di Francesco Grignetti
La Stampa, 3 febbraio 2015
L'omicidio colposo, per cortesia, non consideratelo mai un reato "tenue". E neppure lo stalking, che è seriale e abietto. Oppure le sevizie contro gli animali. Il Parlamento si prepara a votare un Parere su un decreto legislativo che cambierà sostanzialmente la procedura penale in Italia, laddove il magistrato potrà decidere l'archiviazione di un reato se considerato "di lieve tenuità". Renzi si è mostrato attento, promettendo correzioni.
E la Camera sta per proporre diverse modifiche. Viste le polemiche dei leghisti, la maggioranza chiede sostanzialmente di togliere dal novero della "lieve tenuità" i reati di allarme sociale. Ad esempio la truffa ai pensionati, che potrebbe astrattamente apparire "lieve" se si guarda al valore economico in gioco, ma è particolarmente odiosa in riferimento all'età della persona offesa.
A discrezione del giudice
"Non è una depenalizzazione", spiega il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri. Bisogna capire il meccanismo: da una parte c'è un lungo elenco di reati, quelli con pena massima fino a 5 anni; dall'altra ci sarà il vaglio discrezionale del magistrato, che tra tutti quelli ricompresi nell'elenco, dovrà stabilire se il processo riguarda un fatto lieve o grave che merita di andare avanti. Per fare un altro esempio: il furto astrattamente rientra nell'elenco, ma le cose cambiano molto se è stata rubata una mela oppure un gioiello milionario.
"Il magistrato - dice ancora Ferri -potrà archiviare solo a condizione che il danno provocato sia esiguo e che il reo non abbia ripetuto altre volte quel comportamento illecito. È uno strumento giuridico nuovo, che permetterà alla macchina giudiziaria di non perdere tempo e risorse su fatti bagatellari di lievissima gravità, così potendosi concentrare sui reati più gravi e complessi".
Reati da allarme sociale
In linea astratta, considerando il tetto di pena, l'elenco prevede un'infinità di reati anche gravi: la violenza privata, la minaccia aggravata, il furto, il danneggiamento, la truffa, l'appropriazione indebita. Potrebbero rientrare nella "lieve tenuità", e quindi essere archiviati d'ufficio, anche lo stalking o i maltrattamenti in famiglia.
Oppure i reati contro gli animali, dal maltrattamento all'uccisione, all'abbandono, al divieto di combattimenti, al commercio di animali esotici. Di qui le polemiche. Le associazioni animaliste come Lav e Enpa hanno protestato perché trovano inconcepibile che i reati nei confronti degli animali rischino di finire tutti nel cestino. "Per fortuna - racconta Annamaria Procacci, Enpa - la nostra denuncia, su Facebook, ha superato il milione di commenti in pochi giorni. Un autentico allarme sociale".
Le correzioni chieste
Il Parlamento, su proposta del relatore David Ermini, Pd, chiede di non fermarsi all'elenco dei reati, ma di fissare paletti all'interpretazione del magistrato. "Ci - dice Ermini - si rifaccia all'articolo 133 del codice, quello che fissa la gravità del reato per valutare la pena.
I criteri sono lì. Così raggiungiamo il nostro obiettivo: archiviazione per i reati oggettivamente minori e non altro". Sullo stalking si fisserà il parametro che un reato "reiterato" non può mai essere tenue. Sull'omicidio colposo, "la morte è incompatibile con il concetto di tenuità dell'offesa". Sul maltrattamento degli animali, non potrà essere mai considerato tenue un fatto se è avvenuto con "crudeltà" o "in violazione del sentimento di pietà nei confronti degli animali".
di Marco Omizzolo e Roberto Lessio
Il Manifesto, 3 febbraio 2015
Antimafia. L'ultimo caso è quello dell'imprenditore Di Palo, che per protesta si è dato fuoco davanti alla prefettura di Monza. Ma non sono infrequenti le storie dei collaboratori, e dei loro familiari, quasi del tutto abbandonati dallo Stato dopo che è stato attivato un programma di protezione
È una sorte amara quella dell'imprenditore di Altamura, Francesco Di Palo, che venerdì scorso ha tentato di darsi fuoco dinanzi al palazzo della Prefettura di Monza. Un gesto esasperato dalla latitanza e inefficienza di uno Stato che non ha saputo proteggere un cittadino coraggioso e la sua famiglia. Di Palo è, infatti, un testimone di giustizia, recentemente escluso, insieme ai suoi familiari, dal relativo programma di protezione, nonostante continui a denunciare gravi minacce e ritorsioni.
Di Palo era titolare della Venere srl di Matera, società che produceva vasche idromassaggio, dichiarata fallita un anno prima che l'imprenditore decidesse di collaborare con la magistratura locale denunciando i soprusi subiti dalla mafia murgiana. L'imprenditore durante la sua attività è stato più volte avvicinato da mafiosi locali per estorcergli denaro in cambio di una presunta sicurezza sociale e imprenditoriale. Da lì la decisione di denunciare i suoi aguzzini.
Le sue dichiarazioni rilasciate alla Dda di Bari portarono al rinvio a giudizio di numerosi mafiosi, tra i quali gli affiliati al clan Dambrosio di Altamura, imprenditori compiacenti, esponenti delle forze dell'ordine, professionisti, politici e amministratori pubblici accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, occultamento di cadavere, detenzione illegale di armi da guerra e relative munizioni, estorsione, usura, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Sempre dalle sue denunce si svilupparono altri filoni di indagine che consentirono al Tribunale di Lecce di rinviare a giudizio circa venti persone accusati di aver agito ancora in favore del boss Bartolomeo Dambrosio e dei suoi affiliati. Dopo le denunce e i processi Di Palo non ha più avuto vita facile e le promesse fattegli sono evaporate come acqua al sole. Un uomo lasciato solo dallo Stato, costretto a minacciare e infine a compiere atti estremi con lo scopo di attirare l'attenzione sul suo caso.
Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Sono molti i testimoni di giustizia, come Ignazio Cutrò, Piera Aiello, Lea Garofalo, Pino Masciari e sua moglie Marisa Salerno, figure chiave in decine di processi, a ritrovarsi soli, abbandonati dallo Stato.
I testimoni di giustizia in Italia sono 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni. Nel programma di protezione del Viminale ci sono anche 253 loro familiari, di cui 103 hanno tra i 0 e 18 anni. Famiglie che vivono disagi continui e che denunciano, anche mediante la loro associazione, le molte promesse mancate da parte di tutti i governi, quello Renzi compreso. Già nel febbraio 2014 molti di loro protestarono davanti la sede del ministero dell'Interno. Anche in quel caso promesse e grandi illusioni. Poi il silenzio.
In Italia la sorte di queste famiglie è davvero appesa a un filo. I vuoti normativi sono enormi e l'inefficienza della burocrazia li espone a continue frustrazioni e pericoli. La loro sorte è formalmente decisa dalla Commissione centrale, ma gestita dal Servizio centrale di protezione del ministero dell'Interno (che gestisce anche i collaboratori di giustizia), al quale sono stati tolti 25 milioni di euro, nonostante il suo bilancio fosse stato già risanato e razionalizzato. Un colpo durissimo per chi si occupa di lotta alle mafie. Il taglio è la conseguenza della variazione di bilancio collegata alla legge di stabilità del governo Renzi.
Una possibile svolta che avrebbe aiutato i testimoni a ricostruirsi una vita era rappresentata dalla legge dell'ottobre del 2013 che prevedeva il diritto alla loro assunzione nella Pubblica amministrazione. Una norma anche in questo caso inefficace. Manca infatti il relativo decreto attuativo, firmato dai ministri Alfano e Madia prima dell'ultimo Natale, ma non ancora pubblicato.
La situazione diventa, se possibile, ancora più grave per i testimoni di giustizia sottoposti al programma speciale in località segreta. I loro "documenti di copertura" adoperati per nasconderne a fini di tutela l'identità, non hanno alcun valore legale costringendo le persone a comportamenti spesso contraddittori. Ciò vale per qualunque loro attività, obbligati a vivere in un limbo fatto di assurde complicazioni.
L'apoteosi è stata raggiunta nel maggio del 2014 con il vice ministro dell'Interno Bubbico, il quale in pompa magna annunciò la redazione di una "Carta dei Diritti" dei Testimoni di giustizia, di cui ad oggi, a quasi un anno di distanza dall'impegno pubblico, non c'è traccia.
E in Sicilia? Le cose non vanno meglio. La relativa legge regionale, che prevede un percorso più efficace per l'assunzione dei testimoni di giustizia nella Pubblica amministrazione, avendo previsto risorse economiche ad esso dedicate, ad oggi non è operativa e nessuno dei testimoni (che sono la maggioranza del totale) ha potuto sinora firmare un solo contratto.
La Commissione Antimafia, attraverso il V Comitato coordinato da Davide Mattiello, ha condotto un'accurata inchiesta e prodotto una relazione, approvata all'unanimità, preludio a una proposta di legge di riforma. Un possibile riscatto, a patto di un sostegno politico ampio e determinato.
Chi rischia in prima persona, deve poter contare sullo Stato. Non si può chiedere ai cittadini di denunciare boss, affiliati e criminali, e poi lasciarli soli. Forse aveva ragione De Andrè, quando in Don Raffè cantava "prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa. Si costerna, s'indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità". A Bubbico, Alfano e Renzi decidere se cambiare musica o continuare con la retorica dello Stato anti-mafia.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Silvio Berlusconi sta per tornare alla politica attiva. Proprio all'indomani dell'elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, che ha segnato quasi simbolicamente l'annus horribilis del Cavaliere. Prima l'ordine di esecuzione della pena per la sentenza Mediaset (evasione fiscale per la sua azienda, quattro anni di condanna di cui tre coperti dall'indulto), poi la sconfitta alle elezioni europee, poi la nascita dell'opposizione Fitto in Forza Italia, infine la rottura da parte di Renzi del patto del Nazareno e l'esclusione dalla scelta del candidato da mandare al Quirinale.
Berlusconi sta per tornare in campo perché il tribunale di sorveglianza - respingendo la scontata opposizione della Procura di Milano - gli ha concesso lo sconto di pena di 45 giorni previsto dalla legge Gozzini (è una legge degli anni ottanta e dice che in caso di buona condotta ogni sei mesi di condanna si ha diritto a uno sconto di 45 giorni).
La decisione del giudice di sorveglianza ha sollevato delle polemiche. Si è detto che non si capisce perché altri cittadini, di fronte all'opposizione della Procura, non abbiano ottenuto lo sconto, e Berlusconi sì. Penso che siano polemiche infondate. Per due ragioni. La prima ragione è che trovo che sarebbe ragionevole - se le cose stanno così - protestare per i diritti negati a questi cittadini e non - viceversa - per i diritti riconosciuti al cittadino Berlusconi.
La seconda ragione è evidente: probabilmente anche la giudice di sorveglianza che ha deciso di concedere lo sconto di pena ha ben chiaro quello che più o meno tutti sanno: e cioè che la Procura di Milano è impegnata in una crociata ad personam contro Berlusconi che ha ormai assunto il carattere di una vera fissazione. La Procura di Milano ha già ottenuto di collocarsi, nella battaglia politica in Italia, in una posizione di primissimo piano. Vent'anni fa , come sapete, sciolse tre o quattro partiti; in questi mesi - dopo oltre due decenni di inchieste a raffica, la grandissima parte delle quali finite in una bolla di sapone - è riuscita a infliggere un colpo micidiale a Berlusconi - cioè a uno dei massimi protagonisti della battaglia politica in Italia e il capo indiscusso di uno dei due schieramenti - determinando le condizioni nelle quali - con grande abilità - Renzi ha trovato la maniera per imporsi come capo assoluto di questo paese.
Francamente non si capisce perché, dopo aver portato a casa questo risultato politico ragguardevolissimo (che non era stato raggiunto, usando le armi tradizionali della lotta politica, né da Occhetto, né da D'Alema, né da Veltroni, né da Ber-sani) ora deve incattivirsi fino al punto di voler negare i 45 giorni di sconto. Con una motivazione singolare: Berlusconi ha in più occasioni attaccato la magistratura. Più che singolare, potremmo dire che è una motivazione "imperiale".
E cioè si ritiene di poter imporre la propria sacralità, la sacralità dei pm, simile a quella degli imperatori romani. Si afferma il principio che in Italia è un atto di "cattiva condotta" esprimere opinioni non lusinghiere nei confronti della magistratura. È così: non c'è niente da fare.
Come succedeva in una qualunque dittatura sudamericana o dell'est Europa negli anni ottanta. Del resto la stessa giudice che ha concesso lo sconto, ha dovuto precisare che lo ha fatto non perché non considerasse gravi gli attacchi di Berlusconi alla magistratura, ma perché questi avvennero prima dell'inizio dell'esecuzione della condanna, mentre la legge prevede che la buona condotta - come è ovvio - sia mantenuta durante la pena.
In questo clima un po' medievale c'è da rallegrarsi almeno un po' per l'atto di cortesia del nuovo Presidente della Repubblica, il quale ha invitato Berlusconi alle cerimonie per il suo insediamento. È logico che l'abbia fatto, visto che Berlusconi è il capo del partito giunto secondo alle ultime elezioni (a poche migliaia di voti di distanza dal primo partito). Però in questo clima è chiaro che Mattarella ha dovuto superare delle resistenze. Speriamo che sia un segnale. O addirittura che sia l'inizio dell'opera di un Presidente che ha voglia di riportare la magistratura dentro l'alveo della democrazia repubblicana, dal quale è uscita ormai da un paio di decenni.
di Michela Nicolussi Moro
Corriere Veneto, 3 febbraio 2015
Ricerca dell'Università di Padova: corpo afflitto da nonnismo. Denuncia dei Sindacati. Gianpietro Pegoraro (Cgil): stress, superlavoro e sottorganico hanno aumentato gli invii alla commissione medica.
Non è un episodio isolato la rivolta scoppiata al Due Palazzi di Padova la scorsa settimana (a proposito 7 dei 30 indagati sono già stati trasferiti e gli altri lo saranno a breve): le carceri venete sono vere polveriere. Sovraffollamento (3.180 detenuti contro una capienza regolamentare di 1947), polizia penitenziaria in perenne sottorganico (fino a -30%), strutture fatiscenti e poche risorse per le attività interne (lavoro, studio, sport, cultura) che riescono a coinvolgere solo la metà dei reclusi, alzano il livello di tensione e abbassano quello di sicurezza.
Gli agenti lamentano una vita d'inferno, denunciando un malcontento che nel 15-20% dei casi degenera in depressione, uso di alcol o droga. "È un grave campanello d'allarme - dice Gianpietro Pegoraro, segretario regionale di Cgil Penitenziari - anche perché abbiamo un'arma. Negli ultimi due anni si sono uccisi due colleghi a Padova e uno a Venezia e sui 1.500 in servizio il 15-20% soffre di depressione o ricorre ad alcol e droga per reggere lo stress.
Sono frequenti gli invii alla Commissione medica ospedaliera, che certifica lo stato di malattia e prescrive da 40 a 90 giorni di prognosi. Ma non è una soluzione, bisognava far partire i Centri d'ascolto con gli psicologi delle Usl, mai attivati perché da una parte era garantito l'anonimato e dall'altra le direzioni delle carceri volevano l'elenco dei poliziotti utenti".
Emerge a late re della ricerca sulle condizioni lavorative della Polizia penitenziaria in Veneto, condotta dall'Università di Padova con Francesca Vianello, docente di Sociologia della devianza, e il dottorando Alessandro Maculan. I due hanno somministrato ai 1.500 agenti un questionario per capirne il grado di soddisfazione e dall'analisi (hanno risposto in 416, circa il 30%, con il 2% di Vicenza: appena 11 partecipanti) è saltato fuori un altro dato preoccupante.
"Nel corpo sussiste una sorta di nonnismo - rivelano i ricercatori - vige una stretta gerarchia militare: più uno è giovane e basso di grado, peggiori sono le condizioni di lavoro. Non c'è una rotazione del personale, tocca sempre a loro stare a contatto con i detenuti, mansione che implica le maggiori criticità e più ore di straordinario". "Un agente penitenziario si sobbarca un carico di sofferenza smisurata - commenta il professor Giuseppe Mosconi, docente di Sociologia del diritto - il suo molo è legittimato dall'accezione positiva di rappresentare la legge, che però all'esterno non è riconosciuto. E ciò è fonte di frustrazione".
L'altra fetta di personale che considera il proprio mestiere pesante e demotivante è quella del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti. "L'aver a che fare con un alto e continuo numero di trasferimenti dei detenuti, il dover fare viaggi lunghi e passare la notte fuori casa, dormendo nelle caserme di altri istituti spesso prive di comfort, essere costretti a confrontarsi con una popolazione poco disciplinata e con persone arrestate da poco possono concorrere a rendere questo lavoro particolarmente duro e privo di soddisfazioni", si legge nella ricerca.
Va detto che le situazioni più difficili si riscontrano nei circondariali, gravati da turn over frequente. Il dossier indica poi Verona come la realtà più dura, per struttura e organizzazione, mentre la Giudecca di Venezia (Femminile) è l'isola felice priva di sovraffollamento.
In mezzo Belluno e Treviso, dove si evidenzia una maggior collaborazione tra agenti. Padova invece si distingue per la sezione dedicata ai tossicodipendenti con residuo di pena al massimo di due anni e che si stanno disintossicando sotto il controllo dell'Usl 16: godono di custodia attenuata, cioè possono stare sempre con le celle aperte.
Tornando alle lamentele del personale, riguardano il degrado strutturale, la conflittualità interna, la mancanza di soddisfazioni, formazione e occasioni di crescita professionale. Meno critici i poliziotti più anziani, che hanno figli o che fanno sempre lo stesso orario: si sentono parte di una squadra.
di Rosa Maria di Natale
Redattore Sociale, 3 febbraio 2015
Belle imprese. I loro progetti erano stati finanziati grazie alla Cassa delle ammende e ora, con o senza il finanziamento, le due cooperative sociali, formate anche da detenuti, che hanno curato il servizio andranno avanti con le proprie gambe. Ma è forte il rischio di perdere lavoratori e, per i detenuti, di veder diminuire le ore di occupazione in cucina.
Con o senza il finanziamento della Cassa delle ammende le cooperative sociali siciliane che hanno curato il servizio mensa delle carceri non chiuderanno e andranno avanti grazie alla loro capacità di fare impresa. Ma per le coop è forte il rischio di perdere lavoratori, e per i detenuti di vedersi diminuire le ambite ore di occupazione in cucina.
Come da contratto nazionale, lavorare nella mensa per chi è in carcere rende infatti uno stipendio medio di circa 500 euro al mese per 14 ore settimanali, esclusi straordinari e festivi, senza contare i reali benefici di recupero sociale.
"Negli anni ci siamo radicati e siamo diventati imprenditori veri, rischi e soddisfazioni incluse", dicono Giovanni Romano e Aurelio Guccione, rispettivamente presidenti della Coop "L'Arcolaio" di Siracusa e del consorzio "La Città solidale", a sua volta papà della coop sociale "Sprigioniamo sapori" di Ragusa. Il cambio di passo della Cassa il 16 gennaio ha rimesso in campo il Dap nella gestione delle mense, così come prima del 2004. Un passaggio che di certo non si rivelerà indolore per nessuno.
I due presidenti però non sono affatto scoraggiati. Le uniche due realtà siciliane che rientrano nella lista di dieci coop formate anche da detenuti, che hanno gestito le mense in altrettanti carceri italiane e che ora si trovano orfane dell'importante commessa, continuano il lavoro quotidiano con le proprie gambe. I loro progetti erano stati finanziati negli anni scorsi dalla Cassa delle ammende, il fondo alimentato dalle multe comminate dai tribunali e che a seguito di quanto stabilito lo scorso 21 dicembre, non sosterrà più i servizi di mensa in gestione a cooperative di detenuti come invece accadeva sin dal 2004.
Facendosi forte di un'esperienza cresciuta giorno dopo giorno, a fianco dei detenuti, L'Arcolaio conta come principale attività una produzione dolciaria di agricoltura biologica di raffinata nicchia, e con il marchio "Dolci evasioni" nato nel 2005 produce soprattutto paste di mandorla con la celebre "pizzuta" di Avola, mentre "Sprigioniamo sapori" è divenuto un marchio nel 2013 in grado di sviluppare buone pratiche di economia carceraria, con la produzione di torroni artigianali al miele degli iblei e pistacchi.
Un tripudio per il gusto, ma soprattutto un fatturato di oltre 500 mila euro per i siracusani di "Dolci evasioni" , mentre per i ragusani il 2014 ha fatto registrare un fatturato circa 80 mila euro per l' attività catering, ed altre 80 mila per l'attività collaterale. Ma il cambio di marcia sacrificherà posti di lavoro? "La nostra realtà contava 16 lavoratori detenuti e arriviamo in tutto a 29 operatori che negli anni hanno contribuito alla crescita della cooperativa e del marchio. Una crescita lenta ma costante, come tutte le produzioni di nicchia - dice Giovanni Romano. Se perderemo lavoratori detenuti a causa di questo cambiamento? Quelli che abbiamo dovuto licenziare sono già stati assunti dall'amministrazione penitenziaria. Abbiamo purtroppo dovuto licenziare tre operatori civili".
Per il presidente della coop siracusana l'esperienza della gestione mense "è stata di grande valore umano, sociale e operativo. Siamo cresciuti insieme ai detenuti e abbiamo migliorato costantemente la nostra produzione". Il servizio di mensa di Ragusa fino ad oggi ha dato lavoro a sei detenuti, due professionisti esterni, due cuochi e un tutor.
"Con questa novità per il momento perderemo due cuoche, ma cercheremo di recuperarle nel momento in cui riattiveremo altri progetti - aggiunge Aurelio Guccione- e ai detenuti, che comunque sono regolati da contratti a termine, dovremo diminuire le ore di lavoro. Puntiamo molto sul dialogo con la Cassa anche in questo momento. Dialogo che comunque rimane ottimo".
Le due cooperative hanno già incontrato a Roma il nuovo capo Dipartimento che in ogni caso valuterà il cofinanziamento di nuovi progetti che potranno eventualmente essere presentati dalle dieci cooperative ora del tutto autosufficienti. "L'Arcolaio" di Siracusa punta ad esempio ad un secondo laboratorio dolciario, mentre nel caso di Ragusa l'idea è quella del confezionamento pasti per privati con servizio gestito da detenuti con un progetto di circa 70 mila euro. L'esito dei progetti dovrebbe essere reso noto nel giro di poche settimane.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 febbraio 2015
L'appello di Simona: "Lo Stato aveva in consegna il mio Ciro, ora voglio sapere tutta la verità". L'inchiesta della procura prosegue. Il giovane rapinatore di Bagheria aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pm della direzione distrettuale antimafia.
"L'ho incontrato in carcere due giorni prima che morisse - racconta. Era sereno, parlava di progetti. Voleva pagare il suo debito con la giustizia e poi tornare a casa. Perché lui amava alla follia me e nostro figlio". Simona non crede che il suo Ciro si sia suicidato. "Era un ragazzo pieno di vita", ripete. E adesso vuole giustizia: "Non è possibile che in carcere accadano queste cose - dice - la magistratura deve fare fino in fondo la sua parte, lo Stato deve spiegarmi perché Ciro è morto. Se si è suicidato, voglio sapere il perché. Ma se quello, come credo, non è un suicidio, mi dicano chi ha ucciso Ciro".
È determinata la giovane compagna di Ciro Carrello, il detenuto bagherese trovato impiccato nell'infermeria del carcere di Pagliarelli, la notte fra mercoledì e giovedì. Da una decina di giorni, Carrello aveva iniziato a fare dichiarazioni ai magistrati della procura di Palermo: stava svelando i retroscena di alcune rapine e soprattutto il ruolo svolto da Luca Bellomo, il nipote acquisito del superlatitante Matteo Messina Denaro, in un maxi colpo avvenuto nei mesi scorsi nel deposito Tnt di Campobello di Mazara. Ora, c'è un'inchiesta sulla morte del detenuto e nel registro degli indagati sono finiti due boss, che avrebbero inviato pizzini di minacce a Carrello.
"Voglio sapere la verità - ripete Simona - non credo alla storia del suicidio. Non sapevo della sua scelta di collaborare con la giustizia e delle dichiarazioni che stava facendo ai magistrati, probabilmente mi aveva tenuto all'oscuro di tutto per proteggermi. Però, lo vedevo tranquillo. Ed ero serena, perché sapevo che era ormai deciso a pagare per gli sbagli che aveva fatto nella sua vita. Ciro voleva ricominciare d'accapo, assieme alla sua famiglia, questo avremmo fatto".
La compagna ricorda i momenti di gioia: "L'ho conosciuto quattordici anni fa, eravamo amici. Ci siamo rivisti dopo tanto tempo, ed è stato un colpo di fulmine". Ricorda anche i momenti di dolore: "Tante volte, mi parlava della vita difficile in carcere. Negli ultimi tempi mi diceva che in cella c'era tanto freddo, soffriva". Ciro Carrello era stato arrestato nel febbraio scorso. "Aveva deciso di cambiare vita - racconta la compagna - voleva lasciarsi alle spalle gli errori fatti. Ecco perché non credo che possa essersi ucciso. Lo Stato lo aveva in custodia, adesso deve dirmi perché è morto il mio Ciro".
di Danilo Loria
www.strettoweb.com, 3 febbraio 2015
Presso la sede del Parlamento Europeo, promosso dal Forum nazionale dei giovani e dall'on. Brando Benifei, è in programma un'importante tavola rotonda dal titolo "Diritti umani e dei detenuti. Quale futuro?".
Ai lavori prenderanno parte, oltre a all'On. Brando Benifei Pse co-promotore dell'iniziativa, Luigi Iorio, coordinatore del gruppo di lavoro "Diritti umani" Fng, Matteo Guidoni, membro del direttivo nazionale Fng con delega alle carceri, Stefano Felician, membro Youth forum, Gianpiero Milani, Advisory council, Antonino Castorina autore del saggio "Viaggio nelle carceri", l'On. Lugi Morgano Pse, l'On.Lara Comi Ppe e il Vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Il problema del sovraffollamento carcerario nel nostro Paese è stato un fenomeno strettamente interconnesso alla tematica della legalità; diventa un paradosso, infatti, far vivere chi non ha recepito il senso di legalità in una situazione di non corrispondenza tra quanto normativamente definito e quanto attuato e vissuto, di norma, in condizione di palese violazione dei diritti umani.
I dati forniscono un quadro in aumento della popolazione carceraria italiana nell'ultimo decennio, il che ha generato un forte sovraffollamento degli istituti di pena ed un consequenziale deterioramento delle qualità della vita dei detenuti. Grazie ad importanti interventi strutturali e ad un interessamento serio di Andrea Orlando sul tema, nell'ultimo anno, però, le cose sono in evidente miglioramento.
Il sovraffollamento delle carceri risulta meno dilagante che in passato. In soccorso alla vicenda sono intervenute diverse leggi cosiddette "svuota-carcere"; da ultima la Legge 10-2014 con la quale il legislatore è intervenuto al fine di implementare le misure alternative, l'istituzione del garante dei detenuti e la ridefinizione del piano carceri.
Da qui l'idea di portare anche in ambito europeo una discussione, spesso ritenuta di secondo piano, ma che riguarda il rispetto dei diritti umani e, quindi, la dignità della vita e la garanzia della costituzione e dei dettami comunitari. Antonino Castorina, capogruppo del Pd in Consiglio comunale di Reggio Calabria e responsabile legalità dei giovani democratici , ritiene "importanti i passi avanti fatti dal governo Renzi ed il lavoro meticoloso di controllo e monitoraggio che fanno alcuni parlamentari come Enza Bruno Bossio, Roberto Speranza o Danilo Leva, di concerto con il partito il cui settore carceri è ben guidato da Sandro Favi.
A Reggio, come in altri importanti grandi comuni del Mezzogiorno si sta già lavorando per istruire il Garante dei diritti dei detenuti che dovrà in modo costante monitorare la situazione carceraria nel Comune di riferimento e supportare l'enorme mole di lavoro presente negli istituti detentivi a rispetto e garanzia dei diritti umani".
www.immediato.net, 3 febbraio 2015
Il carcere di Foggia versa in condizioni molto complicate. Sovraffollamento, carenza di igiene e difficoltà nel reperire i farmaci sono solo alcune delle questioni più scottanti. Solo poche settimane fa, su l'Immediato, pubblicammo la denuncia di alcuni esponenti dell'associazione Radicali "Maria Teresa Di Lascia" a poche ore dalla loro visita nel carcere foggiano.
Oggi è la consigliera regionale foggiana, Anna Nuzziello ad intervenire sulla situazione delle carceri pugliesi e, in particolar modo, su quella che riguarda la casa circondariale del capoluogo dauno, che resta, proporzionalmente, la più affollata del distretto. Il caos delle carceri, però, riguarda tutti gli 11 istituti penitenziari del territorio pugliese, dove, ugualmente, si verifica un esubero della capienza regolamentare.
"Secondo il calcolo statistico degli organi competenti presente all'interno della relazione datata 31 dicembre 2013, la capienza regolamentare degli istituti penitenziari regionali dovrebbe essere complessivamente di 3.722 soggetti - spiega la consigliera Nuzziello. Il numero dei detenuti, però, è sempre maggiore rispetto alla disponibilità prevista, considerando i soggetti che scontano la pena in pianta stabile e quelli in semi-libertà, tra cui, va ricordato, donne e stranieri. Le difficoltà in cui versano gli istituti di pena pugliesi sono e restano, dunque, sintomatiche di una situazione che va migliorata, se non convintamente riformata".
Tornando a Foggia, "nonostante il grande impegno profuso dalla direttrice della casa circondariale di Foggia, Mariella Affatato, grazie alla quale, di concerto con i tavoli tecnici e istituzionali, sono state attivate numerose iniziative trattamentali - sottolinea la consigliera regionale - che vanno nella direzione giusta, e cioè il fine rieducativo della pena, le criticità, però, restano.
In particolare quelle più impellenti, a tutt'oggi, consistono nella carenza di personale delle varie aree rispetto alla pianta organica prevista; nell'obsolescenza degli impianti idrici e termici; nella scarsa efficienza dell'erogazione del servizio socio-assistenziale, comprensivo del servizio psicologico e dell'assistenza psichiatrica ai pazienti, che dovrebbe garantire un monitoraggio costante non solo sotto l'aspetto sanitario specialistico ma anche generico. Relativamente a quest'ultimo punto esistono modalità, procedure e criteri stabiliti dalla legge e vanno perseguiti con maggior vigore".
Il riferimento della consigliera Nuzziello va al lungo e complesso iter che ha impiegato quasi un decennio per realizzare un cambiamento fondamentale in tema di carceri, e cioè la Riforma della Medicina penitenziaria prevista dal decreto legislativo n. 230/1999 e finalmente approvata nel 2008 dalla Conferenza Stato-Regioni con il "sì" allo schema del provvedimento emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. La riforma è finalizzata ad una più efficace assistenza sanitaria e alla qualità delle prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione negli istituti penitenziari, negli istituti di pena per minori, nei centri di prima accoglienza, nelle comunità e negli ospedali psichiatrici giudiziari.
"Con il lavoro d'equipe, condotto dal garante regionale dei detenuti, il dottor Pietro Rossi, insieme ai tavoli tecnici degli organi competenti, si sono fatti, fino ad oggi, grandi passi in avanti, grazie anche al protocollo d'intesa tra la Regione Puglia e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria (Prap) - illustra Anna Nuzziello. Bene dunque un'attenta azione istituzionale sulla vertenza delle carceri pugliesi, e, in particolar modo, su quella della casa circondariale di Foggia, attraverso gli accordi di programma, i protocolli di intesa, i vari seminari.
Ma c'è assoluta necessità - continua la consigliera regionale - di guardare anche al di fuori degli istituti penitenziari, per far sì che la gente perbene e le imprese oneste si sentano tutelate e protette, anche alla luce di provvedimenti legislativi come il decreto legge n. 78/2013, il cosiddetto 'Svuota carceri'. In un tempo in cui la crisi economica continua a mordere, e in un contesto cittadino come quello del capoluogo dauno, in cui la sicurezza continua ad essere minata, senza un'adeguata vigilanza, tanto dal malcostume quanto dalla criminalità organizzata, senza contare una disoccupazione giovanile alle stelle e la dilagante indigenza di un sempre maggior numero di nuclei familiari, c'è bisogno di una risposta concreta delle istituzioni, anche per evitare derive delinquenziali che si ripercuoterebbero inevitabilmente sul sovraffollamento delle carceri".
"Ben vengano, allora, le fiaccolate della legalità, le iniziative in tal senso delle associazioni e della comunità operosa, ma i tavoli tecnici della politica e delle istituzioni devono operare più concretamente - conclude Anna Nuzziello - per risolvere davvero i problemi di Foggia, per portare cambiamento e innovazione, per far riemergere un futuro luminoso in fondo al tunnel del degrado, attraverso sinergie ed energie, umane e professionali, senza colore politico. La gente continua a morire di fame. Foggia e i suoi cittadini sono stanchi, offesi, umiliati e chiedono aiuto, rispetto e dignità da parte della politica e delle istituzioni".
www.campanianotizie.com, 3 febbraio 2015
"L'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere avrà l'attenzione che merita, e tutte le problematiche di cui ci siamo fatti carico nelle scorse settimane, dalla classificazione al potenziamento del personale, dal reparto riservato in ospedale all'attenzione per lo sport e per le visite dei parenti: sono certa che saranno affrontate prontamente, anche con il necessario coinvolgimento della direttrice del carcere".
Lo ha detto Camilla Sgambato a margine di un incontro con il magistrato Santi Consolo, da dicembre a capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. La deputata del Partito Democratico, più volte in visita alla struttura di Santa Maria Capua Vetere e a colloquio sia con gli agenti di Polizia Penitenziaria che con la direttrice Concetta Giaquinto, ha esposto al nuovo capo del Dap le problematiche di Santa Maria: "All'aumento di detenuti con la costruzione di un nuovo padiglione - ha ricordato la parlamentare - non è corrisposto un adeguamento aumento di personale, come dimostrano purtroppo gli episodi di aggressione ad agenti che si sono registrati negli ultimi mesi.
Va pensato uno spazio per le detenute comuni all'interno del reparto femminile, come più volte auspicato anche dai vertici del Tribunale. E poi l'istituto va qualificato come carcere di primo livello, impensabile che sia ancora classificato di secondo livello, al pari di realtà decisamente più semplici e con una popolazione carceraria assolutamente meno numerosa.
Il dottor Consolo ha inoltre accolto le nostre sollecitazioni anche su altre questioni: seguirà anche lui la vicenda del reparto per detenuti inaugurato e mai messo in funzione all'ospedale di Caserta; coinvolgerà il carcere di Santa Maria in progetti che porteranno alla struttura nuove energie e soprattutto nuove risorse; si studieranno iniziative per potenziare le attività sportive, si pensava in particolare a coinvolgere magari il Coni e la locale famosa squadra di rugby. Riprenderemo a lavorare, inoltre, anche ad un progetto per l'accoglienza dei bambini figli di detenuti e detenute, magari anche pensando di utilizzare le detenute".
"Il dottor Consolo - ha poi concluso Camilla Sgambato - sarà presto in Campania in visita al carcere di Poggioreale e ha accolto con molto favore la mia richiesta di visitare, in quella occasione, anche il carcere di Santa Maria Capua Vetere per verificare di persona potenzialità e criticità della struttura".
di Elena Giacchero
www.newsbiella.it, 3 febbraio 2015
Passa dal concetto di "restituzione sociale", il nuovo progetto che vede Provincia e Casa circondariale unite per il futuro reinserimento dei detenuti. Questi ultimi, infatti, si occuperanno di manutenzione di aree verdi e piccoli lavori all'interno degli istituti scolatici superiori, imparando un mestiere.
"Siamo i primi ad aver avviato il protocollo nel Biellese - ha spiegato il presidente della Provincia, Emanuele Ramella Pralungo, affiancato dall'assessore, e promotore dell'iniziativa, Giuseppe Faraci, perché crediamo nella rieducazione del reo. Punire non serve, ma occorre dare ai reclusi una possibilità. E in cambio, con questi lavori, loro daranno qualcosa ai biellesi". In tutto saranno una decina i detenuti coinvolti, tutti soggetti ormai a fine pena e con custodia attenuata. "Si tratta di una proposta di trattamento - ha continuato la direttrice del carcere, Antonella Giordano, dedicata a chi ha voglia di mettersi in gioco. L'obbiettivo finale è quello di creare un interscambio tra la società e il detenuto. A quest'ultimo, anche il compito di gestire i propri spazi e, soprattutto, di responsabilizzarsi". Entro un mese, quindi, i primi reclusi, assistiti da tutor, inizieranno a prendere servizio nelle scuole.
- Biella: sì al reinserimento dei detenuti, ma lontano dalla scuola, sono diseducativi
- Firenze: alla stazione Leopolda nasce un "giardino verticale" fatto da minorenni detenuti
- Taranto: a Martina Franca la manutenzione affidata ai detenuti, convenzione il carcere
- Augusta (Sr): realizzato un container per ospitare tre detenuti in permesso
- Ancona: il Card. Menichelli in visita ai detenuti "il carcere deve essere un luogo di vita"











