di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 6 maggio 2019
Una stretta di mano. Accompagnamento alla mediazione penale. Si chiama "Una stretta di mano" il progetto di giustizia riparativa minorile del Cnca - Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza gestito dalla "Casa San Benedetto-Istituto Don Calabria di Verona", opera sociale, educativa e sanitaria promossa dalla Congregazione Poveri Servi della Divina Provvidenza, in collaborazione con il Ministero della Giustizia - Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 1 maggio 2019
Sono passati ormai più di tre mesi da quando Guaidó ha sfidato Maduro. E il "presidente dell'opposizione" ha provato a giocare tutte le sue carte. La situazione è fluida. E rischiosa: perché per la prima volta le forze di terra di Usa e Russia potrebbero fronteggiarsi. Stanco di aspettare, il "presidente dell'opposizione" Juan Guaidó ha giocato ieri mattina tutte le sue carte. Sono passati ormai più di tre mesi da quando Guaidó ha sfidato il "presidente del potere" Nicolás Maduro e si è autoproclamato suo legittimo successore. Cinquanta Paesi lo hanno riconosciuto (non l'Italia, ma più per i contrasti tra Lega e 5Stelle che per una vera scelta di politica estera).
Gli Stati Uniti hanno sottoposto il regime al potere a sanzioni durissime. La Russia e la Cina hanno invece difeso Maduro. La popolazione è in miseria, mancano spesso elettricità e acqua ma gli aiuti sono stati respinti. E i militari, soprattutto, non hanno sin qui preso partito contro il potere chavista.
In Venezuela non è più il tempo dell'attesa, deve essersi detto Guaidó. Ecco allora che per la prima volta si sono visti davanti a una base aerea e nelle vie del centro di Caracas piccoli reparti militari con pezzi di stoffa blu attorno al collo e al braccio per farsi riconoscere come anti-Maduro, ecco gli scontri tra manifestanti civili e pretoriani del regime, ecco il pieno appoggio di Washington (il segretario di Stato Pompeo ha persino evocato un piano di fuga di Maduro, che la Russia avrebbe sconsigliato), appoggio del Brasile e dell'Argentina a Guaidó e la Spagna favorevole invece, mentre Bruxelles tace e aspetta, a un processo democratico che porti a nuove elezioni senza l'uso di una forza che in realtà già viene usata.
Si ha l'impressione di una situazione fluida, mentre sono enormi, questo è certo, i pericoli che la mezza insurrezione e la mezza repressione innescano. Un blindato di Maduro che ha investito i manifestanti di Guaidó ha riportato alla memoria la strage della Tienanmen di cui cade quest'anno il trentennale, ed è questo il primo rischio: una rivolta strisciante che diventa guerra civile se i militari davvero si divideranno. Se davvero Guaidó sarà riuscito a portare dalla sua parte unità importati dell'esercito, isolando la guardia nazionale che difende Maduro. Bisognerà aspettare e vedere.
Ma nel frattempo potrebbe prendere corpo un pericolo ancora più grave. Le forze militari americane sono dietro l'angolo e, hanno detto, "non interverranno". Ma almeno cento consiglieri militari russi sono in Venezuela, in attuazione, ha spiegato Mosca, di vecchi accordi con Caracas. Se Washington decidesse di muovere i suoi uomini, saremmo tutti sull'orlo del primo scontro diretto tra forze di terra Usa e forze russe. Putin ha subito convocato il suo consiglio di sicurezza e a Washington si tengono analoghe riunioni. Per scongiurare il peggio, più che per vincere.
E così si torna alle solite domande. Chi ha parlato con i militari, sembra senza successo? Qualcuno è in grado di mediare? Si arriverà a libere elezioni, malgrado gli errori e le colpe di tutti i protagonisti attuali? Molti interrogativi e risposte tutte da costruire. Mentre i venezuelani, questa è l'unica certezza, sono al limite della resistenza e chiedono aiuto.
Nigrizia, 1 maggio 2019
La pop star ugandese e parlamentare dell'opposizione Robert Kyagulanyi, conosciuto come Bobi Wine, è detenuto in un carcere di massima sicurezza dopo essere stato incriminato ieri per il suo presunto ruolo in una manifestazione di piazza nel luglio 2018 contro la legge che tassa l'uso dei social media. Wine, 37 anni, è apparso in corte con il suo berretto rosso, simbolo del suo movimento contro il lungo regime del presidente Yoweri Museveni, al potere dal 1986. Dovrà tornare in tribunale il 2 maggio.
Il popolare cantante è emerso come un potente avversario di Museveni. Wine, che esorta i giovani ugandesi a prendere le redini del paese, ha lasciato intendere che potrebbe candidarsi alla presidenza nel 2021. Per il suo attivismo è stato più volte arrestato e detenuto. L'ultima volta la scorsa settimana. Il parlamentare è anche accusato di aver intralciato il convoglio presidenziale lo scorso agosto.
Quest'ultimo arresto ha scatenato proteste di piazza a Kampala da parte dei sostenitori che chiedevano la sua liberazione, concluse con decine di arresti, e una campagna social media: #FreeBobiWine. Decine di importanti musicisti internazionali, tra cui Angelique Kidjo e Chris Martin, hanno firmato una lettera che chiedeva il suo rilascio.
Museveni, 74 anni, è ora in grado di ottenere la rielezione ad un sesto mandato nel 2021, dopo che il parlamento ha approvato la rimozione della clausola costituzionale che impediva a chiunque avesse più di 75 anni di candidarsi alla presidenza. Negli ultimi anni le forze ugandesi sono state accusate di intimorire e torturare gli oppositori percepiti. L'Uganda non ha assistito a un pacifico trasferimento di potere dall'indipendenza dalla Gran Bretagna, nel 1962.
di Fabio Poletti
La Stampa, 19 febbraio 2019
Bastano 28 pagine in inglese e altre 7 in urdu per far dire al giudice in Pakistan che non ci sono prove, e nemmeno testimoni, per affermare che Sana Cheema, una 25 enne pakistana cresciuta a Brescia, sia stata ammazzata dalla sua famiglia in Pakistan lo scorso aprile.
"A questo riguardo va constatato che il caso preso in esame è senza prove e tutti i fatti e le circostanze discusse non creano un dubbio ragionevole sul caso in esame". Le motivazioni della sentenza sono state consegnate alla nostra ambasciata di Islamabad e via Farnesina sono arrivate alla Procura di Brescia, che si trova ora in un vicolo cieco anche se formalmente c'è un'inchiesta ancora aperta. Aveva già spiegato il procuratore capo Carlo Nocerino: "Senza un trattato bilaterale con il Pakistan è un po' difficile intervenire ma ci proveremo".
I familiari della giovane sono accusati di averla uccisa perché rifiutava le nozze combinate. La difesa della famiglia Il padre, la madre e il fratello di Sana, finiti prima in carcere e poi sotto inchiesta in Pakistan, avevano sventolato il certificato medico in cui si parlava di una morte per cause naturali, dovuta ad uno stato di malessere che Sana provava già mentre era in Italia.
Chi ha fatto l'autopsia in Pakistan, dopo la riesumazione del corpo, alla fine non si sbilancia più di tanto, suggerendo che se la morte per asfissia di Sana non può essere provata, allora tanto vale escluderla. Affermazione molto in linea con quanto dichiarato dal funzionario di polizia che ha condotto le indagini che hanno portato alla sentenza di assoluzione di tutti gli imputati: "È corretto affermare che nessuno degli abitanti del paese sia comparso davanti a me, durante l'inchiesta, per sostenere che la defunta era stata assassinata dalle persone qui presenti".
Le conclusioni sono chiare. Così come sono chiare le deposizioni fotocopia del padre, della madre e del fratello di Sana, che negano tutte le accuse e giurano che mai e poi mai avrebbero anche solo pensato di fare una cosa simile. Ghulam Mustafa, il padre di Sana, è perentorio: "Sono innocente. È una storia falsa, inventata da gente che voleva solo estorcere del danaro a me e alla mia famiglia. Io stesso le ho acquistato il biglietto per rimandarla in Italia, come suggerito dal suo medico per le condizioni di salute di mia figlia. Non ho mai pensato di ucciderla". Una sentenza che ha già fatto discutere la comunità pachistana e su cui era intervenuto pure il ministro Matteo Salvini: "Che vergogna! Se questa è la "giustizia islamica" c'è da aver paura".
L'Osservatore Romano, 19 febbraio 2019
Scatta la stretta del governo israeliano sui fondi che l'Autorità palestinese (Ap) destina ai palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e alle loro famiglie. Il Gabinetto di sicurezza, su proposta del premier Benjamin Netanyahu, ha infatti deciso di applicare la legge, approvata lo scorso anno alla Knesset (il parlamento israeliano), che sottrae dalle tasse raccolte per l'Ap le somme che questa devolve ai detenuti palestinesi: si parla di circa 138 milioni di dollari (123 milioni di curo).
"Ufficiali della sicurezza - ha spiegato un comunicato del governo - hanno presentato dati secondo cui nel 2018 l'Ap ha trasferito somme di denaro ai terroristi detenuti in Israele, alle loro famiglie e anche a quelli che sono stati rilasciati. Per questo è stato deciso di congelare lo stesso ammontare di fondi dalle tasse raccolte per conto dell'Ap". Finora la legge non era stata applicata per vari motivi: tra questi la contrarietà degli stessi apparati di sicurezza israeliani a giudizio dei quali un ulteriore taglio al budget dell'Ap avrebbe danneggiato la cooperazione e destabilizzato la Cisgiordania, già colpita dai tagli dei fondi americani all'Onu.
La reazione dei palestinesi, dopo l'annuncio della misura, non si è fatta attendere. "Una dichiarazione di guerra al popolo palestinese" ha detto il primo ministro Rami Hamdallah. "Questa decisione - ha aggiunto Hamdallah - arriva nel contesto della punizione collettiva contro il popolo palestinese". Il portavoce del presidente palestinese, Mahmoud Abbas, Nabil Abu Rudeina, ha parlato di "un atto di pirateria inaccettabile", prefigurando "gravi conseguenze".
di Maria Giovanna Cogliandro
larivieraonline.com, 11 febbraio 2019
Dicono che gli opposti si attraggano. Ma ci sono opposti che sottraggono, sottraggono moralità a questo Paese. In particolare, questa settimana, c'è stata una coppia di opposti che mi ha lasciata turbata: da un lato la senatrice Daniela Santanché e dall'altro Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo. Daniela Santanché è stata ospite di "Alla lavagna", trasmissione di Rai 3 nella quale 18 studenti dai 9 ai 12 anni rivolgono quesiti a personaggi della politica, della cultura e dello spettacolo.
"Cosa vuol dire per lei il denaro?" - le ha chiesto una bambina. Al che la senatrice risponde senza esitare: "È l'unico vero strumento di libertà. I soldi servono per essere liberi. E poi mio papà ha insegnato a me e ai miei fratelli che chi paga comanda. E lo dico a te che sei una donna. Pagare i propri conti significa anche comandare. È un grande strumento di libertà il denaro".
Essere economicamente autonomo ti darebbe la libertà di comandare. Puoi dare ordini in base a quanti soldi hai sul conto. La Santaché con spietata franchezza ha illustrato come - purtroppo - gira il mondo. Il problema, però, è che ha ridotto la libertà al comando. Potente uguale libero. E quel che è più drammatico è aver spiattellato quest'equazione pericolosa in faccia a dei ragazzini: che libertà triste e senza speranza si prospetta ai loro occhi. Il denaro considerato "unico" e "vero" strumento di libertà. Con "unico" la Santanché ha spazzato via ogni altra possibilità - che sia la cultura, l'integrità morale, la sete di conoscenza, l'immaginazione, il coraggio - con "vero" ha espresso un giudizio di merito che conferisce alla sua opinione una validità inconfutabile.
La lezione della Santanché è di quelle che ai bambini fanno solo del male. Chi tra loro non riuscirà a diventare ricco, non si sentirà libero. E non è un'esagerazione: a quell'età ciò che ti viene trasmesso dai grandi te lo porti dietro tutta la vita. Ascoltandola ho ripensato e ringraziato la mia professoressa d'italiano delle medie, una santa donna che mi ha insegnato tanto. Parlandoci della libertà ci aveva fatto leggere una poesia di Paul Éluard. Riporto solo l'ultima strofa che rimbomba nella mia testa ogni qualvolta l'aria inizi a farsi asfissiante: "E in virtù d'una parola, ricomincio la mia vita. Sono nato per conoscerti, per chiamarti Libertà". Giuro, mi ha aiutato tantissime volte. Molte più di quante lo abbia fatto il denaro.
Alla Santanché, come dicevo, sento di contrapporre questa settimana Fiammetta Borsellino, ospite di Fabio Fazio a "Che tempo che fa". Per lei libertà significa arrivare a una verità che faccia luce sull'uccisione del padre. Non si è lasciata mettere in catene dai depistaggi, iniziati sin da subito, orditi dai vertici investigativi e accettati da schiere di giudici. Non si è sentita meno libera solo perché ha avuto contro i potenti, quelli che comandano perché hanno i soldi. Per lei libertà è poter dire in prima serata davanti a tutta Italia: "Non mi fido di chi si espone alla liturgia che offre la religione dell'antimafia per ricevere devozione".
Una presa di distanza forte dai falsari dell'antimafia che speculano sulla vita di chi soffre promettendo verità manipolate e libertà bugiarde. Per Fiammetta Borsellino libertà è recarsi nelle carceri a incontrare i figli dei boss per aprire loro un'altra strada: "Mio padre ci ha insegnato che si può morire con dignità quando si vive con dignità. E si può morire con dignità anche quando, dopo aver fatto cose gravissime, si arriva a riconoscere i propri sbagli, a prendere le distanze e a cercare di riparare".
Libertà è un altro finale possibile. Ed ecco risbucare Paul Éluard: "E in virtù d'una parola, ricomincio la mia vita. Sono nato per conoscerti, per chiamarti Libertà".
Per fortuna anche Fiammetta Borsellino incontra spesso i ragazzi delle scuole. Spero riesca a passare da quegli studenti che hanno dovuto assistere, sottostando loro malgrado alla dura legge dell'audience, a una lezione sbagliata. Chissà che un giorno, rincontrando la senatrice Santanché, riescano a dare atto alla raccomandazione di Gianni Rodari: "Bambini, imparate a fare cose difficili: liberare gli schiavi che si credono liberi".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 febbraio 2019
La "toga rossa" Saraceni racconta la sua vita. La scoperta arrivò nell'ottobre 2003, nel mezzo di una vacanza in Giamaica, quando l'ex giudice ed ex parlamentare Luigi Saraceni - una "toga rossa" che ha sempre rivendicato la sua militanza nella sinistra e la funzione sociale della magistratura che amministra giustizia in nome della Costituzione, divenuto avvocato - venne a sapere che sua figlia Federica era stata arrestata.
Con la più grave delle accuse: appartenenza alle "nuove" Brigate rosse responsabili dell'omicidio del professor Massimo D'Antona, ucciso nel 1999. "La cosa mi sembra inverosimile, assurda", racconta Saraceni. Poi l'immediato rientro in Italia, l'incontro in carcere e la conferma che è tutto molto serio e fondato: "Il problema è capire quanto sia coinvolta Federica in questa follia. Come sia potuto accadere, se è accaduto, che su mia figlia non abbiano funzionato gli anticorpi di carattere umano, morale, politico che costituiscono il patrimonio del mondo a cui ritengo di appartenere. Vediamo le carte. Mentre vado avanti nella lettura mi accorgo, con dolore, che mia figlia con quel gruppo di dissennati, in qualche modo ha avuto a che fare. Ma fino a che punto?".
La terza parte dell'appassionata e appassionante autobiografia di Luigi Saraceni, che abbraccia "Un secolo e poco più" come recita il titolo, è la più drammatica. Dopo aver raccontato le gesta del padre anarco-comunista - difensore di braccianti e contadini nella Calabria del primo Novecento, arrestato sotto il fascismo e nell'interregno pre-repubblicano fino all'assoluzione per aver agito in difesa della popolazione ridotta alla miseria - e poi la propria avventura di magistrato, deputato e avvocato nella seconda metà del secolo, quando non era in discussione che sinistra e garantismo fossero sinonimi, le ultime pagine sono dedicate al tormento vissuto con le accuse e le condanne subite dalla figlia.
Che si somma ai ricordi dolorosi degli amici e colleghi di Saraceni ammazzati dalle Br di prima generazione, come Riccardo Palma e Girolamo Minervini, uomini ridotti a simboli eliminati con "ferocia disumana"; agli interventi che lo stesso Saraceni pronunciò, rivolto alla sinistra extra-parlamentare più vicina alla lotta armata, contro la deriva del terrorismo, che indussero un gruppo eversivo a progettare un attentato contro di lui; all'incontro in Parlamento con D'Antona, giurista e consulente del governo sostenuto dal suo voto di fiducia, un altro "simbolo" assassinato perché portatore di idee che, "condivisibili o meno, erano comunque ispirate a favore del lavoratore".
Un miscuglio di considerazioni, inquietudini e realtà nascoste, emozioni e sentimenti con cui il padre (dilaniato tra l'amore per la figlia e la solidarietà verso i familiari della vittima) deve fare i conti quando decide di assumere, su richiesta dell'interessata, la difesa di Federica. Dopo essersi convinto che con l'omicidio non c'entra. In primo grado la condanna si limita alla banda armata, mentre in appello arriva anche per il delitto D'Antona.
"Come si sa, il giudicato non si discute, gli si deve ossequio e obbedienza - scrive il giurista Saraceni. Ovviamente non voglio sottrarmi a questo dovere, ma so anche che esiste l'errore giudiziario, che è la verità che sopravvive al giudicato".
Dunque resta l'intima convinzione di un padre che va oltre le sentenze da rispettare, e la presa d'atto delle sciagurate scelte che hanno trascinato la figlia dentro una formazione terroristica. E un rapporto personale che durante e dopo il carcere ha preso una piega diversa, anche grazie alla laurea conseguita da Federica dietro le sbarre e ai nuovi impegni che ha preso su di sé dopo la condanna, grazie alle opportunità concesse ai detenuti da quello Stato che le Br volevano abbattere. Lo stesso che invece non è riuscito a salvare dalla persecuzione il leader curdo Abdullah Ocalan, a cui l'Italia ha concesso asilo politico solo dopo che era stato mandato via e rinchiuso in un carcere turco, dove langue da vent'anni; un altro capitolo avvincente e dolente della vita e del libro di Luigi Saraceni.
gaypost.it, 4 agosto 2018
Sale a undici il numero dei suicidi avvenuti in carcere da inizio anno. L'ultima vittima è una trans di trentatré anni: si è tolta la vita lo scorso martedì nel carcere maschile di Udine. Non era la prima volta che veniva rinchiusa lì, nella Casa Circondariale di via Spalato: era rientrata da poche ore quando è stata trovata ormai priva di vita nel bagno della sua cella. Forse è in questo ritorno dietro alle sbarre che si possono cercare i motivi del suo gesto.
58 transessuali nelle carceri italiane - Secondo una relazione del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute (scaricabile qui), le persone transessuali attualmente presenti nelle carceri italiane sarebbero cinquantotto. Queste persone sono attualmente censite in 10 sezioni a loro riservate e sono tutte collocate in istituti maschili. "Il Garante nazionale -si legge nella relazione- ha da tempo espresso l'opinione che sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica". In altre parole, bisognerebbe dare priorità alla percezione soggettiva dei diretti interessati (detenute/i), quindi alla loro identità di genere, piuttosto che basarsi semplicemente sui documenti anagrafici.
MIT: "Il vero problema è dopo il carcere" - "La vita da detenuti è complicata di suo. Per le trans, lo è di più - commenta Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Movimento Identità Trans. In carcere sono isolate due volte perché sono tenute in sicurezza rispetto agli altri detenuti ma non godono neanche dei vantaggi, se così li vogliamo chiamare, degli altri detenuti". Tuttavia, se la vita nel carcere è difficile, la situazione all'esterno è ancora più preoccupante per la mancanza di strutture e servizi dedicati: "I problemi - prosegue - che poi spingono alla depressione e a queste situazioni estreme [riferendosi all'ultimo caso di cronaca, ndr], sono nel dopo-carcere, di cui nessuno si preoccupa. Le persone trans non hanno reti familiari alle spalle, soprattutto quelle immigrate, per cui vengono abbandonate a se stesse. Un paese civile dovrebbe pianificare dei percorsi, invece il tutto è affidato alla sensibilità di gruppi, di associazioni, di persone che fanno volontariato".
La Stampa, 4 agosto 2018
Gelo dei Cinque Stelle: "Non si cambia". La proposta del ministro Fontana rilanciata da Salvini. Alt di Di Maio e Conte. La comunità ebraica: strumento necessario. È gelo nel governo sull'abrogazione della legge Mancino sui reati di opinione.
È il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, a rilanciare una vecchia battaglia della Lega e "chiodo fisso" di Matteo Salvini, a sostegno della quale il partito di via Bellerio raccolse anche le firme, nella primavera del 2014. A Fontana fa subito sponda il ministro dell'Interno.
"Alle idee, anche le più strane, si risponde con le idee, non con le manette", dice Salvini. Salvo poi precisare che le "priorità della Lega e del governo sono lavoro, tasse, giustizia e sicurezza", mentre "evitare di processare le idee nel nome della libertà di pensiero è una battaglia giusta ma certo non una priorità".
Lo stop del M5S - Sull'argomento era nel frattempo intervenuto Luigi Di Maio a "frenare" e rammentare che l'abrogazione della legge Mancino "non è nel contratto di governo. È uno di quegli argomenti usati per fare un po' di distrazione di massa che impedisce di concentrarsi al 100% sulle reali esigenze del Paese: lotta alla povertà, lavoro e imprese".
A Di Maio ha fatto eco il premier, Giuseppe Conte ricordando che "l'abrogazione della legge Mancino non è prevista nel contratto di governo e non è mai stata oggetto di alcuna discussione o confronto tra i membri del governo. Personalmente credo che il rispetto delle idee sia un valore fondamentale di ogni sistema democratico, ma allo stesso modo ritengo che siano sacrosanti gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l'incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa. In questo momento - ha aggiunto Conte - il governo deve lavorare e impegnarsi su molti fronti caldi: rilancio dell'occupazione, riforme strutturali che consentano la crescita economica e lo sviluppo sociale del Paese. Concentriamo su questi obiettivi il nostro impegno".
La protesta del Pd - Subito dopo le dichiarazioni di Fontana la sinistra era insorta, con il Pd che aveva parlato di "governo "nero"", accusato i leghisti di "fascismo" e Liberi e uguali che aveva chiesto un passo indietro di Fontana. Il ministro veneto era stato netto su Facebook.
"I fatti degli ultimi giorni rendono sempre più chiaro come il razzismo sia diventato l'arma ideologica dei globalisti e dei suoi schiavi (alcuni giornalisti e commentatori mainstream, certi partiti) per puntare il dito contro il popolo italiano, accusarlo falsamente di ogni nefandezza, far sentire la maggioranza dei cittadini in colpa per il voto espresso e per l'intollerabile lontananza dalla retorica del pensiero unico", aveva scritto su Facebook. "Una sottile e pericolosa arma ideologica studiata per orientare le opinioni", aveva aggiunto.
Una battaglia storica della Lega - L'abrogazione della Legge Mancino, rilanciata dal ministro delle Famiglia, è una storica battaglia della Lega, "chiodo fisso" di Salvini. Nella primavera 2014, il "capitano" milanese, da pochi mesi alla guida di via Bellerio, presentò come suo primo manifesto politico anti-Renzi cinque referendum, tra cui vi era proprio l'abrogazione delle legge sui reati di opinione. A sostegno dei referendum, l'allora neo segretario leghista raccolse le firme, non riuscendo però a raggiungere per alcun quesito il quorum delle 500 mila sottoscrizioni. Gli altri referendum erano a favore dell'abolizione della Legge Fornero sulle pensioni (l'unico quesito che si avvicinò al quorum), l'abrogazione della Legge Merlin, la cancellazione delle prefetture e delle norme che consentono agli immigrati di partecipare ai concorsi pubblici. Il 17 settembre scorso, al raduno di Pontida, Salvini aveva rilanciato il progetto mai accantonato.
"La Lega al governo proporrà un progetto di legge per avere giudici eletti direttamente dal popolo. E chi sbaglia paga. E siccome siamo un movimento nato per la libertà, cancelleremo la legge Mancino e la legge Fiano. Le storie e la legge non si processano", aveva scandito nell'ultima Pontida pre-governativa. "Fanno il processo al ventennio mussoliniano - aveva aggiunto - e poi si comportano come il regime nel 1925 che imbavagliava chi non la pensava come volevano".
L'intervento della Comunità Ebraica - Per la Comunità Ebraica di Roma, "la legge Mancino è uno strumento necessario per combattere i rigurgiti di fascismo e antisemitismo", e come tale va quindi difesa e non abrogata. "Grazie alla normativa vigente - sottolinea un comunicato - è stato possibile alla magistratura individuare e colpire i gruppi neonazisti che progettavano azioni antisemite come avvenuto per Militia e per Stormfront i cui protagonisti, che progettavano anche di colpire fisicamente membri della Comunità Ebraica, sono stati arrestati e condannati in virtù di questa legge". Inequivocabili le parole contro la proposta di Fontana: "Se si accetta l'incarico di Ministro della Repubblica di questo Paese lo si deve fare coscienti della storia e della responsabilità, evitando boutade e provocazioni stupide. Soprattutto a ottant'anni dalla promulgazione delle Leggi Razziali sarebbe bene comprendere come combattere le discriminazioni invece che strizzare continuamente l'occhio ai neofascismi".
Noemi Di Segni Laufer, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane chiede al Presidente del Consiglio, Conte, "se la proposta di abrogazione della Legge Mancino lanciata dal ministro Fontana corrisponde a un progetto del Governo italiano che dirige". Perché "sono parole che offendono profondamente quanto si è inteso difendere a seguito di gravissimi episodi neonazisti e neofascisti e di grave recrudescenza negli Anni Ottanta, e peraltro ribaditi dalla Decisione comunitaria che focalizza i medesimi atti di odio, approvata anche dal nostro Paese". Per la Comunità ebraica, in conclusione, "questi presidi normativi vanno semmai rafforzati e da tutti difesi, senza al contrario alimentare ulteriori paure e rancori sociali".
L'Arci: ennesimo colpo allo stato di diritto - "Le parole di Fontana infliggono l'ennesimo colpo allo stato di diritto e dimostrano che a Palazzo Chigi siedono ministri razzisti, che vogliono fare carta straccia della Costituzione e della nostra democrazia faticosamente conquistata: non lo permetteremo e cercheremo in tutti i modi che ci sono propri di fermare questa intollerabile deriva" afferma Francesca Chiavacci presidente nazionale dell'Arci.
"Fontana, dopo le infelici dichiarazioni sul tema dei diritti delle famiglie gay, oggi aggiunge la proposta di abrogazione della legge Mancino, definendola una normativa anti-italiana - ricorda Chiavacci - Prima di tutto vogliamo ricordare al ministro che per assumere il suo incarico ha giurato, come gli altri esponenti del Governo, sulla Costituzione che dall'antifascismo nasce e trae ispirazione. Il ruolo che ricopre fa assumere alle sue dichiarazioni un peso diverso che se pronunciate da un normale cittadino. Ma di ciò non sembra rendersi conto".
Tra l'altro, osserva la presidente dell'Arci, "la sua proposta fra l'altro cade in un momento in cui le parole d'odio del ministro Salvini hanno scatenato le peggiori pulsioni razziste come dimostra la sequenza di aggressioni ai danni delle persone straniere. È evidente poi come le formazioni che si richiamano apertamente al fascismo e al nazismo hanno rialzato la testa, moltiplicando le iniziative provocatorie e violente. Tutto ciò richiederebbe un'applicazione puntigliosa della legge Mancino e un suon rafforzamento, certo non la sua abrogazione".
Gay Center: sarebbe un via libera a discriminare - "Se pur la legge Mancino non tutela tutte le minoranze, è oggi l'unico strumento normativo a supporto delle vittime di discriminazione e violenza, abolirla significherebbe dare il via libera a discriminare" spiega Fabrizio Marrazzo Portavoce Gay Center e Responsabile Gay Help Line. "Riteniamo invece che la legge Mancino - aggiunge - vada ampliata anche per le persone lesbiche, gay e trans e per sostenere le vittime che hanno il coraggio di denunciare. Ricordiamo che al nostro numero verde Gay Help Line 800713713 ogni anno ci contattano oltre 20 mila persone vittime di discriminazione e solo 1 su 40 pensa che denunciare sia utile. Infatti, ad oggi non esistono da parte dello stato strumenti di sostegno che diano la giusta protezione alle vittime che denunciano".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 agosto 2018
Il leghista Fontana. Salvini lo copre, Conte deve smentirlo, M5S in imbarazzo. E allora "non è prioritario". "In questi strani anni", sostiene Lorenzo Fontana che a forza di sparate omofobe e integraliste è diventato ministro della Repubblica - per quanto senza portafoglio e incapace fin qui di muovere un atto - "la legge Mancino si è trasformata in una sponda normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano".
Per questo vuole abolirla, e il desiderio era noto visto che Salvini lo ha ripetuto in tutti i comizi della campagna elettorale e la Lega ha anche tentato, invano, di raccogliere le firme per un referendum abrogativo contro la Mancino quattro anni fa. Ora però i leghisti sono al governo, e via social - Fontana ha scritto su Facebook e Salvini ha reagito su Twitter - dettano l'agenda se non delle iniziative concrete almeno della propaganda. Il ministro della famiglia, in questo modo, conquista l'audience del pomeriggio estivo, anche più di quanto era riuscito a fare con le sue precedenti uscite anti gay.
In realtà dovessero contare solo sulla legge Mancino, i "globalisti" odiati da Fontana sarebbero spacciati. La legge che dal 1993 sanziona chi compie atti di violenza "per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi" o diffonde "idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale" o infine "incita a commettere atti di discriminazione", è stata applicata dai giudici con mano assai leggera. Tanto che anche atti chiaramente riferiti all'ideologia neofascista - come il saluto romano e o l'esibizione della croce celtica - sono stati fatti rientrare nella più generale tutela della libertà di espressione.
Anche le disposizioni che prevedono lo scioglimento delle formazioni neofasciste - principio previsto dalla Costituzione e diventato applicabile con la legge Scelba nel 1952 - sono state messe in pratica assai raramente (un paio di casi) perché richiedono una sentenza di condanna passata in giudicato. La legge Mancino ha introdotto anche la possibilità di una "sospensione cautelare" di queste formazioni neofasciste prima della sentenza (mediante un richiamo alla legge Anselmi sulle logge segrete e solo in caso di episodi di violenza razzista), ma anche qui la scelta politica è stata quella di evitare di regalare il comodo ruolo di vittima ai gruppi dell'estrema destra con un seguito scarso.
Poi questi gruppi o i loro amici leghisti sono arrivati al governo. E non si sono dimenticati la battaglia per abolire la legge Mancino. Anche se per il momento resterà un desiderio. Poco dopo l'uscita del ministro Fontana, infatti, al presidente del Consiglio Conte è stato spiegato che era indispensabile uno stop immediato. Preceduto di pochi minuti dal vicepresidente del Consiglio Di Maio - "l'abolizione della legge Mancino non nel contratto di governo", Conte ha detto che "gli strumenti legislativi che contrastano la propaganda e l'incitazione alla violenza e qualsiasi forma di discriminazione razziale, etnica e religiosa sono sacrosanti", chiudendo - almeno per il momento - il discorso. Matteo Salvini, che nel frattempo si era spinto a coprire il suo fedelissimo Fontana, confermando l'obiettivo leghista dell'abolizione "perché alle idee, anche le più strane, si risponde con le idee e non con le manette", è stato costretto a ripiegare sull'argomento che "l'abolizione della legge Mancino non è una priorità".
Lo stesso ministro dell'interno, del resto, per le sue uscite anti migranti è stato denunciato almeno in un caso recente per violazione della Mancino (da Roberto Speranza), mentre in passato era stato sottoposto a indagine per violazione di quella legge proprio su iniziativa di un ufficio del Viminale, che adesso guida. Se dal M5S sono arrivati chiari segnali di insofferenza verso l'iniziativa leghista - il presidente della camera Fico ha detto che la legge non si tocca, il sottosegretario Spadafora ha aggiunto che andrebbe casomai allargata contro l'omofobia - il capo leghista si è parimenti mostrato irritato per aver dovuto mordere il freno. E ai suoi ha dato indicazione di insistere. E così Fontana, in chiusura di giornata, con un video ha confermato tutto: "Non è una priorità del governo ma una riflessione sulla Mancino va fatta, non è uno strumento per combattere il razzismo ma per fare propaganda ideologica". Propaganda senz'altro.
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