di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 6 maggio 2019 n. 18844. L'adesione del difensore allo sciopero non è valida solo se tutti i reati per i quali si procede si prescrivono nel termine dei 90 giorni previsto dal Codice di autoregolamentazione, e non solo uno o alcuni di essi. La Corte di cassazione, con la sentenza 18844, detta un principio di diritto da applicare nel caso in cui il difensore chieda il rinvio del processo per la sua adesione all'astensione proclamata dalla categoria quando uno solo dei reati contestati si prescrive entro i 90 giorni.
La Suprema corte analizza l'articolo 4 sul codice di autoregolamentazione, anche alla luce delle linee guida diffuse dal primo presidente Canzio a luglio 2017. I giudici ricordano che l'astensione, in materia penale, non è consentita nei processi in cui la prescrizione matura durante lo "sciopero" o, per quelli pendenti nel giudizio di legittimità, entro 90 giorni. Nel procedimento esaminato, nella dead line dei 90 giorni rientrava solo il primo termine di prescrizione del reato, perché il fatto era stato contestato in più momenti.
Per alcuni di essi dunque la dichiarazione di astensione si sarebbe potuta accogliere, mentre la stessa cosa non poteva accadere per i reati con prescrizione ravvicinata. Ad avviso dei giudici si tratta di valutare se esista una margine di discrezionalità, che consenta di ritenere prevalente l'esigenza difensiva di garantire l'assistenza legale, sull'interesse dello Stato alla prosecuzione del giudizio, visto il prossimo maturare del termine di prescrizione.
Il collegio privilegia l'esigenza difensiva e sceglie la via più aperta. La Suprema corte sottolinea che l'articolo 4 non può ritenersi tassativo, come emerge dalle linee guida in tema di "astensione dei difensori dalle udienze penali" diffuse dal primo presidente della Cassazione, per stabilire criteri uniformi da seguire riguardo a problemi organizzativi. Criteri nei quali si attribuisce al collegio un margine di discrezionalità nelle ipotesi non espressamente previste anche dalle linee guida "con speciale riguardo al bilanciamento, pure eccezionale, del diritto costituzionalmente protetto del difensore con altri diritti parimenti garantiti".
E il caso esaminato non è chiaramente regolamentato dal Codice di autoregolamentazione, che parla genericamente di processi con reati la cui prescrizione maturi entro 90 giorni dal periodo di astensione. La Suprema corte fa la scelta più "permissiva" secondo la quale l'astensione non è valida solo se tutti i reati si prescrivono nei 90 giorni. Una via che assicura al difensore la possibilità di esercitare una facoltà garantita dalla Costituzione, ed è priva di conseguenze per il processo, perché l'accoglimento della richiesta del legale sterilizza il corso di prescrizione per tutti reati oggetto del giudizio.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 7 maggio 2019
È quanto previsto dalla riforma sulla legittima difesa, pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Se non si risarcisce il derubato, niente condizionale. Nella legge sulla legittima difesa allargata, la tutela della persona offesa vince sui benefici per l'imputato. Si tratta di una regola che vale, nel caso di condanna per furto in appartamento o per furto con strappo.
Trattandosi di una nuova disciplina che incide in pejus sul trattamento sanzionatorio, essa non potrà avere effetti che per i futuri fatti di furto. Ma la regola potrebbe giocare effetti disincentivanti ex novo. Peraltro questo, come altri punti della neonata legge n. 36/19 del 26 aprile 2019 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 102 del 3 maggio 2019), non mancano di spunti di discussione, ogni volta che si pensi a come si calerà nel concreto.
La norma (nuovo sesto comma dell'articolo 165 del codice penale) si limita a prescrivere che nel caso di condanna la sospensione condizionale della pena deve comunque essere subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa. Le praterie lasciate da questa formulazione sono sconfinate.
Ad esempio, nulla si dice a proposito di chi debba effettuare il pagamento, ed in particolare non si dice se l'imputato potrà avvantaggiarsi della sospensione condizionale quando il pagamento è fatto da un terzo (ad esempio un familiare). La logica della meritevolezza individuale del beneficio della sospensione condizionale porterebbe a dire che a pagare debba essere l'imputato. Una logica sostanziale porterebbe, invece, a dire che la vittima non debba perdere il risarcimento se effettuato da un terzo e che, quindi, anche il pagamento del terzo potrebbe essere rilevante.
Nulla si dice, poi, a proposito dei tempi e di eventuali rateizzazioni: l'imputato o chi per esso può pagare un po' alla volta. Questo può avere una rilevanza processuale? La norma parla di pagamento integrale e non di promessa di pagamento. Anche qui una strada potrà e dovrà essere trovata nelle aule di giustizia. Non è per nulla affrontato, poi, il caso di incapacità incolpevole a pagare. Se uno non può proprio pagare perché povero, privo di redditi e privo di proprietà, ci sono chance di recupero della sospensione condizionale?
La risposta negativa significa dire di no a chi potrebbe meritare il beneficio, ma non ha denari. Prevedibile che di tutto ciò di discuterà davanti alla Corte costituzionale. Peraltro non è da escludersi una valutazione a priori, da parte della legge, di un elemento di meritevolezza della sospensione condizionale agganciata a una resipiscenza operosa e fattiva del responsabile. Nelle aule di giustizia ai giudici spetterà poi di giudicare sulla quantificazione del danno. La sospensione condizionale è subordinata al pagamento integrale dell'importo dovuto per il risarcimento del danno alla persona offesa.
Quell'aggettivo "integrale" agiterà le discussioni di difensori e pubblici ministeri. La valutazione dell'integralità del risarcimento può dipendere dalla stima de bene sottratto, o da altri parametri più o meno oggettivi. Anche qui possono essere evidenziate posizioni diverse. Ma c'è comunque il danno morale, che ha una sua volatilità. Certo che il riconoscimento da parte della persona offesa di essere stata integralmente risarcita non potrà essere messo in discussione. Ma la contestazione da parte della persona offesa, che chiede/pretende un risarcimento maggiore non potrà essere un veto.
Ecco allora che il giudice dovrà valutare se la cifra sia o meno satisfattiva, aprendo la strada a possibili impugnazioni da parte della persona offesa. Si inserisce nel discorso della vita in salita della norma in commento anche il rilievo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale nel promulgare la legge ha segnalato che l'articolo 3 della legge subordina al risarcimento del danno la possibilità di concedere la sospensione condizionale della pena, nel caso di condanna per furto in appartamento o per furto con strappo ma che lo stesso non è previsto per il delitto di rapina. Secondo il capo dello stato il trattamento differenziato tra i due reati non è ragionevole poiché gli indici di pericolosità che possono ravvisarsi nel furto con strappo si rinvengono, incrementati, anche nella rapina.
di Giovanna Maria Fagnani
Corriere della Sera, 7 maggio 2019
Antonella Mannarino e Caterina Mirarchi da 7 anni curano un laboratorio nel carcere di Catanzaro. Attraverso l'associazione "Amici con il cuore" si recupera la tradizione calabra della lavorazione degli intrecci. E i detenuti della sezione di Alta sicurezza realizzano oggetti d'artigianato con carta e materiali riciclati.
La prima volta che sono entrata in carcere avevo molto timore. Ti colpisce il contatto con l'ambiente: arrivi e chiudono una porta, vai avanti e ne chiudono altre: ci si sente in trappola. Poi ho conosciuto detenuti di un'educazione straordinaria e con le mani d'oro. Quando lavorano cercano la perfezione, si mettono continuamente in discussione".
Doveva proporre ai carcerati un corso d'arte della durata di un mese e mezzo. Invece sono già sette anni che, due volte a settimana e per undici mesi l'anno, Antonella Mannarino, maestra d'arte, insieme con Caterina Mirarchi, insegnante, varca la porta del carcere "Ugo Caridi" di Catanzaro. Costruito nel 1993, in via Tre Fontane, è il più grande della regione.
Ospita 700 detenuti nei suoi tre padiglioni, fra cui quello di alta sicurezza dove si trova il laboratorio dell'associazione "Amici con il cuore" che la maestra ha fondato nel 2012 con un gruppetto di amiche. Non pensavano al carcere: "Macché, volevamo fare qualcosa per aiutare l'ambiente, sensibilizzare sui temi del riciclo. E abbiamo pensato di recuperare un'arte antica calabrese, quella dei restai che lavoravano con la iuta, il salice, le canne, secondo la tecnica detta "ad uno o a due tessitori". Ho studiato queste trame e abbiamo cominciato a preparare oggetti di carta intrecciata: cesti, borse, cappelli, lampadari".
Oggetti così belli da attirare l'attenzione di una educatrice del carcere, Letizia De Luca, che propone all'associazione di tenere un laboratorio nel penitenziario. Da quando ci sono loro, i muri dei corridoi dell'"Alta sicurezza" sono tappezzati con le fotografie dei luoghi più belli della Calabria (castelli sul mare, monti e scogliere), sistemate nelle cornici intrecciate realizzate dai detenuti che lavorano in gruppi da quindici-venti e riutilizzano la carta dei giornali e altri materiali che provengono dal carcere. Come le vecchie confezioni del caffè.
L'associazione ha esteso il progetto ai ragazzi dell'Istituto Penale per Minori "Paternostro" e della Comunità Ministeriale. La soddisfazione più grande è sapere che grazie a quei cestini qualche detenuto, riacquistata la libertà, ha scoperto di avere un mestiere fra le mani. È il caso di Nicola (nome di fantasia), 57 anni, che prima di uscire le aveva detto: "Non voglio più tornare qui dentro: diventerò un uomo buono".
Promessa che rinnova ogni giorno quando sistema in strada la sua bancarella di cesti da vendere ai turisti. "Insegnare in carcere mi ha fatto capire che un uomo in un attimo può sbagliare, ma dentro di lui - conclude Mannarino - c'è sempre una parte buona, che viene fuori se alimentata. E l'arte può aiutare". Da nove anni il carcere di Catanzaro è diretto da Angela Paravati: "Le volontarie di "Amici con il cuore" sono tutte donne e hanno una sensibilità particolare per trattare con i detenuti.
La donna, in fondo, è l'educatrice della famiglia e i carcerati ritrovano in loro questa figura", spiega. Il laboratorio del riciclo, come gli altri attivati nel penitenziario, "non è un passatempo ma un lavoro di pazienza e concentrazione. C'è un bel clima e il rientro in sezione è più sereno". I lavori che poi sono messi in vendita dall'associazione "servono a contrastare il pregiudizio in una società che non è pronta ad accogliere chi ha alle spalle un periodo di detenzione. E questo - aggiunge - può essere una spinta per tornare a delinquere".
Senza contare la piaga sociale dei tossicodipendenti, che si macchiano di reati per procurarsi la droga, o dei malati psichiatrici. "Il carcere deve essere prima di tutto un'occasione di comprensione di ciò che hanno compiuto. Per questo facciamo frequentare corsi di mediazione, in cui i detenuti incontrano le associazioni dei famigliari delle vittime". Uno dei successi? "Un ex detenuto ed ex tossicodipendente che ora si dà da fare per abbellire la sua città con murales e mosaici".
di Luca Ferrua e Francesca Paci
La Stampa, 7 maggio 2019
Volete Auschwitz o la casa editrice, vicina a CasaPound, Altaforte? Di provocazione in provocazione lo psicodramma del Salone del Libro di Torino mette gli organizzatori di fronte a un nodo che con il buonsenso non si potrà sciogliere.
L'ultimo atto della vicenda risale a ieri sera, quando è arrivata la lettera firmata da Halina Birenbaum, sopravvissuta al lager, dal direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, Piotr M. A. Cywinski, e dal presidente e dall'ideatore del "Treno della memoria" ovvero Paolo Paticchio e il torinese Michele Curto (coinvolto, peraltro, in un'inchiesta sulla gestione dei fondi destinati ai Rom).
Dalle lettera emerge una richiesta ferma, indirizzata al Comune di Torino come "istituzione e come azionista indiretto del Salone": quella di scegliere tra avere al Lingotto Halina Birembaun e il museo di Auschwitz oppure lo stand della casa editrice Altaforte. Le parole non lasciano dubbi: "Non si può chiedere ai sopravvissuti di condividere lo spazio con chi mette in discussione i fatti storici che hanno portato all'Olocausto, con chi ripropone una idea fascista della società".
E aggiungono: "Non si tratta, come ha semplificato qualcuno, del rispetto di un contratto con una casa editrice, bensì del valore più alto delle istituzioni democratiche, della loro vigilanza, dei loro anticorpi, della costituzione italiana, che supera qualunque contratto". La sindaca ieri ha sottolineato che "Torino è antifascista e al Salone ci sarà perché le idee si combattono con idee più forti". Ma la lettera chiede di rescindere il contratto con Altaforte. E quella è un'altra storia.
Il contratto lo hanno stipulato gli organizzatori del Salone dicendo sì alla richiesta di una casa editrice che è stata accettata come tutte le altre e che ha già pagato il suo spazio ben prima di diventare un caso politico. I vertici del Comitato di Indirizzo che guida il nuovo Salone ieri sono stati riuniti fino a notte alta negli uffici del Circolo dei Lettori trasformato in bunker inviolabile. La loro posizione è sempre la stessa, anche di fronte alle ultime dichiarazioni del leader di Altaforte Francesco Polacchi che ieri evidenziava il suo sentirsi fascista: "Le dichiarazioni non spostano l'asse. Nessuna lo fa. Sappiamo che è una provocazione ma il Salone resta aperto a tutti".
L'esempio che circola nei corridoi dello storico palazzo del centro di Torino rende bene l'idea: "Non vogliamo fare la fine di Totti che è stato provocato da Poulsen per tutta la partita ma ha finito per essere lui l'espulso". Una posizione che mostra tutta la sua complessità, anche perché nel cuore del Salone c'è pure l'Aie casa di tutti - ma proprio tutti - gli editori la cui presa di posizione si può più o meno sintetizzare in questo concetto: "Chiunque ami i libri e la lettura ha nel proprio Dna la libertà di pensiero, di espressione e in particolare di edizione in tutte le sue forme".
Oggi alla luce della lettera firmata dal direttore di Auschwitz e delle continue provocazioni in arrivo da CasaPound è probabile che vengano prese in esame strade diverse, la situazione è in continua evoluzione. Solo ieri è arrivata la defezione di Zerocalcare, uno da folle oceaniche che al Salone mancherà e che in coda al post su Facebook con cui annunciava l'addio ha aperto forse il vero fronte di questa vicenda: "Sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po' l'asticella del baratro".
Il caso è divampato in un momento di profonde lacerazioni politiche e sta travolgendo un Salone che sull'onda dell'entusiasmo dell'edizione del rilancio non ha fatto in tempo a mettere in campo gli anticorpi per evitare di essere strumentalizzato da Altaforte, capace di conquistare una visibilità inimmaginabile fino a pochi giorni fa. Il Salone comincia giovedì ed è il momento delle scelte, ma il peso non può restare solo sulle spalle degli organizzatori. Città e Regione - che ieri hanno sottolineato il loro essere antifascisti - devono fare la loro parte, magari cominciando a rispondere alla lettera partita da Auschwitz.
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 7 maggio 2019
In difesa del "quotidiano di ispirazione cattolica" per la sua sensibilità culturale e la passione giornalistica. Mentre il discorso politico - si fa per dire - tra i giovani maschi del governo si inabissa alla sfida sull'esposizione degli attributi, sfogliare come ho fatto domenica il "quotidiano di ispirazione cattolica" Avvenire ha prodotto per me l'effetto di una folata di aria buona.
Premetto che non sono credente e nemmeno troppo sicuro di dovermi dire cristiano, anche se ritengo le parole di Gesù un messaggio straordinario sempre attuale. Ma come non apprezzare il buon italiano in cui sono espressi numerosi buoni sentimenti e buone intenzioni - e raccontate belle esperienze - di un giornale che due giorni fa "apriva" la sua prima pagina con il titolo "Solidarietà al minimo"?
Parole che si riferiscono alla pessima politica del governo verso tutte quelle iniziative - nel "terzo settore" e non solo - rivolte alla vita di chi sta peggio e al miglioramento dei legami sociali. Ma che, lette tra "occhielli" e "sommari" sulle diatribe intorno al caso Siri, le polemiche su un ministro dell'Interno che fa solo propaganda mentre si spara nel centro di Napoli, e le minacce di crisi di governo, suonavano anche come una malinconica constatazione. La bagarre quotidiana per qualche voto in più in vista delle elezioni ha consumato ormai ogni pur minimo tratto "solidale" tra chi almeno qualche ora al giorno dovrebbe sentirsi al servizio di tutti i cittadini, non solo della propria parte.
Ma rischio di cadere nella retorica "buonista", anzi ci sono già caduto. La cosa irritante è che tutto questo clamore mediatico monocorde sul duello dei contendenti possa non avere nessun significativo effetto (tranne il generale malgoverno e l'imbarbarimento comunicativo). Tanto varrebbe ridurlo in una rubrichetta a una colonna, come una volta si faceva nelle pagine di cronaca festive per le "farmacie aperte oggi". Quello, almeno, era considerato un "servizio al lettore".
Veramente avevo acquistato Avvenire attratto da un articolo sui soldati-robot, segnalato nella rassegna stampa di Radio Radicale: in effetti un servizio interessante e inquietante di Lucia Capuzzi, dal quale si apprende che sono già centinaia, e in buona parte realizzati, i progetti di ricerca per creare macchine belliche capaci di agire da sole, in prospettiva di autonomizzarsi dal controllo umano.
Non mancano, per fortuna, le reazioni eticamente consapevoli, e una campagna internazionale to stop killer robot partita già nel 2013, con 120 organizzazioni in 55 paesi, tra cui il nostro. Se ne parlerà sabato al Maxxi di Roma, a conclusione del Festival dei Diritti umani che sta itinerando da Milano a Bologna, Firenze e nella capitale.
Prima di arrivare alle pagine culturali, però, ho registrato il grido di allarme del direttore Marco Tarquinio sulle politiche di questi mesi: "... con un'asprezza di parole e di atti politici mai vista prima d'ora le reti di solidarietà sono state incredibilmente messe sotto ingiuria, sotto schiaffo e sotto processo...".
Poi ho letto un bel reportage di Elena Molinari dagli Usa: dietro le cifre della ripresa del Pil e dell'occupazione sbandierate da Trump emerge la realtà di centinaia di migliaia di persone con pensioni da fame e salari bassissimi, che vendono casa e si mettono sulla strada per inseguire lavori precari. Qui sul manifesto - anch'esso sotto la minaccia dei tagli voluti dal fanatismo ideologico grillino - si è molto giustamente parlato a favore di Radio Radicale. Credo che altrettanto la sensibilità culturale cattolica e la passione giornalistica di Avvenire vadano difese in nome del pluralismo e della qualità del modo in cui ci informiamo e comunichiamo.
di Mohamed A. Tailmoun*
Il Manifesto, 7 maggio 2019
Prima della nascita della Rete G2 - Seconde Generazioni, un figlio di immigrati cercava di "mimetizzarsi", passava per straniero e cercava di essere trattato da straniero, come i suoi genitori e parenti. Almeno finché, per un qualche miracolo, veniva a conoscenza della legge per la concessione della cittadinanza in Italia, la L.91/92, e diventava cittadino italiano. Era un percorso per pochi "iniziati", di cui nessuno comprendeva bene i termini: si ignorava la legge, figuriamoci la possibilità di modificarla!
E l'atteggiamento da parte di chi diventava italiano, per lo più era: "Se ci sono riuscito significa che il sistema funziona, la legge offre sbocchi e possibilità, quindi va bene così, la legge non va modificata". Tutto questo, pian piano, dopo il 2005, è cambiato. In questo senso il merito della Rete G2 - Seconde Generazione è quello di aver avvicinato alla politica chi la politica la rifiutava, anzi la guardava con sospetto. Per far comprendere a noi stessi e al nostro paese, l'Italia, che noi eravamo qui e non eravamo di passaggio, inventammo il concetto di "seconde generazioni dell'immigrazione", da cui la sigla "G2", che molti usano ma pochi capiscono.
I primi corsi di formazione della Rete G2 - Seconde Generazioni, che hanno formato una generazione di attivisti, parlavano di riforma, dello Ius soli e di seconde generazioni. Era il periodo pionieristico, quando il motto era "niente per noi senza di noi!". Sembrava il '68 delle "seconde generazioni. Ci chiedevamo, allora, come mai a scuola fossimo tanti e nei seggi elettorali, invece, inesistenti. E la risposta che ci davamo era, per colpa della L.91/92. Cominciammo, quindi, a ragionare su come cambiare questa legge maledetta, che in un paese demograficamente condannato ad essere vecchio ci impediva di essere quello che eravamo: italiani come tutti gli altri, né più, né meno.
Ritornerà spesso, come un ritornello, un elemento di confusione, per cui il termine "seconde generazioni" lo si userebbe solo per definire coloro che sono figli di "entrambi" i genitori immigrati e comunque facendo passare l'idea che solo chi non ha ottenuto la cittadinanza italiana sia veramente una "seconda generazione". Si è trovato, così, il modo di creare le "banlieue" concettuali anche Italia, perdendo di vista il concetto originale e il motivo per cui era stato creato.
Ma chi sono, quindi, le "seconde generazioni"? Chi è nato qui in Italia da genitori stranieri, chi è cresciuto qui ma nato altrove, ragazzi/e adottate, figli/e di rifugiati, chi ha il problema della cittadinanza in senso stretto o semplicemente chi si percepisce discriminato perché si sente dire che non esistono italiani "neri", "cinesi", "arabi", "rumeni", "musulmani", "ebrei" ecc. Soggetti, quindi, che solidarizzano con chi la cittadinanza non ce l'ha e spera che prima o poi in Italia nessuno li tratti più da stranieri. Straniero a chi? Appunto!
Ma le resistenze sono ancora tante. Prima di tutto tra le stesse "seconde generazioni", che a volte non vogliono acquisire consapevolezza di sé. Molti, infatti, preferiscono rimanere "mimetizzati" e sostengono che se parli di "figli di immigrati" o di "seconde generazioni" crei confusione, disordine, divisione, auto segregazione. Per loro l'Italia è perfetta, è il paese dei balocchi, e noi della "Rete G2" perché dovremmo rompere questo idillio? Incuranti del fatto, però, che da quella temperie sociale e culturale è emerso un processo irreversibile e un nuovo soggetto sociale.
Da questo nuovo "meelting pot" culturale sono nati cantanti e generi: film come "Bangla", cantanti come Ghali, Mahmood, Tommy Kuti, Diamante e molti altri. Anche dal punto di vista politico, la prima proposta di legge sulla riforma della cittadinanza si è imposta nel dibattito proprio grazie ad una proposta dal basso, lanciata dalla società civile e dai diretti interessati, le seconde generazioni. Si tratta della Campagna l'Italia sono anch'io, nata nel 2011 e promossa da 19 associazioni, tra cui Rete G2 - Seconde Generazioni- che ha lanciato una raccolta di firme per una proposta d'iniziativa popolare di riforma della legge 91/92. Per far discutere la proposta di riforma in Parlamento erano sufficienti 50.000 firme e si arrivò a più di 200.000!
Purtroppo appena la proposta di riforma approdò in Parlamento, la XVI Legislatura terminò. Con l'inizio della Legislatura successiva, la proposta di riforma rimase ferma in commissione Affari costituzionali, fino alla nomina della deputata Marilena Fabbri come relatrice di un testo base da cui iniziare la discussione. La stesura definitiva del testo della riforma fu varata dopo due giri di audizioni e una complessa trattativa.
I testo definitivo della riforma sulla cittadinanza prevede che i bambini nati in Italia diventino italiani per nascita soltanto se almeno uno dei genitori ha il permesso dell'Ue per soggiornanti di lungo periodo (valido per i cittadini extra Unione europea) o il "diritto di soggiorno permanente" (per cittadini Ue). In alternativa, come gli altri bambini non nati in Italia ma arrivati qui entro i dodici anni, bisogna obbligatoriamente frequentare uno o più cicli scolastici per almeno 5 anni e, almeno per le elementari, concludere positivamente il ciclo scolastico. Inoltre, per i più grandi è prevista una norma transitoria per sanare le situazioni pregresse.
Intorno alla proposta di legge Fabbri si sono coalizzati associazioni, movimenti e un patto tra partiti, sia di destra che di sinistra, che hanno contribuito alla stesura e all'approvazione. È stato un movimento ampio e traversale che ha permesso di arrivare a un testo di riforma condiviso da una maggioranza.
Successivamente la sua approvazione, non solo la maggioranza ha votato a favore (quindi Pd, sinistra, Ncd), ma Forza Italia si è divisa, il M5S si è astenuto e solo la Lega e i soliti partiti di estrema destra hanno votato contro. La norma è stata poi approvata alla Camera dei deputati il 13 ottobre del 2015. Vittoria di un modello, che poi non si ripeterà perché la riforma rimarrà parcheggiata al Senato della Repubblica senza nessuna possibilità d'approvazione.
Del resto, se "veramente" la si voleva approvare, si sarebbe dovuta discutere prima dell'approvazione della riforma costituzionale di Renzi in doppia lettura. Sta di fatto che al Senato si fece il contrario della Camera, non si cercarono compromessi, nonostante fosse chiaro, a un certo punto, che non ci fossero i numeri neanche tra i senatori della maggioranza. E non sto qui a ricordare i senatori assenti che fecero mancare il numero legale per l'inizio della discussione il 23 dicembre del 2017. Ecco, io ricomincerei la battaglia da dove l'abbiamo lasciata veramente, cioè il 13 ottobre 2015, alla Camera dei deputati.
*Sociologo, militante Rete G2-seconde generazioni
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 7 maggio 2019
Polizia e carabinieri monitorano la situazione in via Sebastiano Satta e in via Schopenhauer, dopo che episodi analoghi si sono verificati nei giorni scorsi in via Facchinetti. Nel primo caso con gli abitanti anche esponenti di CasaPound. Torna a salire la tensione sulla questione delle case popolari alle famiglie rom. Una cinquantina di persone, con l'appoggio di esponenti di CasaPound, sono scese in strada in via Sebastiano Satta, zona Casal Bruciato, per protestare contro la presenza di un gruppo di nomadi che avrebbe dovuto prendere possesso di un alloggio legittimamente assegnato dal Comune. Lo stesso è accaduto in via Schopenhauer, a Ponte Mammolo, nello stesso quadrante cittadino. Per il momento non ci sono stati incidenti, ma polizia e carabinieri stanno monitorando la situazione. Nei giorni scorsi altre proteste sempre per un'assegnazione di casa ai rom in via Cipriano Facchinetti, ancora a Casal Bruciato, lo stesso quartiere dove settimane fa per due-tre giorni i residenti si sono mobilitati per il medesimo motivo, mettendo i cassonetti in mezzo alla strada.
Famiglia di 14 persone barricata al secondo piano - In particolare in via Satta le proteste degli abitanti riguardano l'assegnazione di un appartamento a una famiglia bosniaca composta da quattordici persone: madre, padre e dodici figli nati in Italia. "Ci hanno minacciato, vogliono tirarci una bomba, vogliono picchiarci", avrebbe detto il capo famiglia che è riuscito a entrare nell'alloggio solo con la scorta della polizia. Adesso i quattordici componenti della famiglia di assegnatari sono barricati nell'immobile al secondo piano dell'edificio.
Imer: "Perché ce l'hanno con noi?" - "Ci hanno gridato che siamo zingari e che dobbiamo andare via. I miei bambini hanno paura, non sappiamo cosa fare, ma non vogliamo andare via". Imer Omerovic, la moglie e i suoi 12 figli trascorrono da barricati il primo giorno nella casa popolare che il Comune ha assegnato al 40enne bosniaco. "I bambini sono tutti nati qui, in Italia", sottolinea il capo famiglia dall'appartamento con le stanze ancora vuote e qualche materasso sul pavimento, al secondo piano del complesso popolare di via Satta mentre nel cortile interno una cinquantina di residenti ascoltano gli slogan dei rappresentanti di CasaPound. "Abbiamo vissuto nel campo di Tor dè Cenci, poi in quello della Barbuta, sull'Appia - dice ancora Imer -. Abbiamo fatto richiesta di un alloggio popolare e ce l'hanno concesso, ma appena arrivati ci hanno urlato contro. Volevano picchiarci. Perché?". "Non ce l'ho con i rom, ma con il fatto che vivranno in 14 in cento metri quadrati, con un bagno solo. Senza contare il fatto che ancora sto pagando il mutuo di casa mia", spiega invece Bruno, dirimpettaio di Imer.
Fratelli d'Italia: persone provenienti dai campi nomadi - "Da quanto ci risulta in zona Casal Bruciato, via Satta n. 20, l'amministrazione 5 Stelle avrebbe assegnato un nuovo alloggio popolare ad una famiglia rom. Si tratterebbe di 14 persone, provenienti dal campo La Barbuta, che andrebbero ad abitare tutti insieme nello stesso appartamento. Sempre in queste ore analoga situazione è accaduta in via Shopenhauer n. 66 dove un'altra famiglia rom ha ottenuto una casa popolare, e stranamente con una domanda fatta nel 2018 e se ciò risultasse vero significa che avrebbe saltato le graduatorie. Dopo via Facchinetti, nel IV Municipio spuntano assegnazioni ai nomadi di dubbia legittimità. Ma la sindaca non aveva promesso che avrebbe chiuso tutti gli insediamenti? Da Casal Bruciato a Casal de Pazzi la Raggi continua a dare case ai rom. Una vergogna, uno schiaffo a tutte quelle famiglie italiane senza un tetto", accusa Fabrizio Ghera, capogruppo alla Regione Lazio e candidato alle elezioni europee nel collegio Italia-Centro.
CasaPound: gli ex inquilini volevano acquistare l'immobile - "I residenti della zona sono in strada in segno di protesta contro questa decisione che scavalca le famiglie romane per piazzare i nomadi che la Raggi, obbligata a sgomberare i campi abusivi, non sa dove mettere", spiegano invece da CasaPound Roma. "I residenti sono su tutte le furie, perché il Comune aveva proposto l'acquisto degli appartamenti da parte degli assegnatari e qualche famiglia ha già versato un acconto ma adesso si vedono scippare sotto il naso un appartamento", dice Giuseppe Di Silvestre, referente territoriale di CasaPound del V Municipio.
"È la seconda volta in un mese che succede, e l'appartamento in questione si trova a soli 200 metri dall'altro alloggio che siamo riusciti ad impedire che venisse assegnato ai rom". "L'appartamento al centro della protesta - aggiunge Giorgio Dossena, referente territoriale di CasaPound del VI Municipio - si era liberato due settimane fa. Assegnataria era una signora ma ci vivevano i nipoti, che volevano riscattare l'immobile, tanto che avevano già versato duemila euro di acconto. Ma il Comune li ha bollati come occupanti abusivi e i parenti dell'assegnataria hanno dovuto lasciare l'immobile, subito riassegnato, ai rom per l'appunto".
Raggi: "CasaPound rispetti le leggi dello Stato" - La sindaca Virginia Raggi replica così, su Facebook, a Cpi: "CasaPound deve rispettare le leggi dello Stato. Nessuno può pensare di sostituirsi alle istituzioni. Questi delinquenti chiedono che l'appartamento venga tolto alla famiglia rom. Chiedono che queste persone tornino nei campi nomadi. Gli stessi campi rom che l'estrema destra dice di voler chiudere e che ha aperto anni fa. Cosa propongono? Nulla. Perché non hanno idee". "La verità - aggiunge - è che CasaPound specula sulla pelle di tutte le persone e occupa abusivamente un palazzo in pieno centro. Predica male e razzola ancora peggio. Non fatevi ingannare da questi imbroglioni. Noi, invece, stiamo facendo rispettare le leggi, stiamo chiudendo i campi nomadi spingendo gli abitanti a trovarsi un lavoro, pagare le tasse e mandare i figli a scuola. Le regole vanno rispettate da tutti".
I Radicali: tutelare i legittimi assegnatari rom - "Continuano a Roma le proteste per l'assegnazione di alloggi alle famiglie rom, fomentate e strumentalizzate da organizzazioni politiche. E, a quanto si apprende, di nuove se ne annunciano già per domani a Casal Bruciato. È necessario che le istituzioni e le forze dell'ordine garantiscano la sicurezza e la dignità dei legittimi assegnatari di case popolari". Così Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa che commenta: "Sarebbe molto grave se si ripetesse quanto accaduto un mese fa a Torre Maura, dove i manifestanti si sono potuti riversare a ridosso del cancello del centro che ospitava le famiglie rom, rivolgendo gravi minacce perfino ai minori. Su questo ho presentato anche un'interrogazione al ministro dell'Interno per sapere in quella circostanza quali provvedimenti siano stati adottati nei riguardi di chi ha commesso reati penali minacciando cittadini accolti nel centro accoglienza".
Campidoglio: attuato il Piano di inclusione rom - Dal Comune, sempre sulla questione rom, si sottolinea invece come "il piano finalizzato al superamento dei campi e all'inclusione delle popolazioni rom, sinti e caminanti procede regolarmente, sulle basi di quanto previsto dall'apposita delibera. Il piano ha già consentito il raggiungimento di obiettivi rilevanti, tra cui una consistente e generalizzata riduzione dei roghi tossici.
È stato inoltre ridotto il perimetro dei campi Barbuta, Castel Romano e Monachina, evitando anche che si creassero nuovi insediamenti". Il documento approvato da Roma Capitale e in fase di attuazione "tiene conto delle direttive internazionali ed europee in vigore in materia di diritti umani e di non discriminazione, in particolare la direttiva 2000/43/CE del 29 luglio 2000 che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica (recepita in Italia con Decreto Legislativo n. 215 del 9 luglio 2003) e la direttiva del 2000/78/CE del 27 novembre 2000 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro (recepita con Decreto Legislativo n.216 del 9 luglio 2003)". È in via di pubblicazione l'avviso per il superamento di Castel Romano, che fissa come obiettivo generale quello di sostenere percorsi relativi alla fuoriuscita degli ospiti che prevedono l'implementazione di misure sistematiche volte al raggiungimento di una progressiva inclusione sociale, economica e abitativa.
"Contatti con agenzie immobiliari per il mercato privato" - Sempre per il Campidoglio "il lavoro in corso presso La Barbuta ha già prodotto frutti importanti: l'iscrizione scolastica ha registrato una crescita notevole, passando dal 47% (febbraio 2017) al 67% (agosto 2018) del totale in obbligo scolastico. Il comando della polizia locale ha potenziato i controlli agli ingressi del campo come forma di contrasto ai roghi, che sono quindi fortemente in diminuzione.
Sono già state coinvolte 62 agenzie immobiliari per il reperimento di abitazioni presso il mercato privato. Sono stati effettuati 119 colloqui per trovare un'occupazione agli abitanti del campo e sono stati completati 27 corsi di formazione in settori come logistica, pulizie, ristorazione, cura del verde".
Per il Comune poi buoni risultati alla Monachina dove "tutti i minori sono attualmente iscritti a scuola, anche grazie al lavoro che ha permesso di sanare le evasioni scolastiche degli anni precedenti. Per favorire l'orientamento lavorativo e la formazione degli ospiti del campo, è stato sottoscritto un protocollo operativo sperimentale tra l'Ufficio Speciale Rsc e la rete dei Col ed è stata avviata la sperimentazione con la presa in carico di circa 15 persone".
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 7 maggio 2019
Il 2 maggio, dopo ben otto anni di proibizione, Ocalan ha potuto incontrare per un'ora i suoi avvocati nell'isola-prigione di Imrali. Un avvenimento che è sicuramente dovuto all'estenuante sciopero della fame, avviato dall'esponente di HDP Leyla Guven l'8 novembre 2018 e condotto ormai da oltre settemila prigionieri politici curdi e da centinaia di sostenitori. In gennaio, sempre in risposta allo sciopero della fame, Ocalan aveva potuto incontrare, ma solo per pochi minuti, il fratello (dopo due anni di isolamento totale).
Nella conferenza stampa tenutasi a Istanbul presso l'hotel Taksim Hill il 6 maggio, gli avvocati (Hamili Yildirim, Abdullah Öcalan, Ömer Hayri Konar, Veysi Aktas) hanno riportato una dichiarazione del leader curdo in cui si auspica la ripresa dei negoziati di pace. Quanto allo sciopero della fame in corso, Ocalan ha chiesto di evitare ogni perdita di vite umane. Dal 27 luglio 2011 questa è la prima volta che al leader curdo viene concesso di incontrare i suoi difensori. Da allora questi avevano deposto ben 810 domande per poterlo vedere. Nel comunicato degli avvocati si auspica una soluzione politica attraverso un "metodo di negoziazione democratica lontano da ogni polarizzazione e da ogni cultura del conflitto " per arrivare a una "profonda riconciliazione sociale".
Proseguendo: "Possiamo risolvere i problemi in Turchia, così come in tutta la regione, a cominciare dalla guerra (...) con l'intelligenza, la politica e la cultura al posto della violenza fisica". Per quanto riguarda la Siria gli avvocati ritengono che "attraverso l'intermediazione delle Forze democratiche siriane (FDS) tutti dovrebbero sforzarsi di risolvere i problemi astenendosi dalla cultura del conflitto nella prospettiva di una democrazia locale garantita dalla Costituzione nel quadro dell'unità del paese. E in quanto tale, l'opinione della Turchia dovrebbe essere presa in considerazione".
Quanto ai militanti prigionieri in sciopero della fame "con tutto il rispetto dovuto alla resistenza degli amici dentro e fuori dalle prigioni, noi vorremmo sottolineare che non devono arrivare a metter in pericolo la loro salute o a morire. Per noi la salute mentale, fisica e spirituale viene prima di tutto". In sostanza occorre "approfondire e chiarire il metodo adottato nella dichiarazione del Newroz 2013 e proseguire su questa strada". Per arrivare a "una pace degna e a una soluzione politica democratica".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 7 maggio 2019
Una donazione alle famiglie siriane rifugiate negli Emirati Arabi le è costata una condanna a 10 anni di carcere e ora anche la vita. È morta domenica scorsa Alia Abdulnoor nonostante due mesi fa l'Onu avesse lanciato un appello per la sua liberazione: "La signora Abdulnour - si legge nell'appello - è soggetta a un trattamento disumano e degradante. È costretta a stare in una stanza senza finestre, incatenata al letto e piantonata dalle guardie. Siamo molto preoccupati per la integrità fisica e morale".
La donna era stata arrestata il 28 luglio 2015 con l'accusa di "finanziare il terrorismo" mentre aveva semplicemente aiutato a raccogliere fondi per le famiglie siriane negli Emirati. Dopo l'arresto è stata tenuta in isolamento per sei mesi e sottoposta a minacce, umiliazioni fisiche e psicologiche. Alla fine ha firmato una confessione estorta sotto tortura.
"Vogliamo ricordare agli Emirati Arabi Uniti che la tortura e i maltrattamenti sono proibiti universalmente e che ogni confessione estorta in questo modo non può essere usata come prova" ha sottolineato l'Onu. Nel 2017 Abdulnoor è stata condannata a 10 anni di prigione.
Da tempo le organizzazioni per i diritti umani e la famiglia della donna avevano accusato le autorità di negare alla detenuta le cure adeguate alla sua malattia e di impedirle di vedere la famiglia. All'ospedale di Tawam, dove era ricoverata, hanno sostenuto che la prigioniera aveva rifiutato la chemioterapia mentre per la famiglia la donna era stata costretta a firmare il documento.
di Lorenzo Boratto
La Stampa, 7 maggio 2019
Un assembramento di 3000 persone con urla e slogan ha ottenuto la liberazione del religioso. "Un po' di agitazione... Molti di voi sono già al corrente... È stata una settimana piuttosto agitata. Sabato 27 aprile sono tornato al fiume, perché volevo vedere la situazione dell'Ouham, e le imprese cinesi che vi estraggono l'oro. Ho fatto alcune foto: i cantieri non si sono fermati, anzi. Quando prendo la strada per rientrare arriva un militare, che mi intima di fermarmi. È armato, e non ho molta fiducia, e dico che io vado avanti. Chiama con la radio di altri soldati, che arrivano immediatamente. Mi chiedono perché sono andato a fare delle foto del sito... e dico loro che non è vietato. Sono molto agitati e gridano contro di me, mi confiscano la macchina fotografica e il telefono e mi perquisiscono. Mi accompagnano dove ho lasciato la macchina e mi dicono che sono in arresto!".
Scrive così sul suo blog padre Aurelio Gazzera, carmelitano originario di Cuneo, da tempo missionario nella Repubblica del Centro Africa, arrestato dalle autorità locali e poi rilasciato "a furor di popolo". Accade a Bozoum, nella parte nord occidentale della Paese africano, dove il missionario cuneese risiede da oltre 20 anni. Il lungo racconto del padre cuneese si conclude: "Singila na Nzapa. Grazie a Dio! I giorni seguenti sono molto tesi. Oltre tutto, le autorità di Bangui reagiscono, accusandomi di essere io stesso un trafficante d'oro! E allora, per una volta, mi permetto di pubblicare qui le foto di alcune delle cose fatte, con l'aiuto di Dio (e di tante persone): ecco il mio oro!".
La "colpa" del missionario: aver fotografato il luogo dove da gennaio si è installata una società cinese, con grandi macchinari e mezzi. È stato deviato il corso d'acqua per setacciare e filtrare l'oro. I militari lo accusano di aver violato una proprietà privata, lui spiega che non è così e mostra la foto. È stato "liberato" grazie a una specie di "rivolta popolare". Un'ora dopo il suo arresto la notizia circola e comincia a radunarsi la gente, davanti alla Brigata Mineraria: un assembramento di 3 mila persone con urla e slogan per chiedere la liberazione immediata del religioso (amato dalla popolazione perché con loro ha vissuto anche la guerra civile). Così viene rilasciato.
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