di Carlo Fusi
Il Dubbio, 9 maggio 2019
La gelida primavera delle nostre banlieu si gonfia di esasperazione. Mentre sulfurei strateghi dell'odio col cranio rasato soffiano sul fuoco del risentimento, allestendo falò che attirano le falene di chi pensa di essere stato privato di un diritto e determina per loro lo stesso destino: quando arrivano troppo vicino alle fiamme, si bruciano.
L'abbaglio di saper discernere ragioni e torti, assegnando agli "italiani" sfrattati tutte le prime e lasciando ai rom legittimi assegnatari l'universo dei secondi, produce un corto circuito nel quale va in tilt il vero e unico criterio che si può e deve seguire: far proprie e rispettare le regole dello Stato di diritto.
Quelli a cui il Comune riconosce il diritto di avere un appartamento, non possono entrarci dopo essere stato costretti ad un percorso di guerriglia urbana. Chi sente di essere stato privato di una legittima attribuzione ha gli strumenti che la legge assegna per far valere le proprie ragioni. Bene ha fatto il sindaco Raggi: e non si curi delle critiche inverosimili di Luigi Di Maio.
Andando più a fondo, guai a fare spallucce dinanzi alla rabbia che cova nelle periferie e in chi ci vive. Guai a girare la testa, ritenendolo "normale", di fronte al clima di violenza e intimidazione che viene alimentato irresponsabilmente e delinquenzialmente da chi cerca solo lo scontro. Le immagini di minacce verso giovani mamme rom, che tutta Italia ha visto, sono indecenti e indegne di un Paese civile: è sperabile che le forze dell'ordine che hanno svolto senza incertezze il loro dovere sappiano identificare i responsabili.
A noi, a tutti quelli che le stesse immagini hanno visto comodamente seduti nei salotti di casa propria, spetta il sussulto dell'indignazione non fine a sé stessa. I fatti di Casalbruciato riguardano e interrogano la coscienza di ognuno. Se il falò dell'intolleranza continuerà a bruciare, cauterizzerà chi abita nelle periferie e chi nel centro; chi protesta e chi subisce; chi butta benzina e chi prova a spegnere le fiamme. La violenza genera violenza. Chi fa finta di non capirlo o, peggio, non vuole, sarà la prima vittima.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 maggio 2019
Apprezzamenti del Comitato delle Nazioni Unite all'organo di monitoraggio. Il Comitato Onu sulle sparizioni forzate nei giorni scorsi ha reso note le proprie osservazioni conclusive sul primo Rapporto del governo italiano sullo stato di attuazione della Convenzione, sulla cui implementazione il Comitato vigila. Per "sparizione forzata" si intende qualsiasi privazione di libertà commessa da agenti o con il consenso di uno Stato, rifiutando in seguito di riconoscere detta privazione e di comunicare il luogo in cui la persona in questione si trova.
Durante il mese di aprile, a Ginevra, si era tenuta una sessione di lavori del Comitato, dedicata tra l'altro all'esame del Rapporto dell'Italia. Il Comitato aveva audito la delegazione del governo italiano e l'Ufficio del Garante nazionale delle persone private della libertà. Nel documento appena pubblicato, il Comitato nota positivamente che il Garante nazionale costituisce un effettivo organo di monitoraggio della situazione delle persone private della libertà, adempiendo efficacemente al suo mandato Onu di Meccanismo nazionale di prevenzione. Allo stesso tempo il Comitato guarda con preoccupazione alle misure recentemente entrate in vigore a seguito della conversione in legge del "Decreto sicurezza", in particolare relativamente alla possibilità di trattenere persone migranti destinate al rimpatrio in non meglio specificati "locali idonei" nella disponibilità dell'Autorità di Pubblica sicurezza.
Il Comitato invita quindi il governo italiano a rendere tempestivamente noto l'elenco dei "locali idonei" garantendo, in tal modo, pieno accesso da parte del Garante nazionale e di tutti gli organismi sovranazionali di controllo che su tali luoghi hanno il compito di vigilare. Infine, fra le altre raccomandazioni rivolte all'Italia ci sono quelle relative alla necessità di prevedere una fattispecie di reato specifica riguardante le sparizioni forzate, di aumentare gli sforzi per prevenire le sparizioni dei migranti, in particolare minori, per rintracciare coloro di cui si sono già perse le tracce e per fornire un'effettiva cooperazione e assistenza giudiziaria agli Stati esteri in tema di persone scomparse e per assicurare che nel concreto nessuna persona venga estradata verso Paesi a rischio di sparizioni forzate.
La Convenzione Onu, ratificata dall'Italia nel 2015, aveva introdotto il divieto delle sparizioni forzate, considerate un crimine contro l'umanità. Vengono quindi individuati una serie di obblighi in capo agli Stati al fine di prevenire le sparizioni forzate, tra cui: proibizione della detenzione segreta; impegno a detenere le persone in strutture ufficialmente riconosciute e controllate, e che conservino un registro di tutti i detenuti; diritto ad ottenere informazioni sui detenuti. La Convenzione riafferma, inoltre, il diritto delle vittime al riconoscimento della verità e ad un'equa riparazione per sé e per i propri parenti, così come il diritto a formare delle associazioni ed organizzazioni per contrastare il fenomeno delle sparizioni forzate.
La Convenzione tratta anche il problema del rapimento dei bambini i cui genitori sono vittime di sparizione forzata, la falsificazione della loro identità e la conseguente adozione. Per garantire tutto ciò, la Convenzione ha previsto l'istituzione di un Comitato sulle sparizioni forzate, con il compito di monitorare l'implementazione degli obblighi assunti dagli Stati, ricevere ricorsi interstatali e individuali, e la possibilità di avviare una procedura umanitaria d'urgenza per effettuare ispezioni sul campo e sottoporre all'attenzione dell'Assemblea Generale quelle situazioni in cui il ricorso alle sparizioni forzate è diffuso e sistematico.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 9 maggio 2019
Matteo Salvini si allontana dal caso Siri accendendo una nuova polemica nel governo: la guerra alla droga light. Dal Viminale, dopo un incontro con le comunità terapeutiche, punta l'obiettivo contro i negozi di inflorescenze della canapa, spuntati po' ovunque grazie all'interpretazione estensiva di una normativa del ministero dell'Agricoltura nata a tutela della produzione industriale di cannabis a basso contenuto di Thc (tra il 2% e il 6%).
Negozi che mettono in commercio prodotti ritenuti dal Consiglio superiore di sanità "pericolosi", al punto di chiedere - nel parere dell'aprile 2018 - di non consentirne la vendita. Salvini accusa: "In Italia ci sono più di 60o punti vendita (per la precisione 778 a ieri, ndr) che propongono filtri per tisane, semi di canapa, bevande energetiche, torte, ma anche bustine di marijuana legale, con un valore bassissimo di Thc. La metà sono centrali di spaccio. Non voglio uno Stato spacciatore".
E aggiunge: "La droga è un'emergenza nazionale de-va-stante. Ho avuto conferma di quello che avevamo intuito: c'è una questione educativa. Da ministro dell'Interno ho dato indicazione alle forze dell'ordine di controllare uno per uno, per quanto mi riguarda con l'obiettivo di chiuderli, tutti i presunti negozi turistici di cannabis". Il ministro poi aggiunge: "Vanno sigillati perché sono un incentivo all'uso di stupefacenti. Non aspetto i tempi della giustizia, esercito quello che è in mio potere come ministro dell'Interno".
E rilancia: "Identico approccio adotteremo per tutte le feste delle "canne" e della cannabis d'Italia. Chiederò che siano vietate tutte. Lo stato spacciatore non è lo Stato di cui faccio il ministro". E, lanciando una stoccata al Movimento Cinque Stelle, chiosa: "Su altro non litigo con gli amici della maggioranza, su questo sì. Sono pronto a far cadere il governo". Il ministro della Salute dei Cinque Stelle, Giulia Grillo, minimizza: "Non bisogna dare informazioni sbagliate. Nei canapa shop non si vende droga. Se come ministro dell'Interno è in possesso di informazioni che io non ho, bisogna fare un altro ordine di considerazioni".
Ma, spiega al Corriere Tu, "il tema è quello delle categorie fragili. Da un punto di vista della salute, la restrizione è legata a questo". Quindi "no" alla chiusura dei negozi, "sì" alle "restrizioni di vendita per categorie come quelle di minori e donne in gravidanza". Ma la questione pone un problema al Movimento, che non più tardi di martedì sera, con Nicola Morra, si era espresso in favore della legalizzazione delle droghe leggere ("non la escludo").
"Il ministro dell'Interno segue il copione per cui il proibizionismo punta al basso: ai consumatori. E lascia liberi i narcotrafficanti" dichiarano la segretaria e la tesoriera dei Radicali Italiani Silvja Manzi e Antonella Soldo. Il Pd, con Chiara Gribaudo, ironizza: "Il venditore di fumo Salvini decide di prendersela con i negozi di cannabis light, evidentemente non vuole concorrenza".
"Si spara per strada, la criminalità ha rialzato la testa e Salvini pensa ai shop", stigmatizza Erasmo Palazzotto (Leu). Soddisfatte le associazioni. Il Movimento italiano genitori (Moige) sottolinea di aver svolto una indagine dalla quale emerge che il 68% dei rivenditori dei cannabis shop hanno dato il prodotto anche a minorenni. E conclude: "Vanno chiusi".
Avvenire, 9 maggio 2019
Il provvedimento è stato approvato l'anno scorso ma è entrato in vigore, a New York, sono la scorsa settimana: per i detenuti, le telefonate dal carcere saranno gratis. Un cambiamento non da poco - come ha spiegato il sindaco della metropoli, Bill De Blasio - perché consentirà a chi è in cella di tenersi in contatto con la famiglia, con gli avvocati e con quella rete di conoscenze che è fondamentale per rientrare nella società una volta scontata la pena. Fino ad ora, le telefonate costavano 50 centesimi per il primo minuto e cinque per ogni minuto successivo: da adesso, i detenuti potranno fare una chiamata ogni tre ore per un totale di 21 minuti quotidiani. Gli agenti penitenziari non sono del tutto d'accordo: questa possibilità - spiegano - potrebbe favorire le gang che operano all'interno delle carceri.
di Nadia Ferrigo
La Stampa, 9 maggio 2019
Ma i negozianti ribattono: "Noi combattiamo l'illegalità". Alle dichiarazioni del ministro dell'Interno sugli smart shop ribatte Luca Marola, patron di EasyJoint: "Sottrae oltre il 10 per cento dei guadagni alle mafie". A fine mese la sentenza della Cassazione. "Da domani, mando la polizia. Li voglio vedere chiusi uno a uno. Ci saranno controlli a tappeto.
Adesso basta, ci vogliono le maniere forti" tuona il ministro dell'Interno Matto Salvini parlando dei cannabis shop. E aggiunge: "Su questa storia degli shop sono pronto a litigare sul serio anche con gli alleati M5S. Non vorrei che ci fosse qualche parlamentare o anche qualche collega ministro che li frequenti".
A ribattere è Luca Marola, patron di EasyJoint, l'azienda di Parma che ha guidato il boom della cosiddetta "cannabis legale", la canapa con un Thc inferiore allo 0,2 per cento. "Il fenomeno della cannabis light, oggi è assodato grazie a studi scientifici ed inoppugnabili che forse il ministro avrebbe dovuto avere il buongusto di studiarsi, sottrae il 12% degli introiti alle mafie. Questa è la nostra lotta alla criminalità che il ministro deputato al suo contrasto vuole annichilire e riconsegnare alle mafie per mero interesse propagandistico".
Marola riporta i risultati dello studio "Cannabis light e criminalità organizzata. Analisi della liberalizzazione (involontaria) in Italia" realizzato da tre ricercatori dell'University of York. Qui la versione completa della ricerca, in inglese. "Dall'analisi emerge che la legalizzazione della C-light ha portato a una riduzione dell'11-12% dei sequestri di marijuana per ciascuno dei grow shop preesistenti e a un calo significativo di altri stupefacenti derivati dalla canapa" si legge nel testo.
"Considerando che il numero medio di grow shop in ciascuna provincia è di circa 2,76 e che il prezzo della marijuana è valutato in 7-11 euro al grammo (Oedt 2016), le nostre stime sulle 106 province analizzate suggeriscono che i mancati guadagni dovuti alla liberalizzazione della C-light varino, mediamente, fra 159 e 273 milioni di euro l'anno. Questi dati si riferiscono al solo mercato della marijuana, escludendo altre droghe a base di canapa come le piante di cannabis e l'hashish - continuano i ricercatori.
Questi risultati avvalorano la tesi che, anche in un breve periodo di tempo e con un sostituto imperfetto, l'offerta di sostanze illegali della criminalità organizzata subisca uno spostamento a causa dell'ingresso di rivenditori ufficiali e leciti".
"Accostare il fenomeno legale della cannabis light, fenomeno che ha visto l'apertura di un migliaio di nuove partite IVA e l'apertura di almeno 2000 aziende agricole, spesso a conduzione giovanile, al consumo di droga penso sia utile al ministro Salvini solo per nascondere la sua incapacità nell'arrestare lo spaccio ed il narcotraffico, oggi monopolisti della droga grazie proprio alle politiche del ministro" conclude Marola.
La sentenza della Corte di Cassazione sulla destinazione d'uso - Ad aprile è nato il Consorzio Nazionale per la Tutela della Canapa, ideato per difendere la produzione della cannabis legale e rilasciare un certificato di garanzia: sono più di 3mila gli ettari messi a produzione della canapa legale con un trend annuale in continua ascesa e sono 15mila i punti vendita in tutta Italia. Ma è attesa per il 30 maggio la decisione della Cassazione a Sezioni Unite che potrebbe far chiudere per sempre i negozi che vendono la canapa. Il problema nasce dalla normativa poco chiara sulla cosiddetta canapa legale e sulla sua destinazione d'uso: la marijuana venduta dai vari negozi di '"erba legale" viene fumata, e non usata per l'uso ornamentale a cui sarebbe destinata secondo la legge.
Le Sezioni Unite dovranno decidere se va applicata la legge del 2016 che legalizza la vendita di prodotti con un Thc inferiore a 0,2 o il testo unico sugli stupefacenti. Il responso dovrebbe arrivare il 30 maggio e se negativo, le saracinesche dovrebbero abbassarsi per tutti. Dopo il grande numero di sequestri disposti da diverse procure, la magistratura ha dato vita a orientamenti contrastanti. A fronte di una sentenza della sesta sezione penale della Cassazione, secondo la quale il commercio delle infiorescenze di cannabis light è comunque lecito, c'è stata un'altra pronuncia della sezione penale, che, volendo dire l'opposto, ha pensato che l'unica soluzione sia quella di far intervenire le Sezioni Unite.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 9 maggio 2019
Ora è più che mai indispensabile una vera conferenza di pace, con la partecipazione anche della Russia e della Cina, che finge disinteresse. Le milizie che difendono Tripoli hanno sin qui ridicolizzato i proclami guerreschi del generale cirenaico Khalifa Haftar. E dalla Turchia, si dice, stanno arrivando nella capitale libica nuove forniture di armi.
Partendo da simili premesse Fayez al Sarraj avrebbe dovuto esibire a Roma il più ampio dei sorrisi, prima di proseguire con altrettanta baldanza per le altre capitali europee. Invece il capo del governo libico internazionalmente riconosciuto aveva in valigia un Sos politico. A tutti, e per primo a Giuseppe Conte, Sarraj ha rivolto un appello disperato, quasi da ultima spiaggia: non privatemi dell'appoggio occidentale, non siate comprensivi verso chi sta usando la forza contro donne e bambini, non siate equidistanti tra chi aggredisce e chi si difende. Sarraj ha ragione a sentirsi minacciato, perché in Libia i giochi sono cambiati e la guerra civile che tanto ci riguarda è diventata una piccola guerra mondiale.
Circoscritta nel territorio, combattuta per procura da milizie tribali, ma comunque mondiale e straordinariamente pericolosa per chi, come noi, le sta davanti. La svolta ha avuto luogo il 15 aprile scorso, quando Donald Trump ha preso l'iniziativa di telefonare a Khalifa Haftar, già impegnato a bombardare Tripoli, congratulandosi per le sue operazioni anti-terrorismo e riscontrando, secondo un comunicato della Casa Bianca, "una visione condivisa sulla transizione della Libia verso un sistema politico stabile e democratico".
Quel gesto non ha soltanto smontato la "cabina di regia" che sulla Libia l'Italia filo-Serraj si era illusa di condividere con l'America. Non ha soltanto distrutto la mediazione che l'Onu conduceva tra le parti, e che da quattro anni era l'ombrello formale della incauta linea italiana. Ha anche confermato, quella telefonata, che la guerra civile libica aveva ormai travolto i suoi confini, che gli schieramenti contrapposti in Libia avevano le radici in conflitti assai più ampi e capaci di coinvolgere gli interessi delle grandi potenze.
I punti di riferimento che aiutano a capire l'offensiva militare di Haftar e le paure politiche di Sarraj sono due e hanno entrambi una portata che attraversa tutto il mondo islamico: chi è favorevole e chi è contrario ai Fratelli musulmani? E ancora: chi appoggia e chi osteggia l'Iran sciita? Trump, che per appoggiare Haftar ha contraddetto il suo Segretario di Stato Pompeo, ha ricevuto in aprile la visita di Abdel Fattah al-Sisi. In quella occasione il presidente egiziano deve essere stato molto convincente, perché i suoi nemici giurati, i Fratelli musulmani, sono diventati di colpo i nemici dell'America. A tal punto che ora la Casa Bianca annuncia di volerli iscrivere nell'elenco dei gruppi terroristici internazionali. E non basta, perché quando la Gran Bretagna ha presentato al Consiglio di Sicurezza dell'Onu una mozione che reclamava la cessazione delle ostilità a Tripoli e la protezione della popolazione civile, gli Stati Uniti hanno votato contro assieme alla Russia.
Del resto l'Egitto di al-Sisi appoggia da tempo Haftar che combatte gli islamisti nella confinante Cirenaica, e filo-Haftar sono da anni anche l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che hanno finanziato l'operazione Tripoli. Ma la discesa in campo degli Stati Uniti e la carta abilmente giocata da al-Sisi contro i Fratelli musulmani cambia la natura dell'alleanza, identifica con maggiore precisione una guerra che è mediorientale anche se viene combattuta in Libia. Tanto più che l'alleanza benedetta da Trump supera anche il secondo test, forse ancora più importante del primo: non è forse vero che Arabia Saudita, Emirati e Stati Uniti sono le punte di lancia (con Israele, s'intende) dell'ostilità e delle sanzioni contro l'Iran sciita? Anche questa alleanza, se funziona nel Golfo, può funzionare in Libia.
Dall'altra parte, a sostegno di Sarraj, si trovano soltanto conferme degli schemi già descritti. La Turchia non è nemica dei Fratelli musulmani, e pur non amando l'Iran collabora con Teheran (e con la Russia) nello scacchiere siriano. E il Qatar, che pure appoggia il governo di Tripoli, non è stato forse sottoposto a sanzioni nel 2017 da parte di Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrain per aver troppo dialogato con il "terrorismo iraniano"? Tutto torna, deve essersi detto Trump prima di chiamare Haftar il 15 aprile. E così gli europei, a cominciare dagli italiani e dai francesi, scoprono quanto poco hanno contato e quanto poco contano nella vicenda libica.
Ma l'Italia, più della Francia, non può permetterselo. Per i flussi migratori di oggi e di domani, per i nostri rifornimenti energetici, per la nostra sicurezza. È uno scandalo che la parola Libia non sia mai stata pronunciata nelle forsennate campagne elettorali della Lega e dei 5 Stelle, che si presume conoscano gli interessi fondamentali dell'Italia. Ed è anche vero che il premier Conte ha reagito male alla fraterna conversazione tra Haftar e Trump, suggerendo una equidistanza tra i contendenti libici che in realtà non abbiamo mai avuto, legati come siamo sempre stati al carro dell'Onu e di Serraj. Ma Conte, e questo va detto a suo merito, di Libia si occupa non soltanto quando è in avvicinamento un barcone di disperati. L'impresa di far contare l'Italia è disperata, al punto in cui siamo e con i nostri precedenti. Ma chi può escludere che lo stallo militare induca tra non molto Haftar a salvare la faccia con l'aiuto di una mediazione efficace? E cosa farebbero a quel punto i suoi molteplici e autorevoli protettori? Serve più che mai una vera conferenza di pace, diversa da quella di Palermo e da quelle organizzate in Francia. Con la presenza degli Usa, della Russia e della Cina che finge disinteresse. L'alternativa sarà, sempre di più, la guerra mondiale di Libia.
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 9 maggio 2019
La cristiana salvata dalla pena di morte avrebbe raggiunto le figlie in Canada. Venti ore di volo hanno diviso gli otto anni nel braccio della morte lasciati alle spalle e la nuova vita che ha davanti. Da oltre tre mesi Asia Bibi stava pregustando questo momento: da quando, a gennaio, è stata annullata in modo definitivo la sua condanna per blasfemia.
L'incubo giudiziario era finito, ma la libertà non arrivava. I radicali islamici erano pronti a farsi "giustizia" da soli, così è stata tenuta nascosta, in un luogo segreto insieme al marito per cento lunghi giorni, lontano anche dalle sue figlie. Asia sapeva che la sua nuova vita sarebbe ripartita altrove.
Così questa bracciante cristiana che non era mai uscita dal suo villaggio nel Punjab se non per scontare una pena ingiusta, si ritroverebbe ora dall'altra parte del mondo, in Canada, dove le sue Eisham, 18 anni, e Esha, disabile, si erano già rifugiate mesi fa. Asia "si è ricongiunta alla sua famiglia, è un grande giorno, giustizia è fatta" ha esultato Saif ul-Malook, il legale a capo del collegio difensivo che ha fatto ribaltare la sentenza di condanna davanti alla Corte Suprema, lo scorso ottobre. Pur ammettendo di non aver parlato con lei, l'avvocato ha avvalorato una notizia apparsa ieri sui media locali e non ancora confermata (ma nemmeno smentita) né dalle autorità pachistane né da quelle canadesi.
"Ci sono questioni sensibili di privacy e problemi di sicurezza e quindi non posso commentare", ha chiarito il premier canadese Justin Trudeau ieri ai giornalisti fuori del Parlamento. Una fonte diplomatica di Islamabad, sotto anonimato, ha confermato però che Asia è "una cittadina libera che può andare dove vuole" e che "ha abbandonato il Pakistan per volontà propria e con l'appoggio totale del governo".
Certo è che lei sarebbe partita ben prima. Che Ottawa fosse la sua destinazione era apparso evidente già prima di Natale, dopo che altri Paesi europei avevano rifiutato più o meno apertamente di offrire asilo alla donna: a novembre lo stesso premier canadese aveva detto di essere in contatto con Islamabad. "Questi mesi sono serviti alle autorità per neutralizzare il partito islamista Tehreek-e-Labaik Pakistan (Tlp) che ha fatto della lotta alla blasfemia e della persecuzione di Asia Bibi la sua bandiera" dice al Corriere l'ambasciatore italiano a Islamabad Stefano Pontecorvo.
In Pakistan, dove l'Islam è religione di Stato, quasi nessuno mette in discussione la legge che punisce chi profana il Corano con la morte, ma la maggior parte dei musulmani ne denuncia l'uso strumentale dei fanatici per colpire le minoranze o i propri nemici. Dopo l'assoluzione della donna a ottobre, migliaia di estremisti avevano messo a ferro e fuoco il Paese. Per sedare la rivolta, il premier Khan aveva concesso che non avrebbe lasciato espatriare Asia finché la stessa Corte Suprema non si fosse pronunciata sul ricorso degli islamisti. Il verdetto finale è arrivato a gennaio.
Ma la partenza è stata rinviata. In questi mesi, dopo l'arresto dei suoi leader, molti seguaci hanno preso le distanze dal gruppo estremista, che ora risulta decimato. Ma cautela e riserbo sono comprensibili. Del resto, però, ci sono altre donne (e uomini) che trarrebbero più beneficio dal clamore internazionale che ha contribuito a questo lieto fine. "È tempo di occuparsi delle altre Asia Bibi condannate a morte in Pakistan", dice al Corriere Saif ul-Malook. "Come Shaghufta Kausar, 45enne, reclusa ora nella cella lasciata libera da Asia Bibi nella prigione di Multan: sarà la mia nuova battaglia".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 maggio 2019
Secondo dati ufficiali dal novembre 2018, quando sono iniziate le proteste dei cosiddetti "gilet gialli", sono stati feriti oltre 2.200 manifestanti e 1.500 agenti delle forze di polizia. Nel marzo 2019 l'Ispettorato generale della polizia nazionale (Igpn) e l'Ispettorato generale della gendarmeria nazionale (Iggn), gli organismi incaricati di indagare sull'uso eccessivo della forza da parte di agenti di polizia e gendarmi, si stava occupando di 83 denunce presentate da manifestanti che erano rimasti feriti da proiettili a impatto cinetico ossia proiettili di gomma esplosi dai Lanciatori di proiettili a scopo di difesa (Lbd 40).
Fonti non ufficiali stimano che il numero dei feriti da proiettili di gomma sia più elevato. Secondo il giornalista David Dufresne, sarebbero 282. In altri 32 casi le ferite sono state causate dalle granate Gli-F4 che esplodono gas lacrimogeni: in particolare, 23 persone hanno perso la vista da un occhio dopo essere state colpite da proiettili di gomma, cinque hanno perso l'uso di una mano per lo stesso motivo e altre cinque dopo essere state colpite da una granata. Considerato il numero di manifestanti che hanno riportato gravi ferite dopo essere stati colpiti dai proiettili di gomma e l'assenza di addestramento specifico per alcune unità di polizia incaricate del mantenimento dell'ordine pubblico, Amnesty International ha chiesto al ministro dell'Interno francese di sospenderne l'uso fino a quando le autorità non avranno valutato in modo approfondito e indipendente l'accuratezza e la precisione di tali armi.
Amnesty International ha chiesto inoltre al ministro dell'Interno di vietare l'uso delle granate esplosive contenenti gas lacrimogeno Gli-F4 a causa della pericolosità e della contraddittorietà degli effetti prodotti: l'esplosione e il rumore potrebbero rendere incapaci le persone di disperdersi, che dovrebbe essere esattamente l'obiettivo dell'uso del gas lacrimogeno. Questo, peraltro, potrebbe a sua volta causare gravi ferite e costituire un trattamento crudele e inumano. Qui si può leggere un approfondimento tecnico sui pericoli insiti nell'uso dei proiettili di gomma e delle granate esplosive durante le manifestazioni.
di Nadia Boffa
futura.news, 9 maggio 2019
"Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione" diceva Voltaire. Ed è proprio da questa frase che nasce l'idea del progetto "Coltiviamo il futuro, Piemonte - Burkina, cooperazione e diritti umani in carcere", presentato questa mattina, 8 maggio, nel Palazzo della Regione Piemonte.
Il progetto, cofinanziato dalla regione Piemonte, ha come partner i Comuni di Fossano (To) e Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, il Ministero della Giustizia - Provveditorato Regionale del Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta e le Direzioni Generale Guardie di Sicurezza Penitenziaria nazionale e del Carcere Maco di Ouagadougou.
A presentare il progetto Ivana Borsotto, vicepresidente di Progettomondo.mlal, una delle associazioni impegnate nella realizzazione dell'intervento. "Il nostro obiettivo è umanizzare le carceri del mondo. In particolare quelle del Burkina Faso, paese che amiamo e che al momento desta preoccupazione per le problematiche sociali. L'idea nasce da una visita che abbiamo fatto lo scorso anno a settembre in cui abbiamo visto con i nostri occhi i problemi delle carceri". "Coltiviamo il futuro" nasce per contribuire a migliorare le condizioni di vita di donne e minori in detenzione nel carcere Maco (Maison de correction d'Ouagadougou) della capitale del Burkina Faso, per l'appunto Ouagadougou. Il Burkina Faso è un paese di 19 milioni di abitanti, dove al momento ci sono 29 carceri suddivise in tre aree penitenziarie.
Il carcere di Ouagadougou è il più grande ed è situato nella zona penitenziaria centrale. La prima costruzione risale al 1964, ma ora c'è una grossa parte che non è più utilizzata perché nel tempo si è deteriorata. "Al momento sono 2.200 detenuti in una superficie di 73 mila metri quadrati. La capacità sarebbe di 1300 persone" dichiara Ouedraogo Nogmanegre Claude, direttore del carcere della capitale, che sottolinea come il problema più grande sia il reinserimento sociale dei detenuti, nonché la loro alimentazione.
Il primo scopo del progetto è quello di migliorare la salute psicofisica dei detenuti. Per farlo si prevedono tre diversi interventi tra cui la realizzazione di un orto irriguo di 12.500 mq che garantisca la produzione orticola per 12 mesi all'anno; la realizzazione di corsi di formazione e l'accompagnamento tecnico; la nascita di corsi di alfabetizzazione riconosciuti dal sistema scolastico nazionale per facilitare il reinserimento scolastico post-detenzione.
Un progetto fortemente sostenuto dalla regione Piemonte "Si tratta di una cooperazione che nasce dalle amministrazioni locali per rivolgersi al mondo. Un progetto che prevede una contaminazione reciproca tra la situazione carceraria italiana e quella del Burkinafaso" afferma l'assessore alla cooperazione decentrata internazionale della regione Piemonte Monica Cerutti.
Principali ideatori e attori del progetto il direttore Ouedraogo Nogmanegre Claude, ma anche Padre Adre François Kientega, Cappellano penitenziario Maco per tre anni, dal 2011 al 2014, che ha gestito numerose attività sociali insieme ai padri Camilliani. Ma soprattutto le associazioni Progettomondo.mlal e "Noi con voi", che lavorano per migliorare le condizioni all'interno dei carceri da molti anni. Tra i progetti di cui si sono occupati nel passato la realizzazione di un carcere minorile in Bolivia, e un programma decennale di servizi e attività sociali nei carceri del Mozambico.
L'Osservatore Romano, 9 maggio 2019
L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un pressante appello per liberazione di oltre 3000 migranti, principalmente etiopici, detenuti in Yemen. Da due settimane, infatti, queste persone si trovano "in due luoghi di detenzione temporanei nei governatorati di Aden e Abyan", ha detto il portavoce dell'organizzazione, Joel Millman, nel corso di un briefing a Ginevra. Desta particolare preoccupazione la condizione delle circa 2500 persone rinchiuse in uno stadio di calcio ad Aden, dove gli operatori umanitari hanno anche riscontrato condizioni sanitarie particolarmente carenti che favoriscono la diffusione di epidemie. Nei giorni scorsi, le guardie che sorvegliano la struttura hanno sparato contro i migranti, ferendo due persone, una delle quali in modo molto grave. Il direttore della divisione operazioni ed emergenze dell'Oim, Mohammed Abdiker, ha spiegato che "questa terribile situazione si deteriorerà ulteriormente", sottolineando "la necessità immediata" di istituire un'autorità civile per la gestione di questi campi.
- Malafollia, quei racconti di una umanità costretta in cella
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- Contro le mafie non basta solo il coraggio dei figli dei boss
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