pugliapress.org, 10 maggio 2019
"Ieri un detenuto di 44 anni di Manduria si è impiccato, legandosi alle grate della cella con una corda rudimentale ricavata dalla stoffa dei pantaloni, nel reparto infermeria. Stava scontando una condanna per concorso in tentata estorsione e furto, e sarebbe stato scarcerato per fine pena il prossimo 28 agosto. È così il carcere di Taranto si avvia ad avere il tragico primato anche per numero di suicidi oltre che per carcere più sovraffollato d'Italia.
Sono state pubblicate ieri le classifiche ministeriali che riconfermano questa prima posizione con 612 detenuti a fronte di 306 posti disponibili. Ma non è solo questo. Nel carcere di Taranto manca tutto: agenti penitenziari, educatori, palestra, campo, acqua calda, docce, attività e progetti di reinserimento e persino il magistrato di sorveglianza è completamente assente. Tutto questo è fuori legge. Come può uno Stato chiederne poi rispetto? Forse è proprio la mancanza di speranza per il futuro che porta così tanti detenuti al suicidio.
Mentre noi da mesi continuiamo a chiedere a parlamentari e consiglieri regionali di accompagnarci all'interno. Esattamente da quando il neo guardasigilli Bonafede ci ha tolto questa facoltà ispettiva che sempre negli altri anni avevamo esercitato con scrupolo e attenzione, essendo stati spesso gli unici a denunciarne le condizioni. Ora potremo effettuare queste visite solo accompagnando parlamentari e consiglieri regionali, ma da mesi che rivolgiamo loro questo appello nessuno ci ha mai risposto.
Nel frattempo le persone continuano a morire in carcere nella disattenzione totale di politica e istituzioni. Per questo rivolgiamo anche per l'ennesima volta a comune e provincia di Taranto l'invito a nominare il garante comunale e provinciale dei detenuti. Non possono difendere i loro diritti da soli, se non ormai sempre più spesso con una corda. Venerdì 10 Maggio dalle ore 18 saremo a Taranto in piazza della Vittoria per raccogliere firme eutanasia legale, e raccogliere anche segnalazioni da parenti dei detenuti e operatori penitenziari".
La Sicilia, 10 maggio 2019
Un uomo di Castelvetrano ha trascorso un anno e mezzo in carcere a San Cataldo per reati di droga. Si è rivolto al Tribunale che gli ha dato ragione. Un risarcimento danni di 7.384 euro è stato riconosciuto dalla prima sezione civile del Tribunale di Palermo (giudice Antonina Maria Aiello) a un pregiudicato originario di Castelvetrano, ma residente ad Alcamo, Tommaso Ingrao, di 50 anni, con precedenti per fatti di droga. L'uomo ha denunciato condizioni di scarsa vivibilità nel periodo in cui, dal 30 aprile 2014, all'8 novembre 2016, è stato detenuto nel carcere di San Cataldo.
"Detenzione - ha evidenziato la difesa di Ingrao - trascorsa in una cella di 20 metri quadrati con altri 11 detenuti, finestra chiusa, docce non funzionanti, acqua fredda, letti a castello. È stato, inoltre, accertato che i carcerati venivano lasciati chiusi in cella a volte anche 20 ore al giorno causa mancanza di luoghi di socializzazione".
Ad assistere Tommaso Ingrao sono stati gli avvocati Daniele e Alessandro Gabriele. "La Convenzione europea dei diritti dell'uomo - affermano i due legali - con molte pronunce, e in particolare la Torreggiani, ha imposto all'Italia di dotarsi di un adeguato sistema di rimedi giurisdizionali volti a garantire ai detenuti un ristoro di pregiudizi patiti per effetto del trattamento carcerario".
di Filippo Panza
mbnews.it, 10 maggio 2019
Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È un passaggio dell'articolo 27 della Costituzione italiana. Purtroppo si tratta di un principio non sempre rispettato nei fatti e, a volte, difficile da mettere in pratica. Tanto è vero che nel 68% dei casi i detenuti tornano a delinquere una volta in libertà. Ma se scontano misure alternative questa percentuale scende al 19%. A dimostrazione che creare una seconda chance di vita a chi ha sbagliato una prima volta è il modo giusto di attuare quanto previsto nella nostra Costituzione.
Proprio su questa strada sta cercando di muoversi il carcere di Monza. Che ha deciso di riattivare il proprio orto dopo quasi un anno di stop. Sono 11 i detenuti che stanno frequentando le 40 ore di lezione condotte da Pio Rossi, agronomo e coordinatore didattico della Scuola Agraria di Monza. Che, come Centro di formazione professionale, nato nel 1902 e riconosciuto ente di ricerca a livello regionale e nazionale, ha tutte le carte in regola per guidare il team di particolari allievi ai saperi e ai sapori della terra e delle piante. A disposizione dei discenti, all'interno del Casa circondariale di via S. Quirico, due serre e un terreno coltivato ad aiuole. "Il corso andrà avanti fino a metà giugno con dieci lezioni complessive - spiega Rossi - tutti i partecipanti, scelti dopo un colloquio motivazionale, stanno mostrando interesse, anche perché alcuni di loro hanno già trascorsi familiari di orto".
"Abbiamo piantumato una serie di ortaggi, dai pomodori all'insalata, dai peperoni alla cipolla" continua l'agronomo della Scuola Agraria, che già alla fine degli anni Novanta aveva avuto un'esperienza di insegnamento con le detenute di Monza. Il corso, che prevede una certificazione per i partecipanti e gode di un finanziamento di 6mila euro da parte dell'amministrazione comunale, ha anche un obiettivo commerciale.
"I prodotti, le verdure, ma anche gli aromi, saranno in parte utilizzati per le esigenze del carcere - spiega Rosario Montalbano (nella foto in basso), dal 2015 Presidente del Consiglio di Amministrazione della Scuola Agraria ed ex Assessore comunale all'Istruzione, Personale e Servizi al Cittadino nella Giunta Scanagatti - ma saranno anche venduti direttamente all'interno della nostra sede, la Cascina Frutteto, in modo che il ricavato finanzi l'iniziativa".
La scelta di riavviare nel carcere di Monza l'attività dell'orto, che nel recente passato aveva prodotto una tonnellata e mezza di verdura interamente devoluta al Banco Alimentare, non è casuale. Anzi, ha anche il valore simbolico di ripartire dalla basi, la terra appunto. "Cerchiamo di essere presenti sul fronte sociale - afferma Montalbano - per fortuna abbiamo un Cda coeso che prende sempre in considerazione questo tipo di iniziative".
D'altro canto la Scuola Agraria e il carcere, ognuno nei propri ambiti, portano avanti da anni progetti che hanno la profonda finalità di essere al fianco dei più deboli e delle persone in difficoltà. Basti pensare ai corsi di ortoterapia (qui l'approfondimento) e alla nascita dello "Sportello del Garante dei detenuti".
Assume, allora, un significato ulteriore il fatto che il prossimo 21 giugno la Scuola Agraria di Monza sarà ufficialmente intitolata alla sua fondatrice, Aurelia Josz, educatrice e scrittrice che ha precorso i tempi nella didattica ed è morta nel 1944 nel campo di concentramento di Auschwitz. "Volevamo da tempo arrivare a questa dedicazione - afferma il Presidente dell'Istituto monzese - finalmente ci riusciamo dopo una serie di problemi burocratici".
La Nuova Sardegna, 10 maggio 2019
L'iniziativa, nella parrocchia di Beata Gabriella, coinvolgerà anche i detenuti. Si parlerà del tema "Giustizia riparativa: Riannodare i fili tra vittima-reo-comunità" nel corso delle tre giornate di attività culturali e di confronto, promosse dalla cooperativa sociale Ut Unum sint che da ieri e fino a sabato compreso animeranno la parrocchia di Beata Maria Gabriella, nel rione di Badu 'e Carros.
L'iniziativa, come spiega il parroco e presidente della cooperativa sociale, don Pietro Borrotzu, "vuole essere una continuità delle tappe di riflessione realizzate negli anni scorsi. Alle giornate saranno presenti, oltre ai detenuti e alle loro famiglie, una vittima e gli studenti dell'Istituto "Chironi"che hanno già percorso un tratto di strada nel progetto".
Il programma delle giornate è piuttosto articolato. Si è cominciato ieri, alle 15.30, con l'accoglienza dei detenuti di Mamone, l'introduzione al tema delle giornate, una breve sintesi delle tappe del progetto, e un momento di condivisione fraterna tra i detenuti e i volontari. Oggi, invece, alle 9, è prevista l'accoglienza dei detenuti di Badu 'e Carros e dei loro familiari. Seguirà l'introduzione ai lavori fatta da don Pietro Borrotzu, presidente della cooperativa sociale Ut Unum sint. Poi è in programma la proiezione di un film e un successivo momento di riflessione insieme alla giornalista e scrittrice Angela Iantosca.
Sempre oggi, dopo il film e la riflessione, si discuterà del tema "Giustizia riparativa e dipendenze: è possibile metterle insieme?". Alle 13.30 ci sarà il pranzo a buffet. La giornata di domani, infine, comincerà alle 9 con l'incontro e restituzione dei laboratori. Conduce, la giornalista Angela Iantosca, modera don Pietro Borrotzu. Poi ci sarà un momento definito "azione riparativa" che coinvolgerà i detenuti, le loro famiglie e gli studenti: tutti insieme ripuliranno un angolo della città degradato dagli stili di vita sbagliati di tante persone. Nella stessa occasione sarà messa a dimora una pianta come segno di cura verso l'ambiente.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 10 maggio 2019
Interno Verde apre al pubblico il Galeorto, l'orto coltivato dai detenuti. "Sarà un momento importante per promuovere i valori di scambio e condivisione che guidano l'intera organizzazione del festival. Un'occasione per coltivare solidarietà verso realtà che spesso vengono trascurate. L'associazione Il Turco è felice di poter continuare la positiva collaborazione con la Casa Circondariale di Ferrara iniziata l'anno scorso, e proporre al pubblico ferrarese e di altre province un'esperienza di indubbio valore formativo", raccontano gli organizzatori.
L'eccezionale apertura dell'orto - che inaugurerà la quarta edizione del festival dedicato ai giardini segreti del capoluogo estense - si terrà venerdì 10 maggio, dalle 10 alle 11.30. Gli oltre 70 giardini segreti compresi nel programma 2019 invece apriranno al pubblico sabato 11 e domenica 12 maggio, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. La visita guidata all'interno dell'istituto penitenziario sarà curata dall'associazione Viale K, che si occupa di coordinare il progetto educativo: i partecipanti verranno accompagnati in un itinerario guidato dal personale della Casa Circondariale attraverso le varie aree verdi della struttura con la partecipazione detenuti, che racconteranno la loro esperienza lavorativa e formativa.
"L'idea di coinvolgere uno spazio così particolare, e rendere accessibile un luogo per definizione inaccessibile, è nata nel 2018 per invitare le persone a conoscere una realtà spesso poco considerata e oggetto di pregiudizio. Interno Verde si propone come un festival di relazioni: l'obiettivo è quello di promuovere, attraverso l'interesse trasversale che la cura del giardino è capace di suscitare, una socialità spontanea e vicina, un'atmosfera inclusiva. In quest'ottica l'apertura del GaleOrto ci sembra possa rappresentare un messaggio importante. Ringraziamo già da ora sia la direzione della Casa Circondariale che il personale della polizia penitenziaria e le educatrici, per la grande disponibilità che anche quest'anno hanno dimostrato accogliendo con entusiasmo la proposta di far parte della manifestazione", concludono gli organizzatori.
Per visitare le coltivazioni nascoste tra le mura di cinta che circondano la struttura di via Arginone, e assaggiare le fragole che crescono protette tra le torrette di guardia e il filo spinato, è necessario prenotare la propria partecipazione, che dovrà essere effettuata entro domenica 24 aprile, comunicando via mail all'indirizzo
pupia.tv, 10 maggio 2019
"Acqua", un ritorno al grembo, l'acqua che cura e sana, nel Mese Mariano per alleviare le sofferenze. "Acqua ca ce 'nfonn acqua, ca ce spoglia e ce spezza 'e catene e cchiù liberi ce fa sentì", è il ritornello del brano scritto dalla cantautrice Vincenza Purgato, originaria di Aversa, contenuto nel suo disco tutto al femminile "Anima di Strega".
Ad intonarlo questa volta saranno le donne della casa circondariale femminile di Pozzuoli. Il recital della cantautrice sarà accompagnato dal maestro Edo Puccini alla chitarra, voci narranti di cinque ragazze detenute. In realtà, vi era anche una sesta detenuta, ma la stessa mattina ha ricevuto la libertà domiciliare. "Un piccolo miracolo già è avvenuto", commenta l'artista aversana.
L'evento è stato reso possibile grazie alla direttrice del penitenziario, Carlotta Giaquinto, e sotto la sorveglianza dell'educatore. "L'incontro con le ragazze per le prove - spiega Purgato - è stato emozionante, cinque ragazze bellissime e giovanissime. Sono stata aiutata dall'educatore e dalla mia collaboratrice e amica Carlotta a gestire il tutto, perché io mi lascio prendere troppo dal lato emotivo, sentimentale. Sarei stata ore a parlare con loro e devo dire c'è stata una bella connessione, un vero scambio di energie, ho visto la luce nei loro occhi brillare di gioia, hanno scelto i testi in prosa da interpretare ed ognuna ha manifestato la felicità nel sentire quanto le parole che leggevano fossero dirette a loro, questo mi ha commossa molto.
Bisogna tornare un po' alla semplicità, a saper sognare, ad aiutare chi non ha più fiducia in se stessi e nel prossimo, a credere che i sogni con la determinazione e la fede si avverano. Essere portatrice di sogni penso sia la cosa più bella, meritiamo tutti una seconda possibilità, "guardare gli errori di speranze future" come canto nel "Il nuovo tempo", che aprirà la kermesse".
Un concerto nel luogo dove la libertà è sospesa. "La mia voce, - continua la cantautrice - insieme a quella delle ragazze, perché amo definirle ragazze, giungerà come un grido di speranza, di cambiamento e di libertà che solo l'amore genera. Ho scelto maggio per fare un dono, il Mese Mariano, partendo da questo luogo, la casa circondariale femminile di Pozzuoli, dove regna la sofferenza di anime in cerca di valori dimenticati, al fine di poter portare un messaggio di rinascita attraverso il perdono".
Il progetto di Vincenza Purgato proseguirà in altri luoghi troppo spesso dimenticati, dove, sottolinea l'artista, "vi è bisogno di amore". Per l'occasione la Pasticceria "Pelosi" di Aversa donerà la tradizione "Polacca Aversana".
pressenza.com, 10 maggio 2019
Il prossimo 16 maggio si terrà la conferenza di presentazione del XV Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, "Il carcere secondo la Costituzione". L'iniziativa è prevista a Roma, presso la Sala dell'Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato (piazza Capranica 72), a partire dalle ore 10.00.
Il rapporto di Antigone costituisce una fotografia indipendente del sistema penitenziario italiano, condotta attraverso l'attività di osservazione che l'Associazione svolge dal 1998 in tutti gli istituti penitenziari del paese. Il documento contiene dati, numeri, analisi e storie sul sistema carcerario e le sue condizioni.
Oltre agli esponenti di Antigone parteciperanno: Mauro Palma (Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale), Gemma Tuccillo (Capo del Dipartimento della Giustizia minorile e Comunità).
Si è inoltre in attesa delle conferme di Francesco Basentini (Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) e dell'On. Alfonso Bonafede (Ministro della Giustizia). Per accreditarsi è necessario inviare un fax direttamente al Senato al numero 06.6706.2947. L'accesso alla sala - con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta - è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 10 maggio 2019
Maurizio Bolognetti da settanta giorni è in sciopero della fame per il diritto alla conoscenza ma nessuno ne parla. Nei giorni della morte e del funerale di Massimo Bordin, di Radio Radicale voce storica, sono fioccate promesse, impegni, riconoscimenti. Di concreto? Dopo tanti discorsi, cosa si fa, si intende fare? Non si chiede nulla di rivoluzionario: "solo" di dare corpo al liberale enunciato di Luigi Einaudi: "Conoscere per deliberare". Di consentire ai cittadini, di sapere, e di poter giudicare.
Qualcosa di concreto, per ora, cerca di farla, nella più desolante solitudine, un tipo strano che vive in Basilicata. Il suo nome è Maurizio Bolognetti; da decenni, lui, la moglie Antonietta e pochi altri militanti del Partito Radicale, sono promotori di decine di iniziative politiche in difesa dei diritti civili e umani, e per la salvaguardia dell'ambiente, che in quella piccola regione - come un po' ovunque in Italia, del resto - è quotidianamente minacciato da ogni sorta di speculatori e speculazioni. Questo tipo strano da una settantina di giorni si nutre solo del contenuto di tre cappuccini e di molta acqua.
Ultimamente ha deciso di razionare anche questi liquidi. Se cercate le sue fotografie in internet, questo tipo strano vi apparirà a torso nudo più che incavato, lo sguardo lucido e il viso smagrito: quasi un reduce di un campo di concentramento. Perché questo tipo strano sta conducendo questa lotta richiamandosi a Gandhi e a Marco Pannella?
Chiedeteglielo. Vi risponderà: per il diritto alla vita e alla conoscenza; per il diritto al diritto; perché Radio Radicale possa continuare, come ha sempre fatto, le sue trasmissioni, e assicurare conoscenza e verità; perché il governo Conte-Salvini-Di Maio receda dalla decisione di tagliare i finanziamenti previsti dalla convenzione stipulata da anni e che prevede un servizio pubblico come nessuna altra emittente ha saputo e voluto assicurare. Ne avete mai sentito parlare di questo tipo strano? Uno che si denutre da settanta giorni non merita un colonnino di informazione?
La cosa pone un problema, tra i problemi. Poniamo il caso che questo tipo strano, invece di fare scempio del suo corpo, faccia violenza a qualcun altro: violenza concreta, o semplicemente la minaccia di farla: ne avrebbero sicuramente parlato e scritto tutti. La sua causa verrebbe conosciuta e "propagandata" fino alla nausea. Che "lezione" se ne dovrebbe ricavare? Per "pubblicizzare" una causa, occorre compiere un qualcosa di violento.
La nonviolenza, non paga. Quel tipo strano, non accetta questa logica cinica; si ribella, e, duro di cervice, si "consuma", si "auto- consuma", bergsonianamente convinto che la durata è la forma delle cose. È normale che questo tipo strano, il Bolognetti, venga ignorato e mortificato, e un violento invece sia esaltato e conosciuto? Se ci pensiamo è una bestialità. Una bestialità "normale".
Da un certo punto di vista, si può capire che Radio Radicale, tanto lodata, in realtà dia fastidio: ha la pretesa di far conoscere, integralmente, tutto quello che accade nelle aule parlamentari, nelle commissioni, nelle aule giudiziarie, nei congressi e nelle manifestazioni politiche. In tanti si mostrano basiti per il fatto che si voglia spegnere un tale servizio. È, invece, assolutamente "normale": nulla di più pericoloso, per il potere, i poteri, della conoscenza.
Non è un caso che la Bibbia cominci con un una donna e un uomo cacciati dall'Eden, colpevoli di aver voluto gustare il famoso pomo della "conoscenza". Era l'unico divieto posto dal padreterno, il potere di allora: rinunciare alla "conoscenza". Dunque, voler chiudere Radio Radicale" ha una sua logica. Non ci si deve stupire. Stupisce, invece, la sostanziale inerzia e passività di quanti dicono di beneficiare dei "servizi" assicurati da Radio Radicale.
In tanti hanno sottoscritto un appello: "Radio Radicale da 40 anni trasmette in diretta le sedute del Parlamento e segue le attività di tutte le istituzioni, dalla Corte Costituzionale al Consiglio Superiore della Magistratura, i più grandi processi giudiziari e le più importanti attività culturali e sociali. Negli ultimi 20 anni questo è stato possibile grazie a una convenzione con lo Stato italiano. Il governo ha deciso che dal 21 maggio la convenzione non sarà rinnovata. Mancano pochi giorni per convincere il governo a rivedere la sua decisione. Il diritto alla conoscenza è un diritto fondamentale affinché il cittadino possa farsi liberamente una opinione e non sia condizionato da una informazione distorta e di parte".
articolo21.org, 10 maggio 2019
"Modifiche necessarie subito". Procedere con celerità all'approvazione di una legge organica che elimini la pena del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa e intervenga altresì sulle liti temerarie contro i giornalisti. Temi di cui si dibatte da anni ma che in Parlamento non hanno trovato finora spazio per diventare legge. Nel frattempo i dati indicano nelle azioni legali temerarie uno dei bavagli contro la libertà di stampa, strumento di pressione legittimo in questo ordinamento ma profondamente iniquo. È stata dunque particolarmente importante l'audizione della Federazione Nazionale della stampa in Senato.
Una delegazione della Fnsi ha infatti partecipato all'audizione informale nella sede dell'Ufficio di Presidenza della Commissione Giustizia del Senato nell'ambito dell'esame dei due disegni di legge in materia di diffamazione e liti temerarie che hanno come primi firmatari, rispettivamente, Giacomo Caliendo e Primo Di Nicola.
La delegazione, composta dal presidente Giuseppe Giulietti, dal segretario generale aggiunto Vittorio Di Trapani e dall'avvocato Ottavia Antoniazzi, ha auspicato la rapida approvazione delle norme di contrasto alle liti temerarie ed evidenziato l'urgenza di intervenire sui temi della cancellazione della pena del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa e della responsabilità dei giornalisti di testate fallite.
"Si è finalmente aperto il confronto fra giornalisti e Parlamento sulle questioni della diffamazione e delle querele bavaglio. Ringraziamo i senatori per l'attenzione e la sensibilità dimostrati e confidiamo che, dopo vent'anni di occasioni perdute, si possa ora giungere in tempi rapidi a dare risposte concrete in difesa della libertà di stampa e del diritto dei cittadini ad essere informati", si legge nella nota della Fnsi. Inoltre anche nel corso di questa audizione il sindacato dei giornalisti ha ribadito la necessità di scongiurare la mannaia dei tagli ai contributi di sostegno all'editoria e la chiusura imminente di Radio Radicale.
di Juan Luis Cebrián*
La Stampa, 10 maggio 2019
Quando il quotidiano danese Jyllands-Posten pubblico una caricatura di Maometto con una bomba al posto del turbante, in Occidente si aprì un dibattito senza fine: era una provocazione, un insulto alla comunità musulmana o si trattava di libertà d'espressione? Fu forse il Financial Times in un suo editoriale a dare la risposta migliore, affermando che questa libertà, pilastro indiscutibile della democrazia liberale, non consente di gridare "Al fuoco" in un teatro gremito di spettatori.
Per decine, centinaia di anni, giornalisti, scrittori, artisti hanno insistito sulla necessità di controllare il potere, per obbligarlo a non mentire e a chiamare le cose con il loro nome, rifuggendo dal politicamente corretto.
Che, infine, è uscito di scena, non come conseguenza della trasparenza e della sincerità dei leader, ma a causa del loro uso del linguaggio emotivo per galvanizzare la volontà degli elettori. Quindi dal linguaggio politicamente corretto, pieno di eufemismi e ambiguità, siamo passati alla brutalità più assoluta.
Il rischio è che la violenza verbale si traduca in violenza fisica e che la fiducia dei cittadini nel sistema democratico continui a deteriorarsi. Il vandalismo oratorio, a volte ammantato di satira umoristica, è stato anticipato da Beppe Grillo, quando ha lanciato il Vaffanculo- day. Altri da allora hanno seguito le sue orme. Alcuni letteralmente, come un giovane e inesperto sindaco del Partito Popolare spagnolo, a capo di una città vicino a Madrid che, dopo aver negato la parola a un rappresentante dell'opposizione, ha chiuso il consiglio comunale con un plateale: "La seduta è aggiornata, andate a farvi fottere!".
Ciò evidenzia come non siano solo i populisti ad avere degradato la lingua in nome del loro falso amore per la gente comune. La malattia del linguaggio scurrile, violento e maleducato ha contagiato anche i leader degli ex partiti istituzionali. Un campione di cattivo gusto è il presidente degli Stati Uniti che ha attaccato la sua rivale, Hillary Clinton, chiedendosi "se non può soddisfare suo marito, come pensa di soddisfare l'America?". Per concludere descrivendola come "un vero diavolo, rappresentante del capitalismo più corrotto". Le battute da macho rivaleggiano con il suo ego assurdo e primitivo, come quando ha detto di avere dita lunghe e belle come "altre parti del mio corpo".
Ha aggiunto che questa caratteristica è documentata, anche se non ha mai spiegato in che modo. E poi ci sono la xenofobia e il razzismo di cui ha dato abbondanti testimonianze, così come Matteo Salvini quando ha affermato di voler ripulire il paese dagli immigrati e dagli zingari, deplorando tuttavia che "sfortunatamente gli zingari italiani ce li dobbiamo tenere".
In quanto a razzismo, però, la palma va al presidente della Generalitat catalana, l'indipendentista Quim Torra, che in un famoso articolo descrisse gli spagnoli come "bestie da carogna, vipere, iene, con una tara nel dna". Salvini e Trump si segnalano anche per essere tra i pochi politici democratici che usano sfacciatamente citazioni di Mussolini nei loro discorsi e dichiarazioni. Il primo quando ha ripetuto la frase del duce "Molti nemici molto onore", per esprimere il suo disprezzo verso chi lo criticava.
Da parte sua, l'inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che "è meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora"; e quando gli hanno fatto notare che si trattava di una frase attribuita al fondatore del fascismo, ha risposto: "So chi l'ha detto, e allora?" Ad ogni modo, per quanto si possa tingere la chioma di giallo, Donald Trump non potrebbe fare la parte del leone nemmeno in un musical di Disney.
Quando il linguaggio politico brutale s'infiltra nel dibattito parlamentare e nei centri di governo è una minaccia per la sopravvivenza della democrazia. Nella recente campagna elettorale spagnola sono stati i partiti di destra, e non solo quelli di estrema destra, ad avere maggiormente abusato dell'uso dell'invettiva contro gli avversari.
Insulti come traditore o criminale indirizzati al presidente del governo dal capo dell'opposizione hanno fatto degenerare il dibattito politico, così come le accuse di mentire restituite dal capo dell'esecutivo a chi lo attaccava. La crescita dell'estrema destra e della sinistra radicale in Europa hanno incoraggiato questi eccessi verbali che in molti casi finiscono per tradursi in violenza fisica.
La bassa qualità della leadership politica che si manifesta quotidianamente, la debolezza istituzionale, frutto della frammentazione delle opzioni e del decadimento delle classi medie che sostengono il sistema, inducono molti elettori a desiderare leader forti che diano solidità allo Stato e sicurezza ai cittadini, a scapito del rispetto dei diritti individuali e della separazione dei poteri. L'Ungheria, la Polonia, la Russia, la Turchia, sono solo alcuni esempi di questa tendenza. Quando si tratta di incoraggiare il voto dettato dalle emozioni, a volte dimentichiamo che non c'è forse sentimento più forte e duraturo della paura.
La Storia dell'Umanità è in gran parte una storia di paura ed è proprio questo a cui fanno appello i nuovi guru del nazionalismo e del suprematismo: la paura dell'immigrato, identificato come delinquente, e la rivendicazione del diritto a usare le armi come mezzo di difesa individuale. In Brasile Bolsonaro ha condotto la sua campagna con in mano un fucile mitragliatore e la Rifle Association rimane una potentissima lobby in quella che un tempo era stata definita la prima democrazia del mondo.
È passato quasi un anno da quando George Shultz, allora a capo del Partito socialdemocratico tedesco (Spd), denunciò la minaccia posta alla libertà dal linguaggio politico brutale. Da allora le cose non hanno fatto altro che peggiorare. Hans Magnus Enzersberger ha scritto un saggio memorabile in cui consigliava ironicamente di compatire i politici piuttosto che denigrarli, perché "la perdita della parola è una delle tante perdite associate con la loro professione".
E come si sa, dopo la crisi del 2008 la classe dirigente occidentale ha cercato di correggere questo declino con una sovrabbondanza prolissa che non riesce a compensare il vuoto delle proposte. Enzersberger insiste sul fatto che l'isolamento a cui va incontro il politico di professione in mezzo a un attivismo inutile e assordante, "lo porta a subire la tipica perdita del senso della realtà che spiega il motivo per cui, a prescindere dalla sua capacità intellettuale, in genere è l'ultimo a capire che cosa sta succedendo nella società.
"Oggi molti coltivano l'illusione che sbraitare di fronte allo specchio sia un modo per avvicinarsi alla verità. Ma la buona retorica esclude la maleducazione e ama il silenzio: quello che consente agli altri di ascoltare.
*Traduzione di Carla Reschia









