di Kristin Santucci
ilcapoluogo.it, 19 giugno 2019
Aumentano sovraffollamento, casi di autolesionismo e suicidi. E quel Garante che continua a mancare. Carceri al centro dell'attenzione mediatica, ma come si è arrivati a questo punto? Numeri e dettagli dagli Istituti penitenziari. Lo sciopero della fame delle due detenute del carcere di L'Aquila e la conseguente occupazione, da parte degli anarchici, della sala Rivera di Palazzo Fibbioni, torna a riaccendersi la luce sulle carceri, d'Abruzzo in particolar modo. Proprio l'Abruzzo, infatti, come regione, manca all'appello per la figura del Garante dei Detenuti. Tema, questo, più volte affrontato dalla redazione del Capoluogo. Questa volta, a fare il punto, è l'avvocato Salvatore Braghini, presidente dell'associazione Antigone, onlus che si occupa dello stato dei detenuti in Italia e in Europa.
"La protesta delle due detenute per la loro condizione di isolamento nel carcere dell'Aquila, che ricordiamo è un Istituto di massima sicurezza, è un serio allarme sulla condizione dei detenuti in Abruzzo. Registro con soddisfazione che un consigliere regionale dell'Aquila, di fronte ad episodi come questo, ha sollevato il tema della finalità rieducativa della pena. Di certo tale episodio allarma non poco, se analizzato insieme ai dati del 2018".
"Ci segnalano che la piaga del sovraffollamento, dell'autolesionismo e dei suicidi, che il 2018 ha visto aumentare in Italia, con 63 episodi, rispetto al 2017, non risparmia le carceri abruzzesi. Troviamo un indicatore preoccupante del disagio della comunità carceraria nelle aggressioni agli agenti di polizia da parte dei detenuti, come ci racconta la cronaca relativa ai fatti più gravi, con le violenze di inizio anno nel carcere di Teramo e, andando indietro ad un anno fa, con un detenuto nell'ala di alta sicurezza del penitenziario di Sulmona che ha ferito un agente, gettandogli addosso olio bollente. Ricordiamo poi il detenuto che si è suicidato impiccandosi nel carcere San Donato di Pescara nel maggio del 2018".
"Vi sono problematiche comuni a tutti gli istituti, tra cui segnalerei la carenza di personale penitenziario e di area pedagogica, l'insufficienza dei percorsi di formazione, specie professionale, l'insufficienza delle proposte rieducative e le scarse opportunità di lavoro all'esterno del carcere. Sul piano sanitario si evidenzia l'inadeguatezza degli spazi e delle prestazioni sanitarie, in particolare le attese per alcune visite specialistiche e la crescita di detenuti con problemi psichiatrici, alcuni dei quali si trovano in carcere a causa dell'incapienza della R.E.M.S di Barete. Per presentare tali criticità ho chiesto di essere ascoltato, come negli anni precedenti, dalla V Commissione del Consiglio regionale (Sanità - Sicurezza sociale e del lavoro - Istruzione)".
"Funziona abbastanza bene la sorveglianza dinamica 24 su 24, in alcuni casi durante le attività trattamentali i detenuti non sono sorvegliati e le celle aperte 9 ore al giorno, ciò che allenta molto le tensioni. In alcune realtà come Pescara ed Avezzano, grazie al lavoro del personale e alla risposta del territorio, gli istituti realizzano diverse attività sociali, formative, culturali e professionali.
Ha cominciato a funzionare a pieno ritmo la sartoria presso la Casa Lavoro di Vasto offrendo una risposta importante all'esigenza di lavoro per gli internati della struttura. A Teramo è stata allestita una moderna sezione a custodia attenuata con trattamento avanzato, destinato alle madri con bambini sotto i 3 anni.
A Sulmona si porta avanti un progetto regionale di custodi della biodiversità e le lavorazioni interne sono molto sviluppate. A Lanciano il carcere ospita una produzione di semilavorati per l'industria dolciaria, dove lavorano fianco a fianco detenuti e liberi. Mentre il carcere di Chieti collabora con la Provincia, ad Avezzano è operativa un'intesa con il Comune per impegnare i detenuti in lavori socialmente utili".
"L'intervento del consigliere regionale Di Benedetto si concludeva con un appello a risolvere al più presto il nodo del Garante regionale dei detenuti. Sono ben 9 anni che è stata approvata la legge che ha istituito tale figura di garanzia. Di recente si è chiuso il bando per presentare le candidature, speriamo che sia la volta buona, me lo auguro in particolare per i detenuti nelle carceri d'Abruzzo e per quanti, reclusi o internati, si sentono senza punti di riferimento e disperati".
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 19 giugno 2019
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 19 giugno 2019 n. 26888. In caso di incidente con feriti, il passeggero non ha l'obbligo di imporre al conducente di un veicolo a motore di fermarsi e prestare l'assistenza occorrente: tuttavia, se dalle indagini emerge che egli ha incitato il guidatore a fuggire o omettere soccorso risponderanno tutti e due, a titolo di concorso, dei reati previsti dai commi 6 (omissione dell'obbligo di fermarsi) e 7 dell'articolo 189 (omissione di soccorso) del Codice della Strada. È quanto ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 26888, depositata ieri.
A rivolgersi alla Corte era stato il passeggero di un'autovettura che era stato condannato, in concorso con il conducente, per i menzionati reati stradali, a una sanzione penale e alla sospensione della patente per 5 anni. L'auto su cui viaggiavano i due imputati, in ora notturna, aveva investito un pedone, che aveva riportato lesioni gravissime. Il conducente e il passeggero si erano allontanati dal luogo dell'incidente senza fermarsi e fornire indicazioni sulla propria identità: successivamente, avevano parcheggiato l'auto, eliminato il parabrezza frantumatosi per l'urto con il corpo della vittima ed erano tornati a casa.
La Cassazione ha assolto il passeggero dopo un'attenta analisi della figura del trasportato, resasi necessaria per l'assenza di definizioni tassative all'interno del titolo 5 del Codice della Strada, che contiene le norme di comportamento. Secondo la Corte, l'articolo 189 distingue quattro figure: l'utente della strada, il conducente, le persone coinvolte in un incidente e le persone danneggiate. La categoria delle persone coinvolte nell'incidente, in particolare, è più ampia di quella degli utenti, cioè coloro che attivamente utilizzano la strada, a mezzo di un'attività come condurre o camminare e in questa rientra il passeggero, che è passivamente traportato dal conducente.
Il Codice della Strada, all'articolo 189 comma 2, estende anche a questa figura delle regole di condotta, ovvero attivarsi per salvaguardare la sicurezza della circolazione e adoperarsi perché non vengano modificati i luoghi e disperse le tracce dell'incidente. Tuttavia, detta norma non parifica la posizione degli utenti della strada a quella delle persone coinvolte nell'incidente, perché solo ai primi vengono imposti gli obblighi di fermarsi in caso di incidente e prestare soccorso, la cui inosservanza comporta le responsabilità penali previste dai commi 6 e 7 della stessa norma, mentre ai secondi, che rivestono un ruolo non attivo - esclusa quindi la conduzione di un veicolo o comunque l'utilizzazione diretta della strada, come può fare un pedone - impone solo oneri solidaristici privi di sanzione penale. Tuttavia, nel caso in cui il passeggero abbia agevolato in qualunque modo - dunque anche in termini di mera istigazione verbale - la fuga o l'omissione di soccorso commessa dal conducente, egli ne risponderà secondo le regole generali del concorso di persone di reato: istigazione la cui prova, nel caso in esame, non è stata però raggiunta
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2019
La situazione dei 2.400 detenuti, 800 in più della capienza prevista, è ormai al limite. Dopo la protesta di domenica il Garante regionale Ciambriello ne chiede il commissariamento e l'Unione delle Camere Penali ha dichiarato lo stato di agitazione.
Non si placano le polemiche dopo la rivolta dei detenuti reclusi in una delle sezioni più affollate di Poggioreale. La miccia che ha fatto scoppiare la ribellione - ricordiamo - è stato il mancato trasferimento in ospedale di un detenuto affetto da febbre alta. Il garante regionale dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello chiede ufficialmente il commissariamento.
"La situazione è gravissima se mettiamo insieme sovraffollamento, problemi igienico- sanitari e il gran caldo di questi giorni - denuncia il Garante. Io qui voglio denunciare pubblicamente che per ristrutturare quattro padiglioni ci sono 12 milioni già stanziati". Ciambriello quindi conclude con una richiesta: "Hanno iniziato i sopralluoghi ma rischiamo di ristrutturare 4 padiglioni tra due anni: chiedo ufficialmente un commissariamento".
In effetti, a Poggioreale ci sono oltre 2400 persone, 800 in più della capienza prevista con tutti i 10 padiglioni attivi, ma oggi due non sono agibili e uno lo è a metà. Così i detenuti sono costretti a vivere in maniera insostenibile e non mancano, infatti, celle con dai sei agli otto reclusi che non possono avere - di fatto - nemmeno uno spazio di socialità. Non a caso, l'attivista napoletano Pietro Ioia, sempre in prima fila per denunciare il mancato rispetto dei diritti dei detenuti, definisce il carcere di Poggioreale un "mostro di cemento".
È intervenuto anche il capo del Dap Francesco Basentini, che ha rivisitato il carcere di Poggioreale. Con lui erano presenti la direttrice dell'Istituto, Maria Luisa Palma, il provveditore regionale Giuseppe Martone e il garante per i detenuti in Campania, Samuele Ciambriello. Basentini è entrato in molte celle del padiglione Salerno, parte interessata della rivolta, ripristinata dal comandante Gaetano Diglio e dal provveditore regionale Giuseppe Martone. "Dottore in questo carcere noi abbiamo bisogno di non essere più trattati come belve in gabbia", queste sono le parole di un detenuto riportate dal quotidiano Il Mattino, rivolte al capo del Dap.
L'amministrazione penitenziaria, attraverso la visione delle critiche condizioni in cui riversano i detenuti, ha dichiarato di intervenire rapidamente. "Dal sopralluogo e dagli incontri - si legge nel comunicato - è emerso che la protesta provocata dal presunto ritardo nelle cure a un detenuto ritenuto in gravi condizioni di salute, hanno in realtà solo fatto precipitare una situazione determinata dallo stato di gravi condizioni di fatiscenza del padiglione. Condizioni di deterioramento strutturale innegabili, per affrontare le quali è stato disposto un programma di lavori, da interventi immediati per rendere vivibile il reparto".
All'indomani di questo ultimo evento, si è mossa anche l'Unione delle camere penali italiane proclamando lo stato di agitazione. "La dura protesta esplosa nel carcere di Napoli- Poggioreale per ottenere il ricovero ospedaliero di un detenuto in gravi condizioni di salute - si legge nella delibera dell'Ucpi - è l'ennesima rivolta nelle carceri italiane dove sovraffollamento, caldo, mancanza di acqua, condizioni igieniche drammatiche, assenza di attività trattamentali, ricoveri urgenti non eseguiti rendono la detenzione un inferno fuori legge: 148 le morti in carcere nel 2018, 57 ad oggi nel 2019. Un morto ogni 3 giorni. Una strage di Stato a cui non si vuole porre rimedio".
L'Unione delle camere penali italiane nel denunciare le condizioni di ingravescente illegalità nelle carceri di tutto il Paese, alle quali "corrisponde la totale indifferenza del governo, che anzi ha scelto di determinarne il collasso grazie alla adozione di politiche securitarie e carcero- centriche", proclama lo stato di agitazione dei propri iscritti e riserva ogni altra e più dura iniziativa di protesta.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 19 giugno 2019
Gli avvocati protestano contro la Corte d'Appello di Venezia. La Corte d'Appello di Venezia "rigetta sistematicamente i ricorsi" presentati contro le sentenze di primo grado da parte dei richiedenti asilo. La denuncia arriva alla Camera avvocati immigrazionisti del Triveneto, i quali hanno intrapreso l'iniziativa comune di chiedere "verbalizzare la loro contrarietà a quella che sembra essere una regola per la corte veneziana".
In pratica - denunciano gli avvocati che si occupano di diritto dell'immigrazione - i giudici di appello hanno una percentuale di accoglimento dei ricorsi presentati dai migranti tendente allo zero, con conseguente "rigetto sistematico dei ricorsi; rifiuto del rinnovo di istruttoria, nonché la revoca dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, già disposta dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati, che solo in questa sede - ed in questa materia - consegue ineluttabilmente al mancato accoglimento della domanda". In pratica, una doppia discriminazione per i richiedenti asilo: nessuna chance di veder accolto il ricorso, ma anche condanna al pagamento delle spese processuali e revoca del patrocinio a spese dello Stato.
"Questa iniziativa si pone nel solco di un'attività di contrasto a prassi del Foro lagunare non sempre tutelanti i diritti degli stranieri, a cominciare dal c. d. "Protocollo della Sezione Specializzata di Venezia", adottato nel marzo del 2018 e tutt'ora utilizzato, senza alcun preventivo coinvolgimento degli avvocati immigrazionisti e degli Ordini distrettuali", scrivono gli avvocati del Cait. Il riferimento è ad un protocollo - molto discusso all'epoca della sottoscrizione tra l'Ordine di Venezia e il presidente del Tribunale e nei fatti in pratica non applicato - che contiene due previsioni molto contrastate: che "l'audizione del ricorrente verrà condotta esclusivamente dal giudice o dal Got delegato, senza l'intervento del difensore" e l'obbligo per i difensori di comunicare al giudice se "siano a conoscenza di malattie infettive del ricorrente".
Il tema delle richieste d'asilo continua ad essere di primaria importanza per le Corti d'Appello italiane, nonostante la creazione di sezioni specializzate e, soprattutto, nonostante il decreto Minniti- Orlando nel 2017 abbia di fatto abolito il secondo grado di giudizio per le decisioni del tribunale in materia migratoria. Quelle che attualmente la Corte di Venezia sta affrontando, dunque, sono le impugnazioni precedenti all'entrata in vigore della norma.
Ad oggi, le corti italiane sono alle prese con un arretrato significativo, che a Venezia - secondo quanto spiegato in gennaio dalla presidente della Corte, Ines Marini - tocca quota "1900 ricorsi, presentati prima dell'abolizione dell'appello". Nel 2018, invece, i fascicoli pendenti in primo grado erano 4mila, con 7mila richieste di gratuito patrocinio.
Oggi, dunque - stando a quanto denunciato dagli avvocati che patrocinano proprio questi ricorsi in Corte d'Appello i giudici di secondo grado avrebbero deciso, nei fatti, di rigettare tutti i ricorsi. Che si tratti di un giudizio ponderato e confermativo del primo grado, oppure una scelta per macinare più velocemente l'arretrato, impossibile dirlo.
Resta, tuttavia, l'indignazione degli avvocati che annunciano come l'iniziativa di mettere a verbale la propria contrarietà alla decisione della Corte "verrà mantenuta per tutte le prossime udienze e si affianca all'attività di coinvolgimento degli Ordini già intrapresa da Cait sul piano istituzionale; ad oggi, inoltre, non sono escluse ulteriori forme di protesta".
di Leonardo Rinella*
Gazzetta del Mezzogiorno, 19 giugno 2019
Il terremoto che in questi giorni ha interessato la magistratura associata e l'organo di autogoverno dei giudici può destare meraviglia solo in chi è completamente estraneo al mondo giudiziario o in chi è dolosamente ipocrita, perché il pesante intervento delle correnti associative nelle nomine ai posti direttivi, in barba ad ogni criterio di meritocrazia, risale fin dai tempi dell'entrata in funzione del Consiglio superiore della magistratura, perché ricordo i colleghi più anziani che rimpiangevano i tempi in cui era il ministro della giustizia che operava le scelte.
Del resto Bari è passata alla storia quando tutti i magistrati di quella Procura, uniti come non mai, si sollevarono in una clamorosa protesta contro una nomina che aveva portato ai vertici della Procura generale un magistrato che non aveva mai ricoperto incarichi inquirenti e che aveva il solo merito di essere amico di un potente componente il Csm, mentre era aspirante a tale posto un valoroso magistrato del livello del dott. Lerario, che aveva fino a quel momento retto con capacità ed equilibrio la Procura di Bari. All'epoca l'ingiustizia fu sanata grazie a una sentenza del Tar Lazio che stracciò letteralmente la delibera del Csm.
Ho voluto ricordare questo caso perché fu clamoroso e ne fui testimone diretto, ma l'intervento correntizio avveniva (ed avviene) per qualsiasi avvenimento che interessi la vita giudiziaria. Ricordo che un anno bisognava nominare tre magistrati coordinatori del tirocinio degli uditori giudiziari. Un incarico privo di qualsiasi potere ma strettamente tecnico in quanto il magistrato coordinatore deve solo seguire il tirocinio del magistrato nei vari momenti ed aspetti, ma pur sempre utile alle correnti, perché il coordinatore poteva anche influenzare l'iscrizione del giovane collega a questa o a quella corrente.
Bene. Io, non iscritto all'associazione feci la domanda, ma, pur essendo il più anziano, non fui nominato ma furono scelti tre colleghi più giovani: uno di magistratura democratica, uno di magistratura indipendente ed uno di unità per le costituzioni, le tre correnti all'epoca esistenti. Ed allora togliamoci la maschera di ipocrisia e guardiamoci negli occhi.
Sono cambiati i vertici dell'associazione e si sono dimessi i quattro componenti del Consiglio Superiore della Magistratura implicati nei fatti. Ma siamo sicuri che questo comporterà la cessazione di un sistema che vede le correnti ancora condizionare pesantemente tutta l'organizzazione giudiziaria?
*Procuratore Generale onorario della Cassazione
Il Centro, 19 giugno 2019
Di Benedetto (Lista Legnini): "Subito la nomina". Smargiassi (M5S): "In 5 anni voi non lo avete fatto". "L'Abruzzo è forse l'unica regione a non avere il garante per i detenuti. Auspico che la nomina venga discussa il prima possibile in Consiglio regionale". Così Americo Di Benedetto, consigliere regionale del gruppo Legnini Presidente, su una questione che per anni è stata al vaglio del consiglio abruzzese nella passata legislatura. Anche per motivi legati alla esigenza di una maggioranza qualificata, ma anche per problemi in seno alla maggioranza, il centrosinistra non è riuscita ad effettuare la nomina. Il consigliere di centrosinistra che è all'opposizione, nella nota sottolinea che "nel carcere dell'Aquila due detenute del reparto di massima sicurezza sono in sciopero della fame dal 29 maggio. Protestano per l'isolamento a cui sono costrette e denunciano una struttura chiusa e dura.
La garanzia della certezza della pena non può escludere la tutela dei diritti basilari delle persone, men che meno privarle di un senso di umanità", si legge ancora nella nota. "Ma l'Abruzzo", continua Di Benedetto, "ha diversi istituti penitenziari e tutti con tante problematiche. Alla luce di queste considerazioni si rileva ancor più l'urgenza della nomina del Garante regionale dei detenuti".
Ma arriva la replica del M5S che dice: "Ha il sapore della beffa leggere le parole del consigliere Di Benedetto, che chiede a gran voce la nomina di un Garante dei detenuti dopo che per 5 anni il suo centrosinistra non è stato in grado di intavolare un dialogo costruttivo per individuare una figura abruzzese, senza dover andare a pescare fuori dalla Regione".
Ad affermarlo è il consigliere regionale Pietro Smargiassi. "Ricordo perfettamente", spiega, "come la scorsa giunta abbia rinviato per decine di sedute il problema, disinteressandosene completamente. Non posso soprassedere sull'ottuso atteggiamento di chi per 54 mesi di governo si è ostinato a presentare sempre un solo nome, per ragioni probabilmente diverse da quella della competenza che mai nessuno si è permesso di contestare.
Rita Bernardini è senza dubbio una persona preparata e voce di rilievo sulla tematica delle carceri, ma non può essere considerato l'unico profilo spendibile. Le condanne da lei riportate, seppur relative ad atti di disobbedienza civile, rappresentano un fattore sul quale non si può soprassedere. Per questo il M5S provò, invano, a presentare alla Giunta e al presidente una rosa di nomi di spicco. L'augurio", conclude il 5 Stelle, "è che, contrariamente a quanto successo col centro sinistra, il governo regionale voglia aprire un dialogo diverso per arrivare alla nomina di una personalità abruzzese, di comprovata esperienza e sensibilità sul tema".
di Veronica Altimari
romatoday.it, 19 giugno 2019
Al via l'Orto solidale, iniziativa promossa dal Centro oratori di Roma e Medicina solidale: centro estivo per i bambini che vivono nelle occupazioni. Parola d'ordine: solidarietà. Ma anche accoglienza, socialità, incontro. Questo quanto accade nella struttura di Isola Solidale a partire da oggi, martedì 18 giugno, in via Ardeatina.
Un'opportunità di crescita, formazione e attività estiva a beneficio di oltre 50 bambini provenienti per lo più dall'occupazione Spin Time Labs di via Santa Croce in Gerusalemme, balzata agli onori della cronaca per la riaccensione della corrente elettrica da parte dell'elemosiniere del Papa, Konrad Krajewski, lo scorso 12 maggio.
I piccoli che in questi giorni prenderanno parte al campo estivo "Bambini al centro è promosso dall'associazione Medicina Solidale e dal Centro oratori romani con il sostegno di McDonald's e Comunità e Servizi srl. Un momento di incontro e formazione che non va a beneficio solo dei bambini,. L'Isola solidale infatti da oltre 50 anni a Roma accoglie i detenuti (grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000) che hanno commesso reati per i quali sono stati condannati e che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
"Sono loro a curare l'orto, a preparare la merenda e a seguire i bambini nelle loro attività - spiega Alessandro Pinna, presidente di Isola solidale - quindi questo progetto a un duplice aspetto. Da un lato i più piccoli imparano il rispetto della natura, dall'altro a chi è in situazione di fine pena un'opportunità di incontro con la società esterna".
irpiniaoggi.it, 19 giugno 2019
Il Garante campano delle persone private della liberà personale, Samuele Ciambriello, ha scritto agli organi di informazione per denunciare la situazione che si registra nel carcere di Avellino, a Bellizzi Irpino, dove i detenuti rifiutano di rientrare in cella, dopo il periodo di aria, per la carenza di acqua e l'impossibilità a rinfrescarsi e lavarsi.
Lo stato di tensione, che potrebbe degenerare in una forma di protesta più intensa e preoccupante per le guardie carcerarie, viene così descritta: "Nelle carceri si sta consumando un'altra emergenza, non meno preoccupante, la carenza idrica, che in questi giorni di caldo rovente sta gettando nel caos diversi istituti penitenziari, limitando la fornitura d'acqua nelle ore notturne. È una scelta inadeguata e improduttiva".
Lo stesso Ciambriello fa sapere: "La società Alto Calore che gestisce il servizio idrico, deve rafforzare la fornitura per i 582 detenuti presenti. In questo carcere dal 2012 c'è un nuovo reparto, che conta quindi 150 detenuti in più, ma il sistema non funziona a regime. Non è stata adeguata la rete idrica e arriva un quantitativo di acqua inferiore alle necessità. Già nel 2015 ci fu una rivolta dei detenuti per questa emergenza", avverte con preoccupazione Samuele Ciambriello.
di Dario Stefano Dell'aquila
napolimonitor.it, 19 giugno 2019
Il 12 luglio del 1968, mentre il sole rende incandescenti l'aria e il cemento, durante l'ora d'aria, circa seicento detenuti del carcere di Poggioreale (che ospita complessivamente 1870 detenuti maschi e 160 donne) immobilizzarono gli agenti di custodia. In breve, riescono ad aprire le celle dei padiglioni e a prendere possesso di parte degli edifici. Una volta aperte le celle, si legge nelle cronache dell'epoca, "vetri infranti, infissi divelti, mattoni asportati, mobilio distrutto. La sala di rappresentanza è ridotta ad un ammasso di rottami, i muri sono anneriti dal fumo per gli incendi appiccati dai rivoltosi, le celle inabitabili per mancanza di panche, brande e pagliericci; i padiglioni sono privi dei cancelli di ferro, abbattuti per ricavarne rudimentali armi".
Colpi di mitra feriscono gravemente alle spalle due detenuti, tre agenti di custodia riportano ferite che richiedono le cure dell'infermeria. I detenuti si asserragliano nei padiglioni Salerno e Livorno. Fuori il carcere si radunano preoccupati i familiari, dall'alto dei tetti fazzoletti che sventolano e grida di protesta. Accorrono i magistrati e i rinforzi circa cinquecento agenti di polizia penitenziaria; da Roma di urgenza arriva il rappresentante della Direzione generale degli istituti di prevenzione e di pena del Ministero di grazia e giustizia. Si apre una trattativa, lunga e non semplice, che si conclude il giorno successivo e che porta al rientro di una protesta che poteva avere un bilancio molto più grave.
Il motivo primo della rivolta è la grave mancanza di acqua, erogata solo per qualche ora al mattino. Da settimane era in atto una protesta pacifica (con battitura delle celle). La direzione aveva promesso che si sarebbe trovata presto una soluzione. Invece, è arrivato il caldo, in reparti che ospitano anche sedici detenuti per cella, così l'ultimo episodio non è che l'innesco di una miccia accesa da tempo. Durante le trattative, le delegazioni dei detenuti chiedono un miglioramento della vita detentiva e sollecitano la riforma dell'ordinamento penitenziario, considerato che ancora si applica in quegli anni il regolamento approvato nel 1931 durante il fascismo. Nei giorni successivi, mentre il prefetto interviene con i tecnici dell'acquedotto napoletano, prima ancora che il problema dell'acqua venga risolto, ottocento detenuti vengono trasferiti di urgenza, mentre i rappresentanti degli agenti di custodia lamentano di essere sotto-organico (ce ne sono circa quattrocentocinquanta a Poggioreale).
16 giugno 2019, sono trascorsi cinquantun anni. Nel padiglione Salerno, scoppia una protesta accesa che non assume i contorni di una rivolta, ma ci somiglia un po'. Il sole è ancora lì a rendere incandescenti le celle, i cortili e il cemento, ancora si sta in quattordici per cella. Nel mese di gennaio nel carcere sono presenti 2.296 persone (tutti maschi, non c'è più la sezione femminile) rispetto alla capienza di 1.638 posti. La protesta nasce da un episodio, la richiesta di ricovero per un detenuto con febbre alta, ma anche qui le ragioni del malessere derivano da un più generale di sofferenza.
Nella sua visita ispettiva di marzo scorso, il Garante nazionale per le persone prive della libertà, Mauro Palma, aveva dichiarato di "apprezzare lo sforzo di migliorare le condizioni materiali dei reparti, tuttavia a fianco a quelli ristrutturati, alcuni sono invece appena accettabili e altri del tutto inaccettabili" e inoltre di aver riscontrato "gravi criticità e una certa difficoltà da parte dell'area sanitaria a raggiungere tutte le persone e a rispondere ai bisogni di una popolazione che spesso viene dalle fasce più marginali e quindi già deprivate anche sotto il profilo della salute".
A ciò "si aggiungono le condizioni materiali che coinvolgono anche le strutture sanitarie: il Servizio di assistenza intensificata (Sai) posto nel padiglione San Paolo ha bisogno di interventi di adeguamento, così come l'ambulatorio di primo soccorso. Il degrado dell'ambiente non deve spingere ad abbassare l'attenzione nei confronti dei pazienti". Ed anche il Garante regionale, Samuele Ciambriello, aveva più volte richiamato l'attenzione sui rischi del sovraffollamento e su ciò che comportava in termini di aggravamento delle condizioni detentive.
Sarebbe sbagliato pensare o dire che in questi cinquanta anni nulla è cambiato, anzi. È anche (soprattutto) grazie alle proteste e alle lotte cominciate nel 1968 che si è avuta una riforma dell'ordinamento penitenziario, che sono state introdotte le misure alternative, che sono nate istituzioni di garanzia, come appunto quelle dei Garanti nazionale e regionale, che si è cercato in più modi e forme di dare sostanza al principio costituzionale per il quale la pena non può essere contraria al senso di umanità. Eppure, nonostante tutte le conquiste ottenute, i due passi avanti ogni passo indietro, Poggioreale ci ricorda che a separare queste due rivolte sono cinquantun anni che valgono poco più di un giorno. Perché tanto poco vale questo tempo che è passato senza che fossimo in grado di cambiare veramente lo stato delle cose e avere il coraggio di ammettere che ci sono luoghi che non vanno riformati. Più semplicemente, vanno chiusi.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 19 giugno 2019
I dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria parlano da soli: 2.296 detenuti a fronte di una capienza di 1.638, ovvero un tasso di sovraffollamento del 140 per cento. Basta questo per fare del carcere napoletano di Poggioreale una bomba a orologeria pronta a esplodere in qualsiasi momento.
Le cronache degli ultimi giorni parlano di una violenta rivolta scoppiata domenica nel padiglione Salerno a causa delle condizioni di salute preoccupanti di un detenuto. Ma è facile vedere dietro la protesta- e lo ha ammesso lo stesso capo del Dap Francesco Basentini, che lunedì ha visitato il carcere - l'insofferenza per le condizioni di vita nel penitenziario partenopeo, il più sovraffollato d'Italia.
"Quello del sovraffollamento è un problema che accomuna molte carceri - afferma Ciro Auricchio, segretario regionale dell'Unione sindacale della Polizia penitenziaria della Campania-. Poggioreale però è un caso limite, con 800 detenuti in più rispetto alla capienza".
A questo va a sommarsi "la carenza di agenti: in tutta la Regione ne mancano 600, a Poggioreale 200". "Quanto accaduto - sostiene Vincenzo Palmieri, segretario regionale campano dell'Osapp - è stato il culmine di problemi che esistono da tempo. Si pone anche un problema di sicurezza per gli agenti di Polizia penitenziaria".
Il rischio di "una nuova pro - testa è dietro l'angolo", denuncia Pietro Ioia, presidente dell'Associazione degli ex detenuti. Non è la prima volta che si verificano disordini fuori e dentro le mura dell'istituto. Nel febbraio scorso, i parenti di un detenuto - deceduto all'interno del carcere per le complicazioni di un'influenza - e gli altri detenuti portarono avanti per diversi giorni una clamorosa protesta contro le condizioni disumane in cui scontano la loro pena.
Domenica, invece - e qui il condizionale è d'obbligo, vista la riservatezza che circonda gli ambienti carcerari - l'intero padiglione in cui è andata in scena la rivolta dei detenuti sarebbe stato letteralmente devastato. Il caldo torrido degli ultimi giorni certamente complica tutto. Infatti, proprio nei giorni precedenti alla rivolta, il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, raccogliendo le denunce provenienti dalle carceri della regione aveva denunciato la carenza di acqua corrente e altri disservizi: uno scenario che si ripresenta puntuale ogni anno.
La legge introdotta nel 2010 sull'esecuzione domiciliare delle pene - che ha consentito di scontare presso la propria abitazione o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza, la pena detentiva non superiore a 18 mesi - non ha prodotto significativi miglioramenti a Poggioreale e nelle altre carceri sovraffollate. Celle affollate, mancanza di attività, alto numero di suicidi e casi di malasanità in carcere fanno di Poggioreale un caso emblematico di tutti i limiti del sistema carcerario italiano.
"Già c'è il problema del sovraffollamento - spiega il Garante dei detenuti della Campania. A questo si deve aggiungere il fatto che due padiglioni e mezzo sono inagibili. I detenuti sono dunque costretti a vivere come bestie. Sono stati stanziati dal ministero delle Infrastrutture 12 milioni di euro già trasferiti al provveditorato regionale alle Opere pubbliche.
La soprintendenza ha fatto un sopralluogo, ma i lavori rischiano di iniziare tra due anni. Non possiamo continuare a comprimere più di 2.400 persone. Propongo di nominare un commissario ad acta con l'obiettivo di coniugare efficacia ed efficienza".
Per Ciambriello c'è un'unica soluzione al problema: "Emettere pene alternative al carcere. Solo 892 detenuti di Poggioreale sono condannati in via definitiva. Potremmo limitare la custodia cautelare solo ai reati gravi". Intanto il Dap ha comunicato l'avvio di interventi immediati nel padiglione interessato dalla protesta di domenica. Ma la tensione a Poggioreale resta altissima.
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