di Ugo Magri e Maria Rosa Tomasello
La Stampa, 18 giugno 2019
Venerdì convocato il plenum per l'insediamento di due componenti - Ma l'arrivo di nuove carte da Perugia fa presagire altre tempeste. Il Csm volta rapidamente pagina. Venerdì si riunirà il plenum in seduta straordinaria per accogliere due nuovi membri: Giuseppe Marra, fino a ieri in forza al Ministero della Giustizia, e Ilaria Pepe, consigliere alla Corte d'Appello di Napoli.
Subentreranno al posto di quelli che si sono dimessi in conseguenza dello scandalo nomine, Gianluigi Morlini e Corrado Cartoni. Saranno quindi formalizzate le elezioni suppletive che a ottobre rimpiazzeranno altri due dimissionari. Ma la riunione convocata dal vice-presidente, David Ermini, non si limiterà a questi adempimenti. Non per nulla sarà presente il capo dello Stato che, secondo fonti autorevoli di Palazzo dei Marescialli, non solo seguirà attentamente il dibattito ma legittimerà gli avvicendamenti nel Consiglio, pronuncerà un discorso prevedibilmente severo sui mercanteggiamenti portati a galla dalle inchieste e darà l'impulso necessario perché l'organo di autogoverno dei magistrati riprenda a svolgere in pieno le sue funzioni.
In altre parole, Sergio Mattarella decreterà ufficialmente la fine dei tentativi di azzerare il Csm che vedono protagoniste le componenti più penalizzate dai nuovi equilibri: dunque anzitutto Magistratura Indipendente e alcuni esponenti laici di centrodestra (in particolare Fi e Fd'I) destinati a perdere la presa che esercitavano su nomine, promozioni e carriere.
La nuova geografia del Csm vedrà crescere viceversa il peso tanto di Autonomia e Indipendenza (la corrente di Piercamillo Davigo) quanto di Area-Magistratura democratica. Rafforzato ne risulterà pure il ruolo di Ermini, che Palamara e Lotti avevano individuato come principale bersaglio delle loro manovre.
Ma altre tempeste potrebbero scatenarsi sul Csm con l'arrivo a Palazzo dei Marescialli delle nuove carte inviate dalla procura di Perugia che indaga sull'ex presidente dell'Anm Luca Palamara. Pesano le nuove rivelazioni dell'inchiesta, che fanno luce sulle trame per orientare i vertici delle procure.
"Loro ti possono dire che io sono la P5... che sono quello che fa le nomine" dice Palamara, che già sospetta di essere stato intercettato a lungo, all'amico pm Stefano Fava. Al faldone sarebbe allegata, tra le altre, anche una conversazione (di cui non si conosce ancora il contenuto) intercettata il 27 maggio tra Palamara e il procuratore generale di Cassazione Riccardo Fuzio, che nei giorni scorsi aveva avviato l'azione disciplinare contro di lui e contro i cinque consiglieri del Csm presenti alla riunione notturna in un albergo romano, quattro dei quali hanno già lasciato l'incarico.
Ieri, nel giorno in cui il plenum è convocato in via straordinaria per prendere atto delle dimissioni di Cartoni e Lepre (che tornano ai loro incarichi a Roma e a Paola), l'aria è tesa. Fuzio vota e lascia velocemente la sala. L'unico a prendere la parola è Giuseppe Cascini, leader di Magistratura democratica, che ricordando uno dei fondatori di Md, Salvatore Senese, magistrato e parlamentare scomparso ieri, commenta amaro: "Alla luce dei conciliaboli triviali di cui leggo in questi giorni, penso che sia andato via un gigante in un'epoca di nani. In questo momento buio per le istituzioni anche per lui abbiamo il dovere di non arrrenderci".
È una seduta lampo, con un unico altro atto formale. Paola Braggion, di Magistratura indipendente, viene eletta con un voto all'unanimità nuovo membro effettivo della commissione disciplinare in sostituzione di Cartoni.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 18 giugno 2019
Nel mirino di chi cavalca lo scandalo rischiano di finire la parte sana dei giudici e le authority di garanzia. Assume una forza simbolica la presenza del presidente Sergio Mattarella venerdì al plenum del Csm. La preoccupazione sulla delegittimazione della magistratura è infatti vivissima da parte della presidenza della Repubblica.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 18 giugno 2019
Forse adesso qualche deputato e senatore leghista avrà capito che stupidaggine ha compiuto votando ad occhi chiusi senza neanche un paio di giorni di riflessione leggi incostituzionali e abominevoli come il cosiddetto "Spazza corrotti". Quella che permette (oltre alla retroattività di vendette giudiziarie come nel caso Formigoni) di piazzare i "trojan" anche nei telefoni di chi è sospettato di corruzione o del mitico "traffico di influenze", altro reato che ancora non si riesce a capire come si possa definire su basi concrete e non solo ideologiche.
E forse quando il vento comincerà a soffiare e a "spazzare via" nella loro direzione sarà sicuramente troppo tardi. Ma questi scandali montati ad arte nel mondo del Csm e della magistratura in generale - che consistono nel mettere in piazza le varie "scoperte dell'acqua calda" di repertorio - adesso mostrano il loro vero volto: che è quello di una doppia controffensiva, politica e mediatico-giudiziaria, da parte del pensiero unico grillino, troppo presto dato per sconfitto.
Infatti il risultato certo della pubblicazione - sempre arbitraria quantunque incoraggiata dallo stesso ministro Alfonso Bonafede - di brandelli spesso poco comprensibili delle intercettazioni dei vari Palamara, Ferri, Lotti eccetera cosa stanno producendo, molto prima che una vera e propria indagine possa essere incardinata e ad anni luce da un futuro processo? Dal punto di vista ontologico un vero e proprio processo alle intenzioni di chi parla a ruota libera, non sospettando che anche il cazzeggio possa diventare reato.
Dal lato pratico, però, il risultato vero consiste nel ripristino a tavolino di una maggioranza grillina e filo Davigo (sconfitta sul campo) in seno al Csm, nonché la ripresa "alla grande" di una ondata di giustizialismo teleguidato che poi coinciderà con la futura campagna elettorale dei Cinque Stelle. Che sarà diretta in primis contro la stessa Lega di Matteo Salvini. Con il corollario di una epurazione in chiave anti-renziana del Pd, che a quel punto sarà pronto per un accordo di vassallaggio con gli stessi grillini dopo future elezioni che Salvini rischia di vedere vincere da altri.
Uno scenario da incubo che per gli italiani si tradurrà nello slogan "più tasse (e che tasse, patrimoniale, Imu sulla prima casa, ecc.) per tutti". Per scongiurare questo immaginario da Venezuela occorrerebbe, invece che tante dirette su Facebook che francamente rasentano la malattia mentale della paranoia ossessiva, uno scatto di coraggio da parte della stessa Lega. Questa è una manovra a tenaglia, l'alleato è a dir poco infido, la magistratura si ricompatta dietro Piercamillo Davigo e Marco Travaglio e avrà il potere in un nuovo Csm dopo le elezioni suppletive. E le loro nomine nessuno le bollerà mai come figlie di chissà quali manovre di palazzo.
Un capolavoro di ipocrisia, come ha giustamente detto Luca Lotti, che forse è uno che parla troppo al telefono e nelle riunioni conviviali, ma che di sicuro la sveglia al collo ancora non ce l'ha. Così come non ce l'abbiamo tutti noi che assistiamo a questo sfacelo sgomenti e inerti, non difesi da alcuna istituzione, neanche dalla presidenza della Repubblica, la cui prudenza sconfina nell'attendismo. Ma cosa vogliamo ancora aspettare? Al Governo abbiamo già delle persone buone a nulla e capaci di tutto. Hanno fatto leggi che distruggono lo stato di diritto e che si applicano soprattutto contro i nemici politici. Se si rompono anche gli equilibri in istituzioni di garanzia come la magistratura - e pure lì prevarranno i giustizialisti - non possiamo che attenderci processi di piazza, epurazioni e vendette collettive. Il modello Erdogan-Maduro è già pronto. Andrà di moda nella prossima stagione, pre e poi post-elettorale? A Salvini una pulce nell'orecchio bisognerà pur metterla. O no?
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 giugno 2019
Ora è ufficiale: il Gup ha detto sì. La presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri della Difesa e dell'Interno saranno parti civili insieme all'Arma dei carabinieri e alla famiglia Cucchi, nell'eventuale processo agli otto militari (tra cui alcuni alti graduati) accusati di aver depistato e insabbiato le violenze subite da Stefano Cucchi mentre era nelle mani dei carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre 2009. Durante la prima udienza preliminare, ieri, la giudice Antonella Minunni ha accettato le richieste avanzate dal governo e dal generale Giovanni Nistri.
Un atto sicuramente non inatteso, come non è sorprendente l'autorizzazione concessa anche all'associazione Cittadinanzattiva e ai tre agenti della polizia penitenziaria accusati erroneamente durante il primo processo proprio a causa delle attività di depistaggio. (La giudice ha invece escluso il Sindacato dei Militari perché all'epoca dei fatti non esisteva).
Decisamente meno scontata invece la decisione del Gup di accettare come parte lesa anche il carabiniere Riccardo Casamassima, il militare che con sua moglie Maria Rosati, anche lei in forza all'Arma, aveva per primo rotto il muro di omertà, raccontando cosa aveva sentito in caserma, e aveva così permesso alla procura di Roma di riaprire l'inchiesta sulla morte del geometra morto il 22 ottobre 2009 all'ospedale Pertini. Dopo quella deposizione l'appuntato scelto Casamassima percepisce di essere diventato il target di ritorsioni e denuncia di essere stato demansionato. Che sia vero o no, sicuramente su di lui c'è un fuoco di fila per dipingerlo come "inaffidabile". Ancora adesso, durante il processo bis che vede alla sbarra cinque carabinieri di cui tre accusati di omicidio preterintenzionale.
Lo stesso generale Nistri colse l'occasione dell'incontro con la sorella della vittima e con la ministra della Difesa Elisabetta Trenta, nell'ottobre scorso, per parlarne male - almeno così riferì Ilaria Cucchi, tanto che Casamassima finì per querelare il suo comandante generale. Oggi ci sarà una nuova udienza e il 17 luglio il Gup deciderà se rinviare a giudizio gli otto indagati dal pm Giovanni Musarò: il generale Alessandro Casarsa, i colonnelli Lorenzo Sabatino e Francesco Cavallo, il maggiore Luciano Soligo, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, il capitano Tiziano Testarmata e i militari Luca De Cianni e Francesco Di Sano.
di Vinicio Nardo
Il Dubbio, 18 giugno 2019
Sono tempi difficili per la magistratura, colpita dalle vicende che sappiamo. Lo sono pure per la giurisdizione che perde di credibilità agli occhi dell'intera collettività. E noi avvocati ne facciamo parte, ragion per cui sarebbe sbagliato chiamarsi fuori o, peggio, inferire con critiche generalizzate. La magistratura resta sana e deve essere sostenuta nella sua reazione, di cui peraltro cominciano già a vedersi i primi risultati.
Non per questo va minimizzata la deriva autoreferenziale e sclerotizzante di cui la vicenda Palamara rappresenta certo l'aspetto più sorprendente, mentre già si aveva sentore di una pratica sommersa di mediazioni tra correnti che hanno perso molto dell'originario spirito ideale. Un protagonista del passato come Luciano Violante ha parlato di "concezione proprietaria della funzione giurisdizionale da parte della magistratura".
Il nuovo Presidente dell'Anm, Luca Poniz (per lui auguri sinceri!), ha esordito con affermazioni forti. Ha detto che in Costituzione c'è scritto che il magistrato non deve pensare alla carriera ed ha dettato una serie di regole per esaltare lo spirito di servizio. Programma ambizioso, è difficile che basti l'appello alle coscienze (per giunta senza inibire l'accesso al Cosmag, sito di graduatorie e concorsi).
Una riforma del Csm, volta a contrastare la spartizione carrieristica, appare ineludibile. Ma caso vuole che proprio adesso sia all'attenzione del Parlamento anche la riforma della separazione delle carriere. Una concomitanza che fa intensificare le opinioni contrarie che in questi giorni vengono espresse con la consapevolezza dell'accresciuta attenzione pubblica al tema. Ed infatti, il fuoco di sbarramento pare avere abbandonato i ritornelli un po' consunti del passato, tipo la "cultura della giurisdizione" ed il "pericolo di assoggettamento al potere politico" dei pubblici ministeri.
Alla sottomissione dei Pm ormai non crede nessuno, adesso ci si concentra sull'argomento dell'appartenenza alla giurisdizione. Tema portante della contrarietà alla separazione delle carriere è che, in tempi di populismo giudiziario, sganciare i Pm dai Giudici significherebbe creare una casta di super poliziotti dotati di poteri, autonomia e preparazione tali da favorire deviazioni autoritarie. Il Pm che condivide la carriera e la cultura del Giudice - si afferma - garantisce il rispetto dei diritti di tutti e non cede alle lusinghe del potere di cui dispone.
Tutto molto bello, ma avrei due obiezioni. La prima è che anche l'avvocato è parte della giurisdizione e, tuttavia, riesce ad essere garante del ruolo che svolge (quello difensivo) senza dover condividere la propria carriera con altri. La tenuta etica e culturale dei soggetti della giurisdizione va ricercata in se stessi, non nel sostegno esterno, quasi ad ammettere che da soli non se ne ha la forza.
La seconda osservazione è che proprio i fatti di questi giorni smentiscono che il sistema delle carriere congiunte sia in grado di evitare il fenomeno paventato dell'ipertrofia dei Pm. Fenomeno drammaticamente in atto, basti pensare che al centro delle trame in corso di disvelamento c'erano i prossimi incarichi delle grandi Procure.
A questo si aggiunge che il ruolo dei pubblici ministeri è preponderante dentro l'Anm: si guardino i presidenti degli ultimi anni. Inoltre, la consacrazione della politica spartitoria si è vista proprio nella componente requirente dove - alle ultime elezioni del Csm - i Pm candidati erano quattro, quanto i posti assegnati. Rigorosamente uno per corrente!
Inevitabile chiedersi: di più e di peggio della situazione attuale cosa potrebbe succedere se le carriere venissero separate? Quanto agli altri argomenti di battaglia, rimane l'intramontabile classico della mozione degli affetti: il giudice è bravo e serio, quindi è ingeneroso metterne in discussione l'imparzialità. Come dire, giochiamo gli internazionali di tennis anche se arbitra mio cugino, perché lui è persona integerrima; e se protesti fai la figura del malfidente. Ovviamente, non è un buon modo di ragionare. I sistemi devono poter stare in equilibrio in ogni evenienza, anche in quella più remota e patologica.
E l'unico equilibrio possibile si fonda oltre che sull'imparzialità, anche sulla "terzietà": requisito previsto dall'art. 111 della Costituzione che, chiaramente, presuppone l'appartenenza a carriere diverse, governate da Organi di governo separati.
Il Giudice il cui avanzamento in carriera dipenda anche dal PM non si colloca dentro un sistema equilibrato: pertanto il cambiamento ci vuole. Salvo che ci si arrenda alla "concezione proprietaria" di cui parla Violante. Salvo illudersi che si possa davvero cancellare qualsiasi pensiero di carriera dalle menti (e l'accesso al Cosmag dai computer).
*Presidente dell'Ordine avvocati di Milano
corrierepeligno.it, 18 giugno 2019
Il Consigliere regionale Americo Di Benedetto (Legnini Presidente) è intervenuto oggi per richiamare l'attenzione dell'Assemblea regionale sulla necessità, ed urgenza, di adivenire al più presto alla nomina del Garante dei detenuti. Infatti l'Abruzzo, complice anche una legislazione regionale complessa, non è riuscita finora a centrare l'obiettivo.
Secondo Di Benedetto "Nel carcere dell' Aquila due detenute del reparto di massima sicurezza sono in sciopero della fame dal 29 maggio. Protestano per l'isolamento a cui sono costrette e denunciano una struttura chiusa e dura! La garanzia della certezza della pena non può escludere la tutela dei diritti basilari delle persone, men che meno privarle di un senso di umanità. La pena in uno stato di diritto non deve mai perdere il faro della rieducazione e della speranza. Voltaire diceva che il grado di civiltà di una nazione si misura dalla condizione delle proprie carceri".
"L'episodio dello sciopero della fame - sottolinea Di Benedetto - evidenzia la criticità di un carcere come quello dell'Aquila, adibito esclusivamente a detenuti e detenute in 41 bis ed ora anche con una sezione per detenute in massima sicurezza. L'Abruzzo ha diversi istituti penitenziari e tutti con tante problematiche. Alla luce di queste considerazioni si rileva ancor più l'urgenza della nomina del Garante regionale dei detenuti. Auspico, pertanto, che la nomina venga discussa il prima possibile in Consiglio regionale. L'Abruzzo è forse l'unica regione in Italia a non averlo". "Il Garante - spiega il capogruppo di "Legnini Presidente" - serve per aiutare le stesse Istituzioni a capire le problematiche di un mondo diverso da quello nostro, il mondo della reclusione. Questo mondo non va delegato solo agli addetti ai lavori, direttori, funzionari e agenti penitenziari, ma deve coinvolgere la società nel suo complesso".
"Il carcere - conclude Di Benedetto - non deve essere una scuola per poi tornare a delinquere, ma deve aiutare a far cambiare in positivo le persone che hanno sbagliato! Non è una cosa semplice, ma va perseguita".
regione.toscana.it, 18 giugno 2019
Franco Corleone: "Non sono più accettabili ritardi su impegni già presi. La mia iniziativa è solo l'inizio, voglio risposte chiare e comprensibili". Da mezzanotte, tre giorni di sciopero della fame. Partono da questa notte i tre giorni di digiuno del garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone. Annunciato lo scorso 11 giugno ai giornalisti durante la conferenza stampa di presentazione dei progetti per il teatro stabile di Volterra, quello che comincia adesso, spiega Corleone, "è solo l'inizio di una serie di digiuni che intendo seguire".
Gli obiettivi "chiari e comprensibili" della sua iniziativa, annuncia il Garante, riguardano in questa prima fase gli istituti di Firenze, Livorno e Pisa. "Intendo conoscere la data di inaugurazione della seconda cucina a Sollicciano, così come quella di alta sicurezza a Livorno e l'esatta apertura dei servizi igienici della sezione femminile di Pisa. Non sono più accettabili ritardi o tempi improbabili per opere da troppo tempo promesse", spiega il garante regionale.
Ma sul tavolo c'è anche altro, a dimostrazione di quanto sia urgente e non più procrastinabile una "vera riforma del carcere in Toscana. È urgente - spiega Corleone - una decisione limpida e coerente sulla destinazione del Gozzini come sede di una Casa delle donne, non di un carcere femminile. Un istituto, cioè, rispettoso della differenza di genere, per una detenzione che offra la possibilità di un reale reinserimento sociale e una pratica di esercizio di diritti e responsabilità".
E tra gli "impegni da mantenere", Corleone torna su quello del Teatro stabile di Volterra: "Chiedo un tavolo di confronto tra tutti i soggetti che hanno responsabilità". Tra questi cita il provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria, quello alle opere pubbliche, la sovrintendenza dei Beni culturali e architettonici. "Bisogna definire un progetto di valore culturale e una decisione che salvi il finanziamento".
Il Garante ricorda anche la petizione lanciata su Change che ha riscosso un "vasto consenso, arrivando finora a oltre 2mila firme. L'obiettivo - spera Corleone - è che alla fine degli spettacoli di quest'anno ci possa essere l'annuncio che finalmente un progetto è stato scelto e si realizzi una straordinaria opportunità di crescita sociale e recupero architettonico".
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2019
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - Individuazione categoria tipica - Giudizio sulla attuale pericolosità sociale - Elementi della valutazione. Il giudizio di prevenzione si compone di due fasi: la prima è diretta ad accertare l'inquadramento del proposto in una della categorie tipiche di pericolosità previste agli artt. 1 e 4 del d.lgs. 159/201, mentre l'altra, successiva, è finalizzata a formulare, in funzione dell'attualità della pericolosità, un giudizio sul rischio concreto di commissione di condotte illecite e pertanto, avendo ad oggetto il comportamento futuro del preposto, impone una valutazione della complessiva personalità dello stesso, risultante da ogni manifestazione sociale della sua vita, sulla scorta di elementi obiettivamene identificabili e non rimessi all'arbitrario apprezzamento del giudicante.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 3 giugno 2019 n. 24658.
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - In genere - Sistema normativo in materia di misure di prevenzione - Conformità convenzionale ad esito della sentenza Cedu De Tommaso c. Italia - Requisiti. In tema di misure di prevenzione il giudizio di pericolosità necessario al fine di rendere le misure conformi convenzionalmente, in un'ottica costituzionalmente orientata ad esito della sentenza della Corte EDU De Tommaso c. Italia, si fonda su un'interpretazione restrittiva dei presupposti per l'applicazione ai c.d. "pericolosi generici" e, dunque, sull'oggettiva valutazione di fatti sintomatici collegati ad elementi certi e non su meri sospetti, significativi di un'effettiva tendenza a delinquere del proposto.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 2 marzo 2018 n. 9517.
Misure di prevenzione - Misure personali - Indiziato di appartenere ad associazione di tipo mafioso - Pericolosità attuale del proposto - Valutazione specifica. Posto che nel procedimento applicativo delle misure di prevenzione personali nei confronti degli indiziati di appartenere a una associazione di tipo mafioso, è necessario accertare l'"attualità" della pericolosità del proposto, tale requisito non può discendere in via automatica dalla sola individuazione di appartenenza del soggetto all'associazione mafiosa, pur se riferibile a compagini storiche, ma richiede un'analisi specifica rapportata ai tempi di intervento e agli elementi di fatto accertati al momento applicativo.
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 4 gennaio 2018 n. 111.
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - Appartenenti ad associazioni mafiose - Mafie storiche - Presunzione di pericolosità - Buona condotta carceraria - Irrilevanza - Ragioni. Ai fini dell'applicazione di misure di prevenzione nei confronti di appartenenti alle "mafie storiche" (mafia, camorra, 'ndrangheta e sacra corona unita), la presunzione semplice di pericolosità sociale confermata dall'esistenza di elementi indicatori della persistenza e attualità del vincolo, quali la rilevanza del tipo di contributo fornito all'associazione mafiosa e la condivisione del progetto antagonista e antistatuale dell'associazione mafiosa manifestatosi nella reiterata commissione di crimini violenti finalizzati agli scopi criminali dell'associazione, non può essere scalfita dalla buona condotta carceraria che non è indicativa della concreta cessazione dello stato di pericolosità e dell'esplicito recesso dal vincolo associativo.
• Corte di cassazione, sezione II penale, sentenza 23 maggio 2018 n. 23128.
Sicurezza pubblica - Misure di prevenzione - Pericolosità sociale - Misure di prevenzione personali - Accertamento della pericolosità attuale per ogni categoria di soggetti destinatari della proposta - Necessità - Elementi desumibili da procedimenti penali - Possibilità - Limiti. In tema di misure di prevenzione personali, la valutazione del requisito di attualità della pericolosità sociale deve essere effettuata per tutte le categorie dei soggetti indicati nell'art. 4, D.Lgs. n. 159 del 2011, che possono essere assoggettati a misure di prevenzione personali con la conseguenza che, non essendo ammissibile una presunzione di pericolosità derivante esclusivamente dall'esito di un procedimento penale, è onere del giudice verificare in concreto la persistenza della pericolosità del proposto, specie nel caso in cui sia decorso un apprezzabile periodo di tempo tra l'epoca dell'accertamento in sede penale e il momento della formulazione del giudizio sulla prevenzione.
• Corte di cassazione, sezione I penale, sentenza 5 giugno 2014 n. 23641.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 18 giugno 2019
Basentini dopo i disordini: presto lavori al padiglione Salerno. "Le proteste nel carcere di Poggioreale, provocate, secondo una prima ricostruzione, dal presunto ritardo nelle cure a un detenuto ritenuto in gravi condizioni di salute, hanno in realtà solo fatto precipitare una situazione determinata dallo stato di gravi condizioni di fatiscenza del padiglione Salerno": questa l'impietosa analisi di Francesco Basentini, capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, che ieri mattina ha visitato l'istituto al centro della violenta rivolta di domenica.
Circa duecento detenuti hanno messo a soqquadro celle e corridoi del padiglione, minacciando gli agenti con pezzi di mobili e altri oggetti. La rivolta è poi rientrata al termine di una trattativa condotta dal comandante del reparto di polizia penitenziaria, Gaetano Diglio, e dal provveditore regionale, Giuseppe Martone.
I più violenti tra i protagonisti della rivolta sono stati trasferiti in altre carceri. Il capo del Dap, accompagnato da Maria Luisa Palma, direttrice dell'istituto, dal provveditore regionale e da Samuele Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti della Campania, ha visitato tutti i reparti del padiglione dove si è svolta la protesta e ascoltato a lungo le ragioni dei detenuti.
Al termine della visita, Basentini ha parlato di "condizioni di deterioramento strutturale innegabili, per affrontare le quali è stato disposto, con l'Ufficio tecnico del Provveditorato, un cronoprogramma di lavori, da interventi immediati per rendere vivibile il reparto fino alla ristrutturazione complessiva del padiglione. Si è inoltre accertato e chiarito che Luciano De Luca, il detenuto affetto da gastroenterite era già stato accompagnato al pronto soccorso e dimesso in quanto dai medici non era stato ritenuto necessario il ricovero".
Dopo i colloqui con il capo dipartimento, gli stessi reclusi che avevano organizzato la protesta hanno provveduto a ripulire le aree danneggiate. La madre di Luciano De Luca, Tina, tuttavia non è convinta che l'emergenza sia stata superata. "Mio figlio - racconta in lacrime - è uno scheletro. Venerdì, quando l'ho visto, era tutto viola intorno agli occhi. Non so spiegare quello che sta passando. Ha sbagliato, deve pagare e lo sta facendo, ma non deve rimetterci la vita. Mi hanno riferito - prosegue - che i risultati delle le analisi sono buoni.
Eppure, quando stamattina ho chiesto di sapere come sta, le guardie penitenziarie si sono limitate a dirmi: pensiamo che stia bene. Nella cella in cui era detenuto, nel padiglione Salerno, erano in 15. È svenuto più volte e un altro recluso che se n'è accorto ha urlato per farsi sentire, per chiedere aiuto. Oggi alcuni compagni di cella di mio figlio sono stati trasferiti per punizione, ma quelle persone hanno solo voluto aiutare Luciano. Le condizioni dei detenuti nel carcere sono pessime".
L'avvocato di De Luca, il penalista Celestino Gentile, non è riuscito ancora a incontrarlo: "Sembra che gli stiano somministrando delle flebo e che non sia in grado di svolgere il colloquio con il difensore. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarà mia cura tornare in carcere per verificare il suo stato di salute. Magari, se è il caso, chiederò anche di far entrare un medico scelto dalla famiglia per farlo visitare. Il punto è che, secondo l'ordinamento, serve l'autorizzazione della direzione del carcere. In sua assenza non è possibile far entrare un medico. La cosa strana e preoccupante è che, come mi ha spiegato la madre, già venerdì il giovane manifestava segni di profondo malessere".
Metropolis, 18 giugno 2019
Come se non bastasse il dramma sovraffollamento e le critiche sulle condizioni di abbandono dei detenuti, esplode l'emergenza legata alle condizioni strutturali del carcero di Poggioreale. A mettere a nudo l'ennesima criticità legata alla gestione del penitenziario napoletano - ritenuto uno dei peggiori d'Italia - è stata la visita del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Francesco Basentini che si è recato, ieri mattina, nella Casa circondariale in seguito alla protesta che, domenica, ha visto protagonisti 200 detenuti.
Rivolta rientrata al termine di una trattativa condotta dal comandante del reparto di Polizia Penitenziaria dell'istituto Gaetano Diglio e dal Provveditore regionale Giuseppe Martono. Il capo del Dap, accompagnato da Maria Luisa Palma, direttrice dell'Istituto, dal Provveditore regionale e da Samuele Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti della Campania, ha visitato tutti i reparti del padiglione "Salerno" dove si è svolta la protesta e ascoltato a lungo le ragioni dei detenuti.
"Dal sopralluogo e dagli incontri - si legge - è emerso che la protesta provocata, secondo una prima ricostruzione, dal presunto ritardo nelle cure a un detenuto ritenuto in gravi condizioni di saluto, hanno in realtà solo fatto precipitare una situazione determinata dallo stato di gravi condizioni di fatiscenza del padiglione.
Condizioni di deterioramento strutturale innegabili, per affrontare le quali è stato disposto, con l'Ufficio tecnico del Provveditorato, un cronoprogramma di lavori, da interventi immediati per rendere vivibile il reparto fino alla ristrutturazione complessiva del padiglione. Si è inoltre accertato e chiarito che il detenuto affetto da gastroenterite era già stato accompagnato al pronto soccorso e dimesso in quanto dai medici non era stato ritenuto necessario il ricovero.
Dopo i colloqui con il Capo Dipartimento, gli stessi detenuti hanno provveduto a ripulire le aree danneggiate nel corso della protesta". A rimarcare l'importanza dogli interventi di ristrutturazione da realizzare all'interno del penitenziario è anche il Garante dei Detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "La visita del Dap nella persona del capo Basentini è un segnale importante - le parole di Ciambriello - Ora bisogna accelerare con ì lavori di ristrutturazione, e che siano radicali".
Ciambriello ha chiesto interventi immediati per procedere alla ristrutturazione di alcuni padiglioni del carcere napoletano. Oltre al padiglione Salerno (dove domenica c'è stata la protesta dei detenuti), bisognerò procedere alla ristrutturazione, a giudizio di Ciambriello, anche dei padiglioni Livorno, Milano e Napoli.
Oltre ai problemi strutturali di Poggioreale, il garante affronta anche la questione delle scarse risorse umane messe in campo: "Il sottorganico degli agenti, il cui lavoro è encomiabile, è un problema reale: dì 4.000 impiegati in Campania, 800 al giorno di media non lavorano per varie motivazioni, fra cui la principale è il logorio psicofisico professionale, per cui chi rimane fa dei turni massacranti. Basentini ha detto che in Campania entro settembre saranno allocati 70 nuovi agenti".
Per Ciambriello i soldi per mettere a posto il carcere ci sono già. "Ho già denunciato l'esistenza di 12 milioni di euro di finanziamenti da tre anni, ne dispone il Provveditorato regionale delle opere pubbliche che, per ora, ha fatto solo sopralluoghi: con quella cifra si sistema tutto, non solo apportando piccole ristrutturazioni in economia".
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