di Tiziana Barilla e Giacomo Zandonin
Left, 25 aprile 2015
La Provincia di Bolzano realizza il primo penitenziario in partnership con un privato: 220 posti per 87 detenuti, vetrate per il sole, ampi spazi di socialità e uno stadio. Il Garante per i diritti dei detenuti: "La struttura è sovra-dimensionata rispetto alle esigenze del territorio". E c'è già chi denuncia "l'affare". Le esperienze internazionali sono devastanti: negli Usa si è creato un business per cui il numero dei detenuti non può diminuire per questioni di profitto.
Se ne parla poco o niente del nuovo carcere di Bolzano. Eppure sarà la prima casa circondariale d'Italia realizzata con il sistema del partenariato pubblico-privato (Ppp): il pubblico detta linee guida e obiettivi, il privato esegue.
Una novità, tra le Dolomiti, per altre due ragioni: la prima, è che il soggetto pubblico in questione è la Provincia autonoma (per conto dello Stato). La seconda, è che oltre alla costruzione della struttura, il privato si occuperà di gestire anche diversi servizi. Ovviamente non quelli di sicurezza, in capo al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e sanitari, affidati all'Asl.
Un esperimento importante, con l'ambizione - come scrive l'avvocato Massimo Ricchi, consulente della Provincia di Bolzano - di diventare un "modello giuridico, tecnico ed economico finanziario ripetibile". Il nuovo carcere sorgerà nella periferia della città, accanto all'aeroporto. Per la sua realizzazione la Provincia ha già espropriato quasi 42.000 metri quadri di frutteti, sborsando 15,8 milioni di euro.
Avrà più piani, per una cubatura di circa 85.000 metri cubi, una palestra, un capannone lavorazioni, un teatro e un campo da calcio a 7 con dimensioni regolamentari. Una struttura innovativa, assicurano i partner del progetto, un'opportunità. Un pò perché il vecchio carcere "è una vergogna", un pò perché da queste parti nessuno mette in dubbio che "la Provincia autonoma sia molto più affidabile dello Stato". Eppure i dubbi non mancano, soprattutto sull'ampliamento delle responsabilità del privato. Per capirne di più, Left è andata in Alto Adige. Ma al nostro arrivo, l'impressione è stata di cogliere tutti di sorpresa. Tra i "non ne so nulla" e non poca diffidenza, valicare le mura di un carcere rimane difficilissimo, anche quando non è ancora stato costruito.
Galera a 5 stelle? "Questo progetto diventerà il fiore all'occhiello della nostra Provincia", dice soddisfatto il presidente Arno Kompatscher. Che, per rendere l'idea, scomoda persino l'autore di Dei delitti e delle pene: "Alla fine la struttura dovrà raggiungere l'obiettivo posto da Cesare Beccaria: la funzione educativa della pena". Kompatscher, 44 anni e piglio deciso, esponente del Sùdtiroler Volkspartei, eredita la guida della Provincia autonoma da Luis Durnwalder, che da queste parti chiamano il Kònig (il re).
Durnwalder, 25 anni di governo ininterrotto, nel 2014 lascia il suo impero con l'ultima scommessa: il nuovo carcere di Bolzano. L'affare passa a Kompatscher, che non ne va meno fiero: "Oltre alla costruzione della struttura, la procedura di appalto prevede l'impegno dell'assegnatario a migliorare il progetto, trovando soluzioni moderne, per un penitenziario degno di questo nome", spiega. Due mesi dopo la comunicazione del vincitore dell'appalto - la cordata guidata da Condotte spa, storica società capitolina delle costruzioni civili - il presidente non entra nei dettagli di quella che ritiene "un'impostazione della gestione molto innovativa a livello internazionale".
E non lo fanno nemmeno i costruttori romani, perché "il progetto è soggetto a particolari condizioni di segretezza", spiegano a Left. Chi, nonostante la segretezza, sembra saperne di più, è Alessandro Pedrotti, direttore di Odós, progetto per ex carcerati della Caritas provinciale, in gran parte finanziato dalla Provincia. "Non abbiamo un ruolo diretto - precisa - ma ci siamo affiancati alla Provincia e al Dap perché siamo convinti che il carcere nuovo, essendoci delle risorse, dovesse avere determinate caratteristiche".
Pedrotti ci mostra un plico: "Dentro le mura, fuori dal carcere", 60 pagine di pubblicazione che illustrano una ricerca finanziata proprio dalla Provincia con fondi europei. "Abbiamo studiato alcune best practices anche con visite di studio organizzate dalla Provincia, in particolare in Austria", racconta. Le buone pratiche segnalate dalla ricerca riguardano strutture francesi, norvegesi e austriache.
Un esempio? Il carcere di Leoben, in Austria, dove la sala della biblioteca è circondata da ampie vetrate per permettere l'ingresso della luce. "Bisogna riconoscere la luce a una persona detenuta?", si chiede Pedrotti. "Io vi dico cosa succede quando una persona sta diversi mesi o anni in un carcere: quando esce rischia di finire sotto una macchina, perché non ha più un orizzonte di luce, ma il suo orizzonte è a tre metri. Queste vetrate non costano più del cemento armato".
Lo studio è articolato, parla di umanizzazione, spazi di socialità e interazione con l'esterno. Ma i costruttori ne terranno conto? "Immagino di sì", spera Pedrotti. E Condotte precisa che "ha al suo interno anche le competenze necessarie" e che "ai fini del reinserimento sociale dei detenuti, saranno coinvolti quanto più possibile i detenuti stessi, attraverso le cooperative sociali, soprattutto quelle presenti sul territorio".
I dubbi. "Quando mai si è potuto interloquire con l'amministrazione penitenziaria sul tema della costruzione di un carcere?", si chiede il responsabile della Caritas. "Il fatto che si sia aperto uno spiraglio è positivo". Quello spiraglio, però, qualcuno non lo intravede, come Franco Corleone, coordinatore nazionale dei Garanti per i diritti dei detenuti. Corleone fa parlare i numeri: a marzo 2015 a Bolzano ci sono 87 detenuti su 91 posti, e il nuovo carcere prevede 220 posti. "È un dato enorme", commenta il Garante.
"A Bolzano ne basterebbe uno molto più piccolo. E poi l'altro carcere regionale, quello di Trento, su 418 posti ne occupa appena 211, non si capisce perché tenere mezzo vuoto Trento. La distanza è poca, i detenuti sono per la maggior parte stranieri e hanno pochi legami sul territorio". La nuova struttura, insomma, per Corleone è sovradimensionata rispetto alle esigenze del territorio. Nessun problema di sovrappopolamento, quindi. E le condizioni umanitarie? Chi sostiene il nuovo progetto alto-atesino parla dell'attuale istituto come di una struttura indecente. Una visione che Florian Kronbichler, deputato di Sei e visitatore regolare del vecchio carcere, condivide solo in parte: "Che sia fatiscente è in parte voluto", accusa il deputato che denuncia l'assenza prolungata di manutenzione.
"La verità è che l'attuale carcere di Bolzano si trova in una zona residenziale, la migliore della città, la più cara", taglia corto. E dunque, tanto di guadagnato per la Provincia, che con l'intesa istituzionale del 19 marzo 2010, ha acquisito dallo Stato il vecchio carcere, che essendo situato in pieno centro si presta a ottimi investimenti, e costruendo invece il nuovo edificio penitenziario in periferia.
Chi è il privato? Ad aggiudicarsi il bando, con un ribasso di quasi 10 milioni di euro che ha staccato gli altri cinque concorrenti, è Condotte spa. Nata nel 1880, la società romana è fortemente legata alla storia d'Italia, tanto che nel 2000 lo Stato ne celebra i 120 anni con un francobollo ad hoc. Nel 1970 Michele Sindona la rileva dalla Santa Sede, per poi rivenderla all'Iri, da cui diventa indipendente nel 1997, dopo la privatizzazione dell'istituto. All'attivo ha acquedotti e ponti sospesi in mezzo mondo, il tunnel del Monte Bianco, buona parte della metropolitana milanese, il Tav in Toscana.
Tra una grande opera e l'altra, i costruttori romani si imbattono un paio di volte in imbarazzanti vicende giudiziarie: nel 2012 tre dirigenti locali di Condotte vengono arrestati durante l'operazione "Bellu lavuru", sui lavori di ammodernamento della statale 106 Jonica. Condotte aveva subappaltato a due società, considerate dalla Procura distrettuale antimafia "creature" della potente cosca di Africo Nuovo (quella di Giuseppe Morabito, il Tiradritto), ma i vertici della società sono ritenuti estranei ai fatti dall'allora procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, perché "non coinvolti direttamente".
Poi, nel 2014, quando salta fuori lo scandalo sul Mose di Venezia, Condotte è tra le aziende del raggruppamento "Consorzio Venezia Nuova" che stava realizzando l'opera, tanto che un suo dirigente patteggia due anni, pena poi sospesa, e una multa di 700.000 euro. A Bolzano l'impresa romana si è presentata con Inso, una sua controllata, già leader nell'edilizia ospedaliera e abituata al partenariato pubblico-privato.
La cordata si è avvalsa della collaborazione di diversi studi di progettazione, fra cui i locali Pasquali Rausa Engineering, Bwb Ingenierbùro e Jesacher Geologieboro. La commissione tecnica composta da Dap, Provincia e consulenti economico-finanziari - e guidata dal funzionario e già segretario generale della Provincia Hermann Berger - ha impiegato più di un anno prima di approvare l'offerta di Condotte, che fissa a 31,8 milioni il costo della costruzione.
Dati economici più precisi, spiega Condotte, per il momento non è possibile averne, perché la procedura di aggiudicazione non è ancora conclusa. Quello che si sa è che la Provincia restituirà a Condotte il 45% dell'investimento in conto capitale e il resto tramite un canone, da definire se annuale o semestrale. Un sistema che, per Berger, garantisce un controllo in itinere: "Chiaramente non pagheremo il canone se non saremo soddisfatti.
Se, nel nostro caso, la direttrice non sarà contenta potrà applicare le penali o rifiutarsi di staccare l'assegno nei confronti della ditta". Con il Ppp, sottolinea Berger, "se io devo realizzare una cosa della quale rispondo in termini di gestione per un determinato lasso di tempo, piuttosto che incasinarmi tra qualche anno preferisco costruire bene".
I rischi. Franco Corleone teme che l'esperimento bolzanino possa essere un passo avanti dei privati fin dentro il cuore del mondo penitenziario. A preoccuparlo per esempio è la gestione dei servizi sociali: se nel Gruppo osservazione trattamento (che valuta il percorso del detenuto, decidendo i permessi premio e le misure di semi-libertà) accanto agli agenti del Dap, ai medici e agli psicologi dell'Asl entreranno i dipendenti di una società privata, il peso del privato sulla vita dei detenuti sarà significativo. Secondo Mauro Palma, consigliere del ministro Andrea Orlando per la tematiche sociali e della devianza, il rischio non dovrebbe esserci. Ma la questione rimane aperta. E Corleone bacchetta il Dap: "È garantito dal fatto che l'edificio rispetta i parametri di sicurezza, poi quello che c'è dentro importa poco". Davvero al ministero basta che siano garantiti i parametri di sicurezza?
II consigliere Palma prova a rassicurare: "Da parte del ministero c'è una vigilanza sul progetto e attenzione al modello di detenzione". Ma allo stesso tempo ammette: "Mi sono ripromesso d'informarmi meglio, per capire se è il caso o meno di sollevare un campanello d'allarme". Se il consigliere Palma ha una certezza è che "oggi in Italia non ci sia nessuna intenzione di andare verso una privatizzazione di questo settore. Pensare che questo progetto sia emblematico di qualcos'altro mi sembra paranoico".
Quello di Bolzano non sarà il primo carcere privato d'Italia, ma lo spettro della privatizzazione continua ad aggirarsi sul sistema penitenziario. Franco Corleone, tira fuori l'argomento senza giri di parole: "Nessuno osa dire che vuole affidare la sicurezza al privato, perché le esperienze internazionali sono devastanti: negli Stati Uniti si è creato un business per cui il numero dei detenuti non può diminuire per questioni di profitto. L'obiettivo è che i detenuti in Italia, che adesso sono passati da 62.000 a 54.000, siano al massimo 20.000. Meno detenuti e non carceri più grandi".
Ansa, 25 aprile 2015
Rendere migliore la qualità della vita nelle carceri e ridurre i comportamenti recidivi dei detenuti: questi gli ambiziosi obiettivi del progetto Rehab, che il 2 giugno vedrà tutti i partner riuniti a Cagliari. Rehab coinvolge Università della Tuscia, Simspe Onlus - Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Spanish Society of Prison Health (Sesp), Birmingham City University (Bcu) e il gruppo di ricerca francese Gertox.
Il problema comune da affrontare in vari Paesi europei è quello dell'aumento della popolazione carceraria, in condizioni spesso carenti e che creano stress sia per i detenuti sia per il personale delle strutture. I primi soffrono di problemi psicologici, di salute, e di esclusione sociale, mentre lo staff delle prigioni soprattutto dello stress legato al tipo di lavoro. Il sovraffollamento degli istituti di pena in Europa, insieme ai problemi sanitari, richiedono un'azione urgente. Questo progetto pilota si occupa di capire come le condizioni di vita in carcere abbiano un effetto in termini di salute e come si possa fornire un'assistenza mirata, cure e prevenzione.
Giornale dell'Umbria, 25 aprile 2015
Il progetto "Intra" ha dato lavoro a 13 detenuti e ha migliorato i rapporti all'interno della struttura. Grazie al progetto "Intra", gestito dalla cooperativa sociale "Frontiera lavoro", solo nell'ultimo anno 13 detenuti del carcere di Capanne sono stati inseriti nel mondo del lavoro. L'iniziativa ha coinvolto una novantina di detenuti in quattro diversi corsi di riqualificazione professionale: per addetti alla cucina, alla piccola manutenzione, alla conduzione di imprese agricole e all'abbigliamento. Da questo tipo di esperienze è stato possibile anche implementare le attività produttive dell'azienda, la "Fattoria Capanne", i cui prodotti agricoli possono essere acquistati ogni settimana al Mercato coperto o a quello di Pian di Massiano.
I percorsi di crescita personale e professionale sono solo uno degli aspetti più significativi della nuova stagione che stanno vivendo i carceri italiani, tra cui quello perugino. Ieri mattina, infatti, gli studenti dell'Istituto superiore "Rosselli" hanno avuto un incontro con il direttore della Casa circondariale di Capanne, Bernardina Di Mario, con il commissario di Polizia penitenziaria Andrea Tosoni e tre detenuti, a dimostrazione dei cambiamenti che stanno avvenendo all'interno delle carceri. Hanno partecipato anche Clara Salvi dell'Associazione perugina volontariato e Luca Verdolini e Paola Bonelli di "Frontiera Lavoro".
Trattamenti personalizzati, esperienze formative ed istruttive, percorsi di reinserimento lavorativo: le carceri italiane, secondo le informazioni fornite dai diretti interessati, si stanno sempre più orientando verso nuove modalità di detenzione. La struttura di Perugia, per esempio, è passata dai 630 detenuti del 2012 (a fronte di una capienza tra i 450 e i 480 posti), a 350, rendendo più vivibile il periodo di detenzione.
"Oggi stiamo vivendo una situazione ottimale e di fermento", ha commentato la direttrice dell'Istituto di Capanne Di Mario. "Frutto di un percorso che ha visto l'Amministrazione penitenziaria mettere al centro dell'attenzione il "reinserimento", ovvero la rimozione dei fattori che sono stati ostacolo alla crescita della persona spingendola a commettere il reato. Il nostro modo di agire è cambiato - ha proseguito Di Mario - abbiamo messo in atto percorsi trattamentali differenziati sulla base di una approfondita conoscenza della persona. Abbiamo aperto gli spazi in maniera proporzionale al grado di affidabilità del detenuto".
Così facendo sono diminuite le tensioni tra gli ospiti e tra loro e il personale, tanto che i rapporti disciplinari sono stati abbattuti dell'80%. In questo percorso, a detta della direttrice Di Mario, si sono rivelati di fondamentale importanza gli interventi delle Istituzioni esterne (Regione, Provincia e Comune di Perugia) "che hanno riempito di contenuti il tempo della detenzione". Ora la città tutta collabora con il carcere, e questo è diventato parte integrante della stessa. "La strada imboccata è quella giusta - sono ancora le parole della direttrice - ogni politica di segregazione crea caos, e il caos crea insicurezza. Le politiche di inclusione al contrario creano ordine e l'ordine crea sicurezza".
www.parmatoday.it, 25 aprile 2015
La Rems in provincia di Parma ha 10 posti. La struttura è stata sottoposta ad interventi di adeguamento: recinzione della struttura, finestre e porte in sicurezza, sistemi di videosorveglianza interni ed esterni, accessibili in tempo reale dalle Forze dell'ordine.
La Rems di Casale di Mezzani inizia dal 27 aprile la propria attività: la presentazione della struttura e delle sue attività nell'ambito dei percorsi di superamento degli Opg - Ospedali Psichiatrici Giudiziari - è stato l'argomento al centro dell'incontro pubblico che l'Amministrazione Comunale e l'Azienda Usl di Parma hanno organizzato giovedì 23 aprile, nella Sala del Consiglio alle ore 11.
All'incontro sono intervenuti il Sindaco Romeo Azzali e il Direttore Generale dell'Ausl Elena Saccenti, insieme a Giuseppina Ciotti, direttore del distretto di Parma, Pietro Pellegrini, direttore del dipartimento assistenziale integrato salute mentale-dipendenze patologiche dell'Azienda Usl, Franco Marzullo, direttore dell'U.O. di psichiatria adulti Azienda usl, Giuseppina Paulillo, responsabile della Rems e Sandra Grignaffini, coordinatrice infermieristica della struttura.
Le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria (Rems), realizzate per accogliere i residenti internati negli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), sono strutture dotate di tutte le caratteristiche di sicurezza, e inserite in un programma di riabilitazione sanitaria gestito dai Dipartimenti per salute mentale delle Aziende Usl di residenza, in stretto contatto con l'autorità giudiziaria per valutare caso per caso l'attivazione di percorsi sanitari individuali alternativi dalla detenzione.
I degenti emiliano-romagnoli degli Ospedali psichiatrici giudiziari saranno ospitati nella Rems di Bologna "Casa degli Svizzeri" in via Terracini 31, che ha 14 posti, e accoglierà le persone in carico alle Aziende Usl di Bologna, Imola, Ferrara e all'Azienda Usl della Romagna, e nella Rems di Casale di Mezzani, in provincia di Parma, con 10 posti, che accoglierà le persone seguite dalle Aziende Usl di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena. Le due strutture sono state realizzate in attesa dell'ultimazione della destinazione definitiva di accoglienza, un centro che sorgerà a Reggio Emilia entro il 2016.
La Rems di Casale di Mezzani, in precedenza già utilizzata come residenza psichiatrica, può ospitare 10 persone. Il personale sarà organizzato come équipe multi-professionale, composta da medici psichiatri, psicologi, infermieri, terapisti della riabilitazione psichiatrica ed educatori, operatori socio-sanitari per complessivi 22 operatori. L'assistenza è garantita 24 ore su 24. Il medico psichiatra sarà presente a tempo pieno, lo psicologo per tre giorni settimanali, come l'assistente sociale; almeno 1 infermiere, 1 operatore socio-sanitario e 1 educatore/tecnico della riabilitazione sono presenti tutto il giorno e la notte.
È prevista l'attivazione di collaborazioni specifiche per realizzare attività espressive, teatro, musica, attività motoria e attività di formazione. Sono stati effettuati interventi di adeguamento della struttura, anche secondo i profili di sicurezza: recinzione della struttura, finestre e porte in sicurezza, sistemi di videosorveglianza interni ed esterni, accessibili in tempo reale dalle Forze dell'ordine. È prevista la presenza nelle 24 ore di personale di vigilanza. I lavori di ristrutturazione e di adeguamento hanno comportato una spesa complessiva di 608mila euro.
In Italia sono attivi 6 ospedali psichiatrici giudiziari (Castiglione delle Stiviere, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Aversa, Secondigliano, Barcellona Pozzo di Gotto).
Accolgono persone che hanno commesso un reato, sono state riconosciute incapaci di intendere e di volere al momento del fatto e sono state pertanto prosciolte, ma riconosciute "socialmente pericolose" e sottoposte a una misura di sicurezza. La misura di sicurezza dovrebbe servire a rendere la persona non socialmente pericolosa, attraverso le cure erogate all'interno degli Opg. Fino al 2008 gli Opg erano gestiti completamente dall'Amministrazione penitenziaria, e il personale sanitario dipendeva dal Ministero della Giustizia. Dal 2008, con il passaggio di competenze della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale, il personale sanitario degli Opg è transitato alle dipendenze delle Aziende Usl, mentre la gestione degli aspetti strutturali, logistici e di sicurezza è rimasta all'Amministrazione penitenziaria.
Gazzetta della Spezia, 25 aprile 2015
Il grande muro della stazione recentemente è stato in buona parte pulito dalle erbacce restituendolo a miglior decoro. A calarsi dal parapetto con le funi, evitando così la problematica installazione di ponteggi, otto detenuti del carcere di Villa Andreino.
Gli otto stanno partecipando ad un programma di formazione lavoro volontario ed hanno realizzato interventi di pulizia e manutenzione del verde anche sui sentieri che raggiungono il Parco delle 5 Terre e nella Palestra nel verde del Parodi.
Questi lavori, sono particolarmente utili e preziosi a maggior ragione in un momento in cui i Comuni hanno difficoltà economiche e non riescono a garantire tutta la manutenzione necessaria. Ma la cosa ancor più preziosa è che queste persone hanno avuto una occasione di formazione vera e concreta che li porterà ad ottenere anche certificazioni abilitanti a particolari mansioni, ad esempio nei lavori in quota grazie al corso fatto sullo stesso muro della stazione.
"Mi preme molto ringraziare questi otto detenuti per il loro contributo di decoro alla città. - ha detto il sindaco Federici. In modo particolare voglio però esprimere il mio apprezzamento alla struttura tutta della Casa Circondariale di Villa Andreini.
Questo carcere, che è stato in passato una vera vergogna civile per come era ridotto, oggi è una realtà dove il principio dell'umanizzazione della pena e della sua funzione rieducativa sono diventate ben altro che astratti slogan. So che dietro a questi progetti c'è sempre molta fatica, molto impegno, una grande passione e per questo credo che la città debba essere grata agli operatori carcerari che li rendono possibili pur nelle difficili condizioni nelle quali si trovano ad agire. Dunque dico grazie due volte perché la bellezza della città può essere migliorata da un muro pulito, dalla riapertura di un vecchio sentiero, ma anche e soprattutto realizzando un grado maggior di civiltà".
www.cityrumors.it, 25 aprile 2015
L'Istituto di Istruzione Superiore "A. Zoli" di Atri anche quest'anno ha inserito nelle proprie attività didattiche un progetto mirato ad educare al rispetto delle regole come elemento determinante per una corretta convivenza sociale, coinvolgendo i detenuti del carcere di Castrogno di Teramo.
Il progetto che si sta svolgendo in questo periodo e che prevede la partecipazione dei detenuti a quattro giornate di pieno coinvolgimento nelle attività didattiche, nelle diverse discipline d'insegnamento, delle classi 1 A Mat, 3 A Mat, 5 A Mat., si prefigge l'obiettivo complessivo di sollecitare la capacità critica dei ragazzi circa l'illegalità attraverso la conoscenza diretta di chi ha violato la legge e, infine, di far conoscere ai ragazzi la realtà di chi sta scontando una pena detentiva.
Nel progetto, oltre agli insegnanti, saranno coinvolti Stefano Liberatore, Direttore della Casa Circondariale di Teramo, il quale da sempre sostiene questo speciale rapporto tra l'istituto Scolastico e la struttura che dirige, uno psicologo e psicoterapeuta e rappresentanti delle forze dell'ordine. L'attività didattica si concluderà l'8 maggio prossimo con un incontro didattico tra tutti i partecipanti al progetto e la testimonianza dei detenuti sul vissuto della classe; seguirà una visita delle classi interessate alla Casa Circondariale di Teramo.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 25 aprile 2015
La Santa Sede boccia i risultati del vertice europeo e condanna come "inutili", le azioni contro gli scafisti: "Chi garantisce che non vengano uccise persone innocenti?". Ma a ribellarsi all'Ue è tutto il mondo cattolico.
Il malumore era uscito in maniera chiara già nei giorni scorsi. A renderlo pubblico erano state le associazioni cattoliche insieme a realtà importanti come la Fondazione Migrantes e la Comunità di Sant'Egidio, tutti concordi nel sottolineare come pericolosa e inadeguata qualsiasi ipotesi di intervento militare contro gli scafisti, ma anche nel chiedere all'Unione europea di farsi carico di un'operazione simile a Mare nostrum che tra i suoi obiettivi abbia la salvezza dei migranti e non solo il controllo delle frontiere.
Dopo gli esiti del consiglio europeo di giovedì, che per quanto parziali confermano sia i disinteresse di Bruxelles a intervenire seriamente in soccorso delle decine di migliaia di profughi in fuga dall'Africa confermando invece gli scenari di guerra, la bocciatura più dura e autorevole alla strada nella quale il governo Renzi sta portando l'Europa è arrivata direttamente dal Vaticano, contrario soprattutto alla decisione di affondare i barconi dei trafficanti di uomini quando ancora si trovano nei porti libici.
"Bombardare in un Paese è un atto di guerra", ha detto il cardinale Antonio Maria Vegliò, "ministro" della Santa Sede per le migrazioni in una dichiarazione rilasciata all'agenzia Sir. "E poi a cosa mirano? Solo ai piccoli battelli dei migranti? Chi garantisce che quell'arma non uccida anche persone vicine, oltre a distruggere i barconi? E poi, anche se fossero distrutti tutti i battelli - ha proseguito monsignor Vegliò - il problema dei profughi in fuga da conflitti, peesecuzioni e miseria proseguirà ad esistere".
Nel mirino del Vaticano non ci sono però solo le ambizioni interventiste del governo italiano (ieri il ministro degli Interni Alfano è tornato a parlare della possibilità di bombardare i barconi), ma l'intera linea uscita dal vertice dei capi di Stato e di governo. "Non siamo soddisfatti di questo accordo", ha proseguito monsignor Vegliò, che pur riconoscendo che "qualcosa è stato fatto", come il rifinanziamento dell'operazione Triton, è convinto "che non si risolve così il problema". "Servirebbe un programma a lungo termine, una politica delle migrazioni seria", ha aggiunto. E infine la critica all'"egoismo" della Gran Bretagna che ha assicurato mezzi e soldi ma non è disponibile ad accogliere profughi nel proprio territorio. "Tutti sono disposti a dare soldi - è il commento del cardinale - basta che non vengano a disturbare nel proprio paese".
È dunque una bocciatura totale e senza appello quella che arriva da Oltretevere. A rincarare la dose ci pensa l'Osservatore romano, per il quale "l'Ue ha perso l'occasione per comprendere fino in fondo che la tragedia legata alle migrazioni mette in gioco la sua autorità morale e politica e i principi di solidarietà su cui è fondata", mentre per la Fondazione Migrantes "dal vertice europeo esce l'Europa dei nazionalismi", mentre "è rimandata la costruzione di dell'Europa sociale e solidale". L'unica apertura arriva dalle parole diplomatiche del segretario di Stato Pietro Parolin, per il quale "la strada intrapresa dall'Unione europea è quella giusta, ma deve continuare con il coinvolgimento di tutti i Paesi" .
Critiche della Chiesa a parte, le questioni importanti che riguardano l'emergenza immigrazione sono ancora tute sul tavole. Sì, Frontex verrà rifinanziata e potrà contare su 120 milioni di euro l'anno contro gli attuale 36, e altri 16 milioni di euro all'anno sono stati destinata a Poseidon, l'altra missione europea. Ma tutto qui quello che i 28 capi di stato e di governo sono riusciti a fare concretamente. Le azioni contro gli scafisti restano ancora da una parte a un mandato dell'Onu che tarderà ad arrivare e dall'altra dalle troppe incertezze tecniche e politiche che circondano un intervento militare.
Da aggiungere che il dramma di cui è rimasto vittima il cooperante italiano Giovanni Lo Porto, insieme alla decisione del presidente Usa Barack Obama di rivedere l'uso dei droni, mette fortemente in dubbio anche la possibilità di impiegare gli aerei s controllo remoto. Possibilità in realtà mai esistita veramente, nonostante gli annunci del governo, visto che i droni in possesso al nostro Paese non sono armati e che farlo richiederebbe mesi di tempo.
L'altro, vero grande problema che resta sul tavolo è quello di una più equa spartizione dei profughi e della possibilità di mettere mano al regolamento di Dublino III. E su questo si comincerà a discutere mercoledì prossimo al parlamento europeo. Con scarse possibilità di successo.
di Margherita Leggio
La Sicilia, 25 aprile 2015
Chiedono la chiusura immediata dei reparti che destano "preoccupanti situazioni di pericolo per la salute del personale di polizia che opera nell'arco delle 24 ore" nel carcere "San Giuliano", che sorge nell'omonimo quartiere ericino di Casa Santa, i sindacalisti della Uil-Pa che giovedì scorso hanno effettuato un sopralluogo nella struttura documentando lo stato dei luoghi con foto che insieme con una relazione saranno inviate al Servizio di vigilanza sull'igiene e la sicurezza dell'amministrazione della giustizia, al Ministero della Giustizia, ai carabinieri del Nas e all'Asp perché dispongano a loro volta dei controlli e adottino i provvedimenti di loro competenza.
I sindacalisti hanno accertato la caduta di calcinacci, la presenza di muffa, porte e infissi arrugginiti, mura lesionate e a rischio crollo, la probabile presenza di coperture in amianto, infiltrazioni di acqua piovana nelle pareti e il mancato funzionamento, per un guasto, delle apparecchiature per la videosorveglianza.
"Mentre il piano carceri prevede la costruzione di un nuovo padiglione all'interno di questa casa circondariale, per 250 posti detentivi, - ha affermato Gioacchino Veneziano, segretario provinciale e coordinatore regionale Uil-Pa penitenziari - parte dell'area vecchia cade a pezzi. Abbiamo visto un carcere quasi in rovina, specialmente nei reparti denominati "Tirreno", "Egeo" e "Ionio", dove sono i detenuti delle sezioni per reati "sex offender", femminile e alta sicurezza".
Nella visita alla struttura carceraria Veneziano era accompagnato da Antonino Simone, coordinatore aggiunto Uil-Pa penitenziari Trapani e da Peppe Scaduto, componente della segreteria provinciale dello stesso sindacato. Una decina di giorni fa era stato il direttore del carcere, Renato Persico, a chiedere l'intervento del personale del Servizio tecnico del Provveditorato della Sicilia affinché valutasse i danni determinati dal distacco di calcinacci dal solaio di tre celle del reparto "Tirreno", in seguito al quale i circa 50 detenuti che le occupavano sono stati trasferiti in stanze più sicure e approntasse anche un piano di intervento volto a realizzare una manutenzione straordinaria.
Il crollo è stato provocato dalle infiltrazioni di acqua piovana. "A tutela di tutti i lavoratori - ha concluso Veneziano - e per garantire una adeguata sicurezza operativa e funzionale del personale della Polizia penitenziaria di Trapani è obbligatorio attuare tutte le iniziative necessarie affinché nell'agenda del direttore tra le priorità possano esserci lo stato dei luoghi e la loro funzionalità e quant'altro interessi la salubrità dei posti di lavoro".
di Lorenzo Misuraca
Il Garantista, 25 aprile 2015
Vi ha pensato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha sintetizzare in poche parole il vero nodo politico del vertice europeo sull'emergenza migranti che si è tenuto ieri a Bruxelles. Secondo il polacco, quanto sta avvenendo in questi giorni nel Mediterraneo "è una questione europea e non un problema dei paesi del sud europeo", e il vero punto di attrito tra i governi è "la redistribuzione dei richiedenti asilo", "la questione più difficile da trattare" e "bisognerà sconfiggere qualche interesse nazionale in nome del bene comune".
Su queste basi, il documento approvato dai governi presenti al vertice, è un accordo al ribasso. Prevista la triplicazione dei fondi per l'operazione Triton e delle operazioni di sorveglianza dei confini in un'area di competenza di 30 miglia dalle coste italiane e maltesi, oltre alla distruzione sistematica delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti, l'avvio di un progetto pilota per la ridistribuzione di almeno 5000 richiedenti asilo in vari Paesi su base volontaria, l'attivazione di un programma di rimpatri rapidi dei migranti irregolari coordinato da Frontex, e l'incremento della cooperazione con i paesi interessati dalle partenze.
La delusione di chi chiedeva un impegno più massiccio è espressa da Gauri van Gulik, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, che ha definito le risposte dell'Ue "del tutto inadeguate". Ad esempio l'area di competenza delineata è "assai distante da dove si verifica la maggior parte delle morti in mare. Se confermata, questa operazione continuerà a essere molto meno efficace rispetto a Mare nostrum".
Posizione analoga a quella dell'ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi: "Va benissimo potenziare Triton ma, pur con questo aumento, siamo bene al di sotto di quanto spendeva l'Italia da sola per Mare Nostrum. Quindi siamo ancora in una situazione di avarizia. È inutile fare tante cose - ha aggiunto - se non agiamo sulle grandi potenze che proteggono le fazioni libiche che partecipano alla tensione e alla divisione in Libia. Il Paese è spaccato, abbiamo Qatar e Turchia che appoggiano gli uni, Egitto e gli altri Paesi del Golfo che appoggiano altri, abbiamo denaro che corre per la vendita di petrolio che va in tute le direzioni".
Che sarebbe stato difficile trovare un accordo al rialzo, si era capito già dalle dichiarazioni del premier britannico, David Cameron, che prima di entrare al prevertice del Pse, ha offerto l'invio nel Mediterraneo di tre navi della Royal Navy e di tre elicotteri per contribuire alle operazioni di soccorso dei migranti e nella lotta ai trafficanti di esseri umani, ma a una condizione ben precisa: non accogliere i migranti salvati in territorio britannico. "Salvare vite significa soccorrere queste povere persone, ma significa anche combattere le bande criminali e stabilizzare la regione" ha spiegato cha inoltre spiegato che i migranti soccorsi verranno portati nel porto più vicino, probabilmente in Italia, e non verrà concessa loro la possibilità di chiedere asilo nel Regno Unito.
Non proprio quello che è andato a chiedere Matteo Renzi a Bruxelles. Il premier italiano, prima di entrare alla riunione, ha dichiarato: "Dobbiamo dimostrare che la politica europea può mostrare la sua unità. Se l' Europa è soltanto regolamenti e iniziative economiche, perde l'anima", e sfoggiando il consueto ottimismo: "Dai primi contatti mi sento di poter dire che ci sono tutte le condizioni per cambiare approccio", aggiungendo che "non è solo più un problema dell' Italia o di Malta ma una questione di diritto umanitario, di giustizia e sicurezza. I nostri fratelli e sorelle non possono morire in questo modo. Il Mediterraneo continua ad essere un luogo di dolore e di disperazione".
Il leader della Lega, Salvini, anche ieri ha ribadito le posizioni di totale chiusura nei confronti dell'accoglienza: "Immigrazione, anzi invasione in corso. Mentre l' incapace Renzi si dice "ottimista", il premier britannico Cameron promette che non accoglierà neanche un immigrato. Ci sono premier con le palle, e premier contapalle. Noi, ancora per poco, abbiamo quello sbagliato..." ha scritto su Facebook.
Mentre Pierferdinando Casini, presidente della commissione Esteri al Senato ha dichiarato: "Affondare i barconi è una soluzione doverosa; ma affondare i barconi lo si deve fare, non lo si deve annunciare: annunciare di affondare i barconi è sbagliato, affondarli è giusto".
E su questo punto, Matteo Renzi aveva chiarito prima del vertice la posizione del governo italiano: "Tutto ciò che riguarda singole iniziative è del tutto parziale. Ciascuno prende una dichiarazione, l'intervento di protezione, la distruzione delle barche, l'intervento nei Paesi d'origine. Tutto questo deve stare in un ampio quadro strategico".
di Cesare Goretti
Il Garantista, 25 aprile 2015
E stupefacente osservare come nessuno racconta e riflette sulle vere ragioni della fuga della maggior parte degli africani dal loro continente. Eppure non è difficile a chiunque scoprirle. Basta prenotare con 4 mesi di anticipo (così costa solo 400-500 euro) un volo andata e ritorno in classe turistica dall'Italia in qualcuno dei paesi dell'africa sub-sahariana. Ma prima eli partire si deve avere l'accortezza di cercare alloggio (via internet) in una delle case in cui vivono gli africani nelle loro città. Poi il vostro ospite, o un suo amico, vi proporrà di conoscere la sua famiglia (gli africani sono molto ospitali e orgogliosi del loro paese) e di visitare per qualche giorno il villaggio da dove proviene. E allora inizierete a capire molte cose.
Prima di tutto che la fotografia del vaccaro keniota intento a parlare con il telefonino in mezzo alla savana è vera. Tutti gli africani, anche il più misero, quello che va in giro a piedi e talvolta senza nemmeno i sandali, vivono per prima cosa di comunicazione e hanno un cellulare.
Immediatamente dopo si capisce che un'africana, o un africano, vestono come noi in jeans e t-shirt, guardano come noi la televisione... e basta.
Perché la maggior parte della popolazione centroafricana abita villaggi o quartieri periferici dli città, in cui il tessuto sociale è guidato da un capo villaggio, che ha gli stessi privilegi e poteri fiscali, di giustizia, e politici, che avevano ì piccolo signori feudali. E la maggior parte della popolazione vive un'economia di scambio, in cui anche il commercio si svolge all'interno di un circolo sociale e economico dal quale quasi nessuno riesce a uscire, come accadeva in Europa nel medioevo. Ovviamente gli investimenti pesanti sono nelle mani dell'economia e delle compagnie occidentali, di cui l'oligarchia economica africana compartecipa in percentuali infinitesimali. Come accadeva in tutt'Europa prima della rivoluzione francese.
Quando pochi e potenti aristocratici, o alcuni ricchissimi borghesi nobilitati, gestivano l'intera economia di una nazione. E la maggior parte dei manager, dal responsabile della sicurezza degli aeroporti al dirigente della società di costruzione di infrastrutture, al direttore del grande magazzino o del negozio di lusso (in cui molto difficilmente un africano può permettersi di acquistare qualcosa), sono quasi tutti "bianchi".
Inutile parlare di stampa libera, anche perché gli africani leggono molto poco. Inutile infine parlare di istruzione pubblica, che viene loro dispensata in pillole anche al liceo, solo per essere sicuri che vengano educati ad essere inoffensivi popoli per loro natura straordinariamente miti. Meglio allora guardarsi intorno e scoprire alcune piccole curiosità molto illuminanti. Per esempio si può osservare che le impalcature intorno alle case in costruzione non sono fatte di tubi innocenti, ma di legno.
Lo stesso legno usato per i telai delle porte, che nessuno vede perché ricoperti dalla muratura. Ma se andate a vedere di che tipo di legno si tratta, scoprite che quel legno che in Africa è di scarto, in Europa viene pagato centinaia di euro a metro cubo. E si può venire a sapere, leggendo qualche giornale locale, che una volta all'anno, il presidente di un grande Paese europeo, s'incontra con il suo collega della Costa d'Avorio. E fissa (lui, non il suo collega africano), il prezzo di pochi euro a metro cubo, con cui quel tipo di legno verrà acquistato dagli imprenditori di quel paese europeo nell'anno successivo. E che verrà poi venduto a centinaia di euro al metro cubo agli altri paesi occidentali, grazie all'esercizio di un monopolio assolutamente coloniale. E se da buon italiano proverete a cercare della pasta o dei tortellini in un grande magazzino, scoprirete che non potrete trovare prodotti italiani. E che, ad esempio in Cameroun, tempo fa una fabbrica di pasta italiana (gli africani vanno pazzi per pizza, pasta, lasagne, ecc.) è stata chiusa d'autorità (dalle autorità), senza alcuna spiegazione.
Tranne quella, ovvia, che andava preservato il monopolio di una grande nazione europea che esporta e smercia i suoi prodotti, obbligando gli africani a consumarli al prezzo da lei stabilito, sostenendo così solo la propria economia a loro danno. Mentre importa a bassissimo prezzo qualsiasi cosa sia prodotta esclusivamente in quelle zone, in base agli stessi principi economici che costarono all'economia coloniale inglese, in India, il boicottaggio della produzione del cotone da parte del partito del Congresso guidato da Ghandi.
La domanda è allora molto semplice: vi trovate a vivere nel medioevo; ma ogni giorno vedete sul vostro telefonino altri uomini vivere in un'altra epoca. Invecchiano più lentamente perché hanno a disposizione alimenti e sanità migliori; godono di possibilità economiche, politiche, sociali che vi sono interdette.
E sognate di camminare su una strada asfaltata, invece che di fango. Di trovare un uomo che è in grado di offrire una casa ai vostri figli, di essere trattata da uguale, e un parto sicuro. Immaginate di sognare di poter lavorare, invece di dover aspettare un'offerta che non arriva mai. Immaginate di sognare di poter usare una lavatrice, un ferro a vapore, di poter salire su un'auto che non sia vecchia di 15 o vent'anni. E, soprattutto, conoscete su Facebook chi ce l'ha fatta ! Che vi scrive da Copenaghen, Parigi, Toronto. E che può suggerirvi come arrivare là, ospitarvi, aiutare a integrarvi.
Voi cosa fareste? Gli Africani, come sanno bene gli operatori dell'assistenza e dell'integrazione, fanno una colletta nel loro vili aggio, o vendono tutto quello che hanno, e partono. Non profughi da guerre, genocidi, desertificazione, fame. La stragrande maggioranza, profughi dal medioevo loro imposto da un colonialismo economico identico a quello che li ha vessati per secoli. Mascherato dalle forme di una falsa democrazia.
Se non si scrive e descrive questa realtà non si potrà capire cosa spinge quel flusso ininterrotto che miete migliaia di vittime e che continuerà, anche dopo che ì barconi dei trafficanti libici verranno bruciati, o il fuoco del Medio Oriente spento. I governanti e i giornalisti europei dovrebbero farsi un bell'esame di coscienza. Non per spirito filantropico o moralismo, o rispetto della deontologia, ma per cambiare un futuro intriso di xenofobia e incendi sociali nei loro paesi. E perché un'economia colonialista e monopolista limita la produzione della ricchezza ovunque, anche per ciascuno di noi.
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