Nova, 1 agosto 2018
Il ministro della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha annunciato una riorganizzazione dell'amministrazione penitenziaria dopo l'evasione di Redoine Faid, il detenuto scappato da carcere di Reau, nella Seine-et-Marne grazie all'aiuto di un commando.
Lo riferisce "Le Figaro", spiegando che ieri il guardasigilli ha presentato le conclusioni di un rapporto preparato dall'Ispezione generale della Giustizia. Belloubet ha sottolineato che attualmente si attua un approccio "più giuridico che operativo" nel sistema penitenziario, a causa di una frattura tra le squadre che agiscono sul terreno e l'amministrazione centrale. Il ministro ha inoltre riconosciuto la mancanza di efficacia nella prevenzione della radicalizzazione dei detenuti nelle prigioni.
La Repubblica, 1 agosto 2018
La titolare del dicastero della Salute ha visitato l'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, dove la cannabis viene prodotta. "Verrà bandita una sorta di manifestazione di interesse per una partnership pubblico-privata, per aumentare la produzione della cannabis terapeutica". Così la ministra della Salute, Giulia Grillo, al termine della sua visita questa mattina, martedì 31 luglio, all'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, dove attualmente la cannabis terapeutica viene prodotta.
Il via alle manifestazioni d'interesse, ha spiegato la ministra "sicuramente non sarà molto distante nel tempo". Ci vorrà "tempo ovviamente di organizzare, ma essendo un'attività di grande interesse tanto per la Difesa, quanto per la Salute, saranno fatti tutti gli sforzi per farla nel più breve tempo possibile". Attualmente, ha detto Grillo, "non è sufficiente la quantità" che viene prodotta dall'Istituto, dunque incrementare la produzione è "molto importante" perché "possiamo anche noi soddisfare altre esigenze, non solo interne ma pure estere".
"Farò ogni sforzo affinché in tutte le farmacie torni disponibile la cannabis ad uso medico per garantire la continuità terapeutica alla quale avete diritto", ha poi confermato la ministra con un post sul suo profilo Facebook annunciando di aver "incontrato il Comitato pazienti cannabis terapeutica, con cui ho avuto un fruttuoso colloquio". "Ho ascoltato le loro istanze e mi sono attivata per verificare le condizioni di un aumento di produzione di cannabis terapeutica".
Ho appena terminato la visita allo stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, dove ho incontrato il Comitato Pazienti Cannabis Terapeutica, e con i quali ho avuto un fruttuoso colloquio. Ho ascoltato le loro istanze e mi sono attivata per verificare le condizioni di un aumento di produzione di cannabis terapeutica. Farò ogni sforzo affinché in tutte le farmacie torni disponibile la cannabis ad uso medico in modo da garantire la continuità terapeutica alla quale avete diritto.
Corriere della Sera, 1 agosto 2018
Le istruzioni dovevano essere pubblicate online dal primo agosto da Defense Distributed. Anche Trump si era espresso contro la decisione: "Non ha senso".
Un giudice federale negli Usa ha bloccato temporaneamente la pubblicazione online delle istruzioni per fabbricare la pistola con la stampante 3D. L'ingiunzione è arrivata a poche ore dalla diffusione - prevista per il primo agosto - da parte dell'azienda texana Defense Distributed, il cui proprietario (Cody Wilson) è un noto sostenitore del possesso di armi da fuoco. Otto Stati americani si erano appellati contro il via libera della pubblicazione e anche il presidente americano Trump con un tweet aveva definito la pubblicazione "senza senso".
La causa - Il governo statunitense aveva ordinato a Defense Distributed di rimuovere le istruzioni pubblicate online nel 2013, e la società aveva fatto causa rivendicando la violazione dei diritti previsti nel Primo e nel Secondo Emendamento. Dall'azione legale si è arrivati al patteggiamento di giugno che le associazioni contro le armi criticano duramente perché non vedono il motivo di un ripensamento. Wilson, fondatore e proprietario della Defense Distribuite, pubblicò online i progetti e gli schemi per stampare in 3D una pistola funzionante, "The Liberator". Soprannominate "Ghost Guns", queste armi "fai da te" non sono rintracciabili perché mancano di numeri seriali.
Armi "fai da te" - Wilson ha definito "The Liberator" come "Wiki Weapon", la pistola che può essere creata velocemente. Il Dipartimento di Stato Usa aveva imposto l'eliminazione delle istruzioni dal sito nel 2013 perché questa violava il Traffic in Arms Regulations, la normativa che disciplina l'accesso alle armi e ai loro dettagli tecnici. "The Liberator" può essere realizzata con 15 pezzi stampati in 3D e con l'aggiunta di un chiodo comune che fa da percussore.
La Repubblica, 31 luglio 2018
Il rapporto semestrale dell'Associazione Antigone: "Che non ci sia un'emergenza immigrazione lo dicono i numeri". La denuncia: in troppi istituti di pena le condizioni di vita sono insostenibili.
di Andrea Oleandri
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Non c'è un'emergenza stranieri e non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri. È senza dubbio questo uno dei principali dati che emerge dal rapporto di metà anno sulle carceri italiane che Antigone ha presentato ieri a Roma. Nel 2008 gli stranieri residenti in Italia erano circa 3 milioni. Anche all'epoca si registrava un clima culturale e politico di forte astio nei loro confronti e venivano invocati provvedimenti straordinari, a quei tempi in particolare contro i cittadini rumeni. I detenuti non italiani in carcere alla fine di quell'anno erano 21.562. Il tasso di detenzione (detenuti in carcere sul totale di quelli residenti nel paese) era dello 0,71%.
camerepenali.it, 31 luglio 2018
Le Commissioni Giustizia procedono non rispettando la delega in difformità dei principi costituzionali. L'UCPI pronta ad un'immediata protesta. Esterrefatti! Non vi può essere altro termine per descrivere la sensazione che si prova nell'apprendere che le Commissioni Giustizia di Camera e Senato vorrebbero introdurre le limitazioni previste dall'art. 4 bis dell'Ordinamento Penitenziario anche ai condannati minorenni. Il lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione non verrebbero concessi, così come previsto per gli adulti.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 31 luglio 2018
Utilizzare il diritto penale come uno strumento contro i nemici sociali è una tentazione ricorrente. Legittima difesa e carcere. Contro lo tsunami della demagogia giudiziaria.
Prima di guardare a singoli temi, è il caso di soffermarsi proprio su questa ispirazione di fondo - che a dire il vero seguita ad emergere, anche implicitamente, dagli interventi e dalle interviste di esponenti dell'area di governo - perché essa è in grado di condizionare il modo di legiferare in relazione alle varie questioni che saranno di volta in volta affrontate.
quotidianosanita.it, 31 luglio 2018
Fa paura la scarsa igiene, il contatto con la saliva e l'urina di una persona con Hiv e due detenuti su tre sono convinti che le zanzare trasmettano l'Hiv. Invece sono sottostimati i rischi legati ad eventuali risse ed il possibile contagio scambiando spazzolini e rasoi. Il dato più allarmante è che un detenuto su tre afferma che non assumerebbe la terapia se scoprisse di avere l'HIV. Questo l'esito del progetto di Nps Italia Onlus, Università Ca Foscari di Venezia, Simspe.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 31 luglio 2018
Per quanto non esistano statistiche ufficiali delle aggressioni motivate da "odio razziale", basta sfogliare i giornali per accorgersi che qualcosa è cambiato. Qualcosa è cambiato. Per quanto non esistano statistiche ufficiali delle aggressioni motivate da "odio razziale", basta sfogliare le collezioni dei giornali per accorgersi che qualcosa è cambiato.
Negli anni passati, pur nel pieno di arrivi ben più massicci e caotici di stranieri, imparagonabili ai numeri di oggi ormai sotto controllo, non si era registrata una tale frequenza di atti di violenza contro persone di etnia e colore di pelle diverso dal nostro. Sono episodi differenti tra loro, e solo la Giustizia potrà accertare i moventi e sanzionare i colpevoli. Ma tutti sarebbero difficili da immaginare se non si fosse ormai prodotto uno sdoganamento culturale della xenofobia. Ecco una prova di quanto quel complesso di sentimenti, emozioni e senso comune che va sotto il nome di cultura popolare, possa condizionare i comportamenti di una comunità.
Le idee certe volte contano di più dei fatti. Ed è per questo che vanno maneggiate con cura. L'idea nuova che circola in Italia da un po' di tempo è il "cattivismo". Non si tratta solo del rovesciamento del vecchio "buonismo" della sinistra, basato sulla retorica secondo la quale i fenomeni migratori sono troppo grandi per essere governati, dunque non si può che accogliere chiunque e comunque arrivi. Una tesi che alla lunga ha prodotto l'effetto opposto, confermando le peggiori paure degli italiani: che cioè la Repubblica avesse rinunciato a ogni sovranità sulle proprie frontiere, e che il fenomeno fosse ormai fuori controllo. Salvini ne ha raccolto i frutti a piene mani.
Ma il "cattivismo" di cui ormai molti menano vanto (un giro su Twitter può essere istruttivo) è qualcosa di più: è la convinzione che sia in corso una "invasione" ostile e perfino organizzata, e che quindi esista una giustificazione morale, se non ancora giuridica, a difendersi. Alla guerra come alla guerra; e in guerra, si sa, pietà l'è morta. Si può definirlo razzismo? No, in senso stretto. Perché non è (ancora) fondato sulla proclamazione della superiorità biologica e storica della nostra etnia. Ma sicuramente genera forme di discriminazione razziale, secondo la definizione della Convenzione delle Nazioni Unite, che così definisce "ogni differenza, esclusione e restrizione della parità dei diritti in base a razza, colore della pelle e origini nazionali ed etniche". Di qui l'allarme per i tanti episodi di intolleranza e di violenza.
Non siamo per fortuna in Italia neanche lontanamente vicini ai livelli che i conflitti razziali hanno avuto e hanno tuttora altrove. Ma questo non vuol dire che, di imitazione in imitazione, non si possa raggiungere prima o poi la massa critica di "volenterosi carnefici" necessaria per innescare una reazione a catena di punizioni e vendette. Meglio dunque agire prima che lamentarsi dopo. Per questo ci eravamo permessi qualche tempo fa, dalle colonne di questo giornale, di suggerire al ministro dell'Interno Matteo Salvini di non indulgere al "cattivismo", per quanti consensi gli abbia portato o gli possa portare.
Nel ruolo istituzionale che oggi ricopre, e che gli consente di usare la forza coercitiva dello Stato, non si può fare propaganda politica, e si deve anzi produrre qualsiasi sforzo per scongiurare il rischio di conflitto tra italiani e non. Non solo perché lo Stato democratico difende l'incolumità e la dignità di chiunque, compresi gli immigrati. Ma anche perché l'esplodere di quel conflitto sarebbe il fallimento della promessa di "legge e ordine" che il titolare del Viminale ha fatto agli italiani.
Si può condurre con efficacia una politica di chiusura o di controllo dell'immigrazione senza accettare alcuna discriminazione razziale. Paesi perfettamente democratici e liberali, come gli Usa, il Regno Unito, la Francia, l'Australia, hanno di volta in volta nella loro storia aperto o chiuso le frontiere ai migranti, ma sempre vigilando con attenzione contro ogni rischio di scontro tra "nativi" e "newcomers", fino al punto di ricorrere anche a forme di discriminazione positiva: aiutando cioè gli ultimi arrivati a integrarsi scalando posizioni nel lavoro, negli studi, nell'amministrazione pubblica. A Salvini non si può chiedere tanto: la sua politica è "prima gli italiani".
È una posizione legittima, purché tra gli italiani vengano annoverati anche coloro che lo sono senza essere nati da noi, come Daisy Osakue, la campionessa di lancio del disco aggredita a Moncalieri e che vestirà l'azzurro agli Europei, sempre che il suo occhio guarisca.
Ma al ministro dell'Interno si può certamente chiedere di usare la sua popolarità e il suo consenso per spegnere i bollenti spiriti di alcuni nostri connazionali. Innanzitutto bisogna separare radicalmente gli atti di violenza a sfondo razziale da ogni pretesa giustificazione sociale. Di fronte al pestaggio di un ragazzo nero mentre sta lavorando, come il giovane cameriere di Partinico, non ha alcun senso ricordare che gli italiani sono esasperati per i reati commessi dagli immigrati.
Tra le due cose non c'è nesso, ammesso che non si voglia suggerire che se ne può punire uno per educarne cento. Che poi è esattamente ciò che venne in mente al "giustiziere" di Macerata: se ne andò in giro a sparare a giovani neri innocenti per vendicare le colpe di tre spacciatori nigeriani nell'orribile morte della povera Pamela. Allo stesso modo il ministro potrebbe evitare di dare un sapore ideologico, o peggio ancora nostalgico, alla sua politica di contrasto dell'immigrazione clandestina, fenomeno tra l'altro in calo proprio grazie alla sua azione di governo.
Con il linguaggio del corpo e delle T-shirt che maneggia con assoluta maestria, il ministro ci ha fatto sapere in questi giorni che ama avere molti nemici perché questo gli dà molto onore, o che l'"offesa è la migliore difesa". Mai una volta che gli venga l'idea di esibire una scritta con una frase del Vangelo tipo "beati gli operatori di pace", o un articolo della Costituzione che "riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo"? Avrebbe un grande valore se il ministro dell'Interno, uomo del tutto al riparo da ogni sospetto di buonismo, magari di ritorno da una visita ai bagnasciuga sui quali ferma sbarchi e "vu cumprà", si facesse un giorno fotografare al capezzale di un immigrato vittima di un'aggressione a sfondo razziale. Sarebbe un testimonial straordinario di una Repubblica che sa essere severa con ogni illegalità, e giusta con tutte le vittime dell'illegalità.
di Enrico Cicchetti
Il Foglio, 31 luglio 2018
Il 25 luglio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in guardia contro la deriva da "far west" che sta prendendo l'Italia, "dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro". E sono almeno sei i casi di cittadini stranieri che, negli ultimi due mesi, sono divenuti bersaglio di "cecchini urbani" senza un apparente motivo. Solo negli ultimi giorni e dopo le parole di Mattarella - provocate anche dal caso della bambina rom colpita a Roma con una pistola ad aria compressa da un ex dipendente del Senato - a Vicenza e Caserta altri due migranti sono stati feriti da cittadini italiani. Mentre è di ieri il caso del presunto ladro marocchino inseguito ad Aprilia da due 40enni del posto che armati (l'uomo, uscito di strada con la sua macchina, è morto ndr).
Nel giorno in cui i carabinieri hanno denunciato per lesioni aggravate dall'odio razziale uno dei membri del branco che ha malmenato un 19enne senegalese nel palermitano, il ministro dell'Interno Matteo Salvini ha spiegato che "aggredire e picchiare è un reato, a prescindere dal colore della pelle di chi lo compie, e come tale va punito". Ma ha anche aggiunto che "i reati commessi ogni giorno in Italia da immigrati sono circa 700, quasi un terzo del totale, e questo è l'unico vero allarme reale contro cui da ministro sto combattendo". L'idea di un legame migranti-criminalità rilanciata da Salvini è un'ipotesi molto diffusa tra gli italiani, che secondo uno studio annuale della Commissione Europea sono fra i più preoccupati dall'immigrazione in tutta Europa. Ma c'è un vero allarme per i reati commessi dagli stranieri?
Cominciamo da una premessa: il numero dei reati è in calo, anche quelli commessi dagli stranieri. Una tendenza in atto in tutta l'Unione Europea, dove fra il 2003 e il 2012 il numero dei reati compiuti in un anno è diminuito del 12 per cento. Uno dei dati citati da chi sostiene che gli stranieri compiano più reati degli italiani è quello della popolazione carceraria. Ma secondo l'ultimo "pre-rapporto di metà anno sulle carceri" di Antigone, l'associazione che da anni si batte per i diritti dei detenuti, il tasso di detenzione degli stranieri in Italia è diminuito di oltre 2 volte negli ultimi 10 anni.
"Non c'è un'emergenza stranieri, non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri", si legge nel documento presentato oggi dall'associazione. "I detenuti stranieri sono addirittura diminuiti in termini assoluti rispetto al 2008, quando il numero dei non italiani residenti in Italia regolarmente o irregolarmente era la metà. Avrebbe dovuto raddoppiare. Invece no. Ogni diversa interpretazione e ogni allarme sono pura mistificazione". La stessa cosa che aveva detto nel 2016 il capo della polizia Franco Gabrielli: "I numeri parlano chiaro: non c'è stato alcun incremento di reati rispetto all'aumento della presenza di immigrati".
L'associazione evidenzia che, in totale, tra stranieri e italiani, "gli ingressi in carcere dalla libertà sono stati 24.380 nei primi mesi del 2018, in calo rispetto alle 25.144 persone entrate nel primo semestre del 2017. Il segno di un'attività criminale non in aumento. I detenuti, che sono 58.759, crescono ma di poco. Sono aumentati di 672 unità in 5 mesi. Ci sono 8.127 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare".
"Gli stranieri sono il 33,8 per cento della popolazione detenuta. Gli stranieri non europei sono 13.490, ossia il 22,9 per cento della popolazione detenuta. Nell'ambito di questo 22,9 per cento, la presenza di detenuti con regolare permesso di soggiorno, seppur non stimata ufficialmente, è - secondo indagini a campione effettuate nei grandi istituti di pena - inferiore al 20 per cento". Per essere ancora più chiari gli extracomunitari regolari in carcere sono circa 3.000. Come i detenuti di origine lombarda, pari a 2.966 unità. "Se sommiamo i detenuti con regolare permesso di soggiorno a quelli comunitari si arriva a circa 8.000 unità, cioè il 13 per cento circa della popolazione detenuta, un numero più o meno pari ai 7.546 detenuti di origine siciliana".
"Il patto di inclusione paga - si legge ancora nel rapporto. Garantisce sicurezza. Questo è particolarmente evidente guardando ad alcune comunità straniere insediatesi in Italia da più di dieci anni. Ciò accade in quanto quella comunità diventa parte integrante dell'economia e della società italiana. Di conseguenza diminuisce il rischio per i suoi membri di finire in carcere. Gli ucraini hanno un tasso di detenzione più o meno identico a quello degli italiani. Poco superiore è il tasso di detenzione di moldavi, romeni, etiopi, ungheresi. La regolarizzazione è anche funzionale alla sicurezza del paese, alla riduzione dei crimini. Una grande regolarizzazione degli attuali irregolari determinerebbe, alla luce dei dati statistici, un'ulteriore riduzione della presenza di detenuti stranieri".
Quanto avvenuto nella comunità rumena è paradigmatico: "Negli ultimi 5 anni i detenuti rumeni sono diminuiti di 1.103 unità, scendendo da 3.661 a 2.558, nonostante il numero degli immigrati rumeni in Italia sia andato aumentando. Come si evince dai dati, man mano che passa il tempo dal suo insediamento in Italia una comunità esprime un minor numero di detenuti al proprio interno".
Secondo i dati dell'Amministrazione penitenziaria aggiornati al 30 giugno 2018 la comunità straniera più numerosa nelle carceri italiane è quella marocchina (3.700 detenuti, cioè il 18,6 per cento del totale degli stranieri), seguita da albanesi (2.505, cioè il 12,6 per cento) e rumeni (2.558, cioè il 12,9 per cento). Se aggiungiamo i tunisini (2.137, cioè il 10,7 per cento) vediamo che le prime quattro nazionalità da sole pesano per più della metà (54,8 per cento). Nessuna di queste nazionalità rientra tra quelle più presenti tra le persone sbarcate negli ultimi anni che nel 2015 erano eritrea, nigeriana e somala; nel 2016 nigeriana, eritrea e guineana; nel 2017 nigeriana, guineana e ivoriana. Nelle carceri i cittadini nigeriani ed eritrei - le due nazionalità maggiormente presenti tra gli immigrati sbarcati negli ultimi anni - sono rispettivamente 1.125 e 57, cioè il 5,7 per cento e lo 0,3 per cento del totale degli stranieri detenuti.
Gli stranieri commettono reati meno gravi rispetto agli italiani - È straniero il 44,6 per cento dei detenuti cui è stata inflitta una pena inferiore a un anno (e dunque per reati di scarsa gravità) e solo il 5,6 per cento degli ergastolani (che sono complessivamente 1.726). Considerando i reati più gravi, come ad esempio la criminalità organizzata, il 98,7 per cento dei detenuti condannati per tali delitti è italiano e solo l'1,2 per cento è straniero. Nonostante questo nella prima metà del 2016 sono stati approvati in tutto 19.128 affidamenti in prova ai servizi sociali, di cui solamente 2.722 a detenuti stranieri (circa il 14 per cento). Nello stesso periodo di tempo, i domiciliari - cioè la possibilità di scontare l'ultima parte della pena a casa propria - sono stati concessi a 14.136 detenuti italiani e solamente a 3.306 stranieri.
È vero, come dice Salvini, che negli ultimi anni più o meno un terzo delle persone detenute è di origine straniera. Ma, come riassunto bene da Luca Misculin sul Post, uno studio del 2016 di Francesco Palazzo, docente di Diritto penale all'università di Firenze, lo considera un dato fuorviante per analizzare il rapporto fra immigrazione e criminalità. Palazzo confronta la percentuale dei detenuti stranieri (circa un terzo) con la popolazione complessiva degli stranieri in Italia che è molto minore, intorno all'8 per cento: si potrebbe dedurne che il loro tasso di criminalità sia superiore a quello degli italiani.
Palazzo spiega che per sostenere una cosa del genere non possiamo utilizzare questi dati. La maggiore concentrazione di detenuti stranieri si spiega soprattutto col fatto che i condannati stranieri "hanno una maggiore difficoltà ad accedere alle misure alternative al carcere", sia perché non possono permettersi una difesa diversa da quella d'ufficio sia perché a volte non dispongono delle condizioni necessarie per ottenere le misure in questione, come una casa o un lavoro stabile.
In sostanza, gli stranieri tornano a delinquere con maggior frequenza degli italiani perché sono quelli che passano più tempo in carcere per reati di piccola entità, per i quali in media gli italiani usufruiscono di pene alternative. Un paradosso suffragato dalle statistiche: sempre secondo Antigone il tasso di recidiva è del 68,4 per cento tra coloro che hanno scontato una pena in carcere e solo del 19 per cento tra coloro che hanno scontato una pena in misura alternativa.









