di Maya Amenduni
www.romatoday.it, 24 marzo 2015
In occasione della 53° Giornata Mondiale del Teatro, indetta dall'Istituto Internazionale del Teatro presso la Sede Unesco di Parigi, si celebra, in tutti i penitenziari italiani che aderiscono all'iniziativa, la Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere.
Al Carcere di Rebibbia N.C. di Roma la celebrazione è organizzata il 26 marzo dalla Compagnia del "Teatro Libero di Rebibbia", formazione ultradecennale - promossa dal Centro Studi Enrico Maria Salerno - ritenuta tra le più interessanti espressioni europee di "arte reclusa". L'esperienza artistica nel carcere romano ha ottenuto risalto mondiale con il film dei fratelli Taviani Cesare deve morire, Orso d'Oro al Festival di Berlino 2012, incentrato sull'allestimento del Giulio Cesare di Shakespeare con i detenuti-attori.
Guidato da Laura Andreini Salerno e Fabio Cavalli, il "Teatro Libero di Rebibbia" è sostenuto dalla Regione Lazio e conta, ad oggi, tre compagnie teatrali e una band musicale, e il loro luogo d'azione, il Teatro del carcere, è diventato, negli anni, una delle principali sale teatrali di Roma per affluenza di pubblico, capace di attivare sinergie con i teatri della città - in particolare con l'Argentina - Teatro di Roma.
La Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere sarà celebrata, a Rebibbia N.C. con l'ultimo spettacolo realizzato dai detenuti-attori guidati da Fabio Cavalli, Arturo Ué, versione tutta partenopea del dramma surreale di Brech "La resistibile ascesa di Arturo Ui" (scene a fumetti di Alessandro De Nino, canzoni e musiche dal vivo di Franco Moretti, costumi di Paola Pischedda).
Prima dello spettacolo, intellettuali, artisti e rappresentanti delle istituzioni incontreranno il pubblico e gli attori per riflettere sullo sviluppo impetuoso di questa forma d'arte teatrale che coinvolge migliaia di detenuti nelle carceri italiane e prova ad abbattere la barriera del pregiudizio fra il "dentro" e il "fuori" le mura.
Saranno presenti il Direttore C.C. Rebibbia N.C. dott. Mauro Mariani, l'Assessore alla Cultura della Regione Lazio Lidia Ravera, il Provveditore Regionale per le Carceri del Lazio Maria Claudia Di Paolo, il Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Presidente Santi Consolo, Massimo De Pascalis Direttore Istituto Superiore di Studi Penitenziari, il Direttore Teatro di Roma Antonio Calbi, Laura Andreini Salerno Presidente Centro Studi Enrico Maria Salerno, Angiolo Marroni - Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio, Vito Minoia - Presidente Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, Valentina Venturini - Università Roma Tre, Antonio Frasca - Detenuto-attore, protagonista di "Arturo Ué", Fabio Cavalli - Direttore Generale Centro Studi Enrico Maria Salerno.
Alle ore 16,00 andrà in scena lo spettacolo "Arturo Ué - ovvero Brecht a fumetti" con la Compagnia Reparto G12 A.S. Teatro della C.C. Rebibbia N. C. via Raffaele Majetti, 70 - Roma 26 marzo 2015 - h. 14,30 Ingresso libero Prenotazione obbligatoria. Info: www.enricomariasalerno.it -
www.puglialive.net, 24 marzo 2015
La Compagnia Io ci Provo - nell'ambito del progetto teatrale "Io ci Provo" diretto da Paola Leone, regista e pedagoga teatrale della compagnia, in occasione della Festa Mondiale del teatro promuove due iniziative dentro la Casa Circondariale di Lecce Borgo S.Nicola.
Mercoledì 25 e Giovedì 26 Marzo, ore 15.00 Seminario di approfondimento con l'attore Fabrizio Saccomanno dedicato ai detenuti/attori della Compagnia Io ci Provo. Venerdì 27 Marzo, ore 15.30 presso il Teatro all'interno della Casa Circondariale, un'anteprima importante del nuovo spettacolo "Gramsci" Antonio detto Tonino di Fabrizio Saccomanno. Lo spettacolo sarà riservato alla popolazione detenuta e alla stampa.
Il seminario per gli attori/detenuti che prendono parte al progetto Io ci Provo è uno dei momenti importanti del percorso che la compagnia compie per la costruzione del loro nuovo spettacolo, che vedremo in scena prima a Giugno all'interno del carcere e poi a Ottobre nel Teatro Paisiello. Io ci Provo è ormai una realtà consolidata all'interno dell'istituto e ogni anno con le sue iniziative mette in relazione e confronto il dentro con il fuori attraverso l'incontro e la relazione, coinvolgendo nelle sue attività le scuole, l'università e professionisti del teatro.
Ora non ci resta che aspettare di vedere il loro nuovo lavoro teatrale. Queste iniziative sono promosse anche dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e l'Istituto Superiore di Studi Penitenziari che ha istituito la data del 27 Marzo 2015 come Seconda Giornata Nazionale del Teatro in Carcere in concomitanza con la 53a Giornata Mondiale del Teatro, promossa dall'ITI-Unesco (International Theatre Institute). Il testo da rivolgere alla comunità internazionale del teatro per tale occasione quest'anno è redatto dal regista polacco Krzysztof Warlikowski e tradotto dal Centro Italiano dell'ITI.
"Gramsci" Antonio detto Nino, di Francesco Niccolini e Fabrizio Saccomanno e con Fabrizio Saccomanno. Gramsci racconta frammenti della vita di uno degli uomini più preziosi del Novecento. Vita assolutamente privata. Proprio le bellissime lettere del riccio, sono state il punto di partenza: queste tenerissime epistole per i due bimbi, ai quali Gramsci scrive senza mai nominare il carcere e la sua condizioni fisica e psichica, dando il meglio di sé come uomo genitore e pedagogo. Ma accanto a queste, le lettere di un figlio devoto a una madre anziana che lo aspetta in Sardegna e non capisce. Le lettere di un fratello. Di un marito. Il corpus delle lettere di Antonio Gramsci ai familiari è un capolavoro di umanità, etica, onestà spirituale e sofferenza, un romanzo nel romanzo, che apre a pensieri, dubbi, misteri che raccontare in teatro è avventura sorprendente.
di Erica Manna
La Repubblica, 24 marzo 2015
Emozione per l'iniziativa promossa dall'Uisp a Genova con la presenza della maratoneta olimpica Emma Quaglia.
Sono usciti di corsa dalle mura del carcere di Marassi, costeggiando il campo da calcetto e poi via, fuori dal portone, sfilando davanti all'ingresso fino alla Gradinata nord dello stadio Ferraris. Sembra Fuga per la vittoria e in effetti è la storia di un'evasione, a suo modo, quella dei trenta detenuti corridori che ieri si sono sfidati nella tre chilometri insieme ai podisti della Lega atletica dell'Uisp genovese, l'Unione sport per tutti, per la quarta edizione di "Vivicittà Porte Aperte".
E pazienza se "non siamo troppo in forma, è paradossale ma qui di tempo per allenarci non ce n'è molto - racconta Rocco, 45 anni, dentro da sette, ancora due anni e mezzo da scontare e un bambino di undici che fuori lo sta aspettando - però è bello, è un modo per non pensare. Per liberare la mente". Accanto a lui c'è Lorenzo, 27 anni, a Marassi dal 2008 e ancora sette anni davanti che qui, tra queste mura rosse, si è ritagliato il ruolo di "corriere", se così lo si può definire. "Compro le sigarette, le riviste e quello che chiedono i detenuti - racconta - attraverso i loro parenti fuori. E poi, do una mano a pulire, a fare giardinaggio. Ora faccio anche l'attore: partecipo anche al progetto di teatro in carcere, mettiamo in scena il musical "Angeli con la "Pistola", facciamo le prove proprio in questi giorni, domani vengono a vederci i ragazzi delle scuole".
Loro - Rocco, Lorenzo, Alessandro - sono quelli fortunati, quelli che dentro Marassi stanno provando a ritagliarsi delle finestre dentro giornate tutte uguali. In attesa di fare i lavori all'esterno, "giardiniere, o pizzaiolo, quello che capita, è una bella occasione - riflette Rocco - io ce l'avevo, prima, una pizzeria. Ma il problema non è tanto cercare un lavoro una volta usciti, la crisi c'è per tutti. Il difficile è cambiare vita, ma dentro di te". Per un pomeriggio, però, in maglietta bianca e pettorina al collo, un sole pallido e il tifo da stadio che arriva anche da sopra, dalle celle affacciate sul cortile, le cose sembrano già un po' cambiate, per i trenta podisti poco allenati ma pieni di energia. Con loro, lungo il tracciato di tre chilometri che arriva lungo piazzale Marassi e via Clavarezza, fin sotto la Gradinata Nord dello stadio, c'è anche Emma Quaglia, sesta ai Mondiali di Maratona di Mosca 2013, argento a squadre agli Europei di Zurigo 2014.
Nel frattempo, nel campetto, va in scena un'altra partita. Calcetto a sette, arbitrato da alcuni detenuti che hanno superato il corso organizzato dalla Lega calcio Uisp. Quattro squadre, due di detenuti, una di agenti di Polizia penitenziaria, una degli operatori di Uisp, a sfidarsi per tutto il pomeriggio. "L'obiettivo è abbattere i muri tra dentro e fuori, perché i detenuti si devono sentire coinvolti - racconta il direttore della casa circondariale di Marassi Savatore Mazzeo, a bordo "pista" a fare il tifo anche lui - ora stiamo preparando altre iniziative. Come quella di mettere in piedi una cucina per far preparare ai detenuti i ravioli. E venderli in città".
di Nicolò Cecioni
La Nazione, 24 marzo 2015
È quasi finito il lavoro dei ragazzi della 4C dell'Istituto Colombo. La scorsa settimana gli studenti sono entrati dentro il carcere de Le Sughere per regalare ai detenuti un murales interamente dipinto da loro. È la prima volta in Italia che viene messo in atto un progetto del genere. Ci sono già state molti altri contatti tra varie case circondariali e il mondo della scuola, ma mai nessuno era entrato dentro per lavorare. "Questo carcere - ha detto Marco Solimano - è parte integrante della città. Non dobbiamo dimenticarlo. E un'iniziativa del genere serve proprio a questo. I ragazzi stanno regalando arte e cultura a tutti i detenuti. I loro bellissimi colori riempiranno le giornate a chi è costretto a vivere qui dentro".
Il disegno sprigiona un forte senso di libertà e armonia. "Ho pensato a Livorno - spiega Chiara Moneta - per realizzare la mia bozza, che poi è stata scelta per il murales. Al centro c'è un faro, simbolo della città, il mare e il sole che tramonta. In quel momento luce e ombra s'incontrano e la frenesia del giorno si mescola con la tranquillità della notte". Il murales è dipinto nella sala "relax" della casa circondariale, dove i detenuti trascorrono qualche ora di svago. "È proprio una bella esperienza - ha aggiunto la professoressa Eloise Takacs, che insieme a Paola Danesi ha seguito i ragazzi nel progetto - e sono convinta che abbia lasciato moltissimo agli alunni. Non solo dal punto di vista didattico, ma soprattutto per quanto riguarda la loro crescita personale". Il murales sarà pronto venerdì prossimo e tempere e pitture sono state messe a disposizione dal Comune di Livorno. "Siamo dei finti carcerati - hanno detto per scherzo Gianluca Taddei e Lorenzo Bettarini - ma non ci sembra di essere dentro una prigione. Ci hanno portati anche a far vedere le celle. È stato bello venire qui per due settimane".
www.merateonline.it, 24 marzo 2015
Un evento dedicato alla moda sì, ma con uno sfondo etico e sociale. "E.G.O. Night" è la serata che si è tenuta sabato 21 marzo presso il ristorante Antico Borgo della Madonnina ad Annone Brianza grazie all'agenzia "Wow territorio da vivere" gestita da Beatrice Panzeri, Cristina Catanzaro e Roberta Sangalli.
Da sinsitra Cristina Catanzaro di "Wow territorio da vivere", Luisa della Morte della cooperativa Alice, la stilista Rosita Onofri, Roberta Sangalli e Beatrice Panzeri di "Wow territorio da vivere Sartoria San Vittore, il fashion brand nato nelle carceri di San Vittore e Bollate, ha infatti scelto di presentare, per festeggiare il lustro di attività, alcuni esclusivi capi della collezione primavera estate. Il marchio di moda è nato come come spin off imprenditoriale della Cooperativa Alice che da vent'anni gestisce i laboratori sartoriali delle carceri femminili e che ha trovato un partner nella stilista Rosita Onofri, che segue personalmente la creazione delle collezioni.
"L'idea di lavorare nelle carceri è nata quasi per caso dopo un corso che si è tenuto proprio a San Vittore per insegnare alle donne ad utilizzare le macchine da cucire. Crediamo che grazie a questo progetto le donne possano cambiare la loro vita imparando un mestiere. Noi abbiamo cercato di cominciare avviando un percorso professionalizzante, ma poi, con la collaborazione di Rosita, abbiamo dato una svolta alla nostra idea" ha spiegato Luisa Della Morte della Cooperativa Alice che ha raccontato come, grazie alla presenza di una professionista, si sono potuti offrire strumenti alle donne delle carceri per reintegrarsi nella società e cominciare una vita nuova. Grazie alla presenza di una professionista del settore, la Cooperativa è riuscita a dare un cambio di direzione al progetto: cinque anni fa è uscita la prima collezione, cui ha fatto seguito anche l'apertura di un negozio in via Gaudenzio Ferrari a Milano.
Tre sono i laboratori sartoriali coinvolti nella produzione dei capi e 25 le donne protagoniste di quest'originale iniziativa che non da spazio solo all'aspetto etico, ma anche alla tradizione sartoriale che caratterizza il Made in Italy. "Abbiamo scelto di creare collezioni e prodotti di alto livello. Volevamo creare qualcosa che avesse sì un contenuto sociale per cambiare le esperienze di queste donne, ma anche che rendesse merito all'alto valore della manifattura" ha aggiunto Luisa Della Morte.
La linea presentata sabato sera, concepita dopo una visita al museo del Novecento che ha ospitato la temporanea di Lucio Fontana e Yves Klein, si basa sul taglio laser, sulle lavorazioni e sulle applicazioni. "In questi capi ci siamo focalizzati su questi aspetti perché riteniamo fondamentale sviluppare sempre più il lavoro artigianale, quel 'fatto a manò che ormai diventa sempre più difficile trovare. Riteniamo inoltre fondamentale specializzare le sarte in lavori manuali come il ricamo e la confezione che per noi sono il futuro" ha spiegato Rosita Onofri, collaboratrice dello stilista francese Stephan Janson.
"Usiamo tanti materiali che vengono donati alla cooperativa, quindi dobbiamo adeguarci con quello che abbiamo a disposizione" ha aggiunto la stilista. I capi esposti ad Annone sono pezzi unici, anche se Sartoria San Vittore crea una vera e propria linea di moda con un campionario e articoli casual e di uso quotidiano.
www.greenreport.it, 24 marzo 2015
Ieri sera Presa Diretta di Riccardo Iacona ci ha mostrato il verminaio, i marcanti di carne umana, lo sporco intrecci tra affari e politica che alimentano l'affare immigrazione sulla pelle dei migranti, un sottobosco al quale fanno riferimento le stesse forze del centro-destra e della destra estrema che, mentre si intascano i contributi e non forniscono servizi, poi i vanno in televisione e nelle piazze a manifestare contro "l'invasione" e a spargere falsità come gli stipendi dati a migranti e richiedenti asilo. Tutto questo mentre la Libia è definitivamente esplosa, la Tunisia viene attaccata dal terrorismo islamista e i profughi della "Terza Guerra Mondiale" che ha il suo campo di battaglia tra l'Africa e l'Afghanistan passando per il Medio Oriente, gonfia di profughi le sponde del Mediterraneo.
Di fronte a tutto questo l'Unione europea ha avuto la bella idea di "esternalizzare" il trattamento delle domande di asilo in Nord Africa, prendendo esempio dalla non certo umanitaria esperienza dell'Australia.
L'Unione europea e l'Italia vedono con terrore gonfiarsi l'ondata che nel 2014 ha scaricato sulle nostre coste 170.000 profughi (una goccia rispetto a quelli che vivono nei Paesi in via di sviluppo o a quelli arrivati nella piccola Tunisia dalla Libia) che potrebbe trasformarsi in uno tsunami nei prossimi mesi, quando le condizioni meteorologiche più favorevoli e i risultati sanguinosi dei nostri sciagurati interventi in Libia, Siria/Iraq ed Afghanistan porteranno centinaia di migliaia di disperati a tentare di salvarsi in Europa. Tra questi ci sono migliaia di richiedenti asilo, di perseguitati dalle dittature, di persone alle quali lo Stato Islamico, Boko Haram o i governi che avrebbero dovuto proteggerli hanno terminato le famiglie, imprigionato i fratelli, torturato loro ed i loro amici.
Una situazione che fa paura - sulle quale lucrano le destre - e che è particolarmente delicata ai confini marittimi dell'Unione europea, tra l'Italia e la Grecia. Per questo, sulle ali della nostalgia dei bei tempi andati di Mubarak, Ben Alì e Gheddafi, sta riprendendo piede l a vecchia proposta di controllare le richieste di asilo dei migranti al di fuori dell'Unione europea.
A Fine febbraio il ministro degli interni tedesco, Thomas de Maiziere, ha detto che bisognerebbe mettere in piedi centri di transito in Africa del Nord e poi ha rifatto qualche giorno fa la stessa proposta al vertice dei ministri degli interni dell'Ue. Poi il commissario europea per le migrazioni e gli affari interni, il greco Dimitris Avramopoulos ha detto che andrà in Egitto, Tunisia e Marocco "Per creare una zona nella regione" per combattere il contrabbando e l'immigrazione clandestina, mentre il nostro ministro degli interni, Angelino Alfano, ha assicurato che "Si tratta di una missione umanitaria che permetterebbe all'Europa di filtrare [gli ingressi] e di smantellare un immenso traffico di esseri umani".
Come spiega Irin, l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu, "La proposta viene presentata come una maniera per ridurre il flusso di migranti e di richiedenti asilo che rischiano la vita per raggiungere l'Europa, offrendo loro di richiedere un visto o di depositare una richiesta di asilo in maniera legale nei Paesi di transito o di origine". Tutto bene? Non proprio, a partire dall'iniziativa che viene presa ad esempio, quella dell'Australia che ha esternalizzato il trattamento delle richieste di asilo con l'intento dichiarato s di esaminarle in "Nel quadro di un processo di ripartizione giusto", ma, come spiega Irin "Questo sistema attualmente serve apertamente a dissuadere i migranti ed i rifugiati a recarsi in Australia".
Così i centri di transito extraterritoriali creati dall'Australia da oltre 10 anni servono a trasferire i richiedenti asilo intercettati nelle remote a Nauru e nell'isola di Manus in Papua Nuova Guinea dove trovano vere e proprie galere tropicali, con violazioni dei diritti umani che possono far rimpiangere quelle dei Paesi dai quali i profughi sono fuggiti.
L'Australia ignora i richiami dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) che la accusa di violare la Convenzione sui rifugiati del 1951 sul diritto di asilo ed anzi il governo di centro-destra di Canberra ha recentemente eliminato questi fastidiosi obblighi dalla sua legislazione sull'immigrazione.
L'Australia sta mettendo - in maniera più soft - in atto il sogno dei vari Calderoli e Salvini: dalla fine del 2013 ha lanciato un'operazione militare che intercetta quasi tutte le imbarcazioni cariche di migranti provenienti dall'Indonesia. Quelli che vengono detenuti a Nauru e Manus ed ai quali viene poi riconosciuto lo Status di rifugiato - quasi sempre afghani, siriani e gente che fugge da altre dittature e guerre - non possono andare in Australia ma possono andare nella poverissima Papua Nuova Guinea, nella piccolissima Nauru ormai priva di qualsiasi risorsa e che ha trasformato i migranti in un business, o in Cambogia, un Paese retto da un governo autoritario e corrotto dal quale scappano diversi dissidenti politici.
Melissa Phillips, un'esperta di migrazioni dell'università di Melbourne, avverte gli europei "È diventata una politica del "lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Se seguite la stessa logica della politica australiana, vi mettete su un terreno scivoloso"
Per ora L'Europa non sembra voler seguire l'esempio dell'Australia, cioè intercettare le imbarcazioni ed inviare i migranti in Paesi terzi (quali?) per metterli in lager dove esaminar le richieste di asilo (quelli ce li abbiamo già in Italia...), ma è indubitabile che la pressione di una parte dell'opinione sempre più disinformata dalla propaganda xenofoba - che sta crescendo anche politicamente - sta indicendo i governi di diversi Paesi a rafforzare le misure di "detenzione" ed a rafforzare i controlli alle frontiere, cosa particolarmente difficile se la frontiera è liquida, a meno di non pensare che un blocco navale come quello proposto da Salvini possa davvero fermare le centinaia di migliaia di profughi che si trovano staggi della guerra civile in Libia.
Il problema dell'Europa, come dimostra anche il recente rapporto Eurostat, è che ogni Paese ha le sue priorità ed i propri obiettivi in materia di migrazione ed un sistema di esame delle domande di asilo nei Paesi extra-Ue dovrebbe passare da un accordo tra gli Stati membri sulla ripartizione delle quote dei rifugiati riconosciuti nell'Ue. Dato che, nonostante tutte le chiacchiere e gli impegni, una politica comunitaria sull'asilo resta un'utopia e che perfino l'accoglienza dei rifugiati di guerra siriani è estremamente differente a seconda degli Stati Ue, sembra poco probabile che i governi europei arrivino ad un accordo.
L'indagine Irin fa notare un altro aspetto che scompare nelle "assicurazioni" governative e nella propaganda leghista-fascista: "La messa in campo di centri di transito extraterritoriali presenta altre difficoltà pratiche, a cominciare dalla determinazione della loro collocazione. La maggioranza delle barche che l'anno scorso hanno fatto la traversata venivano dalla Libia. Sarebbe quindi logico installare lì questi centri di transito. Solo che la Libia è in preda ad un violento conflitto che ha poche possibilità di essere risolto presto. A giudicare dalle dichiarazioni del Commissario europeo agli affari interni, la Tunisia, l'Egitto ed il Marocco sono dei potenziali candidati, ma i precedenti di questi tre Paesi in materia di diritti dell'uomo sono piuttosto preoccupanti. L'Ue come potrebbe garantire che i Paesi ospitanti i centri di transito li gestiscano conformemente alla legislazione europea ed internazionale relativa ai rifugiati ed ai diritti dell'uomo?".
La legittimità di questa politica dovrebbe essere approvata dall'Unhcr e dipenderebbe in gran parte dall'aiuto tecnico che l'Agenzia Onu potrebbe e vorrebbe dare. Il portavoce Unchr, William Spindler, ha detto all'Irin: "Anche se l'Unhcr non esclude la possibilità di un accoglimento dei richiedenti asilo in un Paese terzo sulla base di un accordo multilaterale, in circostanze eccezionali e soggette a garanzie adeguate, la posizione dell'Unhcr è che i richiedenti asilo devono vedere la loro domanda trattata sul territorio dello Stato nel quale arrivano. L'Unhcr propone l'attuazione di alter vie legali per le persone in cerca di protezione internazionale in Europa, quali dei programmi di rilascio di visti umanitari, la riunificazione delle famiglie allargate e l'aumento e la migliore ripartizione tra gli Stati membri dei siti dei posti di reinsediamento".
Tornando ai centri di rilascio dei permessi dei richiedenti asilo nei Paesi terzi, sul suo blog, Nando Sigona, un ricercatore che si occupa di migrazioni per l'università di Birmingham, ha fatto recentemente notare che "Delle proposte come quelle sono più facili da redigere che da applicare necessitano di un grosso trasferimento di risorse finanziarie ed umane. È da più di un decennio che queste proposte che sostengono l'esternalizzazione del trattamento delle richieste di asilo sono sul tavolo, ma non hanno mai raggiunto completamente la via di una loro attuazione".
È però evidente che l'esplosione della guerra e del terrorismo nella costa sud del mediterraneo dopo lo sciagurato intervento Nato in Libia e le primavere arabe in Tunisia, sfociate in una giovane e debole democrazia a Tunisi e in un regime autoritario al Cairo che attizza lo scontro in Libia, stanno facendo il gioco delle destre xenofobe sulla costa nord del Mediterraneo, spingendo i governi a cercare soluzioni miracolistiche da dare in pasto all'opinione pubblica, "In questo caso . conclude Irin - resta da vedere se l'Europa eviterà la china scivolosa presa dall'Australia". Ma ci pare che gli sciatori, padani e nazional-nazionalisti ed eterni slalomisti della politica "moderata", siano in molti e già con ai piedi gli sci del comodo populismo anti-immigrati.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 24 marzo 2015
"Si può meditare su una sostituzione con uno strumento che abbia lo stesso tipo di obiettivo e porti gli stessi risultati". Il Viminale sta meditando per il superamento dei Centri di identificazione ed espulsione.
A rivelarlo è stato il sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione, rispondendo a un'interrogazione del Pd (risalente alla primavera scorsa) in aula alla Camera: "Si può meditare su una sostituzione con uno strumento che abbia lo stesso tipo di obiettivo e possa raggiungere lo stesso tipo di risultato". Manzione poi ha spiegato: "Attualmente non ci sono nei centri più di 400 persone e sul territorio nazionale, a parte i due siciliani, ne sono rimasti solo tre in funzione".
Il rappresentante del Viminale ha aggiunto: "Proprio lo scarso afflusso di persone all'interno di questi centri e la loro dislocazione territoriale danno l'idea che si possa riflettere su un superamento dei centri, a condizione però che si capisca che il Cie rimane uno strumento che tende a evitare la confusione - che tanto stress provoca ai territori - tra chi ha diritto di asilo e chi no". Secondo Manzione più in generale, il governo - e il Parlamento - si sono mossi "nella direzione di rendere il più possibile accoglienti, nel rispetto dei diritti umani, i centri in questione".
Tra le problematiche maggiori, ha ricordato Manzione, il protrarsi della permanenza nei centri, "vissuto dagli immigrati con un senso di frustrazione che può talvolta sfociare in violenza o episodi di autolesionismo". Il sottosegretario ha ricordato come vadano nella giusta direzione, per migliorare il sistema, la legge 161 del 2004, il recente decreto Svuota carceri e il regolamento unico per il funzionamento dei centri.
Da ricordare che attraverso un'indagine istituzionale, i Cie sono risultati oggettivamente costosi, inutili e peggiori del carcere. Il rapporto sui centri di identificazione e di espulsione elaborato dalla Commissione diritti umani del Senato è stata una condanna senza appello delle strutture istituite nel 1998 dalla Legge Turco-Napolitano col nome di Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) e poi diventati, nel 2011, "centri di espulsione". Una lunga storia segnata da una serie di modifiche normative, spesso ispirate dall'esigenza politica di dar prova di una severità fine a se stessa - nel 2009 l'allora ministro Roberto Maroni disse che bisognava essere "cattivi" con gli immigrati irregolari - come l'allungamento fino a sei mesi della detenzione.
L'ultimo aggiornamento del rapporto sui Cie chiarisce ulteriormente che le categorie del "buonismo" o del "cattivismo" sono del tutto inadeguate. I numeri, infatti, dicono semplicemente che i Centri di identificazione ed espulsione sono inefficaci. E che il problema va affrontato con razionalità. Senza pregiudizi ideologici e tenendo alla larga le esigenze della propaganda politica.
Su un totale di undici, attualmente ne funzionano cinque (Bari, Caltanissetta, Roma, Torino e Trapani) e - dato aggiornato allo scorso 20 febbraio - ospitano 293 cittadini stranieri a fronte di una capienza di 753 posti. Quanti dei reclusi saranno effettivamente espulsi? Se prendiamo i dati degli anni precedenti, scopriamo che nel 2014 sono transitati nei Cie 4986 stranieri dei quali 2771 sono stati effettivamente rimpatriati e, nel 2013, su 6016 transitati, i rimpatriati sono stati 2749.
Il "tasso di efficacia" (cioè il rapporto tra quanti sono entrati nel Cie perché considerati in condizione eli irregolarità e quanti effettivamente sono stati rimpatriati) è del 50 per cento. Ma se confrontiamo il numero dei rimpatriati col numero degli irregolari effettivamente presenti in Italia, il "tasso di efficacia diventa irrisorio.
Nel 2013, a fronte di 294mila "irregolari", appena lo 0,9 per cento è stato rimpatriato attraverso i Cie. Interessante notare che questo "tasso di efficacia" non cambiò in alcun modo quando, nel 2011, il tempo di trattenimento passò da 30 a 180 giorni. Una decisione annunciata con le fanfare del "cattivismo" per dimostrare che si faceva sul serio e che determinò solo un aumento esponenziale dei costi. Proprio quell'anno, infatti, il "tasso di efficacia" crollò allo 0,3 per cento. D'altra parte la commissione d'inchiesta - attraverso gli uffici immigrazione delle questure - ha accertato che mediamente per arrivare all'identificazione sono sufficienti 45 giorni.
E anche a partire da questa constatazione -nell'ottobre del 2014 i senatori Luigi Manconi - l'attuale presidente della commissione Diritti umani - e Sergio Lo Giudice hanno presentato e ottenuto l'approvazione dell'emendamento che ha dimezzato (da 180 a 90 giorni) il periodo massimo di trattenimento.
All'interno dei Cie ci sono ex detenuti che hanno finito di scontare la pena e che passano direttamente dal carcere al Centro di identificazione prima di essere espulsi. Ma ci sono anche immigrati che risiedono da anni in Italia e non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno in seguito alla perdita del lavoro. La casistica delle persone che è possibile incontrare nei Cie è molto ampia. Ci sono anche giovani stranieri che hanno sempre vissuto in Italia e che, al compimento dei 18 anni, non hanno potuto iscriversi a un corso di studi o firmare un contratto di lavoro. In base alla normativa attuale si trovano cosi in una condizione di irregolarità che li porta all'interno dei Cie.
Raramente vengono espulsi, perché nel frattempo intervengono i familiari e gli avvocati. Ma vi transitato, ci restano per mesi, con ulteriori costi per lo Stato. Costi che vengono aggravati dalle spese sanitarie. Chi si trova improvvisamente recluso in un luogo che ha tutto l'aspetto di un carcere (e infatti ci sono anche ex detenuti) vive situazioni drammatiche sul piano psicologico e fisico. Non è un caso che nei Cie si faccia un grandissimo uso (e abuso) di psicofarmaci.
In definitiva - ha sostenuto il rapporto della Commissione diritti umani - se si escludono i casi delle persone effettivamente pericolose, ci sono molti altri strumenti diversi dai Cie, meno costosi, meno disumani, per affrontare i casi di irregolarità: "Basterebbe un obbligo di firma o di dimora, vincoli e limiti ai movimenti per verificare che lo straniero irregolare sia reperibile dalla forze di polizia (misure peraltro già previste ma raramente applicate).
E così i Cie sarebbero ridotti a pochi locali necessari a ospitare per qualche notte chi sia in attesa di un rimpatrio ormai esecutivo". Secondo un'articolata ricerca dell'Associazione Lunaria56 - i cui dati sono stati recepiti nel rapporto del Senato - dal 2005 al 2011 lo Stato ha impegnato in media 143,8 milioni di euro l'anno per gestire, mantenere e ristrutturare l'insieme dei vari centri. Se poi si va ad analizzare la gestione fatta da alcuni degli enti gestori si apre un ulteriore, spesso inquietante, capitolo della triste storia dei Cie italiani.
La Repubblica, 24 marzo 2015
Consentito l'utilizzo del plotone di esecuzione, alternativo all'iniezione letale.
Il governatore dello Utah, Gary Herbert, ha firmato la legge che consente l'utilizzo del plotone di esecuzione per la pena capitale. Un metodo che viene reintrodotto come alternativa all'iniezione letale, quando quest'ultima non possa essere eseguita - come accaduto spesso di recente negli Usa - per mancanza dei medicinali. Lo Utah diventa così il primo Stato ad aver ripristinato la fucilazione negli Usa. L'imprimatur del governatore rende ufficiale il ritorno del plotone di esecuzione.
Lo Utah aveva abbandonato la fucilazione oltre un decennio fa, consentendola solo nel caso in cui condannati a morte prima dell'entrata in vigore della legge l'avessero esplicitamente richiesta. Lo Stato, che ha otto uomini nel braccio della morte, non ha al momento a disposizione le sostanze chimiche che servono per l'iniezione letale e l'ultima volta che ne ha somministrata una è stato nel 1999. L'ultima esecuzione, nel 2010, è stata invece proprio la fucilazione di un detenuto, Ronnie Lee Gardner, condannato tuttavia prima che il plotone di esecuzione fosse stato abolito. Anche il Texas, lo Stato che mette a morte più condannati all'anno negli Stati Uniti, sta per finire i farmaci per l'iniezione letale.
Ansa, 24 marzo 2015
È già da 100 giorni in carcere il giornalista di opposizione Hidayet Karaca, direttore della tv Samayolu, accusato di dirigere una organizzazione terroristica "senza la minima prova e senza una incriminazione" hanno denunciato i suoi legali citati dalla stampa di Ankara. Karaca, ritenuto vicino alla confraternita islamica Hizmet dell'imam Fetullah Gulen, ex-alleato ora arci-nemico del presidente Recep Tayyip Erdogan, era stato arrestato il 14 dicembre scorso in una retata contro giornalisti di opposizione che aveva visto finire in manette anche il direttore del grande quotidiano Zaman, Ekrem Dumanli.
Gli altri arrestati erano stati rimessi in libertà dopo alcuni giorni mentre Karaca è rimasto in carcere. Secondo Zaman online contro di lui è stata mossa la fantasiosa accusa di avere inserito nel 2010 in una puntata di un serial televisivo presunti messaggi per una organizzazione estremista islamica. Nel suo ultimo rapporto l'Ong Usa Freedom House ha declassato la Turchia da paese "parzialmente libero" a "non libero" sotto il profilo della stampa. In una lettera al segretario di stato Usa John Kerry, 74 senatori americani su 100 hanno espresso "preoccupazione" per la libertà di stampa in Turchia e hanno chiesto a Washington di premere sul governo di Ankara.
di Simonetta Scarane
Italia Oggi, 24 marzo 2015
Case al posto delle celle. Dalla dismissione di due edifici carcerari nel cuore di Lione, in Francia, nascerà un nuovo pezzo di città. Sarà un quartiere misto che vedrà l'insediamento dell'università mescolata ad uffici, residenze e negozi. L'area diventerà una sorta di isola intergenerazionale, abitata da persone di tutte le età, dai giovani fino agli anziani.
E proprio per ottenere questo mix generazionale, alcuni edifici penitenziari sono stati trasformati in appartamenti di edilizia privata misti ad alloggi pubblici che verranno dati in affitto agli anziani appena dimessi dall'ospedale. Accanto, ci sarà la casa dello studente, un campus universitario e un istituto di ricerca. Un'operazione esemplare alla quale l'Italia dovrebbe guardare per prendere esempio.
Il progetto prevede anche la trasformazione di parte delle ex-prigioni in uffici e spazi per attività commerciali. Prevista un'area verde di 4 mila metri quadrati, per un terzo aperta alla città. L'operazione di trasformazione urbana e riqualificazione edilizia sarà completata a fine anno.
Nel 2010 lo stato francese ha venduto i due vecchi penitenziari, Saint-Joseph e Saint-Paul, che si trovano nei pressi della stazione ferroviaria di Lione-Perrache, edificati rispettivamente nel 1830 e nel 1870 su un'area fondiaria di circa un ettaro in pieno centro cittadino. A comprare: l'immobiliarista Ogic e l'università cattolica di Lione che hanno presentato, ognun per sé, un progetto di sviluppo immobiliare.
L'università ha trasformato la prigione di Saint-Paul in un campus che aprirà a settembre, mentre il gruppo Ogic ha trasformato il carcere di Saint-Joseph in un moderno complesso edilizio. Accanto ai nuovi palazzi è stata lasciata, a testimonianza del passato, un'ala del vecchio carcere, ristrutturata: al posto delle celle ospita 16 appartamenti. A legare i due differenti progetti, e a dargli coerenza e unitarietà anche con i materiali, ci ha pensato lo studio di architettura lionese Thierry Roche.
La vecchia cappella del carcere di Saint-Joseph ospiterà un ristorante al piano terreno e un istituto di ricerca al primo. Gli uffici amministrativi sono stati completamente rifatti e affiancati da due immobili moderni per un totale di 11.300 mq destinati ad uffici. Cinque padiglioni carcerari sono stati demoliti e rimpiazzati con la parte residenziale del progetto che integra 312 nuovi alloggi, un terzo dei quali in vendita a un prezzo fra 4.850 e 4.900 euro al mq.
E altri 120 appartamenti sono stati costruiti dal gruppo Ogic in partenariato con l'associazione Habitat e Humanisme destinati a studenti e agli anziani. Inoltre, altri 66 abitazioni sono state costruite per conto di Opac-Rhone. Le gallerie che collegavano le due prigioni sono state ristrutturate.
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