di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 marzo 2015
"Il detenuto mi tirava su e l'agente ha tagliato il cappio. Ma ti posso promettere che non è finita qua. Preferisco farla finita".
Ennesimo doppio dramma sfiorato e un suicidio nelle nostre patrie galere. Dopo il carcere fiorentino di Sollicciano dove un detenuto ha dato fuoco alla cella e un altro ha tentato di suicidarsi, è stata la volta di Biella.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 21 marzo 2015
Fermi tutti perché sono troppo severe, dice delle proposte di legge su corruzione, prescrizione e falso in bilancio chi vede una minaccia alle imprese in qualunque recupero di rigore. Fermi tutti perché quelle norme sono troppo poco severe, protesta al contrario chi mai è sazio di pene draconiane, prescrizioni eterne e intercettazioni indiscriminate. In realtà, se si guarda senza pregiudizio l'attuale versione dei testi al banco di prova dopo due anni di sonno in Parlamento e un anno di annunci a Palazzo Chigi, vi si trova un po' di tutto.
Misure promettenti, a cominciare dall'attenuante premiale per gli imputati che con le proprie informazioni spezzino l'asse corruttore-corrotto. Ma anche furbizie, e i "vorrei ma non posso" frutto di troppi compromessi. Si può alzare quanto si vuole per la corruzione la pena minima-massima da 1-5 anni (com'era fino al 2102) a 4-8 anni (com'è oggi dopo la legge Severino) o a 6-10 anni (come propone ora il governo), e ha senso obbligare chi vuole patteggiare a restituire prima il profitto della tangente: ma ormai tutti hanno compreso che a prosciugare le tangenti attorno ai grandi appalti ben più gioverebbe impedire almeno che i "general contractors" continuino a scegliersi il direttore dei lavori che in teoria dovrebbe controllarne tempi e costi d'esecuzione; o fare ordine in un codice degli appalti di 1.560 commi (più 1.392 del regolamento di attuazione), modificato in 560 punti in 8 anni.
Così come il predicato rispetto delle regole sarebbe più persuasivo se la politica tenesse ad esempio presente, specie dopo che tre giorni fa la Consulta glielo ha ricordato dichiarando incostituzionale un decreto del governo Monti e le successive proroghe dei governi Letta e Renzi, che senza concorso pubblico non si possono fare o sanare 1.200 nomine di dirigenti delle Agenzie fiscali, ora a rischio paralisi per quelle eccezioni su eccezioni. Che la salvezza non possa arrivare soltanto dalle leggi in sé, del resto, lo testimoniano le aspettative riposte nella tenaglia normativa fra auto-riciclaggio (condotta di chi cerca di occultare la provenienza illecita di ciò che ha guadagnato dalla commissione di un reato) e rimpatrio volontario dei capitali dall'estero entro settembre: grandi potenzialità ma controversi nodi interpretativi stanno producendo tanti convegni tra giudici-avvocati-commercialisti per capirci qualcosa, e sinora una sola contestazione di auto-riciclaggio ad opera del pool romano di Nello Rossi.
Può accadere anche al nuovo falso in bilancio, benché sia lodevole l'inversione di tendenza di rinvigorire il reato depotenziato nel 2001 da Berlusconi, prevedendo (senza più soglie di punibilità) sino a 8 anni di carcere per gli amministratori sia delle società quotate, sia delle società non quotate ma controllanti (per esempio le casseforti familiari delle grandi dinastie imprenditoriali), sia dei gestori di risparmio pubblico e degli esercenti su un mercato regolamentato italiano o europeo.
Quando infatti la relazione che accompagna l'emendamento del governo spiega di aver ricopiato la condotta punibile (l'esposizione di "fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero") dall'attuale formulazione del reato di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle Autorità pubbliche di vigilanza tace però che la sta amputando di quattro paroline non da poco: fatti materiali non rispondenti al vero, "ancorché oggetto di valutazioni".
A tenore letterale, dunque, resterebbe non punibile una importante fetta di falsi in bilancio: quelli per "valutazioni" (ad esempio tramite l'esagerazione o sottovalutazione della stima del magazzino o dell'ammortamento dei crediti o del valore di immobili e partecipazioni), che persino nella legge Berlusconi erano rimaste penalmente rilevanti seppure sopra la robusta soglia del 10% di scostamento dalla realtà.
È un'incertezza ben più significativa, a ben vedere, della diatriba sulla non possibilità di intercettazioni per il falso in bilancio nelle società non quotate, dove il massimo di pena è stato appositamente limato a 5 anni. E si aggiunge all'altra incertezza di come distinguere, sempre nelle non quotate, i falsi in bilancio di "tenue entità" (per i quali i magistrati potranno disporre la non punibilità) da quelli di "lieve entità" (che resteranno reato ma con pena ridotta fra 6 mesi e 3 anni).
La moda dell'inasprimento delle pene è poi selettiva nel lasciare ferma e bassa (1-3 anni, quindi niente intercettazioni e misure cautelari) il reato di "traffico di influenze illecite", nel 2012 richiesto (questo sì) dall'Europa per arginare "cricche", "reti gelatinose" o "sistemi" che le varie inchieste faticano a inquadrare: la norma non verrà migliorata, sebbene la Cassazione l'anno scorso abbia rilevato che il traffico di influenze illecite, nel 2012 "presentato all'insegna del rafforzamento della repressione, ha prodotto almeno in questo caso l'esito contrario", di fatto derubricando condotte prima inquadrate almeno nel reato di millantato credito (1-5 anni).
Il potere di interdizione delle mutevoli alleanze politiche frena infine le scelte di fondo sulla prescrizione, flagello da 1 milione e 552.000 di procedimenti estinti in 10 anni, il 73% in fase preliminare.
La proposta legislativa sul tavolo preferisce continuare ad alimentare la patologica soluzione da un lato di alzare ancora le pene solo di alcuni reati, allo scopo di allungarne surrettiziamente la prescrizione (che per la corruzione giungerebbe a 20 anni); e dall'altro di congelare la prescrizione per tutti i reati dopo la sentenza di primo grado, ma facendola ripartire se l'Appello non si celebra entro due anni e la Cassazione in un anno. È un ibrido che sottovaluta come ad affossare i processi siano soprattutto i tempi morti tra una fase di giudizio e l'altra, dovuti a carenze organizzative e farraginosità procedurali che verrebbero lenite, molto più che qualunque faccia feroce sulle pene, già dalla rivisitazione di impugnazioni-nullità-notifiche, e dalla copertura degli 8.000 cancellieri mancanti (1.000 dei quali ora attesi in esodo dalle Province e dalla Difesa).
Ma soprattutto è un ibrido che non metterà al riparo né i processi dalla marea di impugnazioni strumentali ad approdare all'agognato e solo dilazionato tempo scaduto, né gli imputati da un supplemento di graticola: esigenze che invece forse sarebbero entrambe più tutelate da un termine di prescrizione magari relativamente breve (6/7 anni per arrivare a una sentenza definitiva) ma calcolato a partire non dalla data di commissione del reato, bensì da quella di iscrizione nel registro degli indagati.
di Cesate Goretti
Il Garantista, 21 marzo 2015
Ringraziare i vari Ercole o i vari Lupi, è sicuramente eccessivo. Ma forse è anche grazie a loro che possiamo compiacerci di una novità: il dibattito sui rimedi all'attività criminale che lega concussori, corrotti, corruttori, sta uscendo dalla logica manettara dell'aumento delle pene e della proliferazione di leggi inutili. E sta emergendo un nuovo modo di sciogliere i diversi grovigli che generano la corruzione nel nostro Paese.
Può essere infatti più che giusto, come fa il Presidente del Senato Grasso nel disegno di legge che ha presentato all'inizio della legislatura, proporre di servirsi di concussori o corruttori di basso livello, per scoperchiare le pentole dei signori della mazzetta. Ed è sicuramente indispensabile immaginare che i vertici della burocrazia non possano occupare la stessa poltrona a tempo indeterminato. Unico modo per prevenire l'allacciarsi di vincoli pericolosi. Ma a questi rimedi repressivi o preventivi occorre aggiungere qualcosa di efficace su cui nessuno si è ancora pronunciato: il rovesciamento del rapporto tra burocrazia e cittadino.
Chiunque debba domandare una delle innumerevoli autorizzazioni burocratiche che ci affliggono, si trova di fronte agli innumerevoli gironi infernali danteschi delle scartoffie e degli iter senza fine. Qual è il mostro che li ha generati, e di cui la Medusa della burocrazia è figlia? Un principio che si può sinteticamente illustrare e spiegare con la frase che il Marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi dice a un poveraccio nell'omonimo film: "Io sò io e tu non sei un cazzo...".
In Italia lo Stato è tutto e il cittadino, di fronte allo Stato, non è niente. E un principio che abbiamo ereditato dal Fascismo e che capovolge il fondamento dello Stato Liberale, dove il cittadino è tutto e lo Stato è un suo dipendente. Ma, vi chiederete, come si traduce questo fondamento dello Stato autoritario nella corruzione che ci affligge?
Risposta semplice: quando il cittadino ha un obbligo verso lo Stato (tassa, multa, bolletta, ecc.) se non rispetta i tempi stabiliti per fare quello che deve viene penalizzato. Pagherà una tassa o una multa maggiorata, verrà espropriato di un bene relativo, perderà il diritto ad esercitare una attività o una professione. In gergo tecnico i termini di pagamento o di rinnovo di autorizzazioni sono indicati dalle leggi che regolamentano la materia come "perentori". Se è lo stato invece a non rispettare i termini del servizio che deve offrire, non è soggetto a sanzioni e, pur essendo definiti per legge i tempi entro i quali devono essere erogati permessi o prestazioni, le norme relative diventano solamente "ordinatorie". Così, un imprenditore che ha investito decine di migliaia di euro nella sua attività, e che deve aspettare le certificazioni (ad esempio) di igiene, sicurezza, rispetto ambientale, rischia di dover aspettare all'infinito per aprire il suo cantiere o il suo negozio. E intanto rischia di fallire.
Per sveltire queste autorizzazioni cosa farebbe qualsiasi buon padre di famiglia? Pagherebbe una mazzetta ovviamente. Anche perché non avrebbe alternative. Infatti per ottenere anche solo una prima udienza dal Tar o dal Tribunale ordinario, a cui rivolgersi per far rispettare i propri diritti, dovrebbe aspettare almeno diversi mesi, e non avrebbe alcuna certezza su tempi e esito processuale della vicenda. Cosa occorre allora per rimediare a questa situazione?
Quattro articoli di legge semplici semplici: "Articolo 1: dall'entrata in vigore della presente legge tutti i termini ordinatori elencati in qualsiasi norma che riguardi la Pubblica Amministrazione divengono perentori. Art. 2. Qualsiasi autorizzazione data o rifiutata oltre i termini previsti dalla legge, comporterà il pagamento di una multa di un centesimo di euro a carico del dirigente dell'ufficio a cui è diretta la pratica, o del dirigente responsabile dell'ufficio in cui la pratica è rimasta ferma. Art. 3 Qualsiasi rifiuto di rilasciare un permesso, fermi restando i criteri stabiliti agli articoli 1) e 2) della presente legge, deve essere motivato per iscritto in modo semplice, essenziale, e facilmente comprensibile. Articolo 4) Nel caso in cui le ragioni di tale rifiuto dovessero essere riconosciute ingiuste o immotivate dal Tar, dal Consiglio di Stato o da un Tribunale Ordinario, il redattore del rifiuto pagherà una multa di 1.000 euro. Così non solo si ristabilirebbe il principio di parità tra Stato e cittadino, ma nessuno potrebbe essere costretto a pagare mazzette.
Italpress, 21 marzo 2015
"Pentito? Certo che no, ho usato una metafora, ma è una metafora che esprime dati reali". Così il presidente dell'Anm, Rodolfo Sabelli, intervistato a Mix 24 da Giovanni Minoli su Radio 24, tornando sulle sue dichiarazioni dei giorni scorsi sugli "schiaffi" ai magistrati. Su chi si debba intendere come "lo Stato", Sabelli dice: "L'ho usato come un'espressione sintetica.
Poi, a seconda dei casi, può intendersi il governo, può intendersi la maggioranza politica. Ho fatto riferimento alle riforme, ho fatto riferimento alle offese, quindi di volta in volta il governo, maggioranza politica o anche singoli esponenti". Sulle dichiarazione del procuratore di Venezia Nordio, per il quale parlare di "schiaffi" sia improprio e ingiustificato, Sabelli osserva: "è una metafora, ha torto perché si tratta di una metafora. Ma, del resto, quando siamo stati definiti una metastasi della democrazia, che cos'era questa, una carezza?".
Sulla replica di Renzi, secondo Sabelli "questa non è una partita, ma rischia poi di diventare una sconfitta per tutti se non riusciamo a guardare ai problemi veri, i reali problemi reali del Paese. Il nostro compito, come associazione, è anche quello di segnalare i problemi, le cattive riforme. Allora i toni possono servire per richiamare l'attenzione. Poi, capisce che non ha senso usare gli stessi toni tutti i giorni".
di Cataldo Intrieri
Il Garantista, 21 marzo 2015
Guardiamo un attimo in casa d'altri. Martedì il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli, con parole inusitatamente aspre, ha criticato un ingrato governo che dispenserebbe schiaffi ai magistrati e carezze ai corruttori. La lamentela strumentale a spuntare, con astuzia, trattamenti di favore è una vecchia abitudine nazionale e non ci sarebbe da stupirsi se non fosse per i toni utilizzati da Sabelli, notoriamente misurato e poco incline alla sloganistica da talk show. Alle sue dichiarazioni, a dir poco incendiarie per le sue abitudini, hanno fatto seguito quelle del segretario dell'Anm Carbone il giorno dopo, che ha accusato il governo di aver sottoposto la magistratura "a una scientifica strategia di delegittimazione" concretizzatasi nel taglio delle ferie e nel varo a mezzo decreto legge della modifiche sulla responsabilità civile.
Le dichiarazioni dei vertici dell'Anm sono state diffuse in coincidenza della pubblicazione di un esplosivo articolo a firma di Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita sulla rivista Micromega. I toni sono di inaudita durezza ed improntati ad una logica di puro antagonismo verso la politica, in tutte le sue declinazioni.
Oltre quella dei partiti, anche quella interna all'associazione E dunque se si lamenta che "...attraverso le soluzioni sbagliate offerte per risolvere la crisi della Giustizia, la politica ha sviluppato l'iniziativa per mettere sotto accusa il lavoro dei magistrati e per ridurre il controllo di legalità sulla politica", ce n'è anche per l'attuale dirigenza dell'Anm colpevole della "remissiva accettazione del nuovo modello efficientista disegnato dal nuovo ordinamento giudiziario". Spietatamente si contesta che "anche la magistratura associata e l'autogoverno dei giudici hanno fatto la propria parte, rincorrendo - con miopia politica - un modello di efficienza e di produttività interna, ed accettando supinamente un sovraccarico di lavoro giudiziario prodotto da un sistema sbagliato, che ha reso disfunzionale il servizio giustizia".
Parrebbe di capire che per Davigo e Starita il problema di fondo sia l'affermazione di "un principio di produttività numerica, con riflessi sul rapporto quantità/qualità del lavoro". Invece di consentire, evidentemente, l'adozione di tempi e ritmi più adeguati ad una sana delibazione e stagionatura delle decisioni, come avviene per i vini pregiati. L'eccesso di disciplinare - proseguono - ha prodotto l'effetto di trascinare "dinanzi al giudice disciplinare alcuni tra i migliori magistrati italiani, colpevoli di non avere depositato decisioni per le quali era oggettivamente difficile redigere nei termini articolate e coscienziose motivazioni". Che poi, per consentire una tale ponderazione si ammetta ad esempio la dilatazione della custodia cautelare, ai due requirenti deve sembrare un dettaglio trascurabile.
Ma la parte veramente succosa dell'articolo è quella finale laddove si accusa come unica vera responsabile la "sinistra giudiziaria" detentrice di un potere soffocante che avrebbe represso ogni possibile alternativa associazionistica e che avrebbe portato addirittura l'Anm "ad un passo dall'esplosione di una guerra interna il cui vero risultato non sarebbe certo quello di salvaguardare i valori della magistratura ma semmai quello di indebolirla ulteriormente". Da non credere.
Dunque andrebbe demolita la centralità dell'Anm "associazione di lotta e di corporazione" per rifugiarsi in una dimensione di base lontana da ogni pericolosa commistione. Irresponsabilità sempre e comunque. Qui mi fermo perché impicciarsi degli affari in casa degli altri non sta bene; è invece importante riflettere se questa spaccatura che oggi vediamo nella magistratura associata non sia speculare ad una analoga divisione che percorre il mondo dell'avvocatura.
Infatti anche l'associazionismo forense conosce una crescente divaricazione tra due anime. Una protezionistica e meramente sindacale ed una eminentemente politica. L'avvocatura penalista da molti anni si riconosce nell'Unione delle camere penali e nella sua vocazione politica. All'interno oggi ferve un dibattito su quale debba essere l'indirizzo oggi. Riscoprire il movimentismo antagonista cosi caro a padri (e madri) fondatori oppure perseguire una politica "dentro" le istituzioni. Personalmente, e da molto tempo, ritengo che oggi le differenze tra magistratura ed avvocatura non siano tanto tra " blocchi" ma tra culture "trasversali e comuni" incompatibili molto più di quanto lo siano tra loro le rispettive "associazioni".
L'Unione oggi di fronte al concreto rischio di degenerazioni giustizialiste ha saputo mostrare un atteggiamento fermo e nello stesso tempo dialogante ottenendo il risultato di depotenziare riforme in partenza devastanti. E da augurarsi che questa capacità vi sia anche in futuro. Analogamente deve andare avanti, anche sul versante culturale, il confronto con la magistratura
Il felicissimo esito dell'importante convegno organizzato dal Laboratorio del Lapec ai primi di Marzo sulle "ragioni di un confronto tra avvocatura e magistratura", affollato come da parecchio tempo non era dato vedere in convegni del genere, sembra sottolineare una domanda di impegno su questo differente versante dove il fine è trasmettere la propria visione sociale e di progetto, individuando ove possibile soluzioni condivise, che tengano conto, magari scandalosamente anche delle "ragioni degli altri".
E fondamentale che in questo momento cruciale l'associazione arrivi a contemperare queste due spinte, quella politica e quella culturale, avendo chiaro il concetto che esse sono complementari e reciprocamente funzionali. Diversamente si diventerebbe i migliori alleati e gli "utili idioti" di un pericoloso e retrogrado revanscismo giudiziario.
www.radicali.it, 21 marzo 2015
Le deputate e i deputati di Alternativa Libera, insieme ad ex deputati e militanti del Partito Radicale, sono impegnati, ieri 20 marzo e oggi 21 marzo, in una visita istituzionale presso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Gli Opg sono situati nei comuni di Montelupo Fiorentino (Toscana); Aversa e Napoli (Campania); Reggio Emilia (Emilia Romagna); Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia); Castiglione delle Stiviere (Lombardia).
Oggetto della visita istituzionale: la verifica delle modalità con cui queste strutture si stanno preparando al 31 marzo 2015, data in cui è previsto il loro superamento, in particolare in riferimento alla condizione di coloro che vi sono ospitati. Lunedì 23 marzo, alle ore 16, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, si terrà la conferenza stampa di presentazione dei dati rilevati in occasione della visita stessa. Interverranno alla conferenza stampa: Eleonora Bechis, Tancredi Turco, Rita Bernardini e Maria Antonietta Farina Coscioni. Saranno presenti le deputate e i deputati di Alternativa Libera e i radicali Sergio Delia, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti.
www.toscanamedianews.it, 21 marzo 2015
Mentre negli altri corpi d'armata le differenze di genere stanno scomparendo, l'accesso alle donne nella polizia penitenziaria rimane difficile.
Su 38mila agenti della Polizia penitenziaria attualmente in forza nelle carceri italiane solo 2.400 circa sono donne. Non solo. Secondo quando ha raccontato la presidente del Dipartimento di polizia penitenziaria del Lazio Maria Claudia Di Paolo nel corso di un convegno organizzato dal vicepresidente del consiglio regionale, Giuliano Fedeli, a Firenze, anche il rapporto con i colleghi maschi è complicato. "C'è più rispetto per le donne in uniforme da parte dei detenuti, piuttosto che da parte dei colleghi - ha raccontato Di Paolo. È pur vero che i detenuti sono in una condizione di libertà ristretta e quindi si guardano bene dal crearsi ulteriori problemi".
Nel corso del convegno però sono emerse anche esperienze diverse: donne che nella loro professione, nella polizia di stato piuttosto che nei carabinieri o in marina, si trovano perfettamente a loro agio e, pur dovendo sgomitare quanto e più dei colleghi maschi per raggiungere posizioni di vertice, non si sentono per nulla discriminate. "La legge sull'accesso delle donne nelle forze armate - ha detto il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi - è arrivata tardi, ma è tra le più avanzate d'Europa. Nei prossimi mesi effettueremo una mappatura per capire se ci sono criticità".
Secondo il vicepresidente Fedeli, invece, il problema è soprattutto culturale. "Bisogna uscire dalla concezione dell'uomo macho e della donna che viene accostata all'uniforme solo se è bella - ha detto Fedeli. Bisogna togliersi di dosso il maschilismo".
di Marianna Rizzini
Il Foglio, 21 marzo 2015
Un indizio non fa una prova, due indizi già di più, ma tre o quattro indizi sono troppi per non avere almeno un sospetto: quando i giochi si fanno duri, quando l'allarme tangenti (o "Mafia Capitale") si fa pressante, quando le primarie, croce e delizia, rischiano di diventare campo di rissa o, peggio, possibile terra di voto "cinese", ecco che nel Pd ti tirano fuori il magistrato (o ex magistrato), possibilmente anche scrittore (o senatore).
Ed è un gran ballo di pm ed ex pm per presentarsi in società con l'immagine di quelli che ci tengono: alla lotta al malaffare, alla trasparenza, alla cancellazione anche preventiva d'ogni possibile macchia. Ed ecco che, nei giorni difficili dell'emergenza Lupi (Maurizio, ex ministro delle Infrastrutture dimessosi ieri), spuntava un nome, sotto forma di voce dal sen fuggita (dalle stanze di Palazzo Chigi, dal passaparola in Transatlantico): vuoi vedere che il successore di Lupi, dopo l'interim del premier fino all'apertura dell'Expo, sarà proprio quel Nicola Gratteri, magistrato- scrittore nonché illustre candidato (invano) al ministero della Giustizia?
Perché quello di Nicola Gratteri, se non è un mistero oggi, mistero è stato ieri: era il febbraio del 2014, il neo premier era salito al Quirinale con una lista di nomi ("guardate", scrivevano i retroscenisti fornendo prova fotografica su Twitter, "accanto alla casella Giustizia c'era scritto magistrato in servizio").
Solo che poi alla Giustizia era andato Andrea Orlando. Ma Gratteri, nato a Gerace nella Locride del 1958, e massima autorità nella lotta alla 'ndrangheta, già consigliere della commissione parlamentare Antimafia, dev'essere rimasto nel cassetto dei sogni renziani, tanto che, nell'agosto scorso, è stato nominato presidente della commissione per l'elaborazione di "proposte normative in tema di lotta alle mafie".
E siccome Gratteri ha pubblicato un libro che s'intitola "la Mafia fa schifo", e siccome gira per le scuole per fare "prevenzione", il suo nome per il ministero Infrastrutture scorporato circola, circola eccome. Ma non è l'unico. C'è la variante, per la verità eterna variante, da un po' di tempo a questa parte, per le poltrone rimaste vuote: Raffaele Cantone, giudice e scrittore anch'egli, presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione.
E chissà se, nelle intenzioni governative, il nome di Cantone è un po' quello che il nome di Antonio Di Pietro (a monte delle inchieste di "Report") fu per l'allora premier Romano Prodi: la legge che si fa carica operativa. Fatto sta che Cantone non è Di Pietro, e tempo fa, intervistato da Repubblica, mostrava di non amare "il clima da 1993", e di sentirsi a disagio quando la gente, per strada, gli gridava: "Arrestali tutti".
"È difficile far ragionare la pancia delle persone", diceva Cantone, "il nostro compito è non farci prendere dall'emotività". Lido che vai, magistrato che trovi: nella Roma squassata dall'eco anche estera delle inchieste targate "Mafia Capitale", e giù fino al mare (Ostia), un solo nome risuona per risolvere qualsiasi emergenza criminalità: quello di Alfonso Sabella, magistrato in aspettativa con i galloni dell'Antimafia (a Palermo con Gian Carlo Caselli, nel 1993).
E ieri, sul Corriere della Sera edizione romana, Maurizio Fortuna amaramente rifletteva sul "taumaturgo per il colle capitolino", quel Sabella buono per tutto, da Ostia alle cooperative sotto inchiesta al Giubileo (commissario straordinario). "Beata la città che non ha bisogno di Sabella", scriveva, ma ce n'è già un'altra, di città (stavolta al nord), che di un magistrato ora si serve, magistrato non scrittore ma senatore, appunto: Felice Casson, incoronato candidato sindaco alle primarie.
Un nome non renziano in partenza - piuttosto civatiano - eppure contento, ex post, di definirsi gradito ("Renzi mi ha espresso i suoi complimenti e mi ha detto che ora si lavora come partito", ha detto Casson, nome di prestigio nel Pd, al di là della corrente, viste le inchieste cui ha lavorato, da Gladio all'amianto). Persino in Sicilia, nel governo Crocetta-ter, è a un pm che ci si è affidati, con gran plauso di renziani locali: il nuovo assessore regionale ai Rifiuti è Vania Contrafatto, già pm alla procura di Palermo.
di Renato Brunetta (Capogruppo Fi alla Camera)
Il Garantista, 21 marzo 2015
Saluto non l'addio alla politica del ministro Lupi, ma la sua uscita dal governo, da questo cattivo governo, uscita che penso sia equivalente a una liberazione. Sappiamo bene che lei era l'unico resistente dentro questo esecutivo, dunque prima o poi doveva sloggiare.
Ci spiace che i suoi colleghi di partito, salvo rare eccezioni, non si siano presi la briga di una sonora difesa pubblica né l'abbiano pretesa dal capo del governo. Mi sono dispiaciuto non solo delle sue dimissioni, ma dal fatto di aver appreso le abbia annunciate non in Parlamento ma in una trasmissione televisiva, senza aspettare il dibattito che oggi avrebbe seguito le sue attese spiegazioni. Che io, tra l'altro, ho molto apprezzato. Questo però in fondo è un atto di coerenza, non tanto suo, ma rispetto alla linea del governo e della maggioranza, per cui le Camere sono un fatto marginale, non il luogo della democrazia, ma un luogo dove ammannire con prepotenza e una certa supponenza annoiata scelte decise in luoghi separati.
Questo mi è dispiaciuto ancor di più perché lei, signor ministro Lupi, è sempre stato rispettoso del Parlamento. Esprimo solidarietà alla sua persona colpita senza scrupoli. Abbiamo assistito a una battuta di caccia mediatica diretta a ferire la sua famiglia con intercettazioni centellinate ad arte, osservata senza scandali dal premier Renzi, come se fosse normale che un ministro sia intercettato per due anni, con la tecnica della dissimulazione, per cui per sottrarsi all'articolo 68 della Costituzione è sufficiente mettere sotto controllo i telefoni di tutti coloro che sono nella cerchia tecnica, politica e amicale del ministro.
No, signor ministro, questa non è giustizia, questa non è ricerca della verità. Noi siamo garantisti. Lo siamo sempre. Ci siamo trovati isolati in questa posizione. Renzi, questo governo, questa maggioranza applicano un'etica di circostanza, una morale daltonica, funzionale alla sistemazione degli affari politici del presidente del Consiglio. Non sono stato io ma è stato Fabrizio Cicchitto a rilevare ancora stamane che si tollera tranquillamente che cinque sottosegretari siano sottoposti a indagine o abbiano subito il rinvio a giudizio, e siano lasciati tranquillamente al loro posto. Il ministro Lupi non ha ricevuto neppure un avviso, non che questo a nostro giudizio avrebbe implicato l'obbligo di dimettersi, ma non si può che constatare la diversità di trattamento riservato da Renzi agli amici rispetto ai meno amici e rispetto anche a se stesso.
C'è infine una questione politica seria e grave. Da Mani pulite in poi la politica non è più stata autonoma dalle decisioni della magistratura. Le procure hanno da quel momento avuto la golden share sul destino dei governi. In quest'ultima legislatura si è arrivati all'eliminazione del leader dell'opposizione con una decisione trasferita dalle aule di tribunale a quelle del Parlamento, che ha così rinunciato alla sua prerogativa di espressione della sovranità popolare, consentendo l'amputazione della nostra democrazia. La politica, quella buona, quella per bene, deve riprendere la propria autonomia. Autonomia dalla magistratura. Ma anche dignità della politica. Le indagini della magistratura non possono essere il comodo strumento dell'uomo solo al comando di questo o di qualsiasi altro uomo solo al comando, per scegliere a discrezione delle sue tattiche di potere quali trasformare in sentenze di morte politica e quali ignorare. No presidente Renzi, questo noi non lo potremo mai accettare per il bene del nostro paese, per il bene della nostra democrazia.
di Antonio Esposito (Presidente II sezione della Corte di Cassazione)
Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2015
Il presidente della Corte di Cassazione, nel discorso inaugurale dell'anno giudiziario, ha quantificato in oltre 1.500.000 il numero dei processi per i quali, nell'ultimo decennio, è stata dichiarata la prescrizione, così confermando i dati forniti dal Csm che, già nel 2011, stimava in 150.000 i processi che, ogni anno, si estinguono per prescrizione.
Questa "mattanza" giudiziaria - che trova la causa prima nella emanazione della legge "ex Cirielli" (2005), la quale ha ridotto per un gran numero di reati il termine massimo prescrizionale (abbassandolo da 15 a 7 anni e mezzo) - ha interessato, e in misura rilevante, anche i reati di corruzione e di truffa aggravata ai danni dello Stato e, segnatamente, le truffe comunitarie, in ordine ai quali, oltre al breve termine prescrizionale, influisce anche la circostanza che l'accertamento del reato avviene a distanza di anni dalla commissione del fatto, data dalla quale inizia, comunque, a decorrere il termine di prescrizione.
A nulla è valsa, ai fini di rimuovere l'inerzia della classe politica, la ratifica, con legge n° 116/2009, della Convenzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la Corruzione che, all'art. 29 stabilisce: "...ciascuno Stato parte fissa, nell'ambito del proprio diritto interno, un lungo termine di prescrizione entro il quale i procedimenti possono essere avviati per uno dei reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione".
Così come a nulla è valso il rapporto del 2-7-2009 del "Gruppo di Stati" contro la corruzione che agisce nell'ambito del Consiglio europeo ("Greco") che - nel valutare le politiche anticorruzione poste in essere dall'Italia - ha sottolineato in termini negativi il fatto che "in Italia i processi per corruzione sovente non arrivano a una decisione di merito, in considerazione del maturare del termine di prescrizione del reato prima di una pronuncia definitiva". Nonostante l'ecatombe dei processi, vero "scandalo" della giustizia italiana, Parlamento e governo sono rimasti inerti per dieci anni.
Solo il 29-8-2014 il governo ha approvato un ddl riguardante anche la prescrizione, al quale non è stata data alcuna corsia preferenziale e che, comunque, risolve solo in minima parte il problema, limitandosi a far valere brevi periodi di sospensione (due anni per l'appello, uno per il ricorso in Cassazione) anziché stabilire che l'ulteriore corso della prescrizione del reato deve ritenersi precluso dal concreto esercizio dell'azione penale mediante l'instaurazione del giudizio.
Ma il problema più grave è che la prescrizione, non solo elimina applicazione della pena, quanto impedisce allo Stato di riottenere la restituzione del denaro "frutto" del - la truffa ai suoi danni, di confiscare i beni dei corrotti, ovvero "il denaro, i beni e le altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza" (art. 12 quinquies L. 552/92). Invero le Sezioni Unite (S.U.), con sentenza n. 38834/08, hanno affermato che non è possibile procedere alla confisca obbligatoria dei beni che costituiscono il "prezzo" del reato di corruzione, e, cioè, delle cose date o promesse per indurre il p.u. a commettere il reato, di fronte a una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione, essendo sempre necessaria una sentenza di condanna.
Va precisato che le S.U. - nel risolvere un forte contrasto insorto tra le varie sezioni e tra le stesse S.U. - hanno, comunque, invitato il legislatore a "riflettere" per evitare l'arricchimento "antigiuridico e immorale" degli imputati che ottengono la restituzione del prezzo della corruzione. Tale invito è rimasto disatteso, così come sono state disattesi gli appelli di varie associazioni che avevano invitato il Parlamento e il ministro della Giustizia ad adottare provvedimenti atti a consentire la confisca dei beni dei corrotti anche in caso di estinzione del reato per prescrizione.
Tale interpretazione delle S.U. - del tutto inconciliabile con le esigenze di lotta al crimine organizzato - è stata, comunque, incisivamente contrastata dalla sezione II della Cassazione (sentenza n. 32273/10), la quale ha affermato che - oltre che nel caso di sentenza di condanna, in cui va sempre disposta la confisca del "profitto" del reato di cui all'art. 240 secondo comma n. 1 c.p. ovvero "del denaro, dei beni o delle altre utilità di cui il condannato non può giustificare la provenienza" di cui agli articoli 12 quinquies e sexies L. 552/92 - anche nella ipotesi di proscioglimento per estinzione del reato per prescrizione, il giudice può disporre la confisca delle cose suddette; in tal caso, il provvedimento ablatorio è subordinato all'accertamento (incidentale) da parte del giudice del fatto costituente reato.
Si è affermato in tale decisione che la confisca obbligatoria risponde a una duplice finalità, ossia quella di colpire il soggetto che ha acquisito i beni illecitamente e quella di eliminare in maniera definitiva dal mondo giuridico e dai traffici commerciali valori patrimoniali, la cui origine risale all'attività criminale posta in essere, essendo il provvedimento ablativo correlato a una precisa connotazione obiettiva di illiceità che investe la res determinandone la pericolosità in sé. Tale interpretazione è stata confermata sempre dalla II Sez. della Corte con sentenza n. 39756/11 nel procedimento penale a carico di Massimo Ciancimino ed altri, ove, pur nella declaratoria di estinzione per prescrizione del reato, si è confermata la confisca del patrimonio del Ciancimino disposta con la sentenza di condanna di II grado.
A fronte dell'invito rivolto dalle S.U. e del contrasto giurisprudenziale in atto, ci si aspettava un pronto intervento del legislatore che - partendo dal dato incontestabile che l'obiettivo della confisca obbligatoria, è quello di privare l'autore del reato degli illeciti vantaggi economici che da esso derivano e di contrastare i più diffusi fenomeni di criminalità - riconosca, in caso di estinzione del reato, al giudice poteri di accertamento del reato stesso ai fini dell'applicazione della confisca (anche per equivalente) allo stesso modo in cui è normativamente riconosciuto al giudice di appello e di legittimità il potere di accertamento (incidentale) del reato ai fini delle statuizioni civili. L'appello dei magistrati della Corte non è stato finora accolto dal legislatore consentendosi, così, che il pubblico ufficiale corrotto, non punibile per il mero decorso del tempo, continui a "godersi" il denaro che egli ebbe a ricevere per commettere il fatto delittuoso.
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