Il Gazzettino, 8 maggio 2019
Il Festival Biblico entra anche alla casa di reclusione Due Palazzi. Lunedì alle 13.30 i detenuti salgono sul palco per lo spettacolo Babele: another brick in the wall. "La Torre di Babele ha detto Ciro, giovane detenuto del laboratorio teatrale - che ci arrocca in posizione difensiva verso l'altro e l'ignoto, è dentro ognuno di noi". La piccola comunità teatrale del Due Palazzi è composta di persone differenti per età, provenienza geografica e sociale.
Il tema polis è stato accolto partendo dalla narrazione biblica di Babele e cogliendone l'aspetto vitale. L'evento nasce all'interno del progetto Teatrocarcere Due Palazzi attivo dal 2005 con la direzione artistica di Maria Cinzia Zanellato e dal 2015 in collaborazione con Adele Trocino. Progetto che si articola in attività di laboratori di formazione pedagogica artistica e realizzazione di appuntamenti culturali. La finalità è favorire la relazione e il percorso di dialogo e inclusione tra carcere e città.
di Carlo Alberto Romano
Corriere di Brescia, 8 maggio 2019
Il sistema scolastico italiano, seppur con tempi e modalità differenti, ha sempre offerto a ogni studente la possibilità di appropriarsi, magari anche solo superficialmente, dell'immensa opera dantesca. E credo che a molti fra questi ex studenti, entrando in alcuni dei nostri istituti penali, il ricordo dell'accesso alla città dolente, abbia frequentemente evocato l'idea di lasciare ogni speranza. Quale sorpresa, quindi, se al di là del cancello del carcere di Verona, alcune sere fa, a chi succeda di oltrepassarlo, capiti di incontrare Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, il Conte Ugolino o altre delle immortali figure create dal Poeta nel suo capolavoro.
Eppure, questo è proprio ciò che avviene a chi, come chi scrive, ha avuto il piacere di presenziare, presso la casa circondariale veronese, alla proposta performativa realizzata dal Teatro del Montorio, che unisce l'impegno di 15 attori detenuti e 8 studenti delle scuole veronesi, con il patrocinio dell'Ufficio scolastico di Verona e il sostegno di Fondazione San Zeno.
Una esperienza straordinaria, alla quale la collocazione carceraria non sottrae alcuna solennità e che, semmai, proprio nelle diverse inflessioni degli attori che hanno dato vita ai versetti di Dante, acquisisce un valore aggiunto, di universale afflato. Ottima la regia di Alessandro Anderloni, che ha scelto di violare la tradizionale staticità del palcoscenico (e vieppiù del carcere) con una rappresentazione itinerante nei corridoi, nelle aule e nei cortili della struttura penitenziaria.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 8 maggio 2019
Nel rugby, chi gioca all'ala ha un ruolo cruciale. Dev'essere agile, veloce e abile nell'afferrare al volo la palla ovale e insieme l'occasione giusta, che può portare la squadra a segnare una meta. Mirko, la sua occasione l'ha artigliata con forza, insieme alla palla. E ora corre veloce, sulla fascia sinistra, con la maglia numero 11 dei Bisonti.
I suoi scarpini graffiano il terreno del campo in pozzolana, sollevando nuvolette di una polvere fina, che si attacca alla maglia e alle gambe madide di sudore. Ma Mirko non ci bada neppure e, sbuffando come un treno, punta verso lalinea di meta. I compagni gli corrono a fianco e lo incitano, mentre cerca di scansare un avversario. Le mura e le recinzioni perimetrali del penitenziario romano di Rebibbia circondano il campetto polveroso del "G9", ma lui non le vede, guarda oltre.
È mercoledì, il giorno del permesso accordatogli per allenarsi: dopo il training mattutino in carcere, dalle sette alle undici di sera potrà uscire per la sessione serale sui campi di Tor Bella Monaca, insieme al resto della squadra. Mirko lo fa già da tre settimane, da quando la società dei Bisonti Rugby (nata a Frosinone neI2011) ha ricevuto l'autorizzazione dal direttore del carcere. Un effetto positivo, uno dei tanti, del progetto federale "Rugby oltre le sbarre", creato con l'obiettivo di contribuire, attraverso l'applicazione concreta dei valori educativi di questo sport, "alla risocializzazione del detenuto".
Mirko è dentro da undici anni e dovrà scontarne altri due. Il primo allenamento fuori, rigorosamente dalle 19 alle 23, l'ha sostenuto il 17 aprile. È la sua "finestra di libertà" settimanale. E non è un privilegio, se l'è guadagnata con un comportamento corretto che qui dentro chiamano "buona condotta".
Così, con un "adattamento" dell'articolo 21 dell'Ordinamento penitenziario (che consente il lavoro esterno dei detenuti) la direzione della casa circondariale gli ha concesso di allenarsi fuori, sotto la responsabilità dei Bisonti Rugby.
"L'autorizzazione per Mirko è il raggiungimento di uno dei nostri obiettivi - considera Germana De Angelis, presidente dei Bisonti -. Il rugby può essere uno strumento per la ricostruzione di un percorso di vita". Parliamo di esistenze da rifondare su basi solide, dopo che bufere personali e gesti criminali le hanno devastate. "Non siamo noi a scegliere le persone, ci arrivano a seguito di una valutazione dell'amministrazione penitenziaria. A noi interessa solo che abbiano voglia di giocare e di entrare con noi nello spirito del rugby".
Grazie a un protocollo siglato nel 2018 fra Federazione italiana rugby e Dipartimento amministrazione penitenziaria, il gioco della palla ovale viene praticato in 18 istituti di pena. E ci sono due squadre di detenuti (La Drola di Torino e Giallo Dozza di Bologna) che partecipano al Campionato italiano di serie C, disputando tutte le gare sui campi dentro le carceri.
"Il rugby è uno sport straordinario, capace di appianare ogni differenza sociale" e di far percepire a chi lo pratica il senso di rispetto per le regole, per i compagni e per gli avversari, ragiona il presidente della Fir Alfredo Gavazzi. L'obiettivo, aggiunge Germana, è quello di camminare accanto ai detenuti "e possibilmente di continuare a farlo fuori dalle mura.
Non entriamo mai nel merito dei reati commessi perché non siamo lì per giudicare. Qualcuno lo ha già fatto e loro stanno scontando la loro pena". È un "tendere una mano, in questo caso attraverso il rugby, a chi ha la voglia di andare avanti".
Mirko quella voglia ce l'ha. E la storia passata di errori e reati se l'è lasciata alle spalle. Ai suoi compagni di gioco, comunque, il passato non interessa: "Non chiedo mai a chi incontro per quale tipo di reato sia dentro, il solo fatto di conoscerci attraverso un pallone ovale e su un campetto vuol dire che un cammino è stato già fatto - dice ancora Germana - Così sta accadendo con Mirko e speriamo che accada con altri, per cui abbiamo fatto la stessa richiesta".
Poi la presidentessa sorride, mentre osserva il numero 11 che s'invola sulla fascia. Ancora una volta, caparbio, Mirko punta alla meta. Nell'incavo del braccio, tiene stretta una palla che presto non sarà più prigioniera.
di Benedetto Vecchi
Il Manifesto, 8 maggio 2019
"Umanità in rivolta", edito da Feltrinelli è il resoconto della sua esperienza. Sabato una doppia presentazione: insieme a Mimmo Lucano e Nadia Terranova, e poi a Michela Murgia. Una giornata passata con la schiena piegata sui campi in attesa della paga, di fame, giornaliera. E quando arriva il momento, il padroncino che promette: "lavori bene, ti prendo con me per sempre. Domani ci vediamo alla stessa ora di questa mattina". La prospettiva è un salario, di merda, ma certo, evitando così l'umiliazione di essere scelto, come fosse una bestia, nello svincolo di una squallida via pugliese.
Il giorno dopo, il protagonista di questa storia di ordinaria ingiustizia si presenta in forte anticipo, ma il padroncino non si fa vedere né allora né in seguito. È questo il primo rapporto con un mercato del lavoro con caratteristiche schiavistiche di Aboubakar Soumahoro, sindacalista Usb, originario della Costa d'Avorio, divenuto uno dei volti noti di un sindacalismo radicale perché legato a concretissime aspirazioni di "umanità e giustizia sociale".
Aboubakar ha ora messo in parole scritte molte delle cose sostenute con pazienza e documentazione nelle interviste rilasciate o quando ha preso la parola in trasmissioni in prima serata ("Propaganda Live", ma non solo). Il libro, pubblicato da Feltrinelli con il titolo Umanità in rivolta (pp. 125, euro 13), alterna ricordi personali a riflessioni su una filiera produttiva - l'agro alimentare - che produce un fiume di profitti sulla pelle di migranti e non solo pagati poche decine di euro a giorno.
L'autore lo scrive senza girarci intorno: lo sfruttamento è la caratteristica dominante nelle campagne italiane. E se è ormai drammaticamente noto che la maggioranza dei salariati sono migranti, Aboubakar Saumahoro ricorda anche la donna "italianissima" morta di fatica nelle campagne pugliesi, punta anche lei di un iceberg che pochi vogliono vedere.
Lo sfruttamento è dunque indifferente al colore della pelle, nonostante non possa essere taciuto il fatto che la maggioranza degli omicidi da lavoro nell'agricoltura coinvolga uomini e donne migranti morti in incidenti stradali o negli incendi che scoppiano nei piccoli, tanti lager dove sono segregati tanto i "regolari" che gli "irregolari".
Le parti più analitiche del libro sono quelle sullo sfruttamento nella filiera dell'agro-alimentare e quella sulla razzializzazione del mercato del lavoro. La prima è una filiera globale tanto nella produzione che nella distribuzione e vendita. I profitti - miliardi e miliardi di euro - sono garantiti di salari da fame nella produzione e nella logistica (i facchini). Importante è che l'autore abbia tenuto insieme i due momenti, perché la produzione senza una distribuzione just in time vedrebbe realizzati lentamente i profitti che invece scorrono senza intoppi attraverso il lavoro semischiavistico di agricoltori e facchini.
Altrettanto coinvolgente è l'analisi sulla razzializzazione del mercato del lavoro. I migranti sono stati sottoposti a un regime progressivo di apartheid sin dagli anni Ottanta del Novecento. Segregati nelle campagne e nelle città, con una riduzione e un rifiuto istituzionalizzato di diritti civili, sociali e politici dei quali Matteo Salvini è l'ultima, in ordine di tempo, manifestazione Qui Aboubakar Saumahoro è amaro nel suo pacato realismo: non c'è stata nessuna sostanziale differenza tra governi di centro sinistra e centro destra.
L'unica diversità è che questi ultimi non nascondono il razzismo di stato dietro l'ipocrisia e i tempi più lenti come invece hanno fatto e fanno quando sono al governo le coalizioni di centro sinistra.
L'autore non sostiene però che tutti sono uguali. Il suo sindacato, l'Unione sindacale di base, non nasconde il fatto di essere di sinistra e di essere un sindacato di classe, ma sa che non ci sono "governi amici" quando si richiedono diritti civili, sociali per i lavoratori. La discriminante è se vengono accolte le proposte avanzate. E Aboubakar Soumahoro invita il lettore a tessere con pazienza relazioni che portino anche a piccoli risultati, ma costanti nel tempo e nelle spazio sociale.
In fondo, le grandi e radicali trasformazioni si costruiscono seguendo il passo più lento di chi è in marcia. Lo diceva una icona della sinistra mondiale, il Che. Con meno enfasi lo dice anche quest'uomo che fa parte di quella genia di uomini e donne che "non mollano mai". Sia quando sono sconfitti. Sia quando hanno piccole, ma seminali vittorie.
Il libro sarà presentato sabato 11 maggio al Salone del libro di Torino in due occasioni: alle 13,30, alla sala Ora, con il sindaco di Riace Mimmo Lucano e la scrittrice Nadia Terranova; e alle 16 in dialogo con Michela Murgia nell'Arena Robinson.
La Repubblica, 8 maggio 2019
Professori universitari di diritto e sociologia chiedono al governo un passo indietro: "Chiunque abbia a cuore la democrazia, lo stato di diritto, le libertà fondamentali ha anche a cuore la radio e il suo straordinario archivio". "Radio Radicale svolge un ruolo pubblico, straordinario, insostituibile. È un esempio di informazione al servizio della conoscenza pubblica". Inzia così un appello firmato da 181 docenti universitari che chiedono al governo di tornare sui suoi passi e bloccare la chiusura dell'emittente prevista per il 21 maggio. Effetto immediato del combinato disposto del taglio dei contributi all'editoria e del mancato rinnovo della convenzione che prevede la trasmissione dei lavori parlamentari.
"Lungo gli ultimi quarant'anni Radio Radicale ci ha assicurato un'informazione puntuale, approfondita, pluralista. Chiunque abbia a cuore la democrazia, lo stato di diritto, le libertà fondamentali ha anche a cuore Radio Radicale e il suo straordinario archivio", scrivono i firmatari.
Nell'elenco si possono leggere i nomi di Luigi Ferrajoli (filosofo del diritto, Università Roma Tre), Gaetano Silvestri (presidente emerito della Corte costituzionale e presidente Associazione costituzionalisti italiani), Enzo Cheli (costituzionalista, Università di Firenze), Patrizio Gonnella (sociologo del diritto e presidente di Antigone), Gaetano Azzariti (costituzionalista, Sapienza Università di Roma), Fulco Lanchester (costituzionalista, Università La Sapienza Roma), Valerio Onida (costituzionalista, Università di Milano), Stefano Ceccanti (costituzionalista, Università La Sapienza Roma, deputato del Pd), Alessandro Pace (costituzionalista, Università La Sapienza Roma), Giuseppe de Vergottini (costituzionalista, Università di Bologna), Salvatore Bonfiglio, (costituzionalista Roma Tre).
"L'informazione è un diritto che non può essere degradato a mero prodotto di mercato.
È dovere pubblico, e dunque anche nostro dovere, sostenere un'informazione al servizio dei cittadini e della loro libera formazione di pensiero. Radio Radicale è presente nelle aule parlamentari, nelle aule dei tribunali, nelle carceri. Grazie a Radio Radicale siamo tutti più informati sullo stato della democrazia e dei diritti umani in Italia, in Europa e nel mondo", scrivono gli studiosi.
E concludono: "La comunità degli studiosi del diritto ha sempre avuto i microfoni di Radio Radicale a disposizione per portare la cultura giuridica al di fuori dell'accademia. Spegnere Radio Radicale significa impoverire la società e la cultura italiana, significa ferire la sua democrazia. I valori costituzionali non possono e non devono mai essere tradotti in denaro".
agenzianova.com, 8 maggio 2019
Il ministro della Giustizia brasiliano, Sergio Moro, ha sollecitato le imprese brasiliane a dare maggiori opportunità di lavoro a detenuti o ex detenuti. Per il ministro è importante che gli imprenditori offrano opportunità ai detenuti che cercano di rientrare nella società attraverso il lavoro e lo studio, o che abbiano abbandonato il sistema carcerario e che non vogliano nuovamente tornare a delinquere. "Dobbiamo credere nella ri-socializzazione del prigioniero", ha dichiarato il ministro nel corso della cerimonia di consegna del 'Sigillo riscattà, certificazione concessa alle aziende che decidono di assumere detenuti o ex detenuti. "Questo è un obiettivo importante, perché non possiamo mai perdere la fiducia e sperare che le persone possano riscattarsi. (...) Uno dei modi migliori è dare a queste persone un'opportunità" ha detto il ministro.
Lanciato dal ministero della Giustizia e della Pubblica Sicurezza alla fine del 2017, il sigillo rientra nella strategia federale che punta a incoraggiare le società pubbliche e private, così come le agenzie e imprese di economia solidale, ad assumere detenuti o ex detenuti. Nel primo ciclo di certificazione delle aziende, relativo all'anno 2017/2018, 112 istituti hanno ricevuto il sigillo, la maggior parte sono tuttavia enti pubblici. Obiettivo del ministero è quello di espandere questo numero a mille entro il 2020, cercando di attirare più aziende private possibili. L'assunzione dei prigionieri avviene attraverso accordi che le società qualificate per sostenere il progetto di risocializzazione del detenuto firmano con i governi degli stati in cui agiscono. Per ottenere la certificazione deve impiegare tra l'1 e il 3 per cento dei detenuti. In cambio gli imprenditori ottengono uno sconto sui contributi versati per i lavoratori.
di Susanna Ronconi e Maria Stagnitta
Il Manifesto, 8 maggio 2019
La 26esima Conferenza Internazionale sulla Riduzione de Danno, che si è appena chiusa a Porto, ha levato una voce fortissima contro le politiche globali, a fronte di cifre, storie, immagini da tutto il mondo che dicono di una irrinunciabile urgenza di cambiamento. Per avere un'idea della 26esima Conferenza Internazionale sulla Riduzione de Danno (RdD) che si è appena chiusa a Porto, è utile leggere il documento siglato da 329 associazioni, in cui - non certo per la prima volta - il mondo della Riduzione del Danno (RdD) invoca una riforma radicale delle politiche globali, ma che per la prima volta dice senza mezzi termini che è colma la misura per quanto concerne il governo globale delle droghe: l'UnoDc non può più esserne il regista. Perché è una agenzia di lotta al crimine, e perché sotto la sua guida continua da decenni il massacro della war on drugs.
La regìa passi al Segretario generale oppure a un pool di agenzie Onu (UnAids, Oms, Unhchr, per esempio). La conferenza è stata una voce fortissima contro le politiche globali, a fronte di cifre, storie, immagini da tutto il mondo che dicono di una irrinunciabile urgenza di cambiamento: dagli omicidi extragiudiziali nelle Filippine, alla crisi dell'Aids nei paesi che non hanno nel tempo sviluppato buone politiche di RdD, fino alla crisi del fentanyl negli Stati uniti, dove si cerca di risalire dai guasti della guerra alla droga. E mai come in questa conferenza - la più affollata di sempre, secondo Harm Reduction International, con oltre 1200 delegati di 90 paesi si è dimostrato come la RdD sia l'alternativa strategica all'attuale impianto proibizionista: plenarie e sessioni specialistiche hanno declinato con grande evidenza la doppia natura della RdD, politica e paradigma, da un lato, e pratica concreta dall'altro.
Due facce inscindibili che ne sono la forza, due dimensioni di uno stesso approccio che a Porto hanno ritrovato - e non sempre è stato così evidente - la loro coesione. Decriminalizzare e rispettare i diritti umani e insieme governare socialmente il fenomeno e i rischi che porta con sé con efficacia: è possibile, è realistico. L'esempio è rappresentato proprio dalla crisi del fentanyl: una molecola pericolosa, è vero, ma che si nutre di un sistema impreparato e della retorica proibizionista.
Con una rinnovata spinta dal basso - quella grazie a cui la RdD è nata e si è evoluta, del resto - si costruiscono modalità concrete di intervento: hanno preso parola, a Porto, decine e decine di esperienze, modelli e valutazioni su stanze del consumo, drug checking, distribuzione comunitaria del naloxone, accesso ai servizi, valorizzazione delle reti dei consumatori, che disegnano una strategia possibile e vincente. Ma che, al tempo stesso, non smettono di mettere all'angolo la politica, perché è il contesto punitivo il primo "imprenditore della sofferenza".
Tra i tanti temi di una conferenza partecipata, accesa nei toni e ricca di storie ed evidenze insieme, ne citiamo due. I diritti umani: declinati non più nella maniera retorica che abbiamo sentito dai governi alla riunione delle Nazioni unite a Vienna, ma con la "pretesa" politica della esigibilità, e come elemento-guida delle politiche globali; parole rimbalzate dalle storie dei morti ammazzati delle favelas brasiliane alla limpida esposizione di Michelle Bachelet, capo Unhachr.
E poi il protagonismo delle persone che usano sostanze, con un salto di qualità: non solo "gruppo di interesse" che porta le sue rivendicazioni - anche, ed è importante - ma soggetto attivo e trasversale a tutti gli ambiti, portatore di competenze. Diritti e saperi, insomma. Un esempio, la ricerca. Molte sessioni ad essa dedicate hanno incluso i consumatori, che rifiutano di essere oggetto di studio e rivendicano un protagonismo attivo e competente.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 8 maggio 2019
Nei primi tre mesi del 2019, secondo l'organizzazione non governativa brasiliana Imazon, sono andati perduti 12 chilometri quadrati di foresta amazzonica, con un aumento del 100 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018. Eppure era la stagione delle piogge, quella in cui entrare in quei territori è più difficile. Ora che è alle porte la stagione secca, Amnesty International ha denunciato il rischio di violenti scontri se il governo non proteggerà le terre tradizionali dei popoli nativi in Amazzonia dalle crescenti appropriazioni illegali e dai disboscamenti da parte di invasori armati.
Il mese scorso Amnesty International ha visitato tre territori del Brasile settentrionale: Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau nello stato di Rondônia e Arara nello stato di Pará. L'organizzazione per i diritti umani ha anche incontrato rappresentanti del governo, pubblici ministeri ed esponenti di organizzazioni non governative. Secondo le organizzazioni non governative e le autorità, a invadere armi in pugno le terre dei popoli nativi sono persone incoraggiate e aiutate da politici e aziende agricole locali a occupare terreni e a vendere il legname. I leader nativi dei tre territori visitati da Amnesty International hanno denunciato alle autorità recenti appropriazioni illegali di terreni e disboscamenti.
La risposta del governo è insufficiente. La sorveglianza delle terre native dipende in larga parte dal coordinamento tra vari organismi governativi. La Fondazione nazionale degli indigeni del Brasile (Funai) non ha poteri di polizia e dipende dal sostegno di altre istituzioni, come l'Istituto brasiliano per l'ambiente e le risorse naturali rinnovabili (Ibama) e la Polizia federale. Secondo gli esperti incontrati da Amnesty International, negli ultimi mesi le operazioni di sorveglianza sono diminuite a causa di problemi di bilancio.
Tra gennaio e aprile 2019 la Procura federale ha inviato almeno quattro lettere al ministero della Giustizia e a quello delle Donne, della Famiglia e dei Diritti umani (da cui, dal gennaio 2019, dipende la Funai), denunciando il peggioramento della situazione di sicurezza nei territori Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau, paventando il rischio di un conflitto e sollecitando l'intervento della Forza di sicurezza nazionale in attesa di un piano di protezione a lungo termine. I due ministeri finora non si sono coordinati con la Forza di sicurezza nazionale per proteggere i territori Karipuna e Uru-Eu-Wau-Wau e del piano a lungo termine non si parla. Proteggere i diritti dei popoli nativi non solo è doveroso ma è anche fondamentale per lottare contro il cambiamento climatico. Infatti, quando le foreste vengono distrutte o date alle fiamme, il carbone che conservano viene rilasciato nell'atmosfera principalmente sotto forma di emissioni di diossido di carbonio.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 8 maggio 2019
Arrestati nel 2017 con l'accusa di violazione del segreto di Stato, Wa Lone e Kyaw Soe Oo avevano pubblicato le prove di una strage di rohingya compiuta dall'esercito birmano. Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i due giornalisti birmani della Reuters arrestati nel 2017 e condannati a sette anni di carcere l'anno scorso, sono liberi. La mossa a sorpresa è una delle rare buone notizie che arrivano dal Myanmar e si accompagna a una decisione dell'ufficio del presidente Win Myint di procedere in occasione dell'anno nuovo (iniziato a metà aprile) a un'amnistia generale per oltre 6.500 prigionieri. Cui è seguito il perdono per i due reporter.
Le foto li ritraggono felici e sorridenti. Entrambi hanno famiglia e uno ha una figlia nata mentre il padre era dietro le sbarre. I due giornalisti, che per la loro indagine su una strage di rohingya hanno ricevuto il Pulitzer nel 2018, hanno passato in carcere più di 500 giorni e avevano forse perso le speranze dopo il rigetto in gennaio del ricorso presentato dai loro legali a fronte della condanna in primo grado nel settembre 2018 a sette anni per violazione del segreto di Stato.
Wa Lone e Kyaw Soe Oo non avevano partecipato all'udienza in cui il giudice aveva sostenuto che la difesa non era stata in grado di dimostrare la loro innocenza e che la punizione comminata era "adeguata" al crimine. Ora i due giornalisti finalmente liberi dicono che continueranno a fare il loro mestiere.
Wa Lone e Kyaw Soe Oo avevano raccolto prove dirette (poi messe assieme dai colleghi della redazione centrale) sui crimini commessi da Tadmadaw (l'esercito) nello Stato del Rakhine da cui, nell'agosto 2017, i militari hanno costretto alla fuga oltre 700mila rohingya, la minoranza musulmana della regione quasi completamente trasferita in Bangladesh in campi profughi che sono ormai una città.
Furono arrestati con una trappola: avevano incontrato degli agenti che gli avevano messo in mano dei documenti mentre la polizia aspettava quel momento per arrestarli con la prova di una violazione del segreto di Stato. Wa Lone e Kyaw Soe Oo avevano raccolto prove in particolare su una strage compiuta dall'esercito birmano nel villaggio di Inn Din, nel nord del Rakhine nel settembre 2017. Si tratta a oggi dell'unica strage ammessa (in seguito) dai generali birmani. La loro condanna aveva sollevato polemiche, reazioni e proteste ma il Myanmar non aveva mai mostrato alcun segno di marcia indietro. Poi ieri la buona notizia.
Intanto nel Rakhine non è solo la comunità rohingya, ormai ridotta all'osso e in gran parte sfollata, a soffrire degli esiti di una guerra contro le minoranze e che vede sulla scena negli ultimi mesi l'Arakan Army, formazione armata il cui scopo è la protezione della minoranza arakanese (e buddista) del Rakhine.
Il governo dello Stato ha chiesto al governo dell'Unione 20 milioni di dollari per un rifugio per gli oltre 30mila sfollati in fuga dai combattimenti ripresi a gennaio tra AA e Tatmadaw. Gli sfollati, sostenuti da gruppi locali della società civile e monaci, hanno sollecitato il governo statale a fornire aiuti e riparo a chi fugge da una delle tante guerre del Paese.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 maggio 2019
La figlia del magistrato ucciso ha partecipato a due incontri in Calabria. Ha raccontato di aver incontrato i fratelli Graviano "in quell'inferno del 41 bis", aggiungendo "sapere che c'è chi è recluso in carcere senza possibilità di reinserimento è un fallimento dello stato".









