Il Tirreno, 8 febbraio 2015
L'uomo era già stato protagonista di episodi simili nelle carceri di Lucca e Pistoia. Aveva già aggredito diversi poliziotti nelle carceri di Lucca e Pistoia e per questo era stato trasferito alla Casa Circondariale di Pisa. Dove, l'altra notte, ha colpito a calci e pugni e ferendo diversi agenti di Polizia Penitenziaria. Dura la protesta del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, che non più tardi di cinque giorni fa ha segnalato che, a livello nazionale, "è la Toscana la regione d'Italia con il numero più alto di episodi di autolesionismo in carcere (1.047 casi) e di tentati suicidio sventati (112)".
"Questa aggressione è stata particolarmente violenta ed è ancor più inaccettabile perché vede protagonista un detenuto già resosi responsabile di analoghi gravi episodi in carcere: un detenuto tunisino che, seppur di soli 21 anni, ha commesso una sfilza di reati impressionati tra i quali lesioni, furto, rapina", spiega il segretario generale del Sappe Donato Capece.
"L'altra notte il detenuto, dopo essersi autolesionato il corpo perché pretendeva più terapia farmacologica, negata ovviamente dal medico di guardia perché non ve n'era la necessità (spesso in carcere i detenuti dipendenti da sostanze stupefacenti ed alcool cercano di abusa di farmaci...), veniva accompagnato in infermeria per le cure del caso. Dopo le cure, veniva accompagnato presso il suo reparto, ma giunto davanti alla cella si rifiutava di entrare e minacciava i presenti con una lametta che aveva occultata in bocca.
Dopo vari tentativi di convincere il detenuto a desistere da tale comportamento, visto che lo stesso persisteva nell'essere minaccioso ed aggressivo, si informa il Direttore che autorizzava i poliziotti all'uso della forza fisica, ma il detenuto stesso improvvisamente dava fuoco ad alcuni stracci e li lanciava contro il personale. I nostri poliziotti hanno spento il principio di incendio e hanno tentato di bloccare il detenuto, che però continuava a tirare calci e pugni. Risultato?
Due colleghi sono stati refertati al Pronto Soccorso con prognosi di 10 giorni a testa e altri 6 sono stati refertati in istituto per piccoli traumi e graffi ricevuti nell' immobilizzare il detenuto. Ora il detenuto è stato trasferito nel carcere di Livorno ma capirete bene che tutto questo è gravissimo. Noi non siamo carne da macello e la nostra pazienza ha un limite! E questo grave episodio dovrebbe fare seriamente riflettere tutti quelli che si riempiono la bocca nel dire che l'emergenza penitenziaria è superata".
Il Sappe, che in occasione di altre aggressioni a poliziotti penitenziari in varie carceri italiane aveva chiesto "di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di spray anti aggressione recentemente assegnato a Polizia di Stato e Carabinieri", sollecita il Governo Renzi ad azioni efficaci per espellere i detenuti stranieri presenti in Italia: "È sintomatico che negli ultimi dieci anni ci sia stata un'impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, che da una percentuale media del 15% negli anni '90 sono passati oggi ad essere quasi 20mila. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria.
Si deve però superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.623 detenuti: ben 17.462 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita".
Adnkronos, 8 febbraio 2015
"Urgenti accertamenti" in merito alla gestione della disciplina dei detenuti nel carcere di Torino. A chiederli in una lettera ai vertici dell'amministrazione penitenziaria e al ministro del Giustizia è Leo Beneduci, segretario generale Osapp, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Il sindacato segnala che da mesi riceve lamentele dal personale penitenziari oggetto di "sbeffeggio" da parte dei detenuti nei confronti dei quali "verrebbero molto spesso archiviate o addirittura non contestate - si legge nella lettera - le infrazioni disciplinari scaturenti dai rapporti disciplinari redatti dal personale stesso a loro carico".
Una situazione che Beneduci definisce "preoccupante" e che "determinerebbe anche una forte demotivazione negli addetti del Corpo e un conseguente svilimento delle funzioni". Senza tralasciare le "evidenti ragioni di ordine e sicurezza" sottolinea il sindacalista. Sulla questione ha presentato un'interrogazione alla Camera il deputato della Lega Nord, Stefano Allasia.
di Michele Marangon
Corriere della Sera, 8 febbraio 2015
Su "Dietro il cancello" debutta l'ex presidente della Regione Sicilia condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento di Cosa Nostra.
È nato "Dietro il cancello", un giornale scritto dai detenuti di Rebibbia. Tra di loro anche un redattore d'eccezione che debutta con due articoli: è Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia in carcere dal 2011 perché condannato in via definitiva a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nell' ambito del processo "Talpe alla Dda".
Aiutare i carcerati a voltare pagina, anzi a scriverne una nuova. È questo il senso di un giornale confezionato 'dietro le sbarrè, nel luogo dove tutto acquisisce un significato diverso, anzi il vero significato. E allora una parola, un'esperienza nuova, il mettere in fila i periodi di un articolo che leggeranno in molti, si trasformano di colpo negli strumenti per costruire una libertà interiore che vale più di tutto se la vita ti ha portato ad avere come temporaneo indirizzo quello di un carcere. Che non è mai un bel posto.
Non chiamatelo "giornalino", sarebbe riduttivo. Perché "Dietro il cancello", mensile curato dai detenuti dei reparti G8 e G12 del carcere romano di Rebibbia ( nuovo complesso), è molto di più: rappresenta la speranza dei reclusi di comunicare con l'esterno, di imparare - nel novero delle tantissime attività professionali che già si svolgono dentro la struttura - anche i rudimenti di un mestiere non propriamente manuale come quello del giornalista. Rappresenta la scommessa di rieducare attraverso la libertà di espressione, nel rispetto di quelle regole che la scrittura e la comunicazione impongono.
Il numero zero di "Dietro il cancello", diretto dai giornalisti professionisti Federico Vespa e Giovanna Gueci, è in realtà il ritorno di una esperienza nata diversi anni fa, ed oggi tornata alle stampe grazie al rinnovato impegno dei volontari dell'associazione "Gruppo idee", presieduto da Zarina Chiarenza, che oltre al giornale sta portando avanti altre iniziative come il laboratorio sartoriale rivolto elle detenute con marchio "Nero luce - made in Rebibbia" o la squadra di rugby del carcere di Frosinone, oppure la rappresentativa di calcio composta da agenti di penitenziaria e reclusi di Rebibbia.
Alla presentazione coordinata dal giornalista Rai Domenico Iannaccone, svoltasi il 6 febbraio presso la sala università della struttura penitenziaria ( sono sessanta i detenuti attualmente iscritti ad un percorso universitario) hanno partecipato il direttore del nuovo complesso di Rebibbia Mauro Mariani, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il giudice Ferdinando Imposimato, il consigliere regionale Giuseppe Cangemi, il giornalista Bruno Vespa.
Il primo numero è stato stampato in tremila copie e punta ad una ampia diffusione in tutte le realtà vicine al mondo carcerario e giudiziario. Ma questo è solo l'inizio di un percorso che vuole essere duraturo e coinvolgente delle altre realtà carcerarie laziali.
"Il progetto editoriale - dice Giovanna Gueci - affidato a soggetti ristretti, con pene relativamente lunghe da scontare, tenta di realizzare innanzitutto una riflessione sulla oggettiva "interruzione di comunicazione" con la collettività a causa del reato e sulla necessità che tale rapporto possa essere ripristinato solo attraverso l'impegno ed il confronto costante tra carcere e società civile. Persone limitate negli spazi fisici e mentali sono alle prese con un lavoro di gruppo, sistematico e da "esportare", che impone un ripensamento del tempo e del linguaggio".
Si legge negli occhi dei redattori (vietato intervistarli in mancanza la dovuta sfilza di autorizzazioni ministeriali) tutto l'orgoglio di aver creato un prodotto dignitoso e profondo, ricco di contenuti che raramente trovano spazio nei media.
Il giornale, infatti, apre con il titolo "Se un detenuto vale otto euro", relativo alla frettolosa ed inapplicata legge italiana sul risarcimento per le detenzioni condotte in regime di tortura (il riferimento è alla sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell'uomo), mentre sempre in prima balza all'occhio la firma di Salvatore Cuffaro.
Proprio lui, Totò l'ex presidente della Regione Sicilia che sta scontando sette anni di reclusione dopo la condanna per favoreggiamento mafioso. Oggi detenuto modello, conta di tornare uomo libero tra dieci mesi. Nelle pagine interne un suo pezzo sulla privazione della libertà vissuta in maniera disumana nelle carceri italiane.
"La stampa deve occuparsi ordinariamente del pianeta carcere e non solo nelle occasioni straordinarie - ha sottolineato nel suo messaggio di apertura il direttore Mauro Mariani - poiché la detenzione rappresenta un problema per tutta la società civile. È uno stato che deve necessariamente aprirsi all'esterno e rappresentare una speranza in più rispetto a ciò che è accaduto fino ad oggi. Questa iniziativa è un'ottima occasione per favorire questa apertura e questa conoscenza".
Uno sforzo di apertura incoraggiato anche dal sottosegretario Ferri: "Ammetto che prima del mio attuale incarico, per essere stato giudice penale ma mai magistrato di sorveglianza, conoscevo poco il carcere. Da quando me ne occupo direttamente, ho scoperto un mondo nuovo che ha necessità di cure organiche. La società è divisa tra chiedere sicurezza, certezza della pena, oppure essere alle prese con un buonismo che non tiene conto della realtà. Ecco perché il giornale è benvenuto ed apprezzato per quanto riuscirà a trasmettere anche a chi non è ristretto".
Imposimato: "Riformare il codice penale" Preoccupato dell'uso dei media il presidente Ferdinando Imposimato: "Il carcere non è ben compreso all'esterno e il processo televisivo è un danno enorme poiché si condanna una persona appena indagata, o appena all'atto della denuncia. E questa prassi non è propria di uno Stato civile. Vorrei che il governo metta mano al codice penale utilizzando il prezioso lavoro fatto dalle commissioni negli anni, come quella Pagliaro o quella presieduta dal giudice Nordio. Si tratta - spiega Imposimato - di riuscire a punire finalmente i reati realmente gravi e di allarme sociale come i disastri ambientali (spesso invece prescritti) e evitare carcerazioni in presenza di pene al di sotto dei tre anni, che rappresentano invece il 90 per cento delle condanne della popolazione detenuta".
"Noi giornalisti abbiamo una grave responsabilità - non ha mancato di far notare Bruno Vespa - Il carcere si racconta sempre male. Sono sempre stato dell'idea che il 41 bis vada abolito, poiché una cosa è la sicurezza e un'altra è il rispetto dei diritti umani. Stessa posizione la mia sull'ergastolo, che deve essere immediatamente cancellato dal codice penale".
Infine, il consigliere regionale Cangemi ha promesso sostegno all'iniziativa: "Presenterò un emendamento affinché all'interno della proposta di legge regionale sul pluralismo dell'informazione siano garantiti stessi diritti e opportunità anche ai detenuti del Lazio che intendano cimentarsi con gli strumenti di comunicazione. Un bell'esempio di come anche dal carcere si possa fare informazione".
recensione di Luca Tortolini
Redattore Sociale, 8 febbraio 2015
Diventa un libro (Contrasto Books), il viaggio durato dieci anni del fotoreporter italiano in 74 carceri del Sudamerica. Le condizioni spietate della detenzione, le speranze di chi è privato della libertà, le regole di un mondo chiuso dove nessuno entra mai se non costretto
Di "Encerrados", il progetto di Valerio Bispuri, avevamo parlato qualche tempo fa, quando era in via di ultimazione. Ora il lungo lavoro di Bispuri, durato dieci anni, trova la sua forma ideale in un libro pubblicato da Contrasto Books, con la prefazione di Roberto Saviano e un commento dello scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano.
Il racconto fotografico di Bispuri ci fa entrare dove nessuno entrerebbe se non fosse costretto: nel mondo dei rinchiusi. Ci fa vedere attraverso le sbarre di metallo, dietro le recinzioni e nei cortili circondati dalle mura, dentro le celle, nei corridoi bui e stretti. Ci fa entrare nelle latrine. Ci mostra i volti dei detenuti, si muove tra quelli più pericolosi del Sudamerica, nei reparti dove nemmeno le guardie entrano più. Come nel padiglione numero 5 del carcere di Mendoza in Argentina, in cui per entrare Bispuri firma un documento con cui si assume tutta la responsabilità della propria decisione. Entra senza nessuno che lo accompagni e con le gambe che gli tremano, come racconta lui stesso. All'interno del Padiglione numero 5 ci sono novanta detenuti, i più violenti di tutti. Ma nessuno gli farà del male, anzi gli mostrano cosa fotografare e chiedono di raccontare cosa ha visto, le condizioni spietate in cui sono costretti a scontare la loro pena. Valerio Bispuri lo fa, organizza una mostra e svela agli occhi dell'Argentina la polvere nascosta sotto il tappeto. Mette a fuoco l'umanità dei prigionieri in cui chiunque può riconoscersi, costringendo a guardare con gli occhi spalancati un atto di disumanità perpetrato in nome dello Stato. Grazie a lui e Amnesty International il Padiglione numero 5 verrà chiuso.
"Encerrados non è un libro sulle carceri; è un libro sulla libertà perduta, sulla libertà mai avuta", scrive Roberto Saviano nella prefazione e continua, "l'obiettivo di Bispuri era puntato sulla mancanza di libertà che spesso precede e segue la vita di chi finisce in prigione. La mancanza di libertà, e quindi di scelta, è ciò che ha condannato le migliaia di detenuti che Bispuri ha raccolto con il suo obiettivo". La mancanza di libertà in Ecuador, in Argentina, in Cile, in Uruguay, in Brasile, in Colombia in Venezuela che sono poi i paesi in cui Valerio Bispuri va a visitare le carceri, va a indagare.
In 10 anni di lavoro, foto dopo foto Bispuri ha avuto la possibilità di capire molte cose sulle regole di questo ambiente chiuso, le leggi che lo abitano; ha avuto la possibilità di vivere sulla propria pelle l'esperienza del carcere attraverso il contatto con migliaia di detenuti e di guardie, spinto sempre dal desiderio di raccontare, e quindi di conoscere studiare analizzare, un continente attraverso il mondo dei detenuti. "Le carceri sono un riflesso della società, uno specchio di quello che succede in un paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali" scrive Bispuri all'interno del libro, nel racconto del suo lungo viaggio nelle carceri.
Dice: "Ho capito che una scarpa legata fuori dalla cella significa che in quel posto si vende droga".
E anche: "Che le donne detenute non hanno diritto alla "visita intima" (rapporti sessuali con i propri compagni) al contrario dei detenuti uomini".
Ancora: "Ricordo le sacche di urina che mi hanno tirato i detenuti arrabbiati a Quito".
Ancora: "Non posso scordare la minaccia di un coltello puntato sul collo".
E ancora: "Non dimentico l'urlo di un ragazzo di Como, dentro per spaccio di cocaina, che mi ha salvato la vita avvisandomi di uscire immediatamente perché era pronta per me una siringa di sangue infetto".
Chi ha avuto modo ci conoscere Bispuri, di stare ad ascoltarlo per un po', sa bene la carica, l'energia che riesce a trasmettere, l'amore per la fotografia, per il fotogiornalismo, e in generale per le cose della vita, per i rapporti umani. Tutto ciò, ascoltarlo, guardare le sue fotografie, non può che far nascere un forte rispetto per il suo lavoro e senz'altro per la sua persona.
Di "Encerrados" si continuerà a parlare a lungo, un libro importante, prezioso, che non dimenticheremo facilmente. Quando il fotogiornalismo non è solo documentazione, testimonianza, sommo servizio di indagine e denuncia per una società; quando un reportage fotografico diventa racconto universale grazie all'arte fotografica, attraverso un nuovo profondo sguardo, nuove visioni sul mondo che ci costringono a guardare gli altri diversamente, nuovamente, come se stessimo guardando noi stessi per la prima volta. È il caso del lavoro di Bispuri e di "Encerrados". Un capolavoro. Valerio Bispuri presenterà "Encerrados" a Roma il 19 febbraio, ore 19.00, al Fandango Incontro, insieme a lui Omero Ciai.
Ansa, 8 febbraio 2015
Un ex sergente dei Marines di guardia a Guantánamo sostiene che tre detenuti della base prigione per sospetti terroristi furono torturati a morte dalla Cia. Joseph Hickman, un veterano che dopo l'11 settembre si era riarruolato nella Guardia Nazionale, fa l'esplosiva denuncia nel suo libro "Assassinio a Camp Delta: un sergente che insegue la verità su Guantánamo Bay". La versione di Hickman contraddice quella ufficiale del Pentagono secondo cui i tre prigionieri - lo yemenita Yasser Talal al-Zahranie i sauditi Salah Ahmed al-Salami e Mani Shaman al-Utaybi - si sarebbero impiccati il 9 giugno 2006 in un patto suicida.
All'epoca l'ammiraglio Harry Harris, il comandante della base prigione, aveva definito la morte dei tre uomini "un atto di guerra asimmetrico commesso contro di noi". I tre prigionieri facevano parte del gruppo che faceva lo sciopero della fame per protestare contro la detenzione. "Ero di servizio il 9 giugno 2006 e so che sono stati uccisi", scrive l'ex Marine nel libro, e spiega al Times che il suo obiettivo è "ottenere una piena inchiesta da parte del Congresso", pur rendendosi conto delle difficoltà che ciò accada. Nel libro Hickman sostiene che i tre sono morti soffocati da stracci che erano stati infilati loro in gola sotto tortura e che gli infermieri della base non erano riusciti a estrarre. L'ex Marine descrive un sinistro "laboratorio di battaglia" per nuove, inventive tecniche sperimentali di tortura.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 8 febbraio 2015
Donne detenute per aver "disonorato" la famiglia, altre per aver osato sfidare il marito padrone, denunce da parte dell'Onu per le torture sistematiche all'interno della sezione maschile. Tutto questo avviene in un carcere afghano, ritenuto il fiore all'occhiello dalle autorità militari italiane che lo hanno finanziato per scopi "umanitari". La struttura penitenziaria in questione si trova ad Herat, la seconda città più grande dell'Afghanistan. Il carcere è diviso in due: c'è la parte maschile composta da 3.310 detenuti, e quella femminile, da 160.
La maggior parte delle donne detenute stanno scontando una pena che da noi non sarebbe considerata neppure un peccato veniale. L'aver amato un uomo diverso da quello scelto dalla famiglia, l'essere rimasta incinta fuori dal matrimonio o l'aver mancato di rispetto a un padre padrone sono considerati reati da punire e quindi c'è l'arresto e le donne possono scontare anni di galera.
C'è la storia di Saaeqa che ha 27 anni e quattro bambini. La sua colpa? Essere scappata di casa perché il marito (sposato a 13 anni) era un violento. "Mi picchiava - aveva racconta Saaeqa - non poteva fare a meno dell'oppio". Lei si sente colpevole e si era detta disposta a ritornare dal marito, ma alla condizione di non essere picchiata. Ma sa che ciò non accadrà e che sarà "costretta" ad andare a vivere dalla madre, e questo verrà considerato un grande disonore. Si dovrà vergognare per tutta la vita.
Poi c'è la storia di Naeeba, 25 anni. È stata accusata di aver ucciso il marito. Lei si dichiara innocente. A 12 anni era stata costretta a sposarsi con l'uomo di 51 perché era incinta di lui. Poi un giorno fu ritrovato bruciato e venne accusata di omicidio. Secondo lei sono stati i figli perché non sopportavano più che la picchiasse. Ma non finisce qua.
Sempre nello stesso carcere finanziato dal governo italiano - specificamente nella sezione maschile dove finiscono i presunti talebani catturati dal nostro contingente - avvengono delle torture sistematiche. A denunciarlo è stata l'Onu attraverso un dossier del 2011 corredato da prove definite "schiaccianti". Un dossier che dovrebbe far riflettere sui compromessi - come quelli sulle donne detenute - accettati dal nostro governo nella missione che dovrebbe portare 'la civiltà alle popolazioni afghane.
L'inchiesta dell'Onu si concentra sulle persone custodite dai servizi di sicurezza di Kabul, chiamati National directorate of security o in sigla Nds. I quattro reclusi catturati dalla polizia nazionale non hanno nulla da denunciare, mentre dei dodici uomini affidati agli agenti speciali, ben nove parlano di maltrattamenti che arrivano fino alla tortura: tra loro c'è anche un ragazzo di sedici anni.
La delegazione dell'Unama - l'organismo Onu che vigila sulla rinascita dell'Afghanistan - scrive che ci sono "prove schiaccianti che gli agenti del Nds sistematicamente torturano i detenuti per ottenere informazioni e, possibilmente, confessioni". Le testimonianze raccolte dall'Onu sono agghiaccianti e sembrano simili alla detenzione del carcere di Abu Ghraib, la prigione irachena dove gli americani torturavano i reclusi.
E così il dossier racconta che ad Herat, durante la notte, un agente del Nds preleva il detenuto dalla cella, gli lega le mani dietro la schiena e benda gli occhi, poi lo porta in un'altra stanza nell'edificio dell'intelligence afghana. Lì comincia l'interrogatorio e, a un certo punto, arriva la minaccia: "Se non ci dai le informazioni ti picchiamo". Allora lo sbattono con la faccia sul pavimento e cominciano a colpirlo sulla pianta dei piedi, con un cavo elettrico. Poi con i piedi sanguinanti lo costringono a camminare sul pietrisco o sul cemento grezzo.
Nel rapporto sono inclusi i resoconti dei detenuti picchiati. "Io avevo gli occhi bendati e i polsi legati, stavo seduto su un tappeto. Loro urlavano: "Parlaci del capo dell'attacco. Io continuavo a rispondergli che non c'entravo, a ripetere il mio alibi. Sembrava che loro sapessero che io non ero coinvolto nell'attacco ma volevano informazioni da me e non mi credevano. Mi dicevano: "Se non ci dici la verità, ti picchiamo".
Allora mi hanno gettato con la faccia sul pavimento, legando le miei ginocchia e sollevandole in modo che i piedi fossero sospesi in aria. Quindi mi hanno colpito due volte sulla schiena con una specie di tubo, poi sono passati a colpire i miei piedi. Non so cosa usassero, ma era molto doloroso: penso fosse un cavo elettrico, perché sulla pelle mi sono rimasti tanti buchi lasciati dai fili che spuntavano dalle estremità. Mi facevano domande, poi picchiavano e ricominciavano a chiedere. Io urlavo per il dolore. Allora mi hanno fatto alzare e camminare fino al cortile e mi hanno lasciato in piedi sul cemento grezzo per cinque minuti".
I militari italiani potrebbero risultano complici indiretti? Non si parla solo della ricostruzione del carcere, ma anche del fatto che formalmente, ogni nostro reparto consegna immediatamente i presunti talebani o i sospetti criminali nelle mani della polizia nazionale Anp . Ufficialmente quindi non abbiamo mai fatto prigionieri, nonostante esistano immagini di miliziani ammanettati dalla Folgore nel 2009 o rapporti ufficiali di operazioni concluse con la cattura di numerosi sospetti. Il penitenziario di Herat - la capitale del distretto a guida italiana - è stato sempre comunque affidato ad una sorta di supervisione delle nostre truppe.
L'inaugurazione del carcere di Herat è avvenuta nel marzo del 2010 e sono due i progetti curati dal Provincial Reconstruction Team italiano del Regional Command West su base Brigata "Sassari". Il primo progetto, del valore di circa 54 mila euro, ha riguardato la costruzione del nuovo centro polifunzionale (dotato di cucina, servizi igienici ed impianto di climatizzazione) utilizzato sia come "training room" per lo sviluppo di corsi studio e di recupero professionali, sia come "visiting room" per favorire momenti d'incontro tra i detenuti ed i loro familiari.
Il secondo, invece, è consistito nella realizzazione del nuovo sistema di videosorveglianza del carcere, progetto del valore di circa 37mila euro messi a disposizione dal Ministero della Difesa, che comprende una sala di controllo interna dotata di monitor ed un sistema di registrazione delle immagini che, attraverso diciannove telecamere esterne, ha consentito di migliorare le misure di sicurezza ed assicurare la sorveglianza dell'area perimetrale interna ed esterna della struttura.
Non sono mancate le passerelle dei nostri politici per osannare in pompa magna il nostro "fiore all'occhiello". Aveva fatto visita alla struttura l'allora eurodeputato Pino Arlacchi , ricevendo congratulazioni dal governatore della città di Herat. Ma non è mancata nemmeno la visita di Michele Vietti, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo aver incontrato i militari italiani in servizio presso il Comando della International Security and Assistance Force di Kabul e presso il Regional Command - West di Herat, il Comando subordinato responsabile per la regione occidentale attualmente guidato dalla Brigata alpina "Taurinense", aveva fatto visita ovviamente ad Herat, dove ad accoglierlo all'aeroporto è stato il generale Dario Ranieri, comandante del Regional Command West, il quale lo ha aggiornato circa l'attuale situazione nella regione occidentale, con particolare riferimento al settore della giustizia e ai progressi registrati nel processo di transizione. Nella seconda giornata di visita, l'Onorevole Vietti aveva innanzitutto incontrato il Governatore della Provincia di Herat per poi visitare il carcere femminile.
Il vice presidente del Csm aveva espresso soddisfazione per il nostro operato e ricevuto ringraziamenti dalle autorità afghane per il nostro sostegno alla loro giustizia. Un sostegno per assicurare la detenzione delle donne per reati non contemplati dalle democrazie che hanno ottenuto l'emancipazione femminile, arresti e deportazioni coatte, torture inenarrabili. Sono state queste le nostre missioni umanitarie?
www.newscattoliche.it, 8 febbraio 2015
Si tiene oggi e domani a Fatima il X Incontro Nazionale di Pastorale Penitenziaria dedicato al tema "Dare dignità ai detenuti: dalle parole all'azione".
Padre João Gonçalves, Coordinatore della Pastorale Penitenziaria portoghese, ribadisce che "è sempre bene parlare di carceri e di detenuti, poiché si tratta di un argomento poco conosciuto e del quale si discute poco all'interno delle nostre comunità, ecclesiali o no. In carcere - spiega il sacerdote - il nostro rispetto ed il nostro aiuto vanno a tutti, sia nel periodo di reclusione, sia successivamente, nella fase di reinserimento familiare, lavorativo e sociale".
I lavori del Convegno si apriranno nel pomeriggio di domenica, con la prima sessione dedicata al settore religioso della Pastorale Carceraria.
Il giorno seguente, dalle 9.30 alle 12.30, si discuterà dell'argomento dal punto di vista giuridico, mentre dalle 14.30 alle 17.30 si affronterà la questione sociale.
L'incontro nazionale di quest'anno segue quello del maggio 2014 a carattere transnazionale, al quale hanno preso parte Rappresentanti di Spagna, Gibilterra, Andorra e Portogallo. Nel comunicato finale diffuso lo scorso anno, si ribadisce la necessità di tutelare i diritti dei detenuti e ci si appella alle Istituzioni affinché ricorrano alla pena della privazione della libertà solo come ultima scelta.
Viene sottolineato inoltre l'impegno della Pastorale Penitenziaria ad offrire supporto educativo ai prigionieri, come pure la necessità di una giustizia "più umana", che implichi il perdono e la misericordia, e non sia solo "il prolungamento di una condizione di povertà" in cui si trovano molti detenuti ancor prima di commettere un reato. Il messaggio che si vuol far passare, dunque, è che "non è l'inasprimento delle pene a ridurre i casi di recidiva nel crimine, bensì processi penali equi e dalla giusta durata, che guardano alla persona nella sua integrità".
Ristretti Orizzonti, 7 febbraio 2015
La Segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini, appoggia pienamente e convintamente la proposta della redazione di Ristretti Orizzonti - formalizzata con una lettera aperta al Ministro della Giustizia - di organizzare gli Stati Generali sulle pene e sul carcere presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova.
Adnkronos, 7 febbraio 2015
Organizzare gli stati generali sul carcere con i detenuti della Casa di reclusione di Padova. A lanciare la proposta al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è la redazione di Ristretti Orizzonti, la rivista realizzata da detenuti e volontari nel carcere padovano, con una lettera aperta con la quale invita il guardasigilli a visitare la sede.
"Ogni anno organizziamo un Convegno, a cui partecipano circa seicento persone dall'esterno, e 150 persone detenute. Non pensa che portare gli addetti ai lavori a confrontarsi con le persone detenute sul senso che dovrebbero avere le pene avrebbe un valore davvero fortemente educativo per tutti, per chi deve essere protagonista di un percorso di rientro nella società, e per chi deve aiutare a costruire quel percorso? - chiede Ristretti Orizzonti al ministro.
di Errico Novi
Il Garantista, 7 febbraio 2015
"Abbiamo una cosa in comune: la passione per il panino con la milza". Beniamino Migliucci accoglie così il ministro della Giustizia Andrea Orlando alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti", maxi convegno che il presidente dell'Unione Camere penali organizza a Palermo per rispondere al fuoco di fila proposto dalla magistratura nelle cerimonie dell'altra settimana.
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