di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 22 marzo 2015
Carbone, membro della Segreteria Dem, sta per presentare l'emendamento nel dl contro il terrorismo. Il provvedimento già adottato in singoli casi dai pm.
Un boss mafioso, un trafficante di armi o di droga, un terrorista o un mercante di uomini, non può essere un buon genitore. Gli va tolta la patria potestà e ove necessario i figli vanno allontanati dal contesto familiare. È questo, in buona sostanza, l'obiettivo dell'emendamento al decreto legge contro il terrorismo che Ernesto Carbone presenterà in aula la prossima settimana.
Un tema che è un vecchio pallino del membro della segreteria Pd, il quale già lo scorso anno aveva presentato un disegno di legge specifico. L'emendamento inserisce nel Codice penale il 416-quater, nel quale si afferma che "La condanna per il delitto previsto dall'articolo 416-bis del codice penale (ossia l'associazione mafiosa) comporta la decadenza dalla potestà dei genitori".
Attualmente una legge specifica non esiste, le condanne per mafia non sono d'impedimento allo svolgimento del ruolo genitoriale. Tuttavia, in alcuni casi specifici, i Tribunali per i Minori hanno tentato di intervenire, togliendo i figli minori alle famiglie radicalmente coinvolte nella criminalità organizzata in maniera parziale oppure per alcuni periodi di tempo. Una misura che colpisce un'organizzazione criminale che mette la famiglia al centro di tutto.
In passato, alcuni giudici calabresi, su richiesta dei pm, hanno adottato provvedimenti limitativi della potestà genitoriale, nominando ad esempio in presenza di minorenni un curatore speciale, ritenendo indispensabile affidare il minore al servizio sociale per inserirlo subito in una comunità fuori dalla territorio della regione di origine, al fine di affidarlo ad operatori professionalmente qualificati che fossero in grado di fornirgli una seria alternativa sul piano culturale e sociale.
Altri Tribunali ancora si stanno muovendo facendo leva sull'allontanamento "volontario". In altri termini si punta ad avere il consenso di almeno dei genitori (spesso detenuti) e dello stesso minore per la collocazione in comunità e lontano dai contesti sociali a rischio. Alcune sentenze dei giudici, che si occupano di minori che hanno già commesso i primi reati, si giustificano la decadenza della patria potestà, ritenendola l'unica soluzione per sottrarre il minore "a un destino ineluttabile e nel contempo consentirgli di sperimentare contesti culturali e di vita alternativi a quello deteriore di provenienza", nella speranza che il minore "possa affrancarsi dai modelli parentali sinora assimilati".
Un argomento delicato, soprattutto in alcune aree del Paese. Non è un caso che durante le faide degli anni 80 in diversi paesi della Piana di Gioia Tauro i bambini venissero allontanati dalle famiglie e affidati alle comunità per evitare che rimanessero vittime di vendette e rappresaglie. E più di recente, negli anni della faida di San Luca, le famiglie coinvolte nella guerra di 'ndrangheta evitavano persino di mandare i figli a scuola.
La convinzione di diversi operatori del settore è che in alcuni contesti familiari non si crescono figli, ma veri e propri soldati dei clan, addestrati alla vendetta o addirittura già giovanissimi affiliati alle cosche perché così educati da genitori e figli maggiori.
Le cronache più recenti raccontano come, ad esempio a Palmi (Reggio Calabria), dopo l'arresto dei boss Gallico, a riscuotere le tangenti fosse un sedicenne figlio del capoclan. Interventi mancati e interventi che invece stanno sortendo l'effetto sperato. Per salvare i figlia della pentita Giuseppina Pesce, la magistratura ha tolto al padre (attualmente detenuto) la possibilità di esercitare il proprio ruolo. Stessa cosa anche per i figli della collaboratrice Maria Concetta Cacciola (morta suicida) allontanati dalla famiglia d'origine e affidati ai servizi sociali.
Giuseppe Lombardo, pm della Dda di Reggio Calabria, già sette anni fa aveva chiesto che fosse tolta la patria potestà a boss del calibro di Giuseppe De Stefano e Pasquale Condello. E ancora oggi si dice convinto che si tratti di "un passaggio fondamentale". Per il magistrato "lo Stato ha il dovere di intervenire a tutela dei minori a cui non viene data la possibilità di un futuro diverso da quello dei padri".
Secondo Carbone "a prima vista l'intervento potrebbe apparire forte, ma in realtà, la proposta vuole recepire, e portare a compimento, profili sanzionatori in parte già attivati dalla magistratura". Mafia ma non solo. La proposta varrebbe, come pena accessoria anche per i reati di strage, omicidio, riduzione in schiavitù o traffico di esseri umani, nonché traffico di armi e traffico di sostanze stupefacenti e psicotrope.
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2015
Una farmacista si uccide e accusa il Pm. Manconi (Pd): "ispezione in Procura" Il piglio è quello del capo. In realtà in procura a Bologna Valter Giovannini, 60enne romano, è il numero due: procuratore aggiunto su diversi settori, non ultima la criminalità diffusa. Tradotto: i fatti di cronaca sono roba sua. L'esposizione mediatica non gli dispiace, anzi.
Le notizie, però, vuole gestirle personalmente. Lui tiene i rapporti con la stampa che si traducono in un fugace appuntamento mattutino. Poche parole, poche notizie. Vietato bussare alle porte dei pm. Il capo della Procura Roberto Alfonso, un passato in Dna, lascia fare. Per lui conta solo la lotta alla mafia. Di tutto il resto si occupa Giovannini che al collo porta la medaglia per aver condotto il processo contro la banda della Uno Bianca. Era il 1994 quando i fratelli Savi furono arrestati. Giovannini stava a Bologna da un anno. Ne sono passati 22. Ora però l'ultimo valzer giudiziario rischia di farlo inciampare.
Sul tavolo non ci sono omicidi, né sequestri, non è mafia e nemmeno terrorismo. Sul tavolo c'è un furto di gioielli, valore 800 mila euro. Un buon bottino, nessuna violenza e uno strano suicidio: quello di Vera Guidetti, farmacista di 62 anni con residenza in centro e negozio nel quartiere popolare del Pilastro. La Guidetti, che viveva assieme all'anziana madre, il 9 marzo viene chiamata in Questura e sentita come persona informata sui fatti. La interroga Giovannini. Due giorni dopo la farmacista si suicida con un'iniezione di insulina.
Prima però tenta di uccidere la madre che morirà il 20 marzo. Prima di togliersi la vita, la farmacista lascia un biglietto dove accusa Giovannini di "non averle creduto" e di "averla trattata come una criminale". Spiega di "sentirsi minacciata" e di "aver paura di finire sui giornali". Qualcuno dagli uffici della Questura parla di un interrogatorio feroce, sproporzionato al reato, c'è chi avrebbe sentito urla che nessuno conferma.
E il senatore pd Luigi Manconi chiede al governo di inviare gli ispettori in Procura per verificare l'operato dell'aggiunto. Per capire meglio, però, bisogna tornare al 3 marzo scorso quando in un appartamento di via Saragozza vengono portati via i gioielli. La vittima è la moglie di un noto medico della città. Borghesia bolognese alla quale Giovannini pare sensibile. Parte l'inchiesta. Indaga la Squadra mobile. Nel mirino finisce un giostraio di origini sinti. Si chiama Ivan Bonora, ha precedenti per ricettazione.
Dai tabulati telefonici emergono i contatti tra Bonora e la Guidetti. Il 6 marzo, la Questura convoca il sinti che però oppone un impegno. Lo stesso giorno Bonora va dalla Guidetti per lasciarle un quadro e un sacchetto. Spiega che ha avuto lo sfratto. Il lunedì successivo sinti e farmacista sono negli uffici della polizia. Bonora è indagato, la donna no. Il sinti oppone un alibi, stava a San Marino da un notaio, che conferma; il giorno dopo il giudice non convalida il fermo. Vera Guidetti, invece, spiega i suoi contatti con Bonora.
Dice di essere affezionata ai figli del sinti, racconta di aver tenuto alcuni quadri di Bonora. Fa di più, accompagna la polizia in casa. I quadri ci sono e fin da subito appaiono sospetti. E nonostante la presenza di merce rubata nel suo appartamento la farmacista non viene indagata e resta senza avvocato. L'assenza di un legale è la prima ombra che pesa su Giovannini.
Di più: secondo prassi l'interrogatorio in Questura doveva essere condotto dal pm titolare del fascicolo. "Era in ferie", ha spiegato Giovannini. Ancora: l'11 marzo, quando la Guidetti si suicida, sul posto interviene lo stesso Giovannini che già sa del bigliettino con cui la donna lo accusa. Nella sua interrogazione Manconi riassume l'intera vicenda svelando che la Guidetti il 9 marzo viene tenuta in Questura dalle 8 del mattino alle 19:30, anche se il verbale risulterebbe aperto alle 12, subito dopo sospeso per la visita a casa, riaperto e chiuso prima delle 18. Scrive Manconi: "Il quadro probatorio veniva ritenuto sufficiente a integrare precise ipotesi di reato tanto che Bonora, assistito da un legale, veniva sottoposto a fermo di polizia mentre la signora Guidetti, con modalità anomala, veniva escussa a sommarie informazioni per un tempo prolungato dal procuratore aggiunto senza che venisse valutata l'opportunità di farla assistere da un legale di sua fiducia".
L'interrogazione è del 18 marzo. Il 16 a Bologna compaiono scritte di ingiuria contro Giovannini ("Valter il vero criminale sei tu"). Immediata scatta la solidarietà della politica bolognese sindaco in testa che però dimentica l'apparente violazione del diritto alla difesa di una sua concittadina. Stessa cosa farà la Camera penale di Bologna, che solo poche settimane fa aveva attaccato il "protagonismo" della Dna a proposito dell'inchiesta "Emilia" sulla 'ndrangheta.
Stavolta gli avvocati stanno con il magistrato. Il caso, poi, da giudiziario diventa politico con il Pd bolognese che ha preso le distanze dallo stesso Manconi. Il deputato Dem Andrea De Maria ha spiegato che l'iniziativa del senatore è stata autonoma e "non condivisa", il senatore Sergio Lo Giudice ha difeso Manconi e quest'ultimo ha attaccato gli esponenti locali preoccupati di "intrattenere buone relazioni con la Procura". L'ex segretario bolognese del Pd Raffaele Donini, oggi assessore regionale, gli ha dato del "berlusconiano". Giovannini sta in silenzio e incassa la solidarietà. Sentito ieri dal Fatto ha opposto un serrato "no comment".
E mentre è già iniziata la caccia alla "talpa in Questura" che avrebbe svelato a Manconi il tempo di permanenza della Guidetti negli uffici, gli insulti a Giovannini, compreso quello postato su Fb da un ex delle Formazioni Comuniste Combattenti già condannato per banda armata, sono stati inviati alla Procura di Ancona competente per i magistrati di Bologna. L'audizione condotta dal procuratore aggiunto viene segnalata senza il supporto di una anche breve istruttoria.
di Luigi Spezia
La Repubblica, 22 marzo 2015
Il Senatore ha chiesto una ispezione nella Procura di Bologna a seguito del suicidio di una donna che era stata interrogata "senza garanzie" da un pm. Ma i vertici locali del partito lo attaccano. De Maria (nella segreteria di Renzi): iniziativa non concordata.
"Un'iniziativa berlusconiana". Sono le parole durissime rivolte da Raffaele Donini, ex segretario del Pd bolognese e attuale assessore regionale dell'Emilia-Romagna, nei confronti di Luigi Manconi, suo stesso compagno di partito. Il senatore democratico, storicamente attivo nel campo dei diritti dei detenuti, è stato duramente attaccato in questi giorni per aver chiesto al governo un'ispezione all'interno della procura del capoluogo emiliano. In particolar modo, per verificare se la condotta di un magistrato è stata corretta. Ma l'iniziativa non è piaciuta affatto a parlamentari e amministratori cresciuti sotto l'ala del Pd bolognese, che di fatto hanno considerato come un'ingerenza l'iniziativa di Manconi e l'hanno bocciata con veemenza.
"Inviare gli ispettori". Manconi chiede l'invio degli ispettori a causa di un episodio di cronaca avvenuto in città pochi giorni fa. Una farmacista si è suicidata dopo essere stata interrogata in procura. Prima di uccidersi ha però lasciato un bigliettino dove accusa il pm Valter Giovannini di averla trattata "come una criminale" durante il colloquio. Anche a causa di questa notizia, nei giorni successivi appaiono in città delle scritte contenenti insulti al magistrato. Il caso cresce e arriva a Manconi. Che chiede perciò ai ministri dell'Interno e della Giustizia di inviare gli ispettori, visto che quell'interrogatorio in procura sarebbe avvenuta "senza alcuna garanzia difensiva e con discutibili modalità per un tempo assai prolungato". Ma non è solo questo il punto. Manconi segnala anche il fatto che "della permanenza della signora Guidetti (la farmacista coinvolta nel caso, ndr) negli uffici della questura non sarebbe stato informato il pubblico ministero di turno".
Il Pd bolognese sulle barricate. È a questo punto che si scatena la guerra. Contro Manconi si scagliano il parlamentare e membro della segreteria Pd Andrea De Maria, il segretario locale del partito Francesco Critelli e il suo predecessore, Raffaele Donini. Quest'ultimo, in particolare, dice: "Penso che Manconi abbia perso una straordinaria occasione per stare zitto". De Maria sottolinea che "l'iniziativa di Manconi non è concordata con i parlamentari del Pd e questo è singolare". Soltanto Sergio Lo Giudice, un altro parlamentare Pd, alza gli scudi contro il senatore cercando di spegnere le polemiche. Ma ormai è troppo tardi.
Botta e risposta. Con un comunicato, Manconi risponde a muso duro, difende la sua richiesta di inviare gli ispettori ("Risulta fin troppo ovvio che il modo migliore di tutelare il pm Giovannini è esattamente quello di diradare qualsiasi ombra sul suo operato") e critica i vertici locali del Pd: "Trovo tragicamente grottesco che in presenza del suicidio di una persona, nel corso di un'indagine quantomeno controversa, l'unica preoccupazione di alcuni esponenti del Pd bolognese sia quella di criticare la mia richiesta di dissipare ogni dubbio e di fugare ogni perplessità". E ancora, "trovo singolare che qualche
rappresentante della politica si adoperi solo ed esclusivamente per intrattenere buone relazioni con la procura". "Sostenere come fa Luigi Manconi che coloro che non si riconoscono nella sua iniziativa dal sapore culturalmente berlusconiano (la richiesta di ispezioni a carico dei magistrati) lo facciano per mantenere buone relazioni con la procura sarebbe ridicolo se non fosse grottesco" dice infine alla "Dire" Donini. Ma la storia di certo non è finita qua.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 22 marzo 2015
Si nasce buoni o cattivi? Domanda affascinante su cui intelletti eccelsi si sono arrovellati per secoli con risposte mai decisive. Del resto, che cos'è la bontà? Basta dire che si tratti della capacità di compassione e di empatia, come sembra sostenere lo psicologo dell'età evolutiva Paul Bloom nel saggio Buoni si nasce (uscito l'anno scorso in Italia da Codice Edizioni), che sin dal titolo parrebbe aver trovato una risposta definitiva? Forse ha ragione, forse no.
Nel dubbio, meglio andar cauti su certi temi. Chissà come la pensano i ricercatori della University of California di Berkeley e San Francisco, che hanno testato su un campione di 35 persone un farmaco "in grado di produrre artificialmente sentimenti di bontà". I risultati dello studio sono apparsi sulla rivista Current Biology e dimostrerebbero che il "tolcapone" contribuisce ad aumentare il tasso di equanimità per esempio nella distribuzione di denaro agli sconosciuti e a rendere più sensibili alle iniquità sociali. Dunque, tra poco verrà distribuita in tutte le farmacie del globo la "pillola della bontà"? Niente più stupratori e infanticidi? Niente più ladri e razzisti? Niente più concussori, corruttori e corrotti?
L'Italia recupererà finalmente i leggendari 60 miliardi del malaffare risolvendo per via farmacologica tutti i problemi di Pil? Il doping dell'anima, della generosità, della magnanimità, della giustizia e delle virtù cardinali. Platone, Aristotele, San Tommaso e Sant'Agostino, Hobbes, Kant e Nietzsche, eserciti di pensatori e teologi annientati per sempre da una combinazione chimica, dal Viagra dello spirito capace di potenziare la nostra moralità? Il calo di bontà paragonabile alla disfunzione erettile.
Lo si assumerà mezz'ora prima di strozzare un bambino, di violentare la vicina di casa, di rubare una mela al supermercato? Oppure basterà una lontana avvisaglia, un turbamento, per correre dal medico della mutua e poi nella farmacia più vicina? Lo slogan pubblicitario è già bell'e pronto. Ce lo presta Oscar Wilde: "Fino a ieri riuscivo a resistere a tutto tranne che alle tentazioni, ora anche a quelle: con "tolcapone" non c'è Al Capone che tenga...".
di Mario Iannucci (Psichiatra psicoanalista)
Ristretti Orizzonti, 22 marzo 2015
Antonella Tuoni e Ornella Favero hanno recentemente scritto su questo argomento. Antonella e Ornella, che conosco e apprezzo, dirigono, l'una amministrativamente l'Opg di Montelupo, ospitato nella Villa Medicea dell'Ambrogiana (la più bella villa medicea secondo Lord Acton, che se ne intendeva, essendo proprietario di Villa la Pietra), l'altra la bella testata di "Ristretti Orizzonti". Entrambe, con varie argomentazioni, hanno indicato la inopportunità di non destinare più a funzioni penitenziarie le strutture della Villa Ambrogiana.
Vorrei aggiungere qualche commento alle considerazioni espresse dalle "Colleghe" (lavoriamo tutti in carcere da molti anni). E lo vorrei aggiungere a partire dalla mia esperienza "clinica". Come psichiatra psicoanalista ho lavorato in molti luoghi. Ho cominciato nell'Ospedale Psichiatrico di San Salvi, luogo bellissimo, con ampi spazi verdi, che ora, sottratto del tutto alle funzioni di cura dei disturbi mentali, ospita una miriade di uffici sanitari. Non ho lavorato a Castelpulci, bellissima Villa che ha preceduto San Salvi e che ora ospita la Scuola del Consiglio Superiore della Magistratura. Ho lavorato però nel bel Reparto Biffi-de Sanctis di Volterra (quello dei graffiti del Nannetti), situato nel culmine della collina di Volterra che sta di fronte al Mastio, bellissima Fortezza Medicea che ospita la locale Casa di Reclusione. Ho anche lavorato alle Ville Sbertoli, nell'Ospedale Psichiatrico dismesso situato in splendida collina che domina la bella città di Pistoia. Ho lavorato anche a "Le Murate", a "Santa Verdiana" e a "Santa Teresa", le vecchie e splendide carceri di Firenze, che ora ospitano gradevoli locali pubblici, uffici dell'Università e di altri enti.
Ho lavorato nella meravigliosa Villa Ambrogiana di Montelupo per circa dieci anni. Anzi, no: ho lavorato nei magazzini e nelle scuderie della Villa, perché la Villa, oggi come allora, ospita soltanto gli uffici della direzione sanitaria/amministrativa dell'Opg, non le sezioni di internamento. Tutti luoghi magici, così come è magico il "Giardino degli Incontri" di Sollicciano, inserito in quel mirabile progetto architettonico che è Sollicciano stesso. O meglio: che sarebbe Sollicciano, se le sue strutture architettoniche fossero state adeguatamente curate nell'arco degli anni.
In tutti quei luoghi dove ho lavorato, luoghi bellissimi, sono però accadute cose terribili. Le ho viste accadere mio malgrado, perché quei luoghi, anche se molto belli, erano spesso molto poco virtuosi. Al καλὸς dei luoghi non corrispondeva che raramente l’ἀγαθός delle persone che li abitavano (sto parlando degli operatori, non degli ospiti).
Un tempo la società civile (quella res publica cui, nell'articolo 3 della Costituzione, Antonella Tuoni vorrebbe sostituire il suo nome) destinava alla reclusione, all'internamento e alla reclusione i luoghi più belli, perché la res publica teneva in grande considerazione il disagio concluso in quei luoghi, perché la res publica capiva che anche la bellezza dei luoghi assume una salvifica funzione di cura. Sapeva che la bellezza del luogo può favorire l'illuminazione, il pentimento e la riabilitazione.
Ora le piccole res publicae comunali hanno lo sguardo molto più opaco, a Montelupo, nella vicina Lastra a Signa dove il sindaco non ha voluto una Rems (non detentiva) per paura di una sorta di "malefico contagio", nel lontano Abruzzo dove pende un ricorso al Tar per analogo rifiuto di una Rems (questa volta detentiva).
Antonella Tuoni, più che opportunamente, propone di continuare ad usare la splendida Villa Ambrogiana di Montelupo, dopo l'estromissione dei folli-rei, come istituto per la pena ordinaria, meglio se una pena "attenuata", potenziando al contempo una osmosi vivificante con la res publica locale (facciamone un polo museale, una incantevole location per convegni). L'operazione sarebbe davvero cool, specie se si considera che il miglior ristorante di Cardiff è dentro una prigione. Anzi, senza muoversi dalla Toscana, alcune delle mie cene più gradevoli e gustose degli ultimi anni sono state quelle galeotte dentro il Mastio di Volterra. A Montelupo, allora, si potrebbero coniugare l'intento della cittadinanza, che è quello di utilizzare la Villa Ambrogiana come resort di lusso, con l'intento di Antonella Tuoni, di mantenere la Villa come luogo di detenzione: basterebbe restringere (come peraltro accade ora) l'ambito detentivo ai granai/scuderie e destinare a resort la Villa vera e propria. Magari, perché no, come accenna Antonella Tuoni si potrebbe destinare l'istituto di pena a quella parte consistente della popolazione detenuta che, come sappiamo, viene condannata per reati legati in qualche misura all'uso di droghe (si tratta di percentuali rilevanti della popolazione detenuta ordinaria).
È stato detto e ripetuto che sarebbe stato sconveniente che le "nuove" Remsd** fossero collocate negli stessi luoghi dei "vecchi" e vituperati Opg, anche se, almeno a Castiglione delle Stiviere e a Reggio Emilia, i luoghi saranno gli stessi o viciniori. I pazienti psichiatrici non vanno bene per la bellissima Villa medicea, ma i tossicodipendenti sì.
La bellezza del luogo "di cura e/o di custodia" segnala il valore che la res publica assegna alle operazioni di riabilitazione (termine che preferisco a quello di rieducazione dell'art. 27 della Costituzione). Un rilievo fondamentale, tuttavia, lo assume anche la qualità della "cura e della custodia" che in quel luogo vengono effettuate. A volte, per dirla con Hemingway, si sta benissimo in un luogo "pulito, illuminato bene". Personalmente, comunque, preferirei non essere curato da Josef Mengele né ad Auschwitz, né in un luogo pulito e illuminato bene e nemmeno nella splendida Villa Ambrogiana di Montelupo.
Mi spiace che i titolari delle res publicae italiane, a vari livelli, non abbiano quasi mai la sensibilità, la fantasia e la competenza per immaginare soluzioni costruttive e innovative come quella del ristorante penitenziario di Cardiff. Mi spiace soprattutto per gli internati di Montelupo. La Regione Toscana, in quattordici anni, ne ha ospitati un centinaio a "Le Querce", un "luogo tranquillo, illuminato bene". Anche se questo luogo non è certo bello come la Villa Medicea di Montelupo, i pazienti, dalla Villa Ambrogiana, uscivano più che volentieri.
Ho sempre detto che mi piace fare mio il motto, straordinariamente profondo, del Corpo di Polizia Penitenziaria: Despondere spem munus nostrum***. È un compito talora difficilissimo quello di sostenere la speranza dei disperati, specie quando si tratta di coniugare la cura e la pena.
Un compito difficile ma che può dare enormi soddisfazioni quando lo si svolge bene, quando è l’ἀγαθός a guidarci, specie se si tratta dell’ἀγαθός insito nelle collaborazioni: fra professioni, fra istituzioni, fra il dentro e il fuori dei luoghi di pena e di cura. Il καλὸς potrà certo aiutare, ma non supplirà alla mancanza di ἀγαθός.
Nota della Redazione: Mario Iannucci è uno psichiatra che scrive cose interessanti e stimolanti, ed è un amico di Ristretti Orizzonti, quindi "ci permettiamo" di dirgli che ogni tanto è un po' complicato e siamo costretti ad affiancargli un traduttore.
* Καλὸς κἀγαθός. Bello e Buono, indica l'ideale di perfezione umana secondo i Greci antichi
**Remsd: Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive
***Despondere Spem Munus Nostrum Garantire la speranza è il nostro compito.
di Claudio Mencacci (Past President Società italiana di psichiatria)
Corriere della Sera, 22 marzo 2015
Alea iacta est. Dopo 37 anni dalla chiusura degli ospedali psichiatrici ora toccherà, il 31 marzo, a quelli giudiziari (e alle Case di cura e custodia). Questo in realtà non è un provvedimento risolutorio della complessa situazione relativa agli autori di reati affetti da un vizio totale o parziale di mente e/o socialmente pericolosi per l'elevato rischio di recidiva di condotte antisociali.
Gli attuali 700 internati in queste strutture verranno presi in carico dai servizi psichiatrici territoriali, seguendo programmi di reinserimento nelle comunità di provenienza. Per i soggetti socialmente pericolosi sono previste strutture residenziali appropriate (Rems) dislocate in alcune regioni. Siamo però in Italia e pur a fronte di un significativo finanziamento statale per questa pregevole trasformazione, a oggi siamo ancora nell'incertezza. Manca il potenziamento delle risorse umane dei Dipartimenti di salute mentale (depauperati di operatori a causa della crisi), le Rems (forse troppe quelle previste) non saranno pronte prima di qualche anno, tanto che sono state individuate "soluzioni residenziali transitorie", e nulla si è fatto per migliorare l'assistenza psichiatrica nelle carceri (dove persistono condizioni disumane) nelle quali ancora non vengono garantiti modelli operativi per cure adeguate.
Infine, i nodi più delicati non sono stati affrontati: riforma del codice penale e delle misure di sicurezza, dell'imputabilità con la cancellazione della pericolosità sociale psichiatrica, delle perizie e dei periti. Senza queste modifiche, che consentono di garantire cure adeguate in strutture riabilitative a chi ha una severa malattia mentale e a evitare che entrino nei circuiti sanitari persone con pericolosità sociale non derivante da malattia (garantendo assistenza psichiatrica in carcere), la situazione tenderà a peggiorare.
Il flusso degli ingressi in questi ultimi mesi ha infatti superato nettamente le uscite. Ci aspettiamo che le istituzioni, come la Commissione igiene e sanità del Senato, a cui va il nostro plauso, possano rivolgere ora attenzione al potenziamento dell'assistenza psichiatrica nelle carceri e a costruire un consenso trasversale per la modifica del codice penale. La chiusura degli Opg dovrà essere accompagnata da riforme delle misure di sicurezza: l'intervento e la restituzione al territorio e ai servizi psichiatrici deve avere un orientamento terapeutico, non "custodialistico": dalle misure di sicurezza, alla sicurezza della cura.
di Fabiana Gubitoso (Avvocato)
Ristretti Orizzonti, 22 marzo 2015
A proposito dell'articolo del Garantista sulle detenute ristrette in 41 bis a L'Aquila, vi segnalo che mi è stato accolto, dal Magistrato di Sorveglianza di Nuoro, il reclamo in favore del boss Leoluca Bagarella. Nella fattispecie il detenuto, in 41 bis area riservata, era sottoposto ad un regime di video sorveglianza continua anche nei momenti di intimità essendo il locale bagno "alla turca" annesso alla cella, posizionato al centro della stessa e non schermato da alcuna protezione. Il Magistrato, con estremo atto di coraggio, e applicando la "legge" ha ordinato la schermatura urgente della videocamera e il trasferimento del Bagarella, entro trenta giorni, in idonea struttura penitenziaria in stanza detentiva adeguata e fornita di servizi igienici non contrari al senso di umanità. Mi sembra giusto segnalarvi quanto sopra affinché tali notizie girino tra i detenuti. Distinti saluti.
di Giulia Sacchi
Messaggero Veneto, 22 marzo 2015
Dopo la ristrutturazione saliranno a quattro Cassin incontra i residenti: "Sicurezza sempre garantita". Sino al termine dei lavori di ristrutturazione della casa di cura e custodia di via Colle a Maniago, il cui edificio, oggi sede del Centro di salute mentale, sarà riqualificato in 3 o 4 anni, gli ospiti potranno essere al massimo 2. Concluse le opere, la struttura potrebbe accoglierne, in base al progetto regionale, 4. Si tratta di persone cui sono applicate le misure di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, ma "nessun killer seriale".
Le rassicurazioni arrivano dal direttore del Dipartimento di salute mentale dell'Azienda per l'assistenza sanitaria (Aas) 5 Angelo Cassin, che, affiancato dal direttore del servizio per l'ambito Nord Giuseppe Geppini e dalla dottoressa Monica Corsaro, ha incontrato una delegazione di residenti in via Colle, in un'assemblea organizzata dall'esecutivo Carli.
"Ai 2 ospiti saranno applicate misure di interdizione all'uscita non soltanto dall'edificio, ma anche dalla piccola area loro destinata, dove saranno accompagnati da personale sanitario sulle 24 ore", spiega l'Aas 5. La sicurezza è il tema più caldo e quello che sta più a cuore ai maniaghesi, che hanno anche raccolto 250 firme per dire no alla struttura.
"La sicurezza è prioritaria e alla massima attenzione di tutti. Ricordiamo che il personale di accompagnamento è quello sanitario - precisa l'Aas. Da questo si evince in modo chiaro che gli eventuali ospiti saranno persone gestibili da tali operatori: sarà la Direzione sanitaria a decidere chi può e non può gestire. È comunque escluso l'accoglimento di killer seriali".
Nel periodo di realizzazione della nuova struttura, il Comune ha chiesto di assicurare ai cittadini, in accordo con la Prefettura, un adeguato livello di sicurezza su tre livelli: incremento di personale dedicato a eventuali nuovi ospiti, struttura organizzativa rinforzata, con porte adeguate, telecamere e presenza di operatori sulle 24 ore, e sicurezza perimetrale. Su questo ultimo aspetto la giunta Carli ha chiesto a Cassin "rassicurazioni, con una presenza costante di personale deputato, che, quando si andrà a regime, non potrà essere certamente soltanto sanitario.
Con i cittadini, la questione è stata affrontata a partire dai primi passi, mossi nel 2013, cui nulla era seguito da parte della Regione, se non informazioni poco chiare, frutto di una regia più attenta a rispondere alla programmazione di Roma che ai bisogni del territorio - conclude il Municipio. Le ultime notizie pervenuteci riguardavano il numero di ospiti: i 10 posti inizialmente destinati a Maniago sono stati rimodulati a 4".
www.nove.firenze.it, 22 marzo 2015
Volterra disponibile ad ospitare detenuti con disturbi psichici. Una delle Rems toscane (residenze per l'emissione delle misure di sicurezza), le strutture previste dalla legge 81/2014 per il superamento degli Opg, sarà nella clinica Villanova, di proprietà di Unipol. Questa struttura privata nella colline sopra Careggi, a Firenze, dovrebbe accogliere gli internati più difficili, i cosiddetti "non dimissibili", provenienti dall'Opg di Montelupo.
Una scelta, quella della regione Toscana, seguita anche in altre regioni, che pone più di un dubbio e solleva qualche timore. L'affidamento al privato-sociale (o addirittura al privato) modifica non poco l'impianto culturale che sottende il superamento delle strutture giudiziarie per i malati di mente autori di reato. Cambia il luogo di reclusione, certo, le strutture saranno meno fatiscenti e più specializzate, ma allo stesso tempo con la gestione affidata al privato-sociale il rischio di andare incontro a fenomeni di allungamento della degenza per mantenere i finanziamenti, con una presa in carico vitalizia a opera dei servizi psichiatrici, è alta.
"All'Opg di Montelupo continuano a ripetersi episodi drammatici, ma a pochi giorni dalla chiusura della struttura la Regione ancora non ha chiarito dove intende aprire le residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria". È quanto denuncia il capogruppo regionale di Fratelli d'Italia e candidato governatore Giovani Donzelli insieme ai consiglieri Marina Staccioli e Paolo Marcheschi, dopo l'ultimo caso di un detenuto che ha ingerito pile e dato fuoco alla cella.
"L'assessore Luigi Marroni ha ammesso di recente le difficoltà della Regione nell'individuare strutture Rems perché sono accolte malvolentieri sul territorio - continuano i consiglieri - però non è tollerabile che a dieci giorni dalla chiusura dell'Opg di Montelupo ci si preoccupi più di non scontentare gli elettori della zona che di trovare una nuova sistemazione per gli internati. Aver individuato i centri intermedi a Volterra, Badia San Salvatore e Arezzo è un primo passo ma non basta: se allontanamenti, aggressioni e danneggiamenti avvengono a Montelupo, figuriamoci cosa accadrà in seguito".
Volterra disponibile ad ospitare detenuti con disturbi psichici anche da altre regioni d'Italia. A dare questa disponibilità è il sindaco Marco Buselli in una lettera alla vicepresidente della Regione Toscana Stefania Saccardi, in virtù anche dell'idoneità, riconosciuta al territorio volterrano da Regione e Asl 5, ad ospitare il modulo residenziale sperimentale (12 posti) ad alta intensità assistenziale per pazienti con disturbi psichici autori di reato.
"Dal momento che sembrano solo dieci le Regioni pronte a fare fronte alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari entro il termine del 31 marzo - scrive il primo cittadino - avendo individuato le strutture alternative operative dal primo aprile, sono ad offrire la disponibilità del Comune di Volterra a valutare eventuali esigenze si dovessero presentare in relazione agli adempimenti previsti dalla legge, in Toscana, ma, se la Regione lo dovesse ritenere possibile, anche attraverso accordi con altre Regioni, al momento inadempienti e a rischio commissariamento". "Volterra ha una vocazione all'accoglienza e all'assistenza del paziente psichiatrico - aggiunge nella lettera il sindaco Buselli, consolidata anche in seguito al superamento degli Ospedali Psichiatrici. L'urgenza, ricordataci anche dall'ex Presidente della Repubblica, che ha parlato degli Opg come "luoghi indegni per un Paese appena civile", è dettata anche dal fatto che la data per la chiusura degli OPG si avvicina e che - conclude il primo cittadino, per essere sicuri che venga rispettata, è diventato ormai necessario portare a compimento la riforma studiata dal Governo".
www.civonline.it, 22 marzo 2015
Il segretario regionale della Fns Cisl Lazio Massimo Costantino torna a lanciare l'allarme sovraffollamento per il supercarcere di Borgata Aurelia. E questo alla luce degli ultimi dati forniti dal Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria). I reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.733, con 463 detenuti in più rispetto ai 5.270 della capienza regolamentare prevista. "Da segnalare - ha spiegato Costantino - che le detenute recluse attualmente risultano essere 407 con un più 10 rispetto al dato del 28 febbraio scorso. Preoccupa il dato del Nuovo Complesso di Civitavecchia". La capienza regolamentare è di 344 detenuti; attualmente ne sono ospitati 436.
"Nelle carceri il sovraffollamento assume carattere emergenziale - hanno aggiunto dalla Fns Cisl Lazio - il tema delle carceri deve essere affrontato a tutto tondo, sia considerando le problematiche certamente reali e delicate dei detenuti ma anche tutelando i poliziotti penitenziari che operano con abnegazione e sacrificio, in ambienti lavorativi insalubri e spesso a rischio della propria incolumità: su questo versante aspettiamo iniziative concrete da parte del Governo".
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