di Beniamino Migliucci (presidente dell'Unione delle Camere penali italiane)
Il Garantista, 7 febbraio 2015
All'attuale guardasigilli va riconosciuta l'apertura al confronto, ma deve guardarsi da chi come Gratteri propone riforme penali per decreto. Spesso l'avvocatura critica la politica per i metodi che adotta. E perché mostra il più delle volte di avere una corsia preferenziale nei confronti della magistratura.
di Roberta Giuliani
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2015
Disegnato un nuovo precorso per la riabilitazione dei detenuti con problemi legati alla tossicodipendenza. La Regione Molise, il ministero della Giustizia, Anci Molise e tribunale di sorveglianza di Campobasso hanno firmato un protocollo d'intesa per potenziare l'accesso alle misure alternative al carcere. Sale dunque a 12 il numero di accordi sottoscritti in poco più di un anno tra le Regioni e il dicastero di Via Arenula per trasformare le pene detentive dei soggetti più fragili in programmi di inclusione sociale e reinserimento lavorativo.
di Chiara Rizzo
Tempi, 7 febbraio 2015
Ad un convegno sulla pena organizzato dalla Camera penale di Milano, magistrati, avvocati e direttori riflettono sulla detenzione.
di Valeria Di Corrado
Il Tempo, 7 febbraio 2015
Non dovrà restituire all'amministrazione un milione e 800mila euro per il noleggio e il successivo acquisto di 35 auto blu blindate destinate ai dirigenti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Il generale Enrico Ragosa, all'epoca dei fatti direttore generale delle Risorse materiali, dei beni e dei servizi del Dap, è stato assolto dalla Corte dei conti. Non è stato provato il danno che, insieme ai funzionari apicali delle direzioni periferiche Claudia Greco e Alfonso Mattiello, avrebbe arrecato all'erario noleggiando e poi acquistando 35 Bmw 330i security per i servizi di scorta e tutela delle autorità. L'originario contratto aveva previsto il comodato gratuito delle auto dal 15 marzo al 15 ottobre 2006 e, successivamente, l'acquisto al prezzo di 44.525 euro l'una (iva esclusa).
Il periodo di comodato gratuito era stato più volte prorogato dalla Direzione generale beni e servizi del ministero della Giustizia, fino al 15 luglio 2007. Nonostante la Corte dei conti, in sede di controllo, il 15 marzo 2007 avesse opposto un diniego al visto, è stato stipulato un contratto di noleggio oneroso per 36 mesi, fino al 1 settembre 2010, poi prorogato di altri due mesi. A ciò è seguito l'acquisto di 35 auto da parte del Ministero al prezzo proposto dalla Bmw: 266 mila euro, 7.600 euro ciascuna (iva e passaggio di proprietà inclusi).
La Procura contestava illegittimità dei contratti stipulati a trattativa privata, con "una complessa procedura finalizzata a superare i vizi per i quali la Corte dei conti aveva rifiutato i visti", e l'illiceità dei relativi esborsi, per un totale di 2.081.818 euro, a fronte dell'originaria spesa del contratto (non registrato) di 1.728.000 euro. Per il danno arrecato alle casse pubbliche, i pm contabili hanno ritenuto che il generale Ragosa rivestisse il ruolo principale nella vicenda e per questo dovesse restituire all'amministrazione un milione e 815 mila euro. Nei confronti di Greco, per oltre 30 anni direttrice del centro "Giuseppe Altavista", e di Mattiello, responsabile del "Gruppo operativo mobile", la Procura aveva chiesto la condanna a risarcire in solido 266 mila euro. Il collegio giudicante, presieduto da Ivan De Musso, non ha condiviso il criterio con cui la Procura ha determinato il danno, "poiché manca di tenere in debito conto - si legge nella sentenza - il valore delle utilità contrattuali acquisite dall'amministrazione".
Anche volendo procedere autonomamente alla valutazione del danno, per la Corte "manca un qualsiasi riferimento probatorio al valore di mercato sia del noleggio di quel tipo di vetture, sia del successivo acquisto". In sostanza, non risulta provato che il costo pattuito nei contratti per le 35 Bmw sia stato più oneroso di quello di mercato.
"Anzi - spiegano i giudici - l'unico riscontro disponibile è una perizia tecnica disposta dall'amministrazione che concorda con l'offerta del concessionario, ritenendola congrua". Il che rende superfluo verificare la regolarità dei contratti stipulati da Ragosa, Greco e Mattiello nonostante il parere contrario espresso dalla Corte dei conti in sede di controllo, "anche se ciò fosse accertato - si legge nella sentenza - l'azione risulta comunque infondata per mancata prova del danno". La Corte dei conti ha quindi assolto i tre imputati e ha liquidato loro 1.500 euro ciascuno, come rimborso per le spese legali sostenute.
Adnkronos, 7 febbraio 2015
È incentrata sugli "acclarati dubbi scientifici" relativi alla traccia mista trovata sugli slip di Yara Gambirasio, quindi sulla non corrispondenza tra il Dna mitocondriale e quello nucleare attribuito a Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere con l'accusa di aver ucciso la 13enne di Brembate di Sopra, l'istanza di scarcerazione avanzata dal suo difensore Claudio Salvagni. Stamane il legale ha avvisato la parte offesa, cioè la famiglia della vittima, del fatto che sarà depositata l'istanza: lunedì la richiesta di rimettere in libertà l'indagato sarà consegnata al gip Vincenza Maccora, lo stesso giudice che lo scorso giugno ha rigettato la richiesta.
Nell'istanza la difesa ripercorre le tappe di questa vicenda giudiziaria - dal no del gip e dei giudici del Riesame di Brescia alla scarcerazione - fino al ricorso in Cassazione (l'udienza è il programma il prossimo 25 febbraio) focalizzando l'attenzione sulle nuove perizie dell'accusa in cui si evidenzia, oltre ai dubbi sul Dna, l'assenza di peli e capelli di Bossetti sul corpo della vittima; così come sugli abiti, gli attrezzi e il furgone sequestrati all'indagato. Nuovi elementi, "fatti nuovi sopravvenuti" che consentono alla difesa di potersi rivolgere nuovamente al giudice dell'udienza preliminare chiedendo la scarcerazione di Bossetti e in subordine una misura meno restrittiva. Da lunedì, quando l'istanza arriverà sul suo tavolo, il giudice ha cinque giorni di tempo per decidere sull'istanza.
Adnkronos, 7 febbraio 2015
Integrato l'avviso per la concessione dei contributi in favore delle associazioni e cooperative per azioni finalizzate a sostenere la presa in carico delle persone soggette a provvedimenti penali (detenuti, ex detenuti e soggetti a misure alternative) attraverso l'attuazione di percorsi riabilitativi e di interventi alternativi alla detenzione.
Le integrazioni riguardano: - i criteri di accesso per i beneficiari nella parte relativa all'iscrizione nei registri generale del volontariato, delle associazioni di promozione sociale o all'albo regionale delle cooperative istituiti presso la Regione; - le modalità di presentazione del progetto nella parte attestante l'iscrizione nei registri e all'albo.
L'Assessorato dell'Igiene e sanità, inoltre, ha prorogato al 27 febbraio 2015 la data di scadenza per la presentazione dei progetti. Ricordiamo che le associazioni, oltre ad essere iscritte nei vari registri o albo, dovranno avere sede operativa in Sardegna e operare nell'ambito dell'accoglienza e dell'inclusione sociale e socio lavorativa di persone sottoposte a misure restrittive e in favore di minori entrati nel circuito penale con prescrizioni a carico. In particolare, questi i destinatari delle azioni: - soggetti adulti che si trovano in esecuzione penale interna con possibilità di ammissione al lavoro all'esterno o alle misure alternative alla detenzione, in esecuzione penale esterna o sottoposti a misura di sicurezza non detentiva e soggetti che hanno concluso l'esperienza di esecuzione penale sia detentiva che non o una misura di sicurezza non detentiva, da non più di cinque anni; - minori sottoposti a provvedimenti penali e a misure di sicurezza non detentiva nonché i fuoriusciti dal circuito penale da non più di due anni.
I progetti dovranno essere presentati tramite raccomandata con ricevuta di ritorno o agenzia di recapito autorizzata al seguente indirizzo: Assessorato regionale dell'Igiene e sanità e dell'assistenza sociale Direzione generale delle politiche sociali Servizio programmazione ed integrazione sociale Via Roma - 253 - 09123 Cagliari. La domanda e la relativa documentazione, firmate digitalmente, potranno pervenire alternativamente tramite posta elettronica certificata all'indirizzo:
www.ilgiornaledelmolise.it, 7 febbraio 2015
C'è un'altra svolta - probabilmente quella definitiva - nelle indagini sulla morte di Fabio De Luca, detenuto nel carcere di Isernia e morto nel mese di novembre in seguito a gravi ferite riscontrate alla testa. Dopo l'esclusione della caduta accidentale avvenuta in cella, confermata dalle prime indiscrezioni trapelate dopo l'autopsia, arrivano altre importanti novità: il 45enne potrebbe essere stato colpito più volte con quello che in gergo viene definito un "corpo morbido", probabilmente un oggetto di ferro (oppure di legno) ricoperto da un telo o da un panno.
Questo spiegherebbe le tante lesioni ritenute non compatibili con la caduta accidentale da un letto, così come avevano riferito invece i detenuti presenti nella cella. Sono dunque queste le conclusioni alle quali sono giunti gli investigatori della Squadra mobile di Campobasso. L'inchiesta - fanno sapere dalla Procura della Repubblica di Isernia - può praticamente considerarsi conclusa. Ormai manca soltanto la relazione di Vincenzo Vecchione, il medico legale che ha eseguito l'autopsia: sarà consegnata al più tardi entro un paio di settimane.
Per la morte di Fabio De Luca - avvenuta dopo qualche giorno di ricovero al Cardarelli di Campobasso - sono indagati i due detenuti originari di Napoli che si trovavano nella cella quando la vittima fu colpita, più una terzo individuo, probabilmente un'altra persona rinchiusa nel carcere di Ponte San Leonardo. Il reato ipotizzato è quello di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto.
di Francesco Lo Dico
Il Garantista, 7 febbraio 2015
Sono reclusi in bugigattoli di stampo medievale delle dimensioni di due metri e cinquanta per un metro e mezzo. C'è il tavolo minuscolo a pochi centimetri da un orrido cesso. Ci vivono spesso in due, in mezzo a miasmi del gabinetto, e condizioni igieniche vergognose, in spregio a ogni regola. La dignità umana di cui tanti si riempiono la bocca in questo Paese, nel condannare con alti lai la barbarie che viene da altri angoli del Pianeta, sembra essersi fermata prima di Trani. L'orrore, il disgusto, lo schifo, sono invece a due passi da noi, ignorati e quindi tacitamente accettati, in questa galera disumana che condanna gli uomini al rango di scarafaggi.
Sono circa un centinaio. Non uno che ha fatto il cattivo. Sono un centinaio di persone private della dignità, costrette a denudarsi e a fare i propri bisogni sotto lo sguardo imbarazzato dell'inquilino di cella che magari consuma una schifezza brodosa a venti centimetri da lui. Odori nauseabondi, nessuna privacy, degrado e sporcizia.
L'indignazione è tale, soltanto nel visionare le foto che accludiamo, che spiega bene come mai la denuncia dell'ennesima vergogna del sistema carcerario italiano non venga da qualche detenuto lamentoso, ma dalle stesse guardie carcerarie. Che in preda al disgusto, alla compassione per condizioni di vita talmente estreme, ha chiesto invano per anni la chiusura immediata della cosiddetta Sezione Blu, un ramo del carcere che prospera dagli anni 70, e che ha dato graziosa ospitalità a brigatisti e persone accusate di terrorismo. Qui, in queste celle, un detenuto deve sedere sulla tazza mentre l'altro consuma il suo pasto, o viceversa. Deve dormire nel puzzo, pasteggiare in preda al voltastomaco, vergognarsi perché ha bisogno di usare il gabinetto.
"Come si può vedere dalla foto - ci racconta Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe per la Puglia - nella Sezione Blu del carcere di Trani sono in funzione ancora stanze di due metri per uno e cinquanta ove sono ristretti detenuti che sono costretti a fare i loro bisogni corporali senza alcuna privacy, nella stessa stanza in cui mangiano, dormono e passano tutta la maggior parte della giornata". Gli agenti penitenziari segnalano la situazione della sezione Blu di Trani da molti anni: denunce, appelli, telefonate, lettere. Ma niente. Nessuno interviene, nessuno risponde, nessuno spende anche solo una parola.
"Si parla di scandalo a proposito della sentenza Torreggiani, di celle di 3 metri per 4 - ci dice Pilagatti. E se quelle sono condizioni di vita disumane, che cosa si dovrebbe dire di queste celle vergognose?".
In più occasioni, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria ha sollecitato l'amministrazione penitenziaria affinché chiudesse con un tratto di penna, senza se e senza ma, quella che è diventata la sezione della vergogna. Ma dall'altra parte, più rumoroso di qualunque fumoso sofisma, ha tuonato il silenzio. "In un momento in cui si parla tanto della necessità di offrire ai detenuti una detenzione nel rispetto della dignità umana".
La Sezione Blu del carcere di Trani dev'essere immediatamente chiusa. Con le buone o le cattive. Vogliamo l'intervento immediato delle autorità sanitarie o amministrative. Non è pensabile che in un paese civile si possano consentire condizioni di vita e di lavoro così mortificanti". "Fortunatamente - aggiunge Pilagatti - i decreti svuota-carceri hanno fatto sì in quest'ultimo periodo che i detenuti racchiusi in questa sezione speciale siano diminuiti di numero, ma ciò non toglie che una cella del genere è un fatto abominevole anche per un singolo prigioniero".
Per questa ragione, i rappresentanti del Sappe hanno intenzione di andare a fondo alla vicenda, che però non è un singolo caso isolato. "Abbiamo purtroppo notizia che questa situazione sarebbe presente anche in altri Istituti della regione Puglia come Lucera e Foggia - ci racconta Pilagatti - per cui chiediamo al ministro della Giustizia Orlando ed al nuovo capo del Dap Santi Consolo, di porre in essere ogni misura idonea affinché tali sezioni detentive vengano chiuse".
E anche quando raggiungiamo al telefono il segretario nazionale del Sappe, Donato Capece, la reazione allo scandalo di Trani è vigorosa e altrettanto perentoria. "Uno scandalo, una vergogna!", inveisce Capece. "Si rende conto? C'è un gabinetto in mezzo alla stanza, senza neppure una tenda!".
Eppure, in questa sezione, tutto procede così. Contro le regole dello Stato stesso che ha messo in galera quei detenuti perché non hanno rispettato le sue leggi. Che rispetto potrebbe meritarsi uno Stato così indegno? Che tipo di autorevolezza? "Il Dpr del 2000 - ci ricorda il segretario del Sappe, Donato Capece - stabilisce per le celle precisi requisiti.
Ad esempio il fatto che siano dotate di una doccia, e che ci sia una netta separazione tra bagno, cucina e cella". Perché tutto questo viene consentito, è lecito chiederselo. Ma la risposta è ancora più semplice. "Per le carceri del Sud non si spende un centesimo - spiega Capece - sono istituti fatiscenti, sporchi, logori, per lo più indegni di ospitare detenuti".
Non si spende un euro. E non si spende neanche una parola sul carcere. Non ultimo, il capo dello Stato, acclamato e fotografato da tutti, Sergio Mattarella. Ci si augura sia stata soltanto una dimenticanza. Perché questo Paese, dove ampie parti del dettato costituzionale hanno ormai l'effetto esilarante di una barzelletta ben raccontata, non può consentirsi di far vivere nessuno come uno scarafaggio. Tanto meno se ha la pretesa di rieducarlo.
di Roberto Longoni
Gazzetta di Parma, 7 febbraio 2015
Li ha saldati tutti, i suoi debiti con la giustizia: anno dopo anno. "Quelli dovuti per colpa mia, e quelli che mi sono stati appioppati ingiustamente". Ora dalla parte del creditore c'è lui, un 56enne pugliese che nel 1981, durante un tentativo di rapina, fu centrato alla schiena da un colpo di pistola. Quel proiettile gli procurò una paraparesi agli arti inferiori. Cure adeguate avrebbero potuto permettergli di continuare a camminare.
"Cure che mai ricevette durante il periodo in cui fu tenuto in carcere" sottolinea l'avvocato Claudio De Filippi, che in questa causa ha trascinato alla sbarra lo Stato. I giudici hanno dato ragione al legale ("Una sentenza eclatante, che ribadisce il diritto alla salute di tutti i cittadini: speriamo possa migliorare le condizioni di tanti") e all'ex detenuto, condannando il ministero della Giustizia a pagare 473.394,07 euro, oltre a saldare le spese processuali e 22.500 euro per onorari.
"Nessuno mi ridarà le mie gambe, ma almeno giustizia è fatta" commenta Antonio (il nome è di fantasia), che ora cammina con le stampelle, dopo aver condotto per anni una vita quasi normale, prima che tra lui e la sua riabilitazione (fisioterapica) si mettessero di mezzo le sbarre di via Burla. "Avevo ripreso a guidare il mio camion carico di prodotti ortofrutticoli pugliesi tra il sud e il nord-ricorda lui. Riuscivo a fare palestra e rieducazione: zoppicavo, d'accordo, ma camminavo".
Antonio, le sue colpe le ammette. Aveva 23 anni, nel 1981, quando con alcuni complici assaltò una gioielleria a Taranto. Non sparò un colpo: quel giorno fu lui, mentre stava fuggendo, a essere ferito dal proiettile esploso da un vigile urbano. La pallottola lo centrò alla schiena, procurandogli una lesione midollare. "Caddi a terra e capii subito di aver perso le gambe. Dopo un mese e mezzo di ospedale, in sedia a rotelle fui portato in tribunale, dove venni giudicato per rito abbreviato. Fui condannato a due anni e mezzo".
Alle spalle il giovane aveva un'altra tentata rapina. Non ci mise molto a capire di non essere tagliato per quella vita. "Mio unico scopo divenne quello di guarire: di rimettermi in piedi, in tutti i sensi". Trenta mesi di fisiokinesiterapia, in particolare dì idrokinesiterapia, gli restituirono più della speranza. "Nel 1983 cominciai a recuperare l'uso delle gambe. Poi, ripresi il lavoro di camionista, pur continuando a eseguire cicli di idromassaggi". Continuò così fino al 1990. Vita massacrante, chilometri su chilometri, salite e discese dalla cabina del camion, rientri a casa. "Mi muovevo da solo, senza problemi". Ma la sua vita stava dì nuovo deragliando. "Questa volta senza che fosse colpa mia - sottolinea.
Nel febbraio del 1990 venni arrestato, con l'accusa di essere un trafficante dì droga. Un'accusa ingiusta che mi offende, perché io non ho mai avuto niente a che vedere con quella porcheria". Se le cose stanno come dice Antonio, si trattò di una doppia ingiustizia. perché gli portò ria non solo vent'anni di vita (la condanna a 26 anni fu abbreviata dai tre anni di indulto e da altrettanti di scarcerazione anticipata), ma anche la possibilità di camminare. "Entrai in carcere sulle mie gambe, pur se claudicante, ma ben presto le mie condizioni precipitarono a causa dell'interruzione dei cicli di idrokinesiterapia".
E infatti nel 1991 gli venne concesso l'uso della sedia a rotelle, dopo che il centro clinico del carcere di Bari lo aveva dichiarato minorato fisico. "Difficile spiegare quanto mi amareggi pensare che tutto questo potesse essere evitato. Ho provato in tutti i modi ad attirare l'attenzione sul mio caso: scrivendo lettere su lettere, facendo anche uno sciopero della fame che mi ridusse pelle e ossa". Fu nel 1993 che Antonio venne trasferito per la prima volta nel carcere di via Burla, dove in teoria avrebbe potuto usufruire dell'idrokinesiterapia.
"In teoria, già: la piscina per le cure esiste davvero, ma io non l'ho mai vista in funzione. Dallo stesso carcere venivano spediti fax su fax nei quali si sottolineava come fosse necessario che venissi trasferito in una struttura sanitaria vera e propria. Accadeva che mi mandassero i periti, che mi dessero i domiciliari. Ma ben presto quello che recuperavo tornavo a perderlo in carcere, tra Taranto e Parma". Fu nell'agosto del 2000 che i medici dissero che non si poteva fare più niente per il recupero dell'uso delle gambe del detenuto.
"In piedi ero un pezzo di legno, tremavo: le gambe mi bruciavano e la sinistra mi si era accorciata di due centimetri e mezzo rispetto all'altra". Terminato di scontare la pena nel 2010, Antonio, quattro volte padre e cinque nonno, vive con 740 euro al mese dì pensione di invalidità. Ora questo risarcimento. "Soldi che hanno comunque un fondo amaro. Spero di riuscire a vivere per vederli".
di Manuela Galletta
Cronache di Napoli, 7 febbraio 2015
A ottobre era stato disposto il ricovero ospedaliero, ma il provvedimento non è mai stato eseguito. Il diritto alla salute deve essere garantito. Anche se chi sta male e un detenuto. Nel caso di Ciro Mauriello, indicato dalla Antimafia come esponente di spicco degli Amato-Pagano e attualmente sotto processo per duplice omicidio, questo diritto è stato violato.
Lo gridano forte i parenti di Mauriello e il suo legale. Ma lo grida forte miche la dodicesima Sezione penale del Tribunale di Napoli (presidente Luigi Esposito) che in un duro provvedimento ha disposto l'apertura di un'indagine penale per verificare se ci siano state responsabilità nelle mancate cure che vanno assicurate al 47enne di Melito.
Accogliendo un'istanza dell'avvocato Maria Grazia Padula, che dallo scorso ottobre sta lottando affinché Mauriello venga trasferito in ospedale (in stato di arresto) come disposto ad ottobre, i giudici hanno rinnovato l'immediato ricovero del detenuto, ed hanno trasmesso gli alti in procura affinché vengano avviali degli accertamenti sull'amministrazione sanitaria del carcere di Secondigliano dove il detenuto è ristretto e sul II Policlinico dì Napoli, che da quattro mesi non apre le porte della struttura a Ciro Mauriello. La storia è semplice: il 24 ottobre i giudici della dodicesima sezione penale del Tribunale del Riesame di Napoli dispongono gli arresti ospedalieri per
Mauriello. riconoscendo - sulla scorta di una copiosi documentazione medica -che il 47eene necessità di cure che il carcere di Secondigliano non era in grado di assicurargli. Quel provvedimento. tuttavia, non è mai stato eseguilo. Di qui una dura battaglia dell'avvocato Maria Grazia Padula che presenta numerosi solleciti affinché il suo assistito venga trasferito in ospedale. Nessuno però sembra ascoltare le pretese, legittime. del legale. Neppure i giudici della Corte d'Assise di Napoli, dinanzi ai quali Mauriello e imputalo per il duplice omicidio di Fulvio Montanino e Claudio Salierno si mostrano sensibili alla situazione del detenuto: il 3 dicembre. infatti, rigettano una nuova istanza della difesa di concedere gli arresti ospedalieri all'affiliato agli Amato-Pagano.
A fronte del "no" della Corte l'avvocato Padula presenta ricorso al Riesame ed espone, dinanzi alla dodicesima sezione penale le difficoltà nell'applicazione di un provvedimento chiaro e perentorio. Si arriva cosi al 28 gennaio, quando il Riesame - il caso vuole che sia la stessa sezione cha già il 24 ottobre si era pronunciala sulla storia di Mannello - suona la sveglia e ribadisce il concetto già espresso quattro mesi fa: "Si dispone l'immediato ricovero provvisorio di Ciro Mauriello, fermo restando il presidio cautelare carcerario in atto, presso il II Policlinico di Napoli, ai fini delio stretto monitoraggi dei valori pressori da parte dei sanitari del relativo Centro per l'ipertensione, ove verranno effettuati approfondimenti diagnostici ed eventuali modifiche terapeutiche e verrà valutata l'opportunità di sottoporre l'imputato a denegazione renale".
Ma nel provvedimento firmato dal presidente Luigi Esposito e dai giudici a latere Stefania Amodeo e Daria Valletta c'è di più: c'è spazio per un intervento a gamba tesa nei confronti di chi sino ad oggi non ha ottemperato ad un procedimento dell'autorità giudiziaria. venendo così meno all'obbligo di rispettare il diritto alla salute di un cittadino. anche se questi è detenuto. "Si dispone - scrive il Riesame - la trasmissione degli atti al pm per le sue valutazioni in ordine ad eventuali responsabilità penali connesse alla mancata attuazione del ricovero disposto con provvedimento emesso da questo Tribunale il 24 ottobre". Chissà se adesso Mauriello riuscirà a beneficiare delle cure di cui necessita.
- Cagliari: Pili (Unidos); carcere Iglesias chiuso per freddo, ma è scusa... ministro lo riapra
- Frosinone: ex detenuti psichiatrici saranno ricoverati nell'ospedale mai finito di Ceccano
- Empoli: "Fuori area", un progetto per reinserire i carcerati nel mondo del lavoro
- Catanzaro: arrestato agente penitenziario, per "concorso esterno in associazione mafiosa"
- Ascoli Piceno: Pet Therapy del carcere in Tv, col programma "L'Arca di Noè" (Canale5)











