di Enrico Bellavia
La Repubblica, 31 luglio 2018
Dopo giardini e parchi ora anche le buche. Una task force di cento detenuti a bassa pericolosità, con pene ridotte e ancora poco da scontare, si occuperà delle disastrate strade cittadine mentre i municipi arrancano in un piano di ripristino lontano dal regalare un asfalto senza fossi, avvallamenti, radici, sporgenti, bitume corroso o sfaldato.
Il piano di utilizzo dei reclusi è già pronto, manca solo l'ufficializzazione al ministero della Giustizia, ma è questione di ore. Accadrà alla firma del protocollo d'intesa tra il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e Autostrade per l'Italia che renderà operativi i corsi di formazione. Si tratta di una preparazione intensiva della durata di due mesi che in autunno, già ai primi di ottobre, renderà operativi i nuovi manutentori. Autostrade ci mette l'esperienza, i mezzi, e l'asfalto "a caldo", sottolineano con una punta di malizia gli esperti, visto il flop delle colate a freddo, buone a dare l'illusione del rattoppo che va via alle prime piogge. E sempre Autostrade fornirà l'equipaggiamento per gli operai. Tute a prova di incidenti provocati dall'uso di materiale ad altissima temperatura.
Sarà poi l'amministrazione comunale di Roma a disporre di queste squadre, da utilizzare o in affiancamento alle ditte che si occupano già di alcuni tratti o per aggredire zone ancora non coperte dal servizio di manutenzione delle strade. Se il provvedimento non incontrerà ostacoli nella fase di esecuzione, il Campidoglio dovrebbe così disporre di cento uomini già addestrati e a costo zero per la manutenzione delle strade.
Una sorta di assisi giunto in pieno idillio istituzionale tra Raggi e governo nazionale ma che ha le premesse tutte durante il precedente governo. Fu con Andrea Orlando alla Giustizia che il Dap, allora guidato da Santi Consolo che è stato immaginato e si è realizzato il progetto giardini, pensando già alle strade. Cambiati gli uomini, con Alfonso Bonafede in via Arenula e Francesco Basentini al Dap, il plano per l'utilizzo dei detenuti come operai è andato avanti senza interruzioni. Gli inconvenienti vengono semmai dall'impatto dei piani sulle incrostazioni degli uffici comunali. Il servizio Giardini, per esempio, digerì male l'arrivo dei reclusi giardinieri, pronto a mettere a nudo, inconsapevolmente, le inefficienze di un settore che al pari di quello delle manutenzioni stradali, è stato terreno di scorrerie per cooperative legate a doppio filo alla politica e alla malavita.
Per questo negli uffici del ministero, chi lavora al progetto di reimpiego dei detenuti con l'ambizione di realizzare "dal basso" una piccola rivoluzione nel sistema dell'espiazione della pena, fa i debiti scongiuri sul successo anche di questa iniziativa e resta nell'ombra. "Gli interessi in ballo sono tanti - spiegano senza svelarsi - "che i personalismi in questo ambiente si pagano". "Andiamo a scardinare - proseguono -un sistema consolidato: c'è chi lavora poco e non ha voglia che altri lo meritano a nudo. E c'è chi in passato ha lucrato con il sistema degli affidamenti esterni dei servizi".
Già perché non è solo questione di emergenza ma di ribaltamento di fronti. Qui non sono gli ex detenuti riuniti in cooperative finanziate a rimboccarsi le maniche, ma detenuti con la pena ancora da scontare, guidati dallo stesso ministero e dalle sue articolazioni a lavorare per il pubblico e praticamente senza costi aggiuntivi. A questo servono le convenzioni. Il servizio giardini, pur con qualche riluttanza, ha dovuto fornire alcuni mezzi più impegnativi come i decespugliatoli, qui Autostrade metterà a disposizione la materia prima e i mezzi per il trasporto, oltre all'abbigliamento.
Il protocollo giardini è già stato esteso ad altre città e dopo Roma è stata già siglata un'intesa analoga anche a Palermo. Ora la capitale torna a fare da apripista in nome di un'emergenza che ha già valicato i confini di notorietà nazionale, autorizzando cronache e ironie anche dei media stranieri.
In via Arenula, più con la cautela dei ministeriali, serpeggia un certo ottimismo che un po' se ne infischia delle convenienze della politica e un po' le sfida. "Qui - confidano - non si tratta solo di mettere al lavoro i detenuti che è già una cosa sacrosanta per stemperare le tensioni nelle carceri, ma immaginarsi un modello diverso. Far produrre i detenuti, formandoli, è dargli ima possibilità. Soprattutto per chi ha da scontare ancora poco".
Lavori forzati? "Non è questo lo spirito. C'è una convenienza economica anche per loro. In futuro gli si potrebbero abbuonare le spese di giustizia che si dovrebbero esigere da tutti e che la gran parte non paga. Anche se trova un lavoro, preferisce restare in nero per evitare di restituire la retta della detenzione".
La Repubblica, 31 luglio 2018
Fa discutere l'intervista rilasciata dalla regina del noir al quotidiano "Libero". E sulla discrezionalità dei giudici un altro affondo: "Non capisco la differenza delle sentenze su casi molto simili".
Franca Leosini, la signora del noir, instancabile intervistatrice di mostri e serial killer, ideatrice e conduttrice della trasmissione cult Storie Maledette, sulla legittima difesa non ha dubbi. Intervistata dal quotidiano "Libero", su uno degli argomenti più caldi delle ultime settimane ha risposto: "È una questione controversa. Premetto che avere armi da fuoco in casa è sempre pericoloso (anche se gli omicidi avvengono con le forbici, o i coltelli...).
Ma credo che chi si ritrovi un ladro in casa e spari, abbia il diritto di farlo, specie se in pericolo di vita. E l'idea che chi ha sparato per difendersi possa essere processato per omicidio, mi terrorizza. Certo, se il ladro scappa e gli spari alle spalle cambia tutto. Ma in genere mi inquieta la discrezionalità del giudice".
Una posizione, ha spiegato Franca Leosini nell'intervista, maturata soprattutto nei suoi tanti anni di carriera è quella sulla discrezionalità dei giudici. "Mi inquieta", spiega. "Nei 24 anni di Storie Maledette mi ha colpito la disparità di valutazione dei giudici a parità di reato".
Un esempio? "È vero che i crimini non sono mai sovrapponibili, però non capisco perché a Parolisi, che ha ucciso la moglie con 29 coltellate, hanno ridotto la pena a 18 anni, mentre a Cosima e Sabrina Misseri, che hanno ucciso Sarah Scazzi senza premeditazione né vilipendio di cadavere, sia stato dato l'ergastolo". Ovviamente le parole della giornalista sono subito rimbalzate nei social accendendo il dibattito - ma spesso è molto più che uno scontro - fra giustizialisti e contrari in ogni caso alla difesa fai-da-te.
di Filippo Tommaso Ceriani
La Provincia di Sondrio, 31 luglio 2018
"Non c'è santo senza passato, non c'è peccatore senza futuro". Con questa frase di papa Francesco ha concluso mercoledì sera un interessante dibattito Stefania Mussio, direttrice della Casa Circondariale di Sondrio, al centro polifunzionale "Tec de tucc" di Torre di Santa Maria sulla funzione del carcere oggi.
Il gruppo Aido Valmalenco, grazie al presidente Giorgio Nana, ha voluto invitare la direttrice per far conoscere sia la pasta senza glutine "1908", prodotta nel pastificio all'interno del penitenziario, che le attività di rieducazione messe in atto dal carcere. In rappresentanza della Comunità pastorale della Valmalenco hanno portato i saluti i due collaboratori, don Mariano Margnelli e don Andrea Del Giorgio, mentre per il comune di Torre è intervenuto il sindaco Mauro Decio Cometti.
Non poteva mancare alla serata anche il cappellano, don Ferruccio Citterio, che ancora una volta la direttrice ha voluto ringraziare pubblicamente per l'impegno e il supporto nei confronti dei detenuti e di tutta la realtà penitenziaria. La testimonianza, dal titolo "Carcere: quale futuro", ha avuto luogo al termine della cena con la pasta "1908".
Pasta di cui Mussio più volte ha fatto riferimento nella sua relazione, ricordandola come un esempio molto positivo di recupero delle persone detenute. "Questa sera sono qui per assolvere ad uno dei miei incarichi, previsti dal codice penitenziario, ossia far conoscere il mio lavoro e la realtà in cui opero" ha dichiarato la direttrice, aggiungendo che due sono le parole più importanti da mettere in gioco nel suo lavoro: differenziazione e individualizzazione.
A questo proposito ha ricordato la Legge sull'Ordinamento Penitenziario del 1975, nello specifico l'articolo 1, che sottolinea l'importanza di chiamare i detenuti per nome perché sono persone e non numeri, facendo così riferimento ad uno stereotipo molto comune nei film, specialmente americani, quando la guardia penitenziaria chiama il recluso per il momento del colloquio. La direttrice ha quindi spiegato ai presenti quanto sia importante, all'interno di un ambiente così complesso quale è il carcere, il concetto di individualizzazione: "non tutti sono dentro per lo stesso motivo, ogni storia, nella sua particolarità, è differente dalle altre".
L'intervento della direttrice Mussio mercoledì scorso ha permesso a diverse persone di conoscere la realtà della Casa Circondariale, obiettivo su cui l'Europa sta spingendo molto. "Visto che l'Unione Europea ribadisce che "il carcere ha senso se è coinvolta la comunità locale", anche a Sondrio ci diamo da fare perché il carcere non sia più soltanto un edificio, ma un luogo per il reinserimento delle persone detenute nel mondo del lavoro".
Stefania Mussio ha quindi ringraziato i tanti enti, imprese e associazioni di volontariato, che contribuiscono e si fanno carico delle necessità di questa realtà. Dall'arrivo in città di Mussio, che ha ricordato di essere "il primo direttore stabile (e non reggente) del carcere di Sondrio in 110 anni", in Casa Circondariale sono state molte le iniziative intraprese.
"A quattro mesi dal mio arrivo - ha ricordato - il carcere di Sondrio ha aperto le porte a 150 persone in una serata con l'Accademia del Pizzocchero di Teglio". Quindi, fin da subito, Mussio ha voluto concludere i lavori già avviati dalle precedenti direzioni, sistemando e convertendo diverse stanze inizialmente pensate per altro uso ("luoghi con molte postazioni computer, ma nell'istituto non c'è la rete").
La biblioteca dell'istituto, inaugurata lo scorso anno alla presenza di Andrea Vitali, ha ricevuto tantissime donazioni di libri e facendo riferimento alla frase di don Milani "Ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani" che campeggia sopra gli scaffali delle librerie, la direttrice ha ricordato anche l'importanza dei corsi scolastici con i docenti del Cpia, il centro di istruzione per adulti.
Molto orgogliosa, poi, la direttrice Stefania Mussio della "stanza della familiarità", l'ultimo spazio del carcere in ordine cronologico sistemato: questo locale, caldo e accogliente, per le visite dei figli dei detenuti, è stato realizzato - ha ricordato Mussio - grazie alla grande generosità di molti, come il falegname che ha regalato il parquet o la sarta che ha cucito le tende. E come dimenticare l'inaugurazione della palestra insieme a molti sportivi valtellinesi o la convenzione con il comune di Sondrio che prevede l'uscita tutti i giorni di due detenuti, muniti di biciclette e mezzi di lavoro, che sistemano le aree verdi del capoluogo.
di Eleonora Voltolina
linkiesta.it, 31 luglio 2018
Ormai è un culto: il suo italiano barocco e autocompiaciuto, i suoi dettagli pecorecci, il suo distacco ironico da storie tragiche: c'è chi la adora, fino a farne un oggetto di culto. Ma siamo sicuri non sia solo vanagloria? Se le stesse cose uscissero dalle bocche di Matteo Salvini o Vittorio Feltri, sarebbe roba da "seminatori d'odio" o beceri sessisti. Se le dice - come ha fatto - Franca Leosini, sono cool. Perché lei è donna, ha proprietà di linguaggio, ha la messa in piega perfetta ed è oggetto di un culto cieco e adorante.
Ogni volta che la "Signora Omicidi" va in onda con Storie Maledette su Raitre, Twitter impazzisce; i "Leosiners" sbavano per il suo italiano barocco, per "gli ardori lombari", i "questuante dell'amore", godono quando umilia e ridicolizza gli intervistati, e va anche bene perché sono degli omicidi e avanzi di galera; chissà se apprezzano anche il Leosini-pensiero su faccende politiche, come quelle trattate nell'intervista che la loro eroina ha rilasciato a Libero sulla legittima difesa. "Credo che chi si ritrovi un ladro in casa e spari, abbia il diritto di farlo - risponde - specie se in pericolo di vita. E l' idea che chi ha sparato per difendersi possa essere processato per omicidio, mi terrorizza. Certo, se il ladro scappa e gli spari alle spalle cambia tutto. Ma in genere mi inquieta la discrezionalità del giudice".
Se l'avesse detto Salvini, ci sarebbe la fila dei Saviano, Cecilia Strada, e Rolling Stone pronti a urlare allo scandalo. Ma se lo dice Franca è figo. È pur sempre una conduttrice della Rai e, nonostante sia normale sentirsi il Padreterno dopo tanta adulazione, dovrebbe limitare i suoi interventi su questioni politiche.
La conduttrice di Storie Maledette, 69 anni, laurea in filologia romanza, un marito finanziere e due figli, non risparmia nell'intervista particolari morbosi e pecorecci, anzi proprio pornografici, che ha trattato in tv. Parlando del delitto di Avetrana, ricorda la sua memorabile puntata, dettagli zozzi che hanno nutrito il mito-Leosini: "Quando penso al ragazzo di Sabrina Misseri, Ivano, che fa sesso, io vedo proprio il sedere che fa tuc tuc, e la parola evocata è "ardori lombari". Per spiegare il lieve sfaldamento epiteliale - scusa la brutalità - nella vagina di Meredith Kercher ho usato "dito birichino" riferito a Guede, che è diventato virale".
Ora. Se Vittorio Feltri parla di "leccatine" di Harvey Weinstein ad Asia Argento è uno schifoso e merita orde di attiviste che urlano #metoo; invece quella di Franca è letteratura. Se un quotidiano racconta i dettagli violenti e raccapriccianti (contenuti nei verbali della polizia) dello stupro di gruppo Rimini, interviene l'Ordine dei giornalisti contro il cronista e il direttore della testata; se la Leosini parla della vagina di una ragazza morta, vince un Oscar della tv e un'altra mezza dozzina di premi. Punti di vista.
Non so voi, ma io vedo l'orrore nel fare dell'ironia su casi di omicidi in cui ci sono famiglie distrutte e minorenni stuprate e uccise. Perché Franca cerca la risatina del pubblico, e nemmeno lo nasconde, quando si trova davanti a Sabrina Misseri, in carcere per l'omicidio di Avetrana, che dice di aver studiato ed essersi diplomata come estetista e la Leosini ribatte: "Adesso anche per spremere un foruncolo sembra che ci voglia un master". Immaginiamo se l'avesse detto Barbara d'Urso, accusata (giustamente, eh) in ogni occasione di fare tv del dolore. Non vedo cosa ci sia di eccitante (per i fan) quando a Luca Varani, l'avvocato che ha fatto sfregiare in volto la sua ex, Lucia Annibali, domanda: "Le leggerò una poesia di Wislawa Szymborska, conosce?". E sfodera un sorriso compiaciuto quando lui risponde "no". O fare battute alla Selvaggia Lucarelli quando il contesto non lo consiglierebbe: "Ivano è talmente bello che Brad Pitt al confronto sembra un bipede sgualcito". A cosa serve?
Ma Franca può tutto, perché va su Raitre, fa tv di qualità, lavora 10 ore al giorno e ai detenuti, per invitarli in trasmissione, scrive lettere di suo pugno e non email mandate al computer. "Quando scrivo ai miei interlocutori (non li chiamo "detenuti") per chiedere l'intervista, ogni lettera è manoscritta e sulla busta ometto la parola "carcere" o "casa circondariale"; il pc è freddo, e l' interlocuzione è empatia, è una questione di rispetto".
Franca è ormai un'icona intoccabile. Non nasconde più quanto si piace, quanto pettini l'ego a ogni ghirigoro lessicale, a ogni "inforcamento di mutanda". "Io le parole non le uso, le posseggo. Sono state fatte anche tesi di laurea sul mio lessico", gongola. Dobbiamo dare ragione alla non sempre simpatica Roberta Bruzzone, che parlando della Leosini ha afferrato il punto: "Dopo il "ditino birichino" di Rudy Guede, mi aspettavo una maggiore sobrietà. Alcuni passaggi e alcune scelte lessicali le ho trovate discutibili, considerato che è morta una ragazzina di 15 anni". E riguardo al faccia a faccia con Sabrina Misseri: "Perché andare a sbandierare una cultura che questa persona non ha? Perché metterla in difficoltà? Qual è l'obiettivo?".
Vantarsi non è molto elegante. Chi la paragona a una Lady Violet di Downton Abbey versione partenopea, smorzi gli entusiasmi.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Per più motivi: perché il provvedimento di cui parlo solleva, effettivamente, questioni di giustizia; perché, in particolare, propone un'idea della stessa giustizia fortemente deformata e sostanzialmente autoritaria. E perché, infine, a motivare un mio atteggiamento sufficientemente disinteressato c'è la convinzione che la pensione degli ex senatori (e io sono un ex senatore) assai difficilmente verrà ricalcolata ed è altrettanto probabile che - per il demenziale meccanismo del ricalcolo proposto - io potrei rientrare tra coloro che ne risulteranno addirittura avvantaggiati (!). In ogni caso, sono un privilegiato e, di conseguenza, non dirò alcuna ulteriore parola sulla mia vicenda personale.
Voglio parlare, piuttosto, di quella di Franco Grillini, nato a Pianoro (Bologna), 63 anni fa, parlamentare per due legislature (dal 2001 al 2008). Grillini ha avuto un ruolo assai rilevante nella storia culturale e politica del nostro paese. È stato il primo esponente pubblico dichiaratamente omosessuale, ed è stato capace di fare della propria condizione una risorsa di dignità personale e di promozione collettiva. Oggi dice: "Col taglio della pensione io, affetto da tumore, non potrò più avere l'assistenza, che fino a oggi mi pagavo. Sia ben chiaro, come tutti i cittadini. Ma io ho seguito le leggi e, così come tanti altri, non ho pensato a crearmi delle garanzie alternative". La condizione e la parola di Franco Grillini spiegano forse meglio di qualunque altro esempio cosa sia davvero il giustizialismo. Ascoltiamolo ancora: "Passerò il tempo che mi resta a fare ricorsi, che potranno durare anche dieci anni. Chissà se ci arriverò".
Quale idea di giustizia comunque intesa o malintesa potrebbe giustificare la riduzione della pensione per Grillini? E quale vantaggio, da quel taglio e dal taglio delle pensioni dei suoi colleghi, riceveranno le miserabili pensioni e pensioni sociali di tanti italiani? Come si vede, sorvolo sulle ragioni storiche e giuridiche della indennità e della pensione dei parlamentari, perché davvero non voglio entrare nel merito dell'opportunità o meno di questi tagli nella loro dimensione generale. E proprio perché vi sono direttamente coinvolto. Tuttavia non posso non sottolineare come la tanta foga e la tanta furia oggi dispiegate contro "la casta" si concentrino, in via esclusiva, sulle pensioni degli ex parlamentari. E non una riga e non un'invettiva (e non una deliberazione della presidenza di Camera o Senato) si proponga di ridurre gli stipendi degli attuali deputati e senatori.
La ragione, nella sua elementare evidenza, appare strepitosa: i parlamentari decidono del destino (del reddito) degli ex e non vogliono decidere del destino (del reddito) di sé stessi. E questo è già un dato assai interessante di sociologia della politica. Ma dietro tutto ciò, va da sé, si profila quel rancore sociale che è l'autentico e più diffuso senso comune del nostro tempo. In altre parole mi sembra che tutte le energie e tutti i sentimenti, le passioni e le aspirazioni, la domanda di equità e quella di redistribuzione del reddito e del potere finiscano con il concentrarsi in un bisogno di giustizia interamente volto all'indietro. Regressivo e repressivo. Viene alla mente quella massima evangelica dove la Provvidenza "rovescia i potenti e innalza gli umili" (Lc 1,52), ma in una versione oscenamente mutila.
Nel clima attuale i potenti (gli ex potenti) seppure non vengono rovesciati vanno umiliati e mortificati. Ma a questo sembra limitarsi l'equità sociale che sarebbe propiziata dalla volontà divina o da una rivoluzione dal basso o da una politica di egualitarismo imposta autoritativamente. In questo modello di relazioni sociali, la giustizia sta solo in quell'arretramento generalizzato. E in quel processo di livellamento verso il basso. È questo il solo fine perseguito e l'unico obiettivo di equità prospettato. Ancora è questa, a ben vedere, la radice più profonda e l'interpretazione più vera del giustizialismo: una volontà di rivalsa, che prevede sanzioni uguali al fine di una perequazione obbligata e non di una libera competizione per l'eguaglianza capace di "innalzare". Emancipare, cioè. Un giustizialismo di governo e per questo ancora più odioso.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 luglio 2018
L'associazione di Radicali Italiani ha l'obiettivo di modificare il trattamento sanitario obbligatorio. È stata costituita l'Associazione "Diritti alla Follia": l'avvocato Michele Capano è stato eletto segretario, Antonella Nobile sarà la tesoriera.
L'associazione, nata nell'alveo di Radicali Italiani, è il naturale prosieguo della campagna "La libertà è terapeutica - per una riforma del Tso", portata avanti proprio da diverso tempo in primis dall'avvocato Capano: a 40 anni dalla rivoluzionaria legge Basaglia, che segnò la fine dell'era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi, per Capano, membro del Comitato di Radicali Italiani, "il trattamento sanitario obbligatorio deve essere riformato per garantire maggiori diritti ai pazienti".
Vicende come quella di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 a Vallo della Lucania dopo 87 ore di analoga ininterrotta contenzione, riprese integralmente da una telecamera all'interno del reparto, evidenziano per Capano, che è anche il legale della famiglia di Mastrogiovanni "come sia nella fase dell'avvio del Tso che nel corso della concreta esecuzione dello stesso, si consumino violazioni dei diritti fondamentali, consacrate in prassi consolidate, divenute emblema della "banalità del male" in ambito sanitario".
Michele Capano spiega le proposte per la riforma del Tso che prevede "il ruolo di garanzia che nella legge era immaginato soprattutto a carico del Sindaco che emette l'ordinanza si è rivelato di fatto inconsistente ed illusorio perché egli non fa altro che controfirmare burocraticamente la proposta dei medici. Nella legge era prevista una autorità terza che potesse in qualche modo avere anche una interlocuzione diretta con il soggetto prima di decidere per l'internamento nel reparto. Ma così non è stato. Noi crediamo che in questa fase applicativa sia cruciale stabilire dei momenti in cui il soggetto possa avere ufficialmente voce in capitolo, possa effettivamente partecipare ad un contraddittorio all'interno del quale difendersi. Oggi incredibilmente non è prevista una informativa per la persona soggetta al Tso dove vengono esplicitati il motivo del trattamento, i diritti che si hanno e le possibilità di ricorso. Paradossalmente, chi è sottoposto ad un Tso si trova in una condizione peggiore dell'arrestato. Poi noi prevediamo che ci debba essere una udienza, simile a quella di convalida dell'arresto, in cui il soggetto possa essere difeso, quindi auspichiamo l'obbligo della difesa tecnica.
Ci auguriamo di avere insieme a noi in questa battaglia quanti più avvocati possibili, come già in passato il segretario dell'Unione delle Camere Penali Francesco Petrelli. Poi nella fase esecutiva stabiliamo alcuni punti fermi che ad oggi non sono previsti come il rifiuto della contenzione e il rifiuto della natura chiusa dei reparti, per cui i degenti possano ricevere visite".
L'associazione "Diritti alla Follia" si occuperà, spiega sempre Michele Capano "oltre che del Tso la nostra mozione parla di almeno altre due grandi aree: la prima è quella delle misure di sicurezza per le persone non imputabili.
Quando una persona, dichiarata incapace di intendere e di volere e quindi assolta pur avendo commesso il reato, è ritenuta socialmente pericolosa riceve la misura di sicurezza: o nelle Rems, o nelle articolazioni psichiatriche delle carceri ordinarie, o in libertà vigilata. Noi denunciamo che, nonostante nel 2014 sia stato stabilito un tetto massimo per le misure di sicurezza detentive, esse vengono prolungate in modo indeterminato.
La secondo area di intervento è quella che riguarda l'istituto dell' amministrazione di sostegno, diffusosi in modo abnorme ed esercitato spesso in modo da svolgere un ruolo non di ausilio ma di sostituzione del beneficiario, che viene espropriato di qualsiasi voce in capitolo riguardo la sua situazione sanitaria". Su tutti i temi trattati verranno costituiti gruppi di lavoro che elaborino progetti di riforma della disciplina relativa.
di Barbara Millucci
Corriere della Sera, 31 luglio 2018
Secondo l'Onu i trasferimenti illegali di minori avvengono prevalentemente in aereo. Da passeggeri è possibile vigilare e indicare casi sospetti.
Cuore blu. È il nome del progetto umanitario volto a combattere il traffico di esseri umani nel mondo, in particolare di bambini. A metterci la faccia come testimonial nella Blue Heart campaign delle Nazioni Unite sono tre celebri attrici: Monica Bellucci, Claudia Cardinale e Mira Sorvino. "Annientare i trafficanti è possibile", sostiene Felipe de La Torre, responsabile dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) in Messico, durante l'ultimo summit Iata (Associazione trasporto aereo) a Sydney dove è stata illustrata l'iniziativa. "Siamo qui per sensibilizzare le compagnie aeree sull'importanza di porre un freno alla tratta di esseri umani". Secondo l'Onu, "il principale veicolo che i trafficanti di esseri umani utilizzano per rapinare donne e bambini sono i collegamenti aerei" si legge in un report. "Il 60% delle vittime che finiscono nel mercato delle tratte di esseri umani viene quindi costretto a oltrepassare le frontiere in volo", aggiunge de La Torre. Secondo un'altra stima, questa volta dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), questo terribile mercato che schiavizza i piccoli e rende impotenti i grandi, coinvolge quasi 25 milioni di persone (il 75% donne e bambini), l'equivalente della popolazione dell'intera Australia. Anche il giro d'affari dei trafficanti di persone ha numeri da capogiro: oltre 150 miliardi di dollari l'anno.
L'appello - Per tentare di arginare il problema l'associazione mondiale delle compagnie aeree ha lanciato la campagna EyesOpen su cosa fare nel caso in cui ci si capisce che un bambino viaggia contro la propria volontà. "Occhi sbarrati dunque, perché chiunque oggi ha la possibilità di aiutare a stoppare il fenomeno, denunciando al personale di bordo eventuali stranezze", prosegue de La Torre. Ognuno può dare il proprio contributo: dal passeggero al personale di terra e denunciare così questi abusi che sono sempre più sotto gli occhi di tutti e su cui però si fa ben poco, visto che rimangono sempre più impuniti. "L'anno scorso, solo il 15% degli Stati del mondo sono stati condannati per non aver prontamente arginato il fenomeno della tratta di esseri umani", si legge in un report Iata. Secondo la legislazione corrente, a differenza del traffico di migranti, la tratta di persone avviene senza il consenso degli individui ed è finalizzata non al trasporto in un altro Stato, ma bensì al loro sfruttamento. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel suo report annuale Trafficking in Persons Report, da poco pubblicato, spiega che l'attività criminale legata alla vendita di bambini nel mondo è in crescita, seconda, in termini di redditività, solo allo spaccio di droga. Associare la tratta di esseri umani al finanziamento di organizzazioni terroristiche diventa così inevitabile. Secondo la Henry Jackson Society, l'Isis avrebbe guadagnato dal mercato della tratta di esseri umani tra i 10 e i 30 milioni di dollari. Denaro usato poi per finanziare il terrorismo internazionale. Scrive il Dipartimento di Stato Usa: "I bambini affidati agli istituti, incluse le strutture gestite dal governo, possono essere facili bersagli per i trafficanti". Nel documento si aggiunge che anche nel migliore dei casi, gli istituti non sono in grado di soddisfare il bisogno di sostegno emotivo che un bambino riceve generalmente da familiari o da assistenti in gamba con i quali il bambino solitamente sviluppa un attaccamento. "È proprio negli orfanotrofi o nelle residenze temporanee mal gestite che i trafficanti riescono ad operare impunemente. Orfanotrofi in Nepal, Cambogia e Haiti - secondo quanto si legge - sono spesso complici o direttamente coinvolti nella tratta di esseri umani".
I finti volontari - Nella maggior parte dei casi i trafficanti approfittano dei pochi controlli e, fingendosi volontari, partecipano ai programmi di volontariato a pagamento. Una volta introdotti nelle strutture, per i mercanti di bambini avvicinare i bambini traumatizzati è un gioco da ragazzi. Spesso i trafficanti scelgono e sfruttano i bimbi più vulnerabili e bisognosi di legami affettivi. Portarli con sé dall'altro capo del mondo diventa facilissimo. Sono 22 gli stati del mondo finiti nella black list del traffico internazionale. Tra questi: Russia, Bielorussia, Iran, Turkmenistan, Birmania, Cina, Nord Korea, Syria e Venezuela.
La Repubblica, 31 luglio 2018
Dichiarazione del presidente della Repubblica per la Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani: "Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità".
"Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale". Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio della sua dichiarazione in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, "che ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova".
"Nessun Paese - sottolinea il capo dello Stato - è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove". Per Mattarella "soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità". Sono circa 40 milioni le persone vittime" delle nuove schiavitù. "Numeri impressionanti - sottolinea ancora il presidente della Repubblica - che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare l'obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030. Si tratta di degenerazioni della nostra società, piaghe da eradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 luglio 2018
L'atto in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro. Per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia migranti soccorsi nel Mediterraneo. La Asso 28, nave di supporto a una piattaforma petrolifera, è stata coinvolta nelle operazioni di soccorso di un gommone con 108 persone a bordo. Come avviene ormai da settimane, la sala operativa di Roma ha dato indicazioni di coordinarsi con la Guardia costiera libica e, prese a bordo le persone, la Asso 28 ha seguito le indicazioni e le ha sbarcate nel porto di Tripoli.
Un fatto senza precedenti in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi. Nessuno dei migranti riportati a Tripoli, infatti, ha avuto la possibilità di chiedere asilo come garantito dalla legge.
Nelle scorse settimane la portavoce del Consiglio d'Europa aveva ribadito che "nessuna nave europea può riportare migranti in Libia perché contrario ai nostri principi". Venti giorni fa, un'altra nave di supporto a una piattaforma petrolifera, la Vos Thalassa, dopo aver soccorso dei migranti stava per consegnarli ad una motovedetta libica quando un tentativo di rivolta di alcuni dei soccorsi ha convinto il comandante ad invertire la rotta e a chiedere l'aiuto della Guardia costiera italiana che prese poi a bordo della nave Diciotti i migranti sbarcandoli a Trapani dopo l'intervento del presidente della Repubblica Mattarella.
Ieri è stata una nuova giornata di soccorsi nel Mediterraneo. Sei i gommoni avvistati dall'aereo della Ong francese Pilotes Volontaires con almeno 600 persone a bordo, 350 quelle di cui si ha notizia perché riportate in Libia dalla Guardia costiera libica ma anche dalla nave italiana.
Un episodio su cui chiede spiegazioni il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni, in questi giorni a bordo della nave della Ong spagnola Open Arms tornata in zona Sar. "Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia Costiera Italiana, ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l'Italia e il comandante della nave risponderanno davanti a un tribunale. Il diritto internazionale prevede che le persone salvate in mare debbano essere portate in un porto sicuro e quelli libici, nonostante la mistificazione della realtà da parte del governo italiano, non possono essere considerati tali", afferma Fratoianni.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 31 luglio 2018
C'è tanta Libia nelle aspettative di Giuseppe Conte al suo primo viaggio a Washington, due mesi dopo l'inattesa nomina a Palazzo Chigi. La Libia come terra di transito e di partenze dei migranti verso l'Italia. Ma la Libia anche come crocevia di importanti business. Atterrato ieri sera negli Stati Uniti, il presidente del Consiglio italiano varcherà il portone d'onore della Casa Bianca con una short list di richieste per Donald Trump.
La più importante: una "cabina di regia permanente per il Mediterraneo", così definita dal premier, tra Usa e Italia, da attuarsi attraverso i reciproci ministri degli Esteri e della Difesa, per unire le forze contro il terrorismo e rafforzare la sicurezza nell'area. Conte chiederà esplicitamente a Trump di legittimare l'Italia come "interlocutore privilegiato" degli americani sulla Libia e punto di riferimento in Europa.
Una partita che si gioca sulla stabilizzazione del Paese nordafricano e sulla sfida con la Francia dell'attivissimo Emmanuel Macron, deciso a portare i libici alle urne il 10 dicembre, come stabilito durante il vertice di primavera a Parigi, nel pieno del vuoto di potere post-elettorale a Roma. È anche e soprattutto per contrastare le mire geopolitiche del presidente francese e per neutralizzare i risultati di quel summit, che Conte chiederà di formalizzare questo ruolo dell'Italia attraverso l'appoggio dell'amministrazione Trump alla Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, proprio allo scopo di studiare un percorso di maggiore sicurezza verso le elezioni. Servirà più tempo, più uomini, più soldi, per far sedere allo stesso tavolo le tribù e le fazioni in lotta tra di loro, da Tripoli fino al vasto territorio dell'ex Cirenaica in mano al generale Haftar.
L'intesa con il presidente americano Donald Trump, o la "simpatia", come la definisce Conte, è nata subito, al G7 degli inizi di giugno in Canada, su una comune base populista e la percezione di una distanza di fondo dagli altri leader mondiali. Conte era stato scelto appena qualche giorno prima dai grillo-leghisti come portavoce di un contratto che anche sulla politica estera cerca una difficile sintesi. L'Italia dei sovranisti ha molte questioni aperte, con l'Europa, con la Russia, sul Mediterraneo. La strategia di Palazzo Chigi sembra sempre più prediligire l'alleanza a due con Washington, anche a scapito della famiglia europea. Anzi, Conte si considera un "facilitatore" in grado di mediare tra gli Stati Uniti e Bruxelles, in un momento non proprio esaltante dei loro rapporti.
L'Italia sembra muoversi da sola, come a marcare una differenza dai partner del Vecchio Continente, senza troppo preoccuparsi dei rischi di isolamento. Anche sul fronte commerciale, il governo gialloverde era pronto, e lo è ancora, a cercare una scorciatoia per mettersi al riparo dai dazi Usa. Con Trump, Conte si dichiarerà "soddisfatto dell'accordo raggiunto" con la Casa Bianca dal presidente della commissione europea Jean Claude Juncker, che a Washington la scorsa settimana è riuscito a strappare una tregua nella guerra commerciale.
Ma il premier chiederà anche ulteriori "garanzie perché non vengano toccati gli interessi delle aziende italiane" in particolare "nell'agroalimentare e nel settore delle auto di lusso". Insomma, Conte vorrebbe continuare a muoversi su un parallelo canale bilaterale con gli Usa, pur sapendo che gli americani vorranno in cambio qualcosa. Una o più prove di fedeltà e di amicizia. Sulle missioni internazionali (vedi Afghanistan), sulle armi (vedi F35), sugli interessi energetici (vedi il gasdotto Tap, che per la Casa Bianca va completato, senza troppi ripensamenti).
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