di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 maggio 2019
Domani al Salone Internazionale del Libro sarà premiato il vincitore del "Premio Goliarda Sapienza- Racconti dal carcere", il concorso letterario nato nel 2011 e rivolto alle persone detenute, con il coinvolgimento diretto di grandi scrittori e artisti nelle vesti di tutor. Il progetto è promosso e organizzato da InVerso Onlus con il sostegno della Siae e fin dalla sua nascita ha come madrina la scrittrice Dacia Maraini.
truenumbers.it, 8 maggio 2019
Hanno meno di tre anni. La maggior parte è in Campania. A San Vittore sono 10. Case famiglia protette, istituti a custodia attenuata, classici penitenziari. La legge italiana prevede diverse soluzioni per le detenute con figli piccoli (da 0 a 3 anni), per evitare che questi siano strappati dalle proprie madri nel momento di maggiore bisogno. In sostanza, però, si tratta di bambini in carcere con le mamme, con tutto ciò che questo comporta.
di Giovanni Orsina
La Stampa, 8 maggio 2019
Sogno una campagna elettorale nella quale non si parli di questioni giudiziarie. È il sogno meraviglioso di un paese civile nel quale i giornali non riportano intercettazioni telefoniche e a nessuno viene chiesto di dimettersi per un avviso di garanzia, ma si aspetta una sentenza passata in giudicato (eh sì: nel paese civile una condanna in primo grado non basta - anche se, a parziale risarcimento dei fan della ghigliottina, per arrivare al giudicato in quello stesso paese non occorrono tempi biblici).
di Isaia Sales
Il Mattino, 8 maggio 2019
"Chi mi chiede se Michael Sullivan era una brava persona o solo un poco di buono, io do sempre la stessa risposta, dico soltanto: era mio padre!". Sono le ultime parole di un film indimenticabile di Sam Mendes (con un'interpretazione superlativa di Tom Hanks) che racconta di un ragazzino che in circostanze tragiche viene a sapere che il suo affettuoso padre non è altro che un killer spietato al servizio di un boss mafioso.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 8 maggio 2019
Tre giorni di proteste. Da mercoledì, per tre giorni, gli avvocati penalisti tornano a scioperare contro la "deriva populista e giustizialista della legislazione penale in Italia". Una deriva, denuncia l'Unione camere penali italiane, che ha origini lontane ma che "oggi si è trasformata in un obiettivo prioritario del governo del paese": "La legislazione penale è costantemente ispirata all'indiscriminato e irragionevole aumento delle pene, con una vera e propria idolatria per la condanna perpetua - detentiva o comunque inibitoria e interdittiva - del reo; al disprezzo per la funzione rieducativa della pena e a ogni alternativa al carcere; alla sovversione della presunzione di non colpevolezza".
di Antonella Boralevi
La Stampa, 8 maggio 2019
C'è in ospedale, a Napoli, una bambina piccola, con i piccoli polmoni trapassati da una pallottola calibro 9. Un'arma da guerra. Non ha ancora 4 anni. Era seduta al tavolino di un bar, di quelli sul marciapiede, con sua nonna. Forse aspettava un gelato. Invece è arrivato un killer camorrista. Ha ammazzato la vittima designata. Ma ha colpito anche lei. Però questa non è la solita storia di Napoli Gomorra. Questa è anche una storia di rinascita.
Perché, durante la manifestazione civile che ha portato lì, in piazza Nazionale dove il sicario ha colpito Noemi, migliaia di napoletani coraggiosi, c'è stato uno più coraggioso di tutti. Uno che ha 23 anni. Che mai aveva parlato in pubblico. Si è fatto passare il megafono. Così, d'impulso, ha raccontato poi. E, su quella marea di teste insieme forti e disperate, la sua voce giovane è esplosa come una bomba.
"Sono Antonio Piccirillo, figlio di Rosario Piccirillo, che ha fatto scelte sbagliate nella vita. È un camorrista. Dissociatevi, figli di queste persone. Perché la camorra è ignobile, ha sempre fatto schifo e non ha mai ripagato". Questo giovane uomo ha cambiato il mondo. Ha fatto diventare di colpo il mito di Gomorra uno schifo. Questo ragazzo senza padre ("Non l'ho mai visto, per vent'anni è entrato e uscito dal carcere") ha saputo diventare, lui, padre. Padre di tutti i figli di camorra che forse provano lo stesso schifo, ma non avevano il coraggio di rinnegare i padri.
ANTONIO PICCIRILLO. Scriviamolo in maiuscolo, il nome di questo giovane eroe. Ha fatto qualcosa che non si era mai visto. Ha dato ai giovani senza futuro, raccontati da Gomorra, un'alternativa. Ha preso il rischio. Ha aperto il cuore.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 maggio 2019
Una sentenza riapre il dibattito sulla norma. La Corte di Cassazione si spacca sul decreto Salvini. E le toghe si fanno "la guerra", usando come ring il campo dei permessi di soggiorno per i migranti. La battaglia riguarda la possibilità di applicare la nuova legge anche ai giudizi pendenti e non solo alle nuove domande, risultando, di fatto, retroattiva. Un punto sul quale ora dovranno pronunciarsi i giudici delle Sezioni Unite, chiamati in causa dal collegio presieduto dal giudice Francesco Antonio Genovese, più propenso a considerare le nuove regole valide anche per le domande presentate prima del 5 ottobre scorso.
Un orientamento decisamente diverso rispetto a quello del collega Stefano Schirò, che a gennaio aveva evidenziato, con la sentenza 4890 della prima sezione civile, l'irretroattività della norma. Ma pochi mesi dopo, il 3 maggio, le cose sono cambiate nonostante la presenza, nei due collegi, di due componenti identici - sotto la presidenza di Genovese, che ha inviato gli atti al primo presidente Giovanni Mammone per "l'eventuale assegnazione" alle Sezioni Unite.
Tutto parte dalle ordinanze prodotte dalla Cassazione sui ricorsi presentati dal Viminale contro tre sentenze, due provenienti dalla Corte d'Appello di Trieste e una da Firenze, con le quali i giudici avevano riconosciuto la protezione umanitaria a tre cittadini stranieri, due del Gambia e uno del Bangladesh.
In un primo caso il riconoscimento era avvenuto in considerazione del "non perfetto stato di sicurezza" esistente in Gambia, nell'altro riconoscendo il radicamento del giovane che aveva presentato richiesta nel tessuto sociale italiano, "nel quale studia e coltiva i suoi principali legami, mentre in Gambia non ha rapporti familiari di rilievo" e tenuto conto della "sicura prognosi di insormontabili difficoltà di immediata reintegrazione nel Paese di origine".
Per il terzo caso, invece, i giudici avevano considerato positivamente l'inserimento nel contesto sociale e il raggiungimento dell'indipendenza economica, essendo stata tale persona assunta a tempo pieno. Il ricorso proposto da Salvini ha fornito ai giudici della Suprema Corte il pretesto per contestare con passaggi a volte anche molto duri nei confronti del relatore della sentenza precedente - l'interpretazione data a gennaio dai colleghi, secondo i quali le novità introdotte dal decreto "non trovano applicazione" per le richieste di protezione umanitaria presentate prima del 5 ottobre 2018, data dell'entrata in vigore della nuova legge.
Secondo quell'interpretazione, le domande avanzate fino al 4 ottobre vanno valutate sulla base della normativa precedente. Con una sola differenza: il rilascio, da parte del Questore, di un permesso di soggiorno contrassegnato con la dicitura "casi speciali", adattando così le certificazioni alle indicazioni della nuova norma, che, in pratica, elimina i permessi umanitari, salvo alcune eccezioni.
Una contraddizione, per il giudice Genovese, che parla, in alcuni passaggi, di "suggestioni irrilevanti", "ambiguità" e "aporie" e secondo cui, trattandosi di domande di protezione umanitaria non ancora definite in sede amministrativa o pendenti in sede giurisdizionale, parlare di retroattività potrebbe essere errato, fermo restando che tale principio "può essere derogato in modo espresso ovvero tacito e desumibile in modo non equivoco da obiettivi elementi del contenuto normativo".
E il decreto Salvini, affermano i giudici, conterrebbe "una norma di diritto intertemporale" che impone di applicare il meccanismo di conversione del permesso umanitario nel permesso "in casi speciali", escludendo, di fatto, l'applicazione delle vecchie norma alle situazioni pendenti.
"Secondo la ricostruzione operata dalla sentenza 4890 - contestano i giudici - il permesso da rilasciare sarebbe quello nuovo, ma le condizioni sarebbero quelle della legge previgente".
Una conclusione non condivisa dal nuovo collegio, secondo cui "non si comprende per quale ragione l'autorità amministrativa non dovrebbe applicare interamente la nuova normativa, essendo tenuta a provvedere alla conversione del permesso che è prevista dalla nuova legge".
Aggiungendo, in conclusione, anche una valutazione sull'idea stessa di protezione umanitaria come "oggetto di un diritto immanente e inviolabile della persona", così come definito dalla sentenza precedente.
Tale diritto, contestano i giudici, sarebbe comunque "suscettibile di regolazione da parte del legislatore, cui spetta il bilanciamento tra i valori in gioco il controllo del fenomeno migratorio e i diritti delle persone di derivazione anche internazionale posto che altrimenti si consentirebbe l'illimitata espansione di uno dei diritti in campo, che diverrebbe "tiranno" nei confronti delle altre situazioni giuridiche costituzionalmente riconosciute".
di Fabio Evangelisti
Il Dubbio, 8 maggio 2019
Il delitto di Viterbo scatena profonda rabbia, emotività e dubbi. ma il problema è quello di non violentare la democrazia. La vicenda è nota e tragicamente uguale a tante altre. Troppo uguale. Con una lettura deformata però dal clima di perenne campagna elettorale.
Siamo dunque intorno alla metà di aprile e in un pub di Viterbo una ragazza di 36 anni viene brutalmente picchiata e violentata. I presunti aggressori sono due ancor più giovani ragazzi: Francesco Chiricozzi di 21 e Marco Licci di 19 anni.
I due l'avrebbero presa a pugni e stuprata mentre era in stato di incoscienza. Gli autori avrebbero anche filmato la violenza e minacciato la loro vittima. Passano alcuni giorni e, subito dopo la denuncia da parte della ragazza, si scatena la polemica politica. Stavolta gli autori delle sevizie non sono immigrati clandestini e di colore, ma baldi virgulti di italica stirpe. Per di più uno degli arrestati è consigliere per Casa Pound, nel vicino comune di Vallerano. Apriti cielo!
Da sinistra, compiendo l'analoga e grossolana operazione che fa la destra quando generalizza e associa immigrazione e violenza, parte subito la richiesta di scioglimento dell'organizzazione di estrema destra, mentre il vice premier Salvini tuona imbarazzato: "Nessuna tolleranza per pedofili e stupratori: la galera non basta, ci vuole anche una cura" annunciando una legge sulla castrazione chimica per gli stupratori.
Nel gioco delle parti, gli risponde Di Maio: "Basta con questa storia, è una presa in giro alle donne e non è nel contratto di governo. Anche CasaPound la chiedeva, ma quello che serve è la certezza della pena e anni e anni di detenzione, perché lo strumento della castrazione chimica lascia i violentatori a piede libero". In questo modo, dal fatto specifico l'attenzione si sposta al tornaconto elettorale e sul tappeto rimane soltanto il tema castrazione sì o castrazione no. Con il rischio di dimenticarci della/ e vittima/ e, delle violenze sofferte e del trauma che ogni donna inevitabilmente si porta dietro per tutta la vita.
Così, l'altra sera, mi capita di leggere su Facebook un commento che mi fa sobbalzare: "Sono per la castrazione, senza se e senza ma". A scriverlo è una giornalista che conosco e apprezzo. Potrei arrivare a definirla una cara amica. Quella sua perentorietà mi spiazza. Mi disorienta. Che faccio? Copio e incollo e le mando il testo integrale dell'intervista al professor Vittorino Andreoli, curata da Luciana Matarrese per l'Huffington.
L'illustre neuropsichiatra ci va giù duro: "Castrazione chimica? Un'imbecillità! Qui si rischia di castrare la democrazia". Per quello che a 79 anni è tra i più autorevoli esponenti della psichiatria mondiale lo stupro di Viterbo - come pure il pestaggio a morte dell'anziano di Manduria e l'aggressione della professoressa di Lodi - sono '"'effetto di una crisi più ampia, di una degenerazione del vivere civile che riguarda anche l'esercizio del potere".
E rischia di affondare la nostra democrazia, aggiunge Andreoli che continua: "Il potere è in mano ai cretini, la cultura è considerata inutile, il sapere non conta. Conta il potere come verbo, faccio perché posso non perché è utile". La risposta della mia interlocutrice non si fa attendere: "La mia è una rabbia profonda, lontana. Ho sempre pensato a questo tipo di punizione contro pedofili e stupratori. Lo penso perché ritengo che una certa categoria di maschi, preferirebbe la morte alla mancata virilità, seppur temporanea.
Mi spiace che esca dalla bocca di Salvini perché sono anti- salviniana. Credo soprattutto che, aldilà della pena (applicata o meno), diffondere l'uso della castrazione chimica in caso di stupro e pedofilia possa fungere da deterrente. Ed è quest'ultima minaccia che potrebbe far diminuire i casi. Forse sarà stupido, ma io la penso così, perché non tollero e non sopporto simili reati, non li perdono assolutamente e li condanno con pene esemplari affinché non accadano più".
E conclude "Lo stupro è come uccidere l'anima di una persona, rubarle il resto della vita". Continuo a credere che ad un atto barbaro non si possa rispondere con la barbarie di Stato. Anche se la pancia del Paese e i sondaggi oggi dicono tutt'altro.
di Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 18031/2019. La Cassazione penale, con la sentenza 18031/19, ha ritenuto ammissibile l'attrazione della competenza territoriale anche cautelare nel luogo dove si assume siano stati commessi i delitti di riciclaggio, autoriciclaggio e associazione per delinquere con la finalità del compimento di reati tributari e omissioni contributive previdenziali e assistenziali anche se non c'è identità degli autori dei reati. Nel caso di specie, il ricorso dinnanzi alla Suprema Corte è stato proposto avverso una ordinanza con la quale il Tribunale del riesame di Milano aveva confermato il decreto di sequestro preventivo emesso dal Gip in ordine al delitto di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di molteplici reati di natura tributaria e di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali.
Secondo il ricorrente, il Collegio del riesame avrebbe errato nel riconoscere la competenza per territorio in capo al Tribunale di Milano posto che per i medesimi fatti e nei confronti dei medesimi soggetti (ad eccezione però del ricorrente) pendeva procedimento penale innanzi alla Procura della Repubblica di Bari. Per essere più chiari, nel procedimento pendente innanzi al Tribunale di Milano, il ricorrente era indagato per il reato di associazione per delinquere, finalizzato alla commissione di molteplici delitti di diritti tributario e di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali mentre nel procedimento presso il Tribunale di Bari si contestavano a numerosi soggetti ma non al ricorrente, per l'appunto, il delitto di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e all'autoriciclaggio anche dei proventi illeciti derivanti dalle stesse frodi fiscali su cui indagava la Procura di Milano. Ciò nonostante, il Tribunale del riesame di Milano, aveva ritenuto di confermare la propria competenza in quanto non sussisterebbe piena coincidenza degli indagati e degli importi individuati come provento della frode fiscale ma soprattutto i reati di riciclaggio e di auto-riciclaggio che andrebbero riguardati come i più gravi non sarebbero stati contestati al ricorrente, non indagato a Bari, ma solo ad altri soggetti, sicché non opererebbe il criterio della connessione.
Quest'ultimo assunto, è stato tuttavia sconfessato dalla Corte di cassazione, la quale richiamando un insegnamento delle Sezioni unite (sentenza 53390 del 26 ottobre 2017) ha escluso che ai fini della configurabilità della " connessione teleologica" che ricorre quando taluni dei reati per cui si procede siano stati commessi per eseguire o per occultare gli altri, debba sussistere identità fra gli autori del reato fine e quelli del reato mezzo. In particolare, le Sezioni unite a suo tempo avevano chiarito che questo tipo di connessione, a differenza di quella plurisoggettiva e di quella mono-soggettiva, richiama un legame oggettivo tra due o più reati, senza esigere che l'autore di quello strumentale all'altro debba necessariamente prendere parte a quest'ultimo, che può quindi essere commesso anche da terzi. È importante infine il fatto che, ad oggi, la giurisprudenza sembrerebbe avallare la tesi secondo cui il reimpiego dell'imposta evasa configuri automaticamente il delitto di auto-riciclaggio, con conseguente applicazione di misure cautelari reali.
di Emiliano Fittipaldi
L'Espresso, 8 maggio 2019
Inchiesta della procura di Roma sul malware Exodus. I nostri servizi segreti l'hanno acquistato da una ditta calabrese, che archiviava dati sensibili in Oregon. L'Aise al procuratore Pignatone: non l'abbiamo usato. Il sospetto dei magistrati della procura di Roma fa tremare le vene ai polsi. Migliaia di fotografie, chat private, audio vocali e dati sensibili intercettati dai nostri servizi segreti sarebbero infatti finite in mano a una società privata calabrese che le ha immagazzinate in un archivio segreto negli Stati Uniti, in Oregon.
Utilizzando un'area cloud di Amazon che non solo era, illegalmente, di esclusivo appannaggio dell'azienda di Catanzaro, ma che poteva essere facilmente bucata dall'esterno. In pratica informazioni delicatissime dei nostri 007 sarebbero state in rete per anni, allocate non in Italia su server protetti ma all'estero, e facilmente accessibili (con una semplice password e uno username) da chiunque avesse avuto voglia di darci una sbirciata.
È questa la clamorosa ipotesi investigativa di Giuseppe Pignatone - procuratore della Repubblica di Roma - e dei suoi pm, che stanno segretamente lavorando da settimane sulla vicenda del sistema spyware chiamato "Exodus". Se è noto che la procura di Napoli ha sequestrato la piattaforma informatica messa a punto dalle società informatiche e.Surv e STM srl (il procuratore capo Giovanni Melillo ha spiegato che il software - di fatto un trojan che infettava i cellulari trasformandoli in microspie - era usato da procure di mezza Italia per le indagini giudiziarie), gli inquirenti hanno scoperto che tra i clienti delle ditte calabresi c'erano infatti anche i nostri 007. Cioè l'Aisi, l'agenzia che monitora la sicurezza interna del Paese, e l'Aise, l'organismo di intelligence che ha il compito di prevenire le minacce provenienti dall'estero.
Impossibile dire, a oggi, se i responsabili delle due società abbiano costruito un sistema informatico illegale per un mero errore operativo o per commettere reati (qualche giornale ha ipotizzato che i pm napoletani indaghino anche su presunte attività di dossieraggio e ricatto). Ma è un fatto che l'imprenditore Giuseppe Fasano e l'ingegnere Salvatore Ansani della e.Surv, e Maria Aquino e Vito Tignanelli della STM che commercializza i prodotti informatici della prima, sono tutti indagati a vario titolo per violazione della privacy, frode in pubbliche forniture e intromissione abusiva in sistema informatico.
Com'è possibile che i nostri servizi di sicurezza abbiano acquistato un malware pagando centinaia di migliaia di euro senza accorgersi che Exodus inviava le loro intercettazioni ambientali e telefoniche in Oregon? Com'è accaduto che la polizia giudiziaria e molte procure della Repubblica abbiano assegnato appalti pubblici alla e.Surv senza aver notato che pure ignari cittadini potevano scaricare da Google Play il trojan - nascosto in app civetta che avrebbero così bucato la sicurezza del colosso di Mountain View - trasformando il loro telefonino in un captatore illegale?
Gli investigatori stanno cercando di rispondere a ogni domanda. La procura di Roma, che per competenza è titolare del fascicolo sull'uso di Exodus fatto da Aisi e Aise, ha iniziato a chiedere informazioni dettagliate. Rispettivamente a Mario Parente, nominato direttore dell'Aisi nel 2016 e prorogato di altri due anni nel 2018, e a Luciano Carta, arrivato al vertice di Forte Braschi solo lo scorso novembre.
All'Espresso risulta che l'acquisto di Exodus da parte dell'Aise sia avvenuto alla fine del 2016. In concomitanza con l'arrivo, nel servizio, di Sergio De Caprio, il Capitano Ultimo che quell'anno - dopo polemiche con l'allora comandante dei carabinieri Tullio Del Sette - s'era spostato all'agenzia guidata allora da Alberto Manenti.
A Ultimo, che vantava eccellenti rapporti con l'allora sottosegretario a Palazzo Chigi con delega ai servizi Marco Minniti, e ai suoi uomini traslocati dal Noe vengono affidati compiti rilevanti. Dal rafforzamento della sicurezza degli accessi della sede romana al tentativo di pacificare le tribù del Fezzan (la regione della Libia meridionale dal quale passano le carovane di migranti dirette verso Nord), fino al rilancio dell'ufficio delegato alla sicurezza interna. De Caprio - l'uomo che ha catturato Totò Riina - diventa presto il dominus del reparto, che deve investigare anche sulle possibile talpe che si annidano tra le nostre barbe finte.
Per lavorare bene (il terrorismo dell'Isis è il pericolo maggiore, e in quei mesi il governo spinge affinché i servizi possano usare di più e meglio le cosiddette intercettazioni preventive) Ultimo chiede ai suoi capi un trojan decente e un sistema di captazione informatico di qualità. All'Aise, nel 2016, sono del tutto scoperti: i vecchi software spia dell'agenzia, forniti dall'azienda milanese Hacking Team, sono finiti in soffitta dal luglio 2015. Da quando, cioè, la società milanese di David Vincenzetti era stata presa di mira da un hacker che aveva rubato e messo in rete centinaia di gibabyte di informazioni, dati, codici, email e liste dei clienti.
Manenti, il suo allora capo di gabinetto (e attuale vicedirettore) Giuseppe Caputo e Ultimo, che aveva già usato Exodus in alcune inchieste giudiziarie quando comandava il Noe di Roma, decidono così di comprare lo spyware di e.Surl. Che viene dato in dotazione, in via sperimentale, solo all'ufficio di De Caprio. E non al reparto tecnico dell'agenzia.
Possibile che eventuali intercettazioni dell'Aise (che devono sempre essere autorizzate dalla procura generale della Corte d'appello di Roma) siano finite nell'archivio segreto in Oregon? Secondo Carta, no. Dopo aver analizzato per settimane - insieme al nuovo capo della sicurezza e dell'ufficio legale Massimiliano Macilenti - documenti ed evidenze interne, il direttore dell'Aise (che tra il 2016 e il 2017 era il numero due di Manenti, ma le sue deleghe non riguardavano sistemi di sorveglianza e intercettazioni preventive) ha risposto a Pignatone spiegando che, almeno "per tabulas", lo spyware non è mai stato utilizzato. Né dagli uomini di Ultimo né da altri agenti segreti dell'Aise.
Come mai Exodus non sia mai diventato operativo, nonostante i denari spesi per comprarlo, è un mistero. Il contratto con la STM è segreto e non è nemmeno stato depositato al Dis. Di certo il servizio esterno dopo il primo acquisto non ha interrotto i rapporti con la ditta calabrese: un anno e mezzo dopo l'agenzia acquisterà un altro software, stavolta destinato al reparto tecnico della cyber security. Una versione modificata di Exodus che, secondo fonti interne, "funzionava molto meglio del primo", con intercettazioni e dati tutti allocati "in un server protetto interno all'agenzia".
Anche il Copasir sta indagando sulla vicenda. "Perché è vero che l'Aise ha certamente comprato Exodus, chi ne ha fatto un impiego rilevante è l'Aisi, la polizia giudiziaria, oltre a procure di mezza Italia. Dobbiamo capire se ci troviamo di fronte a gravi errori e sottovalutazioni, o se invece esistono soggetti privati o delle istituzioni che hanno fatto un uso illecito del trojan", dice un autorevole esponente del Comitato per la sicurezza guidato dal piddino Lorenzo Guerini. Anche il grillino Angelo Tofalo, sottosegretario alla Difesa, s'è detto preoccupato: tutti i dati riservati captati dal malware finivano infatti nel cloud Amazon in Oregon. Chiunque aveva una password poteva entrare nell'archivio. E vedere (e scaricare) non solo i dati riservati della sua indagine, ma anche quelli di istruttorie segrete di terzi.
Il sistema Exodus, di fatto un malware di Stato, ha funzionato per anni indisturbato. Solo all'inizio di quest'anno, per un caso fortuito, un finanziere di stanza a Benevento s'è accorto che qualcosa non funzionava. Il militare, impiegato nella procura campana e al lavoro su un'indagine penale che prevedeva anche intercettazioni telematiche, dopo una serie di interruzioni delle connessioni di rete con il server ha provato a collegarsi sfruttando altri indirizzi, percorsi alternativi. Accorgendosi così che i dati della sua inchiesta non erano protetti in modo sicuro: da qualsiasi pc, persino da un tablet o uno smartphone, era possibile accedere a un server di Amazon localizzato negli Usa, che custodiva l'intero archivio realizzato dalla e.Surv. I responsabili della ditta, però, con ogni cliente istituzionale hanno firmato contratti che prevedrebbero non solo la tutela della privacy di tutte le informazioni, ma anche la loro corretta conservazione. Possibile che la ditta calabrese abbia realizzato un deposito cloud non sul territorio nazionale e privo di adeguata sicurezza solo per risparmiare e fare margini migliori?
Si vedrà. Intanto le procure di Benevento e poi quella di Napoli (dove il fascicolo è stato acquisito per competenza) hanno scoperto pure - come i ricercatori di Security Without Borders e di Motherboard che hanno pubblicato per primi la notizia - che Exodus ha intercettato illegalmente anche un migliaio di cittadini italiani del tutto estranei ad indagini penali o investigazioni dei servizi.
Gli esperti hanno rivelato che su Google Play Store venivano piazzate dall'azienda di Catanzaro delle app malevole che, dopo il download, infettavano con Exodus il cellulare del malcapitato. Lo spyware si camuffava dentro applicazioni comuni, come quelle che vengono scaricate per migliorare le performance dei device o quelle che segnalano le nuove promozioni di vari operatori telefonici.
Secondo i tecnici di Motherboard, una volta che Exodus veniva installato, prima raccoglieva informazioni base sul cellulare che era stato hackerato, come il codice Imei. Poi, in una fase successiva, prendeva il controllo totale del telefonino, trasformandolo in una cimice, estraendo immagini e video, oltre alla cronologia del browser di Internet, tutte le chat di Whatsapp e di Telegram e i contatti della rubrica.
Secondo "Repubblica" è stato proprio Ansani, ingegnere di e.Surv, a fare agli inquirenti le prime ammissioni, e ha rivelare di avere piazzato su Android (non risultano invece operazioni simili sul sistema di Apple) applicazioni che trasformavano i cellulari in apparecchi-spia. Per l'ingegnere, però, il contagio è stato deciso a tavolino solo per effettuare dei test sul software, e non per effettuare intercettazioni a pioggia. Antonello Soro, garante della privacy, conferma che la storia resta oscura. "È un fatto gravissimo", ha detto, "faremo anche noi i dovuti approfondimenti per quanto concerne le nostre competenze. La vicenda presenta contorni assai incerti, ed è indispensabile chiarirne l'esatta dinamica".
Il timore maggiore degli inquirenti di Roma e Napoli, però, non riguarda le centinaia di cellulari intercettati illegalmente. Ma il rischio che i dati segreti di indagini delle procure italiane e del nostro controspionaggio siano state oggetto non solo di archiviazioni illecite (una falla che potrebbe già aver compromesso investigazioni sensibili), ma di un vero e proprio mercimonio di informazioni riservate. È solo un sospetto, per ora. L'inchiesta è solo all'inizio.
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