di Manuela Modica
La Repubblica, 30 marzo 2015
"Dove andremo?". La domanda è ripetuta. Man mano che il direttore del carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, Nunziante Rosania mostra i reparti, i pazienti lo fermano per chiedere. Gli ospedali psichiatrici giudiziari da martedì saranno chiusi. Così anche quello siciliano. E la chiusura di quello che è un vero e proprio manicomio crea molta incertezza. C'è chi spera di tornare a casa. E c'è chi si dispera nella prospettiva di un futuro troppo incerto. Ci spera Md Saiful Islam: "Potrò andare da mio zio che si trova a Roma?
Sono stato assolto, posso andare, lui è disposto ad accogliermi?". Md è impaziente, seduto nella cappella dell'ospedale dove assiste al momento di preghiera dell'arcivescovo Calogero La Piana, muove le gambe incessantemente. Resta seduto, non fa il segno della croce, è musulmano ma non è rimasto in cella: ci teneva a fare questa domanda. Lui ha ucciso l'ex senatore Ludovico Corrao, gli è stata riconosciuta l'infermità mentale ed è a Barcellona.
"Per colpa della nostra malattia non adeguatamente curata, siamo diversi, siamo di disturbo, mettiamo paura...". La lettera di Luca Livieri viene letta prima della benedizione di Monsignor la Piana, insieme alla lettera di Maria a lui rivolta. Livieri l'ha scritta quando l'ospedale era spesso la dimora degli ergastoli bianchi: misure di sorveglianza prorogate ancora e ancora. Emanuele Reitano viveva all'ospedale da 15 anni, lo avrebbe lasciato per andare a vivere in un Rems, una struttura sanitaria residenziale a Caltagirone o a Naso.
Ma non succederà. Il 10 febbraio scorso ha tolto dagli slip l'elastico che cinge la vita e con quello si è cinto il collo, impiccandosi. "Difficile se non impossibile dire se sia stato questo il motivo, sicuramente dopo 10 anni questa era la sua casa e l'idea di andarsene non lo lasciava tranquillo, la reclusione, specie dopo tanto tempo può rendere impossibile al malato il reinserimento, questo episodio certifica il fallimento di queste strutture", spiega Rosania, l'unico neuropsichiatra in Italia ad essere rimasto alle dipendenze del ministero di Grazia e Giustizia. L'ospedale di Barcellona infatti è stato l'unico a non recepire la legge nazionale che vo- leva il passaggio al ministero della Salute ma come gli altri 5 sul territorio nazionale chiuderà a fine mese.
O meglio si trasformerà. Era stato costruito nel lontano 1925 e per molto tempo fu considerato "bivacco" carcerario per i mafiosi più che vero e proprio carcere psichiatrico. Di sicuro non era un salotto nel 2010, quando una delegazione della commissione parlamentare d'inchiesta presieduta da Ignazio Marino entrò senza preavviso nel carcere.
I letti di contenzione: un uomo legato e nudo in uno dei letti col buco al centro per le feci. Ma poi anche i reparti con dodici pazienti per cella. Pazienti con scabbia, altri con malattie veneree, o con semplici raffreddori vivevano come in trance a pochi centimetri gli uni dagli altri. Adesso, molti reparti sono chiusi: ne rimangono aperti soltanto quattro, e uno ora ospita 12 donne.
"Una latrina sociale", così l'ha sempre definito Rosania: "Quando Marino entrò eravamo in una situazione di grave sovraffollamento e di scarsissime risorse finanziarie, da tempo lo denunciavo in perfetta solitudine". L'ospedale fu messo sotto sequestro a dicembre 2012: una capienza di 200 persone, nell'agosto del 2010 a Barcellona vivevano oltre 340 pazienti (non detenuti).
Adesso sono 130 e i casi più gravi andranno nelle due residenze, 40 posti in tutto. Gli altri seguiranno un percorso di comunità ma avverrà tutto molto gradualmente: "Dovevano essere 4 le residenze in Sicilia, e attualmente sono due, per esempio", spiega Rosania. "Abbiamo chiesto che fosse attivata la residenza in una struttura per anziani ormai abbandonata, in cui 15 persone sono in attese di ricollocazione.
Per di più vicino al centro cittadino, per cui vicino a tutti i corpi di polizia, la residenza è stata invece individuata in una struttura nel Borgo di San Pietro a venti minuti dalla prima caserma di carabinieri e in un luogo dove c'erano progetti per ricettività turistica, ma non siamo preoccupati per gli internati, si tratta soltanto di una più efficace soluzione per tutti", spiega Nicola Bonanno sindaco di Caltagirone.
"Non stiamo facendo i salti di gioia ma siamo contenti di poter partecipare a una soluzione più dignitosa per il reinserimento dei pazienti", commenta invece Daniele Letizia, sindaco di Naso. Dal 31 marzo i casi più gravi andranno nelle residenze di queste due città. Quaranta internati in tutto. Per gli altri c'è molta incertezza.
"Non scoraggiatevi e abbiate fiducia che questo piccolo esodo sarà seguito da gente che vi vuole bene", così si rivolge agli internati Nicola Mazzamuto, presidente del tribunale di sorveglianza. La messa è finita, l'ultimo avvertimento è per spiegare che al II reparto è allestito il pranzo. "E le sigarette?", chiede qualcuno.
Adnkronos, 30 marzo 2015
Domani chiuderà i battenti, per legge, l'ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Barcellona Pozzo di Gotto e non si sa ancora dove andranno i circa 30 internati , che hanno commesso, nella maggior parte dei casi, reati contro la persona, sono affetti da gravi disturbi psichici e che, per motivi di residenza, fanno riferimento all'Asp di Palermo.
"Come misura alternativa all'Opg era prevista la costruzione di una Rems (residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) nella provincia di Trapani - dichiara Gaetano Mazzola, segretario aziendale della Cisl Fp Palermo Trapani all'Asp di Palermo - ma i lavori non sono mai partiti. Il risultato è che da domani nessuno sa dove andranno queste persone, che hanno commesso reati gravi e che, per il 50%, sono giudicate tecnicamente "non dimissibili" a causa delle patologie psichiatriche che presentano.
Fra gli internati all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, c'è ad esempio, Fabio Conti Tozzo che nel 2009, davanti alla stazione centrale di Palermo, aggredì a martellate due anziani, riducendoli in fin di vita. Lui ed altri in condizioni simili, internati fino ad oggi all'Opg di Barcellona Pozzo di Gotto - aggiunge Mazzola - da domani saranno liberi di girare per le nostre città con i rischi che ne conseguiranno per la popolazione o saranno destinati alle Comunità terapeutiche assistite (Cta), con altri rischi per il personale medico e sanitario e per gli altri utenti".
A novembre del 2014 la Cisl Fp Palermo Trapani ha organizzato all'Asp di Palermo, un seminario sulla salute mentale per sensibilizzare la direzione generale dell'azienda su un tema che potrebbe trasformarsi in una bomba sociale. "I vertici aziendali - continua Mazzola - hanno ignorato il problema e oggi che l'emergenza è alle porte, nessuno dice cosa fare per arginarla.
Si pensa di scaricare tutto il problema sulle spalle dei medici e del personale sanitario, che dovrebbero occuparsi anche di garantire le misure di sicurezza, trattandosi di soggetti oggetto di misure cautelari?". "Chiediamo al direttore generale, Antonino Candela - conclude Mazzola - di convocare con urgenza i sindacati per pianificare interventi immediati e adottare provvedimenti a tutela del personale sanitario e medico, che dovrà farsi carico dell'assistenza di questi soggetti. Lo sollecitiamo a farsi portavoce all'assessorato regionale alla Salute dell'esigenza di realizzare in tempi brevissimi la Rems di Trapani, perché occorrono azioni durature e non misure tampone".
www.ilperiodicodibiella.com, 30 marzo 2015
Dopo Fratelli d'Italia ora anche il Movimento 5 Stelle dice no all'utilizzo del vecchio ospedale di Biella come centro per il recupero di detenuti psichiatrici. "Abbiamo appreso che si vocifera di un possibile utilizzo di parte della struttura del vecchio ospedale come "carcere psichiatrico".
Al Sindaco diciamo che è quanto meno strano considerare un carcere psichiatrico quale mezzo per "rianimare" la città; caro Sindaco Cavicchioli le ricordiamo che si sono utilizzati un bel po' di soldi per un concorso di idee(80.000 euro), per trovare un'idea per riutilizzare la struttura, già dimenticato? Tutto gettato alle ortiche? Sappia che poco importa che sia un concorso di idee della vecchia giunta, i soldi erano veri e li abbiamo pagati
noi cittadini. Non pensa Sindaco che, più probabilmente, un polo culturale gioverebbe maggiormente alla mente, allo spirito e alle tasche dei biellesi? Lo ricorda lei a Saitta che qui non siamo aperti ad accettare qualunque cosa ed a perdere quel poco che abbiamo, ma vogliamo che Biella non diventi il ghetto della regione? La "rianimazione" che ha più volte sostenuto di voler attuare durante la sua campagna elettorale passa solo attraverso pirogassificatori dighe e carceri? Niente scuola, niente polo culturale, bel modo per veder splendere la ridente cittadina ai piedi del Mucrone." concludono i consiglieri pentastellati.
Brescia Oggi, 30 marzo 2015
Non bastassero le divergenze sul tema dell'immigrazione, anche le politiche di assistenza ai carcerati diventano motivo di scontro politico. Succede a Palazzolo sull'Oglio (Bs), con la polemica accesa tra Stefano Raccagni, consigliere comunale e segretario della Lega nord, e il sindaco Gabriele Zanni sui 2.000 euro stanziati per l'operazione "Palazzolo accogliente", il progetto di giustizia riparativa avviato col carcere di Verziano e l'associazione "Carcere e territorio".
Raccagni afferma che la somma che il comune investirà per impegnare in un'attività di cura del territorio i detenuti ammessi agli interventi di giustizia riparativa "si potevano impiegare meglio, garantendo la priorità ai palazzolesi senza lavoro e non nella manutenzione del verde e nella pulizia del territorio per la quale paghiamo cooperative e aziende. Ancora una volta - conclude - pare che le iniziative di questa amministrazione siano una cortina fumogena dietro cui nascondere le magagne, ennesima dimostrazione del fatto che i palazzolesi devono sempre pagare e mettersi in coda".
la replica del sindaco? "I duemila euro servono per i costi stimati del progetto, ma si auspica che a fine giugno si possa contare su fondi ministeriali non spesi da riassegnare ai comuni attivi su questo fronte. Tra il 2012 e il 2014 Palazzolo ha impegnato risorse proprie e non per circa 140 mila euro nei voucher per cassintegrati, persone in mobilità o disoccupate. Una simile operazione non era sostenibile: per le stesse ore di lavoro del progetto servivano circa 1.230 euro mensili". Zanni si rivolge poi indirettamente a Raccagni spiegandogli che non è informato: "Le due persone assegnate lavoreranno gratuitamente, fornendo un servizio prezioso per la città che diversamente non si potrebbe offrire. Mi stupisce che la Lega, sempre particolarmente sensibile al tema sicurezza- conclude il primo cittadino palazzolese - non veda nel progetto lo strumento per evitare che dopo al termine della pena detentiva queste persone possano tornare a delinquere. Siamo di fronte a iniziative che hanno dato buoni risultati, ponendo le basi per una migliore integrazione degli ex carcerati nelle comunità d'origine e non solo".
Il Mattino, 30 marzo 2015
"A Benevento, nei dodici mesi del 2014, abbiamo contato cinque tentati suicidi, sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 16 episodi di autolesionismo e sette colluttazioni". Lo riferisce Donato Capece, leader nazionale del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria. "Hanno aggredito di recente anche due poliziotti penitenziari nel carcere di Torino, nella Sezione Alta Sicurezza. Protagonisti, ieri, due detenuti italiani: dieci i giorni di prognosi per gli agenti, colpiti con calci e pugni".
La notizia è riferita sempre dal Sappe che molte, nell'esprimere agli agenti "solidarietà e vicinanza", evidenzia come sia "sintomatica del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E che a poco serve un calo parziale dei detenuti, da un anno all'altro, se non sì promuovono riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell'esecuzione della pena nazionale".
Lo stesso Capece sottolinea come "in un anno la popolazione detenuta in Italia sia calata soltanto di poche migliaia di unità: il 28 febbraio scorso erano presenti nelle celle 53.982 detenuti, che erano l'anno prima 60.828. La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione - aggiunge il segretario generale del
Sappe - ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti".
Ansa, 30 marzo 2015
"Un detenuto italiano di 45 anni, originario di Genova, in permesso per 5 giorni non ha fatto rientro ieri nel carcere di Asti, dov'era ristretto per reati di droga, ed è quindi da considerarsi evaso". Ne da notizia il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Questo è un evento che purtroppo si può verificare, anche se la percentuale dei detenuti ammessi a fruire di permessi all'esterno che non fa poi rientro è minima", commenta Donato Capece, segretario generale del Sappe.
Capece evidenzia infine che anche il grave episodio del mancato rientro del detenuto in carcere ad Asti è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E che a poco serve un calo parziale dei detenuti, da un anno all'altro, se non si promuovono riforme davvero strutturali nel sistema penitenziario e dell'esecuzione della pena nazionale".
Quotidiano della Basilicata, 30 marzo 2015
Ventidue grammi di stupefacente occultati in un lettore cd scoperti dalla penitenziaria. Denunciato un pugliese che si era fatto spedire il plico tramite raccomandata. Pensava di poterla fare franca. Un pugliese, detenuto nella casa circondariale del capoluogo, aveva pensato bene di farsi spedire un pacco con dentro un lettore Cd nella speranza che nessuno vi trovasse qualche cosa di strano. E, invece, non è andata così. Nascosta nel lettore Cd, infatti, c'era della droga che il detenuto probabilmente avrebbe poi spacciato agli altri detenuti. Ma l'affare è sfumato e il pugliese è stato anche denunciato.
E questo grazie all'intuito degli agenti della Polizia penitenziaria. Il lettore Cd nuovo, ben confezionato e funzionante, era stato spedito, in un pacco, tramite raccomandata. Il pacco, recapitato in carcere, è finito, come da procedura, nella meni di un agente scelto - V.S. - che ha aperto il pacco e ha preso in mano il lettore che emanava uno strano odore. Insieme a lui un ispettore - D.S. - che si è accorto che in alcuni punti il lettore era stato manomesso. E così grazia all'intuito dei due poliziotti sono stati trovati 22 grammi di droga ben occultata all'interno del lettore Cd.
Si tratta del terzo episodio, in sette mesi, nel carcere potentino: i primi due scoperti con l'ausilio delle unità cinofile del Corpo, ieri invece, solo grazie all'intuito e alla professionalità degli agenti della Polizia penitenziaria.
Per quanto accaduto la Uil esprime "soddisfazione" e si è congratulata con il Comandante del reparto e con tutto il personale, che "nonostante i numerosi carichi di lavoro dettati dalla carenza di personale e dalle mille difficoltà operative che aggravano i vari turni di servizio in un mondo particolare, com'è oggi il carcere, riescono a mantenere ancora alta la guardia, esprimendo sempre piena professionalità e spirito di corpo".
I tentativi di introdurre sostanze stupefacenti all'interno delle strutture carcerarie è un fenomeno sempre più in crescita negli ultimi anni. pertanto "sarebbe opportuno - si legge in una nota della Uil - che l'Amministrazione penitenziaria fornisca al personale strumenti tecnologici e corsi professionali mirati, in modo che i baschi azzurri della Penitenziaria possano contrastare questi eventi".
Oltre alla Uil riconoscimento all'operato degli agenti anche da parte di Saverio Brienza, segretario regionale del Sappe (Sindacato autonomo Polizia penitenziaria) della Basilicata. Anche Brienza ha tenuto a rimarcare quanto fanno tutti i giorni gli agenti della Penitenziaria che "pur operando nella sofferenza di una carenza di organico di circa 30 unità e con limitatissimi strumenti tecnologici" continuano a svolgere "i propri compiti con grande senso di professionalità per garantire sempre più sicurezza alla collettività".
Nell'ultimo anno in Basilicata sono stati affrontati e superati 415 eventi critici tra aggressioni al personale, tentativi di suicidio, risse e autolesionismo.
Con l'operazione antidroga "i baschi azzurri di Potenza - ha concluso Brienza - hanno nuovamente dimostrato di essere un Corpo di Polizia preparato che non si limita solo ed esclusivamente a svolgere compiti di trattamento e osservazione nei confronti dei detenuta, ma esercita pienamente le proprie funzioni di polizia e di sicurezza per affermare principi di legalità in un contesto potenzialmente a rischio come può essere un carcere".
www.linchiestaquotidiano.it, 30 marzo 2015
Un telefono cellulare è stato trovato nel carcere di Frosinone, da tempo al centro delle critiche sindacali per il costante verificarsi di eventi critici tra le sbarre. A darne notizia è Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "Il telefono cellulare era nella disponibilità di un detenuto, perfettamente funzionale. E il ritrovamento è inquietante, visto che è il quarto caso in pochi mesi. Al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria chiediamo interventi concreti come, ad esempio, la dotazione ai Reparti di Polizia Penitenziaria di adeguata strumentazione tecnologica per contrastare l'indebito uso di telefoni cellulari o altra strumentazione elettronica da parte dei detenuti nei penitenziari italiani", aggiunge. "Il rinvenimento è avvenuto - spiega Capece - grazie all'attenzione, allo scrupolo ed alla professionalità di Personale di Polizia Penitenziaria in servizio a Frosinone". Il Sappe ricorda che "sulla questione relativa all'utilizzo abusivo di telefoni cellulari e di altra strumentazione tecnologica che può permettere comunicazioni non consentite è ormai indifferibile adottare tutti quegli interventi che mettano in grado la Polizia Penitenziaria di contrastare la rapida innovazione tecnologica e la continua miniaturizzazione degli apparecchi, che risultano sempre meno rilevabili con i normali strumenti di controllo".
"A nostro avviso - aggiunge il Segretario Locale del Sappe di Frosinone Franco D'Ascenzi - appaiono indispensabili interventi immediati, quali la possibilità di "schermare" gli istituti penitenziari al fine di neutralizzare la possibilità di utilizzo di qualsiasi mezzo di comunicazione non consentito e quella di dotare tutti i reparti di Polizia Penitenziaria di appositi rilevatori di telefoni cellulari per ristabilire serenità lavorativa ed efficienza istituzionale, anche attraverso adeguati ed urgenti stanziamenti finanziari".
di Susanna Ripamonti (Direttrice di "Carte Bollate", giornale della Casa di Reclusione di Milano Bollate)
Ristretti Orizzonti, 30 marzo 2015
In occasione di Expo, Carte Bollate perde la "c" e diventa "(c)artebollate" catalogo delle mostre e delle iniziative che si terranno nella seconda casa di reclusione milanese durante i sei mesi dell'esposizione universale. In quest'ultimo anno gli ospiti del carcere hanno visto crescere (con preoccupante lentezza) il cantiere di Expo, che sorge proprio di fronte all'istituto, dall'altra parte della strada. Da questa vicinanza è nata l'idea di "jail Expo".
Questo catalogo vi racconta le mostre, organizzate con l'Accademia di Brera e con Fabbrica Borroni e che hanno coinvolto i detenuti per realizzare pannelli che avvolgeranno letteralmente il carcere. Altre mostre saranno all'interno, compresa la magica installazione realizzata da Studio Azzurro tra i detenuti di Bollate, per la Biennale di Venezia, e che ora torna a casa: figure interattive, che dialogano con il pubblico, animandosi al contatto.
La parte centrale del catalogo racconta ai visitatori, che in questi sei mesi potranno entrare in carcere tutti i venerdì, che cos'è questo penitenziario e in cosa si differenzia dalle altre caceri.
Infine una terza sezione, è dedicata a quelli che a Bollate fanno la differenza: cooperative e associazioni di volontariato che i visitatori potranno conoscere in occasione delle visite. In tutti i primi venerdì del mese si terranno dei mercatini nelle aree adibite ai "passeggi" per vedere e comprare ciò che in carcere si produce. Jail Expo inizia venerdì 8 maggio con le prime visite guidate, mercatini e aperitivi.
di Alessio Schiesari
Il Fatto Quotidiano, 30 marzo 2015
Rovigo. Viaggio nel centro del ministero dell'agricoltura, uno dei più avanzati del mondo. Qui si selezionano le migliori specie di cannabinoidi che saranno utilizzate per scopi terapeutici.
Visto da fuori sembra un istituto tecnico per l'agricoltura: quattro file di persiane rosse, due piccole serre e le papere che attraversano il vialetto pedonale. L'unico indizio per capire che in questo edificio c'è la più avanzata piantagione di cannabis d'Europa è il grande cartello bianco che campeggia sul portone di ingresso: "Area videosorvegliata". Siamo al Cra-Cin di Rovigo, Centro di ricerca per le colture industriali. Un chilometro più a sud c'è la stazione dei treni del capoluogo, poco più a ovest l'autostrada. All'interno, oltre cinquecento piante di cannabis di un centinaio di varietà differenti. Qui, lo scorso 20 marzo, un furgoncino dell'Esercito ha prelevato le prime 80 piante destinate allo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze dove sta partendo la prima produzione italiana di cannabis a scopo terapeutico. Ma quello che si produce in Toscana è stato studiato, selezionato e coltivato a Rovigo. "Qui abbiamo gli ingegneri che da anni progettano un'automobile, a Firenze è sorta la prima fabbrica", spiega un funzionario del ministero dell'Agricoltura.
Quelle piante clonate
Nelle quattro stanze adibite alla coltivazione le finestre sono sbarrate, ma la luce è intensa e l'odore inconfondibile. La filiera comincia con un cubetto di lana di roccia poco più grande di un dado: qui vengono impiantate le talee, piccoli rami di cannabis che metteranno radici fino a diventare autosufficienti. Per assicurare la stabilità genetica necessaria alla produzione farmaceutica, le piante non seguono il ciclo di riproduzione naturale, ma vengono clonate. I "segreti" per una produzione perfettamente standardizzata, requisito fondamentale per un prodotto farmaceutico, sono un ambiente sterile, 18 ore di luce al giorno, temperatura e umidità costanti. Solo così si riescono ad assicurare fino a quattro cicli di produzione all'anno, equivalenti a un raccolto di 150 grammi per pianta. L'obiettivo è massimizzare la resa con il minimo sforzo, benché quasi tutti gli strumenti utilizzati si possano reperire in un negozio Leroy Merlin e altri siano addirittura artigianali, come le mezze bottiglie di plastica che coprono le piante per mantenere alta l'umidità. La sensazione di essere in un laboratorio professionale sorge solo guardando i dodici armadi in plastica riflettente: servono a capire quale sia la luce migliore per la crescita. Ognuno contiene una pianta e una lampada diversa: blu, rossa, al neon e una al led capace di produrre tanta luce quanto il sole, ma senza calore. Un campione di ogni produzione viene portato al piano inferiore, dove viene testato il contenuto di cannabinoidi.
Il risultato è una linea ondulata simile a un encefalogramma: l'ampiezza di picchi e curve decreterà qual è la cannabis "giusta" per alleviare il dolore, quale quella per ridurre gli spasmi muscolari. Dimenticatevi i nomi pittoreschi e un po' hippie sui menu dei coffee shop di Amseterdam: qui non si produce nessuna vedova bianca, bubblegum o grandine viola.
La varietà destinata a Firenze, quella che combina nel giusto gradiente i due principi attivi curativi (il Thc responsabile dello sballo e il Cbd), si chiamerà CinRo: Colture industriali di Rovigo. Seguiranno per altre patologie il CinBo e il CinFe, in omaggio a Bologna e Ferrara. A selezionare ogni varietà, dopo una sperimentazione che dura più anni, è il primo ricercatore Giampaolo Grassi. Anche lui, come i nomi della "sua" cannabis, non tradisce alcuna fascinazione fricchettona: giacca blu, camicia e un marcato accento ferrarese. Eppure è stato lui, da quando nel 2002 ha cominciato a condurre la sede di Rovigo, a introdurre la prima coltivazione per fini di ricerca della cannabis in Italia. In realtà si tratta di una coltura di ritorno: "Da piccolo passavo le giornate a giocare tra le piante di canapa da fibra".
Canapa, eravamo secondi al mondo
Prima di Grassi a Rovigo si studiava solo la barbabietola da zucchero, la pianta che nell'Ottocento aveva portato le prime industrie in Romagna e nel basso Veneto, ma oramai in declino. Proprio la barbabietola aveva soppiantato la secolare produzione di canapa da fibra (della stessa famiglia dell'indica, quella psicotropa, ma senza Thc) di cui l'Italia era la seconda produttrice al mondo e che veniva impiegata per costruire le vele delle navi. Tra le peculiarità del centro c'è una banca del seme con oltre 300 varietà e 2 mila incroci. "Ogni volta che un amico va a fare un viaggio all'estero me ne porta uno. È legale perché non contengono Thc".
I centri come questo nel mondo si possono contare sulle dita di una mano. Per questo, quando l'industria farmaceutica inglese GW inizia a sperimentare i primi farmaci a base di cannabis, il suo ricercatore va a confrontarsi con Grassi. E lo stesso hanno provato a fare il governo uruguagio e i produttori del Colorado dopo le legalizzazioni. Eppure, nessuna delle varietà isolate a Rovigo è stata "brevettata".
La ragione? Burocratica: "Per legge non possiamo trasportare il materiale fino alla sede olandese", dove ne verrebbe riconosciuta l'unicità. Si è deciso di produrre cannabis a Firenze perché l'Olanda, unico paese autorizzato a esportare, è rimasta a corto della principale varietà usata per scopi medici, il Bedrocan. I fondatori dell'azienda omonima hanno iniziato rifornendo i coffee shop. Oltre a sopperire in modo costante alla domanda, quando entro fine anno la produzione a Firenze sarà a regime si potranno produrre un quintale di inflorescenze l'anno.
Nel 2014 sono stati importati in Italia "solamente" 25 chili, ma la lista dei pazienti in attesa è lunga e la domanda crescita. Anche sul fronte economico si prospettano risparmi che giustificheranno il milione di euro investito nello stabilimento fiorentino. Oggi un paziente curato con il Sativex - l'unico farmaco a base di cannabinoidi in commercio - spende 726 euro al mese rimborsati dal servizio sanitario nazionale.
I residenti nelle undici regioni italiane che hanno recepito il decreto Balduzzi del 2013, dove è quindi possibile curarsi con i fiori di cannabis, spendono 15 euro al grammo nelle farmacie ospedaliere. Se, come spesso accade, il prodotto non è disponibile, possono rivolgersi alle farmacie private, dove però il prezzo sale, per un'imposizione di legge, fino a 35-40 euro al grammo. "Con la produzione in Italia abbiamo previsto significativi risparmi", fa sapere l'Agenzia industrie difesa che gestisce l'impianto fiorentino.
"Contiamo di dimezzare i costi al grammo", gli fa eco l'Ufficio centrale stupefacenti. Per risparmiare però basterebbe migliorare la somministrazione. "Conosco malati pugliesi che assumono 4 grammi al giorno perché nessuno ha loro spiegato come preparare il decotto necessario ad assimilarla. Ai miei pazienti bastano 30 milligrammi, meno dell'1%", spiega Paolo Poli, primario dell'Unità di terapia del dolore dell'ospedale di Pisa. Nonostante inizialmente fosse "molto scettico", oggi tratta con cannabis oltre 500 pazienti affetti da varie patologie: cefalee, fibromialgia, sla, malattie reumatiche.
La lista di problemi è però lunga: farmacie ospedaliere che non pre-dosano il prodotto costringendo i pazienti a prenderlo a cucchiaini, medici di base che non sanno di poterla somministrare e tempi di attesa medi di sei mesi. Per risolvere queste difficoltà il governo ha scelto Firenze. Ma dove finisce la cannabis di Rovigo? Gli 80 chili prodotti negli ultimi mesi sono stivati dietro una porta blindata dentro a dei sacchi neri.
La legge sugli stupefacenti 309/90 darebbe la possibilità al ministero della Salute di cedere le giacenze a farmacie e centri di ricerca, ma non è mai stato fatto. Negli ultimi due anni si è preferito spendere 600 mila euro per importare 43 chili di cannabis dall'Olanda. Tra un paio di settimane un camion per trasporti speciali, di quelli usati per esplosivi e materiale radioattivo, andrà a ritirare i sacchi e li porterà all'inceneritore. Ad accompagnarlo, oltre a Grassi, ci saranno due finanzieri: la legge impone che assistano personalmente alla distruzione. E mentre il raccolto di Rovigo andrà in fumo, migliaia di pazienti continueranno ad aspettare che lo stabilimento di Firenze entri a regime.
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