Agi, 24 marzo 2015
Le guardie della prigione di Bedford, nel Regno Unito, hanno intercettato un drone che era atterrato nel recinto del penitenziario e che trasportava un modesto quantitativo di droghe leggere, un cacciavite, un coltello e persino un telefono cellulare. L'intervento ha impedito che il detenuto destinatario del plico potesse entrarne in possesso. La notizia, confermata dal ministero della Giustizia di Londra, getta un'ombra sulla sicurezza delle carceri del Regno Unito ma è anche una conferma dei pericoli legati all'uso dei droni, i piccoli dispositivi volanti che già la settimana scorsa avevano fatto scattare un allarme dopo che un uomo è stato incriminato per aver fatto volare un elicottero telecomandato sopra il Parlamento di Westminster.
Il ministero ha fatto sapere che si tratta della prima volta che un drone viene usato per una consegna illegale in una prigione. La polizia del Bedfordshire sta indagando e sono già state raccolte alcune testimonianze dei negozianti della zona, che hanno parlato di due uomini che da giorni stazionavano vicino al penitenziario in atteggiamento sospetto. Il carcere di Bedford ha avvertito che "il detenuto che dovesse risultare il destinatario di questi oggetti andrà incontro a duri provvedimenti".
Ristretti Orizzonti, 23 marzo 2015
Di recente la direzione del carcere di Piacenza ha sospeso le attività della redazione di Sosta Forzata. Un'azione che ci ha spinto a riflettere molto, perché sappiamo bene le difficoltà che incontrano i redattori detenuti e i redattori esterni impegnati a produrre informazione dalle carceri. E osserviamo quotidianamente gli sforzi messi in campo da chi vorrebbe che le carceri diventassero davvero luoghi trasparenti e dignitosi per chi vi abita e per chi vi lavora, ma sappiamo anche quanto sia difficile riuscire a fare passi avanti, quando il cambiamento viene contrastato perché garantire i diritti a volte viene percepito come perdita di controllo, come perdita di potere.
Il Mattino di Padova, 23 marzo 2015
Fare informazione dalle carceri è davvero una sfida: perché significa cercare di "aprire" il luogo più chiuso che esista; perché bisogna tentare di fare una Informazione onesta e rispettosa delle regole proprio con le persone che sono lì dentro perché le regole non hanno saputo rispettarle; perché si deve cercare di parlare con una società, che è sempre più impaurita e incattivita, e lo si deve fare dando la parola ai "cattivi".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 23 marzo 2015
Ilda Boccassini, parlando della nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici, dice di "temere la cattiveria" dei suoi colleghi. Se la teme lei, figurarsi noi. Pensi alla cattiveria con cui qualche suo collega, sicuro dell'impunità accordata a chi non è costretto a pagare per il suo "dolo" e per la sua "colpa grave", ha messo in galera gente innocente senza validi motivi, o ha perseguitato qualche cittadino non per un banale errore giudiziario ma per un accanimento sadico. Ora finalmente un magistrato incapace, o che ha volontariamente commesso degli abusi, potrà pagare per la sua pessima condotta. E a deciderne le sorti non sarà certo un grottesco tribunale del popolo, o qualche organismo arbitrario, ma un collegio di altri giudici, che valuteranno con accuratezza e in base alla legge se qualche collega si è comportato male e deve essere sanzionato.
Ansa, 23 marzo 2015
"L'indignazione che tutti i magistrati provano davanti alle riforme carenti o sbagliate e a decenni di delegittimazione condotta ora con l'insulto che vorrebbe offendere, ora con l'insinuazione che vorrebbe umiliare" deve "trovare espressione efficace a difesa della nostra dignità e della qualità della giurisdizione" senza "ridursi a forme di protesta impotente". Così il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, al Cdc che decide la data dell'Assemblea contro la responsabilità civile dei magistrati.
di Antonio Ciccia
Italia Oggi, 23 marzo 2015
Niente punizione del colpevole e vittima condannata a far valere le proprie ragioni nel processo civile per danni. Questo vale per le persone fisiche e per professionisti e imprese. Tutti potranno giovarsi della mano leggera del legislatore penale e ottenere il perdono giudiziale, quando si sgarra in maniera non abituale senza provocare grossi danni.
di Marino Longoni
Italia Oggi, 23 marzo 2015
I grandi giornali e i talk show televisivi non se ne sono quasi accorti, ma dal 2 aprile entrerà in vigore il decreto legislativo sulla depenalizzazione dei reati minori che rischia di allargare in modo drammatico la frattura tra lo Stato e la gente comune.
Molto spesso chi subirà un furto, uno scippo, una minaccia, una truffa, una frode informatica, non avrà più nessuno a cui rivolgersi per ottenere giustizia. D'altro canto, il ladro, il truffatore, il bullo, lo scippatore, si rallegreranno del fatto che, anche se scoperti, non dovranno più rispondere dei loro atti. Nella giustizia penale entra il diritto di essere perdonati. L'Italia, insomma, si candida a diventare il paese dei bengodi, ma per solo per i disonesti. In altri termini, la giustizia penale rinuncia, anche formalmente, a dare risposte concrete alle istanze di sicurezza, di giustizia, di prevenzione, che arrivano dalle fasce più esposte della popolazione, dalle periferie delle grandi città, dalle piccole imprese.
Non che adesso chi subisce un furto o un'aggressione fisica da parte di un vicino di casa manesco vada a fare la denuncia con la speranza che qualcuno si dia da fare per ottenergli giustizia, ma sapere che la denuncia si trasformerà automaticamente in una sentenza di proscioglimento del reo nel caso questo venisse identificato è certamente deprimente.
Resteranno insomma impuniti reati come truffa, violazione di domicilio, danneggiamento, raggiro, invasione di edifici, furto, frode assicurativa, intercettazione di telefonate falso in bilancio, corruzione, aggiotaggio, e la maggior parte degli eco-reati. Ci si potrebbe chiedere che senso ha versare la metà dei propri redditi allo Stato sotto forma di imposte quando questo si dichiara impotente a perseguire quei comportamenti che, anche se non finiscono nei telegiornali, turbano non poco la vita quotidiana delle persone oneste. Il messaggio che lo Stato sta lanciando ai cittadini italiani è desolante: arrangiatevi. L'obiettivo che certamente sarà raggiunto dalla depenalizzazione sarà certamente lo svuotamento (temporaneo) delle carceri. E delle scrivanie dei magistrati, che così potranno dedicarsi a perseguire con maggior cura i reati più gravi (o politicamente più intriganti).
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 23 marzo 2015
Il fascicolo è già stato trasmesso "per conoscenza" alla Procura di Roma. Riguarda l'appalto per il prolungamento della Metro C, si concentra sull'affidamento della direzione dei lavori a Stefano Perotti, manager finito in carcere insieme al suo amico e socio in affari Ercole Incalza, alto funzionario delle Infrastrutture. I magistrati di Firenze ritengono di dover condividere questa parte dell'indagine sulla gestione delle Grandi opere, con i colleghi capitolini che hanno da tempo avviato verifiche sulla regolarità delle procedure e sulla lievitazione dei costi che al 2011 erano fissati in tre miliardi e 400 milioni di euro e secondo alcune stime potrebbero arrivare alla cifra record di 6 miliardi.
Il "lotto" conteso
Agli atti c'è la trascrizione di una telefonata del febbraio 2014 tra l'ex presidente di Italferr Giulio Burchi e il manager Giovanni Gaspari che gli inquirenti ritengono "significativa" proprio per dimostrare gli accordi illeciti per spartirsi nomine e appalti. Nel colloquio Burchi si lamenta infatti del numero di incarichi affidati a Perotti e tra l'altro afferma: "Gli ha fatto avere un lotto che non volevano dargli a tutti i costi quando c'era ancora Bortoli di Roma Metropolitane". È il "sistema" che secondo i pubblici ministeri "ha consentito ad un gruppo di soggetti di istituire una sorta di filtro criminale all'ordinario accesso ai grandi appalti pubblici da parte delle imprese private". È quella che il giudice ha ritenuto una "organizzazione criminale di spessore eccezionale, che ha condizionato per almeno un ventennio la gestione dei flussi finanziari statali destinati alla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali". E da oggi cominciano gli interrogatori di tutti.
La spartizione dei manager
La lettura delle carte processuali conferma come uno dei personaggi chiave di questo "sistema" messo in piedi, secondo l'accusa, da Incalza e Perotti, sia Francesco Cavallo. Nelle conversazioni lo indicano come "uomo di Lupi". Molto legato ai vertici della cooperativa "La Cascina" - coinvolta in numerose inchieste, compresa Mafia Capitale - "ha un rapporto contrattuale per l'erogazione di servizi professionali in favore della società "Ingegneria Spm" riferibile a Perotti Stefano" e ciò vuol dire che "intrattiene nel suo interesse una serie di rapporti con soggetti istituzionali". Cavallo alterna incontri con monsignor Francesco Gioia per far avere un lavoro al nipote del prelato e chiedere in cambio voti per Maurizio Lupi, ai contatti con numerosi titolari di azienda, fa da tramite tra questi ultimi e i politici. È amico dell'imprenditore friulano Claudio De Eccher e di quello pugliese Roberto De Santis, il compagno di vela di Massimo D'Alema, non indagato ma perquisito una settimana fa proprio perché il suo nome compariva agli atti dell'inchiesta per un affare che avrebbe dovuto concludere proprio grazie a Cavallo.
Le segnalazioni
Il giudice ritiene che il "sistema" si regga su quel patto tra "i professionisti nominati direttori dei lavori e gli stessi funzionari dello Stato, parte di un'unica compagine criminale che condivide strategie, azioni, proventi illeciti". Hanno gestito in quindici anni decine di appalti per un totale di 25 miliardi di euro, ma si sono occupati anche di orientare nomine che consentono di percepire compensi da centinaia di migliaia di euro. E allora si comprende perché Burchi abbia interesse a tenere ottimi rapporti con amici politici del calibro del socialista Riccardo Nencini sottosegretario alle Infrastrutture, con il quale "bisogna discutere ci sono delle nomine da fare in giro, ci interessa sistemare due o tre persone", e con il parlamentare ed ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, che gli chiede aiuto per far avere incarichi a manager di sua fiducia. Molto attivo appare anche Stefano Saglia che ottiene una consulenza da Perotti e dopo avergli procurato "un appuntamento in Eni". Commenta Cavallo: "Si è messo di buzzo buono a lavorare, Stefano gli ha già dato una consulenza, ma è così che si lega questa gente, cioè mica gli puoi dire "quando chiuderò, può darsi".
Le carte "truccate"
Ci sono i capitolati "su misura" e quelli modificati in corsa, ma i carabinieri del Ros hanno trovato anche una perizia contraffatta, svolta nell'arbitrato tra Perotti e la Fiat sui lavori della Tav Firenze-Bologna che hanno portato nelle tasche del manager - nominato general contractor - ben 68 milioni di euro. Sull'assegnazione dei lavori ferroviari e autostradali il ruolo dei politici si fa dominante con Vito Bonsignore del centrodestra che entra nella Civitavecchia- Orte-Mestre e Antonio Bargone del centrosinistra interessato alla Tirrenica. Entrambi disponibili a trattare e per questo finiti tra gli indagati.
di Liana Milella
La Repubblica, 23 marzo 2015
Una sfida alla corruzione in dodici pagine. Società pubbliche a prova di trasparenza, rotazione degli incarichi, rigide incompatibilità e ampia tutela per chi svela il malaffare. Repubblica anticipa la direttiva a doppia firma, il Ministero dell'Economia del ministro Padoan e l'Authority Anti-corruzione di Cantone, che lancia il decalogo delle nuove regole per garantire massima pubblicità alla vita e alle scelte operative delle società pubbliche con l'obiettivo di prevenire la corruzione.
Si applicherà subito alle aziende non quotate sotto il diretto controllo del Mef e, tra qualche settimana dopo un confronto con la Consob, anche alle quotate. Parliamo di imprese strategiche nell'economia italiana, basti citare Rai, Anas, Fondo italiano di investimento, Expo, Sogei, e ancora Eni, Enel, Finmeccanica, Poste e Ferrovie, che dovranno fare i conti con le indicazioni stringenti della famosa legge Severino, con il decreto Madia e con le nuove norme sulla trasparenza. Sono le norme che Mef e Anac hanno riletto per scrivere la nuova direttiva. Un testo destinato a diventare, non appena sarà pubblicato dall'Anac, una Bibbia anche per tutte le società partecipate a livello regionale e comunale.
Ancora regole calate dall'alto, ancora piani e programmi sulla carta, che lasceranno l'Italia in vetta alle classifiche sulla corruzione? Roberto Garofoli, il capo di gabinetto del Mef che ha lavorato con Cantone e che già nel 2012 era al vertice della commissione che mise le fondamenta della legge Severino, è convinto del contrario e spiega perché: "No, non vogliano certo imporre dall'alto lacci e lacciuoli, un surplus di regole burocratiche che ingessino l'organizzazione e l'attività delle società pubbliche, ma vogliamo indurle a dotarsi di meccanismi organizzativi di assoluta trasparenza per prevenire rischi di opacità comportamentale e conseguente corruzione". Saranno Garofoli e Cantone domani al Mef, con Padoan e Madia, a presentare ufficialmente la direttiva che, dal giorno dopo, sarà online per una rapida consultazione, al termine della quale diventerà operativa.
Tuffiamoci dentro la direttiva allora, e scopriamo come in un vicinissimo futuro pure le società pubbliche dovranno rispettare le regole che ora riguardano solo le pubbliche amministrazioni. Il fondamento giuridico è semplice e sta dentro la stessa legge Severino. Come è scritto nella direttiva "la ratio sottesa alle legge 190 del 2012 è quella di estendere le misure di prevenzione della corruzione a soggetti che, indipendentemente dalla natura giuridica, sono controllati dalle amministrazioni pubbliche, gestiscono denaro pubblico, svolgono funzioni pubbliche o attività d'interesse pubblico e, pertanto, sono esposte ai medesimi rischi cui sono sottoposte le amministrazioni alle quali sono in diverso modo collegate per ragioni di controllo, di partecipazione, di vigilanza".
A chi potrebbe obiettare che le società pubbliche già applicano il decreto legislativo 231 del 2001 conviene rispondere con le parole di Garofoli: "Quel decreto mira ad evitare che siano commessi reati nell'interesse o a vantaggio della società, mentre la legge 190 vuole prevenire delitti come il peculato, la corruzione attiva e passiva, commessi anche a danno della società, ancorché dai suoi stessi dipendenti". Sgombrato il campo dai fondamenti giuridici su cui si poggia la direttiva, eccoci al decalogo. A partire dai due principali pilastri, il piano anti-corruzione e il responsabile della prevenzione. Il piano, recita il testo, dovrà prevedere "misure idonee a prevenire fenomeni di illegalità".
Dovrà avere "adeguata pubblicità, all'interno della società e all'esterno", e dovrà essere pubblicato sul sito web della società. Ovviamente sarà strategica la scelta del responsabile del piano, una figura che la direttiva definisce come "un dirigente che abbia dimostrato nel tempo un comportamento integerrimo". Nell'individuare l'uomo giusto la società "dovrà tenere conto di situazioni di conflitto di interesse ed evitare, per quanto possibile, di designare dirigenti in settori individuati a maggior rischio corruttivo".
Un obiettivo strategico sarà proprio quello di fare "una mappa delle aree a rischio", cioè i settori della società che più di altri possono diventare protagonisti di casi di corruzione, "appalti, autorizzazioni e concessioni, sovvenzioni e finanziamenti, procedure di assunzione del personale". La mappa dovrà prevedere dove potranno essere commessi i reati e individuare la prevenzione necessaria. Le mosse successive saranno i "codici di comportamento" e la massima trasparenza sul web di tutti i dati che potranno essere resi pubblici, senza danneggiare la società sul piano della concorrenza. La direttiva pone vincoli rigidi: sarà creato un ufficio ad hoc per dare pareri "sull'attuazione del codice in caso di incertezze"; sarà previsto "un apparato sanzionatorio"; nascerà "un sistema per raccogliere le segnalazioni sul codice violato".
In questa strategia anti-corruzione conta la collaborazione dei dipendenti. Il decalogo prevede che sia "incoraggiato colui che denuncia gli illeciti di cui viene a conoscenza nell'ambito del suo rapporto di lavoro". Chiamiamolo pentito o gola profonda. I suoi occhi e la sua testimonianza saranno fondamentali per scoprire l'odore della mazzetta. Ma la società dovrà garantirgli non solo "la riservatezza dell'identità" ma anche "ogni contatto successivo alla segnalazione". In un piano così è inevitabile che sia strategica la politica del personale. Per questo sono previste regole molto rigide negli incarichi. A partire dalla rotazione, che dovrà diventare una pratica obbligatoria.
Ordina la direttiva: "La società programma la rotazione", ma lascia uno spiraglio qualora "emerga l'esigenza di salvaguardare un elevato contenuto tecnico". Segue una raffica di divieti: nessun incarico a chi ha condanne per reati contro la pubblica amministrazione, o è componente di un organo politico nazionale. Rigido e dettagliato il capitolo delle incompatibilità per gli amministratori e i dirigenti delle società. Divieto di assunzione per i dipendenti pubblici che "negli ultimi tre anni abbiano esercitato poteri autoritativi o negoziali per pubbliche amministrazioni". Un monitoraggio obbligatorio sul rispetto delle regole anti-corruzione dovrebbe permettere alla società di non cacciarsi nei guai.
Ansa, 23 marzo 2015
"Il Governo vuole introdurre il reato di omicidio stradale. Nella Commissione Giustizia del Senato si sta lavorando in questo senso ed il Governo sta seguendo con attenzione l'iter parlamentare, dove presto verrà approvato un testo base, che costituirà la sintesi delle diverse iniziative legislative". Lo ribadisce in una nota il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri dopo il grave incidente stradale di Monza causato da un pirata della strada nel quale ha perso la vita un ragazzo di 15 anni mentre la mamma versa in gravi condizioni.
"Introdurre l'omicidio colposo stradale e le lesioni colpose stradali come reati autonomi è importante per prevedere nuove più pesanti pene maggiormente adeguate alla gravità di simili fatti - sottolinea Ferri- e per dare un efficace messaggio educativo e culturale sulla pericolosità della guida dei veicoli e sull'importanza del rispetto delle norme del codice della strada per tutelare beni supremi quali la vita e l'incolumità fisica.
È fondamentale, inoltre, porre in essere un programma di prevenzione, informazione e sensibilizzazione per sensibilizzare tutti all'importanza della guida sicura e per garantire la sicurezza stradale". "Così come vanno innalzate le pene per l'omicidio stradale "semplice", un ulteriore maggiore aumento andrà previsto non solo nel caso di omicidio commesso da chi guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di droghe ma anche nel caso di altre condotte di guida estremamente negligenti precisa il sottosegretario - che devono essere considerate parimenti gravi e che quindi meritano un analogo inasprimento di pene.
Penso proprio alla grave disattenzione, a chi investe pedoni mentre attraversano le strisce pedonali, o bambini in prossimità delle scuole, l'alta velocità ,l'attraversamento di incroci con semaforo rosso e così via. In questi casi, come in quelli di omicidio commesso da chi guida in stato di ebbrezza, ritengo che le pene debbano essere considerevolmente innalzate sia per ragioni di Giustizia sia per avere quell'effetto preventivo ed educativo-culturale di cui parlavo prima. L'inasprimento delle pene, inoltre, non potrà non comprendere anche l'introduzione del cosiddetto "ergastolo della patente", ossia la revoca a vita della licenza di guida, e tale sanzione dovrà accompagnare la sanzione penale in caso di condanna per omicidio stradale".
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