www.camera.it, 25 marzo 2015
Cosi il guardasigilli Andrea Orlando, intervenendo alla Camera dei Deputati nella discussione del disegno di legge che modifica il codice penale in materia di prescrizione del reato.
Sono consapevole del fatto che la prescrizione non si determina soltanto nell'ambito del processo, però noi dobbiamo tener conto, ragionando anche dei tempi del processo, se la prescrizione così com'è attualmente costruita non sia oggettivamente un incentivo ad allungare il processo. Così com'è costruita oggi la prescrizione, per una fetta consistente di casi, costituisce un incentivo ad utilizzare il rito principale ed evitare di utilizzare i riti alternativi, perché, nel sistema di convenienze definito dal processo, è relativamente meno conveniente utilizzare i riti alternativi, perché c'è sempre la possibilità di utilizzare questa possibilità di chiudere il processo in questo modo.
Per cui il fatto che un numero consistente di processi si estingua durante le indagini non è una buona ragione per non affrontare, invece, il tema dei reati che si estinguono all'interno del processo. Certo, questo consiglierebbe, come il Governo ha fatto, di affrontare questo tema nell'ambito complessivo della riforma del processo. La Commissione ha deciso, credo anche sulla base di una considerazione di carattere generale, cioè il fatto che c'erano molti provvedimenti che intervenivano sul tema della prescrizione, di stralciare questo elemento, questo tema della prescrizione dalla riforma complessiva del processo.
È una scelta che, naturalmente, ci complica la lettura di questo provvedimento, perché non ci consente di metterlo in relazione con le altre cose che stanno venendo avanti e che la presidente Ferranti ricordava: cioè, non ci consente di coordinare questo con gli interventi che devono incidere sulla ragionevole durata del processo; non ci consente di leggerlo, quindi, alla luce dei tempi del processo e anche alla luce della modifica delle pene che, nel frattempo, stanno intervenendo su alcuni tipi di reato. È una possibilità che sarà riservata alla Pag. 49seconda lettura di questo testo normativo, a cui competerà il compito di tener conto di quanto in Commissione e alla Camera si sarà fatto sul fronte dei tempi del processo, della riforma del processo penale, e a quanto sarà successo sulla definizione complessiva del catalogo delle pene per quanto attiene una serie di reati.
Però, detto tutto questo, respingo l'accusa di aumentare in modo irragionevole e senza un disegno di insieme i tempi della prescrizione e, quindi, di allungare di conseguenza i tempi del processo. Noi partiamo dal tentativo di trovare un equilibrio tra la pretesa punitiva dello Stato e la ragionevole durata del processo e decidiamo che sospendiamo la prescrizione nel momento in cui si determina una corroborazione della pretesa punitiva con una condanna di primo grado. La pretesa punitiva dello Stato viene rafforzata da una condanna di primo grado, sulla base di questo si consente di procedere ulteriormente nel processo; così vale anche per il passaggio in Cassazione.
Da questo punto di vista, onorevole Colletti, la risposta a quel suo collega che le poneva il tema del condannato in primo grado per truffa, lei l'avrebbe avuta, perché, certo, se in due anni non si riesce a condannare uno per truffa, un problema del sistema esiste, ma, sicuramente, non ci sarebbe stato quel caso che lei citava, per cui l'imminente decorrere del termine di prescrizione impediva la possibilità di portare avanti il processo ed arrivare alla condanna.
Non abbiamo allungato e non sono stati allungati i tempi della prescrizione per alcuni reati per ragioni di esecrazione di quel tipo di reato. Questo allungamento è dovuto alla particolare natura di quei reati. Non abbiamo scelto perché riteniamo più grave la corruzione propria e la corruzione in atti giudiziari rispetto ad altri tipi di reati contro la pubblica amministrazione.
La scelta è dovuta al fatto che quel tipo di reato si basa su un patto corruttivo che emerge, spesso, molto dopo il momento in cui questo patto si è concluso. Da questo punto di vista, c'è una corrispondenza con una scelta che lo stesso Parlamento ha fatto quando ha deciso di allungare i tempi di prescrizione, per esempio, nell'ambito dei reati ambientali, reati che, al di là del giudizio che gli si può dare nella Pag. 50gerarchia dell'esecrazione sociale, della riprovazione sociale, sono però reati che, oggettivamente, emergono molto tempo dopo rispetto al momento in cui vengono commessi.
Questa è la scelta che sta alla base di questo testo e questa è la scelta per cui io credo che il provvedimento che stiamo affrontando - con l'esigenza di quel coordinamento che richiamavo, cioè di tener conto di che cosa si farà sul fronte delle modifiche per il raggiungimento di obiettivi sulla ragionevole durata del processo e tenendo conto delle modifiche di pena che interverranno - dovrà essere coordinato con questi altri aspetti. Ma se lo giudichiamo oggi, credo che costituisca un segnale positivo e non un elemento di allungamento del processo, ma, e lo ripeto, ma - e su questo vorrei spendere l'ultimo minuto del mio intervento - è uno strumento attraverso il quale si ridà vigore al percorso dei riti alternativi.
Da questo punto di vista, però, inviterei i parlamentari che dicono che questo intervento allunga i tempi del processo ad essere conseguenti quando si parla di riti alternativi e non, invece, tutte le volte, porre poi la questione del perché c'è il beneficio nel rito alternativo. I riti alternativi sposano uno spirito utilitaristico: si fa uno sconto, perché si realizza più rapidamente la pretesa punitiva dello Stato. Teniamo insieme questi due aspetti, perché questo è un aspetto di carattere fondamentale.
Trovo poi singolare, e mi avvio a concludere, che i gruppi politici che invitano costantemente a un'estensione dell'ambito del diritto penale - è là che si misura quando esiste o meno la pretesa punitiva dello Stato - poi, invece, in qualche modo siano disponibili ad accettare l'idea che il semplice decorrere del tempo sia l'arbitro del fatto che quella pretesa punitiva deve durare o meno. Se vogliamo discutere seriamente di quale sia il modo più efficace di contrastare gli illeciti allora discutiamo del perimetro del diritto penale, non dei tempi nei quali si prescrive un reato, perché una volta che lo Stato ha detto che quel comportamento deve essere sanzionato come un reato ha detto una cosa che non può essere smentita semplicemente perché si arrende di fronte al fatto che il tempo passa e non c'è più niente da fare.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 25 marzo 2015
Reclusione "da 8 a 12 anni" per chiunque, al volante in stato d'ebbrezza, o sotto l'effetto di droghe, provochi il decesso di una persona. Rischia, invece, una condanna da 6 a 9 anni il guidatore che, "procedendo a una velocità pari al doppio di quella consentita", determini un incidente mortale, stessa pena inflitta pure a chi (ucciso qualcuno) si dia alla fuga.
E saranno punite pure le "lesioni personali" inflitte a chi, investito, patisce problemi di salute. Messo a punto ieri, in commissione giustizia al senato, il testo che unifica le norme penali in materia di omicidio stradale (859 e connessi disegni di legge 1357, 1378, 1484 e 1553), "un grosso passo in avanti", ha dichiarato a Italia Oggi il relatore Giuseppe Cucca (Pd), precisando di confidare nella fase emendativa (fino al 21 aprile sarà possibile depositare le modifiche) per "integrare il provvedimento con elementi che nella versione originaria c'erano e ho tolto per accelerare i tempi, fra cui le misure sulla sospensione della patente"; scelta, ha precisato il parlamentare, necessaria per "evitare sovrapposizioni" con la commissione lavori pubblici di palazzo Madama, che sta esaminando il disegno di legge delega di riforma del codice della strada (1638, approvato dai deputati) che "contiene la revoca" dell'abilitazione alla guida.
Il "giro di vite" nei confronti di chi lascia vittime sull'asfalto contempla il carcere fino a 12 anni per comportamenti scorretti (assunzione di bevande alcoliche oltre i limiti consentiti, o sostanze stupefacenti, nonché pigiare troppo sull'acceleratore) da parte dei cosiddetti "pirati della strada"; nel caso, poi, recita il testo, in cui le vittime siano più d'una la condanna potrà essere aumentata sino al triplo, ma non potrà superare i 18 anni.
Novità è, inoltre, l'introduzione del delitto di "lesioni personali stradali": il guidatore del veicolo che, sotto effetto di alcol o di droghe, cagioni alla vittima non la morte, bensì un danno dal quale derivi una malattia, rischia la condanna da uno a quattro anni. E se la colpa, invece, è dell'alta velocità, la reclusione sarà da sei mesi a due anni, mentre la stessa sorte toccherà al conducente che si dia alla fuga, rendendosi irreperibile, dopo aver cagionato un sinistro "dal quale sia derivata una lesione personale che abbia causato una malattia a una persona". Nel caso in cui le vittime con lesioni siano più d'una "si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse, aumentate sino al triplo", ma senza che si superi il tetto massimo dei sette anni.
Dire, 25 marzo 2015
Arrivano due nuove reati che verranno inseriti nel Codice penale per punire i pirati della strada: l'omicidio stradale e le lesioni personali stradali. In commissione Giustizia al Senato, il relatore Giuseppe Cucca (Pd) ha depositato un testo unificato nell'ambito dell'esame dei disegni di legge in materia che erano all'attenzione di Palazzo Madama dallo scorso 17 giugno.
Il testo unificato è stato adottato dalla commissione e sarà la base per il prosieguo dei lavori. Il termine degli emendamenti è fissato a martedì 21 aprile, alle ore 18. Per quanto riguarda il delitto di omicidio stradale, con l'introduzione dell'articolo 589 bis viene previsto che "Chiunque ponendosi alla guida di un autoveicolo o di un motoveicolo o di altro mezzo meccanico in stato di ebbrezza alcoolica o di alterazione psico-fisica conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope cagiona per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni".
Per le lesioni personali stradali, dalle quali derivi una malattia, con una modifica all'articolo 590 bis del Codice penale, viene previsto, nei casi in cui l'incidente sia provocato da guida in stato di ubriachezza o di alterazioni conseguenti all'assunzione di droghe o altre sostanze psicotrope, il carcere da uno a quattro anni. Pene più severe sono introdotte anche per la guida non in stato di alterazione ma comunque a una velocità doppia di quella consentita: per l'omicidio stradale carcere da sei a nove anni; per le lesioni personali stradali pena da sei mesi a due anni.
Nel testo unificato del relatore non è previsto 'l'ergastolo della patentè, ossia il ritiro a vita in caso di guida in stato di ebrezza o sotto alterazione di droghe o sostanze psicotrope. Il relatore Giuseppe Cucca spiega: "All'attenzione della commissione Lavori Pubblici del Senato c'è la riforma complessiva del Codice della strada.
Nella sede della commissione Giustizia ho preferito non inserire la questione della revoca definitiva della patente per velocizzare l'iter dell'omicidio stradale". Il capogruppo Pd in commissione Giustizia del Senato, Giuseppe Lumia, spiega: "Come gruppo del partito democratico abbiamo chiesto che sul nuovo reato si acceleri partendo dal testo base presentato dal relatore e con l'esame degli emendamenti. Benché si tratti di una materia complessa dobbiamo dare una risposta a a un dramma che si consuma oggi sulle strade".
Di seguito il resto delle nuove norme previste dal testo unificato del relatore Giuseppe Cucca (Pd), adottato dalla commissione Giustizia del Senato. Nell'ambito del reato di omicidio stradale, per i pirati della strada sobri ma che si sono dati alla fuga, rendendosi irreperibili, la condanna va da 6 a 9 anni se dall'incidente è derivata la morte di una persona. Se il sinistro stradale cagiona la morte di più persone la pena può essere aumenta fino al triplo ma non può superare gli anni 18. Per le lesioni personali stradali, pena da sei mesi a due anni per chi si è dato alla fuga senza prestare assistenza. Se il conducente dell'auto pirata provoca lesioni a più persone si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse, aumentate sino al triplo (non potrà superare in ogni caso i sette anni).
Nel caso di lesioni gravi la pena è aumentata da un terzo alla metà, mentre per le lesioni gravissime la pena è aumentata dalla metà a due terzi. Il delitto di lesioni personali stradali è punibile a querela della persona offesa solo se la malattia ha una durata non superiore ai 20 giorni e se non ricorre alcuna circostanza aggravante.
di Cristina Da Rold
L'Espresso, 25 marzo 2015
Sono i figli neonati delle detenute o i minori (spesso stranieri) che non accedono alle misure alternative. E gestirli è sempre più difficile a causa delle ristrettezze economiche. Ecco quanti sono, dove e per quali reati sono stati reclusi.
Un lungo corridoio, stanze con tre letti e tre culle, una piccola cucina, un giardinetto e qualche disegno colorato alle pareti. Ma nessuna candelina, nessun regalo. Ci sono bambini oggi in Italia, per i quali compiere gli anni non è una festa, così come non lo è per le loro madri, che sanno che cosa capiterà al loro nucleo famigliare allo scoccare del terzo anno di vita del proprio bambino. Sono le donne detenute nei carceri femminili italiani, a cui la legge permette di vivere con i propri figli all'interno della struttura fino al compimento dei tre anni. E non è un modo di dire, poiché il giorno stesso del compleanno il bambino viene prelevato dalla struttura dove vive con la madre e affidato ad altre cure, nella migliore delle ipotesi alla famiglia d'origine.
Secondo i dati ministeriali , nel 2014 le detenute madri in Italia erano 27, e 28 i bambini con meno di tre anni che vivevano all'interno delle carceri per adulti. Non moltissimi, se si pensa che si è arrivati anche a 78 bambini nel 2000 e a 73 nel 2009.
Una vita, quella dei piccoli, modulata sulle dinamiche della detenzione adulta, con le stesse sbarre e gli stessi colori. Eppure una legge che dispone diversamente esiste, ed è la legge 62 dell'aprile 2011 , che introduce due alternative alla detenzione per questi bambini.
La prima di queste opzioni sono gli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri con prole fino a tre/sei anni) che sebbene siano carceri, a livello edilizio sono comunque più simili a una casa normale, anche se la donna vive la propria quotidianità da detenuta.
La seconda alternativa al carcere vero e proprio sarebbero invece le famose case famiglia protette, che dovrebbero essere destinate a donne che non hanno la possibilità di ripristinare la normale convivenza con il figlio per mancanza di un domicilio.
Il condizionale è d'obbligo, dal momento che a oggi di Icam ce ne sono solo due in tutta la penisola e di case famiglia protette nemmeno l'ombra. "Non c'è da stupirsi - racconta Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell'Associazione Antigone - dato che secondo la normativa le case famiglia non devono comportare oneri per la finanza pubblica e devono essere individuate con l'aiuto degli Enti Locali che come sappiamo al momento hanno ben altre priorità dal punto di vista economico." La spending review la pagano tutti quanti.
I minori in carcere non sono però solo i figli delle detenute, come mostrano i dati recentemente pubblicati dal Ministero della Giustizia e aggiornati al 28 febbraio 2015. Sebbene oggi la detenzione per i minori sia in qualche modo un'extrema ratio e non una prassi - ci raccontano dall'Associazione Antigone - all'interno dei cosiddetti Ipm (Istituti Penali per i Minorenni) sono ospitati oggi circa 300 ragazzi. E la maggior parte è italiana.
"Basta fare due conti per capire che sono numeri molto piccoli rispetto al mondo adulto - prosegue la Marietti - dato che gli Ipm attivi al momento in Italia sono solo 15, mentre le carceri per adulti sono circa 200, ma al tempo stesso negli ultimi anni i minori presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (Ussm) sono cresciuti non di poco, passando dalle 14.744 unità del 2007 alle 20.268 del 2014". E 15.992 di questi sono giovani italiani.
Inoltre, solo nei primi due mesi del 2015, 181 minori sono entrati in carcere e 252 in comunità, numeri che comprendono anche i cosiddetti "giovani adulti" cioè i ragazzi fino ai 25 anni di età, che con la legge 144 dell'11 agosto 2014 , possono continuare a usufruire dei servizi giudiziari per minori non più fino ai 21 anni, ma fino al compimento del venticinquesimo anno.
L'iter per i minori è più lasco rispetto a quello per gli adulti, con maggiori possibilità di evitare la detenzione vera e propria. Se un minore viene arrestato lo si porta in un centro di prima accoglienza, dove attende la convalida del fermo da parte dell'autorità giudiziaria, che deve avvenire entro le 72 ore.
Se la convalida arriva, si procede con la valutazione della situazione del minore per capire se inserirlo in una comunità oppure direttamente in un Ipm, nei casi più gravi. "Per i minorenni c'è anche la "messa alla prova" - spiega la Marietti - che consiste nella decisione del giudice, quando ritiene che vi siano le condizioni, di sospendere addirittura il processo e di tornare a valutare il ragazzo alla fine di un periodo di osservazione. La macchina giudiziaria non viene così proprio messa in moto".
Non per tutti però è così facile. Se è vero infatti che pochi minori finiscono davvero in queste strutture, sembra altrettanto vero che la presenza di un'offerta diversificata in realtà porta a galla importanti disuguaglianze dal punto di vista etnico, e quindi sociale.
"Negli anni il sistema minorile di giustizia ha mostrato di reggere meglio di quello per adulti - prosegue la Marietti - ma mano a mano che si entra nel vivo del percorso di giudizio si nota come i giovani stranieri, che sono alla fine l'anello più debole della catena, abbiano meno possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione vera e propria." Come mostrano i dati del Ministero, se la percentuale di stranieri presi in carico dai Servizi di Giustizia Minorile è circa il 20 per cento del totale, essi costituiscono il 43 per cento dei ragazzi presenti in comunità e il 47,3 per cento dei detenuti presso Ipm.
In altre parole: i minori stranieri che commettono reato sono molti, molti meno rispetto agli italiani, ma alla fine la percentuale di essi che finisce in carcere è più alta rispetto ai nostri connazionali. "Sono di più perché la gestione pratica è oggettivamente più complessa, è più difficile agganciare i minori stranieri e far fare loro un percorso alternativo" ribadisce anche Guido Mussini, avvocato penalista e docente di Giustizia penale minorile presso la Lumsa di Roma.
di Adriano Biondi
www.fanpage.it, 25 marzo 2015
Quali sono i fondamenti "reali" della ricostruzione che vuole le carceri italiane "piene di stranieri", quali sono i reati commessi dagli immigrati e quanto tempo trascorrono effettivamente in carcere: il fact checking sulla emergenza (?) carceri in Italia.
È opinione comune e frequentemente rilanciata da media e politica che uno dei maggiori problemi delle carceri italiane sia la massiccia presenza di stranieri. E, al contempo, la presunta propensione a delinquere dei cittadini stranieri presenti in Italia è argomento cardine della propaganda anti - immigrazione. Insomma, due concetti che si alimentano a vicenda e che armano soprattutto la polemica politica, spesso, è persino superfluo sottolinearlo, in concomitanza con qualche episodio di cronaca particolarmente significativo per l'opinione pubblica.
Le questioni (sovraffollamento carcerario, presenza di detenuti stranieri e tasso di delinquenza) sono in effetti collegate, anche se, come triste prassi, i riferimenti numerici sono del tutto arbitrari e manca ogni tipo di contestualizzazione. Basandoci sugli ultimi dati rilasciati dall'Istat, proviamo a fare un po' di chiarezza ed a rispondere a qualche domanda di senso.
La situazione delle carceri italiane è una delle "costanti emergenze" del Paese e ci è costata una serie di richiami e multe da parte dell'Unione Europea. Il tema è molto complesso (e in parte abbiamo provato a svilupparlo qui, qui e qui), ma per quel che concerne l'oggetto della nostra discussione bisogna registrare la costante diminuzione del numero di detenuti, per effetto di una serie di provvedimenti approvati nel corso degli ultimi anni (e la cifra è destinata a scendere ulteriormente nei prossimi mesi).
Secondo l'Istat, al 31 dicembre 2013 risultano detenute nelle carceri italiane 62.536 persone, il 4,8% in meno rispetto al 2012 (-8% sul 2010); Antigone stima poi in 53.982 i detenuti al 28 febbraio 2015, cifra non lontanissima dalla capienza regolamentare dell'intero sistema carcerario italiano, fissata in 47.709 posti (il tasso di affollamento è dunque di 108 detenuti per 100 posti letto). Tra i detenuti, "il 17,8% è in attesa di giudizio, il 9,7% è costituito da appellanti, il 6,5% da ricorrenti in Cassazione, mentre il 2,5% presenta situazioni miste senza condanne definitive, per il 54,2% si tratta di condannati in maniera definitiva, cui si aggiunge un ulteriore 7,3% di condannati con più giudizi pendenti"; il numero di persone che entrano in carcere ogni anno si è ridotto fino a 60mila unità (2013) e per il 40% di esse l'iter è stato velocissimo: "Arresto, conduzione in carcere, processo per direttissima oppure convalida dell'arresto in pochissimi giorni, con il 15,9% dei detenuti esce dal carcere nel giro di una settimana". Va sottolineato, inoltre, che l'Italia ha complessivamente un basso tasso di detenzione: 102,9 ogni 100mila abitanti, mentre la media europea si attesta a 124,1 e quella mondiale a 145.
Perché è diminuito il numero dei detenuti nelle carceri italiane?
Si tratta di dati determinati in larghissima misura dai provvedimenti adottati a cavallo tra il 2011 ed il 2014. In questi anni, messa da parte, per ragioni eminentemente politiche, la possibilità di concedere indulti o amnistie, si è fatto ampio ricorso alle misure alternative al carcere, "tentando" di lasciare in carcere solo "i soggetti effettivamente pericolosi per la società, in quanto autori di crimini efferati e/o con tendenza alla reiterazione del reato" (obiettivo riuscito a metà, come vedremo analizzando la composizione della popolazione carceraria). I condannati in esecuzione penale esterna al carcere sono infatti circa 30mila, in aumento del 70% rispetto al 2000 e costituiscono il 43,6% del totale delle condanne. Tra le misure alternative al carcere la più utilizzata è l'affidamento in prova ai servizi sociali (50,2%), poi la detenzione domiciliare (il 46%) e la semilibertà (3,8%).
Tra gli interventi legislativi di maggiore impatto in tal senso, si segnalano il decreto legge 211/2011, che estende la concessione della detenzione domiciliare speciale e agisce sul fenomeno delle cosiddette "porte girevoli" (permanenza di pochi giorni in carcere, approvato dal Governo Monti), la modifica della Bossi-Fini che puniva con la reclusione la violazione dell'ordine di espulsione per gli stranieri irregolari (Governo Letta), il decreto legge 146/2013, che conferma l'esecuzione della pena presso il domicilio e mitiga le pene irrogate per la detenzione di sostanze stupefacenti nell'ipotesi della lieve entità del fatto (Governo Letta), la dichiarazione di incostituzionalità della Fini - Giovanardi e la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.
Infine, a contribuire alla diminuzione del numero dei detenuti concorre (seppur in misura minore, anche data la tempistica di alcuni procedimenti giudiziari) il calo dei reati: solo nel 2014, ad esempio, i furti in abitazione sono diminuiti del 12% rispetto all'anno precedente, le rapine del 9%, quelle in uffici postali del 20% e in banca del 37%.
Gli stranieri che delinquono (più degli italiani?)
I detenuti stranieri sono pari al 34,9% del totale e provengono per il 46,3% da paesi africani, per il 41,6% da altri paesi europei, per il 5,7% dall'Asia e per il 6,3% dalle Americhe; la nazionalità "più rappresentata" è quella marocchina (18,6%), seguita da quella rumena (16%), albanese (13%), tunisina (12%), nigeriana (4%) ed algerina (2,5%); oltre il 50% dei detenuti stranieri è ospitato in strutture del Nord Italia, il 30% al Centro ed il 20% tra Sud e Isole; al Nord gli stranieri rappresentano oltre il 50% dell'intera popolazione carceraria, al Centro circa il 45%, al Sud solo il 13,5% e nelle Isole il 20%.
È evidente dunque come, in proporzione alla consistenza della popolazione, tali dati sembrerebbero confermare l'idea che "gli stranieri delinquono molto più degli italiani". Ma l'analisi non può limitarsi a questo, dal momento che, come evidenziava un report di Barbagli per il Cestim, basta un rapido excursus storico a confermare che "l'immigrazione provoca sempre l'aumento del numero di reati nel paese di arrivo" e che "gli immigrati extracomunitari nel nostro paese commettono alcuni reati (furti, spaccio e traffico di stupefacenti, rapine, omicidi) più spesso degli italiani" (reati "a forte rischio reiterazione", condizione che determina la carcerazione per il 95% dei casi). Per avere un quadro completo, però, è necessario aggiungere altri elementi:
la popolazione carceraria di nazionalità straniera tende ad usufruire in maniera nettamente inferiore delle misure alternative al carcere;
i reati commessi di solito dagli stranieri sono proprio quelli che più spesso portano in carcere;
i tempi di permanenza degli stranieri in carcere sono mediamente molto più bassi rispetto a quelli degli italiani.
A sostegno di quest'ultima considerazione (che si incrocia con la minore frequenza del ricorso alle misure alternative per la popolazione straniera), vi sono i dati forniti dall'Istat, che mostrano una forbice sensibile nella fascia di detenzione da 0 a 5 anni. Le ragioni sono diverse: maggiore propensione a commettere reati "minori", frequenza della reiterazione di piccoli reati e, appunto, minore ricorso a misure alternative alla carcerazione.
Insomma, per concludere: non vi è dubbio che le statistiche mostrino un rapporto sproporzionato fra presenza degli stranieri in Italia e tasso di detenzione nelle carceri, ma i dati, oltre ad essere molto lontani dalla "percezione comune" e dalla "vulgata" della propaganda politica, necessitano di contestualizzazione e di un'analisi il più possibile oggettiva, in cui siano inseriti i riferimenti normativi, le condizioni di vita complessive della popolazione straniera in Italia (redditi più bassi, maggiore tasso di disoccupazione, salari inferiori, discriminazioni razziali e difficoltà legate all'inserimento sociale) e le oscillazioni temporali. Omettere tali fattori è operazione strumentale ed ideologica, oltre che intellettualmente disonesta.
Un discorso a parte merita invece la propaganda legata agli sbarchi nel Mediterraneo e alla presunta emergenza criminalità collegata agli immigrati che arrivano nel nostro Paese. Considerazioni di questo tipo, infatti, si scontrano con un confronto fra gli stessi dati citati in precedenza: in primo luogo, la percentuale di stranieri provenienti da paesi africani che sono reclusi nelle carceri italiane è vicina al 15% del totale (a questa va aggiunta una quota, circa lo 0,5% di siriani e profughi provenienti dal vicino oriente) ed è anch'essa in calo negli ultimi anni, nonostante l'aumento progressivo degli sbarchi; in secondo luogo i dati "complessivi" sulla criminalità sono in diminuzione e, dunque, non risentono dell'aumento del numero degli sbarchi in territorio italiano.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 marzo 2015
Intervista a Nerina Dirindin, della Commissione Sanità del Senato. "Va promosso quel dialogo troppo carente tra le strutture sanitarie e la magistratura".
Ci sono regioni che si sono attivate appena qualche settimana fa, quando hanno capito che non ci sarebbe stata nessun'altra proroga. Ma c'è anche chi, come il Veneto di Luca Zaia, ha scelto deliberatamente di non prestare particolare attenzione ad un evento considerato "storico" come la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari.
E a sei giorni dall'ora X che per legge scatta a fine marzo, continua a non predisporre alcun piano. "Purtroppo c'è qualcuno che tende a considerare un optional ciò che è imposto per legge", commenta la senatrice Pd Nerina Dirindin, che per la commissione Sanità ha effettuato in questi giorni una serie di sopralluoghi per verificare il processo di dismissione degli Opg.
Qual è la situazione?
"Finalmente questo percorso è stato avviato in tutte le regioni, tranne il Veneto. Alcune si sono attivate prima, altre dopo, come il Piemonte che lo ha fatto solo recentemente. Ma ora l'importante è che in questo percorso, che sarà lungo e ad ostacoli, si evitino certe scorciatoie: non si trasferiscano semplicemente le persone da una struttura degradata ad una solo un po' più bella, si attuino effettivamente percorsi riabilitativi terapeutici personalizzati, si rispetti la dignità di queste persone che sono al contempo rei e folli".
Per le regioni che non rispettano i termini di scadenza è previsto il commissariamento...
"Sì, c'è un commissario nazionale, unico per tutte le regioni, per fare in modo che ci sia omogeneità nell'attuazione della riforma".
Nessuna sanzione?
"Guardi, io credo che sia inutile sanzionare, perché le sanzioni non possono che essere minuscole. Mentre invece bisogna creare una cultura nuova: accompagnare, monitorare, supportare, arrabbiarsi magari. Nella legge abbiamo scritto che il rispetto delle scadenze sugli Opg sarebbe stato considerato uno degli indicatori per maturare il diritto alla quota integrativa del Fondo sanitario nazionale, però non credo che la sanzione sia un deterrente".
Il Partito Radicale insieme ad alcuni deputati di Alternativa libera denunciano il mancato rispetto, di fatto, della scadenza del 31 marzo.
"Guardi a me non interessa che il 1° aprile chiudano gli Opg e buttino via la chiave, perché questa è la cosa peggiore che potremmo fare. Sappiamo che non siamo tutti pronti e se pure resterà un solo internato bisognerà che per lui sia predisposto il migliore piano di cura personalizzato. Allora, tutta questa furia nel denunciare l'arretratezza del processo io la utilizzerei per dare una mano a non creare allarmismi, a sostenere la cultura del rispetto, cosa che per altro i Radicali hanno sempre fatto. Io però non sono per la repressione, ma per la sensibilizzazione, la formazione, la creazione di una cultura positiva".
Come si stanno attrezzando i Dipartimenti di salute mentale?
"I Dsm sono già in sofferenza perché in questi anni di forti restrizioni economiche sono stati spesso trascurati. Perciò sono previste risorse per i concorsi e per l'assunzione del personale, e ci auguriamo che tutte le regioni si attivino immediatamente. Però c'è anche bisogno di formare e creare motivazione nel personale, perché da troppi anni le strutture sanitarie si sono disinteressate agli internati. E la stessa cosa vale anche per la magistratura che finora ha spesso utilizzato gli Opg a mò di ripiego rispetto alle carenze dei servizi. Davanti ad un'amministrazione sanitaria che non garantisce una risposta adeguata per qualsiasi motivo, presunto o reale, la magistratura non ha avuto sufficiente attenzione e consapevolezza che si tratta di omissione di atti d'ufficio".
Come si scardina questa prassi?
"Abbiamo visto ovunque una scarsa abitudine al dialogo tra l'amministrazione sanitaria e quella giudiziaria ma ora quasi dappertutto si stanno attivando tavoli e sottoscrivendo protocolli per rimettere in moto una collaborazione più proficua, sia nell'interesse del malato che degli operatori e delle comunità. Nella legge 81 però è stato introdotto anche qualche elemento di novità importante che potrà condizionare il comportamento dei magistrati. Uno per tutti, il concetto di pericolosità sociale, che non può essere ricondotto in alcun modo alla condizione economico-sociale degli internati. Doveva accadere prima per gli Opg, dovrà accadere d'ora in poi per le Rems, le residenze che li sostituiranno".
Opg: staffetta di digiuno per campagna pro-chiusura
Il presidente nazionale dell'Auser Enzo Costa partecipa oggi alla staffetta "digiuno per chiudere gli Opg". L'iniziativa è stata lanciata dalla campagna Stop Opg promossa da un gruppo di associazione fra cui l'Auser per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. In vista della data del 31 marzo 2015, fissata dalla legge per la chiusura degli opg, la campagna ha promosso una grande mobilitazione. Per tutto il mese di marzo i responsabili delle associazioni che hanno dato vita alla campagna digiunano a turno "per tenere viva l'attenzione dell'opinione pubblica, per essere sicuri che la data sarà rispettata, per evitare che ci siano proroghe e trucchi che facciano rinascere strutture manicomiali sotto altre forme".
di Desi Bruno (Garante dei detenuti della Regione Emilia Romagna)
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2015
Ho aspettato ad intervenire sulla sospensione delle attività della redazione di Sosta Forzata, nella speranza che si potesse arrivare ad un incontro tra le parti interessate, per affrontare il problema. L'incontro, verosimilmente, ci sarà, ma intanto la sospensione è in essere, dopo 11 anni di attività della redazione all'interno del carcere di Piacenza. Sul punto si sono già espressi sia la Direzione dell'istituto che il Garante territoriale, ma è necessario fare un passo avanti.
Parliamo spesso del processo di "infantilizzazione " a cui il carcere, questo carcere, comunque sottopone le persone ristrette, a cui spesso, al di là degli intenti, vengono offerte attività non sufficienti a stimolare il senso di responsabilità e l'autonomia. Il percorso di acquisizione del senso di responsabilità e di cittadinanza comporta lo sviluppo di senso critico e autonomia, e come potrebbe essere diversamente?
La redazione di un giornale, soprattutto nei luoghi di restrizione della libertà, ha queste caratteristiche e rappresenta una delle possibilità per arrivare a conoscere "il dentro e il fuori", creando momenti di riflessione comuni, conoscenza e anche di critica dell'esistente. Si dice che qualcuno potrebbe utilizzare il giornale per ragioni "strumentali": può essere, ma questo avviene in tutti i settori. Di certo non mancano gli strumenti di vigilanza per fermare l'uso indebito di una redazione, come la Direzione del carcere di Piacenza ha lamentato. Il lavoro di redazione costituisce a tutti gli effetti attività trattamentale, e non credo che possa essere così conclusa una esperienza in una struttura che al momento grosse opportunità non offre.
Allora sarebbe bene provare a ricominciare, mettendo in campo tutte le obiezioni e perplessità, ma l'umanizzazione della pena passa anche attraverso la valorizzazione e il recupero dell'esistente. Aspettiamo il prossimo numero di Sosta forzata, sarebbe un bel segno.
di Livio Coppola
Il Mattino, 25 marzo 2015
Non più un ospedale che sa di prigione. Non più una detenzione spesso somigliante a quella in un lager, a un punto di non ritorno per chi, curandosi, potrebbe realmente tornare a vivere. Degli ospedali psichiatrico giudiziari (Opg) si parla da anni, probabilmente fin dalla loro ideazione, a metà degli anni 70, quando furono chiamati a sostituire i manicomi criminali, proprio allo scopo di garantire un "soggiorno" più umano ai condannati con infermità mentale.
Ora, si avvicina un nuovo capitolo, con un nuovo tentativo di "umanizzare" questo tipo di detenzione, con la nascita delle Residenze per Misure di Sicurezza (Rems), strutture più piccole e ospitali, tese più ai recupero che all'abbandono di chi sarà, gioco forza ospitato.
L'Irpinia è pronta a contribuire a questa riforma, con la residenza che, il prossimo 30 maggio, sarà inaugurata a San Nicola Baronia. È una svolta epocale per la provincia. L'ex ospedale, poi diventato Residenza sanitaria assistenziale, situato nel centro della cittadina, tra poco più di due mesi diventerà una struttura d'avanguardia, destinata ad ospitare non più di 20 detenuti psichiatrici (tutti di sesso maschile). Si tratterà, è bene dirlo, di un luogo gestito dalla sanità territoriale in collaborazione con il Ministero della Giustizia. L'obiettivo è chiaro: "garantire l'esecuzione della misura di sicurezza (dunque la detenzione) e, al tempo stesso, l'attivazione di percorsi terapeutico riabilitativi territoriali per i soggetti a cui è applicata una misura alternativa al ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario e all'assegnazione a casa di cura e custodia".
Quella in Baronia è una delle tappe del lungo, annoso percorso di superamento degli Opg. L'Irpinia va a dare un contributo sostanziale al ricovero di questo tipo di detenuti, che ad oggi sono concentrati nei due ospedali di Aversa e Napoli (Sant'Eframo).
Questi, complessivamente, ospitano circa 200 persone. In media, solo metà è di origine campana. Il nuovo programma condiviso da governo e enti locati prevede che ciascuna regione prenda in carico i propri detenuti psichiatrici. La Campania ha così prodotto un piano di superamento degli Opg, che deve essere applicato già a fine marzo.
Un piano che prevede la nascita di 8 Rems nelle varie province: San Nicola Baronia, per la quale è stato investito un milione 126mila euro tra fondi statali e regionali, insieme a Calvi Resorta, nel casertano, sarà le prime ad entrare in funzione. Poi toccherà a Arpaise, Francolise, Napoli, Cicciano, Acerra e Capaccio. I tempi sono stretti: in settimana il senatore Lucio Romano ha effettuato un sopralluogo nell'Opg di Aversa, quello in cui più volte sono state denunciate condizioni quasi disumane di detenzione, con uomini condannati e abbandonati a loro stessi anche per scontare reati non gravi. Di questi, gli irpini dalle ultime stime sarebbero sei. Che nelle prossime settima ne potrebbero riavvicinarsi alla propria terra, in condizioni migliori.
Allo stato, in attesa che la Residenza di San Nicola Baronia apra i battenti, da inizio aprile sarà la Struttura intermedia di residenza (Sir) di Bisaccia ad ospitare 10 dei 58 detenuti campani di Aversa. Successivamente ci sarà il passaggio nella Rems, che a regime potrà accogliere 20 persone, provenienti dai territori di competenza delle Asl di Avellino, Benevento, Napoli 3 Sud e Salerno. L'As. Irpina è impegnata da diversi mesi nella preparazione dei nuovi servizi, che prevedono, attraverso apposite Unità operative di salute mentale, penitenziaria, l'apertura di speciali "Articolazioni" alternative nei quattro istituti di reclusione della provincia. Quella di Sant'Angelo dei Lombardi è già pronta all'uso.
www.isernianews.it, 25 marzo 2015
L'avvocato Galeazzo: "Nessun dubbio, è stato ucciso. Nessuna caduta accidentale. Il medico legale Vincenzo Vecchione, nominato dalla procura, la esclude". Non fu una caduta accidentale. A escludere l'incidente come causa della morte di Fabio De Luca, detenuto nel carcere di Isernia deceduto lo scorso novembre in seguito a gravi ferite riscontrate alla testa, è ora, finalmente, l'autopsia effettuata dal medico legale Vincenzo Vecchione, consulente tecnico nominato dalla procura della Repubblica.
La perizia, depositata già da qualche giorno, è stata letta attentamente dall'avvocato del Foro di Isernia Salvatore Galeazzo, legale della famiglia del detenuto, il quale fornisce anche qualche dettaglio al riguardo. "Il mezzo che ha prodotto le lesioni è da ricercare in un oggetto contundente a superficie liscia, di consistenza duro-elastica, che ha attinto il capo del De Luca in più punti".
Di cosa si sia trattato - se un bastone di legno, un manganello di ferro, forse ricoperto da un telo o da un panno o cos'altro - non è dato sapere e il legale non si sbilancia. Anche perché in cella non è stato trovato nulla di corrispondente alla descrizione del dottor Vecchione. Dal grave trauma cranico e dalle conseguenti lesioni cerebrali all'altezza della nuca, sarebbe poi derivata la morte per arresto cardiocircolatorio.
Per la morte di De Luca - avvenuta dopo qualche giorno di ricovero all'ospedale Cardarelli di Campobasso - sono indagati i due detenuti originari di Napoli che si trovavano nella cella quando la vittima fu colpita, più un terzo individuo, probabilmente un'altra persona rinchiusa nel carcere. Il reato ipotizzato è quello di morte o lesioni come conseguenza di altro delitto. Ma ora, con la svolta nelle indagini determinata dall'autopsia, non è da escludere che il pubblico ministero possa intravedere nuove ipotesi di reato a carico degli accusati e richiedere nuove misure cautelari.
Cosa sia accaduto davvero a Ponte San Leonardo, però, resta ancora un mistero fitto. Un omicidio? Ma per quale movente? Una lite tra detenuti finita male? Difficile fare qualsiasi congettura, al momento. La certezza, però, è che De Luca - 45 anni - originario di Roma - aveva il cranio sfondato in più punti. Per opera di qualcuno.
L'uomo, secondo le ricostruzioni della Squadra Mobile di Campobasso, che indaga sul caso, si era recato in un'altra cella per prendere una gruccia quando, alla presenza di due detenuti, avrebbe battuto la testa e sarebbe finito in coma. A dare l'allarme furono proprio i due detenuti che si trovavano con De Luca.
di Paolo Rizzi
Libertà, 25 marzo 2015
Forzata. È l'aggettivo scelto per il giornale dei carcerati della nostra città, curato dall'associazione "Oltre il muro" insieme ad alcuni detenuti del penitenziario piacentino. Recentemente il giornale "Sosta forzata" per una particolare coincidenza semantica è stato "forzatamente" bloccato. Questo fatto mi ha fatto pensare ad alcuni amici.
Alberto è stato il mio preside solo per un paio di anni ai tempi del liceo: sembra un personaggio pirandelliano, elegante e colto, irascibile e profondo. Francesca è una mia co-parrocchiana che mi conosce da quando facevo il chierichetto: ha degli anelli enormi alle dita e sorride sempre alle mie figlie come una zia o una vecchia amica.
Gabriella è un'insegnante di filosofia in pensione che non ho mai avuto a scuola, ma era la prof di una sezione che ci interessava molto ai tempi, perché ad altissima densità di ragazze, particolarmente quotate allora: quando parla in pubblico è logica e dolce nello stesso tempo, come un buon pensatore esistenzialista.
Carla è giornalista, nota a molti per il suo lavoro con il centro servizi di volontariato Svep e appunto come direttrice di Sosta forzata: è sempre stata impegnata nel sociale ed ha una particolare "vocazione" sui temi del carcere a cui ha dedicato interesse professionale e sensibilità personale. Alberto, Francesca, Gabriella e Carla sono persone che stimo molto, mi piace ascoltarle, starci insieme. Ed hanno in comune una cosa, strana peraltro: fanno, a vario titolo, volontariato legato al carcere di Piacenza. Perché?
Non ho mai chiesto loro il motivo, ma posso presumere che ci siano ragioni di carattere solidaristico, fattori religiosi, ma soprattutto volontà di dare un'opportunità a persone che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, di "reintegrarsi".
Brutta parola, ma potrebbe significare: ravvicinarsi alla società che hanno tradito, non essere condannati per sempre alla reclusione, oggi fisica, in futuro forse relazionale e culturale. Recuperare tratti di umanità e dialogo con altri. La testimonianza di Alberto, Francesca, Gabriella e Carla è anche uno stimolo silenzioso ma potente a pensare al nostro carcere. Quante persone ci sono chiuse oggi? Al 2014 327 di cui 8 donne e oltre 200 stranieri. La Polizia penitenziaria conta circa 200 agenti.
Tra i detenuti la metà sono tossicodipendenti, in carcere anche per reati legati allo spaccio. In passato il carcere ha sofferto di un grave sovraffollamento, fino a 450 detenuti su una capienza tollerabile di 340 circa, ma oggi questo problema sembra in parte superato con un nuovo padiglione, più moderno e confortevole rispetto al precedente che ha celle di 9 metri quadri, qualche anno fa anche con 4 persone per cella.
Ogni anno si registrano centinaia di casi di autolesionismo, tra cui 126 tentativi di suicidio due anni fa, per ricordarci che è una "sosta" sempre sofferta.
Ebbene, la Casa Circondariale di Via delle Novate non è abbandonata a sé stessa, vi operano molti volontari, legati all'associazione Oltre il muro, alla Caritas, alla cooperativa Futura e all'associazione "L'arte di vivere con lentezza" che propongono attività di formazione e lavoro, offrono momenti di incontro, colloqui e assistenza per il vestiario e l'accompagnamento.
Da queste iniziative era nata l'esperienza di Sosta forzata, che per 11 anni è stata pubblicata come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale". Ogni anno circa 20 detenuti scrivono su questo giornale, aprendo spazi di confronto tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra chi ha sbagliato ed è recluso e chi è libero. Un giornale che è fatto di racconti di vita, storie di errori, sentimenti di colpa e voglia di riscatto. Un riscatto che sarà difficile da realizzare se i detenuti saranno perennemente "chiusi" nelle loro colpe, soli di fronte ai terribili sbagli della loro vita.
Non conosco i motivi della chiusura del giornale. Ma dobbiamo tutti chiederne la riapertura con forza. Il primo motivo è di semplice interesse egoistico e lo prendo da Vittorino Andreoli: "Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo. Non appena viene tolto il gesso, c'è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l'assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale".
Il secondo motivo è un richiamo alla dignità di tutte le persone ed anche dei carcerati e viene da una delle voci profetiche del nostro tempo, Nelson Mandela: "Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili".
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