Ansa, 26 marzo 2015
Il detenuto già da tempo ogni sabato mattina viaggia da solo in autobus per recarsi in una casa di riposo a fare volontariato.
Si aprono le porte del carcere in cui è recluso per Santo Barreca, 56 anni, pluriergastolano della frazione Pellaro di Reggio Calabria, detenuto da 25 anni. A conclusione di un complesso iter procedimentale è intervenuto il parere favorevole della Procura in merito all'ammissione del condannato al lavoro esterno. Santo Barreca già ritenuto organico all'omonima cosca operante nella zona sud della città calabrese, che un Gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, sin dal febbraio 2011 ha considerato "completamente estinta", "era da tempo avviato - spiegano gli avvocati - verso il completo recupero al consorzio civile".
L'uomo aveva ottenuto dal Magistrato di Sorveglianza presso il Tribunale di Sassari una serie di permessi che gli hanno consentito di assentarsi temporaneamente dalla casa circondariale della città sarda per partecipare a manifestazioni esterne. "L'ergastolano Santo Barreca - spiegano i legali - in parziale esecuzione del programma connesso ai benefici di cui all'art. 21 O.P., da tempo espleta lodevolmente una giornata di volontariato presso la comunità alloggio per anziani (distante 40 Km da Tempio Pausania) che raggiunge ogni sabato con mezzo pubblico libero e senza vincoli di sorta uscendo la mattina alle otto per rientrare con le stesse modalità la sera. Il detenuto è inoltre autorizzato all'uso di un'utenza telefonica mobile". Secondo il sostituto procuratore Lombardo "il regime carcerario di alta sicurezza nel quale il Barreca Santo è attualmente allocato ha perso sostanzialmente la sua efficacia e la sua finalità" concludendo in ordine all'invocata declassificazione del detenuto affermando che "la stessa è già avvenuta sul piano sostanziale".
Per gli avvocati Steve ed Aurelio Chizzoniti "l'ergastolano Barreca è ormai pronto ad usufruire di ulteriori benefici alternativi alla detenzione quali permessi premio e semilibertà alle cui conquiste "la già concessa autorizzazione al lavoro all'esterno è strettamente propedeutica". Gli stessi difensori hanno voluto sottolineare che "l'obbiettivo tenacemente raggiunto da Santo Barreca non soltanto premia un percorso di adamantino recupero dello stesso ma essenzialmente traduce una eloquente vittoria dello Stato nel cui contesto è dimostrato che la finalità detentiva volta al recupero del condannato non è soltanto un'astratta e quasi surreale previsione ex art. 27 della Costituzione".
La Città, 26 marzo 2015
Il 31 marzo prossimo è la scadenza fissata dalla legge per la chiusura dei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) ancora aperti sul territorio nazionale. Per l'occasione anche l'Università degli Studi di Teramo, sulla scorta di altre iniziative nazionali, promuove, con un convegno, una riflessione e un confronto per sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica su una questione da anni al centro del dibattito politico e sociale.
Il convegno che si terrà oggi, giovedì 26 marzo, alle ore 16.00 nella Sala delle lauree della Facoltà di Giurisprudenza, sarà aperto dal rettore Luciano D'Amico e introdotto da Annacarla Valeriano che illustrerà le radici culturali del manicomio criminale. Seguirà il dibattito Sguardi a confronto, presieduto dall'onorevole Rita Bernardini, segretario nazionale dei Radicali italiani, al quale parteciperanno Francesco Saverio Moschetta, medico psichiatra che parlerà della 180 e della chiusura del Manicomio di Teramo, Igor De Amicis, commissario di Polizia Penitenziaria che si soffermerà sul tema della sicurezza intramurale e Giovanni Spinosa, presidente del Tribunale di Teramo con un intervento dal titolo "La chiusura degli Opg: un'occasione da non perdere". Il dibattito sarà moderato dal giornalista Rai Antimo Amore.
Ristretti Orizzonti, 26 marzo 2015
Incontro il prossimo 30 marzo, alla Gran Guardia di Verona ore 9.00 - 12.30.
Mesi di lavoro, discussioni, ricerca, produzione di documenti è tutto ciò che ha coinvolto gli studenti di 7 Istituti di Scuola Media Superiore della nostra città al fine di rispondere all'appello europeo 2014/2015 su come diffondere, ampliandolo, il concetto di Democrazie e Diritti
La presentazione di questo immenso lavoro si terrà lunedì 30 marzo alle 9.00 al Palazzo della Gran Guardia di Verona. Tematica, dedicata all'irrinunciabile diritto alla salute, questa 3° edizione vede impegnati gli studenti di Marco Polo, Pindemonte, Fracastoro, Montanari, Einaudi, Angeli e la Consulta degli Studenti con una propria, speciale proposta legata alla protezione fisica delle persone più indifese. Coordinati dalla prof. Annalisa Tiberio, responsabile degli interventi educativi per il Contingente del Ministero dell'Istruzione dell' Università e della Ricerca e dalla dr Margherita Forestan, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, il progetto che trova il suo principale sponsor e attento sostenitore nel Presidente del Consiglio Comunale di Verona, dr Luca Zanotto, ha scelto quest'anno di affrontare uno dei diritti definiti "non negoziabili", quello della salute appunto, qui analizzato in molte della sue declinazioni: salute e depressione, salute e malattie mentali, salute e alimentazione, salute e ambiente, salute e dipendenze, salute e donazione di sangue e midollo. Gli studenti hanno elaborato filmati, raccolto storie, testimonianze dirette, cercato stimoli nel mondo della cultura che li circonda e lo hanno fatto utilizzando i loro saperi e le loro curiosità. Sarà interessante seguire il percorso che sul tema della salute è stato effettuato, mettere insieme i contributi per unica grande narrazione affidata, dalla progettazione alla presentazione, esclusivamente a loro: i giovani.
www.ilciriaco.it, 26 marzo 2015
L'associazione di Promozione sociale Sannio Irpinia Lab, mediante i propri rappresentanti dott.ssa Daniela Miele (Presidente) e dott. Luca Mauriello (Direttore), ha firmato in questi giorni (24 marzo 2015) presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della gioventù e del Servizio Civile Nazionale a Roma, la convenzione per l'ammissione di un importante progetto dal titolo "Artivamente", finanziato nell'ambito del Piano Azione Coesione "Giovani per il Sociale".
Con la collaborazione della Cooperativa Sociale s.r.l. Onlus "Familiamo", della Fondazione Opus Solidarietastis Pax Onlus di Avellino, dell'Associazione di Volontariato Gruppo Donatori di Sangue Fratres di Conza della Campania, della Confederazione Nazionale degli artigiani della Provincia di Benevento e dell'Istituto Penale per Minorenni di Airola, saranno realizzati dei laboratori gratuiti di Ceramica, recupero e restauro, lavorazione e package del feltro, fotografia e grafica informatica e un laboratorio di Recitazione, Musica e teatro, destinati ai detenuti dell'istituto penitenziario per minorenni di Airola (Bn), ai rifugiati politici del Centro di Conza della Campania nonché agli immigrati presenti sul territorio avellinese.
Il progetto, persegue l'obiettivo di favorire l'integrazione delle persone con difficoltà sociali nel proprio contesto di vita attraverso l'esperienza artistica. Attraverso le diverse forme di arte, s'intende favorire l'incontro e la conoscenza tra le persone, per far sperimentare delle situazioni in cui ogni individuo può esprimere se stesso nella propria identità. Tutto ciò verrà realizzato in una concezione sociale dell'intervento educativo- riabilitativo e terapeutico, che sappia promuovere delle dinamiche cooperative e solidali.
L'associazione non è nuova a questo tipo di progetti. Sin dal 2007, anno della sua costituzione, ha sempre dimostrato il suo interesse per le problematiche e i disagi sociali, mettendo in campo azioni volte alla sensibilizzazione e all'informazione sulle diverse tematiche inerenti il mondo dei giovani e dei più disagiati. Conoscere i modelli comunicativi, possederne la cultura attraverso la parola vuol dire innanzitutto riconoscere il valore universale della persona e sviluppare conseguentemente una comune cultura che può tradursi in occasioni di arricchimento e di maturazione civile; consente di relazionarsi con gli altri, essere riconosciuti e riconoscere, poter costruire o ricostruire un'identità civile, e migliorare la qualità della vita.
Allo stesso modo il progetto "Artivamente" il cui taglio del nastro è previsto a partire dal Maggio 2015 e durerà per circa 18 mesi, coinvolgerà sul territorio diverse professionalità creando reali occasioni di lavoro a giovani laureati del Sannio e dell'Irpinia.
Difatti l'intervento, prevede il coinvolgimento di circa 20 professionalità tra psicologi, consulenti economici e legali, esperti in comunicazione, giovani maestri artigiani, esperti in recitazione e teatro, assistenti sociali, educatori, ecc... mediante azioni tese alla diffusione della legalità tra i giovani, l'impegno civico e la partecipazione attiva nelle problematiche sociali, la cooperazione in attività di sostegno alle fasce deboli, la promozione di attività che avvicinino i giovani alle istituzioni.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 26 marzo 2015
Il 26 marzo, nel carcere di Rebibbia, i detenuti recitano la rivisitazione, meridionalista, dell'opera di Bertold Brecht La resistibile ascesa di Arturto Ui. Dal 2003, il Centro Studi Enrico Maria Salerno si occupa di portare il teatro dentro Rebibbia e di far uscire mentalmente i carcerati dalla loro condizione reclusa.
Alle 14 del 26 marzo il carcere di Rebibbia apre le porte al pubblico, per uno spettacolo recitato da carcerati, più o meno colpevoli di reati più o meno gravi. La forza catartica della parola teatrale, non libera solo le coscienze chi assiste a questo genere di rappresentazioni, ma dà maggior senso alle frustrate esistenze dei detenuti, che sembrano viverre la loro condizione in maniera quasi affrancata, nel denso tempo-spazio dell'interpretazione; al di là di qualsiasi retorica sulla funzione caritatevole del teatro "sociale". Le parole del regista di Arturo Uè! per capire meglio il lavoro con attori non professionisti.
La resistibile ascesa di Arturo Ui diventa Arturo Uè!. Bertold Brecht, fuggiasco a Helsinki nel 1941 e in attesa di partire per l'America, scrive un testo (rappresentato solo nel 1958) in cui ogni personaggio corrisponde un reale delinquente di quel Nazismo che ha sconvolto per sempre il mondo. La cecità di fronte ai molti e inascoltati moniti di intellettuali e artisti che hanno previsto la più grande barbarie della storia risulta insopportabile all'autore che, per farsi ben comprendere dal mondo intero, ambienta le vicende dell'Arturo Ui a Chicago, sotto l'allegoria dell'ascesa al potere di un gangster.
I criminali dentro e quelli fuori. "Brecht dice che la storia è opera di bande di criminali che, di epoca in epoca, assumono nuove sembianze - dice il regista della trasposizione di Rebibbia, Fabio Cavalli - Ho domandato ai detenuti-attori cosa ne pensassero. Mi hanno risposto che sì, chi il crimine lo organizza sui palcoscenici mondiali spesso resta impunito o celebrato con statue, mentre chi vive il crimine nelle periferie fra Napoli e Palermo marcisce in galera. Nessuno, meglio dei gangster di Rebibbia, può interpretare lo spirito di Brecht... E pretendono anche loro la statua, magari non di bronzo, pure di cartapesta, persino di cartone disegnato. Ecco: Brecht a fumetti! E siccome le lingue dei miei attori hanno gli accenti tronchi e aspri del meridione, intitoliamo questo cartone animato in 3D Arturo Ué!".
Il senso etico del teatro in carcere. "Il Teatro non cerca appellativi: di prosa, d'avanguardia, classico, sociale, tutte definizioni vane. O c'è o non c'è - continua Cavalli - Come dice Aristotele, la catarsi nel teatro ha due funzioni: una estetica, legata al piacere della rappresentazione, e una psicologica, che riguarda una specie di temporanea terapia consolatoria di fronte all'incombere delle angosce del vivere. La funzione "terapeutica" sembrerebbe connaturata all'arte stessa. Il teatro, che sia più o meno sociale, si prende cura di noi, come interpreti o spettatori. Se è brutto non serve. Ma se funziona è potente.
L'arte abbassa la recidività. Se è vero che il tasso medio di recidiva dei carcerati è del 65%, e invece, fra coloro che frequentano l'arte il numero si abbassa sotto il 10%, mi pare che i "portatori" di teatro in questi luoghi (i responsabili del ruolo etico del teatro in carcere), si carichino di una bella responsabilità. In carcere il teatro interviene a più livelli: sul corpo e sulla mente dei reclusi; sull'immagine che di loro hanno agenti, direttori, magistrati e sull'immagine restituita ai familiari, agli amici che aspettano di fuori e vedono scomparire il loro congiunto dalle pagine di cronaca nera per riapparire su quelle dello spettacolo. E il pubblico che entra, finalmente sfata il pregiudizio che là dentro abitino miserabili. Sul terreno comune, seppure transitorio, della poesia, le differenze fra liberi e reclusi scompaiono".
Il senso doloroso della libertà. "Il carcere è un habitus mentale - prosegue il regista - Per chi commette crimini l'incontro con la cella è messo in conto fin dall'inizio. Se nasci nelle periferie e a cinque anni già vendi sigarette di contrabbando e a sette spacci il tuo primo pezzo di fumo, il carcere ce l'hai nel destino. Famiglia disgregata, abbandono scolastico, sopravvivenza obbligatoria dentro un mondo di sopraffazione e povertà materiale e culturale: così si finisce dentro una, infinite volte. E dentro ripeti la lezione imparata fuori. Certo, la bellezza, l'arte, il teatro possono causare un indicibile dolore, perché aprono gli occhi, allargano l'orizzonte. Ci avvertono di quante cose saremmo potuti essere e non siamo stati. Ma questo vale per tutti, non solo per chi sta pagando per i propri errori".
"Teatro libero di Rebibbia": più seguito dei teatri stabili. Il 26 marzo è la 53° Giornata mondiale del Teatro, indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro della sede Unesco di Parigi, ma è anche la II Giornata nazionale del Teatro in carcere, da quando il "Teatro Libero di Rebibbia" (anche sull'onda del successo mondiale del film dei fratelli Taviani Cesare deve morire, girato a Rebibbia), viene considerato una tra le esperienze teatrali più interessanti e riuscite d'Europa: "La sala di 350 posti è sempre piena - conclude Cavalli - migliaia di spettatori l'anno, che i teatri di fuori se li sognano. Cosa c'è di meglio che fare teatro così? Si possono mettere in scena testi che fuori non sono più rappresentabili, nemmeno dai Teatri Stabili: Shakespeare, Middleton, Brecht, Giordano Bruno, Gogol, i Tragici, le Commedie classiche con tanto di Cori, come se ne vedono solo d'estate al Teatro greco di Siracusa".
L'organizzazione del "Teatro Libero di Rebibbia". Sotto la direzione artistica di Laura Andreini Salerno e Fabio Cavalli, il "Teatro Libero di Rebibbia" conta 3 compagnie teatrali, più di 100 detenuti-attori e una band musicale; il loro spazio, il Teatro del carcere, è diventato una delle principali sale teatrali di Roma per affluenza di pubblico, capace di realizzare collaborazioni anche con altri teatri della città, (in particolare con l'Argentina-Teatro di Roma). In collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il Provveditorato Regionale del Lazio e la Direzione della Casa Circondariale Roma Rebibbia N. C., le esperienze di questo teatro, sono il frutto del pervicace lavoro del Centro Studi Enrico Maia Salerno, impegnato dal 2003 nella realizzazione di progetti culturali rivolti a detenuti. In quest'occasione, Arturo Uè! ha scene a fumetti di Alessandro De Nino, canzoni e musiche dal vivo di Franco Moretti, costumi di Paola Pischedda.
Ansa, 26 marzo 2015
Animazioni teatrali e merende bio viaggeranno in Ape car dalle periferie ai giardini segreti del centro di Milano, in occasione di Expo, grazie al progetto "To bee or not to bee" del Centro europeo teatro e carcere diretto da Donatella Massimilla, che da 20 anni lavora all'interno del carcere di San Vittore. Proprio la casa circondariale milanese, dopodomani, in occasione della 53a Giornata Mondiale del Teatro e della 2a Giornata Nazionale Teatro e Carcere, ospiterà la performance itinerante "Le Bisbetiche domate", in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano.
Protagonisti della pièce, che attraverserà il braccio femminile e quello maschile del carcere, sono detenuti e detenute di San Vittore, che nel pomeriggio saranno ospiti del festival Sguardi Altrove allo Spazio Oberdan, dove daranno vita alla performance intermediale "Sguardi Edge. Un viaggio da Dentro a Fuori San Vittore Globe Theatre". Per quanto riguarda il metodo di lavoro "c'è libertà assoluta di aderire ai laboratori teatrali del Cetec, non c'è - racconta Massimilla - una selezione fatta sulla base di provini. Si parte con grandi gruppi e si arriva a una selezione naturale perché lavoriamo molto duramente: il teatro dentro San Vittore è praticato come fuori, inoltre c'è l'aspetto terapeutico e pedagogico del teatro che emerge in modo particolare in un luogo recluso dove c'è negazione del corpo e delle voce e si sente forte la necessità di rielaborare i propri vissuti".
In questo senso "mi considero non solo una regista ma una pedagoga, amo lavorare - spiega Massimilla - sui vissuti degli attori che diventano dei sotto testi, una sorta di auto-drammaturgia". Oltre al valore terapeutico, il teatro veicola il reinserimento lavorativo: "ci sono ex detenuti che hanno continuato a fare teatro e con questa passione - racconta Massimilla - hanno accompagnato il loro reinserimento lavorativo, facendo per esempio esperienza di teatro-cucina". Proprio in questa scia si inserisce il progetto di "To bee or not to bee", l'ape car shakespeariana di teatro e cibo di strada che attraverserà Milano durante Expo, guidata dagli ex detenuti che si sono formati alla libera università di teatro e alla libera scuola di cucina di San Vittore.
Adnkronos, 26 marzo 2015
Dopo essere stato trasmesso in anteprima sulla piattaforma Ray, da lunedì 16 marzo, il cortometraggio "Mala vita", della durata di 25 minuti, va in onda su Rai3, domani alle 22.45. "Mala Vita" nasce da un progetto rivolto ai detenuti nelle carceri italiane e che ha l'obiettivo di far emergere problematiche sociali spesso ignorate.
Il breve film, per la regia di Angelo Licata, vede protagonista Luca Argentero, nei panni di un uomo abituato ad entrare e uscire dal carcere, che considera quasi la sua seconda casa, e dove tutto sommato riesce a cavarsela. Questa volta, però, dovrà vedersela con un boss della camorra prepotente e aggressivo, che gli renderà più pesante la già difficile esistenza in galera.
Nel ruolo dell'antagonista, Francesco Montanari, che molti ricorderanno quale interprete del personaggio del Libanese in "Romanzo Criminale - La Serie", che dà vita ad un delinquente duro e violento. Prodotto da Fabrizio Rizzolo per Riviera Film, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è liberamente ispirato al racconto "Pure in galera ha da passà 'a nuttata" di Giuseppe Rampello, vincitore del "Premio Goliarda Sapienza" 2013, edito da RAI ERI nella raccolta "Mala Vita". I proventi derivati dall'opera saranno interamente devoluti a beneficio di progetti volti al miglioramento delle condizioni carcerarie.
di Katia Ippaso
Il Garantista, 26 marzo 2015
Chi c'era, ha vissuto in presa diretta le fasi inesorabili di quel terremoto. Si respirava un'elettricità, un'euforia, e naturalmente anche una follia che avrebbe provocato esili e suicidi. Il tribunale di Milano, le sue strade, gli interni che fino a quel momento erano chiusi a chiave coi loro segreti di famiglia, divennero il teatro di un dramma che è difficile storicizzare: una guerra inedita alla corruzione che si rivelerà spietata ma che in quel momento portava in sé una grande novità, una luce in grado di accecare.
Un oggetto che porti la data "1992" non può che destare sentimenti contrastanti, e ci si chiede come mai non ci sia scritto accanto anche "fragile". Come si narra Tangentopoli? Da quale distanza, con quale lente d'osservazione? "1992, la nuova serie tv di Sky, prodotta da Wildside in collaborazione con la7 (da stasera in onda su Sky Atlantic Hd, in contemporanea con altri 4 paesi: Inghilterra, germania, Irlanda e Austria) è andata a rovistare tra le pagine chiare e le pagine scure di quella straordinaria vicenda che ha segnato un punto zero della storia giudiziaria e politica di questo paese, trovando un equilibrio che era certamente difficile da mettere a fuoco, e che è il frutto di un lavoro serio ma anche leggero, che rispetta il documento ma non si intimorisce né indietreggia rispetto alla materia.
Il primo dei dieci episodi parte dal 17 febbraio del 1992 con l'arresto di Mario Chiesa (Valerio Binasco), presidente di un ente comunale di assistenza agli anziani, il Pio Albergo Trivulzio. Il modo con cui viene raccontato ci fa capire che questi personaggi non verranno condannati e neanche assolti, perché non è questo il compito di una creazione televisiva (la prima di Sky veramente originale: le altre serie erano basate su romanzi), ma descritti nella loro ruvida ambiguità: gli inquirenti, gli indagati, i poliziotti, i pubblicitari, le loro amanti, le loro figlie, tutti.
Prendiamo Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi). I suoi primi gesti sono persino sgradevoli, come sono antipatici i comportamenti di Dell'Utri. Ma ogni azione è polisemica. Persino un personaggio come quello di Stefano Accorsi (che ha avuto l'idea della serie), freddo uomo di marketing con un passato nero alle spalle, porta fin dalle prime battute un doppio tracciato che rende fertile la narrazione. Anche chi non è abituato alla serialità, troverà in "1992" un'opera densa, molto poco supponente, ma seduttiva, che si avrà voglia di seguire fino alla fine.
Scritta con indubbia abilità dagli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (story editor Nicola Lusuardi), che hanno saputo mischiare il documento e l'invenzione, si affida ad una regia priva di quegli egotismi estetizzanti di cui ormai siamo saturi: la firma Giuseppe Gagliardi ("Tatanka"), che in conferenza stampa dichiara: "In genere un regista parte per la tangente, invece in questo caso è stato bello prendere stimoli da tutti". Perché gli sceneggiatori sono stati sempre sul set, per creare in contemporanea una partitura che si è andata costruendo nel corso di lunghi tre anni, tra ideazione, documentazione, riprese, montaggio.
In "1992" ci sono alcuni personaggi i cui nomi aderiscono al piano del reale (Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Giovanni Falcone, Mario Segni, il leghista Formentini, Umberto Bossi), e altri sei personaggi immaginari che trattengono invece le scorie di tutto ciò che non si trasforma automaticamente in mega-inchiesta, una certa temperie culturale, una febbre, e a cui gli autori hanno potuto attribuire anche vicende private che potessero irrobustire il piano romanzesco della vicenda: i due poliziotti che lavorano nel pool di Antonio Di Pietro, Luca Pastore (Domenico Diele) e Rocco Venturi (Alessandro Roja), entrambi portatori di verità nascoste, la bella Veronica Castello (Miriam Leone) la cui ambizione è "di non essere una delle tante", che passerà nelle mani di tanti uomini importanti prima di intrecciare una relazione differente con Pietro Bosco (Guido Caprino), quel reduce dall'Iraq chiamato "Batman" che diventerà deputato leghista a Roma, e infine Beatrice Mainaghi (Tea Falco), figlia borderline di un potente industriale che finirà anche lui in manette, giovane erede suo malgrado di un impero che non sa come amministrare.
Questo non significa che ci sia un doppio registro, perché anche i personaggi "veri" sono comunque ricreati nel senso che gli autori si sono sentiti liberi di fare i loro tradimenti e gli attori di cercare le proprie linee: "questo è l'Antonio Di Pietro di Gerardi, non è Antonio Di Pietro" dice Stefano Accorsi, che ha insistito per realizzare "1992" al fine di raccontare un'epoca su cui non esisteva narrazione: "Tangentopoli ha portato un senso di sorpresa enorme. Era una grande novità. E volevamo ricreare quel clima. Non c'è nessuna idealizzazione di quei personaggi, semmai sono cinematografati in un modo che non è politico né morale".
Deliberatamente, gli autori hanno scelto di non trovare un attore per il personaggio di Berlusconi, che entra in scena nel secondo episodio ma che diventerà centrale strada facendo: sarà presente solo attraverso il materiale d'archivio, perché, come spiegano gli sceneggiatori, il Cavaliere ha avuto una sovra-esposizione rappresentativa e non c'era bisogno di un altro volto ancora. C'è invece il personaggio di Bettino Craxi, anche se viene dato respiro più all'intreccio stesso che all'uomo.
C'è poi un'altra protagonista della serie, forse la più importante: la città di Milano, ricostruita con attenzione filologica ("abbiamo dovuto abolire soprattutto le smart e non inquadrare i grattacieli che nel frattempo sono sorti" ha dichiarato il regista) e con la consapevolezza che forse Tangentopoli non sarebbe potuta accadere che lì.
Non più Napoli, o Roma, ma Milano, diventa lo scenario di una trattazione cinematografica che cuce i personaggi e i loro discorsi attorno al tessuto sonoro dell'unico luogo d'Italia in grado di esaltare i talenti fino a mangiarseli vivi, come aveva giustamente intuito negli anni Sessanta Luciano Bianciardi, che a Milano aveva ambientato "La vita agra". Una città grigia ma anche affascinante e sinuosa, operosa e cinica, l'unica capace di lanciare in alto le sue creature migliori, senza occuparsi minimamente di dare poi riparo alle loro cadute.
recensione di Marco Rovelli
Il Manifesto, 26 marzo 2015
"Anima" di Wajdi Mouawad per Fazi editore. Un omicidio dove la ricerca dell'assassino è una discesa negli abissi della Storia. Un romanzo scandito dalle parole degli animali. Cosa intende Spinoza per etica, si chiedeva Deleuze. Per capirlo pensiamo all'etologia, ovvero una "scienza pratica delle maniere di essere". Se la morale ha a che fare con l'essenza e con i valori, e dunque col giudizio, un'etica parla di singolarità, dove singolarità è cosa opposta a individualismo, perché non di atomi separati gli uni dagli altri si tratta, ma di un mondo fatto di infinite connessioni tra ogni singolarità.
Ecco, Anima di Wajdi Mouawad (Fazi, 18 euro) è un romanzo-mondo che è (anche) un capolavoro di etica. Quella raccontato da Mouawad è un universo senza giudizio dove ogni ente (uomo o animale che sia) è connesso con ogni altro ente, ognuno restituito nella sua forma di vita assolutamente singolare, eppure intramata dell'altro da sé. Un universo di risonanze di "anime animali", dove a risuonare è una scrittura impetuosa, trascinante, a tratti miracolosa.
Mouawad è un libanese cresciuto in Francia, dove è celebratissimo anche come autore teatrale. In questo romanzo, la messa in scena inizia con un evento tremendo: il selvaggio, folle, macabro omicidio di una donna. Da lì inizia il viaggio: il suo uomo si mette sulle tracce dell'assassino psicopatico, che la polizia ha rinunciato a cercare, e in quella rincorsa si aprono mondi, uno dopo l'altro. Prima le riserve indiane del Quebec, perché l'assassino è un mohawk; e poi sarà una corsa lungo tutti gli States, un punto zero che non si fermerà alla ricerca dell'assassino, ma proseguirà fino alla radice dell'orrore, una radice che abitava il protagonista da sempre. Sarà insieme una anabasi e una catabasi, per Wahhch (nome che in libanese significa "mostruoso", dove il cognome Debch significa "brutale"), una discesa/risalita al suo proprio orrore rimosso e cancellato, fino a quella Sabra e Chatila dove era nato, e dove aveva vissuto l'orrore che adesso doveva riscoprire nelle sue viscere, nella sua anima.
Ma l'anima, racconta Mouwad, è una sola, nei suoi infiniti modi: tutto si tiene, tutto è connesso nel regno della vita. Anime ed animali, tutto risuona. Ed è questa la particolarità narrativa del romanzo: che a raccontare gli eventi sono gli animali che li osservano. È il loro sguardo "alieno" a farne parola. Fino a scoprire che quella presunta alterità degli animali rispetto all'uomo è solo apparente, fino a scoprire la profonda animalità dell'uomo stesso, nel bene e nel male: là dove bene e male scompaiono, e c'è solo un unico canto animale che tutto tiene, e lascia scorrere.
Le parole risuonano grazie al silenzio degli animali che ascoltano gli uomini, ed è proprio grazie a quel silenzio che il mondo degli umani si riconnette al proprio senso più profondo. Gli animali guardano, e la sapienza narrativa di Mouawad riesce a mostrarci lo sguardo degli animali, la loro specifica forma di vita (restituita con precisione nella scrittura: del resto ogni capitolo, nelle prime due parti del romanzo, si intitola col nome scientifico dell'animale che racconta, e già questo segnala che non c'è impressionismo naif nell'immaginarsi quegli sguardi). Si costruisce così una trama di senso del mondo che coincide con la trama stessa del romanzo.
Ovviamente, non c'è nessuna idillizzazione della natura: la ferocia appartiene al regno animale, è una delle modalità di quell'interconnessione universale. Ma la ferocia dell'umano ha un suo senso specifico, sembra dirci Mouawad, particolarmente abietto. E allora il viaggio del protagonista a partire dalla ferocia che lo ha toccato è un percorso ("una macabra caccia al tesoro") che va a toccare le corde più intime della violenza degli uomini, i frammenti di una storia esplosa che sono le loro guerre, che si richiamano le une con le altre.
"Gli umani sono soli", così a un certo punto riflette Tomahawak, lo scimpanzé del capo indiano che aiuterà Wahhch. "Malgrado la pioggia, malgrado gli animali, malgrado i fiumi e gli alberi e il cielo e malgrado il fuoco. Gli umani sono sempre sulla soglia. Hanno avuto il dono della verticalità, e tuttavia conducono la loro esistenza curvi sotto un peso invisibile. C'è qualcosa che li schiaccia. Piove: ecco che corrono. Sperano nella venuta delle divinità, ma non vedono gli occhi degli animali che li guardano. Non sentono il nostro silenzio che li ascolta. Prigionieri della loro ragione, la maggior parte di loro non faranno mai il grande passo dell'irragionevolezza, se non al prezzo di un'illuminazione che li lascerà esangui, e folli. Sono assorbiti da ciò che hanno sotto mano e quando le loro mani sono vuote, se le portano al viso e piangono. Sono fatti così".
Askanews, 26 marzo 2015
Superare Fini-Giovanardi, basta tribunale inquisizione. "Se dessimo spazio al monopolio pubblico daremmo l'opportunità allo stato di maggiori introiti e più sicurezza ai cittadini". Lo ha detto il capogruppo di Sel alla Camera, Arturo Scotto, dopo la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge sulla libertà di coltivazione della cannabis e sul monopolio pubblico della cannabis.
Con questa proposta, ha spiegato Scotto, "vogliamo mettere fine alle norme antiproibizioniste e repressive di dieci anni di dominio della destra italiana. La legge Fini-Giovanardi ha affollato le carceri e depresso generazioni: occorre una svolta, non si può avere questa impostazione in un paese moderno come l'Italia. Tutto il mondo va verso quella direzione, solo in Italia siamo ancora al tribunale della santa inquisizione".
"Si tratta di un'operazione antimafia: vogliamo sottrarre un mercato a coloro che hanno distrutto questo paese, lo hanno ridotto alla periferia dell'impero, a coloro che hanno accumulato enormi capitali in questi anni, offeso il territorio, ammazzato per droga. Questa operazione antimafia ha anche un impatto economico molto significativo: stimiamo un impatto per la fiscalità generale tra i 5 e i 10 miliardi di euro.
Immaginiamo solo cosa si può fare con quei soldi: dal reddito di cittadinanza, al riassetto del territorio, all'abbassamento delle tasse. Inoltre abbiamo una mole intensa di donne e uomini che in questi anni hanno scontato per queste norme repressive mesi in carcere". "Non pensiamo che bisogna diffondere la marijuana - ha concluso Scotto - ma regolamentarla, interrompere una catena di continuità tra droghe leggere e pesanti perché quando un giovane entra in un mercato la distinzione non è molto facile, è anche un'operazione pedagogica".
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