www.primonumero.it, 26 marzo 2015
La Procura di Campobasso ha iscritto sul registro degli indagati quattro persone, sarebbero i secondini e i medici intervenuti nella cella del 34enne campobassano forse stroncato da un infarto. "Dalla mattina Alessandro si lamentava per dolori allo stomaco, al petto e alla spalla - racconta l'avvocato della famiglia, Silvio Tolesino - si sta cercando di capire chi gli ha somministrato il Malox. Noi vogliamo solo conoscere la verità". Tra 60 giorni si saprà anche l'esito dell'autopsia. Ianno aveva già avuto problemi cardiaci in passato.
Alessandro Ianno si poteva salvare? Ruota attorno a questa domanda l'inchiesta sulla morte del detenuto 34enne di Campobasso stroncato, pare, da un infarto, il 19 marzo scorso. Quattro persone, tra secondini e personale medico del carcere di via Cavour, sono state iscritte sul registro degli indagati dalla Procura di Campobasso: l'accusa per loro è omissione di soccorso.
L'avvocato della famiglia Ianno sospetta che le cure mediche siano state prestate in forte ritardo al ragazzo "che già dalla mattina si lamentava per dolori alla spalla, allo stomaco e al petto". I tipici segnali dell'arresto cardiocircolatorio. Ad Alessandro qualcuno, forse il medico della struttura di via Cavour "ma questo è ancora in fase di accertamento" avrebbe prescritto un Malox.
"I dolori non si sono placati - riferisce il legale Silvio Tolesino che assieme ad Antonello Veneziano sta seguendo il caso - anzi sono diventati più forti". Alle 17 il collasso. Alessandro è morto sotto gli occhi di diversi testimoni. Inutili i tentativi di rianimarlo. "Il nostro non è un accanimento contro il personale penitenziario - con cui si è già schierato il sindacato Sappe - ma vogliamo sapere esattamente chi c'era per arrivare alla verità" dice ancora Tolesino nel giorno della sepoltura di Ianno i cui funerali si sono svolti questa mattina nella chiesta di San Pietro, a Campobasso. Alessandro divideva la stanza con altre tre persone, la loro versione non combacerebbe alla perfezione con quella del personale penitenziario in servizio. L'autopsia eseguita dal medico legale, dottor Vincenzo Vecchione stabilirà con esattezza come e perché è morto Alessandro e se, soprattutto, un tempestivo intervento sarebbe stato capace di salvargli la vita. La perizia non sarà depositata prima di 60 giorni.
C'è un ulteriore particolare sul quale sta lavorando l'avvocato Tolesino: prima dell'arresto, avvenuto a fine febbraio, Ianno aveva avuto qualche problema cardiaco. E si era sottoposto anche a una cura. "Se in carcere sapevano delle condizioni di salute di Alessandro come hanno potuto sottovalutare dei segnali tanto inequivocabili?" si domanda il penalista che ha presentato una domanda di accesso agli atti per confrontare la cartella clinica del paziente Ianno con quella del detenuto Alessandro.
www.linchiestaquotidiano.it, 26 marzo 2015
Ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Frosinone: salvato dall'Agente di Polizia Penitenziaria in servizio, il detenuto si trova attualmente ricoverato in ospedale in gravi condizioni. Protagonista, ieri pomeriggio, un detenuto sessantenne.
"L'insano gesto - posto in essere mediante impiccamento - non è stato consumato per il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, ma il detenuto si trova attualmente in gravi condizioni in ospedale. Durante l'ora d'aria, ha approfittato dell'assenza del suo compagno di cella per mettere in atto l'insano gesto, legando una corda ricavata dal lenzuolo alla grata della finestra e al collo, per poi lasciarsi penzolare. Soltanto grazie all'intervento provvidenziale dell'Agente di sezione si è evitato che l'estremo gesto avesse conseguenze fatali.
Immediatamente soccorso dal personale medico ed infermieristico presente in carcere, il detenuto è stato successivamente trasportato d'urgenza al pronto soccorso dell'ospedale cittadino, dove tutt'ora si trova ricoverato in gravi condizioni. L'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
Maurizio Somma, segretario regionale Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri, sottolinea che "alla data del 28 febbraio scorso erano detenute a Frosinone 505 persone. Negli ultimi dodici mesi del 2014, nel penitenziario frusinate, si sono contati 10 tentati suicidi, sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 82 episodi di autolesionismo, 28 colluttazioni e 10 ferimenti".
"Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Frosinone - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici", conclude Capece. "Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri laziali e del Paese sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 26 marzo 2015
L'Ospedale giudiziario psichiatrico di Aversa chiuderà, ma rimarrà sempre un carcere. Dopo il 31 marzo prossimo - giorno della chiusura degli Opg stabilito dalla legge - l'Opg verrà trasformato in un "Istituto di Reclusione" per condannati non pericolosi. Il Provveditore regionale campano dell'Amministrazione Penitenziaria Tommaso Contestabile, ha dichiarato: "Ho già presentato al ministero di della Giustizia un progetto di riconversione dell'Opg in istituto per 150-200 detenuti a basso indice di pericolosità".
Intanto ha fatto visita nella struttura la Commissione Igiene e Sanità del Senato guidata dal senatore Lucio Romano. La delegazione, accompagnata dalla direttrice Elisabetta Palmieri, è giunta per "valutare lo stato attuale di assistenza degli internati e l'andamento del processo di dismissione attraverso delle audizioni con i responsabili".
Per legge, gli Opg vanno chiusi entro il 1° aprile di quest'anno ma in molti territori le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza), che dovrebbero prendere in cura gli internati, non sono operative. Romano a riguardo ha dichiarato: "Se le Regioni non saranno in grado in tempi ragionevoli di dare assistenza ai soggetti attualmente internati negli Opg verrà nominato un commissario ad acta che dovrà farsi carico di risolvere la situazione.
Già in due circostanze la data di chiusura è stata prorogata, nonostante l'opposizione mia e di alcuni colleghi, ma è arrivato il momento di attuare la normativa che prevede un cambio di mentalità epocale, con il passaggio da una dimensione esclusivamente giudiziaria ad una assistenziale. Le Rems non saranno piccoli Opg".
Nel frattempo, sempre a proposito della riconversione dell'ospedale giudiziario, la direttrice dell'Opg Elisabetta Palmieri ha spiegato che "il nuovo istituto dovrebbe ospitare soprattutto condannati con pena definitiva ma non ergastolani, mentre una piccola parte dovrebbero essere detenuti in attesa di giudizio inviatici dal Tribunale di Napoli Nord che oggi finiscono solitamente nella case circondariali Santa Maria Capua Vetere e Napoli".
Per i nuovi ospiti che giungeranno nella città normanna è pronto il progetto "Habitat sociale" già finanziato con fondi della sanità penitenziaria e dal Dipartimento di Sanità Mentale dell'Asl di Caserta diretto dall'aversano Luigi Carrizzone. "Le celle - ha dichiarato il sociologo dell'Opg Massimo Ferrillo - non saranno come quelle delle normali carceri, spesso alienanti per i detenuti; i colori delle pareti saranno diversi e vivaci, ci sarà spazio per posizionare delle piantine, il letto sarà anche un divano. Sedici detenuti inoltre si costruiranno i mobili. Faremo in modo di migliorare l'ambiente carcerario".
Non mancano le polemiche dei cittadini, i quali sono infastiditi che il nuovo istituto di reclusione sarà ubicato in pieno centro cittadino. Si sa, le carceri devono rimanere confinate nelle periferie, lontane dagli occhi indiscreti dei cittadini per bene. Altrimenti che emarginazione sociale sarebbe?
di Michele De Leo
Il Mattino, 26 marzo 2015
La comunità di San Nicola Baronia si prepara ad accogliere, con relativa tranquillità, la nascita in paese di una residenza per misure di sicurezza, una struttura destinata ad ospitare detenuti con problemi psichiatrici che possono aspirare ad un pieno reinserimento in società.
"Ma è impensabile arrivare alla inaugurazione il 30 maggio" evidenziali sindaco Francesco Colella. I lavori di ristrutturazione devono ancora partire: la struttura nel centro del paese che ha prima ospitato un ospedale e quindi una residenza sanitaria per anziani ha bisogno di opere importanti di ammodernamento. "Non credo possano bastare due mesi - evidenzia il primo cittadino - per il rifacimento del tetto, la sistemazione esterna, il cambio degli infissi, l'istallazione di un sistema di allarme e video sorveglianza".
Opere da 760mila euro, per i quali la ditta incaricata, che ha vinto la gara d'appalto avviata nello scorso mese di novembre, non si è ancora vista consegnare i lavori. La gente di San Nicola Baronia "ha accettato la nascita della strutturar al fianco dell'aspetto umano e della necessità di favorire il recupero e il reinserimento di malati psichiatrici che sono detenuti per reati non gravi, l'apertura di una residenza per misure di sicurezza può rappresentare anche un'opportunità positiva da cogliere per un piccolo centro come il nostro".
Il servizio potrebbe creare, infatti, un minimo indotto, oltre ai poco più di trenta addetti che saranno occupati all'interno dell'ex ospedale. Il primo cittadino è convinto che i dipendenti della Rems - che sarà gestita dall'azienda sanitaria di Avellino in collaborazione con il Ministero della Giustizia - oltre agli eventuali visitatori dei pazienti ospitati potrebbero portare benefici anche all'economia locale. Intanto, "l'accettazione da parte della comunità locale dell'apertura di una residenza per misure di sicurezza" è arrivata anche grazie alle assicurazioni avute, in prima battuta, da parte dei vertici dell'azienda sanitaria, che hanno messo subito a tacere gli allarmismi.
"La struttura - afferma ancora Colella - è destinata ad ospitare pazienti (venti detenuti, tutti di sesso maschile, provenienti dai territori di competenza delle aziende sanitarie di Avellino, Benevento, Napoli 3 Sud e Salerno) che possono essere recuperati e che hanno commesso reati non gravi". Non saranno trasferiti - a San Nicola e nella altre Rems che sorgeranno in regione Campania - detenuti per reati gravi pure con l'attenuante della malattia psichiatrica.
Per questi ultimi dovrebbero essere allestite delle particolari sezioni nelle case circondariali "come già avvenuto presso il carcere di Sant'Angelo dei Lombardi". Ad avvalorare le assicurazioni pervenute al sindaco, ci sarebbero pure le modalità di gestione della struttura che sorgerà a San Nicola Baronia. "Non ci saranno guardie giurate - continua il primo cittadino Colella - e non ci sarà personale di controllo. I poco più di trenta addetti che saranno impegnati presso la residenza per misure di sicurezza sono tutte riferibili all'ambito sanitario".
www.viverepesaro.it, 26 marzo 2015
Le fiamme divampano per la sesta volta negli ultimi 5 mesi e per la terza dall'inizio dell'anno all'interno del carcere di Pesaro. La denuncia è del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Spiega il Segretario Generale Sappe Donato Capece: "Quel che accade all'interno del carcere di Pesaro è inquietante ed i numeri sono quelli di un fenomeno che, alimentato dall'effetto emulativo, ha ormai assunto le proporzioni dell'emergenza.
Il copione si è ripetuto nella tarda mattinata di lunedì 23 marzo scorso all'interno della Prima sezione detentiva. Ancora una volta recitato da un detenuto di origine magrebina che, con la complicità di altri due ristretti connazionali, R.S. e B.Y., il primo dei quali già protagonista delle analoghe azioni delittuose dello scorso febbraio, si è reso responsabile dei reati di incendio, danneggiamento, violenza, minaccia a pubblico ufficiale e detenzione di armi da taglio.
A.A. classe 1986, allontanato da altri istituti regionali, è stato assegnato a Pesaro con il marchio della pericolosità. Una assegnazione che vede Villa Fastigi sempre come istituto detentivo che riceve i detenuti più problematici, con gravi ricadute sul servizio della Polizia Penitenziaria in termini di stress e operativi".
Il Sappe tira un sospiro di sollievo "per l'ennesima tragedia evitata dal coraggio e dalla professionalità degli uomini del Reparto di Polizia penitenziaria di Pesaro" ma solleva dubbi sull'Amministrazione penitenziaria regionale per la "sempre più confusionaria politica di gestione, movimentazione e assegnazione dei detenuti nei circuiti regionali, ammesso che di circuiti si possa parlare. Il tutto mentre dall'Ufficio di sorveglianza cominciano ad arrivare, con il rigetto delle istanze di risarcimento avanzate per l'asserita sofferta condizione di sovraffollamento, le prime conferme a suggello dell'umanità del trattamento penitenziario dell'Istituto e del rispetto dei diritti inviolabili".
Nicandro Silvestri, segretario regionale marchigiano del Sappe, il primo e più rappresentativo dei Baschi Azzurri, sottolinea che "alla data del 28 febbraio scorso erano detenute a Pesaro 260 persone (927 erano quelle complessivamente presenti nelle carceri delle Marche). Negli ultimi dodici mesi del 2014, nel penitenziario pesarese, si sono contati 6 tentati suicidi di detenuti, sventati in tempo dai poliziotti.
Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere a Pesaro con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma non si può e non si deve ritardare ulteriormente la necessità di adottare urgenti provvedimenti: non si può pensare che la gestione quotidiana delle costanti criticità del penitenziario di Pesaro e delle carceri delle Marche sia lasciata solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria".
La Provincia di Cremona, 26 marzo 2015
"Ancora tensioni e follia in carcere. Un detenuto che ingerisce candeggina. Un altro che si ferisce. Un terzo che si intossica di psico-farmaci. Nel penitenziario il clima pesante è evidente. Via direttore e comandante". Attacca con queste parole, dure, diretteci comunicato con il quale un sindacato degli agenti di polizia penitenziaria, il Sappe, torna a puntare i riflettori su quel che accade nella casa circondariale di Cremona, la struttura dove pochi giorni fa è stato toccato il record storico di detenuti stranieri, il 76 per cento del totale (320 su 417).
"Sembra senza fine l'ingovernabilità e l'invivibilità del carcere di Cremona - si legge nelle prime righe della nota diffusa ieri dal Sappe - per la continua riproposizione di eventi critici. Quei che accade ogni giorno nel carcere di Cremona e sintomatico di una ingovernabilità e di una disorganizzazione da parte del direttore del carcere e del comandante del reparto di polizia penitenziaria rispetto alle quali l'amministrazione della giustizia regionale e nazionale - prosegue il documento - non possono continuare a restare inerti ma devono quanto prima avvicendarli con altri dirigenti e funzionari evidentemente più stimolati professionalmente". Secondo il segretario generale dei sindacato autonomo polizia penitenziaria , Donato Capece, "non si può continuare cosi. L'altra notte un detenuto ha ingerito candeggina. Sabato un altro si è inflitto lesioni al corpo mentre un terzo si è intossicato trangugiando psicofarmaci.
Un altro ristretto - prosegue Capece - è stato colpito da infarto. Come si può lavorare in queste condizioni, con picchi di stress pazzeschi e il serio rischio di subire in prima persona queste forme di follia detentiva da parte di alcuni detenuti? E perché succedono tutte queste cose a Cremona? Possibile che lì, dove ci sono 417 detenuti, meno della metà di quelli presenti a San Vittore a Milano (965) ed un terzo di quelli ristretti a Opera (1.271), ci siano stati nel 2014 più episodi di autolesionismo (120) che nei due penitenziari milanesi (46 a San Vittore, 35 a Opera)? Come mai a Cremona 17 detenuti hanno tentato il suicidio nel 2014 rispetto ai 4 di Opera ed ai 14 di San Vittore, con un numero di presenze nettamente superiore? E allora che senso ha dire che tutto va bene, quasi che il Sappe fosse visionario, arrivando a minacciare ritorsioni ai nostri sindacalisti che ci raccontano quel che succede tra le quattro mura del carcere di via Palosca? Serve altro. Sarebbe ora di cambiare direttore e comandante a Cremona".
di O. Stevanin e C. Vimercati
La Stampa, 26 marzo 2015
Il caso del muratore finito in carcere per scontare una pena di 10 giorni. L'ex moglie: "Assassini liberi e lui dentro perché guidava ubriaco". "Ci sono delinquenti che stanno fuori dal carcere. Assassini liberi. E il mio ex marito? Lui è finito in cella per scontare dieci giorni, dico dieci giorni, di arresto. E per cosa? Guida in stato di ebbrezza. Lui, che fra l'altro è malato, ha un tumore, sta facendo la chemio".
A parlare è l'ex moglie di V.E., il muratore sessantenne, che sabato scorso è stato arrestato dai carabinieri perché deve scontare dieci giorni di carcere per una vicenda che risaliva al settembre del 2006, quando durante un controllo stradale, era risultato che guidava ubriaco.
Un caso di fanta-giustizia, ma non di mala giustizia, perché come emerge dalla ricostruzione della vicenda, tutte le parti in causa hanno fatto il loro dovere, non ci sono state dimenticanze, disattenzioni, negligenze: giudici, ufficio esecuzione della Procura, l'avvocato difensore, il giudice di sorveglianza. Ma alla fine, come dice ora la ex moglie, un "po' di amaro in bocca resta. Possibile che non c'erano soluzioni per evitargli la cella?".
A quanto pare no. L'odissea di V.E. ha inizio il 12 settembre del 2006, nove anni fa, quando viene denunciato per guida in stato di ebbrezza. È recidivo, il muratore, e questo ha finito per costargli caro. Il 13 gennaio del 2009, il primo grado del processo, a Savona, si chiude con una condanna a dieci giorni di arresto e 500 euro di multa senza sospensione condizionale. L'appello (23 dicembre 2009) conferma la sentenza di Savona e la condanna diventa definitiva il 30 marzo del 2010. Passano i mesi, altri due anni, e il 28 maggio del 2012 (con notifica del provvedimento all'avvocato difensore l'11 giugno successivo) l'ufficio esecuzione della Procura sospende l'esecuzione della pena.
L'avvocato di V.E. fa quindi istanza al giudice di sorveglianza di Genova che al suo assistito vengano concessi o la detenzione domiciliare o l'affidamento in prova ai servizi sociali. Istanza, però, che viene respinta e il 26 marzo del 2013 l'ufficio esecuzione della Procura di Savona ne prende atto, revoca la sospensione dell'esecuzione della pena. È il passo che precede l'ordine di carcerazione che a EV. è stato notificato domenica scorsa.
Vicenda chiusa per la giustizia ma che fa riflettere. "Un'anomalia del nostro sistema giudiziario - dice Michele Lorenzo segretario regionale del Sappe il sindacato autonomo degli agenti penitenziari -. In un caso del genere, con una persona oltretutto malata, bisogna evitargli il carcere. Non dimentichiamo cosa costa un detenuto, 150-170 euro al giorno. E vogliamo proprio credere che con quei 10 giorni di reclusione, il carcere abbia assolto al suo compito che è quello della rieducazione?". Intanto oggi V.E. andrà a fare la chemio in ospedale. Ammanettato e scortato dagli agenti.
di Federico Cipolla
La Tribuna di Treviso, 26 marzo 2015
Secondo il sindacato non c'è la dovuta separazione fra zona di prima accoglienza e area di detenzione. "Siamo lontani dai parametri di civiltà che si addicono a un paese democratico come il nostro". Secondo il sindacato Uil è emergenza sovraffollamento nel carcere minorile
Spazi promiscui e spesso troppo ridotti. È questa la situazione del carcere minorile di Treviso secondo la Uil-Pa Penitenziari. Ieri Gennarino De Fazio, segretario nazionale della sigla sindacale, con i dirigenti regionale e provinciale Leonardo Angiulli e Vincenzo Pascale, è andato in visita al carcere minorile di Treviso, nell'ambito dell'operazione "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori". Si tratta di una serie di ispezioni negli istituti penali che terminano con un dossier fotografico.
"Il carcere minorile di Treviso è una struttura realizzata anni fa, e che difficilmente riesce a rispondere alle norme che nel frattempo sono sopravvenute. È di fatto un'ala della casa circondariale. E ogni intervento realizzato è pensato solo per migliorare le condizioni dell'utenza, sottraendo spazi agli operatori", spiega De Fazio. Insomma si guarda più ai detenuti che non a chi lavora nel carcere: "Ma è una logica sbagliata, perché far lavorare in cattive condizione gli operatori, ricade poi anche sui detenuti".
Diverse le anomalie riscontrate e fotografate all'interno del carcere minorile, ma sono due quelle prese ad esempio per dimostrare la necessità di interventi sulla struttura. Uno su tutti, il centro di prima accoglienza (cpa), le cui finestre si affacciano sul carcere. "Dovrebbe essere una struttura esterna, e invece oltre a essere di fatto interna, mette a contatto visivo i detenuti con chi si trova nel cpa", aggiunge De Fazio. "Ma chi sta nel primo centro di accoglienza, è spesso in attesa della decisione del giudice e non è detto che entri poi nel carcere minorile".
Se le comodità certo mancano ai detenuti, anche le guardie penitenziarie sono costrette a lavorare in condizioni al limite del sopportabile. Una trentina gli operatori, che hanno a disposizione un unico bagno. "In più si trova vicino all'unico telefono a disposizione dei detenuti, con solo una parete a dividerli. Non viene tutelata la privacy nemmeno dei ragazzi al telefono". A ciò si aggiunga il fatto che non sono previsti percorsi specifici per le guardie, come non ci sono uffici dedicati, con spazi adeguati.
"Siamo leggermente sotto organico, ma questo è in linea con lo scenario nazionale", prosegue De Fazio. Sovraffollato invece il carcere minorile. Ufficialmente potrebbe detenere solo 12 ragazzi, mentre oggi ce ne sono 15; con evidenti problemi di spazi. In una camera dormono addirittura in quattro, contravvenendo alla norma che prevede che ognuno debba avere almeno tre metri quadrati di spazio. Per De Fazio la situazione della Casa circondariale, "è lontana dal raggiungere i parametri di civiltà e di dignità che si addicono a un moderno paese democratico".
Inoltre restano delle difficoltà di organizzazione, e di distribuzione del personale. "Abbiamo registrato pessime condizioni di lavoro", prosegue il segretario regionale Leonardo Angiulli, "dovute anche a un'organizzazione che reputiamo assolutamente deficiente, e che si inserisce in un contesto di relazioni sindacali pressoché inesistenti". Insomma, il sindacato chiede una svolta.
www.ligurianotizie.it, 26 marzo 2015
Nuovi problemi per la gestione sicurezza del penitenziario di Sanremo. Ad affermarlo è il Sappe ligure che racconta come un detenuto affetto da problemi psichiatrici abbia danneggiato la propria cella. "Nei confronti dei poliziotti di turno intervenuti - spiega Lorenzo del Sappe - il detenuto ha scagliato contro ogni oggetto che aveva a portata di mano, non solo, ma si è anche auto lesionato ed ha ingerito delle pile ed oggetti di metallo.
Non con poca difficoltà la Polizia Penitenziaria è riuscita nel riportarlo alla ragione ed assicurarlo alle cure ospedaliere". "È assurdo - continua il segretario Lorenzo - che a Sanremo vengano convogliati detenuti dalla difficile gestione e con problemi psichiatrici, ribadiamo che l'istituto non è una struttura ospedaliera, questi soggetti necessitano di cure e di continua assistenza sia psicologica che medica e questo non può essere affidato alla Polizia Penitenziaria ed al carcere.
Ma lo sconcerto si ottiene quando il Direttore, che permane in quell'istituto da ben 25 lunghi anni, non pone la sua attenzione agli eventi critici, tanto meno alla dotazione di protezione individuale in uso alla sicurezza, mettendo a loro disposizione solo dei semplici guanti in lattice, senza maschere protettive e senza nessun protocollo ben definito per le emergenze. E ci chiediamo che fine hanno fatto le promesse dell'assessore Montaldo circa il piano di intervento nelle carceri liguri a favore del personale anche con l'organizzazione di corsi? Ad oggi solo parole e nessuna concretizzazione.
Abbiamo anche chiesto un incontro con il Prefetto ed attendiamo una risposta. Ma la giornata di guerriglia non si è esaurita con questo evento. Altri due detenuti sono stati sorpresi con una lametta nascosta in bocca, non certo con intenti pacifici". Il Sappe attacca la direzione del carcere di Sanremo per quanto riguarda "la gestione sicurezza" definita "molto approssimativa" con "la Polizia Penitenziaria che in maniera autodidatta e mettendo a repentaglio la propria incolumità, riesce ad arginare alle inadempienza della Direzione".
"La quotidianità dell'istituto si connota con atti di ordinaria violenza come televisori lanciati per terra in segno di protesta, detenuti che sono incompatibili con il regime detentivo e comunque restano in istituto. A questo risponde l'assenza della Direzione che non si preoccupa di quanto accade a danno della Polizia Penitenziaria subissata da continui eventi critici tipici da guerriglia interna che hanno deteriorato l'ambiente e la sicurezza".
Il Sappe accusa il direttore ed il comandante chiedendone l' avvicendamento. "25 anni alla direzione dello stesso istituto sono tanti - conclude il segretario Lorenzo - e subentra l'assuefazione e la mancanza di interesse verso i reali problemi dell'istituto che oggi sono veramente tanti, per questo il Sappe chiede l'avvicendamento del Direttore e del Comandante".
di Roberta Ragni
www.greenme.it, 26 marzo 2015
Onda, Titti e Tato. Sono alcuni dei cani che scodinzolano per il carcere di Bollate. Perché proprio qui si svolge un corso per operatori dog-sitter professionali ideato e progettato appositamente per le persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale.
A fine corso i detenuti conseguiranno tesserino tecnico e certificazione nazionale del Csen - il Centro Sportivo Educativo Nazionale e potranno svolgere autonomamente attività quali dog sitter, dog walker e dogdaycare.
Si tratta di un progetto originale e nobile inserito nell'offerta ricreativo-culturale rivolta alle persone in esecuzione penale, che si svolge con cadenza settimanale, sia presso la sezione femminile che presso la sezione maschile. Organizzato e coordinato dal Divet dell'Università Statale di Milano, unisce all'obiettivo di rieducazione, crescita culturale e reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti quello del recupero e dell'adottabilità dei cani randagi ospitati da canili.
Il percorso sarà strutturato su un modello innovativo di Eaa-Educazione assistita con animali professionalmente qualificante e in linea con quanto prescritto dalle linee guida nazionali in materia di interventi assistiti con animali (Iaa). Oltre a conferire agli allievi le tecniche e la professionalità di operatori del ramo pet care, il corso costituirà per i detenuti anche una vera e propria esperienza di pet therapy, un tipo di attività già in atto a Bollate sotto la supervisione dell'associazione Cani Dentro Onlus.
Dopo la fase di formazione, si passerà alla creazione di un network operativo volto a facilitare l'assunzione dei detenuti autorizzati al lavoro esterno presso aziende agricole e di pet care. I vantaggi ci sono anche per i cani coinvolti nell'intervento, che saranno ex-randagi ospiti di canili o rifugi, preventivamente sottoposti a percorsi di rieducazione e socializzazione ad opera di personale specializzato.
Questo tipo di lavoro, l'acquisizione delle attitudini richieste dalla pet therapy rappresenterà per questi cani una ulteriore occasione di socializzazione e relazione positiva con l'uomo, favorendo sensibilmente le loro possibilità di venire adottati e accolti in famiglia.
"Malgrado la presenza di attività di pet therapy sia un dato abbastanza diffuso, il settore lavorativo del pet care è ancora molto poco proposto nelle carceri - osserva Federica Pirrone, ricercatrice alla Statale e responsabile del Progetto - esso invece si adatta molto bene alla realtà carceraria, perché comprende attività che richiedono un'assunzione di responsabilità da parte della persona e quindi risultano importanti dal punto di vista del trattamento; inoltre interessa figure professionale molto ricercate dal mercato".
Ma come hanno reagito i detenuti? L'incontro con gli animali, racconta l'associazione Cani dentro, ha suscitato subito interesse e curiosità, anche perché alcuni partecipanti possiedono cani e animali in genere e la possibilità di avere un contatto diretto con il cane permette loro, da una parte, di riprendere il filo di un'affettività improvvisamente, e forzatamente interrotta, e, dall'altra, di tornare, seppur virtualmente e per un breve lasso di tempo, in libertà. I risultati sono così positivi e incoraggianti che non possiamo che augurarci che venga esteso a tutte le strutture di detenzione.
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