di Piero Ghetti
www.forlitoday.it, 28 marzo 2015
Ci saranno anche le tradizionali colombe pasquali, donate dai dipendenti della Banca di Forlì Credito Cooperativo di Forlì. La stessa Radio Maria farà avere radioline transistor, corone del Rosario, libri ed opuscoli a tutti i residenti della Casa Circondariale.
Domenica delle Palme all'insegna di radio Maria. Alle 10.30 il network cattolico Radio Maria, presente in 62 paesi al mondo con 19 radio nelle Americhe, 21 in Europa, 18 in Africa, 3 in Asia e 1 in Oceania, più 7 radio per le minoranze linguistiche e un gemellaggio in Libano, trasmetterà la "Santa Messa delle Palme" dalla Casa Circondariale di Forlì. Per il 18° anno consecutivo, la diretta consentirà alla popolazione carceraria, composta da circa 120 detenuti, fra cui una ventina di donne, di riunirsi eccezionalmente in un'unica assemblea e di "evadere" per un'ora dalle restrizioni della prigione.
La funzione, rievocazione dell'ingresso festante di Gesù Cristo a Gerusalemme e avvio formale della Settimana Santa, sarà presieduta dal cappellano del penitenziario don Enzo Zannoni e animata dal Coro Città di Forlì diretto da Nella Servadei Cioja. Nell'omelia, il sacerdote, che è anche assistente della comunità forlivese di Comunione e Liberazione, illustrerà brevemente la realtà carceraria locale. Durante la messa, i detenuti riceveranno il tradizionale rametto d'ulivo in segno di riappacificazione con la società civile. Alcuni leggeranno le sacre letture della "Passione di Nostro Signore Gesù Cristo", mentre una giovane divulgherà l'augurio pasquale inviato dalle monache Clarisse del Monastero Corpus Domini di Forlì.
Nonostante la crisi, persiste l'encomiabile impegno di 13 ristoratori forlivesi, che doneranno il pranzo a tutte le persone detenute in via della Rocca. Alcuni volontari porteranno in via della Rocca, ancora calde e rigorosamente tagliate a spicchi, circa 150 pizze raccolte la sera precedente dai ristoranti Al Duomo, da Gusto, Del Corso, Fofò, Il Fienile, L'Aquilone, Le Macine, Le Querce, Le Terrazze, Los Locos, Lo Spizzico, Muffaffè e Peter Pan. Andando incontro ai carcerati di religione islamica, alcuni pizzaioli hanno acconsentito di escludere dai loro prodotti la carne di maiale. Ci saranno anche le tradizionali colombe pasquali, donate dai dipendenti della Banca di Forlì Credito Cooperativo di Forlì. La stessa Radio Maria farà avere radioline transistor, corone del Rosario, libri ed opuscoli a tutti i residenti della Casa Circondariale.
di Aldo Grasso
Corriere della Sera, 28 marzo 2015
"Mala Vita" è un corto di Angelo Licata e interpretato da Luca Argentero (nel panni di Antonio) e da Francesco Montanari (Rocco, boss della camorra). È una storia di vita carceraria liberamente ispirata al racconto Pure in galera ha da passà 'a nuttata di Giuseppe Rampello, incluso nell'omonima raccolta (Mala Vita) edita da Rai-Eri.
L'idea di produrre questo corto nasce dal Premio letterario "Goliarda Sapienza - Racconti dal Carcere", rivolto ai detenuti nelle carceri italiane. Come si dice in questi casi, "la pellicola nasce da un progetto di grande interesse socio-culturale" ed è stata realizzata con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ricevendo una menzione speciale da parte del Sindacato nazionale giornalisti cinematografici al Cortinametraggio 2015.
E poi questo è il primo vero progetto multi piattaforma della Rai, il primo di una lunga serie voluta da Pino Corrias ed Eleonora Andreatta, direttore Rai Fiction, che hanno annunciato la produzione di un corto all'anno: il prossimo si focalizzerà sulla giornata di libertà di una detenuta in un carcere femminile, con la regia di Anna Negri e la sceneggiatura di Monica Rametta. La storia racconta la discesa "agli inferi" di Antonio, uno Zelig capace di adattarsi e assecondare anche linguisticamente i suoi interlocutori; ma il giochino non gli riesce con Rocco, che gli renderà ancora più dura la vita dietro le sbarre.
Ecco, ma se il progetto è così importante, e se n'è occupato persino Pino Corrias, che credevamo disperso, se alla presentazione è intervenuto nientemeno che il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, perché poi buttarlo via così, su Rai3, tra un film di Albanese e la serie "Scandal"? Questi prodotti hanno senso se si costruisce attorno a loro una cornice, se c'è un minimo di promozione, se si elimina l'effetto "tappabuchi". Le tv digitali non insegnano nulla?
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 28 marzo 2015
Dopo la "Mos Maiorum" è in arrivo un'altra operazione di polizia europea contro immigrati. L'operazione si chiama "Amber Light 2015" e si tratta di una nuova operazione di polizia europea per la lotta all'immigrazione irregolare coordinata questa volta dalla presidenza lettone dell'Ue - ma sempre in collaborazione con l'agenzia per il controllo delle frontiere esterne Frontex - e che vedrà il coinvolgimento volontario sia dei ventotto Stati membri che dei paesi dell'area Schengen.
Ad aprile, in pratica, ci saranno controlli intensificati negli aeroporti per cercare i cosiddetti "overstayers", cioè quelle persone (turisti, studenti o lavoratori in viaggio per affari) che originariamente disponevano di un visto legale per risiedere per un certo periodo di tempo nell'Unione europea ma che, una volta scaduto tale visto, non hanno lasciato il territorio dell'Ue. I controlli, secondo quanto si legge su un documento riservato svelato dalla ong Statewatch, si concentreranno non solo negli aeroporti, ma se la maggioranza degli stati coinvolti lo richiederà potranno essere estesi anche ai confini marittimi e terrestri. Il periodo scelto è tra il 1 e il 14 aprile, a ridosso della Pasqua, quando dovrebbero intensificarsi le partenze, ma nel documento è prevista anche, in alternativa, una finestra tra il 18 e il 30 aprile.
Ufficialmente, Amber Light dovrebbe servire solo a raccogliere dati sull'entità del fenomeno degli overstayers, sulle loro "rotte" per aggirare i controlli, e sull'utilizzo di documenti falsi, ma è prevedibile che per chi verrà sorpreso, ad esempio in un aeroporto italiano, scatteranno le sanzioni. A cominciare da un'espulsione che gli impedirà di rientrare regolarmente nell'Ue per i prossimi anni. Sembra insomma che, almeno nella sua fase iniziale, Amber Light 2015 dovrà colmare un gap di dati riguardo gli overstayers, di cui non dispone o dispone solo parzialmente l'agenzia Frontex. Nel lungo termine poi, l'operazione sarà utile anche per armonizzare le sanzioni negli Stati membri dell'Unione europea e nei paesi che fanno parte dell'area Schengen, così da punire in maniera uniforme le violazioni commesse da chi continua a soggiornare nel territorio di tali paesi pur avendo il visto scaduto.
Le informazioni che verranno raccolte dai paesi partecipanti e trasmesse al coordinamento dell'operazione saranno dettagli riguardanti l'identificazione (data, ora e luogo); informazioni sul cittadino di paesi terzi identificato: nazionalità, età, genere e periodo di soggiorno illegale nello Stato membro (fino a una settimana, fino a un mese, fino a un anno o più a lungo); modus operandi: se i cittadini di paesi terzi cercano di nascondere il fatto che il loro visto sia scaduto con l'utilizzo di documenti falsi, falsificati o rubati: itinerario percorso: se i cittadini di paesi terzi privi di visto cercano di lasciare il paese in cui hanno soggiornato illegalmente o se cercano di partire da un altro paese in modo da nascondere il loro soggiorno illegale o comunque da renderne più difficile l'identificazione; ulteriori procedure o sanzioni applicate al cittadino di paesi terzi fermato da parte dello Stato membro da cui cerca di partire. Frontex fornirà supporto mettendo a disposizione la modulistica per raccogliere le suddette informazioni e un sistema per la valutazione di impatto dell'operazione.
Amber Light sembrerebbe l'esatta fotocopia dell'altra operazione europea congiunta contro gli irregolari: la Mos Maiorum che si è svolta lo scorso ottobre. Ricordiamo che quest'ultima operazione poliziesca europea capitanata dall'Italia, avvenuta nelle due settimane dell'ottobre scorso, ha provocato ben 19000 arresti. La maggior parte degli arrestati sono immigrati clandestini che non hanno commesso nessun reato. A denunciarlo è stata sempre l'ong umanitaria londinese Statewatch. Secondo l'associazione, che ha messo a confronto i report finali delle ultime operazioni, il numero dei fermati è raddoppiato rispetto alla precedente operazione Perkunas (10.459 fermi in due settimane), e addirittura quadruplicato in confronto all'operazione del 2012, Aphrodite (5.298 fermi in due settimane). Proprio nel report finale dell'operazione Mos Maiorum, redatto dal Consiglio d'Europa, si evidenzia che "i cittadini siriani sono stati quelli maggiormente identificati (5088 persone), seguiti da afghani (1466 persone), serbi (in particolare kosovari, 1196) ed eritrei".
Poco più di 11mila le richieste di protezione internazionale presentate dopo l'intercettazione dagli stranieri controllati. Il report non esplicita invece, esattamente come i documenti relativi alle precedenti operazioni, il numero degli agenti coinvolti. Piuttosto, sottolinea che "per motivi sconosciuti Mos Maiorum ha catturato l'attenzione dei mass media, che hanno etichettato l'operazione come un'azione finalizzata all'arresto dei migranti, nonostante gli obiettivi fossero l'individuazione di reti criminali coinvolte nel favoreggiamento dell'immigrazione irregolare e il monitoraggio dei percorsi usati dai trafficanti. Un obiettivo raggiunto, visto che sono stati fermati 257 trafficanti", si legge sempre nel report. Il dato parla da solo: sui 19000 arrestati, chi ha commesso reati sono solo 257. Del resto, lo stesso Statewatch sottolinea che nel documento di avvio dell'operazione di polizia uno degli obiettivi dichiarati era proprio "arrestare i migranti irregolari".
di Tommaso Fregatti
Ansa, 28 marzo 2015
C'è la recitazione, incessante, del Corano (dalla mattina alla sera) qualche lamentela per i pasti serviti dalla mensa del carcere "voglio andare via, qui si mangia davvero male" o per il telefilm trasmesso dalla tv italiana: "Questa serie è brutta e noiosa".
I protagonisti sono Idris, Habi, Labib ed Abdall, i quatto "leader" (come amano chiamarsi) degli scafisti arrestati dalla squadra mobile di Genova nel luglio scorso con l'accusa di essere alla guida del barcone naufragato al largo di Capo Passero (Siracusa) con 106 migranti a bordo. Non c'è pentimento nelle loro parole, intercettate dalla polizia, anzi. Essere scafisti è una cosa di cui andare fieri. Al punto da insegnare ai colleghi di cella (rigorosamente nordafricani) le regole e i segreti di questo lavoro.
"È semplice, si guadagna molto bene e soprattutto c'è sempre tanto, tanto lavoro in Egitto". Idris e gli altri non sanno che la squadra mobile su mandato dei sostituti procuratori della Dda di Genova Federico Panichi e Federico Manotti registra tutto quanto. Ha piazzato delle cimici nelle celle e quelle conversazioni saranno la "prova" regina del loro coinvolgimento come scafisti (per sfuggire all'arresto, infatti, si erano mescolati ai migranti e le fonti di prova sono le sole accuse di alcuni passeggeri).
I quattro raccontano di come il mestiere di scafista sia una fonte di reddito incredibile: "Sai quanto ha guadagnato il proprietario della barca? - dice Hassan ad un compagno di cella - 8 milioni di lire egiziane? (circa 800 mila euro)".
Chi organizza i viaggi viene descritto come un mito, un'icona: "Il giro d'affari in Egitto è gestito da Samir B. - racconta Idris - è un mito, perché paga tutti e bene. Ma lo fa perché ci guadagna. Ha un sacco di soldi, 30 anni e porta i baffi: un vero capo". Il sogno è quello di aprire una gelateria nel centro di Alessandria D'Egitto: "Appena esco dal carcere - sottolinea Labib - vado a farmi dare i miei soldi. E investo tutto in una gelateria. Dovrebbero bastare 100 mila lire egiziane (10 mila euro) per aprirla".
I quattro poi raccontano ai compagni di cella la propria avventura e spiegano i segreti del mestiere: "I controlli? Non ti preoccupare, in Egitto non spara nessuno - dice Hassan - si parte alle 2 o a mezzanotte, prendiamo la Fluka (piccolo gommone, ndr) si caricano dieci persone per volta e si trasbordano sulla barca più grossa. Se fai così è perfetto, nessuno ti prende se fai così". I controlli sono rari: "La polizia qualche volta va sulla spiaggia con i cammelli. Sono per la sorveglianza. Ma si possono corrompere con dei soldi?".
C'è tantissima gente che vuole partire dall'Egitto verso l'Italia: "I clienti migliori sono i siriani - dice Labib - loro hanno la certezza di non essere rispediti indietro e pagano fino a 5 mila dollari". Altra lezione, il cellulare satellitare: "Devi sempre usare quello per telefonare, non il tuo privato - dice Habi - quando poi arriva la guardia costiera lo butti in mare!".
C'è poi il vanto per la traversata per cui sono dietro le sbarre: "Nessuno è mai arrivato fino il Liguria, nel nostro paese quando torniamo ci cercheranno tutti per questo lavoro" e la descrizione del viaggio appena fatto: "Abbiamo rischiato grosso - dicono - la barca aveva un problema meccanico e con il mare grosso non saremmo riusciti a controllarla.
Dobbiamo ringraziare Allah". Sul barcone c'è anche tempo per fare amicizia: "A quelli che durante il viaggio erano più simpatici - racconta Idris - ho chiesto il nome e chiedo l'amicizia su Facebook...". Per i quattro la procura ha chiesto il rinvio a giudizio sono indagati per associazione per delinquere finalizzata all'introduzione illegale di extracomunitari in territorio italiano, trasporto illegale e false generalità.
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 28 marzo 2015
A 25 anni dalla fine del regime ciadiano, il tribunale di N'Djamena ha condannato a pene dai 15 ai 20 anni la maggior parte degli imputati per aver commesso violenze e abusi contro i civili, gli stessi che da tempo aspettavano giustizia. Un capitolo buio della storia del Ciad si è appena concluso. I giudici della corte suprema di N'Djamena hanno riconosciuto gli imputati alla sbarra colpevoli di brutalità commesse durante la lunga e sanguinosa dittatura di Hissène Habré detenuto in Segal in attesa del processo che lo vede accusato di crimini contro l'umanità.
Il passato dietro le sbarre. Tra i condannati eccellenti ci sono Saleh Younous, ex capo della Direzione di documentazione e direzione della sicurezza (Dds), la polizia politica di Habré e Mahamat Djibrine descritto nel 1992 dalla Chadian Truth Commission come uno dei "torturatori più temuti in Ciad". Entrambi dovranno passare tutta la vita dietro le sbarre. Stessa sorte ma con una formula diversa toccherà altri cinque imputati condannati ai lavori forzati, una pena che nell'ordinamento ciadiano per consuetudine viene sostituita con la detenzione. Gli altri dei 28 condannati sconteranno pene dai quindici ai vent'anni di carcere. Inoltre la corte ha stabilito che lo stato e i persecutori dovranno versare 75 milioni di franchi (pari a 125 milioni di euro) alle 7.000 vittime accertate che hanno fatto causa ai loro aguzzini ed erigere loro una statua commemorativa.
"Finalmente". Un sospiro di sollievo che certo non potrà cancellare gli otto anni, dal 1982 al 1990, del regime del "Pinochet d'Africa". Le vittime che nel processo hanno testimoniato le atrocità subite durante la feroce repressione del regime hanno festeggiato la sentenza della corte. "Finalmente - afferma Clément Abaifouta, presidente dell'Associazione delle vittime dei crimini di Hissène Habré che i tempi della sua prigionia è stato costretto a scavare le tombe di molti suoi compagni di cella - gli uomini che ci hanno brutalizzati e riso in faccia per decenni hanno avuto la loro giusta punizione. Il governo adesso deve attenersi alla decisione del tribunale e risarcire le vittime per ciò che hanno sofferto".
Un popolo in attesa. La sentenza è stata attesa per molti anni. Centinaia di ciadiani ogni giorno hanno seguito le udienze del processo in televisione. Gli imputati sono stati accusati di omicidio, tortura, rapimenti, detenzioni arbitrarie, aggressione e percosse. Accuse che le vittime avevano depositato già nel 2000, ma che la giustizia ciadiana aveva ignorato fino all'arresto nel 2013 dell'ex dittatore.
Altri condannati sono Nodjigoto Haunan, ex direttore della National security agency (Suretè Nationale) e implicato nella repressione contro il gruppo etnico Zaghawa e Khalil Djibrine, ex capo dipartimento della Dds, nel sud del Ciad durante la repressione del 1983- 1984. "Le condanne di oggi - sottolinea Reed Brody, consulente legale di Human Rights Watch che dal 1999 ha lavorato con le vittime di Habré - sono una splendida vittoria per le vittime di Habré. La condanna di funzionari statali per crimini contro i diritti umani non è solo una testimonianza della tenacia delle vittime, si tratta di un notevole sviluppo in un paese in cui l'impunità per le atrocità del passato è sempre stata la norma".
di Massimo Bordin
Il Foglio, 27 marzo 2015
Il circo mediatico-giudiziario vuole cogliere l'occasione dell'emergenza del terrorismo islamico per estendere i propri poteri sull'intelligence. La pressione delle procure, il potere di supplenza e quel testo del Csm.
Un titolo garantista a tutto tondo, come apertura della prima pagina del Fatto, è a suo modo un evento. "Ci frugano nelle email con la scusa dell'Isis". Nel sommario però un occhio esperto e malizioso intravede subito qual è il vero problema e il vero punto della questione. Nella denuncia del rischio che intelligence e polizia possano introdursi in telefonini, tablet e computer l'accento - segnatevi questa parola - è sul "controllo".
La Repubblica, 27 marzo 2015
Si tratta di un passaggio che consente di frugare nei computer dei cittadini. Sarà affrontato - fa sapere il viceministro dell'Interno Bubbico - in maniera più articolata all'interno del provvedimento sulle intercettazioni.
di Valter Vecellio
Il Garantista, 27 marzo 2015
Per una volta (capita), si può convenire con il presidente del Consiglio. Il provvedimento antiterrorismo in discussione a Montecitorio conteneva una serie di norme che consentivano di acquisire dati e informazioni nei computer dei cittadini; e passi quando si tratta di aumenti di pena per attività di terrorismo, istigazione a delinquere, e a commettere dei delitti contro lo Stato e reati di apologia commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
Il Manifesto, 27 marzo 2015
Stop al libero accesso da parte dello stato ai nostri computer. La discussa norma del decreto antiterrorismo che assegnava ampi poteri di indagine alla polizia arrivando a permettere l'acquisizione da remoto di tutti i dati contenuti nei sistemi informatici è stata cancellata ieri dall'aula della Camera dove si sta discutendo il provvedimento.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 27 marzo 2015
Lo spione di Stato è approdato in Parlamento. Il fattaccio è accaduto nelle commissioni congiunte II e IV della Camera, che hanno approvato nella seduta del 19 marzo l'emendamento 2.100 del governo al disegno di legge AC 2893-A (conversione del cosiddetto decreto antiterrorismo).
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