di Giuseppe Filetto
La Repubblica, 26 aprile 2015
Se non fosse che il carcere di Marassi "è una scatola di vetro", come ripete il direttore Salvatore Mazzeo, si potrebbe pensare che nelle "case rosse" si mettano in pratica le stesse procedure di Regina Coeli. Anche se lì il pestaggio fu causa di morte di Stefano Cucchi, deceduto il 22 ottobre del 2009 all'ospedale "Sandro Pertini" di Roma. E però l'inchiesta della Procura della Repubblica, affidata al pm di turno Giuseppe Longo, fa capire che Marassi non è il carcere romano, ma qualcosa di dubbio e di grave sicuramente è accaduto, se è stato aperto un fascicolo per lesioni.
Nel fine settimana tra l'11 e il 12 di aprile un detenuto avrebbe denunciato di essere stato manganellato e picchiato a sangue da un agente penitenziario. Tant'è che la stessa direzione carceraria lo ha fatto visitare dai medici della Asl Tre che svolgono servizio all'interno della casa circondariale. Non è chiaro cosa Renato Urciuoli abbia scritto sul referto medico trasmesso alla Procura della Repubblica, tantomeno cosa il responsabile della Struttura di Medicina Penitenziaria abbia dichiarato a Carmelo Cantone, il provveditore alle carceri liguri che ha aperto un'inchiesta interna e negli scorsi giorni nel suo ufficio di viale Brigate Partigiane ha convocato i tre medici che svolgono servizio ed assistono i detenuti. E già, perché sarebbe stato lo stesso direttore di Marassi ad informare l'autorità giudiziaria ed i suoi superiori gerarchici. Compreso il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Della vicenda si tiene il più stretto riserbo, "anche perché i racconti sono tutti da verificare".
Lo dicono anche fonti vicine alla Polizia Penitenziaria. C'è di più: "Sono le solite cose che succedono in un istituto di pena, ma noi non omettiamo nulla ed è nostro interesse che la verità venga a galla", ripetono le guardie carcerarie. "Sì, qualcosa c'è stato, sono stati riscontrati degli ematomi sul corpo del recluso - si limita a dire Luigi Carlo Bottaro, direttore sanitario della Asl Tre - è tutto da accertare se ci sia stata una colluttazione o un fatto accidentale".
Le versioni del detenuto (un italiano piuttosto giovane, molto conosciuto agli organi di polizia, che deve scontare una pena per spaccio di stupefacenti) e quella del secondino sarebbero completamente contrastanti. Il primo avrebbe raccontato ai medici che lo hanno visitato ed allo stesso direttore Mazzeo di essere stato picchiato a colpi di manganello. L'altro, invece, di essere stato aggredito, di essersi semplicemente difeso e di essere rimasto coinvolto nella colluttazione.
Dice una persona vicina al detenuto: "Anche nella morte di Stefano Cucchi il personale carcerario negò di avere esercitato violenza sul giovane ed espresse diverse ipotesi sulla causa del decesso, dicendo che lo stesso poteva essere morto o per conseguenze a un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto al ricovero al Fatebenefratelli". Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiarò che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo.
Successivamente si pentì per queste false dichiarazioni e si scusò con i familiari. Non pare che la vicenda di Marassi sia comparabile a quella del Regina Coeli. Tant'è che sulla vicenda vi sarebbero due distinte denunce, una contraria all'altra. Peraltro, all'accaduto non avrebbe assistito alcuno, quindi non ci sarebbero testimoni. C'è da dire, però, che il detenuto avrebbe denunciato le manganellate.
E non è un dettaglio nel caso in cui i medici avessero accertato traumi o ematomi compatibili con l'uso di questa arma. La normativa carceraria, infatti, ne vieta l'uso, a meno che non sia autorizzato dal comandante delle guardie, Massimo Di Bisceglie, o dal direttore: solo in casi di estrema emergenza, come può essere una rivolta o una rissa impossibile da sedare. Inoltre, i manganelli sono custoditi in armeria. Le cui chiavi, però, sono a disposizione degli agenti di guardia.
di Maria Trozzi
www.report-age.com, 26 aprile 2015
Sono 21 figli di un dio minore e finiranno fuori dal mondo del lavoro il 30 giugno, a quanto pare, risucchiati dai vortici della rotazione disposta, tra il personale medico operante nei penitenziari dell'aquilano, per volontà della Asl. Le parole "dimensionamento delle dotazione organiche" imboniscono dunque il fuori gioco per medici, infermieri e fisioterapisti che prestano servizio in queste carceri, da decenni, ma a tempo determinato e saranno solo in parte sostituiti.
L'avvicendamento immetterà nelle carceri dell'aquilano un esiguo quantitativo di nuovi operatori sanitari proprio là dove sono ospitati detenuti ad alta sicurezza o ci sono carcerati sottoposti al regime ex art. 41 bis. A rischio è anche il rapporto di fiducia tra la Direzione e l'operatore. Lo ha messo in evidenza, a fine 2014, il Provveditorato regionale (Abruzzo e Molise) del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e lo hanno ribadito, il 23 aprile, anche i direttori delle carceri di Sulmona, Avezzano e L'aquila rispettivamente: Sergio Romice, Mario Silla e Celeste D'Orazio.
Dopo il decreto (1 aprile 2008) della Presidenza del consiglio dei ministri purtroppo solo gli operatori sanitari precari delle carceri della provincia dell'Aquila non sono stati stabilizzati a differenza dei loro colleghi operativi nelle altre 5 carceri della regione. Sembra che alla direzione generale della Asl abruzzese, sorda alle proteste e al sit in, per tutti questi anni sia sfuggita l'assunzione dei dimenticati, carenze di fosforo non riscontrate però per i penitenziari delle altre province abruzzesi. Le cose non andarono bene per tutti dunque quando, ad aprile di 7 anni fa, si trasferì la competenza della gestione del personale della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. A Pescara, Teramo e in provincia di Chieti filò tutto liscio per la stabilizzazione anche dei fisioterapisti, ma per gli operatori della sanità penitenziaria dell'aquilano il contratto che regola il rapporto di lavoro s'è incancrenito nel tempo determinato.
La mannaia colpisce, una razione di sforbiciate al giorno per decimare i territori del Centro Abruzzo, in trincea è la Valle Peligna. Nel sacco è ancora Sulmona quando, ad ottobre scorso, con un altro provvedimento del Commissario ad acta, Luciano D'Alfonso, è decretato di attuare il dimensionamento delle dotazioni organiche delle unità operative di medicina penitenziaria delle aziende unità sanitarie locali della Regione, così indicando la via di casa ad una decina di operatori sanitari del carcere del capoluogo peligno.
Il contenimento della spesa penalizza inevitabilmente l'entroterra abruzzese, ma non si rispecchia con i conti fatti, a larghe maglie, sulla costa e dalla Asl di Pescara, palazzine comprese. Così, dopo la Guardia medica di Campo di Giove (Aq), dopo il Punto nascita di Sulmona, ecco che la razionalizzazione sanitaria scaglia le sue lame contro medici e infermieri delle strutture penitenziarie della Marsica, dell'Aquila e, nemmeno più a scriverlo, di Sulmona. In quest'ultima, dal 30 giugno, si perderanno probabilmente altri 11 posti di lavoro, quelli a tempo determinato, naturalmente. Sarebbero gli stessi operatori riconfermati in pianta organica e per l'intero anno, così come rassicurava il Presidente del consiglio regionale Giuseppe Di Pangrazio, novembre scorso in visita al penitenziario peligno.
A confortare era stato anche il direttore sanitario Asl 1 Giancarlo Silveri che dopo il sit in degli operatori sanitari del carcere di Sulmona, sempre a novembre, aveva inviato una missiva al responsabile del servizio aziendale di medicina penitenziaria, Settimio Andreetti, e al direttore sanitario della casa di reclusione di Sulmona. Il manager aveva scritto che l'Azienda, nel rispetto delle prescrizioni delle normative vigenti, avrebbe provveduto ad ogni utile iniziativa mirata alla soluzione delle problematiche relative al personale addetto al servizio di guardia medica della casa di Reclusione di Sulmona, gli operatori a tempo determinato per l'appunto.
Così tra 2 mesi resteranno probabilmente senza lavoro 21 operatori dei penitenziari della provincia e dell'Aquila: 5 medici, 5 infermieri (sostituite da altre 2) e un fisioterapista a servizio nel carcere di via Lamaccio a Sulmona, 1 medico e 1 infermiere impegnati nel penitenziario san Nicola di Avezzano e alle Costarelle dell'Aquila sono 4 medici e 4 infermieri e non è stato riconfermato nemmeno il fisioterapista. Tutti precari con contratto di lavoro al cardiopalma, ma con una professionalità nel campo della sanità penitenziaria da fare invidia ai luminari della scienza.
L'assistenza sanitaria penitenziaria sarà garantita, almeno a Sulmona, da un manipolo di eroici infermieri, forse 8, di cui 6 assunti a tempo indeterminato, secoli fa, dall'amministrazione penitenziaria. Sono questi i numeri degli operatori che dovranno assistere centinaia e centinaia di persone rinchiuse per lunghi anni in un penitenziario ad Alta sicurezza. Fa riflettere poi che alcuni di questi restino dietro le sbarre per tutta la vita con problemi di salute che impegnano all'inverosimile per l'assistenza.
Senza trascurare il fatto che la popolazione carceraria sconta doppiamente le pene dell'inferno, non solo per la tortura del sovrappopolamento, per le carenze di organico degli agenti di Polizia penitenziaria, ma ora anche per la evidente riduzione di operatori sanitari. Inoltre, l'ampliamento in atto nella struttura peligna dovrebbe portare ad un ripensamento lungimirante per la riorganizzazione della sanità penitenziaria sulmonese e del personale del carcere. I lavori in corso nel cantiere porteranno alla realizzare di un nuovo blocco detentivo che dovrà ospitare altri 200 detenuti e oggi la media è di 500 ospiti nel carcere ovidiano. Con questi numeri come si farà a curarli bene e tutti.
Il Centro, 26 aprile 2015
Il Pd rilancia le iniziative per i detenuti di Castrogno. "Letture di evasione" e "Filo di speranza", messe a punto dai Giovani democratici con le segreterie comunale e provinciale del partito, entrano in una nuova fase dopo il successo della prima esperienza.
Il progetto finalizzato alla distribuzione di libri in carcere si è concretizzato a febbraio con la consegna ai detenuti di 600 testi raccolti dal Pd, a cui se ne sono aggiunti altri 200 donati all'associazione Maia, che si occupa a livello provinciale di donne vittime di abusi e violenze. Il risultato dell'iniziativa ha indotto gli organizzatori a riproporla insieme a "Filo di speranza", la raccolta di gomitoli di lana da distribuire a detenute impegnate nel laboratorio di cucito del carcere teramano. Entrambe le iniziative, dunque, saranno riproposte alla cittadinanza domani dalle 9.30, con un banchetto in piazza Martiri. Sarà quello il punto di raccolta di testi (con la copertina morbida) e gomitoli.
"Questi progetti", spiega Matteo Sabini, segretario provinciale dei Giovani democratici, "prendono spunto dall'emergenza legata al sovraffollamento delle strutture carcerarie e soprattutto dalla volontà di contribuire a rendere concreto il dettato costituzionale secondo cui la pena deve avere una funzione riabilitativa". A questo scopo serve soprattutto la distribuzione dei gomitoli.
"Le donne anche in carcere spesso soffrono più degli altri", afferma Lucia Verticelli, della segreteria comunale, "è importante che abbiano una prospettiva di reinserimento sociale anche imparando a fare qualcosa di pratico". Le iniziative sono state recepite dal partito al livello nazionale che le estenderà ad altre province.
di Enzo Napolitano
Il Mattino, 26 aprile 2015
L'Ipm del centro caudino, come le altre strutture penitenziarie minorili, è stato colpito negli ultimi tempi dalla scure dei tagli al personale a ai fondi per i progetti. Un problema più volte sollevato, che incide inevitabilmente sulla qualità del servizio sociale.
Il magistrato di sorveglianza, Ornella Riccio, conosce bene l'istituto e i suoi problemi: "Purtroppo - dice -manca un reale circuito di collegamento tra le attività svolte all'interno della struttura e l'esterno nel senso che è difficile replicarle e segnare positivamente i ragazzi, una volta che sì è fuori. Il territorio sannita, come gli altri, purtroppo è impreparato, dal momento che i servizi sociali sono organicamente, come personale, insufficienti a sostenere anche il "dopo".
Essi sono già super impegnati nel periodo della prevenzione e durante la pena. Il loro organico è sotto dimensionato rispetto a realtà sovraffollate come quelle campane. Il grosso lavoro che va fatto è quello di raccordarsi col territorio in anticipo rispetto alla fuoriuscita dei minori, ma le politiche del welfare oggi sono inesistenti. In tutto ciò soccorre fortunatamente il lavoro del volontariato e degli educatori interni, costretti spesso a fare la questua per qualsiasi minima iniziativa. A volte ci riescono, altre volte no, con il risultato che il lavoro viene depauperato. È importante che le nuove politiche in Campania si muovano nel senso della prevenzione, prima e dopo".
Servono, dunque, stanziamenti seri, finalizzati alle politiche sociali. Ma l'istituto minorile di Airola, uno dei due presenti in Campania, che ospita una trentina di detenuti, dei quali diciotto svolgono attività all'esterno, sopperisce in qualche modo alle croniche carenze dell'apparato italiano di detenzione: "L'istituto penai e di Airola - ribadisce il magistrato Riccio - rispetto a quello di Nisida, svolge un buon numero di attività ma in più è avvantaggiato, in quanto insiste su un territorio dove il lavoro esterno che svolgono i ragazzi può essere meglio controllato, perché la struttura è bene integrata nel territorio, essendo nel cuore della città, che quasi prosegue il lavoro degli educatori. Il detenuto che va a lavorale in pizzeria, in panetteria o al bar quasi sempre è bene accolto.
Questo è un punto di grande forza. Solo qualche giorno fa durante un colloquio, un ragazzo mi riferiva di progettare la sua fuoriuscita con l'intenzione di stabilirsi ad Airola. Da questo importante punto di vista, Airola è un'isola felice". Non è la prima volta che succede: botteghe e ristoratori del posto, quando notano che un detenuto rende, si è comportato bene e ha dimostrato buona volontà, impegno e correttezza, chiedono spesso di poterlo inquadrale per offrirgli una opportunità lavorativa seria e definitiva.
Ci sono poi le attività di socializzazione, rispetto alle quali c'è grande attenzione per le loro buone finalità di recupero: "Tutto sommato devo dire che per quanto riguarda l'esecuzione della pena dei ragazzi - conclude Riccio - abbiamo nella nostra regione due istituti che possono essere definiti un po' il fiore all'occhiello delle strutture detentive in Italia, proprio perché vengono seguiti. Le attività che svolgono qui ad Airola quotidianamente gli educatori incontrano tutto il mio compiacimento: in particolare quelle che riguardano l'arte, il movimento fisico e corporeo. Sono ottimi strumenti terapeutici, aiutano a relazionarsi con gli altri, liberatori e molto utili, soprattutto quando avvicinano con successo alla musica e alla danza".
L'Arena, 26 aprile 2015
Tutelare, con garante, anche gli agenti di Polizia penitenziaria, e non solo i carcerati. È la posizione del veronese Sergio Ruzzenente. Dell'associazione Area Popolare (da non confondere con la lista Area Popolare formata da Ncd e Udc, pure per Tosi) che correrà in una lista a sostegno del candidato presidente Flavio Tosi. "È tuttora calda la polemica sui fatti di Genova, dopo la condanna dell'Italia da parte dall'Europa perle torture, nonché sulle reazioni non sempre accettabili dì agenti e dirigenti, poi sanzionati dai vertici", dice. "Inutile tornare su episodi ormai classificati come un errore, con la speranza che non si ripetano più. Questo non vuol dire però spegnere l'attenzione sulle forze dell'ordine. Ci sono carenze che recentemente sono state evidenziate anche nel carcere di Verona".
Da un lato, spiega il candidato, "si assiste a un'umanizzazione delle condizioni dei detenuti, Giusto tutelare chi è in prigione da abusi e vessazioni, come purtroppo può accadere. Ma ci domandiamo chi tutela gli agenti della Polizia penitenziaria, che vivono negli stessi ambienti, da ingiurie, calunnie, aggressioni che si ripetono mentre lavorano. Non ci vorrebbe, forse, un Garante anche per chi nel carcere lavora?"
Il problema, sottolinea, "si può estendere a tutti gli agenti in servizio di ordine pubblico e non. per i quali è stata giustamente richiesta l'introduzione di una sigla identificativa ben visibile per scoraggiare perdite di controllo favorite dall'anonimato: tuttavia gli stessi agenti si trovano spesso inermi a dover sostenere aggressioni fisiche e morali, senza una specifica figura di garanzia paragonabile a quella giustamente attribuita ai carcerati".
di Andrea Ferrari
www.firenzepost.it, 26 aprile 2015
Incendio e soprattutto molto fumo oggi 24 aprile in una cella del carcere di Solliccianino a Firenze. È successo intorno alle 15, al secondo piano dell'edificio che complessivamente accoglie circa 90 detenuti a custodia attenuata. Sembra che all'improvviso uno dei due occupanti la cella abbia dato fuoco ai materassi, per reazione ad una richiesta negata dal magistrato. Da quanto si apprende non ci sono stati feriti ma solo danni all'impianto elettrico.
Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco, mentre i detenuti sono stati temporaneamente evacuati nel campo sportivo all'interno della struttura carceraria, secondo le procedure interne di sicurezza. Una delle facciate del complesso è rimasta annerita dal fumo.
È già in corso un'indagine interna per stabilire cause e responsabilità di quanto avvenuto, in giornate di tensione come quelle delle ultime settimane dopo la notizia che a Solliccianino sarebbero arrivati gli internati più gravi dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo. Per fare posto a loro, parte dei detenuti sarebbero stati rimandati nelle carceri ordinarie. È comunque proprio di ieri 23 aprile l'annuncio che la Regione Toscana deciderà, nella prossima riunione di Giunta di lunedì 27 aprile, che gli internati di Montelupo andranno a Volterra anziché a Solliccianino.
www.cityrumors.it, 26 aprile 2015
L'Associazione Fontanelle 2000 di Fontanelle di Atri da sempre impegnata nella collaborazione con le strutture carcerarie prosegue questa attività attraverso "Sport Solidale", progetto che prevede la partecipazione di alcuni detenuti alle attività connesse allo svolgimento del 8° Trofeo Castellalto", manifestazione ciclistica di rilievo regionale riservato alle categorie giovani, da tenersi il 26.04.2015 a Castelnuovo di Castellalto organizzato dalla A.S.D. Ferrometal Cycling Team di Notaresco. Questa volta grazie al contributo ed all'impegno di Fiammetta Trisi, Direttore dell'Ufficio Detenuti e Trattamento del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria - Pescara, saranno coinvolte le strutture carcerarie di Castrogno di Teramo, di Chieti e di Pescara con l'impiego di 4 detenuti per l'intera giornata della manifestazione da impiegare nelle attività di staff ed allestimento degli stands, di posa e recupero della segnaletica di gara, di supporto all'organizzazione anche nella fase di gestione degli spazi riservati agli atleti fino alle operazioni di pulizia e sgombero delle aree occupate.
L'attività, senza alcun costo per l'Amministrazione penitenziaria, ha lo scopo di voler sempre più integrare socialmente chi allo stato può ritenersi "isolato" dal contesto sociale come i detenuti, con l'obbiettivo di consolidare e rafforzare la rete costituita attraverso le precedenti esperienze che hanno rappresentato un momento di importante pratica della integrazione reale, in modo da seguire un percorso concreto nel recupero pieno alla società dei soggetti svantaggiati attraverso la presa di coscienza dell'essere parte attiva di quella stessa società dalla quale i detenuti stessi si sono autoesclusi.
Giornale di Trani, 26 aprile 2015
Mercoledì prossimo, 29 aprile, presso la Casa di reclusione maschile, in via Andria 300, avrà luogo la presentazione della Terza edizione di "Ripartiamo dalla pasta", progetto di riqualificazione sociale per i detenuti, attraverso un percorso formativo in cui si fonderanno cibo e letteratura con l'obiettivo di dare nuovi stimoli ed un rapporto consapevole con ambiente, natura, tradizioni e sociale a chi, dopo avere scontato la propria pena, cercherà di reinserirsi nella società.
Interverranno: Bruna Piarulli, direttore aggiunto del penitenziario; Elisabetta Pellegrini, responsabile Area trattamentale del penitenziario; Roberta Martino, dirigente medico Unità operativa assistenza penitenziaria Asl Bt; Rosa Musicco, direttore Ufficio regionale detenuti e trattamento; Giuseppe Mastropasqua, magistrato di sorveglianza; Marina Mastromauro, amministratore delegato Granoro; Salvatore Turturo, amministratore Factory del gusto; Angela Pisicchio, responsabile Presidio del libro di Corato; mons. Savino Giannotti, vicario diocesi di Trani.
di Adriano Prosperi
La Repubblica, 26 aprile 2015
Ai detenuti si chiede soprattutto una cosa: di non esistere. La "modesta proposta" di Luigi Manconi per abolire il sistema carcerario. Duecento cinquant'anni fa, mese più mese meno, usciva un libro che per la prima volta proponeva di abolire la pena di morte e dichiarava aperta la crisi di un paradigma plurimillenario: quello della pena legale come illimitata vendetta. Il successo di opinione fu vastissimo. E da allora cominciò un percorso che dura ancora, quello della progressiva affermazione di un principio: l'indisponibilità della vita umana nel sistema delle pene. Oggi un altro libro sceglie la data della Liberazione per ricordarci che la mancanza di libertà è mancanza di vita.
"Abolire il carcere" di Luigi Manconi (con Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, postfazione di Gustavo Zagrebelsky) spiega come il diritto di uccidere, apparentemente sconfitto, abbia solo cambiato forma: sopravvive, più crudele, nell'altra forma della pena, quella che Beccaria, sbagliando, riteneva più dolce - il carcere. Il carcere oggi è agli antipodi del luogo di solitudine, penitenza e rigenerazione morale che fu nelle sue origini monastiche; e non reca più nessun tratto dell'utopia punitiva sognata dalla ragione illuministica.
È diventato un mondo parallelo, abitato da un'umanità a cui si chiede semplicemente di non esistere. Come ha scritto Ernst von Solomon, il carcerato non può concepire come fuori dalla sua cella "lo spazio possa avere estensione e il tempo movimento". E anche Vittorio Foa ammise di aver provato nel suo lunghissimo periodo carcerario un "progressivo svanire della volontà col decorso del tempo".
Il costo economico del sistema carcerario è altissimo e in crescita. In Italia, dove è rimasto quasi l'unica forma di punizione, lo si tiene in vita per corteggiare lo spirito forcaiolo di una popolazione che si ritiene civile e accogliente ma che a ogni delitto chiede che il colpevole sia recluso e che si gettino via le chiavi. Eppure, come dimostrano i dati spesso inediti e sconvolgenti riportati dagli autori, chi viene punito col carcere nella maggior parte dei casi tornerà al delitto mentre là dove si ricorre a pene diverse la recidiva crolla a percentuali minime.
E così raggiungiamo anche qui record negativi nel contesto europeo. L'affollamento carcerario è stato ridotto solo per l'intervento della Corte europea dei diritti dell'uomo. Capita così che quella che potrebbe sembrare una pura provocazione intellettuale risulti la più onesta e realistica soluzione.
Questa "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" non è sorella della "modesta proposta" di Jonathan Swift. In Italia non si mangiano bambini per risolvere il problema della carestia: però qui da noi bambini senza colpa vedono il sole a scacchi se nascono dalla madre sbagliata. E la buona coscienza dei cittadini non ne viene turbata: la doppia esclusione del carcere dalla città e del carcerato dalla vita reale, dal lavoro, dagli affetti rendono invisibile a tutti l'esistenza di quel mondo parallelo.
di Matteo Zuppi (Vescovo ausiliare di Roma)
Il Manifesto, 26 aprile 2015
Per garantire la vita dei migranti e il controllo saggio dei flussi l'unica soluzione sono i corridoi umanitari. L'altro giorno è venuto a parlarmi un uomo non più giovane, segnato da una tragedia personale (ha perso la figlia), che sente l'urgenza di fare delle cose, perché, (consapevolezza troppo poco diffusa) capisce che le occasioni non sono infinite e che il tempo è limitato. Aveva fretta perché non vuole tradire le attese affidate dai suoi padri e quelle indispensabili a chi viene dopo di noi.
Il dolore non l'ha chiuso, anzi, l'ha reso attento a quello degli altri e invece di lamentarsi, di essere vittimista o cercare a tutti i costi improbabili benesseri cerca con determinazione di aiutare gli altri. Il privato e il pubblico tornano in lui a coincidere. Abbiamo parlato del progetto che ha in mente per rendere migliore il mondo e di cui voleva sapere il mio parere. Quello che mi ha colpito principalmente, però, sono state le due condizioni che ha indicato come premessa.
Ci vuole, mi ha detto, "umiltà e visione". Mi è sembrato molto saggio. Non si realizza nulla senza l'umiltà di affrontare i problemi veri, in maniera seria, non con il narcisismo che si accontenta delle dichiarazioni. L'umiltà è lavoro, sacrificio, perché non accetta l'apparenza degli spot, delle soluzioni rapide ma finte che servono solo a prendere tempo, ingannandosi e ingannando con risposte mai risolutive, piene della droga delle intenzioni.
Umiltà significa mani sporche di lavoro, affronto dei problemi non addomesticandoli; è guardare negli occhi la realtà e non il nostro distorto immaginario. Quanto è vera l'affermazione di Papa Francesco che la realtà è superiore all'idea! Umiltà è toccare la carne, cioè l'umanità così com'è, non il virtuale che rende tutto uguale e soprattutto distante. Umiltà è passare dall'esistenza alla storia. Visione è vedere quello che ancora non c'è, per non restare prigionieri del cinismo, spettatori di un mondo che assiste oggi alla stessa scelta per cui alcuni erano sommersi e altro salvati. I profughi.
Senza visione ci sentiamo sempre troppo piccoli per fare qualcosa o troppo grandi o raffinati per sprecarci in scelte concrete. Così ci condanniamo a conservare il passato e questo, senza il futuro, si perde. Chi strilla il vergognoso e soprattutto irreale "prenditeli tu a casa tua", (che significa anche "io posso non occuparmene e non voglio occuparmene") è colpevole perché fa credere che possiamo non fare nulla.
Umiltà e visione. I morti annegati impongono di decidere. Ed è proprio questo che spaventa, perché siamo prigionieri dei calcoli, delle pigrizie, delle paure di un mondo che così è fuori dal mondo, che non vuole mai pagare il conto pensando tutto un diritto.
Non è affatto "buonista" chi richiede accoglienza per questi "uomini e donne come noi, - fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre, cercavano la felicità", come ha detto domenica scorsa Papa Francesco.
Chi pensa di dire la verità perché invita a chiudere la porta non è cattivo ma pensa di dire le cose vere: è solo ignorante e stupido, ingannatore, perché sa bene che il problema resta e diventa solo più invisibile, quindi più pericoloso!
Accoglienza e garanzie per tutti non sono affatto contraddittorie. Alzare muri, che sono inefficaci e aumentano solo le paure, non protegge affatto! Il problema è che dobbiamo fare funzionare il nostro sistema e forse sarà migliore davvero per tutti, anche per noi e per i nostri "sommersi"(e quanti sono!). E il sistema è malconcio certo non per colpa di emigranti che disperatamente chiedono futuro e aiutano noi a non smettere di cercarlo.
Come ha detto papa Francesco a Lampedusa ormai due anni fa: "La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l'illusione del futile, del provvisorio, che porta all'indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell'indifferenza".
A Strasburgo, parlando all'Europa, il papa ha detto: "Dobbiamo mettere assieme una cultura dei diritti umani che unisca la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel "noi-tutti". È giunta l'ora di costruire insieme l'Europa che ruota non intorno all'economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l'Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l'idea di un'Europa impaurita e piegata su se stessa per suscitare e promuovere l'Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede.
L'Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l'Europa che guarda e difende e tutela l'uomo; l'Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutti". È troppo difficile un discorso così, laico, umile e di visione, per un'Europa che non si pensa in relazione e che quindi si abbandona ai rischi di vecchi e nuovi nazionalismi o di diventare un triste condominio di mondi chiusi?
Altrimenti diventiamo "passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini".
L'emergenza dei profughi impone, con fretta, quest'umiltà e questa visione. Senza paure. I corridoi umanitari garantiscono la protezione della vita dei migranti e un controllo saggio dei flussi. Evitiamo di naufragare noi in un mare di insolente e stupido egoismo. Troveremo così la parte migliore e più vera dell'Europa e anche il suo futuro. Lo dobbiamo ai nostri padri e ai nostri figli. Lo dobbiamo ai tanti che sono morti per la nostra libertà, 70 anni fa e ci hanno affidato un umanesimo pagato col sangue. E a quei bambini che cercano come tutti i bambini futuro.
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