di Victor Castaldi
Il Dubbio, 11 maggio 2019
Le accuse del reporter tedesco Deniz Yucel, arrestato nel 2017. Un atto di accusa durissimo nei confronti del regime di Erdogan e del suo sistema carcerario degno delle peggiori dittature. "Sono stato torturato per tre giorni nel carcere Siliviri n. 9, probabilmente su indicazione diretta del capo di Stato turco o degli ambienti a lui più vicini". sono le parole del reporter della Welt, Deniz Yucel, tedesco di origini turche, che dal febbraio 2017 è stato per un anno intero detenuto in Turchia senza una vera e propria imputazione ufficiale.
Il giornalista fu anche tenuto per lunghi periodi in completo isolamento. La sua detenzione aveva scatenato una grave crisi tra Berlino ed Ankara. L'accusa rivolta alle autorità turche e direttamente al presidente Recep Tayyip Erdogan è contenuta in una testimonianza scritta presentata al tribunale di Berlino. La tortura, a detta di Yucel, avvenne "comunque in seguito della campagna diffamatoria che aveva iniziato il presidente e sotto la sua responsabilità".
"In un modo o nell'altro - continua il reporter - il principale responsabile della tortura a cui sono stato sottoposto si chiama Erdogan".
Tra le imputazioni rivolte a Yucel quella di aver promosso "la propaganda per una organizzazione terroristica". Le autorità giudiziarie turche avevano permesso la testimonianza di fronte ad un giudice in Germania. A Istanbul, invece, il processo contro il giornalista - che rischia fino a 18 anni di carcere - riprenderà il 16 luglio. Yucel ha anche riferito di avere informato della tortura la Corte europea per i diritti umani, preferendo finora non parlarne in pubblico: "Il luogo giusto per una cosa del genere è un'aula di tribunale".
Il cronista racconta che "dato che nelle celle non sono installate le telecamere" egli fu colpito "con calci contro i miei piedi e con percosse sul petto e le schiena". Lo scopo della violenza, dice Yucel, "era di umiliarmi e di intimidirmi. Probabilmente si voleva anche provocare una mia reazione. Comunque si tratta di una forma di tortura". Successivamente, racconta ancora il giornalista, "un guardiano mi ha colpito sul viso, mentre un altro diceva: quanto ti pagano i tedeschi perché tu tradisca la tua patria. Parla, o ti strappo la lingua".
A detta del reporter, "è impensabile che il direttore di un penitenziario avrebbe osato muoversi in maniera autonoma in un caso trattato dal capo dello Stato in persona". L'obiettivo sarebbe stato quello di aumentare il livello di crisi con la Germania, allo scopo di strumentalizzarla nella campagna elettorale allora in corso. "La testimonianza di Yucel è straordinariamente preoccupante", ha detto il portavoce per gli Affari esteri della Spd, Nils Schmid.
E mentre il vicepagruppo della Linke al Bundestag, Sevim Dagdelen, chiede che il ministero degli Esteri di Berlino convochi immediatamente l'ambasciatore turco, l'esponente dei Verdi Omid Nouripour aafferma che "il governo federale deve spiegare a Erdogan che la tortura e la detenzione di cittadini tedeschi non sarà più accettata".
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 10 maggio 2019
C'è una linea rossa che separa politica e i istituzioni. Questo tracciato non può essere sottile, ma deve restare netto: un muro ben visibile e saldo in qualunque situazione, perché marca l'esistenza stessa di una democrazia. Alcuni segnali negli ultimi giorni trasmettono la sensazione che questa barriera cominci a venire intaccata.
Si tratta di episodi minori, che non costituiscono certamente un pericolo sostanziale, ma il cui valore formale non può essere taciuto. Riguardano infatti la più delicata delle istituzioni: il ministero dell'Interno, da cui dipende la sicurezza della collettività e che per questo è dotato di poteri e strumenti di controllo fortissimi. Sarebbe riduttivo minimizzarli o attribuirli all'italica accondiscendenza che il personale degli apparati spesso mostra verso i titolari dei dicasteri.
E d'altronde la cultura istituzionale di Matteo Salvini è tutta da dimostrare, visto il disprezzo o quantomeno l'insofferenza per le regole che è solito esibire, uno degli elementi che servono a consolidare la sua immagine di uomo forte.
Ma proprio quando è stato colpito nell'immagine il leader della Lega ha tradito la confusione nell'esercitare i ruoli. A Salerno, il selfie con una ragazza che gli ha rinfacciato i suoi insulti verso "i terroni" lo ha spinto a ordinare: "Cancella quel video".
Immediatamente è intervenuta la Digos, che le ha tolto il cellulare, per quanto fosse chiaro che quella giovane non potesse rappresentare una minaccia. La vicenda si è chiusa senza conseguenze, il telefonino è stato restituito e il video circola liberamente sul web. Ma è rimasta l'impressione che si trattasse di un abuso, come se l'azione delle forze dell'ordine volesse solo compiacere il ministro. Lo stesso sapore amaro che sempre a Salerno ha lasciato la rimozione dello striscione "Questa Lega è una vergogna", affisso su una casa privata poco lontano dal comizio di Salvini.
La proprietaria ha dichiarato di averlo tolto dopo che funzionari di polizia le avevano ventilato pesanti azioni legali, condizionando quindi la libertà di manifestazione del dissenso. In fondo, quella scritta era molto più civile delle esternazioni che il ministro semina ogni giorno. Il problema però non è il comportamento del leader leghista, quella maleducazione civica a cui non vogliamo rassegnarci ma che caratterizza la sua maschera. Il vero guaio è avere diffuso il dubbio che il contagio del suo autoritarismo possa arrivare alle forze dell'ordine, che non possono essere al servizio del politico ma non devono neppure trasmettere la percezione di esserlo: l'importanza della loro funzione infatti dipende tutta dalla loro credibilità.
E la replica fornita dalla comunicazione istituzionale - ribadiamo istituzionale - della polizia di Stato - ribadiamo di Stato - a un tweet di Roberto Saviano non fa che confermare questo sospetto. Di fronte alle critiche dello scrittore - "e la polizia di Stato, che sequestra striscioni e telefonini, ridotta a servizio d'ordine per la campagna elettorale di un partito. Che pena" - un anonimo dirigente ha scritto una risposta cominciata bene e finita malissimo: "La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte. Chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge. Che pena leggere commenti affrettati e ingenerosi per dispute politiche o per regolare conti personali".
Sono commenti gravi nei confronti di qualunque cittadino ma che diventano pesantissimi perché rivolti a una persona sottoposta alla protezione delle forze dell'ordine. Certo, Salvini non perde occasione per denigrare Saviano e i giornalisti non allineati: lo ha fatto pure durante la trasmissione Otto e mezzo di fronte al libro di Paolo Berizzi, inviato di Repubblica sotto scorta per le minacce dei neofascisti. Questi comportamenti però devono restare al di là della linea rossa. Perché "l'istituzione - recita Wikipedia, una fonte alla portata anche di Salvini - ha il fine di garantire l'attuazione di norme stabilite tra l'individuo e lo Stato sottratte all'arbitrio individuale e del potere in generale". E l'arbitrio del potere segna la fine della democrazia.
di Carmelo Musumeci
welfarenetwork.it, 10 maggio 2019
Bisogna rivedere l'ergastolo. Più personale di sostegno, psicologi, educatori, sociologi, meno guardie carcerarie. Lasciarsi andare alla rabbia e alla vendetta non serve. In un incontro pubblico, organizzato da Sandra Berardi dell'Associazione Yairaiha, Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo Borsellino, dilaniato dal tritolo il 19 luglio del 1992, ha detto queste importante parole: "Sapere che c'è chi è recluso in carcere senza possibilità di reinserimento è un fallimento dello Stato! Bisogna rivedere l'ergastolo! Più personale di sostegno, psicologi, educatori, sociologi, meno guardie carcerarie. Lasciarsi andare alla rabbia e alla vendetta non serve".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 maggio 2019
Oggi giornata nazionale di studio nel carcere di Padova. Passare dalla cultura dell'emergenza a quella della prevenzione in qualsiasi ambito che sia sociale, civile o addirittura ambientale è una sfida che riguarda tutti. Dai migranti agli eventi meteorologici, dal welfare all'emergenza criminalità, sono sempre più numerosi i casi in cui la parola "emergenza" viene usata forse a sproposito, cioè per situazioni che emergenze non sono. Per definizione, una emergenza è un evento totalmente inaspettato, le cui conseguenze sono difficili e urgenti da governare proprio perché non previste.
di Daria Bonfietti*
Il Manifesto, 10 maggio 2019
In memoria delle vittime. A cinquant'anni da Piazza Fontana al centro dell'impegno deve rimanere la verità, la completa conoscenza degli avvenimenti. Anche con la completa disponibilità e trasparenza della documentazione dei nostri apparati su quegli anni terribili di sangue. Celebriamo la giornata dedicata alla Memoria delle Vittime del terrorismo e delle stragi: mai come quest'anno deve essere una giornata di impegno per la democrazia del nostro Paese, senza vuota retorica.
Un impegno per la verità, la trasparenza e la storia. Siamo a cinquant'anni da Piazza Fontana, quando un'intera generazione perse l'innocenza. Ricordiamo quel 12 dicembre, l'inizio della strategia della tensione che si è allungata per anni, con una dolorosa scia di sangue, lutti, lacrime e dolore sulla Storia del nostro Paese. Si voleva colpire il progresso, l'emancipazione, la democrazia stessa e furono protagonisti gruppi della destra eversiva, elementi appartenenti ad apparati dello Stato, opache complicità che venivano dall'estero.
Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di "intrecci eversivi, nel caso di Ustica forse anche intrighi internazionali, che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, a inefficienze di apparati e di interventi deputati all'accertamento della verità". Si riferiva ad Ustica, ma credo si possa così descrivere il lungo periodo, dalla strategia della tensione agli di anni di piombo, del terrorismo rosso o nero.
Al centro dell'attacco sono sempre stati la democrazia, la convivenza civile, il rispetto per gli uomini. È con questa "eredità" che dobbiamo concretamente confrontarci oggi nel rispetto delle care vittime; al centro dell'impegno deve rimanere la verità, la completa conoscenza su questi avvenimenti. Partendo da piazza Fontana dobbiamo avere in mente i tormentati percorsi processuali, conclusi, ma senza un soddisfacente "corso" della giustizia. Siamo consapevoli di quante verità non siano state ancora totalmente svelate: c'è un capitolo di condanne per i responsabili materiali dei delitti, ma in troppi casi mancano i mandanti e sono celate le radici più profonde.
La verità non può fermarsi all'ultimo atto sanguinoso, terribilmente drammatico di una vicenda, deve svelare tutte le trame, dalle origini e dalle motivazioni più profonde.
Ancor oggi ci sono processi in corso, istruttorie aperte e su tutto questo bisogna rinnovare e intensificare l'impegno. A partire da un'azione di governo e diplomazia per acquisire ogni documentazione disponibile in Italia e fuori dal nostro paese.La diplomazia appunto: abbiamo avuto la soluzione del caso Cesare Battisti, ma rimane grande il problema dei terroristi condannati da assicurare alla giustizia (ci sono veramente troppi condannati di ogni colore politico in giro per il mondo) e ci sono anche personaggi con grandi responsabilità - per terrorismo ed eversione - in giro senza formale condanna, come c'è soprattutto il problema di documentazione importante da reperire, da far mettere a disposizione degli inquirenti, rogatorie internazionali che necessitano di adeguate risposte.
Ma il debito con la verità si deve pagare anche con la completa disponibilità e trasparenza della documentazione dei nostri apparati su quegli anni terribili di sangue. E qui il discorso non può non cadere sulla Direttiva Renzi del 2014. Una direttiva che aveva generato aspettative positive e invece si sta rivelando dagli esiti estremamente insufficienti. Sia ben chiaro, emergono tutte le difficoltà legate ad un sistema archivistico cronicamente in crisi per le disattenzioni della politica, ma emerge soprattutto il dato storico-politico della assoluta insufficienza del materiale messo a disposizione.
Oggi è questo l'aspetto che deve essere richiamato perché indica ancora una assenza di vera volontà politica per la trasparenza. E allora diciamolo chiaramente: onorare le vittime -oltre naturalmente ad una puntuale applicazione della legge sui risarcimenti - deve significare fare i conti fino in fondo con la verità, e storica e giudiziaria, del periodo che 50 anni fa iniziava con il boato di Piazza Fontana.
*Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica
di Vincenzo Musacchio
Gazzetta del Mezzogiorno, 10 maggio 2019
Tommaso Buscetta, per anni, si rifiutò di rivelare a Giovanni Falcone quali erano i rapporti tra mafia e politica, ripetendogli che in nostro Paese non era pronto a una simile "rivoluzione". Buscetta iniziò a parlare, quando il sistema di potere s'indebolì e molti collaboratori di giustizia ritennero che quegli uomini potentissimi collusi con la mafia, non detenessero più il potere che avevano prima.
È da quel momento che si apre una nuova stagione dell'antimafia che però termina con la morte di tutti i suoi protagonisti in particolar modo di quelli che si erano avvicinati al cd. "quarto livello" (Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino). L'espansione della criminalità organizzata, di fatto, è cominciata con le grandi privatizzazioni, la deregolamentazione e in particolare con la gestione degli appalti e delle opere pubbliche.
Le mafie erano già pronte per il momento cruciale in cui si sarebbe aperta la partita delle nomine da parte della politica e hanno preteso posti di primo piano in ambito locale e nazionale scegliendo persino i candidati per le elezioni e attivandosi per affiancarli a uomini influenti dello schieramento su cui avevano puntato.
La criminalità organizzata è riuscita a creare, con il metodo correttivo o con la violenza, secondo i casi, reti politico-clientelari e intrecci del potere mafioso in grado di orientare le scelte politiche ed economiche a livello locale, nazionale e sovranazionale. Orientare le nomine politiche per le mafie significa essere più forti nella costituzione di lobby politico mafiose da utilizzare in posizioni chiave della vita economica, sociale e istituzionale del nostro Paese.
La criminalità organizzata è dentro il meccanismo delle nomine politiche a qualsiasi livello: la spartizione da manuale Cencelli, tipicamente italiana, purtroppo, trova ampio consenso anche da parte delle mafie. Si nominano persone fiduciarie del politico di turno che spesso è stato eletto con i voti della mafia e che quindi dovrà restituire il favore alla stessa con gli interessi.
La verità è che alla nostra classe politica non è mancato il coraggio di rinnovare le sue prassi di gestione del potere affidando gli enti alle persone meritevoli e competenti, anzi, la stessa ha proprio scelto consapevolmente di stringere un patto scellerato con le mafie. Alla competenza delle persone, si è preferita la gestione corrotta del potere cui ormai siamo abituati da tempo immemore.
Durante un interrogatorio risalente agli anni ottanta, al magistrato che gli poneva la domanda "Che cosa è la mafia?", Frank Coppola, boss mafioso americano, così rispose: "Signor giudice, tre magistrati vorrebbero diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell'appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino: quest'ultimo otterrà il posto. Questa è la mafia".
Questo banalissimo esempio spiega come oggi criminalità organizzata e corruzione stiano sconfiggendo lo Stato poiché i governi garantiscono alle mafie impunità e offrono nuovi affari insediando nei posti di potere proprio i cretini. La corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni a qualsiasi livello.
Nell'inchiesta denominata "Mafia Capitale", in una delle tante intercettazioni, Buzzi dice testualmente: "Me li sto a comprà tutti". "Chi se ne frega se al Campidoglio le cose sono cambiate, se adesso c'è un sindaco e poi ce ne sarà un altro". "Ho il portafogli a disposizione e uno appresso all'altro me li compro tutti".
A questo punto viene da domandarsi: perché non c'è una reazione popolare a tutto questo marciume? Credo non sia per paura, ritengo, invece, che la mafia "politica", insediata ormai ovunque, si rapporti ai territori come un'impresa che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l'economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina perché crea intorno a se consenso e complicità spesso volute e ricercate proprio da quella società civile che dovrebbe lottarla.
Il Tempo, 10 maggio 2019
A dividere gli "alleati" sulla giustizia non sono solo le recenti inchieste che hanno coinvolto tanto il sottosegretario leghista Armando Siri che - seppur molto marginalmente - il governatore lombardo Attilio Fontana. Non che su quel fronte la situazione sia tranquilla, al punto che Salvini ha subito rinfacciato ai pentastellati le indagini a carico della sindaca di Roma Virginia Raggi.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 10 maggio 2019
È palesemente l'effetto delle ultime inchieste, la diffidenza verso le toghe. E così in casa della Lega hanno riscoperto il ddl d'iniziativa popolare (redatto dagli avvocati dell'Unione Camere penali) per la separazione delle carriere in magistratura.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 maggio 2019
Consultabili sul portale del Ministero della Giustizia. Sempre maggiore trasparenza per le carceri con le nuove schede informative. Lo ha reso noto il ministero della Giustizia, spiegando che esse sono consultabili sul proprio portale, costantemente aggiornate e compilate dai sistemi informativi dell'Amministrazione penitenziaria centrale e dai referenti d'istituto.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 7 maggio 2019 n. 19228. Per la verifica della sussistenza del reato dichiarazione infedele delle imposte sui redditi nei confronti di un amministratore di società di persone la quantificazione dell'imposta evasa va riferita all'intera somma non dichiarata dai soci e non soltanto dal socio amministratore. A fornire questa interpretazione è la Corte di cassazione, sezione III penale, con la sentenza n. 19228/2019.
La società di persone non è soggetto passivo Ires né Irpef. I redditi sono dichiarati quota parte dai soci che versano la relativa Irpef. Allorché a tale società vengono addebitati maggiori redditi, si pone il dubbio se il rappresentante legale risponda del reato di dichiarazione infedele quando la soglia di imposta evasa superi quella penalmente rilevante (150mila euro) calcolandola come somma dell'Irpef non dichiarata dai singoli soci ovvero soltanto considerando l'Irpef non dichiarata nella propria dichiarazione quale persona fisica/socio.
Dalla lettura del Dlgs 74/2000 sembrava che, ai fini delle imposte sui redditi, la dichiarazione infedele non potesse configurarsi in capo al rappresentante legale della società di persone, ma ai singoli soci, allorché avessero superato nella propria dichiarazione Irpef la soglia di punibilità.
Ciò perché tale società non è soggetto passivo né Irpef né Ires e inoltre l'articolo 1 del Dlgs 74/2000 prevede che riguardo ai fatti commessi da chi agisce in qualità di amministratore, o rappresentante di società, il "fine di evadere le imposte" si intende riferito alla società, all'ente o alla persona fisica per conto della quale si agisce. Così, escludendo che l'amministratore di una snc o sas possa ritenersi un soggetto che agisca per conto del singolo socio, appariva più coerente far riferimento, a differenza dell'Iva, alla dichiarazione del singolo socio posto che solo da essa può derivare un'imposta evasa.
La differenza, non è di poco conto: riferendosi alle singole dichiarazioni dei soci, per configurarsi il reato ciascuna di esse deve sottrarre a tassazione 150mila euro di Irpef, riferendosi alla società di persone l'importo è complessivamente determinato. Nella specie, secondo la Suprema Corte le norme incriminatrici trovano applicazione, oltre che in caso di coincidenza tra soggetto attivo e contribuente persona fisica, anche nei confronti di chi opera nella qualità di amministratore così da riferirgli la dichiarazione dell'ente. Di conseguenza la finalità di evasione riguarda anche il soggetto giuridico nel cui interesse si agisce. Pertanto, per la dichiarazione infedele, presentata da chi amministri una società di persone, si impone una valutazione unitaria dell'imposta evasa, anche ai fini della verifica della soglia di punibilità.
Tale conclusione, aldilà del contenuto del Dlgs 74/2000 che pare condurre a differente interpretazione, non considera che le società personali non quantificano le imposte sui redditi. Occorrerebbe poi comprendere come calcolare l'imposta evasa atteso che ciascun socio, soggiacendo alla tassazione progressiva (in base agli altri redditi, deduzioni e detrazioni) potrebbe aver evaso importi differenti a parità di imponibile non dichiarato.
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