Ansa, 6 febbraio 2015
Parte dal carcere di Capanne di Perugia, e sarà attivato in tutte le regioni d'Italia, il progetto dell'Ainc "Un notaio per le carceri italiane", Associazione italiana notai cattolici con sede all'istituto Serafico di Assisi, dove è stato firmato il protocollo di intesa per la consulenza gratuita alla popolazione detenuta del carcere perugino: l'hanno sottoscritto la direttrice del carcere, Bernardina Di Mario, ed il notaio Roberto Dante Cogliandro, presidente dell'Ainc.
In un comunicato, l'Ainc fa presente che anche presso la popolazione carceraria "si registra la necessità di assistenza nel disbrigo di pratiche giuridiche attinenti al lavoro, alle relazioni familiari, alle situazioni patrimoniali e a quelle civili in generale".
Da qui la disponibilità dell'associazione "a fornire assistenza gratuita a favore della popolazione detenuta indigente per la cura di pratiche giuridiche e notarili". Il progetto, secondo la convenzione con il carcere di Perugia, prevede una prima fase dedicata all'informazione dei detenuti riguardo al tipo di servizio disponibile, cui seguiranno i colloqui su richiesta dei singoli detenuti sotto la vigilanza del personale in servizio.
Redattore Sociale, 6 febbraio 2015
Campagna dell'associazione di volontariato "Olinda" di Cagli. "Per troppe donne la violenza è pane quotidiano": questo lo slogan stampato insieme ai recapiti del Centro antiviolenza provinciale "Parla con noi". "Il problema esiste e va affrontato, e ci sono persone pronte ad aiutare le donne in difficoltà".
Sono ancora in distribuzione, fino ad esaurimento scorte, i sacchetti per il pane con la scritta "Per troppe donne la violenza è pane quotidiano", legati alla campagna di sensibilizzazione promossa dall'associazione di volontariato "Olinda" di Cagli (Pu). L'iniziativa è stata pensata in collaborazione con il Centro antiviolenza provinciale "Parla con noi", gestito dalla provincia di Pesaro e Urbino, i comuni di Cagli, Cantiano, Acqualagna, Serra Sant'Abbondio, Piobbico, Frontone e Apecchio e 35 esercizi commerciali, con il coinvolgimento dell'Ambito sociale 3 e del distretto sanitario Asur di Cagli. L'iniziativa, svoltasi dal 26 al 31 gennaio dopo un incontro di presentazione al Ridotto del Teatro di Cagli, con letture e testimonianze delle operatrici del Centro antiviolenza, ha contribuito alla riflessione sul problema, riportando nei sacchetti anche i contatti del Centro antiviolenza provinciale "Parla con noi".
"Ringraziamo istituzioni ed esercizi commerciali - dichiarano dall'associazione Olinda - che hanno contribuito al successo della campagna. I sacchetti per il pane continueranno a diffondere il messaggio, facendo capire non solo che il problema esiste e va affrontato, ma anche che ci sono persone pronte ad aiutare le donne in difficoltà".
www.ottopagine.it, 6 febbraio 2015
Paura nel carcere di Ariano Irpino. Un detenuto ha rischiato di morire, dopo aver ingoiato lamette, è salvo grazie al tempestivo intervento degli agenti di polizia penitenziaria e dei medici del pronto soccorso dell'ospedale Frangipane che lo hanno subito trasferito nel blocco operatorio per essere sottoposto ad un delicato intervento chirurgico.
È ora sotto osservazione, piantonato all'interno della struttura ospedaliera arianese. Protagonista del gesto di protesta un detenuto cinquantenne, già seguito dai servizi sanitari, non nuovo ad episodi del genere. Il direttore della Casa Circondariale Gianfranco Marcello, si è congratulato con il personale intervenuto, per l'intervento tempestivo e provvidenziale, teso a scongiurare il peggio avendo ingoiato le lame senza alcuna protezione.
di Silvia Franzoni
www.estense.com, 6 febbraio 2015
Dopo la presentazione all'ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma e le numerose proiezioni, da Spoleto a La Spezia, "Meno male è lunedì" approda anche a Ferrara: l'ultima opera del regista ferrarese Filippo Vendemmiati, vincitore del Bif&St e del David di Donatello per "È stato morto un ragazzo", sarà infatti proiettato nella giornata di mercoledì 11 febbraio; la mattina, presso il carcere cittadino, la sera, invece, alle ore 21 presso il Cinema San Benedetto.
La proiezione di quel contenitore di "storie di viti e di vite" che è il film, presentata questa mattina in conferenza stampa, si deve alla forte volontà di don Domenico Bedin che, attento alle varie fasi del lavoro di produzione, si è speso affinché "la città affrontasse - spiega don Bedin - le dinamiche trattate e la distribuzione del film abbracciasse quindi anche Ferrara".
Fresco della selezione ottenuta al Festival Visioni Italiane e del successo degli oltre 1.500 spettatori in una sola settimana di proiezione a Bologna, la brillante commedia-documentario di Vendemmiati costringerà alla riflessione anche la città estense: lontano dall'essere "un film di inchiesta o di denuncia", come precisa lo stesso regista, "la pellicola affronta con tono leggero, quasi ironico, una esperienza positiva di lavoro". Vissuta all'interno delle mura di un carcere.
L'esperienza virtuosa è quella della Casa Circondariale "Dozza" di Bologna, nella quale tre aziende hanno istituito una officina metalmeccanica assumendo come operai a tempo indeterminato 13 detenuti del carcere. Si tratta di una officina vera e propria, con tanto "di bilancio in positivo - continua Vendemmiati - e nella quale, dopo le 300 ore di formazione professionale, si producono manufatti altamente tecnologici".
Operai volontari ormai in pensione affiancano i detenuti, sono insegnate le regole del vivere quotidiano, e si conosce la disciplina del lavoro, quello vero, "niente barchette di fiammiferi": si tratta di uno spazio di libertà all'interno del carcere capace di diventare "impresa di transizione - come precisa il Garante dei detenuti Marcello Marighelli riferendosi alla realtà bolognese - verso il mondo al di fuori".
Nella "officina dei detenuti" il lavoro è mezzo per una realizzazione personale altrimenti impensabile, è dignità, e il carcere diventa "ambiente in forma attiva, una cornice di sicurezza - interviene don Bedin - in cui i detenuti sono protagonisti essi stessi del proprio recupero". È questa la realtà che le telecamere dirette da Vendemmiati hanno seguito per otto giorni, da lunedì a lunedì, e che si è tradotta negli 80 minuti di film che la Tomotao doc&film ha poi prodotto: un affondo in un'oasi in cui il tempo dell'ozio non esiste più, in uno spazio-tempo che trova significato nei ritmi di lavoro.
Al di là delle condizioni materiali, la realtà carceraria riscontra infatti il problema principale nella costrizione psicologica di quanti "scontano una pena giusta sì, ma sono annichiliti - interviene l'assessore Sapigni - nel non far niente": la realtà ferrarese conta 304 detenuti ai quali sono offerte diverse attività, ma manca una logica di incremento delle stesse per la "assenza totale - sottolinea il Garante Marighelli - di progetti di edilizia carceraria".
E se la proiezione che di "Meno male è lunedì" sarà fatta in carcere sottoporrà il regista "ad uno stress emotivo - confessa lo stesso Vendemmiati - notevole, e già mi immagino le prime obiezioni", quella serale, dedicata alla città, ha la precisa vocazione della responsabilità condivisa: invogliare aziende ed enti a proporsi per ri-proporre la felice esperienza della Dozza, e favorire il fiorire di risposte in merito alle tematiche del lavoro in carcere. L'entrata ad offerta libera è un primo passo in questa direzione: il ricavato sarà devoluto infatti per sostenere la Associazione Viale K nella costruzione di un piccolo orto che sia curato da quanti, oggi, aspettano di uscire dalla Casa Circondariale ferrarese.
Agi, 6 febbraio 2015
L'orrore dei manicomi giudiziari, gli "ergastoli bianchi", il disagio di un "diverso" cui viene negato il diritto di vivere e che ritrova la sua identità nella follia. Un messaggio forte e una denuncia quelli espressi nell'opera teatrale della regista Patrizia Masi che con "Certe notti non accadono mai", torna in scena con la sua Compagnia Bolero il 9 febbraio presso lo Studio Corno di Lissone (Milano), in un remake presentato a meno di due mesi dall'attesa chiusura degli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari, il 31 marzo prossimo, più volte rimandata.
Protagonisti della picee un gruppo di detenuti psicotici in fuga da un Opg, che decidono di entrare a sorpresa in un locale e di dare spettacolo con le loro storie, provocando il pubblico, davanti ad un'intransigente direttrice, una guardia carceraria e uno psichiatra. Storie che corrono su un filo surreale tra normalità alienate e devianze normali, senza cedere mai alla pesantezza del dramma. C'è qualcosa di più importante della logica: l'immaginazione senza la quale "Certe notti" forse non accadrebbero mai.
Le storie dei personaggi della Masi riempiono la scena con il loro dolore ma anche con la leggerezza dello spirito. Anime nude che gravitano in uno spazio al confine dell'irreale, bisognose di amore e attenzione, che mostrano come la follia sia una condizione di creatività e di espressione umana e non una semplice malattia. La barriera tra scena e pubblico scompare e la soluzione finale è il ribaltamento del ruolo del potere: la direttrice e la guardia carceraria sono anch'essi vittime di un sistema sociale complesso, mostrando devianze psicotiche analoghe al resto del gruppo. La Compagnia Bolero contribuisce da tempo alla campagna per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari dove sono ancora internate 906 persone.
Nel 2014 la compagnia ha ricevuto il Premio Vincenzo Crocitti come migliore compagnia teatrale emergente. In Lombardia la chiusura degli Opg riguarda soprattutto l'ospedale di Castiglione delle Stiviere che soffre da anni di sovraffollamento. La Regione sta ripensando il piano, approvato appena lo scorso anno e che prevedeva la creazione in Lombardia di 12 Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), in pratica mini comunità protette da 20 posti massimo nelle quali collocare i pazienti dal prossimo primo aprile. Ma il nuovo decreto approvato e modificato da diversi emendamenti, introduce ora la possibilità di inviare i pazienti, dopo la chiusura degli Opg, a "misure alternative" e non più automaticamente nelle Rems.
di Roberta Lunghini
www.west-info.eu, 6 febbraio 2015
Ben il 74,2% dei 4.896 detenuti nelle carceri svizzere è straniero. E per la maggior parte si tratta di clandestini (solo 1.330 hanno un regolare permesso di soggiorno e 716 sono richiedenti asilo). Seguono, in questa speciale classifica degli Stati europei, l'Austria (46,75%) e il Belgio (42,3%). Le percentuali più basse, invece, si registrano tra quelli dell'est, che sono tradizionalmente Paesi di emigrazione e non di immigrazione.
Se consideriamo tutti i carcerati del Vecchio Continente, che in totale sono 1 milione 737 mila, quelli di origine immigrata sono il 21%. L'Italia è più o meno in linea con questo dato per quanto riguarda la popolazione carceraria straniera sul territorio nazionale. Mentre, la quota dei nostri concittadini detenuti all'estero è superiore alla media europea di oltre 11 punti percentuali essendo pari al 32%. Sono alcune delle cifre rese note nel corso della presentazione, a cura dell'Associazione Antigone, del volume di Patrizio Gonnella "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti".
Reuters, 6 febbraio 2015
La denuncia dell'Osservatorio siriano per i Diritti Umani su fonti raccolta in Siria e Iraq. L'Isis ha ucciso un centinaio di prigionieri dall'inizio dell'anno in Iraq e in Siria, come denuncia l'ong Osservatorio siriano per i diritti umani. Nel primo mese del 2015 i jihadisti hanno decapitato, lapidato o ammazzato in pubblico diverse decine di persone che si trovavano nelle sue carceri, arrestati per blasfemia, prostituzione o spionaggio. L'Isis ha tolto la vita anche a diversi miliziani delle fazioni terroriste avverse, come al-Nusra, la sezione siriana di al-Qaida.
I reporter giapponsi Haruna Yukawa e Kenji Goto e il giordano Muaz al-Kasaesbeh non sono purtroppo le uniche vittime della brutalità dell'Isis in questo inizio 2015. Nell'ultimo mese l'organizzazione terroristica di al-Baghdadi ha ucciso almeno un centinaio di prigionieri in Siria e Iraq. Le esecuzioni dell'Isis sono state brutali, con carcerati decapitati, lapidati oppure uccisi su pubblica piazza. Le nuove uccisioni dell'Isis sono state documentate da un'Ong siriana, Osservatorio siriano per i diritti umani, grazie a testimonianze dirette raccolte nei territori controllati dall'organizzazione terrorista islamica.Dall'estate del 2014 una vasta porzione di Siria e Iraq è sottoposta alla feroce repressione dell'Isis, che ha provocato diverse migliaia di morti. I jihadisti di al-Baghadi hanno ucciso un centinaio di prigionieri che erano finiti nelle loro carceri con diverse accuse quali blasfemia, prostituzione, oppure omosessualità. Altre persone sono state invece ammazzate perché ritenute spie del governo siriano oppure di Paesi stranieri avversi all'Isis come la Giordania, la Russia alleata di Assad e Israele.
Secondo le fonti raccolte dall' Osservatorio siriano per i diritti i terroristi dell'Isis hanno ucciso 50 prigionieri in Siria, tra cui i due ostaggi giapponesi e il pilota siriano le cui esecuzioni terrificanti sono state diffuse via video. In Siria sono stati uccisi circa 25 militanti di altri gruppi jihadisti, tra cui diversi esponenti di al-Nusra, la sezione siriana di al-Qaida. Nel vicino Iraq sono state rendicontate 48 esecuzioni, tra cui due cristiani, due giornalisti e tre avvocati.
La maggior parte delle vittime sono state uccise con colpi di pistola o fucile sparati in pubblico. Le morti documentate sono probabilmente inferiori al vero numero di vittime dell'Isis. Nelle ultime settimane i peshmerga curdi hanno trovato diverse fosse comuni quando sono riusciti a ritornare nei territori occupati dall'Isis nel nord dell'Iraq prima dei bombardamenti americani. Diverse organizzazioni internazionali, tra cui l'Onu, hanno rimproverato all'Isis di uccidere su larga scala i propri prigionieri. In questo momento l'Isis controlla ancora una porzione di territorio significativa tra Iraq e Siria, l'area che viene definita califfato dal cosiddetto Stato islamico.
www.infopal.it, 6 febbraio 2015
Almeno 151 bambini palestinesi sono attualmente detenuti come "prigionieri di sicurezza" nelle carceri israeliane, ha affermato il consigliere legale palestinese di Military Court Watch nel comunicato di martedì. L'associazione ha reso noto che il 47 per cento è detenuto in Israele in violazione delle Convenzioni di Ginevra, che impediscono il trasferimento dei detenuti al di fuori del territorio occupato in quanto limita le possibilità di "visita delle loro famiglie e degli avvocati".
I numeri evidenziano le continue difficoltà che affrontano i bambini palestinesi nelle carceri israeliane, componendo il gruppo più vulnerabile dei 5.528 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il gruppo ha anche aggiunto nel comunicato che i dati rilasciati dal Sevizio carceri israeliano spesso non mostra i numeri reali, in quanto si basa semplicemente sul "numero" dei prigionieri detenuti alla fine di ogni mese.
Di conseguenza, quei palestinesi trattenuti per ore o giorni che non siano l'ultimo giorno del mese non rientrano nei dati. L'associazione ha affermato che anche se molti bambini al di sotto dei 14 anni sono registrati come detenuti dal Sevizio carcerario israeliano, i dati ufficiali rilasciati nell'agosto 2013 non ne mostrano alcuno. Il divario tra i dati ufficiali rilasciati dalle autorità carcerarie israeliane e il numero effettivo dei Palestinesi detenuti in custodia israeliana riflette questo problema di raccolta dati.
Il comunicato emesso da Military Court Watch giunge tra la crescente preoccupazione per la sorte dei bambini palestinesi nelle carceri israeliane accentuata dal caso di Malak al-Khatib, una ragazzina di 14 anni, condannata a due mesi di carcere, accusata da Israele di aver lanciato pietre e di possesso di un coltello. È stata arrestata mentre tornava a casa da scuola nel suo villaggio di Beitin il giorno di Capodanno poco più di un mese fa. Al-Khatib è una delle poche ragazzine dei circa 1.000 bambini palestinesi arrestati ogni anno, e l'immagine del suo volto giovane è diventato comune durante le proteste e sui manifesti in tutta la Cisgiordania.
di Mario Lucio Genghini
www.polisblog.it, 6 febbraio 2015
Il caso di Malak riaccende le polemiche sugli arresti e i maltrattamenti subiti da minori palestinesi. Israele è l'unico paese al mondo dove chi non ha compiuto la maggiore età può essere processato da un Tribunale militare
Sta facendo molto discutere la condanna, a due mesi di detenzione e a 1.500 dollari di multa, per la quattordicenne Malak al-Khatib. La sentenza è stata emessa dal Tribunale militare israeliano e non è un caso isolato. Sono centinaia i minori palestinesi che attualmente si trovano nelle carceri di Israele.
Come riportato da al-Araby, la ragazza ha confessato che, mentre tornava a casa da scuola a Betin (Cisgiordania), ha lanciato un sasso contro delle automobili. Ma secondo la testimonianza di alcuni militari non sarebbe tutto, Malak avrebbe avuto un coltello con sé che sarebbe stata pronta ad usare contro le forze di sicurezza in caso di arresto. Il padre ha respinto tale versione dei fatti, affermando che a sua figlia sarebbe stata estorta con minacce una confessione da parte dei militari: "Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un'arma nucleare" (Via Nenanews).
Military Court Watch, associazione di volontariato costituita principalmente da avvocati, ha colto l'occasione per ribadire che sono 151 i minori detenuti nelle carceri israeliane. Cosa che lascia molto perplessi sul sistema di garanzie democratiche di Tel Aviv: unico paese al mondo dove chi non ha compiuto la maggiore età può essere processato da un Tribunale militare.
Sul problema, in passato, sono intervenute organizzazioni come l'Unicef e l'Onu. Nei rapporti stilati dai due enti non si denuncia soltanto il fatto che dei minori possano finire in carcere, ma viene lanciata anche un'accusa aggiuntiva a Israele, accusa ampiamente documentata. Ovvero di torturare, maltrattare, violentare i bambini palestinesi. Quando i minori vengono arrestati nei territori occupati, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, "le accuse nei loro confronti sono lette in ebraico, lingua che non capiscono, e vengono costretti a firmare confessioni scritte". Inoltre è messo nero su bianco che ragazzi e ragazze, in stato di arresto, subiscono "sistematiche violenze fisiche, verbali e sessuali".
Per Defense for Children International, i giovani arrestati, nel 20% dei casi, sono tenuti in isolamento per dieci giorni. Inoltre, segnaliamo che, in aperta violazione della Convezione di Ginevra, i minori fermati nei territori occupati sono spesso tradotti in carceri di Israele. Infine ricordiamo, che, per il diritto israeliano, i minori "lanciatori di pietre" possono essere condannati fino a 20 anni di carcere.
Ristretti Orizzonti, 5 febbraio 2015
All'attenzione delle persone detenute, dei volontari e degli operatori che hanno sostenuto la nostra battaglia "Per qualche metro e un po' di amore in più".
Il 28 gennaio la Commissione Giustizia della Camera ha iniziato l'esame di due proposte di legge in materia di relazioni famigliari e affettive delle persone detenute. È un piccolo passo importante di cui possiamo tranquillamente prenderci il merito: perché è stata la campagna di informazione promossa da Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, sono state le vostre firme di sostegno a sollecitare la politica a occuparsi degli affetti delle persone detenute, delle loro famiglie, delle sofferenze a cui sono condannate se non vogliono abbandonare i loro cari.
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