Ansa, 26 marzo 2015
Un importante boss della droga turco già detenuto anche in Italia, Francia e Germania è riuscito a scappare dal carcere grazie a un falso fax che ordinava la sua liberazione. Dogan Alagoz, detto anche "Dottor Droga" o "Barone della Sintetica", scontava una condanna a 12 anni e mezzo nella prigione di Silivri, a Istanbul.
In gennaio un fax, apparentemente proveniente dalla Corte Suprema d'Appello, che ordinava la sua scarcerazione era arrivato alla Corte Penale di Istanbul. Il funzionario responsabile aveva avuto conferma dell'ordine, spiega Hurriyet, chiamando il numero di telefono indicato sul fax, che aveva poi girato alla direzione della prigione.
Alagoz era stato quindi rimesso in libertà. Solo dopo due mesi un procuratore di Istanbul ha constatato che il "barone" non era più in carcere. Ha controllato, si è reso conto della truffa, e ha dato l'allarme. Alagoz è di nuovo attivamente ricercato in Turchia. Ma è possibile che nel frattempo sia fuggito, indisturbato, all'estero.
Adnkronos, 26 marzo 2015
Due vignettisti turchi del popolare settimanale satirico Penguen, Bahadir Baruter e Ozer Aydogan, sono stati condannati a undici mesi di carcere con l'accusa di aver "insultato" il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due erano stati citati in giudizio il 21 agosto del 2014 a proposito della vignetta di copertina della rivista satirica sull'elezione di Erdogan alla presidenza della Turchia. Nel disegno appariva Erdogan che chiedeva ai funzionari del palazzo presidenziale di Ankara se avessero preparato "qualche giornalista da macellare", in riferimento al rituale del sacrificio nell'Islam, per celebrare la sua elezione.
Dopo la pubblicazione, un cittadino turco, Cem Safcier, ha sporto querela sostenendo che uno dei funzionari raffigurati nella vignetta e che accoglie Erdogan farebbe un gesto con la mano considerato offensivo nella cultura turca, ovvero starebbe a indicare che la persona alla quale viene rivolto è omosessuale. Il gesto disegnato, secondo la procura, va "contro le norme etiche e culturali della società turca" e "va oltre il diritto di critica, è un insulto". L'accusa aveva chiesto per Baruter e Aydogan due anni di carcere, diminuiti a 11 mesi e 20 giorni per buona condotta. Gli avvocati di Erdogan avevano riferito che il loro era stato un "insulto a pubblico ufficiale".
Nella prima udienza che si è svolta a Istanbul lo scorso 19 marzo, i due vignettisti si sono proclamati innocenti e affermano che il concetto su cui la vignetta ironizza non ha nulla a che fare con il gesto del funzionario, che sarebbe stato disegnato in modo casuale. "Se si guarda all'intera vignetta si può vedere che la battuta non ha nulla a che fare con quel gesto", ha detto Baruter. Non è la prima volta che Penguen finisce nel mirino di Erdogan, che ha già chiesto 40mila lire turche di danni per una serie di vignette nelle quali, quando era premier, venne rappresentato con le sembianze di vari animali. I disegni erano stati pubblicati in risposta a precedenti condanne di vignettisti dei quotidiani Cumhuriyet ed Evrensel, sempre per insulto a Erdogan. Sono oltre 70 le persone processate in Turchia per aver "insultato" Erdogan dalla sua elezione alla presidenza nell'agosto del 2014. Il reato di "insulto" viene punito in Turchia con tre mesi di carcere, ma se si tratta di un pubblico ufficiale la pena viene estesa a un anno.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2015
"Senza i miei figli non sarei in grado di pensare e neppure di sognare". (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com).
Quando il nostro Ministro della Giustizia Orlando ha annunciato la convocazione degli Stati Generali sul carcere e sulla pena, ci siamo subito dati da fare perché fosse riconosciuto un ruolo fondamentale alle persone detenute.
di Totò Cuffaro (detenuto a Rebibbia)
Il Garantista, 25 marzo 2015
La testimonianza di chi, a Rebibbia, vede il dolore di chi non ha futuro. "L'ergastolo è un omicidio di stato che si realizza attraverso il suicidio. Ma questa non è libertà, è tortura"
Abolire l'ergastolo o ipocrisia fine pena 9999: speranza che conosce la canzone del mio cuore e me la canta. Giovedì 2 aprile papa Francesco, che ha abolito nel suo Stato l'ergastolo, verrà a Rebibbia a lavare i piedi a 12 detenuti ergastolani, fine pena 9999, e a celebrare la Santa Messa.
di Silvina Pérez
L'Osservatore Romano, 25 marzo 2015
Abolire la pena di morte in tutte le sue forme così come l'ergastolo, una "pena di morte nascosta". Francesco non potrebbe essere più netto nelle sue richieste. "La giustizia rispetti la dignità della persona" quindi no anche alla carcerazione preventiva, di fatto una pena illecita occulta, e no alle carceri di massima sicurezza dove la reclusione si trasforma in tortura.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 25 marzo 2015
Il patto del Nazareno "due-punto-zero", come lo abbiamo chiamato su questo giornale qualche giorno fa, e cioè il patto tra Renzi e i vertici dell'Anni (associazione magistrati), prende forma sempre più netta. Le prime clausole sono già state rispettate.
Ieri è stata approvata alla Camera la "prescrizione lunga" (ma sarebbe meglio dire l'abolizione della prescrizione, che diventa così lunga da essere praticamente disinnescata), e il partito di Alfano, che era contrario, è stato messo a tacere; intanto in Senato è iniziato l'esame di un disegno di legge che istituisce un nuovo reato, e cioè quello di omicidio stradale.
di Giovanni Bianconi
Il Corriere della Sera
Al momento del voto Andrea Orlando è seduto al banco del governo, penultimo posto a sinistra della fila dei ministri, tutti gli altri sono vuoti. È venuto ad assistere alla sistemazione di un tassello importante, sebbene non ancora definitivo, della sua riforma della giustizia, annunciata a fine agosto in tandem con Renzi: allungamento dei tempi della prescrizione (accorciati dal governo Berlusconi). Era una delle richieste dei magistrati.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 marzo 2015
S'annuncia, da oggi, bagarre al Senato sull'anticorruzione. Forza Italia prepara un duro ostruzionismo e punta a rinviare il voto a dopo Pasqua, mentre il presidente Grasso, sulla sua legge, l'avrebbe voluto già tra oggi e domani. Per questo il Guardasigilli Orlando tiene buono Alfano sulla prescrizione alla Camera. Che passa con 274 sì (Pd, Sc, Fdi, il gruppo di Tabacci), 26 no (Fi, Lega, Psi), 121 astenuti (Ap, Sel, M5S). Orlando media perché a Montecitorio i 33 alfaniani non sono determinanti, ma al Senato in 36 lo sono, eccome.
Orlando tratta a lungo col vice ministro Costa e lascia intravedere "possibili modifiche" sulla prescrizione. Incassa subito il risultato, perché l'annunciato "no" di Area popolare (Ncd più Udc) diventa una ben meno plateale astensione.
"La maggioranza non si spacca" vanta il ministro della Giustizia. Poi sembra fare una mini marcia indietro quando dice che "le linee guida della prescrizione non si toccano".
Alfano, ministro dell'Interno e fondatore di Ncd, non gliela fa passare liscia. Rilancia sulla prescrizione corta e sulle intercettazioni. Della prima dice: "Siamo pronti a dare battaglia al Senato". E degli ascolti: "Abbiamo approvato nuove norme in consiglio dei ministri, e non stavamo su Scherzi a parte . Quel ddl va messo in pole position".
Peccato che il presidente dell'Authority anti-corruzione Cantone bocci senza appello qualsiasi manovra sulle intercettazioni perché "in questa fase le considero completamente fuori dall'agenda". Non solo, Cantone propone che per le indagini sulla corruzione ne sia consentito "un uso più ampio", quello stoppato al Senato.
Prescrizione, intercettazioni, anti-corruzione. I destini s'incrociano. Fi è asserragliata a difesa di norme deboli contro la corruzione. Su 213 emendamenti che incombono sul ddl Grasso ben 68 sono di Fi e Gal. Per sopprimere o per svuotare articoli. In una situazione così il Pd non può andare allo scontro con gli alfaniani. Nasce la mediazione di Orlando sulla prescrizione. Tutto matura in poche ore. Di mattina i falchi di Ncd De Girolamo e Pagano annunciano il no sulla legge che aumenta la prescrizione per la corruzione. Parte la trattativa tra Orlando e Costa, convinto che "ci sia una stretta connessione tra prescrizione e corruzione". Significa che se al Senato aumenta la pena per la corruzione (da 8 a 10 anni) questo fa salire la prescrizione. Quindi i termini si possono accorciare. Anziché calcolarla sul massimo della pena più la metà, ci si potrebbe fermare a un terzo. I falchi si convincono. Il no rientra.
A questo punto il Pd tira un sospiro di sollievo. Orlando vanta la sua manovra sulla giustizia. Un "finalmente" arriva dalla Ferranti, "perché dopo dieci anni c'è un netto superamento delle regole della ex Cirielli". Pure Cirielli, sì proprio l'ex An Edmondo che scrisse la legge ma poi la ripudiò perché Berlusconi aveva imposto il taglio della prescrizione, dice che il testo attuale va bene. Il renziano Ermini parla di "norma equilibrata" e polemizza con M5S che, astenendosi, avrebbe confermato "la sua inutilità". In realtà M5S è stato tentato dal votare contro, ma non se l'è sentita di votare con Fi. Due curiosità: passa l'emendamento Morani per far partire la prescrizione da 18 anni nei casi di delitti gravi contro i minori, mentre quello di Ferranti sulla prescrizione lunga anche per l'induzione viene "sacrificato" per far contento Alfano. Il processo Ruby è finito, però non si sa mai.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2015
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Mezzo pieno, se si considera che dopo dieci anni da quell'aberrazione della legge ex Cirielli, che aveva dimezzato i termini di prescrizione, e dopo un anno dall'insediamento del nuovo governo, una proposta di riforma della prescrizione ha finalmente superato il primo giro di boa. Mezzo vuoto se si pensa, invece, al contesto politico-parlamentare in cui si è arrivati al voto, ai tempi e ai contenuti del provvedimento approvato ieri, alle riserve mentali con cui è stato licenziato per il Senato e, dunque, all'alea che ancora grava sulla riforma definitiva.
In teoria, quello di ieri avrebbe dovuto essere un passaggio storico, un traguardo (sia pure parziale) rincorso per due lustri, il riscatto di una politica verbosa ma inerte. In realtà, l'aula semivuota (tranne al momento del voto), il tenore degli interventi, i distinguo, le prese di distanza l'hanno trasformato in un imbarazzante "atto dovuto", votato solo da Pd, Sel e Fratelli d'Italia, che ipoteca il successivo iter parlamentare del provvedimento.
Non a caso, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha dovuto "rassicurare" il principale alleato del governo Renzi - Ncd - che al Senato i giochi potrebbero riaprirsi proprio per i reati contro la pubblica amministrazione: il "raddoppio" della prescrizione sancito dalla Camera potrebbe essere modificato in funzione sia della scelta finale dell'aula di Palazzo Madama sull'aumento delle pene per i reati di corruzione propria (articolo 319), impropria (318) e in atti giudiziari (319 ter), sia dell'esito della riforma del processo penale. Una "promessa" che ha evitato il voto contrario del Nuovo centrodestra ma che non dà, appunto, alcuna garanzia sul prodotto finale della riforma.
Certo, il passo avanti di ieri non va sminuito, anche se sembra frutto di una navigazione a vista. È comunque "grazie" alla Camera se si è arrivati al primo traguardo, peraltro in tempi tutt'altro che ragionevoli rispetto alla conclamata urgenza della riforma, sollecitata da decenni da istituzioni e organismi internazionali per rendere più "efficace" la lotta alla corruzione.
La commissione Giustizia di Montecitorio, conia caparbia presidenza di Donatella Ferranti (Pd), non si è fermata agli annunci del governo e ha incardinato le proposte di legge sull'argomento avviandone la necessaria istruttoria.
Ha rallentato quando, dopo le slide di giugno 2014, il 29 agosto Consiglio dei ministri ha annunciato il varo di una serie di ddl tra cui quello sulla prescrizione ma ha ripreso quasi subito i lavori visto che il ddl era desaparecido. Tant'è che, quando finalmente si è materializzato (gennaio 2015), i relatori avevano già predisposto un testo base, frutto del precedente lavoro, durante il quale il governo era stato un "convitato di pietra". Oggi ne è più chiaro il motivo - se ce ne fosse stato bisogno, e cioè le divisioni con l'Ncd.
La proposta governativa si limitava a sospendere la prescrizione, per due armi, dopo la condanna di primo grado e, per un anno, dopo l'appello. Difatti il governo si è opposto all'aumento di un quarto dei termini di prescrizione previsto dal testo base della commissione per tutti i reati. Così come a un regime speciale per i reati di corruzione (almeno quanto alla decorrenza dei termini). Il dilagare delle inchieste ha imposto un compromesso e così si è arrivati alla proposta dei relatori di allungare della "metà" la prescrizione almeno per corruzione propria, corruzione impropria e in atti giudiziari. Ieri Orlando ha spiegato che questa scelta dipende dalla "natura" di quei reati, basati su un "patto corruttivo che emerge, spesso, molto dopo il momento in cui questo patto si è concluso".
Non si vede perché, allora, analoga operazione non sia stata fatta con il reato di "induzione indebita", al confine tra concussione e corruzione (visto che l'indotto è considerato complice). La conseguenza è che concussione e induzione si prescriverebbero prima, pur essendo reati più gravi (ieri un emendamento della Ferranti per allungare la prescrizione dell'induzione è stato fatto ritirare).
Ma tant'è. Grazie a quel compromesso, Matteo Renzi può parlare di "prescrizione raddoppiata", soprattutto se si tiene conto degli aumenti di pena previsti dal Senato, che l'aula dovrebbe confermare già oggi. In tal caso, però, il "raddoppio" potrebbe essere "riequilibrato".
E così pure in funzione delle modifiche al processo penale. Si continua infatti a insistere che, allungando la prescrizione, si allunghi, automaticamente, la durata del processi. Dimenticando che finora è accaduto il contrario, e cioè che la prescrizione è diventata una strategia difensiva per portare i processi allo stremo, allungandone i tempi.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 25 marzo 2015
Anche gli alfaniani, nel loro piccolo, s'incazzano con Matteo Renzi e denunciano la frantumazione dolosa di un patto sulla giustizia che avrebbe dovuto contenere entro limiti più ragionevoli l'innalzamento dei termini di prescrizione per i reati di corruzione propria, impropria e in atti giudiziari, che dopo il voto di ieri alla Camera sono invece aumentati della metà (se ne riparla in Senato). Area popolare (Alfano più Casini) ha votato contro insieme con Forza Italia; astenuti, per vocazione abitudinaria all'irrilevanza, i pentastellati.
C'è stato clangore, prima del voto finale sull'articolo 1 del ddl che innalza i tempi di prescrizione, quando l'Aula ha bocciato l'emendamento soppressivo del testo presentato dal capogruppo in commissione Giustizia di Area popolare, Alessandro Pagano, e altri due emendamenti identici. I voti contrari sono stati numerosi (337) e hanno provocato l'ira minacciosa dei centristi, rintuzzata a fatica dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Il malumore degli alfaniani s'intensifica, et pour cause, all'indomani del siluramento di Maurizio Lupi dal ministero delle Infrastrutture.
È evidente che quelle di Ncd sono minacce ad alzo zero, sì, ma sparate a salve, nell'attesa di negoziare una contropartita ministeriale per il dopo Lupi e nella realistica convinzione di non poter separare i propri destini da quelli del governo. Ma ci sono dei ma. Renzi ha dimostrato una volta ancora che il suo tasso di spregiudicatezza è pronto a innalzarsi fino alla soglia delle maggioranze variabili, e per di più su un dossier rovente come la giustizia, con i grillini per ora fermi al ruolo d'interdizione demolitoria contro le intemerate garantiste dei moderati, ma più avanti chissà.
Il premier sta scommettendo in modo un po' spericolato sulla possibilità che la sua durezza sui reati di corruzione gli valga come un contrappeso granitico per rendere più credibile, e meno aggredibile, il percorso di riforme del potere giudiziario (vedi alla voce responsabilità civile dei magistrati). Ma fossimo in lui non daremmo per scontato che l'episodio di ieri possa essere serenamente utilizzato come una sorta di lasciapassare per tenere a distanza le rivendicazioni corporative della casta giudiziaria. La disintermediazione dei rapporti di forza in Parlamento è un esperimento suggestivo e legittimo, ma a furia di bastonare troppo la (pur piccina) nomenclatura degli interlocutori-alleati, si rischia di finire isolati, se non di ammanettarsi a compagni di strada rivestiti di toghe.
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