di Diego Sabatinelli (Coordinatore di Rdfh-Radical Digital Frontiers/Hermes)
Il Garantista, 26 marzo 2015
Istituzionalizzare le "gole profonde" italiane nelle pubbliche amministrazioni: questo sembra essere l'obiettivo dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), presieduta da Raffaele Cantone, che ha lanciato una consultazione pubblica, scaduta lo scorso 16 marzo, sulle Linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti (cd. whistle-blower) messe a punto dalla stessa Autorità.
Le linee guida, come spiega la stessa Autorità sul proprio sito, hanno lo scopo di "promuovere l'applicazione di adeguati sistemi di whistleblowing presso tutte le pubbliche amministrazioni, individuando, al contempo, criteri idonei per la tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti di cui viene a conoscenza nell'ambito del rapporto di lavoro". Alle consultazioni ha preso parte anche Radical Digital Frontiers/Hermes (Rdfh), l'associazione tra iscritti al Partito Radicale per il diritto alla conoscenza, le libertà civili digitali e le nuove tecnologie.
Il giudizio dell'associazione Rdfh su queste linee guida è netto: mancanza di volontà politica, disinteresse operativo nelle best-practice o poca comprensione del whistleblowing sembrano connotare l'operato dell'Anac le cui linee guida risultano inadeguate e respingenti e sembrano essere state concepite per impedire la realizzazione di un vero sistema di segnalazione basato sull'anonimato. Sarebbe necessario un vero sistema di whistleblowing anonimo per una efficace tutela di chi intende segnalare illeciti e combattere la corruzione nella Pubblica amministrazione. Nel dettaglio la Rdfh ha rilevato un sistema troppo complicato di utilizzo della piattaforma, centrato troppo sul processo alle intenzioni del segnalante e non sull'informazione fornita, trovandosi così in una posizione di retroguardia non solo rispetto alle best-practice internazionali ma addirittura rispetto a quanto già realizzato da altre amministrazioni pubbliche, come ad esempio l'Agenzia delle Entrate.
Si legge infatti nel documento dell'Anac "non rientra infatti nella nozione di "dipendente pubblico che segnala illeciti", il soggetto che, nell'inoltrare una segnalazione, non renda conoscibile la propria identità. La ratio della norma è di prevedere la tutela della riservatezza dell'identità solamente per le segnalazioni provenienti da dipendenti pubblici individuabili e riconoscibili".
Si tratta dunque di uno pseudo-anonimato che nulla ha a che vedere con le "gole profonde" internazionali. Sulla base di queste premesse la Rdfh ha proposto ad Anac un modello di segnalazione alternativo - il sistema Allerta Anticorruzione di Transparency International - che si focalizza sul messaggio e non sulla presunta identità e motivazione del mittente.
Inoltre Rdfh ha fornito ad Anac anche gli accorgimenti tecnici per utilizzare il progetto di whistleblowing open-source Global Leaks, interamente realizzato in Italia ma finanziato da fondi tecnologici esteri. In questo modo si potranno abbattere i costi di realizzazione, e ridurre i rischi operativi di un sistema che, nella forma proposta nelle linee guida, è facile presagio, si trasformerà in un ennesimo sistema informativo pubblico pletorico ed inutilizzato nei fatti. Almeno l'adozione di un software flessibile come Global Leaks potrà permettere di realizzare un buon sistema di whistleblowing senza ulteriore spreco di denaro pubblico.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 26 marzo 2015
Sono in 86 quelli che hanno stracciato la tessera di Mi per aderire ad Autonomia e Indipendenza. Sono stati alle fine 1.447 i magistrati che hanno aderito all'appello lanciato le scorse settimane dal gruppo di Magistratura Indipendente per convocare un'Assemblea straordinaria dell'Associazione nazionale magistrati.
Assemblea che, nelle intenzioni, dovrà finalmente decidere quali iniziative intraprendere riguardo la recente modifica della responsabilità civile delle toghe. Come si ricorderà, lo scorso novembre, l'Anni aveva infatti detto no alla proposta di sciopero avanzata da Mi, preferendo forme di protesta più "blande".
Anche per evitare il rischio, come disse il presidente Rodolfo Maria Sabelli, di possibili strumentalizzazioni in un momento in cui la fiducia dei cittadini verso la magistratura è ai minimi storici. Come certificato dal rapporto Eurispes 2014. Per la convocazione dell'Assemblea nazionale erano sufficienti 250 firme.
Unico requisito richiesto l'iscrizione all'Anm. Il Comitato direttivo centrale dell'Anni, tenutosi domenica, non ha potuto far altro, dunque, che convocare l'assemblea per il prossimo 19 aprile. Tenuto conto che gli iscritti a Mi sono 714, si può tranquillamente affermare che il tema della responsabilità civile continua ad essere al centro dei pensieri delle toghe. Un tema assai sentito che va oltre l'appartenenza ad una corrente ma è trasversale all'intera magistratura.
Ed il fatto che saranno proprio i magistrati a giudicarsi fra loro non "tranquillizza", ma anzi svela scenari inquietanti se, un magistrato di spessore come Ilda Boccassini, arriva a dire di "aver paura della cattiveria dei colleghi". C'è il rischio, neppure tanto velato, che dietro la questione della responsabilità civile si nasconda uno "strumento" per regolare alcuni conti in sospeso fra le toghe. Magari proprio fra iscritti a correnti diverse. Un clima da lunghi coltelli che se spaventa la Boccassini figuriamoci quanto rende sereni i cittadini che devono sottoporsi al giudizio dei magistrati.
Sempre in tema di numeri, poi, sono 66 i magistrati che hanno stracciato la tessera di Mi per aderire alla corrente Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davi-go e Sebastiano Ardita. Numeri, al momento, non particolarmente significativi. Segno che nonostante la grande visibilità mediatica di Davigo il grosso degli iscritti ad Mi ha preferito continuare sulla strada vecchia piuttosto che percorrere nuove avventure correntizie. Nel distretto di Milano, feudo del presidente di Autonomia e Indipendenza dai tempi di Tangentopoli, sono solo 4 magistrati che hanno lasciato Mi. Ma Davigo ha però pronto il jolly per poter far incetta di consensi e aumentare le tessere: il ricorso sul taglio delle ferie.
Altro tema clou, dopo la responsabilità civile. In attesa che il legislatore chiarisca i dubbi interpretativi insorti, relativamente al fatto se il taglio da 45 a 30 giorni si applichi a tutti i magistrati o solo ai fuori ruolo, Autonomia e Indipendenza si fa promotrice del ricorso giurisdizionale. L'iniziativa, secondo i promotori, non è in concorrenza con quelle dell'Anni o del Csm ma vuole semplicemente essere uno contributo positivo per la tutela dei diritti delle toghe. C'è tempo fino al 10 aprile per dare l'adesione. 50 euro il costo dell'iniziativa. Vedremo in quanti aderiranno.
Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2015
Corte di Cassazione, sesta sezione penale, sentenza 24 marzo 2015 n. 12514.
Nelle associazioni di stampo mafioso il sopravvenuto stato detentivo dell'indagato non esclude la permanenza della partecipazione dello stesso al sodalizio criminoso, che viene meno solo nel caso oggettivo della cessazione del gruppo criminale di appartenenza o in alcune e specifiche ipotesi di recesso o esclusione del singolo associato. L'attuale titolo coercitivo del condannato riguarda l'associazione per delinquere di stampo mafioso.
di Luigi Ferrarella
Il Corriere della Sera, 26 marzo 2015
Il "processo civile telematico"? Funziona talmente male e a singhiozzo che, invece di far guadagnare tempo, lo fa perdere, perciò sono costretta a rinviare la causa di un anno. Firmato: una giudice del Tribunale civile di Napoli. Bizzarria di un magistrato lazzarone? No, ordinanza di una giudice che ha dimezzato l'arretrato di cause trovate e che era una delle più aperte alla novità del Pct-processo civile telematico, ormai obbligatorio per legge.
E così il caso di Napoli - come già un'ordinanza a Milano, subito revocata perché aveva irrazionalmente accollato a un avvocato 5.000 euro di sanzione per non aver portato ai giudici a titolo di cortesia una copia cartacea degli atti telematici - segnala da un lato come i disservizi del Pct, quotidiani ma non percepiti fuori dai tribunali, stiano portando sull'orlo di una crisi di nervi parte dei magistrati; e dall'altro lato come tra le toghe si faccia fatica a gestire il cambio di mentalità imposto dal cambio di tecnologia.
Nella sua ordinanza del 20 marzo la giudice premette che "l'ingresso del Pct sta provocando un rallentamento del lavoro di questo giudice essendo evidente che la preparazione dell'udienza, la lettura delle memorie caricate ogni giorno sulla consolle (di lunghezza spesso eccessiva e contenenti il più delle volte allegati indicati solo numericamente o istanze non portate singolarmente all'attenzione del magistrato), l'aumento considerevole dei decreti ingiuntivi in materia contrattuale, per non parlare di tutte le problematiche che di volta in volta occorre risolvere con gli avvocati e la cancelleria stante la frequente criticità del sistema, si traducono in un aggravio di lavoro che rende impossibile il rispetto del programma di smaltimento delle cause precedentemente fissato".
E allora, "in attesa dell'adozione di più pertinenti modalità di conduzione dell'attività, quali ad esempio la fissazione di un numero di pagine entro cui contenere le memorie", la giudice "al fine di rispettare i termini di deposito di tutte le sentenze" ritiene "necessario rimettere sul ruolo le cause in primo grado iscritte a ruolo dopo il 30 giugno 2012 e gli appelli dopo l'1 gennaio 2013". Col risultato che la causa in questione, iscritta a ruolo il 12 febbraio 2013, è rinviata "per precisazione delle conclusioni al 14 marzo 2016".
Quando la notizia si diffonde tra gli avvocati, giudici di mezza Italia criticano la collega (anche aspramente) nei vari gruppi di confronto sul Pct. Ma chi conosce Rosa Romano Cesareo avverte che, in una sezione dove ogni anno arrivano a ciascuna toga 350 nuovi fascicoli, la giudice è stata capace di ridurre l'arretrato da quasi 1.000 cause a meno di 400. Ai colleghi lei lamenta solo che si siano "scandalizzati a una lettura superficiale" dell'ordinanza: "Con entusiasmo ho accolto l'avvio del Pct, la cui portata innovativa e rivoluzionaria è innegabile", ma "ciò non mi impedisce di evidenziare che purtroppo la criticità del sistema, evidente agli occhi di molti operatori, allo stato attuale sta rallentando la mia produttività, imponendomi una nuova riorganizzazione del lavoro".
Disservizi, instabilità del sistema e carenza di assistenza stanno accendendo una sorta di lotta di classe dentro la magistratura. Da un lato chi lavora con il Pct e, in attesa di sperimentarne i vantaggi, ne assaggia la più farraginosa gestione; dall'altro chi declama il Pct, ne valorizza i promettenti numeri (1 milione e 582.000 atti telematici depositati dai magistrati al 31 dicembre 2014, con 44 milioni di euro di risparmio stimato con la consegna per via non cartacea ma digitale di 12,6 milioni di comunicazioni) e però incorre nelle ire di chi dietro l'entusiasmo acritico coglie la ricerca del propellente di future carriere.
Ma c'è anche chi, tra le toghe, addita la necessità di non rinchiudersi in un pregiudiziale scetticismo e di sforzarsi di dare sostegno alle novità anche se all'inizio costa alle abitudini dei magistrati. Di certo il Pct, per dare vantaggi, assorbe non meno ma più lavoro; e addossa al giudice (rileva ad esempio Antonio Lepre nel libro "Analisi della giustizia civile. Un'idea di riforma") compiti esecutivi e amministrativi, essendo dunque destinato a funzionare solo quando a supportare il giudice funzionerà (non solo sulla carta) un reale "ufficio del giudice".
Ansa, 26 marzo 2015
Per il 27 marzo 2015, data ufficiale di celebrazione della Seconda Giornata Nazionale di Teatro in Carcere in concomitanza con la 53a Giornata Mondiale del Teatro (World Theatre Day), sono 54 gli Istituti Penitenziari coinvolti insieme ad altre 18 istituzioni tra università, istituti scolastici, teatri; e a otto enti regionali che sostengono le attività. E le adesioni cresceranno ancora. Il Cartellone è costantemente aggiornato sul Sito Internet del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere (www.teatrocarcere.it) che ha promosso la manifestazione insieme al Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria tramite l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari, nell'ambito dell'attuazione del Protocollo d'Intesa per una più ampia promozione del Teatro in Carcere in Italia sottoscritto tra i due organismi in data 18 settembre 2013 e poi esteso il 23 luglio 2014 all'Università Roma Tre.
Dalle Marche (dove a Pesaro da 10 anni nella Casa Circondariale di Villa Fastiggi si celebra la Giornata Mondiale del Teatro) al Lazio, dalla Toscana (Regione che maggiormente sostiene il Teatro in Carcere) alla Campania, dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia, sono 16 le Regioni coinvolte per un totale di 74 eventi. Tra le iniziative previste, in prevalenza spettacoli teatrali in carcere, ma anche conferenze, proiezioni video, incontri, prove aperte al pubblico, con iniziative anche all'esterno degli istituti penitenziari, tendenti a valorizzare e promuovere interazioni espressive e socioeducative tra gli istituti penitenziari ed i loro contesti territoriali.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 26 marzo 2015
La lotta alla corruzione è un terreno sterminato di raccolta di consenso elettorale. Le ultime statistiche Ocse dicono che in Italia la percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali sfiora il 90%. La più alta di tutta l'Europa. Si badi bene, la corruzione percepita, non quella effettiva. La corruzione, perciò, costituisce un argomento capace di mobilitare, di dare forza politica, di spostare gli equilibri di potere, di muovere le masse. È tema delicato non solo la corruzione in sé, ma anche la strumentalizzazione che può essere fatta dell'argomento. Se la corruzione altera l'attività amministrativa e danneggia cittadini e collettività, l'esaltazione dell'argomento incide a sua volta sugli equilibri istituzionali e li altera, ha un'influenza sul consenso ai partiti e alle istituzioni.
Storicamente, del resto, tutti i populismi hanno tratto la loro forza dalla necessità di lottare contro la corruzione. E, spesso, su tale necessità si sono appoggiate le svolte autoritarie. In questa prospettiva, allora, diventa inevitabile cercare di guardare la questione della corruzione sotto tutti e due gli aspetti. Sul primo, quello di una effettiva lotta alla corruzione, c'è l'attenzione di tutti. E, quindi, è inutile ripetere. Sul secondo, e cioè sull'uso della lotta alla corruzione come strumento di alterazione del gioco democratico, non si sofferma quasi nessuno. Bisognerebbe, invece, cominciare a chiedersi se le forzature giudiziarie in alcune inchieste, che riguardano la pubblica amministrazione, non vadano guardate solo come eccessi inammissibili, ma costituiscano veri e propri attacchi al corretto funzionamento delle regole della democrazia. Inchieste come quella su Mafia Capitale o sulle Grandi Opere, che occupano le prime pagine di tutti gli organi di informazione, ma che allo sguardo dei tecnici si palesano un po' leggere, che effetto hanno sugli equilibri democratici?
Certamente mantengono alta, se addirittura non incrementano, quella percezione vicina al 90% di cui riferisce l'Ocse. E, dunque, rafforzano il partito, trasversale, che della lotta alla corruzione fa l'elemento centrale della sua raccolta di consenso. Al tempo stesso rendono più difficile l'opera di chi vuol guardare avanti e riformare il Paese. Tengono, in fondo, il paese inchiodato alla percezione del 90% ed a tutto ciò che ne consegue. Ovviamente, queste considerazioni non intendono affatto dire che la lotta alla corruzione non deve essere fatta, né che non debba essere una lotta senza quartiere. Il punto è che, nel momento in cui in Italia la percezione è del 90% ed è superiore a quella percepita negli altri paesi europei, tutti, sorge il dubbio che vi sia una componente artificiale. Gonfiata appositamente per alterare il gioco democratico delle istituzioni. Quella percezione serve ad impedire che sia riequilibrato il potere tra magistratura e politica, serve a dare spazio politico significativo anche a chi non ha alcuna reale proposta politica, serve a mantenere una amministrazione opprimente attraverso le sue mille, spesso incomprensibili, procedure. L'importante è che i sudditi non abbiano il coraggio di ribellarsi e di chiedere di essere trattati da cittadini. Ed il mostro della corruzione è perfettamente funzionale a questo scopo.
Giovanni Maddalena
Il Foglio, 26 marzo 2015
Il misterioso affaire Lupi, il delitto senza mandante, si è chiuso con le lapidarie parole di Matteo Renzi: non ci si dimette per un avviso di garanzia, ma solo per questioni morali o politiche. Si sta peggiorando o migliorando rispetto agli ultimi 20 anni di giustizialismo orchestrato dal circuito mediatico-giudiziario? Osserviamo il caso.
Il ministro non è nemmeno indagato ma la macchina della comunicazione scandalistica si mette in moto ugualmente. Certo, è facile che qualcuno abbia passato le carte già sottolineate nei punti giusti, ma stavolta non c'è bisogno di magistrati accaniti, la comunicazione fa tutto da sé. Con ottimi risultati: attacca, fa montare il caso, fa dimettere il ministro - in televisione, e alla fine - prodigio - non c'è nessun colpevole: non il ministro, che non è indagato; non i compagni di partito, sempre solidali; non il premier gentile, che il ministro ringrazia; al massimo restano cattivi (poco) i grillini.
Alla fine, il ministro esce, la comunicazione gli tributa servizi di buon'uscita. Sipario. Ora, le osservazioni. Primo, l'oggetto - da cui la comunicazione sempre nasce (anche quella astratta, diceva Matisse) - è uno dei grandi classici dell'umanità: la corruzione del potente. Dimenticando ciascuno la propria micro-corruzione, ecco una delle grandi idee dell'umanità: l'uomo è scellerato o, forse, come dice lo Jago di Verdi, è scellerato perché uomo, anzi politico. Soprattutto se guadagna molto di più di me. L'oggetto è di quelli vincenti, da sempre. Secondo, l'autore. Contrariamente a quanto si è detto spesso, nella comunicazione l'essere umano c'entra. L'autore non è un creatore assoluto, la comunicazione non nasce dal niente, ma dà il suo assenso ed esprime una direzione alle interpretazioni.
Qui qualcosa stride, nell'affaire non c'è autore o mandante. A vederla da fuori, un meccanismo senza testa ha creato il caso, l'ha risolto, e alla fine si è liberato e assolto. Ma chi l'ha lasciato andare? Qual è la molla che è stata usata per innescare il meccanismo? Terzo, il significativo riassunto del premier. Non ci si dimette per avvisi di garanzia: dunque siamo nel garantismo. E perché allora il ministro si è dimesso? Ci si dimette per questioni morali e politiche. Sulle seconde la logica non ha dubbi: ci si dimette da incarichi politici per ragioni politiche. Ma cosa c'entra la morale? Ed ecco svelato l'affaire, che purtroppo non segna una retrocessione del giustizialismo ma ne svela piuttosto l'anima. Si può fare a meno dei magistrati perché la molla comunicativa non è la legge ma la morale, o meglio, il moralismo, cioè una morale eretta a verità unica e totale a prescindere da ogni considerazione sul bene comune.
Una volta capito che la molla è quella, perché affannarsi e complicarsi con la legge e i magistrati? Per poi avere uno assolto, magari 10 anni dopo? Il moralismo non ha complicazioni e ciascuno lo può fomentare da solo, diventando un coautore della comunicazione. Bastava girare una radio nei giorni scorsi per accorgersi della creatività che ne nasce. Perché l'esigenza è di quelle profonde: sarebbe bello che la verità legale, quella morale e quella politica suonassero all'unisono.
Ma il pretenderlo è uno strano fondamentalismo - tanto più strano in uno stato laico - che scambia un'esigenza con un ordine, che mischia pubblico e privato, e che fa finta di non conoscere la fragilità della natura umana, che in fondo le leggi tendono a contemplare. Non è un caso che lo show di accusatori e accusati stavolta si occupi soprattutto di atteggiamenti personali, di questioni familiari, di problemi educativi che poco hanno a che vedere con la politica. Attenzione all'escalation: il giustizialismo della sola morale è più pericoloso di quello della legge. Ma in politica non ci si dovrebbe dimettere solo per ragioni politiche?
Ansa, 26 marzo 2015
Alcuni tra i più pericolosi terroristi islamici erano in Sardegna, detenuti nel carcere di Macomer, chiuso di recente; nel silenzio più assoluto. Lo ha denunciato il deputato di Unidos, Mauro Pili, intervenendo alla Camera durante la discussione del decreto antiterrorismo. Il parlamentare sardo ha fatto nomi e cognomi, raccontando il curriculum vitae di ognuno di loro. "Il numero uno della strage di Madrid, Rabei Osman - ha detto Pili - il grande reclutatore il franco-tunisino Raphael Gendron, braccio destro dell'imam Ayachi, leader islamista belga" pregiudicato per terrorismo, ucciso subito dopo la detenzione a Macomer in uno scontro con le truppe dell'esercito di Damasco, e il tunisino Bouyahia Hamadi Ben Abdul, inserito nella lista nera di Obama e tra i 60 terroristi più ricercati al mondo".
Pili ha aggiunto alla lista "Khalil Jarraya, tunisino di 41 anni, detto il colonnello perché aveva combattuto nelle milizie bosniache dei Mujihaddin durante la guerra nella ex Jugoslavia". Secondo il parlamentare "era lui il vero promotore della cellula jihadista arrestata a Faenza e di cui facevano parte altri detenuti di Macomer come Hechmi Msaadi, tunisino di 33 anni, Ben Chedli Bergaoui, tunisino di 36 anni, e Mourad Mazioni".
Sempre secondo Pili a Macomer "questi signori potevano organizzare di tutto, comprese le strategie terroristiche". Un racconto circostanziato: "In una visita riscontrai personalmente che tra i terroristi vi era un rapporto costante e aggiornato in tempo reale. Se fosse confermato che nel carcere di Macomer è stata architettata e progettata la strage di Tunisi devono essere individuati i responsabili".
Ora il carcere di Macomer è chiuso, ma Pili ha rilanciato l'allarme: "Tutto questo conferma una gestione scandalosa del sistema carcerario in Sardegna e ci obbliga ad una mobilitazione ancora più decisa per evitare quella scellerata decisione di inviare in Sardegna i più efferati capi mafia. Ci batteremo in ogni modo per impedire l'attuazione di questa infausta decisione perché si tratta di un piano gravissimo che mette a rischio la sicurezza della Sardegna e del suo popolo".
di Cetty Mannino
www.respubblica.it, 26 marzo 2015
Ci sono i detenuti, c'è l'ufficio per i diritti, ci sono circa 15 impiegati, distaccati dalla Regione, e ci sono anche 500mila euro stanziati ogni anno dalla Regione siciliana; peccato però che manca il garante, cioè la figura vertice che dovrebbe gestire tutta la macchina. Conseguenza? L'ufficio c'è ma non funziona: ecco un paradosso della Sicilia.
Con Legge Regionale 19 maggio 2005 n. 5 è stata istituita la figura del Garante per la tutela dei diritti fondamentali dei detenuti, cioè quella figura di garanzia che ha funzione di tutela delle persone private o limitate della libertà personale. Dal 2005 al 2013, in seguito a successiva modifica della legge, in Sicilia è stato nominato l'ex senatore Salvo Fleres.
E dal 2013 ad oggi?. "Da un anno e mezzo - spiega Silvano Bartolomei, avvocato penalista - è solo un enorme spreco di denaro pubblico. La Regione continua a finanziare una struttura "fantasma". In pratica ci sono gli uffici, due a Palermo ed uno a Catania, e circa 15 dipendenti regionali pagati per non lavorare, ovviamente non per ragioni personali". Ma Bartolomei oltre a sollevare la questione dal punto di vista economico denuncia anche l'inottemperanza della legge e il disinteresse da parte del presidente della Regione, Rosario Crocetta, nell'istituire un nuovo garante. "Più volte mi sono offerto di ricoprire la carica in maniera assolutamente volontaria - dichiara il penalista. In qualità di già componente del Carcere Possibile, in seno alla Camera Penale di Palermo Bellavista, ritengo che questa figura sia di fondamentale importante, unica preposta a fare da cerniera tra lo Stato e i detenuti. Ma non ho mai ottenuto risposta".
Ma ecco in pratica qual è il compito del garante. "Le persone private della libertà personale, personalmente oppure tramite i propri familiari segnalano il mancato rispetto della normativa penitenziaria, violazioni di diritti o omissioni da parte dell'amministrazione. Segnalazioni - si legge nel sito del ministero della Giustizia- ed interventi possono essere fatti in occasione dei colloqui o delle visite in istituto dei garanti, per iscritto o con altri mezzi informali". In pratica l'interessato "Si rivolge all'autorità competente per chiedere chiarimento o spiegazioni in merito a diritti violati o per sollecitare l'adempimento e le azioni necessarie. Il suo operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzione, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza".
"La situazione all'interno delle carceri è davvero preoccupante" afferma Bartolomei. Ma come risolvere il problema? "Bisognerebbe depenalizzare alcuni reati, inserire maggiore personale, più polizia penitenziaria, medici e psicologi all'interno del carcere e non detenere, per reati minori e senza i presupposti, la gente in attesa di giudizio".
Corriere dell'Umbria, 26 marzo 2015
Il presidente del Coni regionale Umbria Domenico Ignozza e la direttrice della Casa circondariale di Perugia, Bernardina Di Mario, hanno siglato un protocollo d'intesa che dà avvio al progetto "Sport in carcere" che a livello regionale rappresenta la realizzazione sul territorio dell'accordo siglato a fine 2013 tra il Ministero di Grazia e Giustizia ed il Coni.
"Si tratta di un accordo molto importante - ha dichiarato il presidente del Coni regionale Domenico Ignozza - in quanto lo sport è stato riconosciuto quale strumento fra i più idonei per il recupero della popolazione carceraria. Soprattutto in questa fase di sovraffollamento delle carceri italiane - ha proseguito - lo sport può contribuire in maniera determinante a migliorare la condizione psico-fisica del detenuto che avrà modo di non lasciarsi andare alla depressione ma al contrario avrà un'occasione unica per migliorare se stesso, di rimettersi in gioco e di creare relazioni e socializzare". Molto soddisfatta della sigla dell'accordo anche la direttrice della casa circondariale Bernardina Di Mario.
"Abbiamo ritenuto giusto aderire a questo progetto con un Ente estremamente rappresentativo come il Coni che siamo certi contribuirà a sviluppare le attività sportive tra gli ospiti della casa circondariale nel modo migliore, consapevoli del valore rieducativo dello sport - ha commentato la direttrice.
Un accordo reso ancor più importante se consideriamo che all'interno della nostra struttura esistono diversi impianti sportivi tra cui la palestra e il campo sportivo che in questo modo potranno essere utilizzati appieno". Grazie alla disponibilità dei dirigenti della casa circondariale di Perugia e dei presidenti delle federazioni sportive, scelte direttamente dagli interessati, sarà possibile, attraverso lo sport e le sue regole, migliorare la condizioni dei reclusi sia maschi che femmine. Tre le federazioni che fino a fine anno si alterneranno all'interno della casa circondariale di Perugia ci saranno il calcio e la pallacanestro per la popolazione carceraria maschile, la danza sportiva per quella femminile.
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