di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 10 maggio 2019
Anche la politica ha responsabilità della rivolta contro i rom a Casal Bruciato. Ma fino a prova contraria la legge è uguale per tutti, non è etnica. Non nasce dal nulla la rivolta di Casal Bruciato, l'ennesima contro i rom. C'è un micidiale cocktail di insipienza amministrativa e ipocrisia politica nel veleno di questa nuova guerriglia di poveri contro poveri.
Virginia Raggi è diventata di colpo l'eroina della sinistra dopo esserne stata bersaglio per tre anni: effetto della sua presa di posizione, del tutto condivisibile, a favore di una famiglia bosniaca legittima assegnataria di una casa popolare in via Satta e assalita da residenti come sempre aizzati da militanti di CasaPound.
I toni e i modi di quella protesta sono infami e c'è da domandarsi in quale altro caso, se la parte offesa non fosse stata rom, la polizia non sarebbe intervenuta immediatamente contro chi, sotto gli occhi degli agenti, avesse minacciato e insultato ("tr..., ti stupro") una madre con una bimba di due anni in braccio. Serve appena ad attenuare l'imbarazzo la notizia che lo squadrista in questione e alcuni suoi accoliti sarebbero stati infine identificati e denunciati per violenza privata e istigazione all'odio razziale.
Ciò detto, la rivolta di Casal Bruciato dell'altro giorno ha una causa recente nella rivolta di Torre Maura di un mese fa. In quella occasione la Raggi riuscì a inanellare tre errori, salvo scaricarli poi sulle burocrazie comunali. Il primo fu decidere, senza trattative con il comitato di quartiere e senza compensazioni per i residenti (necessarie a smussare gli angoli) il collocamento di rom in un centro d'accoglienza già in parte popolato di migranti, dentro un quartiere già esasperato e privo di servizi, cui stavano persino togliendo in quei giorni una vitale linea di autobus. Il secondo fu pensare che fosse accettabile un numero così elevato di nuovi ospiti, 70 in un sol colpo. C'è da domandarsi con onestà come la prenderebbero ai Parioli o in San Babila se si trovassero d'improvviso 70 rom per vicini.
Il terzo errore fu decidere, per effetto della rivolta fomentata da CasaPound, di cedere senza ritegno, mostrando il volto fragile dello Stato, ritirando subito quei 70 poveretti (di cui 33 bambini e 20 donne) e ricollocandoli a piccolissimi gruppi. Strategia inutile, perché da Torre Maura è cominciato un gioco a rimpiattino tra i fascisti del terzo millennio, che infiammano i quartieri popolari romani, e i rom da collocare legittimamente, in case di proprietà pubblica loro assegnate. Dopo Torre Maura è toccata a Casalotti, poi a Tor Vergata e già un mese fa a Casal Bruciato (a 200 metri dalla rivolta di queste ore) venne impedito l'ingresso in un alloggio a un'altra famiglia di nomadi. È passato il micidiale messaggio secondo cui basta vomitare due contumelie e dar fuoco a due bidoni (meglio se in diretta tv) per averla vinta.
L'insostenibile situazione non dipende ovviamente solo dalla Raggi. Il tasso di tolleranza del Viminale al tempo di Matteo Salvini è piuttosto alto nei confronti degli estremisti di destra e in piazza lo si percepisce (incomprensibile, riguardo CasaPound, la decisione del ministro di non considerare una "priorità" lo sgombero del palazzo romano di via Napoleone III occupato da un decennio dall'organizzazione neofascista a fronte della sua pur giusta dichiarazione di guerra verso tutte le occupazioni abusive).
La rivolta di Torre Maura, nella sua componente facinorosa (incendi di auto e cassonetti), andava subito repressa, i manifestanti violenti andavano arrestati e sgomberati. Così non è stato. Si consente dunque di gonfiare ad uso propagandistico quella che è soprattutto una questione di legalità (non formale, davvero sostanziale). Carla Osella, presidente di una associazione di sinti, rimproverò la Commissione periferie due anni fa sostenendo che noi italiani siamo razzisti perché non applichiamo la legge e non reprimiamo i reati di rom e sinti pensando "tanto sono zingari".
L'analisi della Osella è tra le più lucide di un fenomeno che tocca soprattutto Roma (ma anche Napoli, Torino e Milano), che in termini numerici è marginale (su 180 mila nomadi in Italia, quelli in condizione di disagio abitativo - di cui ci accorgiamo, insomma - sono trentamila), ma sul piano simbolico è devastante in tempi nei quali i sistemi politici vivono e muoiono di simboli moltiplicati in tempo reale dalla Rete. Il piano Raggi di superamento dei campi è sacrosanto (in quei campi il 90% dei bambini non va a scuola e i roghi tossici avvelenano i quartieri attorno) ma senza una cornice generale appare davvero velleitario.
Vanno rivisitati di certo i criteri di assegnazione delle case popolari (si danno più punti per chi è più fragile e ha più figli, normalmente migranti e rom, a evidente svantaggio dei residenti storici) magari immaginando graduatorie diverse per nomadi o rifugiati da ricollocare. Ma soprattutto è indispensabile il gioco di squadra tra governo centrale e governi dei territori.
Perciò appare assai fuori luogo la posizione attribuita al ministro Di Maio, "Virginia pensi prima agli italiani", evidentemente preoccupato dal contraccolpo elettorale delle feroci contestazioni subite dalla Raggi a Casal Bruciato. La legge, fino a prova contraria, non è etnica ma è uguale per tutti. E, al netto dei calcoli politici, il primato della legge è il primo mattone su cui ricostruire la nostra convivenza, anche (e soprattutto) in periferia.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 maggio 2019
A Macerata sigillati due negozi con merce fuorilegge. Salvini esulta e promette di chiuderli tutti. Conte: "Non è nel programma". Di Maio all'alleato di governo proibizionista: "Pensi a chiudere anche le piazze di spaccio delle mafie". La war on drug di Matteo Salvini è cominciata. Quarantotto anni dopo quella inventata (e persa) da Richard Nixon, il leader del Carroccio la rispolvera come uno smoking per la festa della campagna elettorale. Ma neppure Trump - che pure è stato un supporter di quella guerra ma recentemente sembra aver cambiato idea sulla legalizzazione della marijuana adottata da molti Stati, sarebbe capace di tanto.
Perché la personale crociata proibizionista del titolare del Viminale si accontenta di attaccare - per i prossimi 16 giorni, inshallah - i negozi che vendono cannabis light. E non certo le 100 nuove sostanze psicoattive perfettamente legali censite ogni anno dall'Istituto superiore di Sanità, come chiede invece il Coordinamento nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca) che venerdì ha partecipato all'incontro con lo stesso Salvini e con il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Incontro che aveva aperto le danze attorno al totem della droga.
Ieri, per dare corpo al suo annuncio, il questore di Macerata Antonio Pignataro è riuscito a trovare due cannabis light shop a Civitanova Marche che vendevano 25 prodotti con un Thc di 0,8%, con un principio attivo cioè superiore allo 0,6% consentito per legge. E li ha chiusi. Aggiungendo un giudizio che dimostra la sua fede politica: "Si possono vendere shampoo e saponi ma non le infiorescenze di canapa, senza le quali però questo tipo di negozi non coprirebbe le spese - ha affermato Pignataro - Comunque, la cannabis legale non esiste e il limite di Thc di 0,6 è ingannevole".
Un regalone. Il vicepremier leghista esulta e brandisce la notizia come una clava: "Complimenti al questore e alla magistratura, lo Stato dimostra di non essere complice di chi vende prodotti che fanno il male dei nostri figli. Da oggi comincia una guerra via per via, negozio per negozio, quartiere per quartiere, città per città. Sono sicuro che il modello Macerata può essere replicato con successo in tutta Italia, oggi stesso manderò una direttiva con questa indicazione".
Un annuncio che è bastato a far scattare comunque i malumori degli esercenti che vendono prodotti a base di canapa, gadget o attrezzature per la coltivazione (779 Grow shop in tutta Italia, 2.087 punti vendita di cannabis light e oltre 10 mila negozi, compresi i tabaccai, che vendono legalmente infiorescenze di canapa non psicoattiva, con un fatturato annuo complessivo minimo di 44 milioni di euro). Tanto che il Festival Internazionale della Canapa, in programma dal 17 al 19 maggio al Pala Alpitour di Torino è stato annullato dagli stessi organizzatori (vedi intervista in pagina).
"La droga fa male. Meglio un uovo sbattuto". Anzi no, "se bisogna legalizzare o liberalizzare qualcosa, parliamo invece della prostituzione, visto che far l'amore fa bene sempre e farlo in maniera protetta e controllata medicalmente e sanitariamente è meglio". Salvini è un fiume in piena. Ha trovato la vena d'oro e non intende mollarla fino al 26 maggio. Ancora verde di bile per la ritirata sul caso Siri, provoca gli alleati/sfidanti di governo: "Mi aspetto che il senatore dei 5 Stelle Mantero ritiri la proposta sulla droga libera (ma si tratta di un ddl per la legalizzazione della marijuana, ndr). Non è nel contratto di governo e non voglio lo Stato spacciatore".
Luigi di Maio ribatte: "La lotta alla droga è come la pace nel mondo: la vogliamo tutti. Non vedo perché si debbano creare tensioni nel governo per una cosa che noi sosteniamo. Il ministro Salvini vuole chiudere i negozi irregolari che vendono queste sostanze? Ben venga, perché se sono irregolari non possono stare aperti. Però lo pregherei anche di chiudere, ad esempio, le piazze di spaccio della camorra, della mafia, perché quando ci sono queste piazze di spaccio ci vanno di mezzo nelle loro guerre bambine di tre anni, come a Napoli".
Il timeout lo batte questa volta il premier Giuseppe Conte: "Ho un'agenda molto fitta. Non mi stravolgete l'agenda: questo (la chiusura dei cannabis light shop, ndr) non è all'ordine del giorno". All'ordine del giorno ci sono in effetti le elezioni europee. Quell'Europa dove, se si esclude la Romania e poco altro, la vendita di prodotti a base di canapa non psicoattiva è il minimo sindacale. Perché, come fa notare il segretario Pd Nicola Zingaretti, che ridà un filo di voce all'opposizione, "sembra che questa rete di negozi abbia casomai sottratto al traffico illegale diverse risorse".
di Marco Perduca
Il Manifesto, 10 maggio 2019
"Da oggi comincia una guerra via per via, negozio per negozio, quartiere per quartiere, città per città. Via gli spacciatori, la droga fa male". Chi parla è il Ministro dell'Interno Salvini, l'oggi o le misure previste per questo rigurgito proibizionista non sono (per ora) noti. Ferma restando la necessità della Lega di distrarre l'opinione pubblica dalle vicissitudini giudiziarie di molti suoi esponenti, non è la prima volta - né sarà l'ultima - che Salvini rilancia, anche se per ora sempre a chiacchiere, l'italica guerra alla droga. E lo fa applicando in pieno lo storico armamentario proibizionista: mischiare quanto legale con quanto illecito, elevare a norma aneddoti drammatici difficilmente verificabili, lanciare allarmi sulla pericolosità dei consumi senza differenziare tra sostanze, non citare studi sui rischi e danni permanenti che le "droghe" potrebbero comportare, lanciare la parola d'ordine che "non si può abbassare la guardia" e che "vinceremo!".
Se a destra persiste questa sistematica manipolazione di mezze verità - Forza Italia e Fratelli d'Italia sono compatti su questi temi -, dall'altra, sia che si tratti dei 5 Stelle o del "rinnovato" Partito Democratico, il silenzio è la risposta ufficiale: "abbassare i toni". Tutti sedicenti "anti-proibizionisti" senza alcuna proposta o lotta politica riformatrice. Quando, non senza qualche problema logico, alla fine si arriva a decifrare cosa Salvini stia proponendo, ci troviamo di fronte al classico messaggio da "stato di polizia". Un membro del governo ritiene che qualcosa abbia da fare e quindi usa quanto di sua (teorica) competenza, le forze dell'ordine, per dare seguito fattivo ai suoi ordini senza considerare il rispetto della Legge o delle procedure.
Certo nessun governo dal 1990 ha messo mano alla legge sulla droga, come nessun esecutivo negli ultimi 30 anni ha modificato il Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive, Daspo, arrivando a consegnare a polizia e prefetti ampi margini di manovra per gestire fenomeni lontani dalle pericolosità paventate, ma qui stiamo parlando della chiusura manu militari di negozi con regolare licenza in virtù di una legge nel 2016, che anche la Lega ha votato, e che consente la commercializzazione di prodotti a base di cannabis per "uso tecnico o da collezione".
Tra l'altro alla Camera sono in corso audizioni per chiarire quale in effetti sia la destinazione d'uso di questi prodotti, mentre per il 31 maggio è attesa una decisione della Cassazione in merito alla possibile "frode in commercio" avanzata da alcuni. "Ringrazio le forze dell'ordine e la magistratura per la chiusura di cannabis shop a Macerata, Porto Recanati e Civitanova Marche su decisione della Questura. Sono sicuro che il 'modello Macerata' può essere replicato con successo in tutta Italia".
Ecco, il "modello Macerata" l'abbiamo già visto in azione, per l'appunto alla vigilia di altre elezioni, un modello che prevede da una parte chi fomenta l'odio, senza prendere chiaramente le distanze dalla violenza che ne segue, e pratica la mistificazione politica miscelando fatti marginali con banali e bieche malvagità, dall'altra l'immobilismo di chi non si assume la responsabilità di opporsi (anche in piazza) o proporre riforme radicali di fronte a leggi criminogene come quelle sulle "droghe".
Contro questo stato di cose occorre la politica e non la comunicazione o "abbassare i toni", occorre chiarire quali siano le proposte per governare fenomeni antichi, globali e complessi ma, soprattutto, occorre praticare il modello di Stato che si vuole perseguire sempre e comunque.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 10 maggio 2019
Salvini attacca i cannabis shop: da oggi è guerra. Il M5S lo gela: prima chiuda le piazze dello spaccio. La misura tra la possibilità e l'impossibilità di chiudere un negozio di cannabis light, come vorrebbe Matteo Salvini, è contenuta in questa piccola cifra: 0,6 per cento. Una legge del 2016 stabilisce il commercio di prodotti a base di canapa, il cui contenuto di Thc sia inferiore allo 0,6 per cento. Dunque, la direttiva del Viminale annunciata ieri dal ministro dell'Interno andrebbe a sbattere contro una norma dello Stato già esistente. Tutto il resto è un altro giorno di ordinaria campagna elettorale. Un altro giorno di botta e risposta, di dispetti e ripicche a distanza. L'agenda delle lacerazioni è lunga. La cannabis è solo uno dei tanti campi di confronto mentre il rumore delle inchieste, soprattutto quella di Milano in cui risulta indagato il governatore leghista Attilio Fontana, interrogano i gialloverdi sul futuro della maggioranza.
Salvini ha bisogno di nuove frontiere di lotta politica per riguadagnare il terreno perso nel corpo a corpo sulla revoca della carica al sottosegretario Armando Siri, indagato per corruzione. Per la Lega molto - o tutto - si giocherà su due proposte che trovano le resistenze del M5S: autonomia e flat tax. Ma non solo. Sul tavolo imbandito di tutte le fratture con i grillini, rispunta anche la Tav: "L'opera sta andando avanti, non prendiamoci in giro" spiega il viceministro leghista Massimo Garavaglia. Sono diversi temi che dopo il voto potrebbero causare il divorzio tra i soci di governo. Nei 5 Stelle non c'è troppa voglia di rimettere tutto in discussione, ma la campagna elettorale esige comunque una reazione. Luigi Di Maio per la prima volta in un anno parla gongolando per una vittoria sul fronte interno contro Salvini. E dopo aver fatto ritirare le deleghe a Siri contrattacca: "Gli ultimi sondaggi danno in ripresa il M5S e nella Lega sono andati in paranoia. Provocano e sparlano di tutto per prendere qualche voto in più".
Da parte sua, il vicepremier Salvini individua nella lotta alla droga un nuovo orizzonte di conflitto con i 5 Stelle. Decide di partire però dalla rete legale di vendita dei cannabis shop, quella serie di negozietti che commercializzano shampoo, creme, e altri prodotti a base di canapa. "Da oggi è guerra" annuncia Salvini con riferimento alla chiusura già realizzata di tre negozi nelle Marche. In realtà però in tutti e tre i casi le saracinesche sono state abbassate proprio perché dai controlli è risultata una infiorescenza di cannabis superiore allo 0,6 per cento. Andavano chiusi già per la legge esistente. Il testo della direttiva, infatti, si limita a chiedere "una puntuale ricognizione di tutti gli esercizi e le rivendite presenti sul territorio". Le nuove aperture di "simili esercizi commerciali" dovranno prevedere "una distanza minima dai luoghi considerati a maggior rischio", tipo scuole, ospedali, centri sportivi, parchi giochi.
Mantero: avanti con la mia legge - Ma la campagna di Salvini ha un obiettivo politico a breve termine molto più preciso. È un senatore del M5S e il vicepremier gli punta il dito contro con tanto di nome e fotografia sui canali social. Matteo Mantero è l'autore di un disegno di legge per la legalizzazione della marijuana che prosegue il lavoro dell'intergruppo parlamentare della scorsa legislatura. "Non voglio uno Stato spacciatore" accusa Salvini, invitando Di Maio a far ritirare la proposta al suo parlamentare.
Il capo politico del M5S però ribatte: "Mi auguro che questo non sia il solito tema di distrazione di massa che Salvini usa per coprire il caso Siri. Si occupi delle piazze dello spaccio". E dalla Romania il premier Giuseppe Conte aggiunge: "Ho un'agenda con un ordine del giorno molto fitto, questo non è all'ordine del giorno". Mantero conferma che non ritirerà la proposta e spiega : "La Costituzione dice che i parlamentari hanno la loro indipendenza dal governo. Inoltre Salvini dovrebbe chiarirsi. Ora ce l'ha con i negozi che vendono i fiori di canapa industriale, la cosiddetta cannabis light. La definisce droga: un po' come se dicesse che il succo d'uva è uguale alla grappa".
articolo21.org, 10 maggio 2019
L'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha lanciato un appello affinché i rifugiati e i migranti bloccati nei Centri di detenzione delle zone di Tripoli interessate dal conflitto siano immediatamente evacuati verso aree più sicure, dopo che un attacco aereo ha colpito un edificio a meno di 100 metri dal Centro di detenzione di Tajoura, in cui sono detenuti oltre 500 rifugiati e migranti. Le persone detenute attualmente a Tajoura sono più di 500, due delle quali sono ferite e richiedono assistenza medica. Con l'intensificarsi delle ostilità durante la notte di martedì, rifugiati e migranti sono rimasti intrappolati all'interno senza poter fuggire e mettersi in salvo.
Date le violenze ininterrotte in corso a Tripoli e i rischi evidenti per le vite dei civili, è ora più che mai necessario che i responsabili dei Centri interessati autorizzino il rilascio immediato dei detenuti affinché possano essere portati in salvo. "A questo punto, i rischi sono semplicemente inaccettabili", ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell'Unhcr per il Mediterraneo Centrale. "Le persone detenute nei Centri di Tripoli sono minacciati da pericoli sempre maggiori, pertanto è di vitale importanza che siano evacuate immediatamente e messe in salvo".
Dallo scoppio del conflitto avvenuto lo scorso 4 aprile a Tripoli, l'Unhcr ha ricollocato oltre 1.200 persone da località ad alto rischio verso aree più sicure. Tuttavia, restano circa 3.460 ?rifugiati e migranti in Centri di detenzione che si trovano in prossimità di zone interessate dal conflitto. Non sono state effettuate nuove evacuazioni dalla Libia da quando, il 29 aprile, 146 persone sono state portate in Italia. L'Unhcr sollecita la comunità internazionale a mettere nuovamente a disposizione di rifugiati e migranti programmi quali corridoi umanitari e ricollocamento. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati esprime, inoltre, preoccupazione per l'utilizzo dei Centri di detenzione quali depositi di armi e attrezzature militari. Un simile utilizzo delle infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto umanitario internazionale e deve essere assolutamente evitato.
L'Unione Sarda, 10 maggio 2019
L'italiano che l'anno scorso è stato arrestato negli Emirati arabi con l'accusa di essere un trafficante di droga è stato graziato e presto tornerà in patria. Massimo Sacco ha ricevuto il provvedimento di clemenza dall'emiro Khalifa bin Zayed al Nahyan anche grazie all'impegno dell'ambasciata italiana ad Abu Dhabi, in stretto raccordo con il ministero degli Esteri.
Qualche mese fa, dal carcere di Abu Dhabi dove era rinchiuso, aveva lanciato un disperato appello alla compagna, che si era poi rivolta ad alcune trasmissioni tv italiane consegnando una registrazione audio. "Sto morendo", diceva Sacco, le cui condizioni di microcitemia avevano provocato un aggravamento della situazione generale.
"Rischio che a breve - diceva - la mia malattia si trasformi in una leucemia. La situazione è diventata drammatica e solo adesso stanno cercando di metterci una toppa. Vorrebbero curarmi dandomi del ferro, ma questo equivarrebbe a condannarmi a morte. I dottori degli Emirati Arabi non sanno neanche cosa sia la microcitemia, che pur essendo una grave forma di anemia non va in nessun modo curata con il ferro. Non ho più parole".
L'imprenditore era stato trovato in possesso di 10 grammi di cocaina e accusato di traffico internazionale di stupefacenti "senza nessuna prova oggettiva, hanno fatto di tutto per farmi confessare. Ho subito ricatti e botte atroci".
di Ivo Silvestro
La Regione, 9 maggio 2019
Intervista a Roy Garré, giudice del tribunale penale federale elvetico e storico del diritto, sulla giustizia riparativa. La giustizia riparativa trova sempre maggior spazio, sia nei convegni - l'Istituto di diritto dell'Usi ne ha organizzato uno lo scorso novembre e un secondo nei giorni scorsi - sia nei tribunali e nelle carceri.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 9 maggio 2019
Come una bomba a orologeria, dopo la sparatoria di piazza Nazionale e il ferimento della piccola Noemi che ha suscitato grande commozione in tutto il Paese, la dichiarazione esplosiva di Matteo Salvini non si è fatta attendere. "In giro per Napoli ci sono liberi oggi non alcune centinaia, ma parecchie migliaia di condannati in via definitiva che non sono in carcere ma a spasso", ha detto il ministro degli Interni. Per assicurare queste persone alla giustizia il Viminale ha emanato la misura denominata "spazza clan", che prevede ottocento assunzioni straordinarie per dare la caccia ai condannati in via definitiva che restano liberi per le lentezze della burocrazia.
di Valentino Di Giacomo
Il Mattino, 9 maggio 2019
Ma è scontro di cifre Giustizia-Viminale. Una norma "spazza-clan", così la definisce Matteo Salvini che ieri ha annunciato un decreto Sicurezza- bis. L'obiettivo del ministro dell'Interno è consentire ai tribunali di notificare le sentenze a migliaia di condannati in via definitiva che circolano liberamente nelle nostre città. Secondo il Viminale, soltanto a Napoli, sarebbero 12mila le persone a piede libero nonostante sentenze definitive a loro carico, tra questi anche appartenenti ai clan della camorra. Per superare lo stallo, Salvini ha stanziato 25 milioni di euro per assumere 800 persone da impiegare nei tribunali.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 9 maggio 2019
Pronta la norma spazza-clan che dovrebbe consentire l'immediata esecuzione delle sentenze di condanna a mafiosi, camorristi e 'ndraghetisti mai notificate per mancanza di personale. Nuove norme per rendere più efficace la lotta alle mafie, contro gli scafisti e a tutela delle forze dell'ordine.
C'è un decreto sicurezza bis sul tavolo del ministro dell'Interno Matteo Salvini che questa mattina ha anche annunciato una nuova norma cosiddetta spazza-clan perché dovrebbe consentire l'immediata esecuzione delle sentenze di condanna mai notificate per mancanza di personale che lasciano liberi mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti, 800 assunzioni straordinarie per 25 milioni di euro spalmati in due anni. Obiettivo: notificare le sentenze alle migliaia di condannati in via definitiva che restano liberi di girare per le nostre città in attesa del pezzo di carta. Solo a Napoli, secondo la relazione del presidente della Corte d'Appello, sono ben 12.065.
La mancata notifica di migliaia di sentenze in tutta Italia è una emergenza nazionale, come conferma l'omicidio del giovane Stefano Leo avvenuto a Torino il 23 febbraio 2019. Il presidente della Corte d'Appello chiese scusa alla famiglia della vittima.
La situazione degli arretrati raggiunge livelli drammatici a Napoli: un quadro che indebolisce gli sforzi delle Forze dell'Ordine per garantire la sicurezza - sottolineano fonti del Viminale. Da qui, la misura straordinaria che il Viminale coprirà con fondi propri, già individuati dagli uffici.
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