Ansa, 25 marzo 2015
Sei detenuti condannati a morte per omicidio sono stati saliti oggi sul patibolo in Pakistan, in seguito alla revoca della moratoria sulle esecuzioni decisa dopo la strage in una scuola di Peshawar. Lo riferisce Express News. Le impiccagioni sono avvenute in diverse prigioni di Lahore e in altre località della provincia centrale del Punjab e di quella meridionale del Sindh.
Altre due impiccagioni previste per oggi sono state sospese all'ultimo momento da un ordine presidenziale. Da quando il governo di Islamabad ha deciso di riprendere le esecuzioni lo scorso dicembre, oltre 60 uomini sono stati impiccati, molti dei quali militanti islamici con accuse di terrorismo. Il premier conservatore Nawaz Sharif ha revocato la sospensione delle esecuzioni dopo il massacro di 150 persone, la maggior parte bambini, in una scuola militare di Peshawar attaccata da un commando talebano.
Sospesa esecuzione condannato minorenne
Le autorità pakistane hanno deciso per la sospensione dell'esecuzione di un ragazzo, Shafqat Hussain, condannato alla pena di morte per reati commessi quando era probabilmente minorenne. Il giornale The Express Tribune riferisce di una lettera del ministero dell'Interno di Islamabad in cui si decide per la sospensione dell'esecuzione per 30 giorni.
L'esecuzione era prevista per il 19 marzo, ma era stata rinviata di 72 ore. Shafqat Hussain è accusato di aver sequestrato e ucciso un bambino di sette anni nel 2004. Secondo la famiglia del detenuto il ragazzo aveva 14 anni all'epoca dei fatti, mentre per le autorità carcerarie ne aveva 23. In Pakistan non è prevista l'applicazione della pena di morte nei confronti dei minori. Lo scorso 10 marzo le autorità di Islamabad hanno deciso la revoca totale della moratoria sulla pena di morte per tutti i reati per i quali è prevista. Da allora nel Paese sono state eseguite almeno 52 condanne.
Il Velino, 25 marzo 2015
L'Uruguay non accoglierà più alcun prigioniero proveniente dal carcere Usa di Guantánamo. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Rodolfo Nin Novoa, il quale ha spiegato in una conferenza stampa che "si è studiato" il caso di sei prigionieri, arrivati nel paese latino americano lo scorso dicembre a seguito della disponibilità manifestata dall'allora presidente Jose Mujica di cooperare con Barack Obama nel programma per la chiusura della struttura detentiva sull'isola di Cuba, accogliendo ex detenuti a bassa pericolosità, considerandoli dei rifugiati.
"Ciò che è certo è che non accoglieremo più nessun prigioniero", ha aggiunto il ministro, confermando però che Montevideo sta ragionando sulla possibilità di adempiere agli impegni presi da Mujica un'ultima volta, e cioè accogliere alcuni rifugiati siriani che dovrebbero arrivare verso l'estate.
"Stiamo considerando l'ipotesi", ha detto. In particolare ciò che preoccupa l'amministrazione del neo presidente Tabare Vazquez sono le richieste dei rifugiati, che potrebbero creare frizioni con la popolazione e determinare possibili problemi sul versante della sicurezza. Il riferimento è alle richieste effettuate dai sei rifugiati (quattro siriani, un tunisino e un palestinese) di avere un terreno assegnato gratuitamente dove costruirvi una moschea.
La stessa decisione di Mujica di "offrire la nostra ospitalità alle persone che soffrono a Guantánamo" non era piaciuta a gran parte della popolazione uruguayana, che l'aveva rigettata in un sondaggio pubblico. Anche l'opposizione era insorta per una scelta "che non ha nulla a che fare con il miglioramento delle condizioni di vita nel nostro paese". Peraltro, gli stessi ex detenuti non si sono integrati nella società del paese latino americano, anzi. Si sono sempre rifiutati di lavorare e in diverse occasioni hanno espresso critiche sugli alloggi loro assegnati. Inoltre, uno di loro - Abu Wael Dihab - ha annunciato uno sciopero della fame davanti all'ambasciata Usa a Montevideo fino a che il governo uruguayano non metterà a disposizione il terreno per la moschea e non contribuirà alla sua costruzione.
Adnkronos, 25 marzo 2015
La Corte suprema indiana ha disposto la cancellazione della controversa legge contro la pubblicazione di commenti offensivi online che prevedeva fino a tre anni di carcere e sanzioni pecuniarie per chi avesse provocato "disturbo, inconvenienti, pericolo, ostruzione o insulti" con i suoi commenti pubblicati in rete. La massima Corte ha deliberato l'incompatibilità della legge con il diritto costituzionale alla libertà di parola e di espressione.
"Non c'è nesso fra l'ordine pubblico e la discussione o fra il provocare disturbo e disseminare informazioni", ha spiegato il giudice Rohinton Fali, uno dei due giudici che ha firmato il provvedimento, all'agenzia Ians.
Nel 2012 due donne che avevano postato su Facebook commenti negativi sul lutto proclamato nello stato del Mahareshtra dopo la morte del leader della destra hindu Bal Thackerat erano state arrestate sollevando una ondata di polemiche contro la legge. Il ricorso alla Corte suprema era stato presentato dallo studente di legge Shreya Singhal. Da allora, altre persone tuttavia erano state arrestate in ottemperanza alla legge, l'ultimo dei quali uno studente dell'Uttar Pradesh nei giorni scorsi, per commenti negativi su Facebook sul politico locale Azam Khan.
www.rainews.it, 25 marzo 2015
Fuga rocambolesca di un detenuto russo: è scappato su una gamba uccidendo due agenti. Evasione mai vista di un pericoloso criminale russo, degna dei migliori film d'azione di Hollywood. Il narcotrafficante Vladimir Bespalov, in attesa di processo, doveva essere portato in tribunale scortato da due agenti della polizia penitenziaria.
A un certo punto ha finto di fare il matto, urlando e battendo la testa. Quando un ufficiale della scorta è entrato nella sua cella a bordo del furgone, il detenuto l'ha aggredito, gli ha strappato la pistola dalla fodera e gli ha sparato alla testa, uccidendolo sul colpo.
Poi ha sparato al secondo agente a bruciapelo, ferendolo gravemente. Più tardi anche quest'ultimo è morto in ospedale. Il detenuto è invalido, gli manca una gamba amputata fino al ginocchio, ha una protesi, ma si muove con evidenti difficoltà. Ciononostante è riuscito a beffare l'intero distretto di polizia ed è ora ricercato.
Dopo essere fuggito dal furgone, brandendo la pistola, ha fermato un autobus di linea, ha fatto scendere i passeggeri e si è fatto portare dall'autista in una zona densamente popolata, dove ha seminato gli inseguitori. Più tardi si è scoperto che è entrato in un condominio, ha bussato ad un appartamento dove c'era soltanto una donna, e, minacciandola con la pistola, si è fatto consegnare gli abiti del marito per travestirsi.
Poi ha costretto la donna a chiamare un taxi ed è uscito a braccetto con lei. Saliti sul taxi, l'ha fatto fermare al primo negozio di liquori, dove ha comprato e bevuto una bottiglia di cognac. La donna, sfruttando l'occasione, è scappata via con il tassista ed ha allertato la polizia, ma il criminale è riuscito nuovamente a beffarla e far perdere le proprie tracce. Ora è ricercato e latitante. Per il reato di narcotraffico era stato condannato a 15 anni di reclusione in carcere duro. Ora rischia fino a 3 ergastoli.
di Laura Pasotti
Redattore Sociale, 24 marzo 2015
Lettera aperta della redazione del carcere di Padova, dopo la chiusura di "Sosta Forzata", realizzato per 11 anni alle Novate di Piacenza e sospeso dalla direzione del carcere qualche settimana fa. "Ci dicano se vogliono che esistiamo oppure no".
di Anita Sciarra
Il Giornale, 24 marzo 2015
Sono oltre 2.600 le sentenze non ancora eseguite. E l'Italia resta al primo posto, seguita dalla Turchia. Nuovo cartellino rosso di Strasburgo per l'Italia. Aumenta il numero delle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo che il Paese non esegue. E resta ancora alto il numero di quelle per cui lo Stato italiano non paga i dovuti indennizzi economici. Il dato è riportato dall'ottavo rapporto sull'esecuzione delle sentenze, pubblicato dal Consiglio d'Europa. Con l'arretrato che ha, aumentato nel 2014, l'Italia si guadagna ancora il primo posto in classifica con 2.622 sentenze che ancora non sono state eseguite. Molte di più rispetto alla Turchia, che arriva seconda con 1.500 sentenze.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 24 marzo 2015
Nulla è più scomodo e rivoluzionario della verità. Lo sapeva bene Erasmo da Rotterdam, il quale notava come i Principi del suo tempo preferissero la compagnia degli adulatori e dei buffoni a quella dei filosofi, appunto perché soltanto questi avevano il coraggio di dir loro la verità. Oggi, Papa Francesco è fra i pochi che ha questo coraggio, anche a costo di apparire contro corrente, contro lo spirito del tempo.
di Valter Vecellio
Notizie Radicali, 24 marzo 2015
Ilda Boccassini, la "rossa", come viene chiamata più per la folta capigliatura che per le idee politiche di cui nulla ci importa e nulla vogliamo sapere, è magistrato che ha fama d'essere spigolosa brusca, e discutibile; nel senso che non ha un carattere facile (e questo è un punto a suo favore), e alle spalle una quantità di inchieste che hanno fatto "notizia", ma i cui esiti, spesso si prestano a critiche e osservazioni non infondate. Quel tipo di magistrato "decisionista", "poliziotto", ricordata per le sue inchieste sulle "olgettine" e la vicenda Ruby-Berlusconi; e le inchieste sulla mafia e la 'ndrangheta in Lombardia, dalla "Duomo connection" fino ai giorni nostri.
di Fulvio Cammarano
Giornale di Brescia, 24 marzo 2015
Lupi ha annunciato le dimissioni da Vespa e poi le ha argomentate in Parlamento. Inutile lamentarsi: "Porta a porta" ha più spettatori della Camera e anche per presentare la propria fuoriuscita dal governo è opportuno avere il picco dell'audience. Lupi ha rivendicato nell'informativa alla Camera il ruolo decisivo della politica nella sua decisione di uscire di scena. Ed è giusto se è vero che la politica è anche vigilanza e responsabilità. In realtà la decisione ha molte ragioni anche di carattere personale, dato il coinvolgimento dei familiari del ministro. Queste dimissioni fanno comunque tirare un sospiro di sollievo al presidente del Consiglio, il cui gelido silenzio degli ultimi giorni era già stato più eloquente di mille parole. Ma rappresentano un'ottima via d'uscita anche per il gruppo dirigente del Ncd.
di Liana Milella
La Repubblica, 24 marzo 2015
La maggioranza rischia oggi alla Camera. Le aperture del M5S. Blitz dei centristi sulle intercettazioni nel testo sulla diffamazione.
Prescrizione, intercettazioni, anti-corruzione. Ncd parte all'attacco per "vendicare" Lupi, a costo di mettere in difficoltà il governo e votare contro la prescrizione lunga. Accadrà oggi, alla Camera, quando Pd e Area popolare (Ncd più Udc) premeranno bottoni diversi su una riforma che il premier Renzi sponsorizza e che vedrà in aula il Guardasigilli Orlando per metterci la faccia. Giusto mentre fa in fumo per prescrizione il processo a Moggi. Certo, gli alfaniani non arrivano alla provocazione che, al Senato, sul ddl anti-corruzione di Grasso, farà il socialista Barani: "la pena di morte, la fucilazione in piazza, i tribunali speciali sempre aperti, esposizione al pubblico ludibrio per corrotti e corruttori".
Però Ncd, su cui incombe il nome storpiato via tweet di M5S (Nuovo Centro Detenuti), non ci sta a passare per l'alleato mogio e arrendevole del governo solo perché è successo a Lupi quello che è successo. Il fondatore del gruppo Alfano fa la voce grossa sulle intercettazioni ("contro la bolla mediatica bisogna accelerare la riforma" dice alla Stampa) e il vice ministro della Giustizia Costa rispolvera il suo ddl capestro sugli ascolti, rimodellato su quello famoso di Alfano quand'era ministro di Berlusconi. Il testo delle microspie per non più di 15 giorni, con il bavaglio ai giornalisti. Alfano punta i piedi, "riforma subito".
I suoi eseguono, intercettazioni dentro la diffamazione. Come dice il superattivo Alessandro Pagano "se il Pd fa gli stralci dai ddl del governo perché non li possiamo fare pure noi?". Non basta, arriva la sorpresa sulla prescrizione sempre con gli emendamenti di Pagano e del tuttora capogruppo De Girolamo, scatenata nel pretendere dai pm tempi stringati nelle indagini, al punto da ipotizzare l'avocazione dell'inchiesta da parte del procuratore generale se non vengono rispettati.
Emendamenti destinati ad arroventare l'aula di Montecitorio e mettere in difficoltà il governo. Perché sulle proposte di Ap confluirà di sicuro Forza Italia. Vediamo che succede. Alla Camera oggi si vota sulla prescrizione. Gli alfaniani sono furibondi perché, come dice Pagano, "il Pd ha rotti i patti". Sulla corruzione l'accordo era che fosse pari al massimo della pena più un quarto, "loro l'hanno raddoppiata". "Due vulnus" lamenta Pagano, notoriamente uomo di Costa, "aver tradito un accordo di governo e la fiducia di cittadini innocenti". E allora? "Se bocciano il nostro emendamento che elimina la stortura, noi votiamo contro tutta la legge".
Detto fatto, la maggioranza si spacca. Per la verità M5S è pronto a mettere a disposizione i suoi voti, "a patto che ci siano tre modifiche" (prescrizione bloccata e raddoppiata, marcia indietro sulla ex Cirielli). Non va meglio al Senato dove domani parte il ddl Grasso. Lui, il presidente, contro chi dice che le leggi già ci sono insiste perché "ogni legge che ci fa fare un passo avanti nel contrasto alla corruzione è necessario, ma nessuno da solo è sufficiente".
Ma gli emendamenti sono ben 220, e si potrebbe non chiudere in settimana. Anche qui gli alfaniani remano piano, come quando il relatore D'Ascola propone che chi patteggia non debba restituire la mazzetta.
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