Redattore Sociale, 5 febbraio 2015
A Montelupo la prestigiosa Villa medicea dell'Ambrogiana, attualmente sede dell'Opg, non avrà più una funzione carceraria. Ma è improbabile arrivare alla chiusura dell'ospedale entro il 31 marzo. La prestigiosa Villa medicea dell'Ambrogiana, attualmente sede dell'Opg di Montelupo, sarà restituita ai cittadini e non avrà più una funzione carceraria. Tra le ipotesi in cantiere, quella di inserire la villa nel percorso delle ville medicee patrimonio dell'Unesco, anche se la struttura potrebbe diventare un hotel di lusso. È questa una delle ipotesi che sta trapelando in questi giorni nel piccolo comune in provincia di Firenze. Oltre all'albergo a cinque stelle, nella villa, attualmente di proprietà del Demanio e in uso al Ministero della Giustizia, potrebbe sorgere anche un centro congressi. Quel che è certo, è che prima di ogni trasformazione, la villa necessiterebbe di un grande percorso di ristrutturazione.
A pronunciarsi sulla restituzione della Villa ai cittadini è stato il Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) attraverso un comunicato ufficiale dopo un incontro con il Soprintendente per i beni archeologici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Firenze, Pistoia e Prato, Alessandra Marino. "Con la chiusura degli Opg - scrive il Dap - la storica struttura diventerà patrimonio dell'intera collettività. La piena disponibilità dell'amministrazione a cedere la storica Villa dell'Ambrogiana è stata manifestata nell'incontro che si è tenuto il 3 febbraio tra la soprintendente, il direttore generale dei detenuti e del trattamento e il direttore generale delle risorse materiali, dei beni e dei servizi del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria".
Ma Carmelo Cantone, direttore del Dap Toscana, è molto scettico sui tempi di chiusura dell'Opg, previsti per il 31 marzo: "Credo obiettivamente molto difficile arrivare alla chiusura dell'ospedale psichiatrico giudiziario entro il 31 marzo. La Regione Toscana sta lavorando per trovare strutture alternative per i pazienti, ma ancora non sono state trovate".
Da parte sua, il sindaco del Comune di Montelupo, Paolo Masetti, ha istituito un tavolo tecnico che possa decidere il futuro della coinvolgendo tutte le istituzioni competenti. "Dopo il comunicato del Dap, oggi abbiamo un importante punto fermo, quello che la struttura non avrà più una funzione carceraria. Il futuro dell'hotel di lusso? È una delle ipotesi ma certamente, data la vastità della struttura, sorgerà insieme all'albergo qualcos'altro. È pertanto necessario continuare il percorso istituzionale intrapreso".
Sebastiano Calella
www.primadanoi.it, 5 febbraio 2015
Il Sindaco di Guardiagrele Sandro Salvi ha convocato per martedì prossimo un Consiglio comunale monotematico per dire no ai detenuti psichiatrici nel locale ospedale. All'odg è previsto infatti un punto solo e cioè la bocciatura del decreto commissariale firmato Luciano D'Alfonso che prevede l'istituzione della Rems (la residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) all'ospedale di Guardiagrele.
Si tratta delle strutture che sostituiscono gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari recentemente chiusi, e la cui realizzazione e gestione è stata affidata alle Asl. Ogni Regione dovrebbe istituire la propria Rems ed in questo caso l'Abruzzo è stata associato al Molise. Il commissario ad acta ha individuato la Asl di Lanciano-Vasto-Chieti per accogliere l'unica Rems prevista ed il dg Francesco Zavattaro ha individuato l'ospedale di Guardiagrele come sede temporanea di questa Rems, in attesa del completamento della sede definitiva che aprirà a Ripa Teatina.
Questa scelta comporterà lo spostamento temporaneo della Clinica psichiatrica di Guardiagrele ad Ortona, da dove poi si sposterà al SS. Annunziata di Chieti, una volta pronto il reparto definitivo. Il sindaco Salvi ha contestato questa scelta e questo tour costoso ed inspiegabile "per il mancato rispetto della programmazione sanitaria regionale, che prevedeva l'area chirurgica nell'Ospedale di Ortona e l'area medica a Guardiagrele".
Il tutto è contenuto in un dura lettera a D'Alfonso ed al manager Asl, il cui contenuto è stato confermato a PrimaDaNoi.it: "Ci sarà un consiglio comunale proprio su questa scelta che appare antieconomica e penalizzante per Guardiagrele. Infatti andranno eseguiti doppi lavori di adeguamento ad Ortona e qui per garantire la sicurezza dei pazienti, degli operatori e dei cittadini, e per assicurare anche la sicurezza della detenzione.
Purtroppo in Italia la provvisorietà è più durevole del definitivo e comunque il tutto sarebbe uno sperpero di denaro per rendere idonee le due strutture alla nuova destinazione, sia pur provvisoria. Queste risorse - aggiunge Salvi - potrebbero essere meglio impiegate per il bene dei cittadini, aumentando i servizi sanitari destinati al territorio ed il mantenimento dei reparti a basso indice di intensità assistenziale che ora funzionano all'ospedale di Guardiagrele".
Come noto, da anni sia il Comune a gestione centrodestra che l'opposizione di centrosinistra hanno contestato la chiusura dell'ospedale di Guardiagrele decisa dal precedente commissario Gianni Chiodi. E tra breve il Consiglio di Stato deciderà definitivamente il destino di questa struttura che la Asl ha fatto morire lentamente, anche se non ufficialmente. Ora c'è "questo decreto quanto mai inopportuno - conclude il sindaco Salvi - avvicinandosi la discussione al Consiglio di Stato dei ricorsi ed in previsione di un nuovo piano sanitario regionale, come annunciato dall'attuale Governo regionale"
Il centrosinistra impugna Decreto commissariale e delibere Asl
Anche il centrosinistra è contrario alla Rems, come spiega l'avvocato Simone Dal Pozzo, consigliere della Lista di opposizione, che ha impugnato sia il decreto commissariale D'Alfonso che le delibere Asl, allo stesso modo in cui aveva impugnato (vittoriosamente) le precedenti decisioni di Chiodi e Zavattaro. "Intanto bisogna dire la verità sui costi - spiega l'avvocato - la relazione tecnica allegata al decreto del commissario prevede una spesa totale pari a 110 mila euro. Le recenti delibere Asl invece rivelano che la spesa sarà ben maggiore e cioè di 552 mila euro, sommando i vari lavori di Guardiagrele, Ortona e Chieti. Questo significa un incremento di circa mezzo milione di euro sulla previsione iniziale, totalmente ignorato dall'atto commissariale. Inoltre nessuna delle somme previste appare finalizzata ad una destinazione futura diversa da quella che oggi si asserisce provvisoria. E si può definire provvisorio ciò che finirà - se tutto va bene - tra tre anni?". Ma c'è un altro aspetto che Dal Pozzo contesta: "Secondo la relazione dei Ministeri della Salute e della Giustizia, i pazienti non dimissibili sarebbero solo 3. Insomma non serve nessuna Rems, che comunque logisticamente non sarebbe compatibile con il nostro ospedale e con il Distretto che vi opera. Li chiudiamo per ospitare 3 pazienti? Suvvia... mi sembra sperpero di denaro pubblico".
di Denise Compagnone
Il Messaggero, 5 febbraio 2015
Il futuro dell'ex ospedale di Ceccano, o almeno di una parte di esso, sta in una sigla: Rems. Che significa Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. "Ma attenzione, non è un carcere" avverte la manager della Asl Isabella Mastrobuono. È invece una struttura che accoglierà, accanto alla futura Casa della salute, i pazienti che provengono dagli ospedali psichiatrici giudiziari da chiudere definitivamente per legge (la 81del 2014) entro il 31 marzo 2015.
Un po' un ritorno al passato per la città dei conti, la cui storia è legatissima all'ex Santa Maria della Pietà, entrato in funzione agli inizi del '900 proprio come ospedale psichiatrico. Per più di 70 anni quel grande palazzo a pochi passi dal Sacco è stato per tutti semplicemente "il manicomio". Poi con la legge Basaglia del 1978 che aboliva, appunto, i manicomi, si tentò la strada lunga e faticosa del recupero e della riconversione. Il Santa Maria della Pietà dunque diventò un vero e proprio ospedale, almeno per pochi anni, almeno fino al Decreto 80 della Polverini.
A Ceccano, a tirare fuori per primo la notizia, qualche giorno fa, è stato l'ex consigliere comunale e leader del polo civico Per La Gente Angelino Stella che aveva espresso la sua preoccupazione. In città infatti si parlava di un carcere psichiatrico. L'ipotesi è stata smentita pochi giorni dopo dal commissario prefettizio Emilio Dario Sensi, ma senza che la preoccupazione in città venisse meno. Anzi... Ieri dunque, per tagliare una volta per tutte la testa al toro delle polemiche, Il Messaggero ha chiesto la versione ufficiale al manager della Asl. "Il governo ha imposto alle Regioni di trovare una soluzione alternativa agli ospedali psichiatrici giudiziari in cui accogliere questi pazienti, non detenuti - ha detto. Sono state individuate così delle strutture territoriali che andranno ad ospitarli". Strutture e relativi fondi: la Asl di Frosinone avrà a disposizione ben nove milioni di euro da destinare a questo scopo.
Sono interessati due edifici: l'ex ospedale di Ceccano e l'ex Spdc di Pontecorvo. Lo spiega meglio la manager. "Con quei fondi rimetteremo in sesto l'ex Spdc di Pontecorvo che ospiterà provvisoriamente, in attesa che la Regione trovi una collocazione definitiva in provincia di Rieti, 12 donne. A Ceccano, invece, arriveranno in via temporanea venti uomini.
Ma quei nove milioni serviranno soprattutto a sistemare - con lavori della durata di circa 400 giorni - spazi da anni in preda al degrado e all'incuria adiacenti all'attuale presidio sanitario, per poi allocarvi, stavolta in via definitiva, due blocchi da 20 uomini, sempre pazienti provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari, molti dei quali già in cura nel dipartimento di salute mentale di Frosinone".
Si tratta di quella famosa "Ala Mosconi", oggi ricoperta dalle erbacce e ricettacolo di ogni genere di rifiuti. Ma le novità non sono ancora finite. "Avremo la possibilità di assumere - continua la Mastrobuono - circa 120 unità di personale ex novo e di potenziare i servizi già esistenti". Insomma, la manager è più che soddisfatta: "Questa novità diventa, oltre che una risposta istituzionale doverosa, un momento importante per l'occupazione e la riqualificazione di vecchi edifici. Una serie di vantaggi importanti che mi pare superino di gran lunga le polemiche di questi giorni".
Redattore Sociale, 5 febbraio 2015
Dopo che la Cassa delle ammende ha sospeso il servizio, si cercano alternative per continuare. Oggi a palazzo Marini, vertice con i consiglieri di maggioranza e opposizione. La cooperativa dei detenuti "Abc - La sapienza in tavola" del carcere di Bollate (Milano) sopravvive nonostante la chiusura del progetto di gestione della mensa. Ma la presidente Silvia Polleri non sa quanto potranno tirare avanti, così sta lavorando ad un grande progetto che è ancora tenuto in segreto attraverso cui accedere a nuovi fondi. È quanto emerge dalla Sottocommissione carceri di Palazzo Marino, in cui i consiglieri comunali di maggioranza e opposizione hanno chiesto alla presidente Polleri e al direttore del carcere Massimo Parisi come aiutare la cooperativa a restare in piedi.
I problemi al momento sono tutti di ordine finanziario. Da quando il 15 gennaio la Cassa delle ammende ha sospeso i finanziamenti per le cooperative che avevano in gestione le mense di nove carceri italiane, i detenuti di Abc sono pagati a mercede, attraverso un voucher erogato dall'azienda in cui sono comprese le coperture Inps e Inail.
Sul fatto che il finanziamento di Cassa delle ammende si interrompesse, l'amministrazione penitenziaria non ha mai fatto mistero: "Lo sapevamo già da un anno", ammette il direttore di Bollate Parisi. Per la cooperativa non ci sono più sgravi fiscali, previsti invece dalla Commissione Smuraglia per il lavoro in carcere. Anche lo stipendio dei detenuti si è dimezzato con il cambio di regime: da circa 1.200 euro al mese a meno di 600. "Questo non sarà il catering della misericordia. Stiamo continuando a cercare strade alternative per proseguire con il nostro servizio", dichiara Polleri.
Da parte della direzione del carcere c'è stata la disponibilità a continuare a concedere l'uso della cucina anche per i prodotti di catering esterno, una delle stampelle su cui si reggono le finanze di Abc. I numeri raccolti dalla cooperativa confermano i risultati positivi dei dieci anni di progetti: dei 50 detenuti che hanno lavorato ad Abc solo cinque sono tornati a delinquere. Polleri stima che il carcere di Bollate abbia risparmiato all'anno grazie ad Abc 43 mila euro, soprattutto in spese di manutenzione della cucina e spese per la sorveglianza dei detenuti.
La Città di Salerno, 5 febbraio 2015
Un tavolo permanente dedicato alle condizioni in cui versano le carceri del nostro territorio. È la proposta lanciata dal Consigliere comunale Luciano Provenza nel corso della riunione di ieri della commissione Politiche sociali di cui è Presidente. "Sarebbe opportuno - ha detto - coinvolgere altri enti. Ho parlato già di questa idea al sindaco di Baronissi, Gianfranco Valiante, e ad alcuni consiglieri provinciali. Tra l'altro c'è una convenzione tra il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e l'Anci proprio per iniziative che favoriscano le condizioni di integrazione".
Ad ascoltare la proposta ieri in commissione c'erano anche il segretario dei Radicali Salerno Donato Salzano, la vedova di Carmine Tedesco, detenuto morto due anni fa, ed Emilio Fattorello segretario nazionale del sindacato autonomo degli agenti di polizia penitenziaria. Si è parlato delle condizioni in cui versano sia gli agenti che i detenuti.
"A Fuorni - ha spiegato Salzano - abbiamo 87 agenti di polizia per 450 detenuti. Siamo al di sotto della pianta organica necessaria almeno di un trenta per cento. Basti pensare che il 25 dicembre c'erano solo 28 "eroi" che mantenevano in piedi la struttura". Ma oltre al problema della carenza di organico c'è anche quello, come sottolineato dal sindacalista, della mancanza di formazione rispetto alle condizioni psicofisiche dei detenuti: "Non ci possiamo prendere certe responsabilità. Siamo sottoposti a un fortissimo stress".
Quindi il caso Tedesco: "Un caso emblematico - ha spiegato Salzano. A distanza di due anni la Procura ha chiesto per due volte l'archiviazione. Noi ci siamo opposti. E se siamo venuti a conoscenza di quello che è accaduto è solo grazie allo zelante rapporto proprio degli agenti di polizia penitenziaria".
di Barbara Burzi
Il Tirreno, 5 febbraio 2015
Ventisei aziende artigiane di Prato hanno donato un forno alla Dogaia e presto insegneranno anche la produzione di dolciumi. Per fare pane e piazza ci vuole un forno. Presto ne avrà uno anche il carcere di Prato, grazie a un'iniziativa di Enrico Fogacci, titolare dell'omonimo panificio, che ha avuto l'idea di lanciare una sottoscrizione per l'acquisto di un macchinario da donare alla casa circondariale "La Dogaia" per l'allestimento di un laboratorio di panificazione.
In tanti - 26 aziende di cui 16 forni, 3 pasticcerie, 3 associazioni (Granprato, Confartigianato e Barnaba) e 1 negozio - hanno risposto all'appello compiendo un gesto di solidarietà, che si traduce nel versamento di 100 euro a testa, a contributo della donazione. Mancano soltanto 500 euro per acquistare lo strumento di cottura, usato ma solo poche volte, il cui costo ammonta a circa 3.000 euro.
"Iniziando ad assistere agli spettacoli teatrali messi in scena da alcuni detenuti con l'aiuto dei volontari che li seguono in quest'attività ho imparato a conoscere la realtà del carcere e a capire quanto sia importante non lasciare sole queste persone - racconta Fogacci - da qui l'idea di destinare un forno per le attività a favore degli ospiti della Dogaia, con l'intento di creare un ponte tra la società civile e la realtà carceraria coinvolgendo, in questo progetto, non solo i miei colleghi, ma anche le aziende agricole del territorio e le pasticcerie, attraverso una sottoscrizione".
L'iniziativa è stata molto apprezzata dagli operatori della casa circondariale, in particolare dal direttore Vincenzo Tedeschi, che sottolinea come "in tempi di crisi sia raro trovare così tanta sensibilità tra le persone, specie per sostenere lo sviluppo del lavoro in carcere". "Il recupero e il reinserimento dei detenuti nella società civile, come prevede la Costituzione, si fa cercando di aiutare queste persone ad acquisire competenze spendibili sul territorio - aggiunge - ecco perché questo gesto è un'iniziativa lodevole. Non dimentichiamoci che il carcere non è un luogo avulso dal contesto, ma una realtà che insiste sul territorio".
Nell'ottica di allargare la gamma di proposte legate all'artigianato alimentare, un settore tra i più gettonati, la direzione insieme all'associazione di volontariato Barnaba e Confartigianato, sta valutando la possibilità di allestire un caramellificio. La lavorazione della pasta per la produzione di pane e prodotti da forno si è inserita tra le attività della Dogaia da circa due anni, durante i quali sono stati organizzati 4 corsi che hanno coinvolti circa 60 detenuti ("la pizza sarà inserita in menù").
"In seguito al successo di queste iniziative - spiega Marco Masini, volontario e docente di panificazione al laboratorio Dolcelab - con l'associazione Barnaba stiamo progettando un percorso di formazione nell'ambito della produzione di caramelle artigianali, un prodotto quasi scomparso che però è facilmente realizzabile in una realtà come quella del carcere, e soprattutto ha un valore, in quanto si inserisce bene nella tradizione dolciaria pratese. Le caramelle prodotte nel laboratorio della Dogaia entreranno nel circuito distributivo di importanti catene commerciali".
www.riminitoday.it, 5 febbraio 2015
"Crediamo molto in questo progetto, una delle varie iniziative che vogliamo mettere in campo per favorire il percorso rieducativo dei detenuti", commenta il vice sindaco Gloria Lisi. Entra nel vivo il progetto promosso dal Comune di Rimini e dalla Casa circondariale di Rimini per il coinvolgimento dei detenuti nella cura del decoro urbano della città. Dopo l'approvazione della convenzione tra l'Amministrazione e la Casa Circondariale, sono state individuate le persone che saranno coinvolte nel progetto e che dunque saranno impegnate attivamente in attività di pubblica utilità, a partire dalla rimozione dei graffiti e delle scritte che deturpano le mura e gli edifici sia pubblici sia privati della città.
Al momento sono tre le persone che sono state scelte per avviare il progetto, che sono già state dotate di tutte le attrezzature e dei dispositivi di sicurezza utili per portare a termine i lavori, realizzati sulla base delle indicazioni fornite dall'Amministrazione. Definita anche la prima parte del piano di intervento sugli edifici pubblici: tra i primi immobili ad essere 'ripuliti' anche due edifici scolastici e le mura dell'Università di via Cattaneo, in centro storico. Programmati anche i primi interventi sugli edifici privati: a tal proposito l'Amministrazione Comunale invita sia i proprietari degli immobili sia gli amministratori di condominio a fare presenti le situazioni di degrado in modo tale da poter definire in maniera precisa gli interventi di rimozione dei graffiti e di pulizia.
"Crediamo molto in questo progetto, una delle varie iniziative che vogliamo mettere in campo per favorire il percorso rieducativo dei detenuti - commenta il vice sindaco Gloria Lisi - e soprattutto per avvicinare la città con il mondo del carcere. I primi interventi partiranno a breve e speriamo di poter coinvolgere a breve un maggior numero di persone. Il progetto è affiancato ad altri che abbiamo già avviato, come la convenzione con il Tribunale per ospitare lavori socialmente utili come pensa sostitutiva per guida in stato di ebbrezza, ambito nel quale dal 2012 al 2014 sono state coinvolte un centinaio di persone. Si tratta di un modo per agevolare il reinserimento nella società, di rinforzare la funzione riabilitativa chi sta scontando una pena in carcere, dando loro l'opportunità di svolgere un lavoro utile alla comunità".
www.lecceprima.it, 5 febbraio 2015
L'assessore comunale Andrea Guido, assieme all'istituto penitenziario e all'associazione delle guardie ambientali, ha lanciato un'iniziativa unica nello Stivale. I felini che non possono essere più lasciati in libertà saranno accolti dagli ospiti di Borgo San Nicola. La struttura sarà realizzata a titolo gratuito da una ditta di Carmiano
I gatti infermi o soccorsi dopo gli incidenti? Se ne prenderanno cura i detenuti. È stato firmato questo pomeriggio il protocollo d'intesa tra il Comune di Lecce, la direzione del carcere, l'associazione Guardie per l'ambiente e la ditta Mello di Carmiano per la realizzazione e la gestione di un'area attrezzata per l'accoglienza dei felini presso l'istituto carcerario di Borgo San Nicola.
L'accordo, sottoscritto dall'assessore alle Politiche ambientali Andrea Guido, dalla direttrice dell'istituto di pena, Rita Russo, dal referente provinciale dell'associazione, guidata da Domenico Clemente, e dall'amministratore della ditta, prevede la realizzazione di una struttura adeguata all'accoglienza di tutti quei felini che, avendo subito traumi o incidenti di vario genere, non sono più idonei a circolare sul territorio in completa libertà. Un'area adeguata, recintata e provvista di opportuni ripari e cucce e in cui l'assistenza ai felini sarà garantita dagli stessi detenuti. Caso unico in Italia.
Alla realizzazione dell'area contribuirà in maniera gratuita la ditta la quale, secondo il protocollo sottoscritto, s'impegna nella predisposizione di tutte le opere necessarie come la recinzione con rete metallica e la posa in opera dei paletti di castagno. Mentre tutte le altre strutture in legno come, ad esempio, le cucce, saranno realizzate a cura della falegnameria del carcere stesso.
Le guardie per l'ambiente, invece, provvederanno all'assistenza sanitaria dei gatti ospitati impegnandosi al contempo a fornire ai detenuti tutta l'assistenza necessaria per la corretta gestione comportamentale dei felini. "Non è la prima volta che mi avvalgo della collaborazione della casa circondariale di Borgo San Nicola - commenta Andrea Guido - e, ogni volta, ho avuto modo di rilevare la grande disponibilità della direzione e la concretezza dell'aiuto reso a supporto delle mie iniziative".
L'esponente di Palazzo Carafa ha poi aggiunto: "Dopo l'accordo per la bonifica delle discariche abusive, per la manutenzione del verde e, soprattutto, dopo il grande impegno dimostrato appena lo scorso anno e volto all'aumento della percentuale di differenziata, arriva adesso un altro importantissimo accordo che permetterà di risolvere un grosso problema come quello della cura e della tutela dei felini in difficoltà. Un ringraziamento doveroso va rivolto alla dottoressa Rita Russo, direttrice dell'istituto, ma anche alla ditta Mello che non ha esitato a patrocinare gratuitamente tutto il progetto fornendo supporto tecnico e strutturale per la realizzazione dell'area di accoglienza".
di Josè Trovato
Giornale di Sicilia, 5 febbraio 2015
Si è chiuso con venti condanne e cinque assoluzioni il processo per la maxi rissa del 28 settembre del 2009 all'interno del carcere di Piazza Armerina, nel corso della quale rimasero feriti o contusi dieci detenuti e tre assistenti di Polizia penitenziaria. La furibonda lite, le cui ragioni sono rimaste oscure, è avvenuta proprio all'interno della casa circondariale, durante un momento che doveva essere di "socializzazione". La maggior parte degli imputati è siciliana, ma ci sono anche dei napoletani e alcuni detenuti extracomunitari, provenienti dal Marocco.
In 31 erano originariamente sotto processo, poi alcune posizioni sono state stralciate e ieri il giudice monocratico Alessandra Maria Maira ha emesso la sentenza di primo grado a carico dei primi venticinque. In quattordici vengono condannati a 9 mesi per rissa: sono Francesco La Marca di Saviano, in provincia di Napoli, Vincenzo Di Somma di Castellammare di Stabia, Santo Naselli di Nissoria, il marocchino Walid Harhour, Bafoday Ceesay del Gambia, Domenico Russo e Vincenzo Nappello di Napoli, il nigeriano Okamibo Okorie, il ragusano di Ispica Giuseppe Monti, il palermitano Giovanni Scavone, i marocchini Yunes Moutamid, Samir Fernane, Driss Guerine e Mohamed Ain Tomar. In sei prendono invece 3 anni e 3 mesi di reclusione: sono i catanesi Gaetano e Sandro Berti, Salvatore Bonaccorsi, Antonio Nigito, Giuseppe Scuderi (di Acicatena) e il serbo Zeliko Dinovic. Oltre ad aver partecipato, secondo l'accusa, alla rissa, i sei avrebbero anche colpito degli assistenti di polizia penitenziaria.
Ansa, 5 febbraio 2015
Cinque detenuti nordafricani del carcere di Sanremo sono rimasti coinvolti in una rissa scoppiata nel pomeriggio durante una partita di calcetto sul campo sportivo del penitenziario. Una decina, secondo il sindacato Sappe, gli agenti intervenuti, che hanno impiegato circa un'ora per riportare i detenuti alla calma e poi in cella. Diversi gli agenti contusi e medicati nell'infermeria del carcere. Sembra che a provocare la rissa sia stato un detenuto di 27 anni, recentemente trasferito a Sanremo dal carcere genovese di Marassi, considerato particolarmente riottoso, violento e polemico. Lo stesso pochi giorni fa si è arrampicato sulla tettoia dei passeggi, in segno di protesta, perché voleva tornare nel penitenziario di Genova. Il Sappe mette sotto accusa "la linea morbida della direzione del carcere". "Abbiamo un direttore in servizio da 24 anni che ormai non è più motivato e un comandante della polizia penitenziaria troppo morbido".
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