di Fabio Ferrara e Federico Vianelli (Componenti Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 27 marzo 2015
L'introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento giuridico sta per avverarsi: una gran bella notizia. Una delle battaglie condotte dall'Unione delle Camere Penali Italiane, unitamente ad associazioni umanitarie, per far sì che l'Italia compisse un ulteriore salto di qualità nel campo della tutela dei diritti umani sembra stia per approdare. Una norma di civiltà che dovrebbe contraddistinguere la "qualità" di uno Stato di diritto: con essa si fissa il limite invalicabile dell'integrità e dell'incolumità fisica, psichica e morale di un individuo affidato, per motivi di giustizia od altro, alla custodia dello Stato.
Dunque una buona notizia. Dal retrogusto un po' amaro, che provocherà anche qualche imbarazzo. Infatti, ciò che lascia insoddisfatti nel testo di legge che sta per essere varato alla Camera è che il delitto di tortura viene delineato come reato comune, aggravato qualora sia commesso da un pubblico ufficiale, e non, invece, come un reato proprio di chi esercita una funzione pubblica, come da sempre richiesto dall'Ucpi. Tale differenza non è di poco conto, poiché quel che dovrebbe essere espressamente sanzionato dalla legge è il fatto della violenza, sia fisica sia morale, esercitata sulla persona che si trova nelle mani dello Stato, in quanto assoggettato all'autorità statale e alla sua custodia. Del resto, è proprio la Convenzione dell'Onu che ha determinato quale debba essere il bene giuridico tutelato dalla normativa contro la tortura: "il termine "tortura" indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate".
E che il reato di tortura debba delinearsi come "reato proprio" lo si ricava anche dalla lettera dell'art. 7 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, laddove al comma 2, lett. e) essa viene definita come la condotta consistente nella inflizione volontaria di "gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali ad una persona di cui si abbia la custodia o il controllo; in tale termine non rientrano i dolori, o le sofferenze derivanti esclusivamente da sanzioni legittime, che siano inscindibilmente connessi a tali sanzioni o dalle stesse incidentalmente occasionati".
Ed una interpretazione costituzionalmente orientata nella elaborazione normativa della nuova fattispecie penale avrebbe potuto trarre ispirazione dall'art. 13 comma 4 della Costituzione che vieta ogni "violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà". Questo il dato più rilevante, al di là di alcuni aspetti di carattere più squisitamente tecnico-giuridico. Siffatte osservazioni erano state puntualmente raffigurate dall'Unione delle Camere Penali Italiane in sede di audizione parlamentare.
Peccato: se non verranno apportate correzioni si sarà persa l'occasione per conferire, nell'ambito dell'ordinamento statuale, alle condotte di violenza fisica o morale commesse dal pubblico ufficiale nei confronti della persona affidata alla sua custodia, il particolare e specifico disvalore di cui è portatrice una simile condotta. Si è detto anche degli imbarazzi, provocati dalle evidenti ipocrisie, che tale normativa inevitabilmente porterà con sé, in ragione del fatto che nel nostro ordinamento andranno a convivere discipline contrastanti sul piano della tutela dei diritti della persona: da un lato la previsione del delitto di tortura; dall'altro la previsione del regime del cd. 41 bis, da più parti definito come la "tortura democratica". Ed ancora, il permanere di una situazione carceraria che è assimilabile, sotto molti aspetti, alla tortura.
Non sono mancati moniti e condanne anche da parte della Cedu. In più occasioni le condizioni detentive nelle carceri italiane sono state additate come inumane e degradanti. La situazione è rimasta tuttavia pressoché invariata. Degno di nota il report del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti del 2013 che, proprio con riferimento al regime del cd. 41 bis, riscontrava che lo stesso determina una vera e propria forma di isolamento che, se applicata per lunghi periodi, può causare effetti dannosi tanto di natura psicologica che di natura fisica. Con la conseguenza che le modalità di esecuzione della pena finiscono per arrecare al detenuto un disagio ingiustificatamente superiore a quel livello di afflizione già intrinseco alla detenzione stessa e trasmodano in una vera e propria tortura.
Una condizione quella italiana che pone il nostro Paese in una posizione scomoda e forse per certi versi persino ridicola (se non ci fosse nulla per cui ridere!) anche sul piano internazionale. Basti pensare che la Magistratura americana è giunta a negare l'estradizione richiesta dall'Italia, sulla base della considerazione che il regime carcerario cd. del 41 bis presenta caratteristiche che costituiscono una forma di tortura e, come tale, viola la Convenzione dell'Onu.
Da un lato i proclami, dall'altro le inumane condizioni dei detenuti nelle carceri italiane, come del resto sottolineato da papa Francesco in occasione della recente visita al carcere di Poggioreale ove ha affermato che "i carcerati troppo spesso sono tenuti in condizioni indegne della persona umana, e dopo non riescono a reinserirsi nella società".
La buona notizia è allora il fatto che la legge, fortemente voluta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, che introduce il delitto di tortura, possa diventare il mezzo o comunque il primo passo per eliminare le storture e gli abusi che in campo giudiziario ancora, purtroppo, ammorbano il nostro Paese.
di Anna Germoni
Panorama, 27 marzo 2015
Giuseppe De Cristofaro, senatore di Sel, critica da sinistra il regime carcerario duro anti mafioso. "Il presunto patto Stato-mafia? Lo escludo".
"Può uno stato democratico usare un regime particolarmente duro di carcere non per evitare che il detenuto comunichi con l'esterno, ma per il solo fine di farlo pentire? Non lo può fare. Siamo unici in Europa a applicare norme così ingiuste".
Usa parole forti e controcorrente sul regime del 41 bis il senatore Giuseppe De Cristofaro, vicepresidente del gruppo misto-Sinistra ecologia e libertà. Oltre a far parte della commissione parlamentare Antimafia, De Cristofaro è vicepresidente della commissione Affari esteri e membro della commissione straordinaria per la Tutela dei diritti umani. Nonostante l'appartenenza allo stesso gruppo politico, il senatore De Cristofaro sembra essere lontano anni luce dalle posizioni di Claudio Fava, vicepresidente dell'Antimafia.
Senatore De Cristofaro, lei sostiene che il 41 bis è tortura se usato per indurre il pentimento?
"Lo dico per esperienza diretta. E ho questa opportunità di guardare al 41 bis da due punti di vista sull'efficacia e sulla sicurezza di soggetti pericolosi, ma anche alla tutela dei diritti umani. Perché io non dimentico che quando il 41 bis venne applicato per la prima volta nel nostro Paese, cioè dopo la morte di Giovanni Falcone, si disse in Parlamento che doveva essere un sistema assolutamente transitorio. Il 41 bis era nato come regime eccezionale: la risposta dello Stato alle stragi, per poi ritornare a una gestione più normale. Ma poi è divenuto stabile. Io penso che oggi sia necessaria una riflessione per rompere il tabù".
Lei ha detto: "mentre in commissione Diritti umani guardiamo prevalentemente il diritto umano del detenuto, in Antimafia ci soffermiamo sull'efficacia del carcere duro". Come superare la discrasia?
"Il 41 bis deve essere usato per evitare contatti con l'esterno di un capomafia, per eludere flussi di informazione. Questo non lo metto in discussione. Quel che invece non mi convince del regime carcerario duro è mettere il detenuto una condizione psicologica di particolare costrizione, in modo da indurlo al pentimento. Così non si hanno veri pentimenti, ma richieste di collaborazione con la giustizia, che servono solo a evitare l'isolamento. Il decreto Scotti-Martelli in realtà era nato proprio per questo proposito, non detto, ma implicito. Ma questa normativa, che sollevò molti dubbi fin dall'epoca, è contraria alla nostra Costituzione. Allora diciamo apertamente che se la ratio del 41 bis è ed era quella di costringere al pentimento, ripeto è una tortura".
Lei dice, insomma, che lo Stato ha usato il regime carcerario duro solo per indurre certi mafiosi a collaborare con la giustizia?
"Io penso che lo Stato, se ha concezione democratica, se ha un articolo della Costituzione che dice che le pene devono educare, non può applicare un regime di carcere così duro da indurre a un pentimento "finto", pur di uscire da quello stesso regime. Senza tener conto, che con l'applicazione del decreto Scotti-Martelli, entrarono in isolamento carcerario persone che non erano mai state affiliate o consociate alla criminalità organizzata mafiosa. Uno scandalo".
Che comporta molti rischi.
"Lo Stato democratico deve applicare le leggi, ma non costringere un detenuto, per le condizioni disumane in cui vive, a un pentimento che non è maturato da una sua coscienza personale e intima. Per questo abbiamo collaboratori di giustizia che, pur di uscire dal regime carcerario, dicono tutto e il contrario di tutto. E la colpa è dello Stato".
Le intercettazioni su Totò Riina in cella, disposte dalla Procura di Palermo durante i colloqui con il suo "compagno d'aria" nel cortile del carcere di Opera, hanno occupato per mesi le copertine dei giornali, vanificando di fatto il 41 bis cui è sottoposto Riina dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio 1993: è stato come permettere a Riina di pubblicare i suoi messaggi all'esterno. Che ne pensa?
"È un fatto vergognoso. Si è vanificata l'applicazione del 41 bis a Riina. Non c'è dubbio che sia vicenda scandalosa. E andremo fino in fondo. Voglio sapere chi ha divulgato le intercettazioni alla stampa".
Secondo lei, l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso nel 1993 non rinnovò alcuni 41 bis per dare un segnale di "distensione" a Cosa Nostra, come ipotizzano i pm palermitani nel processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia"?
"Onestamente non credo che Conso, insigne giurista di fama internazionale, abbia revocato o non rinnovato alcuni decreti del 41 bis, per una sorta di "pax" mafiosa. Lo escludo in maniera categorica. E dico di più: contesto questa forma mentis che si è sviluppata da vari anni, che è una mera semplificazione. Cioè se uno contesta il 41 bis, con ragioni valide, sembra che faccia un favore alla mafia e quindi diventa automaticamente mafioso. Mentre chi sposa in toto la normativa è dalla parte buona della società. Questo è un pregiudizio che va combattuto".
Lei crede a un patto tra cosa nostra e Stato, durante il biennio 92-93, in cambio di revoche del 41 bis?
"Lo escludo sicuramente".
E allora cosa pensa del processo palermitano, sulla presunta trattativa Stato-mafia, che vede sul banco degli imputati boss e uomini di Stato, che hanno catturato tali criminali?
"Preferisco non commentare...".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2015
No all'obbligo di custodia cautelare per il concorso esterno in associazione mafiosa. La Corte costituzionale, con la sentenza 48 scritta da Giuseppe Frigo, ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 275, comma 3, secondo periodo, del Codice di procedura penale, nella parte in cui rende obbligatorio il carcere preventivo per chi è indagato di appoggio esterno a Cosa Nostra.
Di fronte alla questione sollevata dal Gip di Lecce, la Consulta osserva che se il soggetto che delinque con "metodo mafioso" o per agevolare l'attività di una associazione mafiosa può, a seconda dei casi, appartenere o meno all'associazione stessa, il concorrente esterno è, per definizione, un soggetto che non fa parte del sodalizio: diversamente, perderebbe tale qualifica, trasformandosi in un "associato".
Nei confronti del concorrente esterno non è, quindi, in nessun caso ravvisabile quel vincolo di "adesione permanente" al gruppo criminale che - secondo la giurisprudenza della stessa Corte costituzionale - è in grado di legittimare il ricorso in via esclusiva alla misura carceraria, quale unico strumento idoneo a recidere i rapporti dell'indiziato con l'ambiente criminale di appartenenza e a neutralizzarne la pericolosità.
A questo proposito, non serve sostenere che il concorrente esterno, analogamente a chi partecipa a tutti gli effetti all'organizzazione, offre comunque un contributo causale al raggiungimento delle finalità del sodalizio criminale: "con la conseguenza che la sua condotta risulterebbe pienamente espressiva del disvalore del delitto di cui all'articolo 416-bis Codice penale, concretandosi anzi, talora, in apporti di maggior rilievo rispetto a quelli dell'intraneus".
Si tratta però di considerazioni che riguardano, in effetti, la gravità dell'illecito commesso dal concorrente esterno, che dovrà essere considerata in sede di determinazione della pena, al momento della formulazione di un giudizio definitivo di colpevolezza. Esse non impongono, invece, preclusioni sul diverso piano della verifica della esistenza e del grado delle esigenze cautelari, che condiziona l'identificazione della misura idonea a soddisfarle. Non ne risulta compromesso, infatti, il rilievo di fondo, espresso dalla sentenza n. 57 del 2013, secondo il quale "il mero "contesto mafioso" in cui si colloca la condotta criminosa addebitata all'indiziato non basta ad offrire una congrua "base statistica" alla presunzione, ove esso non presupponga necessariamente l'"appartenenza" al sodalizio criminoso".
E, nella specie, a prescindere dal peso specifico dei rispettivi contributi, la figura del concorrente esterno - se pure significativa di una posizione di contiguità alla organizzazione mafiosa - si differenzia da quella dell'associato proprio per l'elemento che è in grado di rendere costituzionalmente compatibile la presunzione assoluta e, cioè, lo stabile inserimento in una organizzazione criminale con caratteristiche di spiccata pericolosità (assente nel primo caso, presente nel secondo).
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2015
I processi lumaca costano all'Italia circa 8 milioni al mese. A lanciare l'allarme sulle ricadute economiche della legge Pinto sull'ingiusta detenzione è il capo del dipartimento per l'Ordine giudiziario del ministero della Giustizia, Mario Barbuto, in occasione della conferenza stampa che si è tenuta ieri a Roma per presentare il 5° Salone della giustizia.
Un problema drammatico, come mostrano i numeri. Dal 2002, anno successivo all'entrata in vigore della Pinto, a regime l'Italia è debitrice nei confronti degli indennizzabili, che hanno già ottenuto un decreto ingiuntivo, per 313 milioni di euro. A giugno 2014, le domande di indennizzo ammontavano a 405 milioni, diventati 455 a dicembre 2014. Un aumento di 50 milioni in sei mesi con un trend in crescita.
Inevitabile per Barbuto chiedersi quanti cancellieri, giudici e operatori si potrebbero pagare con queste somme: in sei o sette mesi, gli organici potrebbero essere coperti. Il presidente del Tribunale di Roma Mario Bresciano ricorda che la produttività dei magistrati italiani e di Roma in particolare, è la più alta d'Europa. Malgrado il vuoto d'organico sia del 40%: il 30% fisso e il 13% dovuto alle contingenze del momento dalle ferie alla malattia ai permessi. Il Tribunale di Roma rischia di avere vuoti di organico ancora per 10 anni, anche per effetto della nuova legge che manda in pensione i magistrati a 70 anni.
Il giurista Filippo Patroni Griffi fissa al 25 % l'aumento di organico che sarebbe necessario al Consiglio di Stato. Mentre il presidente emerito della Consulta Annibale Marini sposta l'attenzione sull'importanza di recuperare la norma costituzionale della durata ragionevole del processo, per ridare fiducia ai cittadini.
Temi che saranno affrontati dal 28 al 30 aprile al Salone della Giustizia, che si terrà a Roma, nel Salone delle fontane. A mettere l'accento sull'importanza dell'appuntamento è Guido Alpa, presidente del comitato scientifico. Alpa ha ricordato che l'evento, che punta ad avere un respiro internazionale, con i suoi 27 seminari sarà l'occasione per avvicinare il cittadino e soprattutto ai giovani al mondo della giustizia. Tanti gli appuntamenti ad iniziare con il Convegno del 28 aprile sulla riforma della giustizia, promosso dal Consiglio nazionale forense. Nel programma anche i seminari del Consiglio superiore della magistratura sulla responsabilità civile delle toghe e l'organizzazione degli uffici giudiziari.
Askanews, 27 marzo 2015
Nonostante il banco di prova del voto segreto su alcuni emendamenti, la maggioranza ha retto alle prime votazioni sul ddl anti-corruzione. Concordi il relatore, del Nuovo centrodestra, Nico D'Ascola, e il governo rappresentato dal Guardasigilli Andrea Orlando.
I senatori dem erano stati precettati con un sms: "Sono possibili numerosi voti segreti. La presenza è pertanto obbligatoria senza eccezione alcuna, anche Governo". Così, al termine di una mattinata non priva di qualche tensione, l'aula del Senato ha approvato gli articoli 1 e 2 del provvedimento di cui tornerà a discutere martedì prossimo, per chiudere con il voto finale previsto per la serata di mercoledì.
In sostanza, dopo l'approvazione di alcuni emendamenti, sono previste pene più severe per i reati legati alla corruzione, tempi di sospensione dall'attività professionale più lunghi per i condannati (da un minimo di tre mesi a un massimo di tre anni), ma anche, grazie a due emendamenti di Lega Nord e Forza Italia, accolti con il parere positivo di relatore e governo, un aumento a due terzi dello sconto di pena per i collaboratori di giustizia.
Ma, ha voluto puntualizzare il Guardasigilli, "non ci siamo limitati ad aumentare le pene": si sono colmate alcune "lacune" stigmatizzate dai report internazionali in tema di auto-riciclaggio e di falso in bilancio, si è avviata una lotta "seria" a un fenomeno che è "un'emergenza nazionale" tale da richiedere "l'unità delle forze politiche" nel combatterla. Insomma, ha attaccato Orlando, "basta con la propaganda di chi anche su questo tema cerca di lucrare qualche voto". Il messaggio è uno: "Chi corrompe o si fa corrompere tradisce il Paese".
In aula si sono palesate tensioni in un paio di occasioni. La prima quando Forza Italia ha stigmatizzato l'aumento delle pene minime previste, la seconda per l'attacco del senatore Lucio Barani (Gal) al presidente Pietro Grasso che guidava i lavori. "È un'aberrazione - ha sbottato Giacomo Caliendo, senatore azzurro, già sottosegretario alla Giustizia dell'ultimo governo Berlusconi - mantenere pene minime così alte da costringere il giudice ad applicare la detenzione. Mi appello al presidente Napolitano che in passato e prima di me ha fatto considerazioni in questo senso". Barani gli ha dato man forte sostenendo che "l'aumento della pena minima è del 50% e dunque per fatti minimi ancorché gravi e solo per accuse ancora non controllate facciamo arrestare anche degli innocenti". Per concludere in crescendo: "In quest'aula il primo che recita Calamandrei gli do quattro ceffoni, non siete degni di nominarlo".
Qui si è inserita la polemica con Grasso, che l'ha invitato ad usare un linguaggio più adeguato. Barani ha risposto con parole, poi smentite, in una nota, dallo stesso senatore, ma riportate dal resoconto stenografico del Senato in questa forma: "Credo che anche i suoi genitori le abbiano dato ceffoni, e forse se gliene avessero dati di più l'avrebbero educata meglio".
Infine il Movimento 5 stelle, al di là della conferma, avallata dal capogruppo Andrea Cioffi, di votare a favore o contro "punto per punto", ha giudicato la legge un compromesso al ribasso e invitato Grasso a togliere la firma. L'appello è giunto dal vice presidente della Camera, Luigi Di Maio, secondo il quale "Grasso dovrebbe togliere la sua firma da quel disegno di legge se veramente tiene a una legge anticorruzione perché quella non è una legge anticorruzione, è stata svuotata e svilita".
Orlando: chi corrompe tradisce Paese
Senato. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando è intervenuto questa mattina nell'aula del Senato prima dell'inizio dei voti sugli articoli del disegno di legge anticorruzione: "Cosa c'è di più grave in un momento come questo se chi svolge funzioni pubbliche tradisce la collettività per un interesse proprio? In questo momento storico chi corrompe o si fa corrompere tradisce il Paese. Con questo provvedimento offriamo strumenti più efficaci nel contrasto alla criminalità economica e mafiosa e nella lotta alla corruzione". Nel suo intervento il guardasigilli ha poi precisato: "Sono consapevole che aumentare le pene non basta e a volte è inutile. Ma noi non ci siamo limitati ad inasprire le pene, miglioriamo e rendiamo più congruo il sistema di repressione di cui disporre". Il ministro cita i molti report internazionali, che segnalano due grandi lacune nel nostro Paese "una sull'auto-riciclaggio e il sostanziale svuotamento del reato del falso in bilancio: il primo è già legge, il secondo lo ridiventerà con questo provvedimento".
È un appello all'unità quello che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando rivolge in conclusione al Senato: "Non sconfiggeremo la corruzione se non riusciremo a dare un segnale che deve caratterizzare tutte le forze politiche: la costruzione dell'unità viene prima della costruzione del singolo punto di vista".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 27 marzo 2015
I contorsionismi politico-legislativi del governo Renzi sulle questioni legate alla giustizia sono un susseguirsi disomogeneo ed imprevedibile di macchie di leopardo. Dopo aver ignorato ostinatamente qualunque principio di razionalità giuridica in tema di prescrizione e di legislazione di anticorruzione, Renzi viene oggi invece ad invocare invalicabili limiti nell'ambito della nuova proposta di legge in tema di intercettazioni telefoniche.
Non mi piace il termine garantismo. Un po' perché finisce in "ismo", suffisso che nella lingua italiana generalmente indica una valenza deteriore; ma soprattutto perché dà un'idea debole di quello che vorrebbe in realtà significare. Infatti, la vera differenza non è fra garantismo e antigarantismo - non me ne voglia l'amico Piero Sansonetti che firma un quotidiano così titolato - bensì tra chi ha il senso del diritto e chi non ce l'ha.
Ecco dunque la contesa che da molti anni affligge la vita pubblica italiana: da una parte, coloro che se ne infischiano bellamente di qualunque limite imposto dai principi giuridici, anche a costo di calpestarli impunemente; dall'altra parte, coloro che faticosamente e quotidianamente se ne fanno invece carico, evidenziando limiti a loro modo assoluti che neppure la ragion di Stato è legittimata a scavalcare.
Ne viene che questi limiti o ci sono o non ci sono, o vengono riconosciuti o vengono ignorati: non ci sono alternative. Sicché, osservando con un po' di attenzione i contorsionismi politico-legislativi del governo Renzi, molto si stenta ad individuare in essi il riconoscimento di questi limiti, in quanto l'azione di governo si connota, per dir così, quale un susseguirsi disomogeneo ed imprevedibile di macchie di leopardo. Infatti, il governo, dopo aver ignorato ostinatamente qualunque principio di razionalità giuridica in tema di prescrizione e di legislazione di anticorruzione, viene oggi invece ad invocare invalicabili limiti nell'ambito della nuova proposta di legge in tema di intercettazioni telefoniche.
Poche settimane fa abbiamo assistito a una riforma della prescrizione dei reati che praticamente consente di perseguire anche quelli di scarso allarme sociale per 15 o 20 anni di seguito, come nulla fosse, ignorando completamente il senso giuridico di cui è portatore l'istituto della prescrizione e reati. Abbiamo anche assistito, impotenti, ad un aumento indiscriminato delle pene previste per la corruzione, nell'ottusa speranza che aumentare le pene serva a ridurre il numero dei reati commessi, cosa che si è sempre dimostrata assolutamente falsa.
Oggi, improvvisamente e inaspettatamente, dopo essersene dimenticato per mesi, Renzi si ricorda di quel diritto che bussa alla sua porta e, per non scontentarlo, tira i remi in barca, confezionando un disegno di legge che limita alquanto la libertà delle intercettazioni telefoniche e che perciò ovviamente scontenta sia i versanti giustizialisti del suo partito sia una buona parte delle Procure italiane che la pensano diversamente.
Domanda: si può coltivare il senso del diritto ad intermittenza? A macchia di leopardo? Probabilmente no, perché c'è da credere che in questo caso quando del diritto ci si ricorda ad intermittenza, non si tratti di coltivarne il senso a beneficio di tutti, ma al contrario si tratti di confusione politica oppure di puro e semplice opportunismo. C'è da temere che quest'ultima sia l'interpretazione più corretta, in quanto da alcuni mesi Renzi mostra una crescente insofferenza verso il Nuovo Centro Destra, cioè verso quella componente di maggioranza di governo che per tradizione e vocazione ripropone l'azione politica circoscritta dai limiti invalicabili del diritto. Vogliamo scommettere che dopo le dimissioni del ministro Lupi, quella poltrona invece di tornare appannaggio del Ncd sarà invece affidata a un fedelissimo di Renzi?
La Repubblica, 27 marzo 2015
Multe per chi pubblica le intercettazioni già chiuse nella cassaforte destinata a contenere quelle secretate per sempre, quelle che riguardano chi finisce coinvolto in una registrazione disposta dalla magistratura, ma non è né colpevole, né tantomeno indagato. Un caso Lupi, tanto per intenderci. Ci sarà questo, ma anche molto altro, nella legge Renzi sulle intercettazioni. In cottura a Palazzo Chigi proprio da quando è esploso il caso dell'ex ministro delle Infrastrutture di Ncd costretto a lasciare la poltrona per via delle intercettazioni.
Gli alfaniani premono molto, ma anche il premier è convinto che si debba voltare pagina sulla questione. All'insegna di due leit motiv: stop all'intercettazione irrilevante che finisce nelle ordinanze delle toghe, stop alla stampa che comunque la pubblica.
I contenuti sono già individuati, tutto ruota su quattro capisaldi: regole ferree per i magistrati che non potranno più utilizzare le intercettazioni penalmente non rilevanti nei provvedimenti cautelari, di sequestro o di perquisizione; l'udienza stralcio in cui magistrati e avvocati selezioneranno le registrazioni; una cassaforte in cui chiudere il materiale destinato alla più totale riservatezza; un responsabile unico della cassaforte; multe per la stampa che, nonostante tutto questo, pubblica lo stesso i testi più succosi.
I dubbi riguardano il vagone su cui camminerà la riforma. Una legge autonoma, tutta sulle intercettazioni, da mandare avanti spedita. Oppure la sola delega, com'è attualmente, all'interno della riforma del processo penale, che giace alla Camera dall'autunno scorso.
O ancora una delega che si scioglie in un testo, ma sempre all'interno di quel disegno di legge.
Certo è che il Guardasigilli Andrea Orlando avversa l'ipotesi dello stralcio, su cui preme invece Ncd a favore della legge sulla diffamazione (emendamento Pagano) perché strategicamente ritiene che le intercettazioni possono "trainare" tutta la riforma del processo penale verso il voto.
In calo, invece l'ipotesi di utilizzare il vagone del ddl sulla diffamazione, fortemente sponsorizzato da Ncd, proprio per evitare che le norme sugli ascolti assumano subito un imprinting colpevolista verso la stampa. Lo esclude recisamente il Pd Walter Verini perché, dice, "non è quella la sede giusta". Molti dem autorevoli dicono che quel ddl non ha un futuro, e potrebbe arenarsi nelle secche parlamentari.
Il dato certo è che la notizia di un lavorio legislativo sugli ascolti scatena le opposte fazioni. C'è quella favorevole, in primis l'Ncd di Alfano e Lupi, che domani, in molte città, darà vita alla giornata intitolata "le vite degli altri", banchetti in piazza per sollecitare proprio la legge sugli ascolti. Sul fronte opposto ecco la Fnsi che col segretario Raffaele Lorusso tuona "contro il rischio di un nuovo bavaglio e della limitazione del diritto di cronaca". Il sindacato dei giornalisti "non invoca né il libero arbitrio, né l'impunità assoluta", ma dice che "il diritto alla privacy non va affrontato con misure che ledano il diritto-dovere di informare".
di Gian Luca Favetto
Venerdì di Repubblica, 27 marzo 2015
Un uomo, in uno stanzone disadorno, beve da un bicchierino di plastica. Tira giù tutto d'un fiato. Con l'altra mano impugna un contenitore trasparente su cui è scritto: Terapie Pz. Una pozione terapeutica. È la medicina quotidiana. Dietro di lui, un vecchio ragazzo corpulento aspetta la sua dose. In primo piano si intravede la mano guantata di un infermiere. È un'immagine, un frammento di tempo che si ripete ogni giorno a Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova, in uno dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari. Per gli addetti ai lavori, Opg. In Italia esistono ancora.
Per pochi giorni, però. Dal primo aprile chiudono tutti: quello di Castiglione e quello di Aversa, quello di Napoli e quello di Reggio Emilia, quello di Montelupo Fiorentino e quello di Barcellona Pozzo di Gotto. Hanno sostituito i manicomi criminali e adesso chiudono anche loro. È sicuro. Quasi. Già nel 2012 erano stati aboliti, ma poi sono stati tenuti in vita due volte con una proroga. Ora, spariscono definitivamente, salvo poi vedere quanto si impiega a sostituirli con i Rems, le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria previste dalla legge. Saranno almeno un paio di strutture in ogni regione ad accogliere i 704 internati degli Opg, quelli che, incapaci di intendere e di volere, etichettati come pazzi, hanno commesso un reato grave.
"Ho trovato di tutto lì dentro" spiega Max Ferrero, autore di un reportage nelle carceri della follia, un residuo di Ottocento nell'Italia di oggi. È un lavoro fotografico realizzato fra giugno 2014 e gennaio 2015 in quattro dei sei Opg italiani: Reggio Emilia, Montelupo, Castiglione e Aversa. "Dovevo trovare un leader che si facesse fotografare per primo" racconta. "Il suo esempio, poi, convinceva gli altri. In genere è facile individuarlo, basta trovare il più grosso o il più tatuato. A Reggio Emilia, per esempio, l'ho trovato subito: un body builder con uno sguardo di pietra, che ha fatto il buttafuori nelle discoteche, la riscossione crediti e il giocatore di calcio fiorentino.
E poi ne ho trovato un altro, che ha trasformato il suo corpo in un manifesto pieno di scritte, disegni e cicatrici". A Montelupo ha incontrato un ragazzo con un teschio tatuato su tutta la schiena. "Mi ha chiesto di fotografare i suoi tatuaggi. Non mi hanno aperto la cella, dicevano che era troppo violento. Ho infilato un attimo la macchina fra le sbarre, ma la guardia mi ha portato subito via. A colpirmi è stato il vuoto intorno: immenso. La cella era abbastanza grande, aveva solo un letto e il senso di soffocamento era totale". Dice Antonella Tuoni, direttore penitenziario da vent'anni e dal 2011 responsabile della struttura di Montelupo.
"Da questa esperienza mi porto a casa un'intensa consapevolezza umana. Ho avuto anche l'opportunità di cambiare positivamente la vita delle persone qui dentro. Quando sono arrivata, c'era ancora la contenzione. Negli Opg ci sono esseri umani con grandi sofferenze, appartenenti spesso ad aree della marginalità, con situazioni familiari problematiche, relegati dalla società in luoghi lontani dagli occhi, veri non-luoghi, perché rappresentano il fallimento del nostro stato sociale. Gli Opg sono lo spaccato più drammatico di quello che è chiamato pianeta carceri, usando un'espressione che tende ad attribuire al carcere un carattere di extraterritorialità, come fosse un pianeta marziano, ma non lo è".
È parte del nostro mondo. Parte di noi. Più facile capirlo a Castiglione delle Stiviere, Opg non carcerario, diverso dagli altri che dipendono dal Ministero della Giustizia. Fondato nel 1939, funziona come una struttura sanitaria dell'Azienda ospedaliera di Mantova. È quello con più ospiti e con una sezione femminile: 156 uomini e 64 donne. "Ho trovato gli sguardi dei ricoverati meno spenti" racconta Ferrero.
"Ma è stato più difficile il lavoro. Le persone sembravano avere più coscienza di sé, di ciò che avevano fatto, e non avevano voglia di parlare, né di farsi fotografare. Qui si muovono liberamente, non ci sono guardie carcerarie, né sbarre. Ci sono un parco, una piscina, il campo da pallavolo, quello da tennis, il campetto da calcio. Sembra una comunità. È il prototipo di ciò che, dalla prossima settimana, dovrebbero essere le nuove residenze". Conferma Andrea Pinotti, ex primario di Psichiatria nel Basso mantovano, da un anno direttore di Castiglione: "Siamo il superamento già attuato delle Opg, sin dalle origini. Più della metà dei nostri pazienti lavora con uno stipendio.
Abbiamo anche un teatro, una palestra, un laboratorio di tipografia, di sartoria, di pittura, di falegnameria e restauro. Ogni stanza ha il suo bagno. Siamo una struttura di eccellenza per la psichiatria forense. Ed è per questo che nei nostri spazi, da aprile, funzioneranno sei Rems con 120 posti a disposizione. Siamo come un ospedale specialistico che lavora in sinergia nel territorio". Quella degli Opg è una popolazione divisa in due, e non in base alla gravità dei reati. Ci sono i più anziani, con i classici disturbi bipolari, le psicosi, le forti depressioni.
Poi ci sono i gravi disturbi di personalità legati all'abuso di sostanze, e in questi casi l'età è sempre più bassa. "Aversa è il luogo dove le persone mi hanno raccontato di più le loro storie" ricorda Ferrero. "Ho trovato uno che ha spaccato la testa al padre, un serial killer che ha segato almeno un paio di donne, uno che ha mangiato la madre e uno che è entrato e uscito quattro volte, perché appena lo trasferiscono in comunità rifiuta le medicine e ridiventa violento. Ho scelto il bianco e nero per concentrare l'attenzione sulle luci e sulle forme, senza la distrazione dei colori, per poter misurare la dimensione alienante degli spazi". Il risultato è un viaggio al di là dello specchio, in una normalità assurda, dove il tempo sospeso ti riflette e ti imprigiona. Quello che vedi è una sofferenza disorientata. Per allontanarla non basta chiudere gli occhi. Continua a respirarti addosso. E il suo alito è dolore e violenza.
di Diletta Grella
Vita, 27 marzo 2015
Si celebra oggi la Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere (iniziativa istituita nel 2014, qui il programma), in occasione della 53a Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day) indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro presso la sede Unesco di Parigi.
"Tra i personaggi che ho interpretato quello che mi è 'entrato dentrò di più è Prospero, il vero Duca di Milano de "La tempesta" di Shakespeare. Donatella Massimilla, la nostra regista a San Vittore, a Milano, ha voluto sottolineare la sua saggezza, la sua pacatezza. Quella saggezza e quella pacatezza che tante, troppe volte, sono mancate a me nella vita". Alfredo, 50 anni, è un uomo libero da un mese. Gli ultimi vent'anni li ha passati fuori e dentro dal carcere. Dove ha sempre cercato di frequentare i laboratori teatrali.
"Sono stati anni lunghi, difficili... Una cosa mi ha aiutato ad andare avanti: il teatro. Le ore delle prove erano momenti di serenità. Finalmente potevo fare qualcosa che non fosse stare sdraiato sulla mia branda o giocare a carte. Perché in galera, di solito, non si fa molto di più... Potevo socializzare, stare in un gruppo. Potevo capire qualcosa in più di me. Potevo anch'io provare emozioni".
"La storia del teatro nelle carceri è abbastanza recente" spiega Massimo Marino, critico teatrale e autore di una ricerca su teatro e carcere nel nostro Paese, condotta nel 2005 all'interno di un progetto europeo, in collaborazione con il Ministero della Giustizia. "Tutto nasce sull'onda di un movimento di opinione che, dagli anni Settanta, chiede misure alternative alla detenzione e un carcere meno segregante. La Legge Gozzini, del 1986, rafforza questa tendenza, perché promuove le attività che favoriscono il recupero e la formazione dei detenuti, anche di chi ha commesso i reati peggiori".
Una data storica per il teatro in carcere nel nostro Paese è il 1984. Il San Quentin Drama Workshop, la compagnia fondata nell'omonima prigione californiana dall'ergastolano Rick Cluchey (graziato poi per meriti teatrali; storia incredibile, la sua!) arriva prima in Toscana e poi in altre città d'Italia, con una tournée organizzata da Pontedera Teatro. "L'interesse che suscita sono fortissimi" continua Marino. "Prima di allora non si era mai visto un ex-detenuto recitare. La messa in scena di alcune opere di Samuel Beckett lascia senza parole. In quegli stessi anni, anche in Italia iniziano a svilupparsi esperienze simili. E forse non è un caso che le carceri in cui il teatro si radica di più sono proprio quelle della Toscana (la prima regione raggiunta da Cluchey)".
In base ad una ricerca del 2012, condotta dalla Direzione Generale Detenuti e Trattamento del Ministero della Giustizia, in più della metà degli oltre duecento penitenziari italiani, è presente un laboratorio teatrale o musicale. "Le esperienze sono numerose e variegate sotto tanti punti di vista" spiega Vito Minoia, direttore della rivista "Teatri delle diversità".
"Già le diverse tipologie delle carceri impongono differenti modalità di svolgimento dei laboratori teatrali: nelle case circondariali è più difficile costituire una compagnia teatrale, perché le persone si trattengono per un periodo breve. Il discorso cambia nelle case di reclusione, dove si viene destinati per una detenzione lunga. Per fare rete, superando le diversità, e per creare occasioni di scambio e di confronto, nel 2011, abbiamo dato vita ad un Coordinamento Nazionale Teatro in che io presiedo. Il Coordinamento interagisce con le istituzioni, a partire dal Ministero della Giustizia, con cui nel 2013 abbiamo sottoscritto un protocollo d'Intesa, tramite l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari".
Al momento le esperienze che vi aderiscono sono 43, in rappresentanza di 13 regioni. "Purtroppo va sottolineata la fragilità di molti laboratori teatrali, che non riescono a perdurare nel tempo, soprattutto per problemi economici" continua Minoia. "Un tempo il Ministero della Giustizia dava un contributo che, negli anni, a causa della crisi, è venuto meno. Ad oggi, sono soprattutto alcuni enti regionali che garantiscono la continuità del lavoro. Tra tutti segnalo l'eccellenza della Toscana".
Tra le iniziative organizzate dal Coordinamento, la Giornata Nazionale di Teatro in Carcere: il 27 marzo, in occasione della Giornata Mondiale del Teatro, si svolgerà la seconda edizione, con eventi aperti al pubblico, sia all'interno che all'esterno degli istituti di tutta Italia. L'esperienza più continuativa e longeva di teatro in un carcere, ad opera dello stesso regista, è quella di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza a Volterra. Un'eccellenza dal punto di vista artistico. Punzo si è felicemente autorecluso, da 27 anni, nella suggestiva Fortezza Medicea, l'istituto di pena della città toscana, "perché non ho trovato niente di meglio fuori", come lui stesso dichiara. "Era il 1988 e il teatro che vedevo non mi interessava. Non volevo lavorare con attori professionisti, ma con altre voci, altri corpi, altre possibilità.
Guardavo il carcere e pensavo: lì dentro ci sono tante persone che non hanno niente da fare tutto il giorno. Oltretutto, persone che non giocano con la cultura, perché ne hanno poca, e quindi, in un certo senso, culturalmente più libere. Proprio lì si poteva reinventare il teatro, ripartire da zero... Ho chiesto di poter lavorare con loro". Il primo progetto approvato prevede 150 ore. Punzo ne fa 1.400. "Non riuscivo più ad uscire. E non sono più uscito. Io non sono entrato in carcere per il carcere, mosso da finalità sociali o educative. Sono entrato per il teatro. Il carcere mi aiuta a capire l'essenza del teatro e quindi dell'uomo.
In quella stanzetta di tre metri per nove, dove tutti i giorni proviamo, cerco di comprendere, attraverso il teatro, chi è l'uomo, chi sono io... Come scriveva il poeta Franco Fortini: 'La mia prigione vede più della tua libertà'". Con la sua Compagnia della Fortezza, Punzo ha realizzato una trentina di spettacoli, ospitati nei più importanti festival e rassegne del Paese.
L'ultimo, adesso in tournée, è "Santo Genet", che sta riscuotendo grande successo di critica e di pubblico. Tra i numerosi riconoscimenti conquistati in questi anni, sei Ubu, il più prestigioso premio per il teatro in Italia. "Ora, il mio desiderio è di realizzare un teatro stabile all'interno del carcere, il primo al mondo. Un luogo di ricerca artistica e culturale, oltre che di formazione per i mestieri dello spettacolo, aperto a tutti".
Il progetto sta scatenando un grande dibattito. Tra i sostenitori c'è Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti della Toscana: "Credo fermamente nella necessità di una riforma delle carceri. Penso che questa debba nascere dal territorio, a partire da un'idea di convivenza piuttosto che di esclusione sociale. In questo senso, l'idea di un Teatro Stabile come quello pensato da Punzo, che confonda i ruoli di chi è dentro e di chi è fuori, potrebbe essere un'opportunità generativa per ripensare un'istituzione come quella carceraria che, così com'è, non ha più senso".
A credere molto nell'importanza di creare una rete internazionale di esperienze di teatro in carcere è Donatella Massimilla. Donatella è l'anima creativa e vulcanica del laboratorio teatrale nel carcere di San Vittore a Milano, tra i più significativi e apprezzati nel nostro Paese, dal punto di vista artistico. Forte di una lunghissima esperienza di lavoro in contesti europei, quindici anni fa, Massimilla ha fondato il Cetec-Centro Europeo Teatro e Carcere, una cooperativa sociale che si occupa di realizzare progetti di teatro e arte nel sociale in Italia e in Europa, oltre che del reinserimento lavorativo degli ex-detenuti. Tanti gli eventi e le occasioni di confronto con altre realtà internazionali.
Donatella racconta così come ha iniziato a lavorare negli istituti di pena: "Mi sono formata con i grandi maestri del teatro contemporaneo, da Jerzy Grotowsky a Heiner Müller, e da subito ho preso confidenza con un linguaggio teatrale legato al corpo e all'interiorità" spiega. "Sentivo il bisogno di lavorare in una comunità, su storie di vita vere. Il carcere è stato il naturale esito di questo mio desiderio". San Vittore è una casa circondariale, dove la maggior parte dei detenuti rimane per un breve periodo, in attesa di giudizio. "Nell'organizzazione dei laboratori, devo tenere conto che i partecipanti, da un giorno all'altro, potrebbero non esserci più. I miei lavori, quindi, sono quasi sempre studi, più vicini al linguaggio della performance che alle rappresentazioni del teatro classico".
Grande il successo riscosso dall'ultimo spettacolo, "San Vittore Globe Theatre", al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Repliche previste in occasione dell'Expo. Tra i prossimi eventi aperti al pubblico, "Happy Alda!" e "A cena con Alda", un omaggio alla poetessa Alda Merini, che alle detenute-attrici di San Vittore ha dedicato questi versi: 'Forse la durezza delle leggi potrà nulla contro la speranza che c'è in ognuno di noi... Ci sono bellissimi fiori che vivono avvinghiati ad una sbarra". Il teatro, per Donatella, è un ponte tra il dentro e il fuori. È terapia. È libertà: "In carcere il tempo si ferma. Il detenuto, sradicato dai suoi affetti e dai suoi luoghi, non sa più chi è. Recitando, può recuperare una relazione con gli altri, può riconquistare la sua autostima e lentamente ritrovare la sua essenza".
Anche il cinema si è interessato al teatro in carcere. Nel 2012, Paolo e Vittorio Taviani girano "Cesare deve morire" nel reparto di alta sicurezza del carcere di Rebibbia, a Roma: il film narra la messa in scena del "Giulio Cesare" di Shakespeare da parte dei detenuti, diretti dal regista Fabio Cavalli. Tra i premi vinti: l'Orso d'oro al Festival di Berlino e cinque David di Donatello. A colpire è il fatto che gli attori recitano Shakespeare in napoletano, siciliano, romano.
"Il dialetto, per la maggior parte dei detenuti, è la lingua madre, quella in cui esprimono la loro emotività più profonda. I lavori che mettiamo in scena, quindi, sono perlopiù in dialetto" chiarisce Cavalli, direttore generale del Centro Studi Enrico Maria Salerno (www.enricomariasalerno.it) che, dal 2002, ha la responsabilità delle attività teatrali a Rebibbia Nuovo Complesso. Cavalli, attore e regista, ha lavorato con i più grandi: da Alberto Lionello a Franco Zeffirelli, a Mario Missiroli. Poi, nel 2002, l'incontro con il carcere.
Un po' per caso: "Un amico mi chiese di dargli una mano. La prima opera che mettemmo in scena fu 'Napoli Milionarià di Eduardo De Filippo. Lì, con quei 25 detenuti di massima sicurezza, incontrai più teatro di quanto ne avessi mai visto prima. E continuo ad incontrarlo. Più volte mi sono chiesto da dove arrivi tutta questa carica espressiva... Gran parte degli scrittori che hanno segnato la storia della letteratura ha vissuto storie di prigionia, di costrizione... I detenuti hanno una biografia simile agli autori che interpretano e quindi, forse, riescono ad esprimere meglio le emozioni dei loro testi".
Gli stessi Taviani hanno dichiarato: "Quando il Bruto di "Cesare deve morire" dice "Per questo io l'aggio acciso", non è che sia più bravo di Marlon Brando o di James Mason. Solo che nello sguardo di questo attore brilla una luce particolare: dice qualcosa di un mondo che ha visto davvero. E lo stesso succede con gli altri attori del nostro film... è questo che ci ha travolto!".
"Ripenso al regista Carlo Cecchi" prosegue Cavalli "che una volta, vedendo un nostro spettacolo, disse provocatoriamente: 'Per forza non riesco a trovare attori bravi là fuori. Stanno tutti in galera!'". Interessante un'indagine osservazionale che il Centro Studi Enrico Maria Salerno sta svolgendo in collaborazione con alcuni docenti di medicina e fisiologia dell'Università La Sapienza di Roma: "Tra i carcerati che hanno commesso reati gravi, il tasso di recidiva in media è del 65-70 per cento" dice Cavalli.
"Per chi fa teatro, invece, scende sotto il dieci. Significa che la recitazione è uno strumento potente anche dal punto di vista rieducativo. Ecco perché è fondamentale che a gestire i laboratori siano persone qualificate". Ad accomunare le esperienze di teatro-carcere, è che non sono né i registi né la direzione penitenziaria a scegliere i detenuti che partecipano ai laboratori. "Tutti possono fare domanda. Poi, incontro dopo incontro, è il teatro che sceglie: c'è una sorta di selezione naturale" spiega Maria Cinzia Zanellato, regista che, dal 2005, ha la direzione artistica del progetto "Teatrocarcere" al Due Palazzi di Padova.
"Questo è uno stimolo per il mio lavoro, perché incontro persone diverse e inaspettate. Ci sono anche stranieri, di varie provenienze geografiche: Africa, Sud America, zone balcaniche... Le differenze linguistiche non sono mai un problema, ma un'opportunità da sfruttare teatralmente!". Prima di lavorare è importante amalgamare le persone, formare un gruppo. Anche perché il carcere, di per sé, produce individualismi fortissimi. "Gli incontri iniziali sono momenti di ascolto, di dialogo..." chiarisce Zanellato. "Cerchiamo di creare relazioni autentiche, che poi, peraltro, perdurano quando i detenuti ritornano in cella. Per me è fondamentale coniugare l'aspetto artistico con quello umano".
di Michele Bugliari
Il Mattino di Padova, 27 marzo 2015
La Cgil chiede a Zaia e Coletto di garantire i servizi alternativi agli ospedali giudiziari chiusi per legge. "La legge nazionale prevede che gli ospedali psichiatrici giudiziari siano chiusi entro il 31 marzo ma la Regione non ha ancora provveduto ad una sistemazione alternativa e dignitosa per i 55 reclusi veneti, 48 uomini e sette donne, affetti da gravi problemi mentali".
È la denuncia di Ugo Agiollo della segreteria confederale della Cgil di Venezia e di Gianfranco Rizzetto del Comitato Stop Opg Veneto, che oggi alle 17.30 nella sede di Mestre della Cgil, in via Cà Marcello, saranno tra i protagonisti del convegno sul tema: "Restituire un volto, un nome, dignità e diritti. Per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari". Sarà l'occasione per discutere del libro "Mala dies. L'inferno degli ospedali psichiatrici e delle istituzioni totali in Italia" (Infinito Edizioni) di Angelo Lallo, ricercatore recentemente scomparso.
All'iniziativa saranno, inoltre, presenti i figli dello studioso, Alex ed Ivan Lallo, Stefano Cecconi della Cgil nazionale, l'avvocato Annamaria Marin ed Anna Poma del Forum veneto Salute Mentale. La Cgil, inoltre, continuerà a promuovere il un digiuno a staffetta a favore della reale chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.
"La legge che prevede la chiusura delle strutture che attualmente ospitano i detenuti", sostengono Agiollo e Rizzetto, "rappresenta una conquista di civiltà. Gli ospedali giudiziari, come ha dimostrato anche un'importante inchiesta giornalistica, sono stati luoghi in cui sono stati calpestati i diritti dei pazienti reclusi. Il parlamento giustamente ha stabilito per legge la chiusura, dopo un appello dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il problema però è che la Regione a pochi giorni dalla prevista chiusura non sia ancora pronta a sistemare i detenuti psichiatrici veneti nelle strutture sanitarie. Inoltre, l'amministrazione veneta sinora ha dimostrato di essere intenzionata a realizzare una Rems (residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) a Verona. Noi, invece, sosteniamo che il Veneto così come ha fatto il Friuli dovrebbe opporsi a questa politica perché i Rems saranno solo degli ospedali giudiziari con un nome più accettabile".
Oggi i detenuti psichiatrici veneti sono 47 uomini in carico all'ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e sette donne ricoverate nell'analoga struttura di Reggio Emilia. Il sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo (Pd) ha denunciato i ritardi del Veneto dicendo: "Nel merito deciderà il Governo, dopo due anni di proroghe, sarebbe intollerabile un allungamento indeterminato dei tempi nell'apertura delle Rems. Il ministero monitorerà attentamente il rispetto delle scadenze da parte delle Regioni".
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