di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 26 marzo 2015
La lotta alla corruzione è un terreno sterminato di raccolta di consenso elettorale. Le ultime statistiche Ocse dicono che in Italia la percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali sfiora il 90%. La più alta di tutta l'Europa. Si badi bene, la corruzione percepita, non quella effettiva. La corruzione, perciò, costituisce un argomento capace di mobilitare, di dare forza politica, di spostare gli equilibri di potere, di muovere le masse. È tema delicato non solo la corruzione in sé, ma anche la strumentalizzazione che può essere fatta dell'argomento. Se la corruzione altera l'attività amministrativa e danneggia cittadini e collettività, l'esaltazione dell'argomento incide a sua volta sugli equilibri istituzionali e li altera, ha un'influenza sul consenso ai partiti e alle istituzioni.
Storicamente, del resto, tutti i populismi hanno tratto la loro forza dalla necessità di lottare contro la corruzione. E, spesso, su tale necessità si sono appoggiate le svolte autoritarie. In questa prospettiva, allora, diventa inevitabile cercare di guardare la questione della corruzione sotto tutti e due gli aspetti. Sul primo, quello di una effettiva lotta alla corruzione, c'è l'attenzione di tutti. E, quindi, è inutile ripetere. Sul secondo, e cioè sull'uso della lotta alla corruzione come strumento di alterazione del gioco democratico, non si sofferma quasi nessuno. Bisognerebbe, invece, cominciare a chiedersi se le forzature giudiziarie in alcune inchieste, che riguardano la pubblica amministrazione, non vadano guardate solo come eccessi inammissibili, ma costituiscano veri e propri attacchi al corretto funzionamento delle regole della democrazia. Inchieste come quella su Mafia Capitale o sulle Grandi Opere, che occupano le prime pagine di tutti gli organi di informazione, ma che allo sguardo dei tecnici si palesano un po' leggere, che effetto hanno sugli equilibri democratici?
Certamente mantengono alta, se addirittura non incrementano, quella percezione vicina al 90% di cui riferisce l'Ocse. E, dunque, rafforzano il partito, trasversale, che della lotta alla corruzione fa l'elemento centrale della sua raccolta di consenso. Al tempo stesso rendono più difficile l'opera di chi vuol guardare avanti e riformare il Paese. Tengono, in fondo, il paese inchiodato alla percezione del 90% ed a tutto ciò che ne consegue. Ovviamente, queste considerazioni non intendono affatto dire che la lotta alla corruzione non deve essere fatta, né che non debba essere una lotta senza quartiere. Il punto è che, nel momento in cui in Italia la percezione è del 90% ed è superiore a quella percepita negli altri paesi europei, tutti, sorge il dubbio che vi sia una componente artificiale. Gonfiata appositamente per alterare il gioco democratico delle istituzioni. Quella percezione serve ad impedire che sia riequilibrato il potere tra magistratura e politica, serve a dare spazio politico significativo anche a chi non ha alcuna reale proposta politica, serve a mantenere una amministrazione opprimente attraverso le sue mille, spesso incomprensibili, procedure. L'importante è che i sudditi non abbiano il coraggio di ribellarsi e di chiedere di essere trattati da cittadini. Ed il mostro della corruzione è perfettamente funzionale a questo scopo.
Giovanni Maddalena
Il Foglio, 26 marzo 2015
Il misterioso affaire Lupi, il delitto senza mandante, si è chiuso con le lapidarie parole di Matteo Renzi: non ci si dimette per un avviso di garanzia, ma solo per questioni morali o politiche. Si sta peggiorando o migliorando rispetto agli ultimi 20 anni di giustizialismo orchestrato dal circuito mediatico-giudiziario? Osserviamo il caso.
Il ministro non è nemmeno indagato ma la macchina della comunicazione scandalistica si mette in moto ugualmente. Certo, è facile che qualcuno abbia passato le carte già sottolineate nei punti giusti, ma stavolta non c'è bisogno di magistrati accaniti, la comunicazione fa tutto da sé. Con ottimi risultati: attacca, fa montare il caso, fa dimettere il ministro - in televisione, e alla fine - prodigio - non c'è nessun colpevole: non il ministro, che non è indagato; non i compagni di partito, sempre solidali; non il premier gentile, che il ministro ringrazia; al massimo restano cattivi (poco) i grillini.
Alla fine, il ministro esce, la comunicazione gli tributa servizi di buon'uscita. Sipario. Ora, le osservazioni. Primo, l'oggetto - da cui la comunicazione sempre nasce (anche quella astratta, diceva Matisse) - è uno dei grandi classici dell'umanità: la corruzione del potente. Dimenticando ciascuno la propria micro-corruzione, ecco una delle grandi idee dell'umanità: l'uomo è scellerato o, forse, come dice lo Jago di Verdi, è scellerato perché uomo, anzi politico. Soprattutto se guadagna molto di più di me. L'oggetto è di quelli vincenti, da sempre. Secondo, l'autore. Contrariamente a quanto si è detto spesso, nella comunicazione l'essere umano c'entra. L'autore non è un creatore assoluto, la comunicazione non nasce dal niente, ma dà il suo assenso ed esprime una direzione alle interpretazioni.
Qui qualcosa stride, nell'affaire non c'è autore o mandante. A vederla da fuori, un meccanismo senza testa ha creato il caso, l'ha risolto, e alla fine si è liberato e assolto. Ma chi l'ha lasciato andare? Qual è la molla che è stata usata per innescare il meccanismo? Terzo, il significativo riassunto del premier. Non ci si dimette per avvisi di garanzia: dunque siamo nel garantismo. E perché allora il ministro si è dimesso? Ci si dimette per questioni morali e politiche. Sulle seconde la logica non ha dubbi: ci si dimette da incarichi politici per ragioni politiche. Ma cosa c'entra la morale? Ed ecco svelato l'affaire, che purtroppo non segna una retrocessione del giustizialismo ma ne svela piuttosto l'anima. Si può fare a meno dei magistrati perché la molla comunicativa non è la legge ma la morale, o meglio, il moralismo, cioè una morale eretta a verità unica e totale a prescindere da ogni considerazione sul bene comune.
Una volta capito che la molla è quella, perché affannarsi e complicarsi con la legge e i magistrati? Per poi avere uno assolto, magari 10 anni dopo? Il moralismo non ha complicazioni e ciascuno lo può fomentare da solo, diventando un coautore della comunicazione. Bastava girare una radio nei giorni scorsi per accorgersi della creatività che ne nasce. Perché l'esigenza è di quelle profonde: sarebbe bello che la verità legale, quella morale e quella politica suonassero all'unisono.
Ma il pretenderlo è uno strano fondamentalismo - tanto più strano in uno stato laico - che scambia un'esigenza con un ordine, che mischia pubblico e privato, e che fa finta di non conoscere la fragilità della natura umana, che in fondo le leggi tendono a contemplare. Non è un caso che lo show di accusatori e accusati stavolta si occupi soprattutto di atteggiamenti personali, di questioni familiari, di problemi educativi che poco hanno a che vedere con la politica. Attenzione all'escalation: il giustizialismo della sola morale è più pericoloso di quello della legge. Ma in politica non ci si dovrebbe dimettere solo per ragioni politiche?
Ansa, 26 marzo 2015
Alcuni tra i più pericolosi terroristi islamici erano in Sardegna, detenuti nel carcere di Macomer, chiuso di recente; nel silenzio più assoluto. Lo ha denunciato il deputato di Unidos, Mauro Pili, intervenendo alla Camera durante la discussione del decreto antiterrorismo. Il parlamentare sardo ha fatto nomi e cognomi, raccontando il curriculum vitae di ognuno di loro. "Il numero uno della strage di Madrid, Rabei Osman - ha detto Pili - il grande reclutatore il franco-tunisino Raphael Gendron, braccio destro dell'imam Ayachi, leader islamista belga" pregiudicato per terrorismo, ucciso subito dopo la detenzione a Macomer in uno scontro con le truppe dell'esercito di Damasco, e il tunisino Bouyahia Hamadi Ben Abdul, inserito nella lista nera di Obama e tra i 60 terroristi più ricercati al mondo".
Pili ha aggiunto alla lista "Khalil Jarraya, tunisino di 41 anni, detto il colonnello perché aveva combattuto nelle milizie bosniache dei Mujihaddin durante la guerra nella ex Jugoslavia". Secondo il parlamentare "era lui il vero promotore della cellula jihadista arrestata a Faenza e di cui facevano parte altri detenuti di Macomer come Hechmi Msaadi, tunisino di 33 anni, Ben Chedli Bergaoui, tunisino di 36 anni, e Mourad Mazioni".
Sempre secondo Pili a Macomer "questi signori potevano organizzare di tutto, comprese le strategie terroristiche". Un racconto circostanziato: "In una visita riscontrai personalmente che tra i terroristi vi era un rapporto costante e aggiornato in tempo reale. Se fosse confermato che nel carcere di Macomer è stata architettata e progettata la strage di Tunisi devono essere individuati i responsabili".
Ora il carcere di Macomer è chiuso, ma Pili ha rilanciato l'allarme: "Tutto questo conferma una gestione scandalosa del sistema carcerario in Sardegna e ci obbliga ad una mobilitazione ancora più decisa per evitare quella scellerata decisione di inviare in Sardegna i più efferati capi mafia. Ci batteremo in ogni modo per impedire l'attuazione di questa infausta decisione perché si tratta di un piano gravissimo che mette a rischio la sicurezza della Sardegna e del suo popolo".
di Cetty Mannino
www.respubblica.it, 26 marzo 2015
Ci sono i detenuti, c'è l'ufficio per i diritti, ci sono circa 15 impiegati, distaccati dalla Regione, e ci sono anche 500mila euro stanziati ogni anno dalla Regione siciliana; peccato però che manca il garante, cioè la figura vertice che dovrebbe gestire tutta la macchina. Conseguenza? L'ufficio c'è ma non funziona: ecco un paradosso della Sicilia.
Con Legge Regionale 19 maggio 2005 n. 5 è stata istituita la figura del Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, cioè quella figura di garanzia che ha funzione di tutela delle persone private o limitate della libertà personale. Dal 2005 al 2013, in seguito a successiva modifica della legge, in Sicilia è stato nominato l'ex senatore Salvo Fleres.
E dal 2013 ad oggi?. "Da un anno e mezzo - spiega Silvano Bartolomei, avvocato penalista - è solo un enorme spreco di denaro pubblico. La Regione continua a finanziare una struttura "fantasma". In pratica ci sono gli uffici, due a Palermo ed uno a Catania, e circa 15 dipendenti regionali pagati per non lavorare, ovviamente non per ragioni personali". Ma Bartolomei oltre a sollevare la questione dal punto di vista economico denuncia anche l'inottemperanza della legge e il disinteresse da parte del presidente della Regione, Rosario Crocetta, nell'istituire un nuovo garante. "Più volte mi sono offerto di ricoprire la carica in maniera assolutamente volontaria - dichiara il penalista. In qualità di già componente del Carcere Possibile, in seno alla Camera Penale di Palermo Bellavista, ritengo che questa figura sia di fondamentale importante, unica preposta a fare da cerniera tra lo Stato e i detenuti. Ma non ho mai ottenuto risposta".
Ma ecco in pratica qual è il compito del garante. "Le persone private della libertà personale, personalmente oppure tramite i propri familiari segnalano il mancato rispetto della normativa penitenziaria, violazioni di diritti o omissioni da parte dell'amministrazione. Segnalazioni - si legge nel sito del ministero della Giustizia- ed interventi possono essere fatti in occasione dei colloqui o delle visite in istituto dei garanti, per iscritto o con altri mezzi informali". In pratica l'interessato "Si rivolge all'autorità competente per chiedere chiarimento o spiegazioni in merito a diritti violati o per sollecitare l'adempimento e le azioni necessarie. Il suo operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzione, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza".
"La situazione all'interno delle carceri è davvero preoccupante" afferma Bartolomei. Ma come risolvere il problema? "Bisognerebbe depenalizzare alcuni reati, inserire maggiore personale, più polizia penitenziaria, medici e psicologi all'interno del carcere e non detenere, per reati minori e senza i presupposti, la gente in attesa di giudizio".
Corriere dell'Umbria, 26 marzo 2015
Il presidente del Coni regionale Umbria Domenico Ignozza e la direttrice della Casa circondariale di Perugia, Bernardina Di Mario, hanno siglato un protocollo d'intesa che dà avvio al progetto "Sport in carcere" che a livello regionale rappresenta la realizzazione sul territorio dell'accordo siglato a fine 2013 tra il Ministero di Grazia e Giustizia ed il Coni.
"Si tratta di un accordo molto importante - ha dichiarato il presidente del Coni regionale Domenico Ignozza - in quanto lo sport è stato riconosciuto quale strumento fra i più idonei per il recupero della popolazione carceraria. Soprattutto in questa fase di sovraffollamento delle carceri italiane - ha proseguito - lo sport può contribuire in maniera determinante a migliorare la condizione psico-fisica del detenuto che avrà modo di non lasciarsi andare alla depressione ma al contrario avrà un'occasione unica per migliorare se stesso, di rimettersi in gioco e di creare relazioni e socializzare". Molto soddisfatta della sigla dell'accordo anche la direttrice della casa circondariale Bernardina Di Mario.
"Abbiamo ritenuto giusto aderire a questo progetto con un Ente estremamente rappresentativo come il Coni che siamo certi contribuirà a sviluppare le attività sportive tra gli ospiti della casa circondariale nel modo migliore, consapevoli del valore rieducativo dello sport - ha commentato la direttrice.
Un accordo reso ancor più importante se consideriamo che all'interno della nostra struttura esistono diversi impianti sportivi tra cui la palestra e il campo sportivo che in questo modo potranno essere utilizzati appieno". Grazie alla disponibilità dei dirigenti della casa circondariale di Perugia e dei presidenti delle federazioni sportive, scelte direttamente dagli interessati, sarà possibile, attraverso lo sport e le sue regole, migliorare la condizioni dei reclusi sia maschi che femmine. Tre le federazioni che fino a fine anno si alterneranno all'interno della casa circondariale di Perugia ci saranno il calcio e la pallacanestro per la popolazione carceraria maschile, la danza sportiva per quella femminile.
www.primonumero.it, 26 marzo 2015
La Procura di Campobasso ha iscritto sul registro degli indagati quattro persone, sarebbero i secondini e i medici intervenuti nella cella del 34enne campobassano forse stroncato da un infarto. "Dalla mattina Alessandro si lamentava per dolori allo stomaco, al petto e alla spalla - racconta l'avvocato della famiglia, Silvio Tolesino - si sta cercando di capire chi gli ha somministrato il Malox. Noi vogliamo solo conoscere la verità". Tra 60 giorni si saprà anche l'esito dell'autopsia. Ianno aveva già avuto problemi cardiaci in passato.
Alessandro Ianno si poteva salvare? Ruota attorno a questa domanda l'inchiesta sulla morte del detenuto 34enne di Campobasso stroncato, pare, da un infarto, il 19 marzo scorso. Quattro persone, tra secondini e personale medico del carcere di via Cavour, sono state iscritte sul registro degli indagati dalla Procura di Campobasso: l'accusa per loro è omissione di soccorso.
L'avvocato della famiglia Ianno sospetta che le cure mediche siano state prestate in forte ritardo al ragazzo "che già dalla mattina si lamentava per dolori alla spalla, allo stomaco e al petto". I tipici segnali dell'arresto cardiocircolatorio. Ad Alessandro qualcuno, forse il medico della struttura di via Cavour "ma questo è ancora in fase di accertamento" avrebbe prescritto un Malox.
"I dolori non si sono placati - riferisce il legale Silvio Tolesino che assieme ad Antonello Veneziano sta seguendo il caso - anzi sono diventati più forti". Alle 17 il collasso. Alessandro è morto sotto gli occhi di diversi testimoni. Inutili i tentativi di rianimarlo. "Il nostro non è un accanimento contro il personale penitenziario - con cui si è già schierato il sindacato Sappe - ma vogliamo sapere esattamente chi c'era per arrivare alla verità" dice ancora Tolesino nel giorno della sepoltura di Ianno i cui funerali si sono svolti questa mattina nella chiesta di San Pietro, a Campobasso. Alessandro divideva la stanza con altre tre persone, la loro versione non combacerebbe alla perfezione con quella del personale penitenziario in servizio. L'autopsia eseguita dal medico legale, dottor Vincenzo Vecchione stabilirà con esattezza come e perché è morto Alessandro e se, soprattutto, un tempestivo intervento sarebbe stato capace di salvargli la vita. La perizia non sarà depositata prima di 60 giorni.
C'è un ulteriore particolare sul quale sta lavorando l'avvocato Tolesino: prima dell'arresto, avvenuto a fine febbraio, Ianno aveva avuto qualche problema cardiaco. E si era sottoposto anche a una cura. "Se in carcere sapevano delle condizioni di salute di Alessandro come hanno potuto sottovalutare dei segnali tanto inequivocabili?" si domanda il penalista che ha presentato una domanda di accesso agli atti per confrontare la cartella clinica del paziente Ianno con quella del detenuto Alessandro.
www.linchiestaquotidiano.it, 26 marzo 2015
Ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Frosinone: salvato dall'Agente di Polizia Penitenziaria in servizio, il detenuto si trova attualmente ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Protagonista, ieri pomeriggio, un detenuto sessantenne.
"L'insano gesto - posto in essere mediante impiccamento - non è stato consumato per il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, ma il detenuto si trova attualmente in gravi condizioni in ospedale. Durante l'ora d'aria, ha approfittato dell'assenza del suo compagno di cella per mettere in atto l'insano gesto, legando una corda ricavata dal lenzuolo alla grata della finestra e al collo, per poi lasciarsi penzolare. Soltanto grazie all'intervento provvidenziale dell'Agente di sezione si è evitato che l'estremo gesto avesse conseguenze fatali.
Immediatamente soccorso dal personale medico ed infermieristico presente in carcere, il detenuto è stato successivamente trasportato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale cittadino, dove tutt'ora si trova ricoverato in gravi condizioni. L'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
Maurizio Somma, segretario regionale Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri, sottolinea che "alla data del 28 febbraio scorso erano detenute a Frosinone 505 persone. Negli ultimi dodici mesi del 2014, nel penitenziario frusinate, si sono contati 10 tentati suicidi, sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 82 episodi di autolesionismo, 28 colluttazioni e 10 ferimenti".
"Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Frosinone - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici", conclude Capece. "Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri laziali e del Paese sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 marzo 2015
L'Ospedale giudiziario psichiatrico di Aversa chiuderà, ma rimarrà sempre un carcere. Dopo il 31 marzo prossimo - giorno della chiusura degli Opg stabilito dalla legge - l'Opg verrà trasformato in un "Istituto di Reclusione" per condannati non pericolosi. Il Provveditore regionale campano dell'Amministrazione Penitenziaria Tommaso Contestabile, ha dichiarato: "Ho già presentato al ministero di della Giustizia un progetto di riconversione dell'Opg in istituto per 150-200 detenuti a basso indice di pericolosità".
Intanto ha fatto visita nella struttura la Commissione Igiene e Sanità del Senato guidata dal senatore Lucio Romano. La delegazione, accompagnata dalla direttrice Elisabetta Palmieri, è giunta per "valutare lo stato attuale di assistenza degli internati e l'andamento del processo di dismissione attraverso delle audizioni con i responsabili".
Per legge, gli Opg vanno chiusi entro il 1° aprile di quest'anno ma in molti territori le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), che dovrebbero prendere in cura gli internati, non sono operative. Romano a riguardo ha dichiarato: "Se le Regioni non saranno in grado in tempi ragionevoli di dare assistenza ai soggetti attualmente internati negli Opg verrà nominato un commissario ad acta che dovrà farsi carico di risolvere la situazione.
Già in due circostanze la data di chiusura è stata prorogata, nonostante l'opposizione mia e di alcuni colleghi, ma è arrivato il momento di attuare la normativa che prevede un cambio di mentalità epocale, con il passaggio da una dimensione esclusivamente giudiziaria ad una assistenziale. Le Rems non saranno piccoli Opg".
Nel frattempo, sempre a proposito della riconversione dell'ospedale giudiziario, la direttrice dell'Opg Elisabetta Palmieri ha spiegato che "il nuovo istituto dovrebbe ospitare soprattutto condannati con pena definitiva ma non ergastolani, mentre una piccola parte dovrebbero essere detenuti in attesa di giudizio inviatici dal Tribunale di Napoli Nord che oggi finiscono solitamente nella case circondariali Santa Maria Capua Vetere e Napoli".
Per i nuovi ospiti che giungeranno nella città normanna è pronto il progetto "Habitat sociale" già finanziato con fondi della sanità penitenziaria e dal Dipartimento di Sanità Mentale dell'Asl di Caserta diretto dall'aversano Luigi Carrizzone. "Le celle - ha dichiarato il sociologo dell'Opg Massimo Ferrillo - non saranno come quelle delle normali carceri, spesso alienanti per i detenuti; i colori delle pareti saranno diversi e vivaci, ci sarà spazio per posizionare delle piantine, il letto sarà anche un divano. Sedici detenuti inoltre si costruiranno i mobili. Faremo in modo di migliorare l'ambiente carcerario".
Non mancano le polemiche dei cittadini, i quali sono infastiditi che il nuovo istituto di reclusione sarà ubicato in pieno centro cittadino. Si sa, le carceri devono rimanere confinate nelle periferie, lontane dagli occhi indiscreti dei cittadini per bene. Altrimenti che emarginazione sociale sarebbe?
di Michele De Leo
Il Mattino, 26 marzo 2015
La comunità di San Nicola Baronia si prepara ad accogliere, con relativa tranquillità, la nascita in paese di una residenza per misure di sicurezza, una struttura destinata ad ospitare detenuti con problemi psichiatrici che possono aspirare ad un pieno reinserimento in società.
"Ma è impensabile arrivare alla inaugurazione il 30 maggio" evidenziali sindaco Francesco Colella. I lavori di ristrutturazione devono ancora partire: la struttura nel centro del paese che ha prima ospitato un ospedale e quindi una residenza sanitaria per anziani ha bisogno di opere importanti di ammodernamento. "Non credo possano bastare due mesi - evidenzia il primo cittadino - per il rifacimento del tetto, la sistemazione esterna, il cambio degli infissi, l'istallazione di un sistema di allarme e video sorveglianza".
Opere da 760mila euro, per i quali la ditta incaricata, che ha vinto la gara d'appalto avviata nello scorso mese di novembre, non si è ancora vista consegnare i lavori. La gente di San Nicola Baronia "ha accettato la nascita della strutturar al fianco dell'aspetto umano e della necessità di favorire il recupero e il reinserimento di malati psichiatrici che sono detenuti per reati non gravi, l'apertura di una residenza per misure di sicurezza può rappresentare anche un'opportunità positiva da cogliere per un piccolo centro come il nostro".
Il servizio potrebbe creare, infatti, un minimo indotto, oltre ai poco più di trenta addetti che saranno occupati all'interno dell'ex ospedale. Il primo cittadino è convinto che i dipendenti della Rems - che sarà gestita dall'azienda sanitaria di Avellino in collaborazione con il Ministero della Giustizia - oltre agli eventuali visitatori dei pazienti ospitati potrebbero portare benefici anche all'economia locale. Intanto, "l'accettazione da parte della comunità locale dell'apertura di una residenza per misure di sicurezza" è arrivata anche grazie alle assicurazioni avute, in prima battuta, da parte dei vertici dell'azienda sanitaria, che hanno messo subito a tacere gli allarmismi.
"La struttura - afferma ancora Colella - è destinata ad ospitare pazienti (venti detenuti, tutti di sesso maschile, provenienti dai territori di competenza delle aziende sanitarie di Avellino, Benevento, Napoli 3 Sud e Salerno) che possono essere recuperati e che hanno commesso reati non gravi". Non saranno trasferiti - a San Nicola e nella altre Rems che sorgeranno in regione Campania - detenuti per reati gravi pure con l'attenuante della malattia psichiatrica.
Per questi ultimi dovrebbero essere allestite delle particolari sezioni nelle case circondariali "come già avvenuto presso il carcere di Sant'Angelo dei Lombardi". Ad avvalorare le assicurazioni pervenute al sindaco, ci sarebbero pure le modalità di gestione della struttura che sorgerà a San Nicola Baronia. "Non ci saranno guardie giurate - continua il primo cittadino Colella - e non ci sarà personale di controllo. I poco più di trenta addetti che saranno impegnati presso la residenza per misure di sicurezza sono tutte riferibili all'ambito sanitario".
www.viverepesaro.it, 26 marzo 2015
Le fiamme divampano per la sesta volta negli ultimi 5 mesi e per la terza dall'inizio dell'anno all'interno del carcere di Pesaro. La denuncia è del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Spiega il Segretario Generale Sappe Donato Capece: "Quel che accade all'interno del carcere di Pesaro è inquietante ed i numeri sono quelli di un fenomeno che, alimentato dall'effetto emulativo, ha ormai assunto le proporzioni dell'emergenza.
Il copione si è ripetuto nella tarda mattinata di lunedì 23 marzo scorso all'interno della Prima sezione detentiva. Ancora una volta recitato da un detenuto di origine magrebina che, con la complicità di altri due ristretti connazionali, R.S. e B.Y., il primo dei quali già protagonista delle analoghe azioni delittuose dello scorso febbraio, si è reso responsabile dei reati di incendio, danneggiamento, violenza, minaccia a pubblico ufficiale e detenzione di armi da taglio.
A.A. classe 1986, allontanato da altri istituti regionali, è stato assegnato a Pesaro con il marchio della pericolosità. Una assegnazione che vede Villa Fastigi sempre come istituto detentivo che riceve i detenuti più problematici, con gravi ricadute sul servizio della Polizia Penitenziaria in termini di stress e operativi".
Il Sappe tira un sospiro di sollievo "per l'ennesima tragedia evitata dal coraggio e dalla professionalità degli uomini del Reparto di Polizia penitenziaria di Pesaro" ma solleva dubbi sull'Amministrazione penitenziaria regionale per la "sempre più confusionaria politica di gestione, movimentazione e assegnazione dei detenuti nei circuiti regionali, ammesso che di circuiti si possa parlare. Il tutto mentre dall'Ufficio di sorveglianza cominciano ad arrivare, con il rigetto delle istanze di risarcimento avanzate per l'asserita sofferta condizione di sovraffollamento, le prime conferme a suggello dell'umanità del trattamento penitenziario dell'Istituto e del rispetto dei diritti inviolabili".
Nicandro Silvestri, segretario regionale marchigiano del Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri, sottolinea che "alla data del 28 febbraio scorso erano detenute a Pesaro 260 persone (927 erano quelle complessivamente presenti nelle carceri delle Marche). Negli ultimi dodici mesi del 2014, nel penitenziario pesarese, si sono contati 6 tentati suicidi di detenuti, sventati in tempo dai poliziotti.
Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere a Pesaro con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità del penitenziario di Pesaro e delle carceri delle Marche sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria".
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