di Errico Novi
Il Garantista, 22 marzo 2015
Il premier ha pagato pegno con lupi. La ricevuta: scagionato il padre, che era stato preso in ostaggio. Ora forse un ministero per Gratteri. Forse neppure si rende conto di essersi cacciato in un vicolo cieco.
di Margherita Boniver
Il Garantista, 22 marzo 2015
Si è consumato l'ultimo atto di una vicenda, quella delle dimissioni di Maurizio Lupi, dai profili inquietanti e dai contorni soffusi di robusta e dilagante ipocrisia. Colpisce la velocità delle mosse e delle indiscrezioni scaturite dalla mega inchiesta della Procura di Firenze che di fatto regala al premier Renzi le chiavi di un ministero assai appetibile, soprattutto alla vigilia di Expo. Le dimissioni erano sembrate subito l'unico sbocco per un personaggio come Lupi, che non è riuscito ad ottenere neppure una difesa d'ufficio da parte del suo partito scosso dal secondo episodio di dimissioni "spontanee" dopo quelle di Di Girolamo e che si interroga su chi sarà il prossimo caso.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 22 marzo 2015
Lupi si è dimesso. Niente carezze per i corrotti, che sono in carcere. L'Italia è più buona. Per merito di quella magistratura, che i governi vorrebbero maltrattare. Se si voleva la prova della infallibilità della ricetta "più manette per tutti", eccola! Eppure basterebbe poco per rendersi conto che questa lotta alla corruzione è un fallimento.
Adnkronos, 22 marzo 2015
Francesco tra i detenuti di Poggioreale incontra anche dieci trans, luogo di emarginazione può diventare luogo di inclusione. Papa Francesco, nel corso della visita pastorale a Napoli, incontra i detenuti reclusi nella Casa circondariale Giuseppe Salvia a Poggioreale e lancia un forte monito per migliorare le condizioni dei detenuti.
di Giuseppe Grimaldi
Il Mattino, 22 marzo 2015
La confidenza a un detenuto "Penso a un atto di clemenza". Clemenza e misericordia per i detenuti. Papa Francesco sussurra parole dolci ai detenuti di Poggioreale, lontano dai taccuini e dai riflettori delle telecamere.
Nel suo incontro con i reclusi nel carcere-inferno di Poggioreale - dove si vive la più allucinante delle condizioni carcerarie d'Europa, fino a dieci persone in uno spazio di sei metri quadri con un unico bagno - il Pontefice ha una parola di speranza per tutti. All'incontro nella chiesa trasformata in refettorio comune per 130 commensali incrocia i passi di un connazionale: è un argentino che proprio a Napoli sta scontando la sua pena per un grave delitto commesso. Accanto a lui c'è un napoletano, ed è a loro che il Santo Padre affida il suo pensiero: a loro spiega come - in occasione dell'Anno Santo che celebrerà - rilancerà l'idea del perdono.
Clemenza è termine che normalmente, in un lessico freddo, coincide con misericordia. Tutto dipende dall'accezione che si voglia dare ai due termini: clemenza è parola laica, mentre la misericordia è di Dio. Ed ecco improvvisamente sbocciare un'ipotesi: Francesco sarebbe pronto a muovere un passo, chiedendo allo Stato italiano un provvedimento di amnistia per quanti oggi vivono quell'inferno in terra che è il regime carcerario. Nella luce che illumina oggi questa Primavera napoletana, baciata da un sole tiepido e benigno, c'è aria di speranza.
Dura quasi due ore - una in più rispetto al rigido protocollo stabilito dal programma - la visita all'interno del carcere di Poggioreale di Papa Bergoglio. Tante mani da stringere e troppe voci da ascoltare nel penitenziario che fa vergognare l'Italia per le condizioni di inumano sovraffollamento in cui anche chi ha sbagliato, e persino chi ha rubato e ammazzato, non avrebbe diritto a trovarsi. Alla mensa, allestita nella chiesa del carcere per poter ospitare i 130 ospiti, ci sono non solo 90 detenuti di Poggioreale (tra i quali due transessuali), ma anche quattro ragazzini dell'istituto minorile di Nisida, cinque ospiti dell'ospedale psichiatrico giudiziario e sette del penitenziario di Secondigliano.
"Nella vita - dirà loro il Papa - non bisogna mai spaventarsi delle cadute, perché l'importante è sapersi sempre rialzare. Dio dimentica e cancella sempre i nostri peccati. Non dimenticate che il primo santo fu il ladrone che sulla Croce abbracciò la fede di Cristo". Parole che sembrano ipnotizzare i detenuti. Occhi lucidi e tanta speranza: ieri Poggioreale assomigliava decisamente più ad una pista di decollo verso nuove esistenze che non al sudario delle sofferenze in terra.
Ad accogliere il Papa c'erano il direttore dell'istituto penitenziario, Antonio Fullone, con tutto il suo staff, il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Tommaso Contestabile, gli oltre 800 agenti che garantiscono la sicurezza, i volontari della Comunità di Sant'Egidio e il cappellano don Franco Esposito.
Menu frugale: Bergoglio ha assaggiato i maccheroncelli al forno e l'arrosto con broccoli e patate ("Niente vino - ha detto - meglio di no: sennò poi dico sciocchezze"). Accanto a lui c'era Claudio, un argentino finito in galera per reati gravi, con il quale il Papa ha conversato a lungo. Il clima di festa lo si coglieva già due ore prima del suo arrivo all'esterno delle mura del carcere, dove si erano assiepate quasi duemila persone. Tra loro molte mogli e figli dei detenuti, oltre alla colorata e gioiosa presenza dei bambini che don Luigi Merola - l'artefice della comunità "A voce delle creature", che quotidianamente sottrae dalla strada decine di minori a rischio - innalzavano striscioni di benvenuto.
Ma torniamo all'interno del carcere. È qui che le parole del Papa sono risuonate forti e capaci di scuotere le coscienze di tutti. "Dio - ha detto Bergoglio - dimentica e cancella i nostri peccati". Un detenuto gli ha replicato: "Santo Padre, ma lei sa bene che anche quando uno di noi sarà uscito da qui si troverà in un mondo che lo rifiuta. La società è cattiva con noi. Noi che siamo marchiati a vita, emarginati, esclusi da tanti percorsi di inserimento, troveremo accoglienza fuori da queste mura?".
Immediata la replica: "Ricordate quello che dice il Vangelo? Pubblicani e prostitute vi passeranno davanti. Per questo io vi dico che quando vi sentirete riconciliati con voi stessi e soprattutto con Dio, allora troverete la vostra pace. Conosco le vostre situazioni dolorose: mi arrivano tante lettere dai penitenziari di tutto il mondo. I carcerati troppo spesso sono tenuti in condizioni indegne della persona umana, e dopo non riescono a reinserirsi nella società. Ma grazie a Dio ci sono anche dirigenti, cappellani, educatori, operatori pastorali che sanno stare vicino a voi nel modo giusto. E ci sono alcune esperienze buone e significative di inserimento". Non sono solo parole. I detenuti (tra loro anche molti stranieri di fede musulmana) applaudono.
Il Mattino, 22 marzo 2015
"Nella vita non bisogna mai spaventarsi delle cadute, l'importante è sapersi sempre rialzare. Dio dimentica e cancella sempre i nostri peccati": queste le parole del Papa rivolte ai detenuti nel carcere di Poggioreale.
Tappa al carcere di Poggioreale per Papa Francesco. Ad accoglierlo il direttore dell'istituto penitenziario, Antonio Fullone e il cappellano don Franco Esposito. Bergoglio ha pranzato con circa 120 detenuti, tra cui 13 transessuali, all'interno della cappella dove è stata allestita una tavolata.
Sono stati gli stessi detenuti a preparare il pranzo composto da tre portate: pasta al forno, arrosto e dolci tipici napoletani. Durante il pranzo nel carcere napoletano di Poggioreale, papa Francesco è si è seduto a un tavolo con 12 detenuti. Vicino a lui sedevano un recluso argentino e il provveditore delle carceri. Al pranzo partecipavano in tutto circa 120 detenuti, tra cui alcuni transessuali. Durante la visita il Papa ha salutato uno ad uno tutti i carcerati presenti.
Lungo il corridoio che conduce alla cappella, ha salutato rappresentanti della Direzione, della Polizia Penitenziaria e dei dipendenti della Casa Circondariale. Sul piazzale antistante la chiesa, ha quindi salutato i detenuti. Infine il pranzo in chiesa con una rappresentanza di carcerati.
Incontrando i detenuti nel carcere di Poggioreale, papa Francesco ha risposto alle domande di due di loro, Claudio Fabian, argentino, recluso proprio a Poggioreale, e Pasquale, in rappresentanza di quelli di Secondigliano. "Noi carcerati siamo dimenticati da tutti: governo, istituzioni, tranne che da Dio, da Gesù Cristo e dalla Chiesa", ha detto il primo.
"Qui in carcere ho trovato Dio e il Signore Gesù attraverso la catechesi settimanale, la messa della domenica e la lettura del suo libro "Mente abierta, corazon creyente" che mi ha mandato mia madre dall'Argentina", ha aggiunto. "Noi che siamo marchiati a vita, emarginati, esclusi da tanti percorsi di inserimento, troveremo accoglienza fuori da queste mura?", gli ha chiesto invece il secondo.
"L'amore di Gesù per ciascuno di noi è sorgente di consolazione e di speranza. È una certezza fondamentale per noi: niente potrà mai separarci dall'amore di Dio! Neanche le sbarre di un carcere". Lo ha affermato papa Francesco incontrando i detenuti nel carcere napoletano di Poggioreale. "L'unica cosa che ci può separare da Lui è il nostro peccato - ha aggiunto -; ma se lo riconosciamo e lo confessiamo con pentimento sincero, proprio quel peccato diventa luogo di incontro Lui, perché Lui è misericordia". Il discorso del Papa è stato consegnato ai detenuti, non letto.
"Cari fratelli, conosco le vostre situazioni dolorose: mi arrivano tante lettere - alcune davvero commoventi - dai penitenziari di tutto il mondo", ha detto il Papa ai detenuti incontrati nel carcere di Poggioreale. "I carcerati troppo spesso sono tenuti in condizioni indegne della persona umana, e dopo non riescono a reinserirsi nella società. Ma grazie a Dio ci sono anche dirigenti, cappellani, educatori, operatori pastorali che sanno stare vicino a voi nel modo giusto. E ci sono alcune esperienze buone e significative di inserimento".
In tema di condizioni dei detenuti, "bisogna lavorare" per "sviluppare le esperienze positive" di inserimento, "che fanno crescere un atteggiamento diverso nella comunità civile e anche nella comunità della Chiesa", ha detto papa Francesco durante la visita al carcere napoletano di Poggioreale, nel discorso consegnato ai detenuti. "Alla base di questo impegno - ha spiegato - c'è la convinzione che l'amore può sempre trasformare la persona umana. E allora un luogo di emarginazione, come può essere il carcere in senso negativo, può diventare un luogo di inclusione e di stimolo per tutta la società, perché sia più giusta, più attenta alle persone".
Cori da stadio, "Francesco uno di noi", e il ritornello: "Oi vita oi vita mia". Una folla di fedeli ha atteso l'arrivo di Papa Francesco al carcere di Poggioreale. Il Santo Padre, sceso dalla papamobile, ha baciato alcuni dei bambini presenti. Molti anche piccolissimi. In tanti hanno sventolato le bandierine con la sua immagine. Ai balconi dei palazzi di fronte all'istituto penitenziario, sono stati sistemati palloncini bianchi e gialli e lenzuola bianche in segno di saluto.
Antonio Mattone portavoce della Comunità di Sant'Egidio di Napoli ha raccontato qualche spaccato dell'incontro dei detenuti con il Papa. Il Santo Padre è stato accolto dai detenuti con applausi e canzoni, prima di pranzare tutti insieme, seduti attorno alla tavola.
Il cuore del suo messaggio in un episodio: "Il Papa ha detto che ognuno di noi avrebbe motivo per essere carcerato - riferisce Mattone - ma il Signore ci perdona e quindi tutti devono perdonare, invece la società non è giusta perché non perdona".
"Il Pontefice ha risposto a un detenuto che gli ha chiesto cosa fare dopo, una volta uscito - riferisce Mattone - e lui gli ha risposto con un'altra domanda, ricordandogli che il primo santo è stato un ladrone".
Radio Vaticana, 22 marzo 2015
Momento toccante della visita del Papa a Napoli, l'incontro con i detenuti nel carcere di Poggioreale e le parole improvvisate al termine del pranzo che ha consumato con loro. Parole di speranza alle domande di due detenuti: come fare per continuare ad alimentare la fede in Dio che ho ritrovato in carcere, una volta libero? E ancora: troveremo accoglienza fuori da queste mura? Il servizio di Roberto Piermarini.
Mantenere la fede una volta usciti dal carcere con le tentazioni che li aspettano e senza gli aiuti spirituali ricevuti "non è facile - ha detto il Papa - ma non impossibile". Ma bisogna andare avanti e non scoraggiarsi. Francesco ha poi ripreso una frase del cardinale Sepe secondo cui il nocciolo della morale cristiana non sta nel non cadere, ma nel rialzarsi subito. "Tutti nella vita abbiamo fatto sbagli - ha osservato il Papa - E perché a me è accaduto questo ed a te, che hai fatto più sbagli di me, no?": "Sono le cose della vita. Ma nessuno può dire io non merito, io non merito. Nessuno può dire "io non merito di essere carcerato". Nessuno. Tutti abbiamo sbagliato. Tutti, io per primo. Tutti. E perché voi e non altri? Sono cose inspiegabili della vita e la vita dobbiamo prenderla come viene. E alzarsi sempre e andare avanti".
La mancata accoglienza dei detenuti - in risposta alla seconda domanda - Papa Francesco l'ha definita una delle crudeltà più grandi della società di oggi. Per l'accoglienza è necessario un lavoro di educazione della gente che ha sempre un giudizio morale sui detenuti. Francesco ha poi ricordato che il primo santo canonizzato nella Chiesa è stato un condannato a morte: il buon ladrone a cui Gesù ha detto sulla croce: "Oggi sarai con me in Paradiso". "Nel momento in cui sei condannato a morte, solo perché hai guardato Cristo, il Signore ti rinnova la vita. E questo è quello che la società deve imparare. Quando Lui perdona dimentica - ha proseguito il Papa - nessuno ha il diritto di non dimenticare una persona che ha pagato, che ha chiesto perdono alla società. Ma la società non lo impara. E per questo tanti si scandalizzano di Gesù che andava con i pubblicani, con i ladri e le prostitute:
"Questi, i pubblicani e le prostitute, entreranno prima di voi nel Regno dei cieli". Ma questo, la società non l'ha imparato. E per questo la nostra società ancora non è cristiana. Si dice cristiana, vuole essere cristiana, ci sono tanti santi e tanti cristiani, sì. Ma la società come tale è più pagana che cristiana, perché non ha capito questo di Gesù".
Antigone: Papa Francesco nel carcere che è stato il peggiore d'Europa
Napoli, 21 marzo 2015. Francesco - il Papa che ha chiamato i cristiani e gli uomini di buona volontà a "lottare" per il miglioramento delle condizioni carcerarie - visita la Casa Circondariale di Napoli-Poggioreale: il carcere si era conquistato la fama di essere il peggiore d'Europa per le difficilissime condizioni detentive ed è stato sottoposto a visita ispettiva da parte della Commissione Libertà civili del Parlamento europeo. Poggioreale è l'istituto rispetto al quale sono ancora in corso le indagini della Magistratura per pregressi episodi di violenza che detenuti avrebbero subito da parte di agenti della Polizia Penitenziaria.
Oggi, Poggioreale è un carcere in cui si respira un clima diverso tra detenuti e tra detenuti ed operatori, eppure le presenze rasentano le 2.000 unità, su di una capienza effettiva di 1.500 detenuti; solo una minoranza di detenuti accede al regime delle celle aperte per 8 ore al giorno; pochi reparti recano la doccia in cella ("Firenze", "Milano", "Avellino", "Napoli", quest'ultimo in parte) e la contiguità fisica tra igienici e spazi dedicati alla cucina interna alla cella continua ad essere la realtà della Casa Circondariale. "Il pranzo che il Santo Padre consumerà tra i ristretti restituirà - agli occhi della collettività - dignità ai detenuti: rimarrà a lungo nell'immaginario l'idea del Pontefice seduto tra gli ultimi. L'auspicio è che la visita di un Papa dalla straordinaria umanità contribuisca al processo di cambiamento in atto nell'istituto: nel penitenziario è in corso un miglioramento, ma gli standard di vivibilità sono ancora bassi", dichiara Mario Barone, Presidente di Antigone-Campania.
Sappe: il Papa è un faro sui drammi umani del carcere
"La visita di Papa Francesco nel carcere di Poggioreale è un fatto straordinario: è un faro di luce sui drammi umani compenetrati nell'ambiente carcerario con i quali quotidianamente hanno a che fare le donne e gli uomini del Corpo della Polizia Penitenziaria. La personalità straordinariamente sensibile del Sommo Pontefice ha regalato oggi a tutti coloro che erano a Poggioreale, detenuti e poliziotti penitenziari, una giornata unica di vera carità cristiana. Grazie, Papa Francesco". Lo dichiara Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "È stata la visita del Vicario di Cristo che ha portato a tutti l'appello e il conforto del Redentore dell'Uomo. E credo di poter sommessamente dire che ha riportato, in tutti, autentici sentimenti di fiducia e speranza, tanto più forti se contestualizzati nell'ambiente 'chiusò del carcere. Per questo siamo tutti grati a Papa Francesco".
Adnkronos, 22 marzo 2015
Detenuto nel carcere de L'Aquila in regime di 41bis, Francesco Schiavone, cugino dell'omonimo e più noto esponente della camorra conosciuto come "Sandokan", ha tentato per due volte di togliersi la vita: la prima tentando di impiccarsi con una corda al collo ed una busta di plastica in testa, la seconda tagliandosi le vene dei polsi. La vicenda è stata resa nota dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni, con cui Schiavone da mesi intrattiene un carteggio sulle condizioni di vita all'interno del carcere abruzzese.
Nei mesi scorsi Schiavone, tramite i suoi avvocati, aveva presentato ricorso alla magistratura di Sorveglianza per le condizioni inumane di detenzione e per l'esiguità dello spazio a sua disposizione. Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto il ricorso ma contro la decisione del Magistrato di sorveglianza si è appellato il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
"Mi hanno salvato - scrive Schiavone in una lettera indirizzata al Garante - ma era meglio se non lo facevano, nella disumanità che si vive in questa condizione la morte è una liberazione. (...) Qui un ergastolano vive come un animale legato da solo ad una catena e non può muoversi, comincia a mordersi da solo. Così mi sento io perché diritti mi sono stati tolti e mi sento come un cane da solo e comincio a mordermi per fare una galera più dignitosa. Umana. (...) Ho perso la fiducia di me stesso e penso che solo la morte mi può salvare da questa ingiustizia".
Sulla vicenda il Garante ha inviato una lettera al Dap chiedendo chiarimenti, in particolare, sulle condizioni di detenzione dei reclusi in regime speciale all'interno del carcere aquilano. "Quest'uomo ha commesso dei reati gravi e la certezza della giustizia non è in discussione - ha detto Marroni - In discussione sono le condizioni di detenzione nelle carceri italiane, in passato finite più volte sotto la lente d'osservazione anche dell'Unione Europea".
"Tutti i Paesi europei hanno misure di detenzione speciale per persone ritenute particolarmente pericolose - aggiunge. In Italia, credo che sia venuto il momento di ripensare il 41bis, una norma sulla quale anche Papa si è espresso, parlando di una forma di tortura (...). Con il motivo di offrire maggiore sicurezza alla società o un trattamento speciale per certe categorie di detenuti, la sua principale caratteristica non è altro che l' isolamento esterno".
di Ilaria Sesana
Avvenire, 22 marzo 2015
Sono già dieci i detenuti che, nel corso dei primi tre mesi del 2015, si sono tolti la vita all'interno delle carceri italiane su un totale di 21 decessi registrati dall'Osservatorio permanente sulle morti in carcere della rivista Ristretti orizzonti di Padova. Tra questi, anche un ragazzo romeno di 19 anni, arrestato per un reato contro il patrimonio, che si è impiccato con un lenzuolo dopo aver visto sfumare gli arresti domiciliari.
Altri due uomini, internati rispettivamente nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) e di Reggio Emilia, si sono tolti la vita a poche settimane dalla chiusura definitiva degli Opg. Vale la pena ricordare i dati diffusi questa settimana dall'Istat a proposito della popolazione carceraria, che hanno fatto segnare sì una diminuzione importante, ma ancora non sufficiente. Al 31 dicembre 2013 risultavano detenute nelle carceri italiane 62.536 persone, il 4,8% in meno rispetto al 2012 (-8% sul 2010).
Si tratta di un numero di gran lunga superiore, però, alla capienza regolamentare, fissata a 47.709 posti. Solo il pronto intervento degli agenti di polizia penitenziario o dei compagni di cella ha impedito che il numero dei suicidi fosse più elevato. "Mi hanno salvato, ma era meglio se non lo facevano, nella disumanità che si vive in questa condizione la morte è una liberazione".
Francesco Schiavone (cugino dell'omonimo esponente della camorra, noto come "Sandokan") avrebbe tentato per due volte di togliersi la vita: la prima impiccandosi con una corda al collo e una busta di plastica in testa, la seconda tagliandosi le vene dei polsi. L'uomo sta scontando una condanna in regime di 41bis (il cosiddetto "carcere duro", che prevede restrizioni e condizioni speciali). La vicenda è stata resa nota dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, con cui Schiavone intrattiene da mesi un carteggio sulle dure condizioni di vita del carcere dell'Aquila. Nei mesi scorsi, tramite i suoi avvocati, Schiavone aveva presentato ricorso alla magistratura di Sorveglianza per le condizioni di detenzione, definite dallo stesso Schiavone in una lettera al Garante, "inumane" anche "per l'esiguità dello spazio a sua disposizione".
"Il Tribunale di Sorveglianza ha accolto il ricorso, ma contro la decisione del magistrato di sorveglianza si è appellato il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria" (Dap), si legge in una nota del Garante dei detenuti del Lazio. Sulla vicenda il Garante ha inviato una lettera al Dap chiedendo chiarimenti, in particolare, sulle condizioni di detenzione dei reclusi in regime speciale all'interno del carcere aquilano.
"Quest'uomo ha commesso dei reati gravi e la certezza della giustizia non è in discussione - sottolinea Marroni. In discussione sono le condizioni di detenzione nelle carceri italiane, in passato finite più volte sotto la lente d'osservazione anche dell'Unione Europea. In Italia, credo che sia venuto il momento di ripensare il 41bis".
intervista a cura di Pietro Vernizzi
Il Sussidiario, 22 marzo 2015
"In Italia c'è stato e continua a esserci un uso distorto della custodia cautelare. Io penso che, nella mente di alcuni procuratori della Repubblica, una tentazione a utilizzare il carcere preventivo per spingere gli indagati a confessare vi sia stata e vi sia".
Lo afferma Carlo Federico Grosso, avvocato e professore di Diritto penale all'Università di Torino, secondo cui "la legge andrebbe applicata con maggiore rigore in quanto la libertà è un valore talmente importante che può essere limitata solo in presenza di una sentenza definitiva".
La custodia cautelare è uno degli strumenti utilizzati dalla procura di Firenze nell'inchiesta Grandi Opere. Il super-manager Ercole incalza è stato arrestato e incarcerato lunedì e sottoposto a un interrogatorio di due ore nel penitenziario di Regina Coeli, mentre Francesco Cavallo è attualmente agli arresti domiciliari.
Professore, quali sono i casi in cui è prevista la carcerazione preventiva?
"La custodia cautelare è prevista per reati particolarmente gravi, quando vi siano indizi gravi e concordanti di colpevolezza, e almeno una delle seguenti esigenze di cautela assolutamente necessarie: il pericolo di inquinamento delle prove, il pericolo di fuga e la ripetizione del reato. È evidente che non si può applicare la custodia cautelare a una persona soltanto perché è indiziata di un reato, per quanto quest'ultimo possa essere grave. Bisogna che almeno una delle tre esigenze di cautela cui ho fatto cenno poco fa siano riscontrabili".
Di solito quale di queste esigenze è più ricorrente?
"La più ricorrente, soprattutto subito dopo la scoperta di un reato, è l'inquinamento delle prove. La ragione che giustifica o che dovrebbe giustificare la custodia cautelare è che una persona inquisita ma lasciata a piede libero potrebbe contattare persone, cercare di nascondere documenti, distruggere file dal computer e così via".
Lei ritiene che nella prassi italiana ci sia un uso distorto della carcerazione preventiva?
"Questo è certo. In passato, e probabilmente ancora oggi, c'è stato e continua a esserci un uso distorto della carcerazione preventiva. Spesso non vi sono né pericoli di inquinamento delle prove, perché queste ultime sono già state raccolte, né un fondato pericolo di fuga per una serie di comprovati elementi che inducono evidentemente quel soggetto a non fuggire, e non c'è neppure la possibilità a ripetere il reato perché per esempio quel soggetto è stato deposto dalla carica che aveva precedentemente. In tutti questi casi è evidente che non è ammissibile che sia emesso un provvedimento di custodia cautelare".
Nella prassi si rispettano questi criteri dettati dalla legge?
"Nella prassi giudiziaria ogni tanto noi avvocati abbiamo l'impressione che si opti per la custodia cautelare nonostante manchino tutti questi requisiti. Questo non è evidentemente un fatto corretto. Ora si sta pensando a una modifica della legge per rendere più stringente la normativa della custodia cautelare, proprio per evitare possibili eccessi o abusi".
Secondo lei c'è anche la tendenza a usare la carcerazione preventiva per spingere gli indagati a confessare?
"Questa è una critica che ricorre da anni. Io penso che una tentazione in questo senso nella mente di alcuni procuratori della Repubblica vi sia stata e vi sia. Ma c'è anche un'altra spinta a utilizzare la carcerazione preventiva al di fuori dei limiti strettamente stabiliti dalla legge. Noi abbiamo un sistema penale molto inefficiente dal punto di vista dell'esecutività. È molto difficile che un "colletto bianco" condannato, nel momento in cui a distanza di anni approda alla sentenza di condanna definitiva, vada effettivamente in carcere".
Per quali motivi?
"Anche dove scatti il carcere è stata prevista tutta una serie di possibilità che consentono la liberazione anticipata o l'abbreviazione del tempo della pena".
E quindi?
"Da questa situazione può venire la spinta che porta un procuratore a dire: "Un certo soggetto è fortemente indiziato per un reato grave, perché non dovrebbe scontare un certo numero di mesi di custodia cautelare?". È chiaro che dal punto di vista dei principi un atteggiamento mentale di questo tipo è assolutamente sbagliato, perché non è previsto dalla legge e quindi non dovrebbe essere preso in considerazione. Anche se evidentemente qualcuno nelle Procure non la pensa così".
Occorre maggiore rispetto della legge?
"Sì, personalmente ritengo che la legge sulla custodia cautelare dovrebbe essere applicata con estremo rigore. Fino a quando vige la presunzione di non colpevolezza, la libertà personale deve essere ristretta soltanto quando esiste rigorosamente una delle tre esigenze di cautela che rendono necessarie misure che devono essere comunque solo provvisorie. La libertà è infatti un valore talmente importante che può essere limitata solo a conti fatti, cioè in presenza di una sentenza definitiva".
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