di Paolo Rizzi
Libertà, 25 marzo 2015
Forzata. È l'aggettivo scelto per il giornale dei carcerati della nostra città, curato dall'associazione "Oltre il muro" insieme ad alcuni detenuti del penitenziario piacentino. Recentemente il giornale "Sosta forzata" per una particolare coincidenza semantica è stato "forzatamente" bloccato. Questo fatto mi ha fatto pensare ad alcuni amici.
Alberto è stato il mio preside solo per un paio di anni ai tempi del liceo: sembra un personaggio pirandelliano, elegante e colto, irascibile e profondo. Francesca è una mia co-parrocchiana che mi conosce da quando facevo il chierichetto: ha degli anelli enormi alle dita e sorride sempre alle mie figlie come una zia o una vecchia amica.
Gabriella è un'insegnante di filosofia in pensione che non ho mai avuto a scuola, ma era la prof di una sezione che ci interessava molto ai tempi, perché ad altissima densità di ragazze, particolarmente quotate allora: quando parla in pubblico è logica e dolce nello stesso tempo, come un buon pensatore esistenzialista.
Carla è giornalista, nota a molti per il suo lavoro con il centro servizi di volontariato Svep e appunto come direttrice di Sosta forzata: è sempre stata impegnata nel sociale ed ha una particolare "vocazione" sui temi del carcere a cui ha dedicato interesse professionale e sensibilità personale. Alberto, Francesca, Gabriella e Carla sono persone che stimo molto, mi piace ascoltarle, starci insieme. Ed hanno in comune una cosa, strana peraltro: fanno, a vario titolo, volontariato legato al carcere di Piacenza. Perché?
Non ho mai chiesto loro il motivo, ma posso presumere che ci siano ragioni di carattere solidaristico, fattori religiosi, ma soprattutto volontà di dare un'opportunità a persone che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, di "reintegrarsi".
Brutta parola, ma potrebbe significare: ravvicinarsi alla società che hanno tradito, non essere condannati per sempre alla reclusione, oggi fisica, in futuro forse relazionale e culturale. Recuperare tratti di umanità e dialogo con altri. La testimonianza di Alberto, Francesca, Gabriella e Carla è anche uno stimolo silenzioso ma potente a pensare al nostro carcere. Quante persone ci sono chiuse oggi? Al 2014 327 di cui 8 donne e oltre 200 stranieri. La Polizia penitenziaria conta circa 200 agenti.
Tra i detenuti la metà sono tossicodipendenti, in carcere anche per reati legati allo spaccio. In passato il carcere ha sofferto di un grave sovraffollamento, fino a 450 detenuti su una capienza tollerabile di 340 circa, ma oggi questo problema sembra in parte superato con un nuovo padiglione, più moderno e confortevole rispetto al precedente che ha celle di 9 metri quadri, qualche anno fa anche con 4 persone per cella.
Ogni anno si registrano centinaia di casi di autolesionismo, tra cui 126 tentativi di suicidio due anni fa, per ricordarci che è una "sosta" sempre sofferta.
Ebbene, la Casa Circondariale di Via delle Novate non è abbandonata a sé stessa, vi operano molti volontari, legati all'associazione Oltre il muro, alla Caritas, alla cooperativa Futura e all'associazione "L'arte di vivere con lentezza" che propongono attività di formazione e lavoro, offrono momenti di incontro, colloqui e assistenza per il vestiario e l'accompagnamento.
Da queste iniziative era nata l'esperienza di Sosta forzata, che per 11 anni è stata pubblicata come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale". Ogni anno circa 20 detenuti scrivono su questo giornale, aprendo spazi di confronto tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra chi ha sbagliato ed è recluso e chi è libero. Un giornale che è fatto di racconti di vita, storie di errori, sentimenti di colpa e voglia di riscatto. Un riscatto che sarà difficile da realizzare se i detenuti saranno perennemente "chiusi" nelle loro colpe, soli di fronte ai terribili sbagli della loro vita.
Non conosco i motivi della chiusura del giornale. Ma dobbiamo tutti chiederne la riapertura con forza. Il primo motivo è di semplice interesse egoistico e lo prendo da Vittorino Andreoli: "Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo. Non appena viene tolto il gesso, c'è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l'assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale".
Il secondo motivo è un richiamo alla dignità di tutte le persone ed anche dei carcerati e viene da una delle voci profetiche del nostro tempo, Nelson Mandela: "Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 marzo 2015
Carcere. Sovraffollamento e attività trattamentali inadeguate, nel penitenziario fiorentino di Sollicciano. Radicali italiani in sciopero della fame per chiedere amnistia e indulto e ricordare l'attualità del messaggio di Napolitano.
Quaranta giorni di sconto sulla pena e 3.840 euro a mò di risarcimento del danno, per essere stato recluso per 880 giorni in una cella del carcere di Firenze-Sollicciano senza quei requisiti minimi imposti dalla Corte europea dei diritti dell'uomo a tutela della dignità dei detenuti. Corte che tra qualche mese, a giugno prossimo, metterà di nuovo l'Italia sotto la lente di ingrandimento per valutare se sussistano ancora le condizioni che portarono alla condanna pilota cosiddetta "Torreggiani" dell'8 gennaio 2013.
Non è la prima volta che un tribunale - in questo caso il magistrato di sorveglianza di Firenze, Susanna Raimondo - riconosce a un detenuto costretto a vivere in uno spazio a disposizione, al netto degli arredi, che si aggira tra i 3 e i 4 metri quadri, "in violazione dell'articolo 3 della Convenzione Edu", il rimedio previsto dall'articolo 35 dell'ordinamento penitenziario inserito dal legislatore nel 2014 come meccanismo compensatorio, su richiesta dalla stessa corte di Strasburgo. Risale al settembre 2014, infatti, il primo risarcimento in favore di un detenuto del carcere di Ferrara.
"In Emilia Romagna è accaduto più volte - racconta Franco Maisto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna - però c'è una parte della magistratura, sia pur minoritaria, che tende ad interpretare in modo restrittivo i requisiti necessari per accedere ai risarcimenti previsti dalla legge 117/2014, tanto che si sta pensando anche di riscrivere in modo più chiaro la norma". "In Toscana finora c'erano stati solo rigetti, speriamo che questa ordinanza faccia da apripista", commenta il garante dei detenuti regionale, Franco Corleone.
Uno dei punti più controversi del meccanismo di compensazione voluto dal Guardasigilli Orlando per evitare una serie infinita di ricorsi davanti alla Corte europea dei diritti umani è la cosiddetta "attualità del pregiudizio", sulla quale si attende prossimamente il pronunciamento della Cassazione. Non è interpretato univocamente neppure quale sia il giudice - se quello civile o il magistrato di sorveglianza - a cui presentare ricorso, quando il ricorrente è ormai un ex detenuto.
Nel caso fiorentino, il magistrato Susanna Raimondo, accogliendo la richiesta di un uomo di 44 anni condannato nel 2011 per reati legati agli stupefacenti, ha riconosciuto la violazione dei diritti umani commessa a Sollicciano malgrado l'amministrazione penitenziaria del carcere non abbia risposto - come spesso avviene - in modo preciso ed esaustivo alle richieste di chiarimento del giudice riguardo le attività trattamentali offerte al detenuto.
Perché, come si legge nell'ordinanza, se a disposizione di ciascun recluso c'è uno spazio inferiore ai 3 mq, deve essere considerata violata la giurisprudenza della Corte europea e il trattamento inumano e degradante è da ritenersi accertato. Se invece lo spazio vitale è superiore ai 3 mq ma inferiore ai 4 mq, "vanno valutati altri aspetti delle condizioni carcerarie quali ad esempio il rispetto o meno delle esigenze sanitarie di base, l'aerazione disponibile, le attività trattamentali praticate, l'accesso alla luce e all'aria naturali, la possibilità di permanere in spazi aperti per un congruo numero di ore".
Peraltro, scrive Raimondo, "va considerato che nella determinazione dello spazio fruibile deve essere detratto l'ingombro costituito dal mobilio fisso mentre non devono essere scomputati gli arredi rimovibili, come sgabelli o tavolini. Anche la superficie del letto è ininfluente, essendo utilizzato per distendersi di giorno e per dormire la notte e dunque rientrante nello spazio concretamente disponibile dal detenuto".
"L'ordinanza di Raimondo rappresenta un barlume di lucidità nella giustizia italiana: speriamo che a questa sentenza ne seguano altre e che si riesca a compensare la totale inerzia delle istituzioni, nazionali e locali", commentano i Radicali fiorentini sottolineando l'iniziativa della segretaria del partito, Rita Bernardini, che "è in sciopero della fame proprio per ricordare il messaggio alle Camere del presidente Napolitano (ottobre 2013, ndr)".
Anche Marco Pannella è intervenuto ieri di nuovo sulla questione da Radio Radicale, annunciando iniziative nonviolente per "chiedere immediatamente amnistia e indulto". Provvedimenti tesi, sostiene Pannella, soprattutto a "salvare Cesare". Perché, "come aveva previsto Napolitano nel suo messaggio alle camere, senza provvedimenti come amnistia e indulto, sarebbe proseguita la condizione tecnicamente criminale, direi assassina e torturatrice, di Cesare, dello stato italiano".
Radicali: bene il risarcimento, ma servono amnistia e indulto
Dopo la notizia della scarcerazione anticipata e il risarcimento concessi ad un detenuto del carcere fiorentino di Sollicciano, sono intervenuti Maurizio Buzzegoli e Massimo Lensi, rispettivamente segretario e presidente dell'Associazione radicale fiorentina "Andrea Tamburi": "L'ordinanza della dottoressa Susanna Raimondo che riconosce Sollicciano come un luogo dove un detenuto ha subito detenzione "inumana e degradante" rappresenta un barlume di lucidità nella giustizia italiana: speriamo che a questa sentenza ne seguano altre e che si riesca a compensare la totale inerzia delle Istituzioni, nazionali e locali".
I due esponenti radicali, però, non sono convinti che le soluzioni messe in campo dal governo Renzi sui risarcimenti ai detenuti possano risolvere il problema delle carceri italiane: "La decisione del Tribunale di Firenze fa riferimento alla sentenza pilota "Torreggiani" che ha imposto all'Italia di porre fine alla violazione dei diritti umani: anche il Presidente emerito Napolitano inviò un messaggio alle Camere per chiedere l'amnistia e l'indulto, unici provvedimenti in grado di ripristinare nel Paese lo Stato di Diritto e la Democrazia".
Intanto i radicali fiorentini annunciano nuove mobilitazioni sul tema e ricordano quelle in corso: "La segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, è in sciopero della fame proprio per ricordare il messaggio alle Camere del Presidente Napolitano: anche a Firenze, a ridosso della scadenza di giugno (mese in cui la Corte Edu si riunirà per valutare l'operato dell'Italia, ndr), verranno organizzate manifestazioni per continuare a denunciare la drammatica situazione delle carceri italiane".
di Daniele Biella
Vita, 25 marzo 2015
Intervista a Franco Corleone, politico e attuale Garante dei detenuti degli Istituti di pena toscani, a poche ore dalla sentenza del magistrato di sorveglianza di Sollicciano che ha stabilito la scarcerazione e un indennizzo per gli spazi vitali troppo ristretti secondo le norme europee.
"Mi auguro che alla sentenza di Firenze ne seguano molte altre sulla stessa linea". Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia e parlamentare europeo, oggi garante dei detenuti della carceri toscane, non esita ad appoggiare la decisione del magistrato di sorveglianza del carcere di Sollicciano, Susanna Raimondo, di accogliere il ricorso di un recluso approvandone la scarcerazione - e un indennizzo economico - per le condizioni inadeguate della cella in cui si trovava. La notizia è ancora fresca quando raggiungiamo Corleone al telefono.
La sentenza avrà un effetto domino?
"Penso proprio di sì, anche perché altri detenuti hanno presentato un ricorso analogo, che nel caso di Sollicciano il giudice ha accolto sulla base della sentenza Torrigiani della Corte europea del 2013 che condannava l'Italia per trattamenti inumani e degradanti a causa dello spazio vitale troppo piccolo nella cella. Con la decisione del magistrato di sorveglianza, che ha rimediato a una palese ingiustizia, si chiude una pagina buia nella vita delle carceri italiane, verso un futuro diverso che spero venga già definito nei prossimi Stati generali annunciato dal ministro Andrea Orlando".
Le condizioni carcerarie sono migliori rispetto al 2013?
"Lo sono, perché il sovraffollamento è diminuito, ma non per cause politiche, bensì soprattutto per effetto della decisione della Corte di Cassazione che annullava gli effetti della Legge Fini-Giovanardi sulle droghe, sulla spinta di associazioni e magistratura quindi. Da qui in avanti con programmi più efficaci sulla detenzione domiciliare e la messa alla prova, il numero potrebbe scendere ulteriormente".
È la strada che indicherebbe al Dap, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria?
"Sì, assieme a concentrare gli sforzi verso un miglioramento della qualità della vita detentiva. Il 15 aprile noi Garanti incontreremo proprio il nuovo presidente del Dap Santi Consolo, e proporremo azioni in tal senso, come per esempio la possibilità di pasti comuni per aumentare la socialità e non ognuno nella propria cella. Ancora, chiederemo lumi su alcune mancanze, come le poche informazioni che ci sono giunte dopo la conclusione del censimento voluto dalla Commissione Palma, in particolare sul tema dei servizi igienici e dell'affettività tra detenuti e le famiglie che necessariamente rimangono all'esterno del carcere".
Quale modello di carcere vedrebbe bene per il futuro?
"Una struttura in cui rimangano detenuti solo le persone con uno spessore criminale di rilievo, perché i soggetti con pene lievi e soprattutto quelli con fragilità non devono rimanere dietro le sbarre e magari poi essere assistiti da uno psicologo: al contrario, devono potere trovare altre strutture dove scontare la loro pena".
di Silvia Toniolo
La Gazzetta di Lucca, 25 marzo 2015
"C'è bisogno anche a Lucca di una nuova figura che vada in soccorso dei diritti mancati dei detenuti, la fascia debole della popolazione". Nel fiume di parole spese oggi in una seduta consiliare noiosa quanto basta, la frase del consigliere Angelo Monticelli rende bene l'idea di quale sia il fronte comune di un insieme di persone, riunite in una stanza, cui dovrebbe spettare il compito di discutere provvedimenti importanti per la città. I detenuti, cioè le persone che, per aver commesso reati, di varia natura, sono finiti in carcere, sono delle vittime cui spettano particolari, a quanto pare, diritti.
Il consiglio comunale di oggi, dopo due ore di discussione - la prima era già stata spesa a vuoto per rispondere all'interrogazione di Martinelli sull'antenna di Sant'Alessio, poi azzerata dalla telefonata della sovrintendenza - ha accolto all'unanimità, con 24 voti favorevoli, zero contrari e due astenuti, la pratica che riguarda il garante dei diritti dei detenuti, una figura che sarà istituita a breve anche a Lucca. Il testo della delibera ha subito modifiche a seguito di alcuni emendamenti da parte della minoranza e, dopo una sospensione dell'assise, si è raggiunto l'accordo sull'introduzione del garante dei diritti dell'infanzia, in aggiunta a quello dei carcerati. Niente di nuovo - del resto è la stessa maggioranza che ha bocciato la mozione di Forza Italia contro l'accattonaggio - ma sorprende che, in tale frangente, dall'opposizione non si sia sentita volare una mosca se non per una questione puramente tecnica di metodologia nella nomina del garante.
È questo il punto su cui si è concentrata la critica del consigliere di Liberi e Responsabili Pietro Fazzi: "È, senz'altro, una iniziativa meritoria - ha esordito - ma devo porre in rilievo alcuni aspetti, a partire dalla titolarità della designazione, ovvero qual è il soggetto che deve in definitiva nominare il garante affinché non si riduca il tutto ad un atto burocratico. Mi preme anche parlare della questione del voto. Il testo parla di una nomina a maggioranza assoluta. Ritengo doveroso infatti che per questo tipo di nomine fossero coinvolte anche le opposizioni, per un tentativo di elezione a maggioranza qualificata".
Alla questione posta da Fazzi ha risposto la consigliera del Pd Valentina Mercanti: "Siamo aperti a valutare tutte le proposte - ha detto. Lungi da noi arrivare in consiglio comunale con degli atti blindati. Non vogliamo una nomina politica e proprio per questo abbiamo spostato la scelta dal sindaco al consiglio comunale".
L'introduzione della figura del garante non era obbligatoria, ma essendo attualmente prevista a livello comunale, provinciale e regionale in 14 regioni - lo ha portato ad esempio, il consigliere del Pd Renato Bonturi, presidente della commissione partecipazione - allora anche per Lucca pare sia diventata una sorta di adeguamento necessario cui non sta bene sottrarsi: "La commissione - ha spiegato Diana Curione di Lucca Civica - in un primo momento ritenne non necessaria l'istituzione del garante, ma ora il tempo lo riteniamo maturo".
www.gonews.it, 25 marzo 2015
"Stamani il Coordinamento Provinciale della Uil-Pa Penitenziari di Firenze ha incontrato nella persona del Vice Prefetto di Firenze la Dr.ssa Daniela Lucchi, al fine di addivenire ad una soluzione definitiva circa l'apertura di un reparto di degenza ospedaliera per detenuti così come previsto dall'art. 7 della Legge 296/1993. È quanto comunica Eleuterio Grieco, Coordinatore della Segreteria Provinciale della Uil-Pa Penitenziari di Firenze.
"L'incontro si è reso necessario, dal momento in cui nessuna azione concreta, è stata messa in atto negli anni, sia da parte dalla Regione Toscana - Assessorato alla Sanità che dal Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, su di un aspetto fondamentale ed importante come la creazione nella città di Firenze di un reparto di degenza ospedaliera, riservato ai detenuti ".
La sensibilità e l'interesse dimostrato dal Vice Prefetto, ha reso proficuo l'incontro, visto che la questione riveste un rischio anche sotto l'aspetto dell'ordine e della sicurezza dei cittadini e degli stessi detenuti/pazienti, nonché degli operatori di Polizia - sottolinea Grieco la questione che desta oggi maggior preoccupazione è la chiusura dell'Opg di Montelupo Fiorentino (31.3.2015), laddove seguiranno i trasferimenti alla CC di Firenze Sollicciano, dei detenuti posti sotto osservazione per l'accertamento delle infermità psichiche di cui all'art. 112 del Dpr 230/2000, di quelli con condannate per infermità psichiche sopravvenute nel corso della misura detentiva "art. 148 C.P." e di quelle condannate a pena diminiute per vizio parziale di mente "art. 111 comma 5 e 7 del Dpr 230/2000", le quali prima venivano ricoverate nel reparto ospedaliero attrezzato dell'Asl 11 di Empoli e domani dove verranno ricoverate. In conclusione Grieco afferma speriamo nell'impegno e nelle coscienze di coloro che hanno responsabilità istituzionali affinché il problema sia risolto al più presto.
Nel pomeriggio di lunedì gli agenti di polizia penitenziaria hanno dovuto affrontare la violenza dell'uomo. Uno di loro ha una costola rotta.
Sale la tensione al carcere Santa Maria Maggiore di Venezia, dove un detenuto ha dato in escandescenze e ha assalito tre agenti in servizio. L'episodio lunedì pomeriggio, al termine dell'ora d'aria che i carcerati hanno passato nel cortile dei passeggi: uno di loro, che non aveva alcuna intenzione di tornare in cella, ha fatto valere le proprie ragioni a modo suo.
In una nota il segretario del Sappe (Sindacato della Polizia penitenziaria) spiega che l'uomo, nordafricano, ai richiami dell'agente in servizio ha reagito improvvisamente con violenza, aggrendendolo. Sono intervenuti altri poliziotti e nella colluttazione tre di loro sono rimasti feriti, uno dei quali con una costola rotta. "Sono anni - rileva il sindacato - che sollecitiamo di dotare le donne e gli uomini della polizia penitenziaria di strumenti di tutela efficaci, come può essere lo spray anti aggressione recentemente assegnato - in fase sperimentale - a polizia di stato e carabinieri. Mi auguro che la proposta sia valutata positivamente.
Il sindacato evidenzia che, nel 2014, nella casa circondariale di Venezia si sono contati "due tentati suicidi di altrettanti detenuti, sventati in tempo dalla polizia penitenziaria e 19 episodi di autolesionismo (ingestione di corpi estranei, chiodi, pile, lamette, pile, tagli diffusi sul corpo e provocati da lamette).
La Città di Salerno, 25 marzo 2015
Respinta la richiesta del legale, costretto a lasciare i funerali della madre per assistere il proprio cliente. Un lutto improvviso mentre è in aula davanti al giudice monocratico del tribunale penale. Il praticante dell'avvocato chiede un rinvio per impedimento familiare, ma il giudice lo nega, richiamando la presenza del professionista perché l'imputato è detenuto. L'avvocato viene fatto chiamare, arriva di corsa per adempiere il suo dovere, ma l'udienza viene successivamente rinviata per una concomitante causa di forza maggiore, una omessa notifica.
La vicenda è finita al centro di una riunione straordinaria della commissione del consiglio dell'ordine degli avvocati del foro di Nocera Inferiore che hanno firmato un duro documento inviato all'Associazione nazionale magistrati, al presidente della sezione penale del tribunale e al consiglio giudiziario, per un fatto definito "increscioso", indice di scarsa sensibilità.
Tutto è accaduto ieri mattina quando il lutto ha colpito l'avvocato Mario Gallo che ha perso la madre. Il legale è stato richiamato al suo lavoro proprio mentre i necrofori stavano compiendo la tumulazione, costretto a indossare la toga e presentarsi in tribunale, su disposizione del giudice monocratico Antonio Tarallo, per presenziare all'udienza, nonostante la richiesta di un rinvio, un rinvio, però, che è stato negato perché l'imputato era detenuto. Ovviamente era una questione di sensibilità che non è stata tenuta in considerazione. Appena si è diffusa la notizia è esplosa la rabbia dei colleghi visto che il problema poteva essere risolto usando un po' di comprensione.
Il richiamo, sintetizzato in un foglio inoltrato con "preghiera di attenzione" alle autorità preposte e responsabili delle diverse istituzioni giuridiche, apre il caso a nome della categoria. Formalmente gli avvocati hanno preso atto della situazione, stigmatizzando l'accaduto per decidere all'unanimità di convocare l'apposita commissione, decisi a prendere posizione contro il comportamento del giudice per la preparazione immediata di un documento ufficiale.
La reazione è arrivata di fronte all'avvocato costretto a precipitarsi al banco, in difesa del suo assistito, con una ritenuta chiamata "urgente" e "necessaria".
Normalmente la legge prevede cinque giorni di permesso accordati ai lavoratori statali quando ci si trova in situazioni di questa natura. Poi, probabilmente, il discorso va anche un attimo allargato. Da un punto di vista squisitamente tecnico il giudice aveva ragione ma, in determinate circostanze, bisognerebbe anche usare un metro diverso di valutazione.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2015
"Ogni giorno mi tocca inventarmi e pensare come trascorrere la giornata. E vivendo in pochi metri quadri con delle sbarre dietro e un cancello davanti non è facile. Per fortuna ho dei libri da leggere e la penna per scrivere". (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com).
Ci sono dei giorni che il carcere dà un tal senso d'inutilità che non riesci neppure a sentirti infelice. E quando mi viene il desiderio di uscire e non posso farlo mi metto a leggere perché i libri mi aiutano a segare le sbarre della mia finestra e mi trasmettono la forza per esistere e resistere. In questi giorni ho letto un bel libro della scrittrice e poetessa Miriam Ballerini dal titolo "Fiori di Serra" (Rapsodia Edizioni Isbn 978-88-99159-12-2 pag. 239 euro 15.00) che sarà presentato a Francoforte alla tradizionale fiera del libro della città. Il romanzo è ambientato in una casa circondariale, il "Bassone" di Como, e si sviluppa attorno alla figura della protagonista, Gloria Tassi, in carcere per aver ucciso accidentalmente un uomo durante una rapina.
Il libro di Miriam è importante perché parla di carcere dando voce e luce ai detenuti. E sfogliando le sue pagine si viene a sapere che in carcere il dolore, la delusione e la sofferenza sono normali, sono pane quotidiano. Leggendo fra le righe si scopre che i prigionieri si sentono umiliati e mortificati poiché sentono che la società non li vuole perché li considera cattivi e colpevoli per sempre. Io sono fortemente convinto che è un libro da consigliare ai politici, perché forse questa lettura gli potrà essere utile per migliorare le carceri e portare la legalità nelle nostre "patrie galere", poiché il sistema spesso ci vuole migliori, costruttivi e propositivi e poi al momento opportuno ci ricorda che siamo solo spazzatura sociale. Ed io credo che una società, che rinuncia al perdono e chiede giustizia ma pensa piuttosto alla vendetta, di fatto rinuncia alla libertà, alla serenità e alla felicità.
L'opera di Miriam è un libro che emoziona e ti fa immaginare come vive e cosa pensa un prigioniero e conferma che il carcere è la privazione di tutto, dalla libertà di scegliere, che è l'atto fondamentale della condizione umana, fino al divieto di amare. Dentro questo libro ci sono sentimenti, passioni e sofferenze che provano tutti i detenuti dietro le mura di una prigione. È un'opera che merita non solo di essere letta, ma di fare anche il passaparola per farlo conoscere e farla adottare nelle scuole. Vi confido che una delle cose che mi ha colpito più di tutto di questo libro è il titolo "Fiori di Serra" perché Miriam con la sua umanità e sensibilità paragona i detenuti, nonostante il male che hanno fatto, a dei fiori che vivono e crescono in una serra. Buona lettura
di Ludovica Jona
Redattore Sociale, 25 marzo 2015
All'incontro promosso alla Lumsa dagli studenti di "Good morning youth" la portavoce dell'Agenzia Onu per i Rifugiati ribadisce l'importanza dell'istituzione di un canale umanitario e denuncia: "Vediamo accolti con indifferenza gli appelli che facciamo".
"Il numero delle vittime è in aumento, sono morte 5 persone ogni 100 che sono arrivate, sono già 400 i morti solo dall'inizio dell'anno". Lo ha affermato Carlotta Sami, portavoce dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) questa mattina all'incontro "Protect People Not Borders", organizzato all'università Lumsa di Roma dal gruppo di studenti "Good morning youth". Sami ha citato il dramma dell'aumento delle vittime per ribadire l'importanza dell'istituzione di un canale umanitario che permetta a coloro che fuggono da guerre e violenza di richiedere l'asilo in Italia e in Europa senza rischiare la vita.
Nonostante l'importanza di "canali legali per la richiesta di asilo", "ai vertici europei ci si concentra sulla tutela dei confini", ha spiegato la portavoce dell'Unhcr agli studenti. Sami ha poi affermato che "le agenzie dell'Onu non sono più - come si crede - una soluzione", "vediamo accolti con indifferenza gli appelli che facciamo, siamo obbligati a lavorare con il 40 per cento del budget necessario". "Oggi si parla di rifugiati ma non delle guerre che costringono alla fuga, che vengono date per scontate - ha concluso Sami - manca la pressione dell'opinione pubblica per la pace".
Il tema dell'accoglienza in contrasto con la tutela delle frontiere è stato affrontato dagli studenti di "Good morning youth" con un filmato che ha messo in evidenza il numero di civili colpiti, uccisi e messi in fuga dal conflitto siriano. Sono stati inoltre posti a confronto i fondi stanziati dall'Unione Europea per la "protezione dei confini" con quelli destinati all'accoglienza: 1 miliardo e 820 milioni contro 630 milioni nel periodo 2007-2013. Francesco Bonini, rettore dell'ateneo ha parlato dell'importanza del sostegno dell'Università al tema delle migrazioni che consente di "guardare in prospettiva e in profondità" al mondo attuale.
Tareke Brhane, presidente del Comitato Tre Ottobre ha sottolineato l'obiettivo di investire negli studenti e nelle persone giovani per il lavoro di sensibilizzazione che fa parte del percorso della proposta di legge per rendere il 3 ottobre, data in cui naufragarono 368 richiedenti asilo a largo di Lampedusa, "giornata della memoria e dell'accoglienza".
Paolo Beni (Pd), primo deputato a firmare la proposta di legge sull'istituzione della giornata della memoria raccogliendo l'appello del Comitato 3 ottobre, ha affermato che "di fronte a oltre 20mila persone morte in fuga nel mediterraneo in 10 anni, non basta l'indignazione servono scelte politiche ma anche una consapevolezza diffusa".
Di fronte all'aumento dei richiedenti asilo - "nel 2014 sono stati 270 mila i profughi in Europa, di cui 170 in Italia, quasi il doppio del 2011, mentre i conflitti in Siria e Libia sono fuori controllo" - è inoltre fondamentale "superare la logica dell'approccio emergenziale", "chiudere l'esperienza fallimentare dei mega centri in cui i rifugiati sono ammassati per mesi" e "organizzare un sistema di accoglienza permanente, che costerebbe meno".
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 25 marzo 2015
In vista dell'Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass), prevista a New York nell'aprile 2016, le Ong che si battono per la riforma della politica delle droghe stanno preparando una piattaforma di rivendicazioni.
International Drug Policy Consortium, la rete cui aderiscono 130 associazioni da ogni parte del mondo, le ha riassunte in un documento. Il primo obiettivo è che l'Assemblea sia aperta alla società civile: da qui l'impegno a costruire una Civil Society Task Force, che sia riconosciuta come interlocutore ufficiale anche nella fase preparatoria dell'evento.
L'approccio bottom up, se accolto, sarebbe un segnale di apertura democratica, e al tempo stesso la condizione per vincere l'autoreferenzialità, l'immobilismo del sistema, i suoi vuoti rituali: come la Dichiarazione Politica Finale che chiude questi incontri internazionali, frutto di defatiganti compromessi per raggiungere l'unanimità.
Il rito unanimistico ha oggi la sola funzione di cementare le crepe del sistema, evitando un dibattito aperto sulle differenze di politiche fra gli stati membri: differenze clamorosamente venute alla luce dopo che molti paesi hanno scelto di depenalizzare il possesso e l'uso personale di droghe, e ancor più dopo che l'Uruguay e un numero significativo di stati Usa hanno legalizzato l'offerta di cannabis a uso ricreativo.
Ciò di cui si avverte oggi la necessità è un cambio di passo, a iniziare dal linguaggio e dalle forme del confronto e della decisione politica: ci si aspetta un "full and honest debate", come ha chiesto lo stesso Ban Ki Moon; e che il confronto aperto sia documentato ufficialmente in un rapporto finale, a disposizione dei policy maker degli stati membri.
Soprattutto, si abbandoni la vecchia retorica del "mondo libero dalla droga", ricalibrando gli obiettivi del sistema di controllo. Perfino altre agenzie Onu puntano il dito contro la strategia di guerra totale alla droga: si veda il recente documento dello United Nations Development Programme (Undp), laddove sono citati come effetti controproducenti delle attuali politiche "il mercato criminale, la corruzione, la violenza, le minacce alla salute pubblica, gli abusi su larga scala dei diritti umani comprese le punizioni inumane, la discriminazione e la marginalizzazione dei consumatori di droga".
Meglio allora scegliere altri obiettivi, più in linea con la mission umanitaria e di promozione sociale delle Nazioni Unite. A cominciare dallo sviluppo dei diritti umani, rispettando il principio di proporzionalità della pena rispetto al reato: oggi clamorosamente contraddetto dai paesi che applicano la pena di morte per reati di droga e da quelli che infliggono la carcerazione per semplice consumo (sono milioni i consumatori imprigionati per questo reato nel mondo).
Scegliendo di focalizzare sulla salute pubblica, la riduzione del danno è la strategia più consona a tale obiettivo. È giunta l'ora che essa sia riconosciuta come "pilastro" della politica della droga, anche a livello internazionale. Di più, la riduzione del danno deve diventare una modalità complessiva di governo della questione droga, ivi compreso l'aspetto di riduzione del danno della proibizione.
Va in questa direzione la risposta del governo uruguayano allo International Narcotics Control Board (Incb), in difesa della legalizzazione della cannabis: la legge sulla cannabis deve esser letta come un tentativo di "combattere gli effetti dannosi del traffico di droga", attraverso "una modalità alternativa (alla repressione ndr) per sottrarre il mercato ai trafficanti di droga, in armonia con lo spirito e la finalità ultima delle Convenzioni".
Il dibattito "onesto e completo", invocato dal Segretario Generale dell'Onu, è di fatto già cominciato.
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