia diplomatica, i funzionari consolati filippini e australiani sono già stati convocati a Cilacap, una città portuale da cui si accede all'isola di Nusakambangan, l'Alcatraz indonesiana, dove c'è il carcere di massima sicurezza in cui vengono eseguite le sentenze capitali. Nelle ultime ore, si sono comunque moltiplicate le richieste di clemenza.
Lo stesso capo dell'Eliseo, Francois Hollande, ha avvertito che se il detenuto francese, Serge Atlaoui, sarà giustiziato ci saranno "conseguenze diplomatiche".
"Come minimo - ha preannunciato - richiameremo il nostro ambasciatore a Giacarta". A febbraio, la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, non ha voluto accettare le credenziali del nuovo ambasciatore indonesiano proprio a causa della ventilata esecuzione del brasiliano, Marco Archer. La legislazione antidroga indonesiana è una delle più severe al mondo e il presidente Widodo, che ha fatto della lotta alla droga una battaglia personale, ritiene che l'emergenza è tale da richiedere la pena capitale per i condannati.
Aki, 26 aprile 2015
Un ex procuratore turco, Gultekin Avci, rischia una condanna all'ergastolo per aver rilanciato su Twitter informazioni concernenti le accuse di corruzione formulate nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdogan e di suo figlio. A dare la notizia è lo stesso Avci sempre su Twitter, dove dice che le accuse formulate nei suoi confronti sono quelle di aver "creato un'organizzazione terroristica" e di aver "tentato di deporre il governo". Quello di Avic è solo l'ultimo caso di una serie di persone che sono state perseguite in Turchia per "insulti" a Erdogan da quando è stato eletto presidente lo scorso agosto. Tra questi figurano giornalisti, giovani, un cantante e anche un'ex Miss Turchia. La maggior parte dei sospetti sono stati rilasciati in attesa del processo, mentre i vignettisti Bahadir Baruter e Ozer Aydogan sono stati condannati a 11 mesi di carcere con l'accusa di aver "nascosto un insulto" a Erdogan sulla copertina del settimanale satirico Penguen.
Nova, 26 aprile 2015
Il premier romeno, Victor Ponta, sostiene di non avere alcuna informazione concreta sull'esistenza di centri di detenzione della Cia sul territorio del paese balcanico. "Negli ultimi tre anni, ovvero da quando sono diventato primo ministro, non ho mai ricevuto alcun tipo di informazioni sull'esistenza di queste prigioni. Se ci siano state o meno prima non lo so, dato che non ricoprivo posizioni di rilievo nelle istituzioni statali e posso parlare solo di quello che so per certo", ha detto Ponta. Le parole del capo del governo romeno si riferiscono all'intervista rilasciata nei giorni scorsi al principale settimanale tedesco "Der Spiegel" dall'ex presidente della Repubblica, Ion Iliescu.
L'ex capo dello stato ha dichiarato di aver consentito nel 2002-03 la creazione di un centro di detenzione della Cia in Romania. Tuttavia, Iliescu ha riferito di non essere inizialmente a conoscenza del fatto che si sarebbe trattato di un'unità di detenzione, quanto più di un centro di comando dislocato sul territorio di un paese amico. I dettagli dell'accordo erano stati stabiliti da Ioan Talpes, che all'epoca era capo di gabinetto del presidente romeno e direttore del Dipartimento di sicurezza nazionale della presidenza.
Il nome di Talpes, che era stato direttore del Servizio d'intelligence estero romeno (Sie) dal 1992 al 1997, è tornato alla ribalta lo scorso dicembre quando aveva dichiarato che la Cia gestiva "una o due" carceri in Romania. Le parole di Talpes si riferivano a uno scottante rapporto di 6.700 pagine (di cui solo poco più di 500 sono state rese pubbliche) pubblicato nel 2014 dalla commissione intelligence del Senato statunitense. Nel documento si accusava la Cia di aver compiuto delle torture su alcuni detenuti, atti illeciti che peraltro si sarebbero rivelati "inutili". Secondo il documento la Cia avrebbe gestito dei centri di detenzione in Romania, e non solo (in Europa spiccano i nomi di Lituania e Polonia) dove venivano reclusi sospetti terroristi di al Qaeda.
"Nel nostro paese c'è stato almeno un centro di transito per i detenuti sospettati di terrorismo, ma potrebbero essere stati anche due", aveva detto Talpes il quale aveva confermato che "le carceri venivano gestite esclusivamente dalla Cia" e che le autorità romene intendevano "soltanto offrire collaborazione per poter ottenere l'adesione alla Nato". "Non siamo mai stati al corrente delle attività svolte all'interno del centro di detenzione", aveva aggiunto Talpes. Subito dopo le dichiarazioni dell'ex esponente dell'intelligence romena, Iliescu aveva assicurato di "non sapere nulla su quanto rivelato da Senato Usa", una versione dei fatti smentita a qualche mese di distanza dallo stesso ex presidente.
L'ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso febbraio, aveva segnalato particolari problemi nel rispetto dei diritti umani in Romania. Un'intera parte del rapporto sul paese balcanico si concentra sulla questione delle "carceri segrete". Amnesty citava le parole di Talpes e riportava le dichiarazioni, risalenti al 2012, di Abd al Rahim al Nashiri, un saudita che si trova attualmente in carcere a Guantánamo. Al Nashiri ha presentato una denuncia contro la Romania alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo di essere stato detenuto in segreto a Bucarest tra il 2004 e il 2006. Il 24 luglio scorso la Polonia è stata condannata proprio dal tribunale di Strasburgo a risarcire due persone che avevano accusato Varsavia di aver subito delle torture in prigione della Cia dislocata nel paese est europeo.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 25 aprile 2015
E' un 25 Aprile meno polemico e più sentito rispetto agli ultimi anni, questo che coincide con il settantesimo anniversario della liberazione. Come se le tragedie del Mediterraneo, la morte di Giovanni Lo Porto, e in generale i primi segnali di ricostruzione dopo una crisi devastante avessero contribuito a creare un minimo di condivisione non tanto tra i partiti, quanto nella vita pubblica.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 25 aprile 2015
Oltre che le persone, in Italia spariscono anche le norme. È ciò che è accaduto all'art. 416 non bis del Codice penale, regoletta mai ufficialmente abrogata, ma sempre meno applicata. L'art. 416 del codice penale prevedeva il reato di associazione a delinquere semplice, vale a dire non connotata dai requisiti essenziali che, individuati poi dal successivo art. 416 bis, l'avrebbero fatta tracimare in associazione a delinquere di stampo mafioso.
di Francesco Petrelli (Segretario dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 25 aprile 2015
Come abbiamo più volte ricordato, sulla questione della riforma della prescrizione l'Unione Camere penali italiane non ha mai avuto posizioni di natura "ideologica" e si è sempre cercato di mantenere il confronto su basi razionali, denunciando piuttosto come spesso da parte di Anm o da parte della politica si sia inteso fare della questione prescrizione un uso simbolico, o di bandiera, con la quale rispondere ad una presunta (del tutto inesistente) aspettativa sociale.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2015
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 23 aprile 2015 n. 17014.
Va affrontata seriamente la richiesta del detenuto di essere trasferito in una cella per non fumatori. In generale, per la Cassazione, sentenza 17014/2015, tutti i reclami che lamentano la violazione di "diritti soggettivi", fa cui svetta la carenza di spazio, non possono essere liquidati con formule generiche ma esigono sempre una valutazione concreta delle condizioni della carcerazione.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 25 aprile 2015
Solliccianino non ospiterà gli ex detenuti Opg, ma ora che fine faranno? le strutture mancano. Il carcere modello Gozzini non sarà più destinato ad ospitare gli internati dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo. La regione Toscana fa finalmente marcia indietro: dopo le numerose proteste, salta, infatti, la destinazione del carcere "Gozzini", il cosiddetto Solliccianino.
Esultano i Radicali, le Camere penali, l'associazione "L'altro diritto" e anche gli stessi detenuti del Gozzini che avevano annunciato uno sciopero della fame. Il fatto che la struttura sia un carcere a custodia attenuata, un'esperienza all'avanguardia nel lavoro di recupero e reinserimento dei detenuti, aveva sollevato proteste sulla scelta di trasferire proprio lì gli internati dell'Opg.
Ora la Regione ha deciso di cambiare direzione, come ha annunciato al consiglio comunale di Montelupo, mentre resta ancora da capire quale possa essere la soluzione, ovvero dove andranno questi in ternati. Al momento le voci che circolano indicherebbero l'ex ospedale psichiatrico di Volterra. E stato il piddino Giachetti, parlando ai microfoni di Radio Radicale , che ha dato per primo la notizia: "Si stava rischiando di buttare tutto a mare. Dopo la mia interrogazione e grazie all'interessamento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, la regione Toscana si è accorta che era una soluzione improponibile".
Giachetti stesso ha dato notizia che la regione sta valutando di destinare gli ex internati a Volterra. Sulla questione intervengono Massimo Lensi e Maurizio Buzzegoli, presidente e segretario della Associazione Radicale "Andrea Tamburi": "Finalmente il processo di superamento dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo sembra giunto a un momento decisivo.
Nelle prossime ore la Regione Toscana dovrebbe annullare, in via definitiva, la decisione di trasferire gli internati psichiatrici al carcere a custodia attenuata Gozzini di Firenze. Un ripensamento saggio, frutto di una importante mobilitazione che ha visto in prima linea i radicali fiorentini, impegnati insieme alla segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, per scongiurare lo smantellamento di un'esperienza di eccellenza come Solliccianino e per il rispetto della legge 81/2014.
Ringraziamo per la maturità dimostrata i detenuti del Gozzini e il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti che ha presentato nei giorni scorsi una decisiva interrogazione sull'argomento. La nostra attenzione resta comunque altissima. Si parla, infatti, di realizzare la Rems toscana (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) nell'ex ospedale psichiatrico di Volterra".
Lenzi e Buzzegoli ribadiscono però la loro richiesta di commissariamento della Regione: "Occorre dunque vigilare affinché i tempi e le modalità per individuare le alternative di gestione del disagio psichiatrico che dà luogo a pericolosità sociale siano in sintonia con le disposizioni delle leggi 81/2014 e 9/2012. Ribadiamo quindi, a maggior ragione dopo il gran pasticcio del Gozzini, la richiesta che la Regione Toscana sia commissariata.
Ancora la presa in carico degli internati psichiatrici da parte del Servizio sanitario regionale non è avvenuta e a questo punto ci sembra opportuno e necessario che il Governo nomini con urgenza un commissario in sostituzione (ad acta) così come previsto dalla legge 81. Ogni giorno che passa, infatti, dalla data del 31 marzo è un giorno in violazione di legge".
Ma che cos'è l'ex manicomio di Volterra dove si vorrebbero trasferire gli internati dell'opg? Ebbe origine nel 1888 nella costituzione di una sezione per "dementi" all'interno del ricovero di mendicità dell'ex convento di San Girolamo. Nel 1902 nacque come Frenocomio S. Girolamo e nei decenni successivi l'istituzione conobbe un notevolissimo sviluppo, ampliandosi progressivamente con officine, servizi, una vera e propria azienda agraria, la costituzione di una sezione giudiziaria. Negli anni Cinquanta e Sessanta conobbe un vasto sviluppo tale da essere considerato, fino alla famosa legge Basaglia del 1978, uno dei manicomi più grandi d'Italia con oltre 100 mila metri cubi di volume. Fino al 1975, anno in cui la legge 180 pose fine all'esistenza dei manicomi, andare a Volterra significa spesso finire internati nell'ospedale psichiatrico Ferri.
La struttura era composta da tre edifici principali in cui trovarono ricovero anche 6000 persone contemporaneamente, con 20 lavandini e 2 cessi ogni 200 degenti: un inferno sulla terra, in cui si poteva essere rinchiusi ai primi sintomi di depressione, di presunta schizofrenia o anche per accuse politiche o di morale. Per un trattamento a base di scariche elettriche, comi indotti con insulina e tutto un prontuario di pillole e veleni somministrati per "testare" i risultati ignorando completamente le conseguenze spesso irreversibili sui pazienti.
Attualmente la struttura è in un profondo, tragico e inquietante processo di totale abbandono e il camminare in quei luoghi trasmette un infinito senso di rabbia e impotenza, sentimenti che insieme alla solitudine venivano sicuramente percepiti dai pazienti rinchiusi in un inferno senza tempo. L'ospedale, dopo la sua chiusura, è diventato tristemente famoso per i graffiti di Nannetti Oreste Fernando, 180 metri di muro esterno in cui Nof4, come lui stesso si firmava, ha inciso nei lunghi anni di degenza un'opera enciclopedica di sentimenti, biografie e crimini subiti e testimoniati. Parole, poesie, disegni scavati nella pietra gialla con la fibbietta del gilet della divisa dei matti reclusi.
L'ospedale ha ispirato il cantautore Simone Cristicchi nella sua "Ti regalerò una rosa", immaginaria lettera di Antonio, chiuso in manicomio da quando era bambino. Molto probabilmente sarà riaperto per ospitare nuovamente i "pazzi". La domanda nasce spontanea: la regione Toscana aveva avuto tutto il tempo per trovare un luogo diverso per sostituire i manicomi criminali. Perché riaprire proprio un ex manicomio con un passato che non dovrebbe ritornare mai più?
di Paolo Emilio Russo
Libero, 25 aprile 2015
Intervista a Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle Camere Penali Italiane.
Due sentenze, troppe anomalie. Tante da far venire il sospetto che la giustizia quando si tratta di Silvio Berlusconi "tiri" le norme come se fossero un elastico. Il giurista Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione camere penali, ammette che sì, la Cassazione e il medesimo relatore si sono "rimangiati" nel 2014 una loro sentenza di un anno prima.
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