palermotoday.it, 3 agosto 2018
"La stagione estiva tende ad accentuare le difficoltà e i disagi anche di ordine psicologico normalmente connessi alla vita detentiva". "I dati sui suicidi, gli atti di autolesionismo e di tentato suicidio dentro le carceri invitano tutti noi ad aumentare la vigilanza a protezione delle persone più a rischio".
Lo dice il Garante regionale dei diritti dei detenuti Giovanni Fiandaca che denuncia un'impennata dei tentativi di suicidio in Sicilia con l'arrivo dell'estate. "Dall'inizio dell'anno - dice - solo due detenuti sono riusciti nel loro intento di togliersi la vita ma nell'ultimo mese sono aumentati in maniera significativa gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio".
I numeri parlano chiaro: da gennaio 2018 alla fine di giugno gli atti di autolesionismo sono stati in tutta l'Isola 397 mentre da fine giugno ad oggi sono diventati 479. In crescita anche i tentativi di suicidio passati da 42 (dato al 30 giugno 2018) a 54 (dato al 2 agosto 2018). "La stagione estiva - dice Fiandaca - tende ad accentuare, per intuibili motivi, le difficoltà e i disagi anche di ordine psicologico normalmente connessi alla vita detentiva.
Ne deriva, pertanto, un aumento delle situazioni conflittuali, dello scatenarsi di condotte violente e della tendenza al compimento di gesti auto ed etero lesivi, sino alla scelta estrema del suicidio. Per evitare esiti tragici serve una particolare attenzione da parte di tutti coloro che operano all'interno delle carceri: dal personale dell'Amministrazione penitenziaria al personale sanitario, a tutti gli altri soggetti a vario titolo responsabili operanti in Sicilia".
"Pur avendo gli eventi cause molteplici - conclude Fiandaca - e pur non essendo oggettivamente tutto prevedibile e prevenibile, non c'é dubbio che il ricorso ad adeguate misure preventive può ridurre di molto il pericolo di gesti estremi. Come Ufficio del Garante regionale ribadiamo la disponibilità a fornire il nostro contributo nell'ambito di un'articolata strategia di prevenzione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 agosto 2018
Non si fermano i suicidi in carcere. Al carcere di Udine si è uccisa, nella cella della sezione protetta, una detenuta transessuale. La tragedia è avvenuta martedì, si è impiccata con un lenzuolo nel bagno del carcere. Inutili, purtroppo, i tentativi di soccorrerlo da parte della polizia penitenziaria e dei sanitari.
A darne notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del Segretario regionale del Friuli Venezia Giulia, Giovanni Altomare che ha anche segnalato, sempre nello stesso carcere, un'aggressione di un detenuto con problemi psichici nei confronti dello psichiatra che lo stava visitando.
"Ancora una volta - denuncia il segretario regionale del Sappe -, va pur detto, con la riduzione degli organici e gli accorpamenti triplicati dei posti di servizio è sempre più difficile attuare una sorveglianza adeguata nelle sezioni detentive. Difatti, l'addetto alla sezione del piano terra, luogo del tragico evento, doveva sorvegliare altre due sezioni detentive più la rotonda del piano e il cortile passeggi. Insomma, contemporaneamente ricopriva cinque posti di servizio. Peraltro, attualmente, il carcere di via Spalato è interessato da due piantonamenti in luoghi esterni di cura che incidono ulteriormente sull'organico di Polizia Penitenziaria".
Con l'ennesimo gesto, siamo giunti a 31 suicidi dall'inizio dell'anno, compresa una persona ricoverata in una Rems. Lo stesso giorno in cui si è suicidata la detenuta al carcere di Udine, nella mattinata - come già riportato da Il Dubbio - è deceduto nel reparto di rianimazione del locale ospedale un tunisino di 33 anni che una settimana fa nell'Istituto di La Spezia si era impiccato nella sua stanza. Analogamente, il giorno prima- dopo sette giorni di ricovero in terapia intensiva - era morto un 21enne egiziano, detenuto a Viterbo, che avrebbe finito la pena a settembre.
Si era impiccato con un laccio rudimentale fermato alle grate della finestra il 23 luglio, poco dopo essere stato assegnato al reparto di isolamento per scontare una sanzione disciplinare risalente a un fatto di marzo. Nello stesso reparto del carcere di Viterbo si trovava anche l'italiano che si è tolto la vita il 22 maggio scorso, dopo sette giorni in isolamento. La media dei suicidi, oramai è di uno a settimana e l'estate potrebbe essere destinata a salire.
Per quanto riguarda la detenuta che si è suicidata ieri, rappresenta una delle problematiche specifiche che riguardano le vulnerabilità di gruppi come, appunto, le persone Lgbti, i migranti e le minoranze etniche. Per le detenute transessuali, una osservazione a parte è stata fatta dalla relazione del 2018 presentata in parlamento e curata collettivamente dal Collegio (il Presidente Mauro Palma e le componenti Daniela de Robert ed Emilia Rossi) e dallo staff del Garante nazionale. Si apprende che le persone transessuali, attualmente censite in 10 sezioni specifiche con 58 presenze, sono tutte collocate in Istituti maschili. Si legge sempre nella relazione che Il Garante nazionale ha da tempo espresso l'opinione "che sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica".
Nello scorso anno aveva valutato con soddisfazione la stesura di un decreto del ministro che, almeno in via sperimentale, andava in questa direzione e ridefiniva le sezioni destinate alle persone transessuali. Purtroppo il decreto non è stato più emanato e il tema sembra sparito dall'agenda delle urgenze. Per questo, Palma raccomanda che sia almeno riaperta la discussione, "anche al fine di considerare le perplessità che possano averne frenato il percorso". Ribadisce comunque, che anche per tali sezioni, la cui specificità è ineliminabile, valga il principio dell'inclusività nella vita detentiva generale dell'Istituto e che siano predisposte sia attività specifiche, sia attività in comune con altre persone detenute.
di Fabrizio Mattevi
Corriere dell'Alto Adige, 3 agosto 2018
Anche quest'anno le attività e i corsi realizzati nel carcere di Bolzano si sono conclusi con la consegna di diplomi e attestati: un'occasione per mostrare e condividere, anche in modo festoso, quanto realizzato. Tra le alte pareti del cortile interno, sotto lo sguardo vigile della polizia penitenziaria, si è suonato, si sono messi in scena i testi del laboratorio teatrale, si è gustato il buffet allestito dai partecipanti al corso di cucina.
È stato anche distribuito "Voci dal silenzio", pubblicazione annuale della Casa circondariale di Bolzano, curata dalla Formazione professionale, con interventi e testimonianze raccolte durante le esercitazioni al computer. Molteplici sono gli obiettivi e gli intenti delle proposte formative: accrescere l'istruzione, soprattutto linguistica; promuovere il conseguimento della licenza media; ampliare le opportunità occupazionali con i corsi, assai richiesti, per addetto di cucina; offrire momenti di socializzazione e spazi espressivi per occupare il tempo della detenzione e apprendere qualche semplice tecnica artigianale.
Per realizzare simili finalità, direzione del carcere, personale interno, polizia penitenziaria, Tribunale di sorveglianza cooperano con enti e agenzie esterne: Intendenza scolastica, Formazione professionale italiana, Alphabeta, Caritas, La strada-der Weg. L'impegno per la rieducazione e la riabilitazione sociale è faticoso e a volte frustrante.
Tanto più all'interno di una struttura fortemente limitata come quella bolzanina, pressoché priva di locali per attività didattiche e laboratoriali. L'adesione e la partecipazione dei detenuti sono condizionate dall'elevato turnover dovuto a trasferimenti, fine pena, concessione di misure alternative. Interventi e proposte debbono poi fare i conti con la composizione della popolazione carceraria: attualmente, del circa centinaio di detenuti, più o meno l'80% sono stranieri, per due terzi extraeuropei, tra cui una quota di clandestini.
Le storie complesse e tormentate di queste persone, la lontananza dei luoghi di provenienza e spesso delle famiglie, le differenze di cultura, la scarsa conoscenza dell'italiano rendono irta la via del recupero, ma al contempo irrinunciabile per contrastare il ritorno all'illegalità. Perciò l'esito più prezioso perseguito dalle attività interne è la riscoperta del valore di sé. Merita dunque attenzione e sostegno quanto si sta facendo, pur tra ostacoli e fallimenti, affinché la pena detentiva, che comporta ingenti oneri per lo stato, possa essere per davvero proficua, per i singoli e per la collettività.
di Andrea Fantucchio
ottopagine.it, 3 agosto 2018
Novantacinque firme consegnate in redazione. In calce a una denuncia e la storia di un detenuto. Carcerati malati e senza cure. Molti decidono di farla finita: una media di quattro suicidi al mese. Un quadro disastroso, anche ad Avellino. "Qui dentro non possono curarmi. Ho sempre più male alle gambe. Aiutatemi, sono un essere umano anche io". Giovanni Chiodo, 64 anni, in carcere da tre. La sua storia è allegata a quattro fogli di quaderno consegnatici a mano da un detenuto in permesso. Portavoce di 95 carcerati che hanno denunciato gravi carenze nell'assistenza medica nel penitenziario di Bellizzi Irpino.
Il caso di Giovanni è emblematico. "Ho il diabete mellito tipo 1. Il dirigente sanitario ha spiegato che il carcere non è attrezzato per curare la mia malattia. I documenti li ho inviati all'Asl di Avellino. Non mi hanno mai risposto". In mezzo, un piccolo giallo. "In una relazione l'istituto scrive che ho rifiutato la mia cura, ma non è vero. Ho solo rifiutato il cambio reparto".
Una storia come tante. I detenuti, nella loro lettera, scrivono che nel penitenziario "Non ci sono medicine adatte a tutte le malattie. Farle arrivare da fuori costa troppo. E mancano gli specialisti come cardiologi e ortopedici. Gli infermieri sono tirocinanti".
L'assistenza precaria in carcere è un problema purtroppo comune in tutta Italia. Basta guardare i numeri relativi ai disagi psichici: più di quarantamila i casi. Oltre il 65 per cento dei detenuti soffre di disturbi della personalità, stati di ansia (12 per cento), disturbi psicotici (4 per cento). L'assistenza è carente. Situazione simile anche per patologie differenti come il diabete. Problemi che, spesso, uniti ad altri disagi sfociano in gesti estremi.
In meno di cinque mesi, dall'inizio dell'anno a oggi, sono più di 30 i decessi in carcere. Ventiquattro i suicidi. Morti inarrestabili e silenziose legate, in molti casi, allo stato delle prigioni sovraffollate. Il decreto "svuota carceri" dell'ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando (2014), ha avuto effetti positivi brevi: più di 55mila i detenuti per 50mila posti a disposizione. Ne hanno parlato anche i sindacati delle guardie carcerarie nei mesi scorsi.
Nel mirino i tagli nelle piante organiche dei penitenziari, le condizioni di insicurezza delle strutture, la mancanza di presidi permanenti di agenti, le liste di scorrimento bloccate che pesano su un personale già ridotto all'osso. Condizioni che aumentano i rischi di aggressioni e disordini in carcere. Senza che si intraveda una soluzione all'orizzonte.
di Lucandrea Massaro
aleteia.org, 3 agosto 2018
"Per me padre Puglisi è tutto" così dice Stefano Taormina, 61 anni e una condanna all'ergastolo. Quando aveva 21 è finito in carcere al prima volta. "Ho iniziato rubando le auto. Poi ci sono state le rapine e gli omicidi".
Oggi è in semilibertà. Esce dal penitenziario al mattino e rientra alla sera, in mezzo la giornata la passa Centro Padre Nostro, nel quartiere Brancaccio di Palermo, una ex (?) roccaforte mafiosa. Il Centro nasce proprio da don Pino Puglisi, il sacerdote beato martire della Mafia. È qui che Stefano cerca e trova redenzione, aiutando i ragazzi del luogo in questo centro polifunzionale in cui si fanno corsi, si tiene l'asilo, ma soprattutto si dà una prospettiva in un pezzo d'Italia che prospettive non ne ha.
"Ho conosciuto il presidente Maurizio Artale - dice Stefano ad Avvenire - durante uno dei suoi colloqui in carcere. Di solito non prende persone che hanno sulle spalle pene da scontare come le mie. Ma si è fidato...". Adesso lui ha scoperto di avere molti talenti, vuole dare una mano e soprattutto non vuole che i tanti ragazzi del quartiere facciano la sua fine
Stefano è stato anche il testimonial del Progetto Pari, un percorso per promuovere "buone relazioni" nelle scuole superiori di Palermo voluto dal Comune con il Centro Padre Nostro. "Agli studenti ho raccontato la mia adolescenza. Perché ci vuole davvero poco a passare dal bullismo alla delinquenza, da una bravata ai reati. Così a loro ripeto: non fatevi ingannare, non cedete ai richiami dei soldi facili".
Quindi rivela: "Già i miei insegnanti mi chiamavano delinquente". Oggi va orgoglioso della sua famiglia. "Mia moglie lavora e abita non lontano da qui. I miei due figli sono già sistemati: lui è un imprenditore, lei ha un ingrosso". Eppure, continua, "le mie notti sono segnate dagli incubi per quello che ho fatto. Non ho mai nascosto gli errori che ho commesso. Infatti sto pagando". Poi la voce si abbassa. "In carcere ho avuto anche un infarto. Il pensiero di aver rovinato un'intera famiglia con le mie mani mi ha talmente tormentato che il cuore ha ceduto. Se sono ancora vivo, lo devo alla polizia penitenziaria che mi ha salvato".
Il suo riscatto è iniziato proprio in cella. "Io, che non avevo mai avuto voglia di studiare, ho preso due diplomi. E ho seguito corsi di computer, idraulica, elettrotecnica". Con i suoi quadri, venduti in una mostra a Torino, ha aiutato anche quattro ragazzi rimasti orfani dopo l'alluvione del 1994 in Piemonte. "Un sogno che ho adesso? Poter stringere la mano a papa Francesco e avere da lui una benedizione. So che sarà a Palermo per rendere omaggio a don Pino. Chissà se ci sarà la possibilità di abbracciarlo...".
di Eleonora Caddeo
La Nuova Sardegna, 3 agosto 2018
Per risparmiare i rubinetti restano a secco dalle 23 alle 6 del mattino Ma le perdite della rete interna cancellano i benefici del razionamento. Da un lato si interrompe l'erogazione dell'acqua per risparmiare, dall'altro non si riparano le tante perdite presenti nella struttura. Al carcere di Massama si raziona l'acqua ma solo a parole, visto gli sprechi. I rubinetti sono chiusi da otto mesi, nella fascia notturna dalle ventitré alle sei del mattino, sia nelle cento ventitré celle, negli alloggiamenti dedicati al personale di polizia penitenziaria, e in tutti gli altri locali, fatta eccezione dell'infermeria.
Al posto dell'acqua a corrente, sono stati acquistati circa duecento bidoni di plastica da venti litri, posizionati nelle celle, uno per ciascun detenuto, più altri condivisi dagli agenti di polizia penitenziaria, da riempire tutte le sere. La scelta di razionare l'acqua, presa dalla direzione della casa di reclusione di Oristano, risponde ad una direttiva ministeriale del 2017, relativa al Piano di contenimento dei consumi idrici. L'ordine di servizio, emanato dalla direzione del carcere già a dicembre, è attivo.
Tutto chiaro? Neppure per sogno. Da un lato vengono chiusi i rubinetti, dall'altro, da altrettanti mesi, c'è uno spreco di acqua a causa di perdite nelle tubature dell'impianto e di malfunzionamenti in alcuni bagni della casa di reclusione. Secondo i sindacati nel seminterrato, le tubature che passano sul soffitto perdono da molti mesi. Per un banale guasto al sifone, uno dei due bagni dell'infermeria, per molti mesi, ha causato una perdita d'acqua pari a diversi metri cubi al giorno, limitata, naturalmente alle diciassette ore di apertura dei rubinetti.
Questo spreco d'acqua potrebbe essere risolto con l'intervento di un idraulico, e con una serie di manutenzioni non certo complesse e costose. Il caso dell'infermeria, solo da poco risolto, non è l'unico: sono tanti i malfunzionamenti tutt'ora presenti e segnalati nelle forme dovute dal personale di sorveglianza. Una carenza di manutenzione, quella della casa di reclusione Salvatore Soro, di cui sono stati informati da febbraio, il prefetto di Oristano, Giuseppe Guetta, il provveditore delle carceri sarde, Maurizio Veneziano, e lo stesso direttore della casa di reclusione, Pier Luigi Farci.
Oltre all'emergenza idrica, il carcere di Massama sembrerebbe presentare altre problematiche legate alla scarsa manutenzione: dai cancelli, molti dei quali andrebbero sistemati, alla video-sorveglianza, che andrebbe potenziata. Necessità importanti ma forse non come lo spreco d'acqua, se si pensa che la struttura detentiva oristanese ha consumi che superano quelli delle limitrofe frazioni cittadine.
Italia Oggi, 3 agosto 2018
Certificati del casellario selettivi a disposizione della pubblica amministrazione: conterranno le informazioni pertinenti al singolo procedimento. Passa a cento anni il termine cancellare le condanne dalla fedina penale, mentre i carichi sono eliminati alla morte dell'interessato. È quanto prevede uno schema di decreto legislativo approvato ieri dal consiglio dei ministri in via preliminare, che unifica in un unico modello (certificato "del casellario") i tre tipi di certificati attualmente previsti (generale, penale e civile).
Il provvedimento attua la legge delega 103/2017 e dispone la revisione della disciplina del casellario giudiziale. Il provvedimento interviene su diverse materie e il filo rosso è quello della minimizzazione delle informazioni relative a episodi negativi sul conto delle persone. Ci sono interessi confliggenti: quello alla conoscenza delle notizie su gravi fatti di allarme sociale e quello alla possibilità di rifarsi una vita.
Lo schema di decreto legislativo stabilisce nuovi equilibri, A favore della rieducazione e del reinserimento si pongono alcune disposizioni sulla eliminazione sul non inserimento di alcuni provvedimenti giudiziali che hanno un connotato fortemente demenziale. L'altro aspetto, che si pone in questa scia, è la scelta di fare certificati ad hoc in relazione alle verifiche che la pubblica amministrazione è chiamata a fare, di volta in volta, sulla onorabilità delle persone: qui si limita la circolarità delle notizie a quelle rilevanti per accertare un particolare spettro di moralità in relazione alle esigenze di un particolare procedimento. Vediamo più analiticamente le disposizioni del provvedimento approvato in prima lettura dal governo.
Tempo limite - Si interviene sui tempi di conservazione massima dei dati. Quelli relativi ai carichi pendenti vengono tenuti fino alla morte della persona. I dati relativi alle condanne, invece, sono conservati per cento anni dalla nascita. Non è una diminuzione, anzi è una dilatazione dei tempi (attestati oggi agli ottanta anni di età dell'interessato), che, però è stato scelto in quanto. Così facendo, ci si allinea agli altri ordinamenti europei.
Certificati selettivi - Si distinguono in casi in cui la pubblica amministrazione ha necessità del casellario generale: questo capita quando non è possibile individuare a priori le iscrizioni rilevanti e pertinenti rispetto a un determinato procedimento amministrativo. In tale caso la pubblica amministrazione procedente continuerà ad acquisire il certificato generale. Negli altri casi, invece, le pubbliche amministrazioni possono ottenere solo il certificato elettivo, che riporta le sole iscrizioni pertinenti alle singole finalità perseguite nello specifico procedimento. L'accertamento della moralità selettiva implica una diminuzione dell'effetto negativo delle iscrizioni al casellario e costringerà anche a verificare, caso per caso, quali siano le informazioni rilevanti. Le innovazioni previste sono anche di carattere organizzativo, in quanto si prevede che le pubbliche amministrazioni potranno avere accesso diretto e gratuito previa stipulazione di una convenzione con il ministero della giustizia.
Eliminazioni - Si eliminano dal casellario giudiziale i provvedimenti di minor disvalore e cioè quelli applicativi della non punibilità per tenuità del fatto. Nel caso specifico il fatto particolarmente tenue merita una clemenza giudiziale, che viene estesa anche alle conseguenti iscrizioni negative nel casellario. Lo schema di decreto legislativo esclude dalla iscrizione nel casellario anche i provvedimenti relativi alla messa in prova dell'imputato. Esclusa l'iscrizione anche in caso di rescissione del giudicato.
Certificato unico - Si individua un unico tipo di certificato che unifica i tre tipi attualmente previsti: generale, penale e civile. Il certificato unico si chiamerà semplicemente "certificato del casellario".
Avvertenza Ue - Nel certificato va inserita un'avvertenza per indicare se esistano condanne in ambito europeo. Questo per la completezza delle certificazioni.
di Sara Volandri
Il Dubbio, 3 agosto 2018
Il Papa cambia il Catechismo della Chiesa Cattolica. la battaglia per l'abolizione in tutto il pianeta. fino ad oggi il vaticano ammetteva il ricorso al boia di stato per i "casi estremi". Il rifiuto della pena di morte ora si fa catechesi e ricongiunge la dottrina della Chiesa con il buon senso dei Vangeli.
L'intervento di Papa Francesco contro le esecuzioni capitali nel mondo ha un'importanza storica proprio perché non è soltanto faltus vocis. Al contrario presuppone una modifica in calce al testo del Catechismo della Chiesa Cattolica che sarà poi tradotta nelle diverse lingue e inserita in tutte le edizioni. L'ultima edizione del 1992 non escludeva il ricorso al boia di Stato per i "casi estremi". Ora nessuna eccezione alla regola, la vita umana deve essere preservata e difesa in ogni caso.
Non solo il rifiuto della primitiva legge del taglione, non solo il rispetto del Quinto comandamento ("Non uccidere!"), non solo l'idea che l'uomo (o lo Stato) non può sostituirsi al Dio creatore decretando la morte dei suoi simili, l'idea di Francesco è soprattutto politica e la sua strategia è "attiva". Il Vaticano vuole in tal senso lottare per una moratoria mondiale della pena di morte, è un suo obiettivo concreto e per raggiungerlo eserciterà tutta l'influenza di cui dispone. Già nel 2015, durante il papa argentino, in un toccante discorso pronunciato nella "tana del lupo" e cioè al Congresso degli Stati Uniti paese fieramente anti- abolizionista, condannò con fermezza la pena capitale, annunciando l'impegno del suo magistero per abolirla ovunque nel pianeta.
Molto dettagliate le parole di Bergoglio: "Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune. Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi". La dignità della persona non viene dunque perduta neanche di fronte al più efferato dei crimini, un concetto che verrà normato dalla Congreazione per la Dottrina della Fede.
"La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile - prosegue Bergoglio - perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo".
Finora l'insegnamento tradizionale della Chiesa non escludeva in modo assoluto il ricorso alla pena di morte. È per questo motivo che Papa Francesco ha auspicato che il Catechismo venga modificato. Il punto in questione era il 2267: "L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani".
Questa formulazione era stata chiesta esplicitamente alla Santa Sede dal rappresentante dell'Episcopato del Cile nel Comitato di redazione del Catechismo, come aveva poi rivelato l'allora cardinale Joseph Ratzinger. In realtà il Concilio di Trento, nel suo Catechismo, ripreso dal Catechismo maggiore di Pio X, diceva che è lecito uccidere quando si combatte "una guerra giusta" e quando "quando si esegue per ordine dell'autorità suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto".
Lo stesso Stato del Vaticano prevedeva la pena capitale fino alla prima abolizione de facto, ma non de jure da parte di Paolo VI. Fu papa Wojtyla che, con l'enciclica motu proprio nel febbraio 2001, che abolì in modo definitivo l'estremo supplizio dalla Legge fondamentale vaticana.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 3 agosto 2018
E riemergono le differenze sulla linea Minniti. Il voto è previsto all'inizio della prossima settimana. A chiedere di schierarsi contro è stato per primo il presidente Matteo Orfini. Intanto il partito presenta tre emendamenti.
A prendere la parola per chiedere di votare contro le motovedette alla Libia, a meno che non ci siano garanzie sui diritti umani, è stato Matteo Orfini. Il presidente del Pd del resto aveva già motivato il suo no in un articolo su Avvenire, il quotidiano dei vescovi.
E oggi nella riunione del gruppo del Pd della Camera, che si appresta a votare il decreto motovedette a inizio della settimana prossima, la discussione si è accesa e ha diviso i dem. Da un lato i contrari al sì su quelle 12 motovedette che Matteo Salvini ha promesso alla Libia, dall'altro chi ha ricordato che non si può smentire la posizione già assunta al Senato.
A Palazzo Madama infatti i senatori dem hanno votato a favore. Piero Fassino lo ha ricordato. Anche Dario Franceschini ha posto il problema. Pur sottolineando le criticità del decreto, e insistendo affinché si denuncino in aula le politiche del governo sui migranti, l'ex ministro dei Beni culturali ha ricordato che un comportamento difforme del Pd tra Senato e Camera non sarebbe opportuno.
Ma un fronte ampio e trasversale, dai cattolici alla sinistra del partito, è sulle barricate. Lia Quartapelle, la responsabile Esteri della segreteria, ha ammesso che alla luce della vicenda di Asso 28 - la nave italiana che ha soccorso in mare 108 migranti riportandoli poi in Libia su indicazione della guardia costiera libica - occorre un di più di cautela. Orfini ha ribadito che forse i compagni senatori hanno sottovalutato il voto. A Palazzo Madama contro si erano schierati solo i senatori di Leu e Emma Bonino.
"Non c'è più nessun tipo di garanzia, per Salvini si tratta di armare i libici e lasciare nelle loro mani i migranti: noi non possiamo accettarlo". Ha ripetuto Orfini. Giuditta Pini è anche lei per il no al decreto. Graziano Delrio, il capogruppo, ha mediato: se la maggioranza non accetta i nostri emendamenti, potremmo astenerci. Delrio è un cattolico, dossettiano. Quando Marco Minniti, ministro dell'Interno del centrosinistra, propose di chiudere i porti, Delrio, allora responsabile delle Infrastrutture, disse di no. Intanto il Pd ha preparato tre emendamenti. Uno di questi prevede che l'ok alle motovedette sia subordinato alla presenza di organismi internazionali sulle navi della Guardia costiera libica e nei campi profughi libici. Inoltre si chiede che il governo libico ratifichi la convenzione di Ginevra.
I Dem si augurano che "nelle orecchie dei grillini qualcosa risuoni" e che alcune modifiche possano essere accolte, aprendo una falla nella maggioranza gialloverde. Nel Pd non si vuole sconfessare la politica che fu di Minniti e quindi di aiuto della Libia, ma dall'altro non si può offrire sponda a Salvini. Per Leu invece, con Laura Boldrini in testa, il decreto motovedette è inemendabile: da bocciare. Domani il decreto potrebbe sbarcare nell'aula di Montecitorio o slittare a lunedì.
di Fabio Martini
La Stampa, 3 agosto 2018
Dal pianista Pollini all'architetto Gregotti, appello contro "il pensiero unico" del rancore. Non è il solito appello degli intellettuali "fiancheggiatori", uno di quei documenti scritti dai partiti (di solito di sinistra) e puntualmente sottoscritti da registi, scrittori, pittori e architetti.
Nei prossimi giorni inizierà a circolare qualcosa di molto diverso, un appello scritto da undici uomini di cultura, politicamente non sovrapponibili, nel quale si denuncia la "spirale distruttiva" nella quale si starebbe avvitando il Paese; il rischio di un nuovo "pensiero unico" all'insegna del rancore; la possibilità che sia proprio l'Italia a dare la spallata decisiva ad una costruzione europea in atto da più di mezzo secolo.
In definitiva una chiamata alle armi intellettuali contro il rischio del "più vasto schieramento di destra dalla fine della Seconda guerra mondiale", che potrebbe manifestarsi alle elezioni europee del 2019. È un documento scritto da intellettuali di diverso orientamento culturale, Accademici dei Lincei come Massimo Cacciari, Michele Ciliberto, Biagio De Giovanni, Enrico Berti. Personalità che rappresentano l'eccellenza nei rispettivi campi. Come l'architetto Vittorio Gregotti. O come il pianista Maurizio Pollini.
E ancora: il filosofo Giacomo Marramao, i compositori Giacomo Manzoni e Salvatore Sciarrino, lo storico Paolo Macry, l'artista Domenico Palladino. L'appello dei "professori" rappresenta l'ultima espressione di un fenomeno recente e tutto italiano: l'emergere, in assenza di un efficace contrasto politico, di una variegata e trasversale "opposizione extraparlamentare" che non ha nulla a che vedere col movimentiamo degli Anni Settanta, o con i Girotondi dei primi Anni Duemila.
Da alcune settimane contro le scelte del governo giallo-verde si stanno accendendo spontaneamente - e con le motivazioni più disparate - diversi soggetti: docenti universitari momentaneamente impegnati in incarichi pubblici come Tito Boeri, personaggi atipici come Roberto Saviano, ma anche gli industriali del Veneto o "Famiglia Cristiana", la più diffusa rivista cattolica italiana.
L'appello dei "professori" - che "La Stampa" è in grado di anticipare - è iniziativa più pensata e strutturata di altre ed ha preso la forma in un documento volutamente breve, che condensa in pochi concetti-guida l'essenza della denuncia. Contro il nuovo corso Si parte da una prima istantanea sulla natura politico-culturale del nuovo corso: "La situazione dell'Italia si sta avvitando in una spirale distruttiva. L'alleanza di governo diffonde linguaggi e valori lontani dalla cultura - europea e occidentale - dell'Italia" e politiche "gravemente demagogiche".
Il rischio più consistente è che questi linguaggi e queste pratiche, "nella mancanza di una seria opposizione", configurino "una sorta di pensiero unico, intriso di rancore e risentimento". Con un messaggio distorsivo: "Il popolo è contrapposto alla casta, con una apologia della Rete e della democrazia diretta che si risolve, come è sempre accaduto, nel potere incontrollato dei pochi, dei capi".
La concentrazione sul problema dei migranti, "ingigantito oltre ogni limite e gestito con inaccettabile disumanità", acuisce in modo drammatico una crisi dell'Unione europea, che è "sull'orlo di una drammatica disgregazione", alla quale l'Italia sta dando un pesante contributo, "contrario ai suoi stessi interessi".
Per questo è diventata "urgentissima" un'iniziativa che contribuisca a una discussione in vista delle elezioni europee del maggio 2019; in quella occasione si tratterà di contrastare il più vasto schieramento di destra dal 1945 ad oggi e "la responsabilità di chi ha un'altra idea di Europa è assai grande". Conclusione vibrante: "Non c'è un momento da perdere".
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