di Gianfranco Morra
Italia Oggi, 8 maggio 2019
Solo se chimica (e quindi reversibile) e soltanto se su richiesta del condannato per violenze sessuali. L'opinione pubblica è sempre più sconvolta dai frequenti episodi di stupro, anche pedofili, non di rado accompagnati dalla loro trasmissione in web, di cui ha giornalmente notizia. Il ministro degli interni, fra i rimedi possibili, ha anche invocato la castrazione chimica: "Che è una pratica democratica e pacifica.
Ci vuole, ha concluso Salvini, una castrazione chimica, con una pillola, non con le forbici. Magari dando a chi l'accetta uno sconto di pena". Ha suscitato lo sdegno e la protesta di molti, ai quali questa tecnica appare come un residuo di tempi oscuri e selvaggi. È stato accusato di crudeltà e di calcolo elettorale. Ma gli italiani stanno con lui e una petizione al parlamento, presentata l'altro giorno dal segretario della Lega, Molteni, ha già avuto 100 mila firme.
Che corrispondono ai dati di un sondaggio in merito: il 60% dei cittadini è favorevole a questa pratica in tutti i partiti (nella Lega, ma anche nel M5S, nonostante Di Maio abbia osservato: "Non è nel contratto di governo").
E parte non piccola giunge addirittura a chiedere la castrazione totale. Che sarebbe certo troppo. Si tratta tuttavia di un vecchio problema. Lo troviamo già agli albori della storia: Saturno tagliò i genitali al padre Urano. Più avanti la castrazione veniva usata per fini religiosi (culto di Cibele e gnostici, come Origene, che non esitò a fare il "sacrificio").
In Cina era una pena per stupratori e adulteri. Nel mondo islamico serviva a creare gli eunuchi per gli harem. Nel mondo cristiano produceva la voce infantile per il canto (castrati dell'opera). E il filosofo Abelardo, per avere sedotto la nipote Eloisa del canonico Fulberto, fu da lui fatto castrare. Tempi barbari, certo. Ma ancor oggi la castrazione chimica è presente nelle legislazioni di alcune nazioni tutt'altro che incivili (Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Francia, Belgio, alcuni Stati Uniti, Australia, India, Russia).
Ma solo col consenso del colpevole, di età non inferiore a 20 anni, del quale sia stata dimostrata la pericolosità sociale. Anche se non avviene spesso. Uno stato di diritto e democratico non può imporre la castrazione, ma solo fornirla come intervento opzionale richiesto dal "malato" a spese dello Stato. Si tratta dell'uso di farmaci ormonali, che riducono le fantasie e il desiderio sessuale, frenando l'eccitabilità. Non si tratta in alcun modo di una castrazione definitiva, perché la somministrazione dei farmaci può essere interrotta in ogni momento.
Non v'è dubbio che ridurre l'intervento di Salvini a una semplice fatto elettorale è cosa stupida. Il problema esiste da tempo e va affrontato, come fanno tante altre nazioni. Tutti ricordiamo il più riuscito fi lm dedicato a questo problema. Nel 1971 uscì la violentissima pellicola di Stanley Kubrick Arancia meccanica, tratta dal noto romanzo di Antony Burgess.
Con fine previsione, i due autori hanno indovinato cosa presto sarebbe accaduto anche nella civilissima Inghilterra e in tutta Europa: tre giovani sofisticati e svagati si dedicano alla tortura, allo stupro e all'uccisione. Tutti violenti e malvagi, tutti "arance meccaniche", persone umane fuori, criminali dentro, ma quella società in cui vivono lo è molto più di loro. Il loro capo Alex viene carcerato e sottoposto al metodo di cura, psico-chimico, "Ludovico".
Alla fine del dramma è "guarito" e può tornare nel mondo civile. Ma l'ultima inquadratura del fi lm mostra il suo sguardo ormai vuoto, più di un automa che di un essere libero. Non è più un uomo, perché non può più fare né il bene né il male. Sappiamo anche che la tendenza alla violenza e allo stupro non dipende solo da fatti fisici e costitutivi.
Molto vi contribuiscono la mancata educazione morale e sociale. La castrazione chimica non esaurisce il problema, anche se sarebbe un errore non tener conto della sua utilità in certe condizioni. L'uomo è sempre un essere complesso, qualcosa di misto (una medietas dicevano gli umanisti del rinascimento) tra la bestia e Dio. Occorre aiutarlo a superare la sua animalità nella spiritualità. Con la formazione familiare, scolastica e sociale. Anche se, nei casi in cui la bestialità prevalga, occorre aiutarlo (dietro sua richiesta) con i mezzi che la scienza ci suggerisce. Compresa la castrazione chimica.
di Venanzio Postiglione
Corriere della Sera, 8 maggio 2019
Si vedevano al ristorante e lo chiamavano "la mensa dei poveri". Il mago delle relazioni e dei voti è un signore già condannato in via definitiva nel 2017 per concussione.
Anche lo sfregio. Si vedevano al ristorante e lo chiamavano "la mensa dei poveri". Hanno immaginato la tangente su una sentenza per tangenti: pure la corruzione sa essere creativa. Il mago delle relazioni e dei voti, raccontano i pm, è un signore già condannato in via definitiva nel 2017: per concussione. Quando si dice la competenza. E l'inchiesta poteva e doveva andare avanti, alla ricerca di prove e reati: hanno dovuto interrompere. D'urgenza. Con gli arresti. Perché, ascoltando i colloqui, saltavano fuori nuovi illeciti: così, in diretta.
Sono passati 27 anni dal famoso 17 febbraio del '92, quel mattino d'inverno in cui Mario Chiesa veniva arrestato, Tonino Di Pietro diventava famoso, si apriva Tangentopoli, cadeva un sistema politico e si immaginava la lunga primavera dell'onestà. Da Milano all'Italia tutta. Però 27 anni fa è come 27 mesi fa e 27 ore fa, la corruzione ambientale specchio e condanna di un Paese uguale a se stesso, al di là delle norme, dei partiti, delle inchieste. Delle promesse, dei proclami. Ma forse anche dei garantisti e dei giustizialisti. Che si scontrano sul nulla e parlano di nulla se non si aggrediscono i due temi aperti (quelli veri): la selezione della classe politica e l'efficacia e la rapidità della giustizia. Altrimenti avremo sempre mezze figure con la bustarella in tasca e processi infiniti che aiuteranno lo spettacolo e mortificheranno la legalità. E avremo pene molto severe e molto inapplicate, grandi megafoni per la propaganda e nuovi tagli alla giustizia.
La delusione sarà più forte, se i primi passi dell'inchiesta di Milano verranno confermati, a cominciare dalle "sinergie con le cosche della 'ndrangheta". Perché nell'immaginario italiano davvero, e ancora, la Lombardia è la regione che lavora-produce-innova partendo dalle sue imprese e prova a trascinare un Paese frenato dalle risse (quotidiane) al governo e malmenato dalle bastonate (mensili) dell'Europa. È una spinta che fa bene all'Italia e ci tiene ancorati al mondo: tutti i giorni. Ma poi, un martedì mattina, la notizia che scuote il sistema lombardo di governo, costruito da sempre sull'alleanza Forza Italia-Lega e citato con insistenza come modello nazionale.
Ci sono 43 misure cautelari, con 12 arresti in carcere e con gli "azzurri" emergenti sotto scacco. A partire da Pietro Tatarella, vice coordinatore regionale di Forza Italia e anche candidato alle Europee del 26 maggio: in lista, ma ora in cella. Indagato lo stesso governatore leghista, Attilio Fontana, per abuso d'ufficio, anche se la Procura ha mostrato cautela e quindi servirà prudenza. Non è solo un fatto giudiziario. E non è facile scagliare pietre. La Lega, a Roma, si è incartata nella vicenda Siri e ha ridato slancio ai 5 Stelle. Gli stessi 5 Stelle che hanno visto il proprio presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito, finire in carcere per corruzione. Nella capitale, dove governano. Il Pd, solo per citare l'ultima pagina, ha la ferita dell'Umbria ancora aperta, dopo decenni di amministrazione e di potere. Poi, certo, ogni caso è un caso, ogni responsabilità è personale e l'indagato non è un condannato. Ma neppure la legge "spazzacorrotti" si è rivelata (per ora) una minaccia sufficiente e l'ipotesi della "giustizia a orologeria" si spegnerà prima di nascere. Sarebbe uno strano orologio. Visto che in Italia ci sono sia elezioni che indagini in continuazione.
È una battaglia che va fatta nei partiti. Dentro i partiti. Con le inchieste. Ma anche nella società, nella cultura, alla ricerca degli anticorpi che esistono in Lombardia e non solo in Lombardia. È forse qui che, un giorno, deve davvero finire la pacchia. Senza dire che le persone marciranno in galera o che bisogna buttare la chiave nel lago di Como o che si devono tagliare le mani come nelle leggi ispirate alla sharia. Le persone degli altri partiti, naturalmente. Meglio pene certe e condanne rapide: la riforma più semplice sarà quella più difficile. Partendo da Cesare Beccaria, milanese e gloria nazionale, che l'ha scritto nel Settecento. E poi una politica che chiama "mensa dei poveri" il ristorante dove si scambiano tangenti dovrebbe vergognarsi subito. Prima di inchieste e processi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2019
Corte di cassazione - Sentenza 18793/2019. Spazio ampio per la diversa qualificazione giuridica del fatto. Perché, comunque, nei diversi gradi di giudizio la difesa può essere messa nelle condizioni di intervenire. Lo puntualizza la Corte di cassazione con la sentenza 18793 della Quarta sezione penale. Nel dettaglio, il giudice può procedere a un diverso incasellamento nella legge penale della medesima condotta senza la necessità di informare preventivamente le parti sia in primo grado sia in appello. La difesa infatti potrà fare valere le sue ragioni nel successivo grado di giudizio, in appello oppure in Cassazione.
Davanti a quest'ultima, poi, la diversa qualificazione è possibile quando le parti sono state informate, anche solo oralmente, da parte del procuratore generale in sede di requisitoria oppure anche dal collegio giudicante stesso prima della discussione. Intreventi suprflui poi se l'atto stesso dell'impugnazione ha al centro proprio il tema della determinazione giuridica della condotta. La Cassazione fa precedere queste conclusioni da un'attenta ricostruzione della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, dove il riferimento obbligato sul punto sono le sentenze Drassich, dell'11 dicembre 2007 e 24 febbraio 2018. Pronunce che hanno affermato e precisato il diritto dell'imputato a essere informato della natura e dei motivi dell'accusa. Un'informazione che non può essere però limitata agli esclusivi elementi di fatto, ma impone anche l'evidenza della qualificazione giuridica dei fatti contestati, alla quale naturalmente l'ordinamento fa seguire il relativo trattamento sanzionatorio.
È necessario però, torna a sostenere la Cassazione, un approccio non formale al principio affermato in sede europea, ritenendo che il diritto all'informazione sulle cause dell'accusa deve trovare applicazione solo quando l'imputato non ha avuto spazio per rielaborare la propria linea difensiva. Una necessità di interpretazione nel segno della "ragionevolezza" che va declinata nei diversi gradi di giudizio. Determinante è allora la possibilità per l'imputato di confronto con l'autorità giudiziaria attraverso l'ordinario rimedio dell'impugnazione, non solo davanti al giudice di appello, ma anche in Cassazione. A ulteriore precisazione, osserva la Cassazione, va sottolineato che è garantito il diritto al contraddittorio anche quando la nuova determinazione del fatto è stata compiuta direttamente con la sentenza di primo grado senza un preventivo confronto sul punto. Davanti alla Cassazione, infine, l'unico elemento da tenere presente è che la riqualificazione non può arrivare a sorpresa, al momento della decisione. Deve così essere considerato superato quell'orientamento che aveva ritenuto colpita da nullità la sentenza che aveva operato a una riqualificazione dell'imputazione senza un preventivo contraddittorio.
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 8 maggio 2019
La relazione annuale del Garante regionale. I detenuti sono 6.500 a fronte di 5.252 posti regolamentari. Anastasìa: incrementare misure alternative. "Un anno complicato ma in cui non sono mancati risultati e passi in avanti e in cui si sono poste le basi per sviluppi ulteriori".
Strutture, sovraffollamento, assistenza sanitaria, minori, stranieri, lavoro, studio e suicidi: è una foto in bianco e nero, con molte zone d'ombra, ma anche con qualche apertura, quella che restituisce la relazione annuale dell'attività svolta dall'ufficio del garante dei diritti delle persone private della libertà del Lazio, terza regione in Italia per numero dei detenuti, dopo Lombardia e Campania. Questa mattina, 7 maggio, la presentazione del report nella Sala Mechelli del Consiglio regionale.
Carcere e sovraffollamento. "Siamo di nuovo sopra i 60mila detenuti in Italia, 6.500 nel Lazio, a fronte di 5.252 posti regolamentari - spiega il Garante Stefano Anastasìa. Negli ultimi due mesi la popolazione detenuta ha smesso di crescere ma la situazione resta critica perché non c'è un'inversione di tendenza mentre si registra una decrescita dei reati.
È dunque l'effetto di un allarme sociale che, per quanto infondato, pesa sulle prassi e sugli orientamenti degli operatori della sicurezza e della giustizia". Il sovraffollamento, pari al 118 per cento in Italia, è al 124 per cento nel Lazio. Anche la percentuale di detenuti stranieri è più alta nel Lazio che in Italia, con evidenti criticità nella gestione di istituti di pena privi di mediatori culturali e nello stesso accesso alle alternative al carcere, fortemente limitate dalle condizioni socio-anagrafiche. Più del 40 per cento dei condannati in esecuzione penale in carcere ha un residuo pena inferiore ai due anni, nel Lazio quasi il 50 per cento. "In questa regione - sottolinea il Garante - il sovraffollamento non esisterebbe se i condannati a meno di un anno potessero accedere alla detenzione domiciliare o all'affidamento in prova al servizio sociale".
Le strutture. "Particolarmente critiche - spiega Anastasìa - le condizioni delle carceri di Latina, Cassino, Regina Coeli e Civitavecchia Nuovo complesso: principali carceri di ingresso nel sistema penitenziario regionale. Lo stato del patrimonio penitenziario italiano è desolante, nelle strutture e nelle suppellettili. Quasi dappertutto le docce sono fuori dalle stanze, in condizioni critiche, l'acqua calda in stanza è una rarità e in alcuni istituti c'è ancora il water a vista.
Per non parlare della nudità degli spazi comuni, dell'accoglienza dei familiari in visita o delle condizioni degli impianti sportivi. Continuiamo a rinviare il problema della qualità degli spazi detentivi a quando avremo finito di affannarci sulla soglia dei tre metri quadri a testa prescritti dalla giurisprudenza Cedu, ma forse solo affrontando il problema della qualità riusciremo a risolvere il problema della quantità".
I minori. "A dispetto di una certa, morbosa, attenzione mediatica - spiega il Garante -, il sistema della giustizia penale minorile continua a dare buona prova di sé". Sono ulteriormente diminuiti gli ingressi nel Centro di prima accoglienza di Roma, leggermente aumentati quelli a Casal del Marmo e stabilizzati i collocamenti in comunità. "Su ciascuno di questi percorsi pesano i ragazzi italiani, anche se a Casal del Marmo restano trattenuti gli stranieri e una percentuale di ragazze non corrispondente agli ingressi in Cpa e in Ipm, segno di una loro maggiore difficoltà ad accedere alle misure di comunità. Poco meno della metà sono i giovani adulti, tra i 18 e i 25 anni, autori di reati compiuti da minorenni, che vengono ospitati in Istituto".
Rems e Tso. Nel Lazio ci sono 5 strutture per 91 posti disponibili e al 31 dicembre risultavano internate 84 persone. "Significativo - commenta il Garante - il riequilibrio tra misure di sicurezza provvisorie, internamenti di semi-infermi e destinatari di misure di sicurezza definitive a favore di queste ultime. Per quanto insufficiente, è importante anche la riduzione della lista d'attesa, da 70 a 52 persone". Nel 2018, sono state 43 le persone dimesse, di cui 30 in libertà vigilata presso comunità terapeutiche, tre in libertà vigilata con prescrizioni, cinque per revoca della misura e tre per trasferimento in carcere. "Sulla malattia mentale e il trattamento sanitario obbligatorio per motivi di salute psichica - annuncia Anastasìa - inizieremo un monitoraggio specifico dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura e delle sue forme di disposizione e di applicazione. Intanto registriamo il dato fornito dal Dipartimento di epidemiologia al Garante nazionale, secondo cui i ricoveri con Tso nel Lazio sono in costante calo e, tra essi, quelli con diagnosi di disturbi psichici".
Il lavoro di un anno. Sono state prese in carico 631 delle 841 persone private della libertà che si sono rivolte all'ufficio. "Fatte salve il gran numero di richieste di contatto per ragioni di studio, vera specialità di questo ufficio e di questa regione che, anche grazie all'impegno di alcuni atenei ha un quarto dei detenuti iscritti all'università in Italia, il maggior numero di contatti sono motivati da problemi riferibili alle condizioni di detenzione, all'assistenza sanitaria e alla richiesta di trasferimento". Alle visite e agli interventi si affianca il lavoro di confronto istituzionale e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica.
Salute in carcere. L'assistenza sanitaria resta una delle maggiori preoccupazioni dei detenuti. Dall'Osservatorio regionale sulla sanità penitenziaria sono emerse le necessità di: potenziare la medicina specialistica, attivare una diversa modalità operativa dei Dipartimenti di salute mentale in carcere, verso una presa in carico effettiva del detenuto infermo di mente, informare i detenuti sui servizi offerti, garantire continuità terapeutica e informatizzazione della cartella clinica.
Lavoro, formazione e previdenza sociale. Istruzione scolastica con discreta diffusione anche se "ogni anno - sottolinea il Garante - deve confrontarsi con minacce di tagli di classi che non tengono conto dei difficili percorsi. D'altro canto, l'Amministrazione penitenziaria continua a non ponderare con la dovuta accortezza i trasferimenti dei detenuti che spesso interrompono percorsi di studio e di istruzione non proseguibili nelle nuove sedi di destinazione". Sul lavoro si registra "un impoverimento dell'offerta di lavoro minimamente qualificato, retribuito e con una prospettiva di stabilizzazione". Situazione che pone in rilievo "la scelta di Roma Capitale di riproporre la clausola sociale di valorizzazione dell'inserimento lavorativo dei condannati nei propri appalti pubblici. Anche altri enti territoriali e aziende pubbliche potrebbero muoversi in questa direzione, dando un contributo effettivo ai processi di reinserimento delle persone detenute".
Suicidi e morti in carcere. "I dati in regione sono ambivalenti: al contrario che a livello nazionale, diminuiscono i suicidi, ma aumentano le morti - sottolinea il Garante ricordando i due bambini uccisi dalla madre a Rebibbia -. In carcere ci si uccide 17 volte più che fuori perché il carcere è un luogo in cui la sofferenza personale e la pena per la propria condizione di vita sono acuite dalla perdita della libertà. L'Amministrazione penitenziaria, con l'ausilio del personale sanitario, deve fare tutto quello che può per prevenire simili eventi, e l'adozione dei Piani di prevenzione del rischio suicidario in quasi tutti gli istituti di pena della regione va in questo senso. Ma non si può pensare di debellare il suicidio dalle carceri o di attribuirne la responsabilità all'agente di sezione che ha tardato qualche secondo ad affacciarsi allo spioncino. Piuttosto bisognerebbe ponderare con più attenzione le stesse scelte di carcerazione, sia in fase cautelare che in fase esecutiva, e nel corso di essa fare attenzione a quei momenti e a quelle situazioni ad alto rischio, come la rottura di una relazione familiare, il sopraggiungere di un nuovo titolo di detenzione, l'esecuzione di un provvedimento disciplinare". (Teresa Valiani)
di Pietro Alessio Palumbo
Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2019
Corte di Cassazione - Sezione III - Sentenza 4 aprile 2019 n. 14734. Ai fini della condanna per maltrattamento degli animali assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà verso gli animali, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dello animale stesso, procurandogli dolore e afflizione. Con la recente sentenza n°14734/2019, la Corte di Cassazione affronta una vicenda che riguardando asini da soma sembra d'altri tempi, coniugando tuttavia una prospettiva novella: una spinta di diritto vivente verso una nuova visione della posizione giuridica soggettiva dell'animale.
Le circostanze censurate - Il Tribunale di prime cure aveva affermato la responsabilità penale dell'imputato poiché nella sua qualità di titolare di una azienda agricola deteneva alcuni asini in condizioni incompatibili con la loro natura, producendo ad essi gravi sofferenze. Gli asini presentavano evidenti difficoltà deambulatorie. Un asinello neppure era più in grado di reggersi sulle zampe.
Le coordinate valutative - A giudizio della Corte, configurano reato di maltrattamento di animali non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di compassione verso gli animali destando ripugnanza per la loro aperta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sui sensi dell'animale, producendogli dolore. Non solo le sevizie, le torture o le crudeltà caratterizzate da dolo quindi, ma anche incuria che reca danno agli animali quali esseri senzienti capaci di percepire gli stimoli del male (parimenti alle attenzioni amorevoli). La configurabilità dell'ipotesi di animali in condizioni incompatibili con la loro natura non può quindi prescindere dall'elemento della sofferenza che deve risultare da un'adeguata prova. Se fosse sanzionabile la semplice detenzione degli animali in condizioni contrastanti con la di essi natura, di per sé sola e dunque in assenza di concreta sofferenza, qualsivoglia detenzione a prescindere dal luogo, dalle modalità, dalla durata e dagli scopi della stessa, si porrebbe per ciò stesso in contrasto col precetto penale, dal momento che si tradurrebbe in una privazione della libertà dell'animale e quindi contrasterebbe con la natura dell'animale stesso, impulsivamente orientato a vivere in libertà dall'uomo.
Per altro verso, l'elemento della incompatibilità naturalistica della detenzione conferisce al reato la necessaria determinatezza, così ottemperando al principio di legalità. In altre parole il requisito della sofferenza fisica o psichica, esprime con chiarezza la scelta di considerare gli animali come esseri viventi suscettibili di tutela diretta e non mediata sol perché oggetto del sentimento di pietà nutrito dagli esseri umani verso di loro. In questa ottica il concetto di inutile sofferenza non risponde a una visione antropocentrica della sofferenza animale (la pietà), ma a un'esigenza di determinatezza della fattispecie altrimenti esposta alle sensibilità soggettive dei consociati e dello stesso giudice. Nel caso di specie, si pone in evidenza come agli animali, era impedita o, comunque, resa particolarmente difficoltosa la deambulazione, tanto che uno di essi non riusciva neppure più ad alzarsi dal carro utilizzato per trasportare gli animali al lavoro, esponendoli tutti a grossi rischi durante l'alpeggio, dovendosi muovere su un terreno non piano. La detenzione in tali condizioni, per la Corte deve ritenersi certamente inconciliabile con la natura degli animali e foriera di sofferenze inaccettabili.
A ben guardare la condotta crudele consiste non solo nel cagionare all'animale sofferenze senza alcuna necessità, ma anche nel sottoporre lo stesso ad una condizione di vita che, non risultando necessaria alle esigenze della custodia e dell'allevamento, gli cagioni martirio. Di talché, come nel caso di specie, anche la detenzione di un animale in condizioni tali da costringerlo a una postura innaturale, tale da impedire o rendere assai difficile la deambulazione o il mantenimento di una posizione eretta, integra reato di maltrattamento degli animali. Ciò perché la crudeltà, concettualmente presuppone l'assenza di un giustificato motivo del soggetto agente: la disumanità è di per sé caratterizzata dall'assenza di una causa proporzionata o dalla spinta di un motivo intollerabile.
Rientrano nella fattispecie le condotte che si rivelino crudeli in quanto espressione di significativa insensibilità umana. Comportamento questo che non necessariamente richiede il preciso scopo di infierire apertamente sull'animale. Devesi aggiungere che determinare sofferenza non comporta necessariamente che si cagioni una lesione all'integrità fisica dell'animale, potendo la sofferenza consistere in meri patimenti interiori dello stesso. Infine la Corte stigmatizza la forza dell'arresto ermeneutico con il rigetto della richiesta, avanzata dal difensore dell'imputato, di esclusione della punibilità per supposta particolare tenuità dei fatti.
L'Unione Sarda, 8 maggio 2019
A Is Arenas 4 detenuti su 5 sono stranieri. Alcune delle carceri sarde sono ancora in stato di "sofferenza" o "sovraffollate". A tracciare un quadro della situazione degli istituti penitenziari dell'Isola è Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che analizza i dati diffusi dal Ministero della Giustizia sulla realtà detentiva al 30 aprile 2019. "La Casa Circondariale Ettore Scalas di Cagliari-Uta continua a avere un numero di persone private della libertà oltre il limite regolamentare. Conta infatti 572 persone per 561 posti, 26 donne e 134 stranieri (23,4%)", afferma Caligaris.
Anche a Oristano "la situazione non è rosea", sottolinea, con 266 detenuti per 265 posti, mentre è "al limite della capienza" il San Daniele di Lanusei (33 per 33). Situazione nella norma invece per i carceri di "Badu 'e Carros" di Nuoro (215 reclusi per 377 posti, con una sezione di 140 post chiusa per lavori di ristrutturazione), di "Giovanni Bacchiddu" di Sassari (421 detenuti per 454 posti), di Nuchis-Tempio Pausania (144 presenti per 168 posti) e "Giuseppe Tomasiello" di Alghero (119 per 156).
"Vi è infine da segnalare - sottolinea la presidente dell'associazione - il sottoutilizzo delle colonie penali: a fronte di 692 posti disponibili sono occupati poco più della metà (372 pari al 53%) con una presenza di stranieri pari a 270 (72,5%). La percentuale più significativa di persone prevalentemente extracomunitarie spetta a "Is Arenas", con 76 stranieri su 96 detenuti (79%), seguita da Mamone 142 su 183 (77,5%). Al terzo posto Isili 52 su 93 (55,9%). "È infine ancora irrisolto il problema dei direttori. La pianta stabile attuale è di 5 responsabili per 10 istituti con una organizzazione che vede prevalere i commissari nella gestione delle strutture penitenziarie isolane", ha concluso Caligaris.
anconanews.it, 8 maggio 2019
Ha incassato 15 voti favorevoli e un consenso trasversale da parte delle forze politiche presenti in Aula (7 maggio), la mozione a firma dei consiglieri Mastrovincenzo, Urbinati, Leonardi, Busilacchi, Marconi, Carloni, Maggi e Rapa che impegna il presidente della Giunta a sollecitare il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria (Prap) Emilia Romagna - Marche a prendere provvedimenti sulla situazione in cui versano le carceri marchigiane. Sovraffollamento, carenza di agenti di Polizia penitenziaria ed educatori, necessità di una dirigenza esclusiva per le Marche e non condivisa con altre regioni. Sono stati questi i temi al centro del dibattito.
Una mozione, firmata da tutti i capigruppo, necessaria in seguito alla presentazione, nel gennaio scorso, del "Report 2018. Istituti penitenziari e REMS Regione Marche" stilato dal garante regionale Andrea Nobili, dove erano emerse una serie di criticità presenti negli istituti penitenziari. Il garante aveva chiesto il ripristino di "un'adeguata presenza del Prap, con uffici in loco ed un dirigente che pensi esclusivamente alle esigenze del territorio regionale".
Anche i sindacati di Polizia penitenziaria (Fp - Cgil, Fns - Cisl, Sappe, Ugl) avevano messo in luce una serie di criticità, tra le quali il ritardo nella realizzazione dei lavori di ristrutturazione della Casa di Reclusione di Fossombrone (Pesaro e Urbino), il sovraffollamento a Montacuto con 307 detenuti a fronte dei 256 previsti, la carenza negli organici di Polizia penitenziaria e la necessità di procedere all'aggiornamento della pianta organica. Un quadro nel quale si è inserita anche la chiusura del carcere di Camerino in seguito ai danni inferti dal sisma del 2016.
Il capogruppo del Movimento 5Stelle, Gianni Maggi, ha posto l'accento sulla necessità di rieducare i detenuti, un aspetto molto importante anche per il contenimento dei costi sostenuti dallo Stato per il mantenimento dei carcerati. Ha poi ringraziato le guardie carcerarie che "svolgono lavoro delicato e le associazioni di volontariato che impiegano tempo e denaro per assistere i detenuti". "Un problema di grande civiltà", ha evidenziato.
Durante il suo intervento in Aula, Maggi ha posto anche una riflessione sulle droghe leggere spiegando che con la loro liberalizzazione "ci sarà meno affollamento". Un inciso che ha suscitato le ire della consigliera regionale di Fratelli d'Italia Elena Leonardi che si è espressa in forte disaccordo con il capogruppo dei pentastellati. "Un messaggio fortemente diseducativo verso i giovani" ha detto la consigliera che ha invocato piuttosto un inasprimento di pena per chi spaccia. "Le modiche quantità stanno portando solo a morte" ha sottolineato la Leonardi -. Porterò avanti una battaglia aspra contro le droghe. Basta a chi vende morte e poi viene rimesso in libertà. Lo spaccio è intollerabile".
Rientrando nel merito della mozione la consigliera ha ripercorso le tappe salienti che hanno portato alla nascita della mozione, con i sindacati di Polizia penitenziaria che avevano esposto la loro preoccupazione riguardo alle problematiche presenti nella carceri marchigiane. La Leonardi ha posto l'accento sul fatto che le più alte percentuali di suicidio tra le forze dell'ordine si registrano proprio tra gli agenti di Polizia penitenziaria.
Il presidente del consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo ha sottolineato la trasversalità di consensi incassati dalla mozione, mentre il capogruppo del Pd Fabio Urbinati ha posto l'accento sull'urgenza della questione e sull'importanza della riabilitazione. Per la Lega è intervenuta la consigliera Marzia Malaigia che ha ricordato come spesso il detenuto è anche l'agente di Polizia penitenziaria e chi lavora negli uffici amministrativi, evidenziando la necessità di rivedere la situazione delle carceri. Il consigliere dei Popolari Marche - Unione di Centro, Luca Marconi ha posto l'accento sull'importanza del perdono e della misericordia da parte della società.
di Giulia Maestrini
Corriere Fiorentino, 8 maggio 2019
Presentato il volume di scrittura collettiva nato nel carcere. Sette uomini, tutti diversi; italiani e stranieri, il più giovane ha 26 anni e il più anziano 64, alle spalle hanno storie complesse e dolorose, vengono da luoghi diversi e attraverso diverse strade sono arrivati tutti qui, nella Casa circondariale di Santo Spirito, il carcere di Siena.
E da qui adesso "escono" grazie alle loro parole divenute un libro: si intitola Fuori dal buio (ed. Futura, 2019, 111 pagine, 12 euro) ed è il frutto di un progetto di scrittura collettiva durato 11 mesi e guidato dalla giornalista senese Cecilia Marzotti. È stata lei a tirare i fili di questa trama; intrecciare pensieri sparsi, appunti e perfino disegni da cui tutto è partito.
Dal bisogno di mettere nero su bianco sensazioni ed esperienze, raccogliere spaccati di vita vera (la loro, ma anche degli altri detenuti che hanno scelto di raccontarsi) e, da quelli, iniziare a definire i personaggi, i luoghi, la storia, i sogni e gli errori. Perché sogni ed errori sono l'architrave di questo libro: un giallo che è di finzione, ma verosimile e, anzi, ha i piedi ben saldi dentro la vita vera.
"La trama del racconto è dettata dal caso - spiega il direttore della Casa Circondariale, Sergio La Montagna nell'incontro alla biblioteca degli Intronati - la storia dei protagonisti che si ritrovano in carcere per un beffardo scherzo del destino, un incontro sfortunato con chi li ha convinti a delinquere. Proprio come spesso accade nella realtà". C'è una finalità "catartica" allora in questa scrittura che "è un modo di restare vivi".
La forma è diretta, lineare, scarna, va dritta al punto senza eleganza posticcia. Il ruolo della coordinatrice è stato quello di mettere insieme i pezzi senza edulcorare, cucire e guidare ma senza stravolgere una scrittura autentica. "Troverete una punteggiatura a tratti fanciullesca - spiega Marzotti - e forse qualche errore: d'altronde li hanno commessi nella loro vita, ben vengano anche nel loro libro". Non c'è solo questo, però: c'è piuttosto un grande desiderio di riscatto in questo lavoro che per mesi ha coinvolto l'intera comunità del carcere, ospiti, agenti, educatrici e soprattutto loro, i detenuti-scrittori.
"Hanno lavorato a testa bassa e avuto la forza di raccontarsi pur sapendo di aver sbagliato", fino a uscire appunto "fuori dal buio", abbattendo idealmente quelle sbarre. Perché è per questo che è nato il libro, "per farci liberare": lo spiega Roberto, uno dei detenuti-scrittori che parla a nome di tutti. "Era importante dire che dentro il carcere esiste un'umanità e che nessuno ci sarebbe entrato se avesse trovato un perché là fuori.
Il buio è il nostro, ma è anche quello che sta fuori e ci circonda: se tutti uscissimo dal buio, le carceri sarebbero meno affollate" Locali che quotidianamente assistono ad altre e diverse declamazioni, più inclini a suffragare l'idea iniziale di abbandonare ogni speranza, entrando. E invece, come ha giustamente sottolineato la Direttrice del reclusorio scaligero, la originalità della proposta sta proprio nella sua ideazione, capace di tradurre l'offerta trattamentale in un percorso disponibile, trasformando un caposaldo della nostra cultura in un concreto ed efficace strumento di crescita della persona, nella sua dimensione emotiva e relazionale, e tenendo cioè in vita quella speranza che, per chi entra nella città dolente, si temeva abbandonata.
Le stelle che infine, tutti insieme, (ri)uscimmo a riveder, in un gradevolmente complice tramonto di fine aprile, splendono di una luce particolare per chi, con i detenuti e i ragazzi coinvolti, compia il percorso allestito: è la luce di un futuro in cui la promiscuità di una sera, fra buoni e cattivi, ammesso di saperli sempre riconoscere, non sarà più un episodio ma la chiave di lettura di una ricostruita esistenza.
E Brescia, in tutto questo, cosa centra? Non poco se pensiamo che l'illuminata visione che ha reso disponibile la struttura penitenziaria veronese e quindi consentito la realizzazione di un - senza dubbio - complesso quanto apprezzabile progetto, è quella della dottoressa Maria Grazia Bregoli, Valtrumplina doc, già direttrice di Canton Mombello. A Lei un plauso convinto.
di Susanna Marietti
ilfattoquotidiano.it, 8 maggio 2019
Il carcere entra con delicatezza, originalità e determinazione nel Salone Internazionale del Libro di Torino. Il prossimo giovedì 9 maggio alle ore 15.30 presso la Sala Rossa del Salone si terrà l'evento finale del premio intitolato alla scrittrice Goliarda Sapienza - ideato e promosso da InVerso Onlus, nella persona della giornalista Antonella Bolelli Ferrara, con il sostegno di Siae - che il carcere lo aveva conosciuto e raccontato nei suoi aspetti più assurdi, comuni a epoche e luoghi, quelli che ci lasciano ancora increduli nel vedere quali persone la nostra società decide di destinare alla galera.
Si tratta quanto meno di un triplo evento, quello del Salone di Torino (che ospita il Premio Goliarda Sapienza per la seconda volta e quest'anno in un'edizione speciale). In primo luogo, la presentazione del libro Malafollia - Racconti dal carcere (Giulio Perrone Editore). Il volume contiene i racconti selezionati e scritti da detenuti, storie che provengono dal profondo delle prigioni d'Italia. Sono belli, i racconti raccolti, scritti con personalità e capaci di testimoniare una follia a volte dirompente e a volte sottile, che il contesto carcerario non sottrae a una dimensione emotiva comune a ciascuno di noi.
In sequenza si possono leggere gli scritti di Michele Maggio, Patrizia Durantini, Stefano Lemma, Salvatore Torre, Sebastiano Prino ed 'Edmond'. L'attore Luigi Lo Cascio, insieme ad alcuni degli autori, leggerà brani del libro. A parlarne ci saranno gli scrittori Edoardo Albinati ed Erri De Luca, da sempre vicini ai temi del carcere, e il presidente dell'associazione Antigone, Patrizio Gonnella.
Un altro evento sarà quello dell'annuncio del vincitore dell'VIII edizione del Premio Goliarda Sapienza. Spetterà a una giuria presieduta da Elio Pecora e composta tra gli altri da circa 250 studenti liceali designare il vincitore del premio letterario, che ha una storia bella e oramai quasi decennale.
Ma c'è un terzo, fondamentale evento. Ed è il carcere in sé. La sua rappresentazione all'esterno, il suo essere contenitore rimosso di corpi, cervelli e anime. In tempi bui dalle tentazioni illiberali quali quelli che stiamo vivendo, bisogna accendere i riflettori intorno a tutte le umanità che ci circondano, comprese quelle che qualcuno vorrebbe confinare per sempre nel dolore, nella pena, nel silenzio. Un evento come quello torinese ha lo scopo maestro di togliere il carcere e i detenuti dal cono d'ombra dove si vorrebbe ricacciarli e dare loro dignità. Quella dignità che è propria di ogni essere umano e che qui acquista la forza della letteratura, della capacità di usare la parola per colpire le intelligenze e i cuori di chi legge e ascolta.
C'è bisogno di empatia per cambiare l'approccio dell'opinione pubblica al carcere, per ridimensionarne la funzione meramente afflittiva, per ridurne il peso sociale. Ognuno di coloro che leggerà Malafollia dovrà immaginare che lo scrittore del singolo racconto viveva probabilmente in una cella sovraffollata, doveva negoziare piccoli, piccolissimi spazi e tempi per non essere disturbato, doveva elemosinare carta, penna e scrivania. In carcere è raro che sia consentito usare i computer. I detenuti sono gli ultimi cittadini che inviano lettere scritte a mano e che appongono francobolli.
Pochi giorni dopo l'incontro di Torino, il successivo 16 maggio, Antigone presenterà il suo Rapporto annuale sulle condizioni di detenzione. Lo scopo è ancora quello di rompere i pregiudizi, di superare gli stereotipi, di informare correttamente, di ridurre le distanze. La riduzione delle distanze tra il senso comune punitivo e il valore costituzionale delle pene è il grande risultato cui hanno lavorato i curatori del Premio Goliarda Sapienza. Di questo siamo loro grati.
sicilianetwork.info, 8 maggio 2019
Un'indagine che va oltre il reato, quella realizzata dalla nostra giornalista siciliana Katya Maugeri in "Liberaci dai nostri mali. Inchiesta nelle carceri italiane: dal reato al cambiamento", con la prefazione di Claudio Fava e la postfazione del giornalista de "La Repubblica", Salvo Palazzolo, edito dalla Villaggio Maori Edizioni. Un viaggio inchiesta nelle carceri, arricchito dal progetto fotografico di Alessandro Gruttadauria. Sette detenuti raccontano le loro storie, i loro errori, le loro debolezze, i rimpianti e la speranza di costruire un nuovo progetto di vita.
L'autrice indaga le vite dietro le sbarre di chi, oltre agli errori commessi e l'etichetta di "carcerato", rimane un essere umano. Non c'è assoluzione nelle sue riflessioni: nelle sue "ore d'aria" annota le sue emozioni di intervistatrice e riesce a raccontare le difficili condizioni psichiche di chi ha commesso un reato, e di chi, fuori da una cella, ha lasciato rimpianti e sogni. Il libro sarà presentato a Catania venerdì 17 maggio alle 18.30 nella sala E7 Assostampa al Centro fieristico Le Ciminiere.
A dialogare con l'autrice Daniele Lo Porto (segretario provinciale Assostampa) e Santino Mirabella (giudice e scrittore). Modererà l'incontro il giornalista Alessandro Sofia. Tra le tematiche affrontate, la tossicodipendenza, con il contributo del Centro di solidarietà Il Delfino di Cosenza, la criminalità organizzata, la giustizia riparativa, la triste realtà dei suicidi in carcere, con la testimonianza di Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia e le riflessioni di Mario Conte, consigliere Conte d'Appello di Palermo. "Liberaci dai nostri mali" non è solo un'inchiesta: è il racconto di una realtà di cui bisognerebbe avere coscienza, superando sbarre, muri e pregiudizi.









