Nova, 4 febbraio 2015
Un gruppo di ribelli in Siria ha fatto sapere che sta cercando di scambiare un miliziano iraniano catturato nella provincia meridionale di Daraa lo scorso mese, con donne detenute nelle carceri del regime. Il leader del gruppo "Fronte unito di al Sham", noto come Abu Ahmed, ha spiegato che i suoi combattenti hanno arrestato l'iraniano "mentre combatteva al fianco delle forze governative nella provincia di Daraa", aggiungendo che "l'iraniano, interrogato attraverso un interprete, ha fatto sapere di essere arrivato Siria lo scorso anno dalla città iraniana di Qom e di avere trent'anni".
Nova, 4 febbraio 2015
Il vescovo ortodosso dell'ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) Jovan Vraniskovski è stato rilasciato ieri sera dal carcere di Skopje. Il rilascio era stato approvato dalla direzione del carcere, ma la Procura della Repubblica aveva presentato ricorso.
Il Tribunale penale di Skopje, dopo il via libera della Procura di Stato per la criminalità organizzata, ha optato per il perdono di Vraniskovski. Descrivendolo come una persona di "immacolata condotta", il giudice ha osservato che era "diabetico e quindi con un bisogno di una dieta particolare, che il carcere non può fornire".
Vraniskovski è stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere nel 2012 per essersi appropriato di circa 250 mila euro dalla Chiesa ortodossa macedone. Il sacerdote ha già scontato tre anni di pena, cioè più della metà della sua condanna. Per quasi un decennio, il religioso "ribelle" è stato al centro di una controversia tra la Chiesa ortodossa macedone e quella serba, che non riconosce l'indipendenza ecclesiastica di Skopje. La più influente Chiesa ortodossa serba ha offerto ai macedoni l'autonomia, ma non la totale indipendenza.
Per risolvere la controversia è intervenuto anche il vescovo ortodosso russo Ilarion Alfeev di Volokolamsk, che ha offerto una mediazione per arrivare a un compromesso. A dicembre, infatti, Alfeev ha invitato i leader macedoni a liberare Vraniskovski per l'apertura di colloqui, mediati dalla Russia, tra le comunità ortodosse di Fyrom e Serbia. La Chiesa serba non riconosce la sua controparte macedone, considerata come scisma, perchè si è staccata unilateralmente nel 1967. Il religioso russo ha detto che la Chiesa russa non poteva "riconoscere unilateralmente" la Chiesa macedone, decisione che dovrebbe essere presa su spinta di tutti gli ortodossi. "Siamo però disposti a fare da mediatori", ha detto il vescovo russo.
Vraniskovski, in realtà, è da tempo al centro di una grave disputa tra la chiesa ortodossa macedone e quella serba, che non riconosce l'indipendenza dell'altra. Alcuni anni fa, infatti, egli ha abbandonato la chiesa macedone per tornare sotto l'ala di quella serba, causando forti polemiche nel suo paese. Le autorità macedoni avevano condannato il religioso a due anni e mezzo di prigione.
Nel 2012, dopo la condanna del religioso macedone, il presidente serbo Tomislav Nikolic aveva proposto di risolvere i problemi esistenti con la chiesa ortodossa macedone, partendo da un'amnistia per il vescovo "dissidente" Zoran Vraniskovski, noto come vescovo Jovan, e in un decreto speciale sull'indipendenza della chiesa ortodossa macedone. Il prelato era stato arrestato nel novembre 2010 in Bulgaria in base ad un mandato di cattura dell'Interpol e le autorità della Fyrom avevano chiesto la sua estradizione perchè scontasse una pena detentiva inflittagli nel 2009 da una corte macedone per appropriazione indebita.
"Suggerisco di sederci e di parlare su tutto. Mi riferiscono all'atteggiamento della Macedonia sulla chiesa ortodossa serba e all'atteggiamento della Serbia sulla chiesa ortodossa macedone. Posso risolvere tutto questo, se intendono parlarmi. In caso contrario, questo problema non sarà mai risolto", aveva dichiarato Nikolic. "La Macedonia non è riuscita a risolvere questo problema. Forse non aveva interlocutori. Oggi in Serbia c'è qualcuno con cui parlare e io sono uno di loro. Rispetto la chiesa ortodossa serba e la chiesa ortodossa serba rispetta me: siamo in grado di risolvere questo problema", aveva aggiunto il presidente serbo.
di Lorenzo Misuraca
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Il leader dei Radicali sulla manovra del premier per portare il siciliano al Quirinale: "è stato molto abile, ma ha una visione a lungo termine?".
Non si lascia ipnotizzare come il resto del mondo politico italiano dalle evoluzioni tattiche del premier, dopo le elezioni del Presidente della Repubblica. Dal suo osservatorio in via della Torre Argentina, sede del Partito Radicale, così vicino così lontano al Parlamento, Marco Pannella preferisce affrontare la vittoria di Sergio Mattarella da tutt'altra prospettiva.
Ansa, 3 febbraio 2015
"Sono convinto che il nuovo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, anche in considerazione delle sue eccellenti conoscenze giuridiche, non farà venire meno la sua attenzione e, quindi, le sue sollecitazioni sul tema delicato della vivibilità delle carceri italiane, con particolare riferimento alle condizioni lavorative dei poliziotti penitenziari.
Adnkronos, 3 febbraio 2015
"Siamo certi che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proseguirà l'azione messa in campo da Napolitano circa il richiamo al Governo sull'annosa questione delle critiche condizioni delle carceri italiane". Lo dichiara in una nota Pompeo Mannone, Segretario Generale della Fns Cisl, la federazione che raggruppa Polizia Penitenziaria, Dirigenti penitenziari, Vigili del Fuoco e Forestali.
di Carmine Saviano
La Repubblica, 3 febbraio 2015
L'associazione Antigone illustra la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza. "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations.
di Paola Rebecchi (Responsabile Osservatorio Ucpi sulla Difesa d'ufficio)
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Il lavoro che ha portato alla riforma della difesa d'ufficio è nato con l'ambizione di dare una risposta a una esigenza avvertita da anni: quella di restituire ai cittadini che si avvalgono dell'opera del difensore d'ufficio il loro diritto ad una difesa effettiva. Si tratta di una riforma coraggiosa, fortemente voluta dall'Unione delle Camere penali italiane e rappresenta il positivo esito di una battaglia storica, sempre combattuta sul terreno del diritto alla effettività della difesa e nell'esclusivo interesse dei cittadini.
di Maria Brucale
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Si attende la verità per la terribile fine del giovane ventitreenne nel carcere di Bari: chiesta per due volte l'archiviazione. Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un'ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.
Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati. Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell'istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14,15 anni.
Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.
Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l'archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell'avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell'ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra.
"Le indagini non risultano complete" afferma il gip. Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.
Agli atti del pm che chiedeva l'archiviazione, non c'erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.
Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un'ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l'accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.
Quattro anni di indagini, dunque, all'esito dei quali, tuttavia, non c'è ancora un'iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero. Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!
Ristretto come "giovane adulto", aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva.
Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant'è! Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.
di Maria Brucale
Il Garantista, 3 febbraio 2015
La notte del 25 settembre 2005, Federico Aldrovandi sta tornando a casa dopo una serata con gli amici. In quegli stessi minuti, la pattuglia "Alfa 3", con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri si imbatte nel giovane. Federico viene definito un "invasato violento in evidente stato di agitazione". Vengono chiamati i rinforzi.
Dopo poco tempo arriva la volante "Alfa 2", con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane è molto violento. Due manganelli vengono spezzati sul corpo di Federico. Muore: "asfissia da posizione", con il torace schiacciato sull'asfalto dalle ginocchia dei poliziotti, a lungo.
All'arrivo sul posto il personale del 118 trovava il paziente "riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena [...] era incosciente e non rispondeva". L'intervento si conclude, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte per "arresto cardiorespiratorio e trauma cranico-facciale".
Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi". La condanna viene confermata in cassazione. I poliziotti che hanno ucciso Federico indossano ancora una divisa.
È il 14 giugno 2008, Giuseppe Uva, 43 anni, di Varese, insieme ad un amico, per gioco, per aver bevuto un po', sposta delle transenne che interrompono una strada. Arrivano i carabinieri, poco dopo anche due poliziotti e portano i due in caserma. Li separano. Passano tre interminabili ore. Giuseppe viene poi trasportato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Varese, con la richiesta di trattamento sanitario obbligatorio. Muore.
Dagli esami tossicologici risultano somministrati farmaci controindicati in caso di assunzione di alcool. Il corpo di Giuseppe è martoriato da botte e lividi, fratture alla colonna vertebrale, forse una sigaretta spenta sul viso e tantissimo sangue. Si apre uno scenario di violenze e di orrore.
Dopo anni di silenzi e di negligenze investigative, il processo è finalmente iniziato ma sono già passati quasi sette anni!
Stefano Cucchi muore 31 anni in custodia cautelare. Il 15 ottobre 2009 viene fermato dalla polizia dopo essere stato visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra evidenti ematomi attorno agli occhi. Dalle celle del Tribunale, al carcere di Regina Coeli, al Fatebenefratelli, ancora al carcere e, infine, alla struttura detentiva dell'ospedale Sandro Pertini dove Stefano muore, il 22 ottobre 2009. Ha perso sei chili, è disidratato e denutrito. Il suo corpo porta i segni orribili di un martirio. La Corte di Assise di Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati: sei medici, tre infermieri, tre agenti della polizia penitenziaria. Mancanza di prove. Disposte nuove indagini ma ancora contro ignoti.
Michele Ferulli, di 51 anni, il 30 giugno 2011 subisce un fermo di polizia sotto la sua abitazione, in via Varsavia a Milano. Si trovava in compagnia di due amici. Ascoltavano musica, chiacchieravano e bevevano birra. Erano le 21.30 quando i poliziotti intervengono, chiamati da qualcuno infastidito dal suono dello stereo. Secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, Ferulli risponde pacatamente alle domande degli agenti e fornisce loro i documenti. In pochi attimi, il clima si scalda, Michele Ferulli viene immobilizzato, ammanettato e buttato a terra.
I video acquisiti dalla Procura mostrano come Ferulli, sia stato colpito più volte con calci e pugni. Il processo, con una imputazione di omicidio preterintenzionale, si è concluso in primo grado il 02 luglio 2014. I giudici della prima Corte d'Assise di Milano hanno deciso di non dare seguito alla richiesta del pm, di condanna degli imputati a sette anni di reclusione. "Il fatto non sussiste". Gli agenti che hanno immobilizzato a terra Michele non sono responsabili della sua morte.
Dino Budroni muore la mattina di sabato 30 luglio del 2011, freddato da un colpo di calibro 9 sparato dall'agente scelto Michele Paone mentre lui era in macchina, sul Grande Raccordo Anulare, all'altezza dell'uscita Nomentana, dopo che polizia e carabinieri lo avevano inseguito per chilometri. Inutile la corsa al Pertini. La macchina, una Ford Focus, era ferma davanti al guard rail.
La prima marcia era inserita, il freno a mano tirato. Tutto dimostrava che l'auto era ferma quando il colpo mortale attingeva il corpo di Dino, già arreso, già inerme. Due spari. Uno colpiva la ruota, l'atro, esploso qualche secondo dopo, raggiungeva Dino al petto uccidendolo. Tre anni dopo arriva la sentenza: Michele Paone viene assolto: "Il fatto non costituisce reato", legittimo l'uso delle armi. Morti, insieme a tanti altri senza nome, nelle mani dello Stato.
di Gianluca Boccalatte
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2015
Il personale impedimento derivante dallo stato di detenzione del contribuente non configura un caso di "forza maggiore" e non esclude, quindi, la punibilità per il mancato rispetto di obblighi dichiarativi e comunicativi. Questo il principio stabilito nella sentenza 708/01/2014 della Ctp Caltanissetta (presidente e relatore Lupo).
Davanti alla Ctp è stato impugnato un atto di contestazione di sanzioni: al contribuente (ditta individuale) veniva imputata l'omessa presentazione delle dichiarazioni Irpef e Iva (senza imposta dovuta); l'omessa tenuta delle scritture contabili, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali; la tardiva dichiarazione di cessazione attività ai fini Iva.
Nel ricorso il contribuente - dimostrando il proprio stato di detenzione nell'anno in questione (e in quelli precedenti) - ha invocato la causa di non punibilità prevista dall'articolo 6, comma 5, del Dlgs 472/1997, in base al quale "non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore".
Nelle controdeduzioni, l'agenzia delle Entrate si oppone alla tesi del ricorrente, sostenendo che la fattispecie oggetto del contendere non rientri nell'ambito della "forza maggiore". Secondo l'ufficio per forza maggiore si deve intendere una forza naturale (esterna al soggetto) che lo induce a uno specifico atto. Si configura in presenza di un evento che si sottrae alla volontà umana. I giudici nisseni hanno respinto il ricorso, facendo proprie le considerazioni dell'ufficio, negando per il caso di specie l'applicabilità della causa di non punibilità invocata dal contribuente. Secondo la Ctp, si può parlare di forza maggiore (e quindi di non punibilità) solamente in presenza di un evento, causato dalla natura o dall'uomo, che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo. Lo stato di detenzione non può rientrare nella nozione "atteso che gli atti e i comportamenti censurati non devono e non dovevano di necessità avvenire personalmente, ma potevano essere realizzati con le modalità e per il tramite di soggetti terzi quali professionisti abilitati, parenti, conoscenti, etc.".
Per i giudici di primo grado, quindi, il contribuente era sicuramente impossibilitato a esercitare l'attività imprenditoriale, ma avrebbe potuto adempiere ai propri obblighi dichiarativi e comunicativi, quanto meno avvalendosi di un delegato. Dalla materiale possibilità di rispettare gli adempimenti, dunque, discende la punibilità di chi non li ha rispettati.
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