www.salernotoday.it, 23 aprile 2015
"La giornata vedrà tre momenti importanti - spiega il professor Paolo Diana. Nella prima parte ci sarà da parte del team di Unisa la presentazione dei risultati della ricerca empirica svolta nei centri di reclusione per minori".
Oggi, 23 aprile, presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell'Università di Salerno, sarà ospitato il Multiplier Event del partenariato di ricerca e formazione Innovative Learning Approaches in Staff Training and Young Offenders' Employability Support - Ila Employability, finanziato dalla Comunità Europea attraverso il programma Erasmus+ per il biennio 2014-2016.
Sarà l'occasione per presentare i primi risultati del progetto e avviare una discussione con gli enti, le istituzioni e le associazioni presenti sul territorio. Promuovere l'inclusione sociale e favorire l'occupazione dei detenuti minorenni attraverso la creazione e l'implementazione di un modello formativo che sia basato su un approccio multidisciplinare, sia fondato e validato empiricamente e sia applicabile anche ad altri gruppi a rischio.
Questo lo scopo principale del progetto ILA Employability che risponde ai bisogni di due specifici target: i minori detenuti che hanno bisogno di essere preparati per il reingresso in società e nel mercato del lavoro e il personale che si occupa dei minori detenuti, a cui sarà fornito un percorso formativo e uno strumento di analisi per aiutare i minori detenuti ad apprendere competenze spendibili nel mercato del lavoro. In questo progetto transdisciplinare cinque partner di cinque Stati membri dell'Unione europea apporteranno un riconosciuto know-how europeo e le migliori pratiche: Centrul de Reeducare Buzias (Romania) G.G. Eurosucces Consulting Ltd (Cyprus Fife Council (United Kingdom), Università degli Studi di Salerno (Italy) e Association Dae (Spain).
"La giornata vedrà tre momenti importanti - spiega il professor Paolo Diana - Nella prima parte ci sarà da parte del team di Unisa la presentazione dei risultati della ricerca empirica svolta nei centri di reclusione per minori di Romania, Spagna e Cipro. A questo proposito mi piace ricordare i nomi degli altri membri del gruppo Unisa: il collega Felice Addeo e i dottori di ricerca Maria Carmela Catone e Giuseppina Casale.
Il secondo momento è dedicato alle relazioni invitate. Le prime due saranno svolte dal dottor Iosif Csatlos, del Dima National Probation Department, Romania e dal prof. Eric de Léséleuc dell'Institut national supérieur de formation et de recherche pour l'éducation des jeunes handicapés et les enseignements adaptés, Francia. A seguire le relazioni del dott. Gennaro Sammartino, tossicologo medico legale, Asl Salerno, del dott. Claudio Marra di Migrantes, della dottoressa Imma D'esposito del Ceus di Nisida e della dottoressa Gabriella Ambrosino del Ministero della Gisutizia.Nella parte ultima della giornata di disseminazione si terrà una tavola rotonda con i rappresentanti degli Enti, Istituioni e Associazioni che operano sul territorio. A loro un sentito grazie per aver risposto al nostro invito.
Sarà certamente un momento fondamentale per condividere i risultati raggiunti", ha aggiunto. E sul futuro, Diana annuncia: "Abbiamo ancora molti mesi davanti e tante le attività di ricerca e formazione che si svolgeranno. Mi piace ricordare che saranno coinvolti: 100 giovani detenuti a cui sarà offerta la formazione all'occupabilità; 20 giovani ex detenuti a cui sarà offerta la mobilità blended appoggiata dai datori di lavoro, che si pone anche a livelli transnazionale e culturale; 140 educatori dai centri/carceri per giovani detenuti da formare per fornire l'istruzione all'occupabilità rivolta giovani detenuti attraverso attività pratiche e di sviluppo di competenze, compresa la mobilità a breve termine. Le prossime tappe ci vedranno impegnati in Spagna, Cipro e Scozia". Per info: www.ila-employability.eu.
www.cn24tv.it, 23 aprile 2015
In un pacco ad un detenuto del carcere di Rossano, sottoposto al regime di alta sicurezza sono stati stata occultati undici panetti di hascisc, per un totale di 60 grammi. Dalla droga sequestrata avrebbero potuto essere ricavate 330 dosi. La droga era stata occultata, con dei profilattici, all'interno del bagno schiuma, prodotto che non può entrare dall'esterno, ma deve essere acquistato nel magazzino interno del carcere. È stato probabilmente questo l'errore di chi l'ha inviato che ha insospettito la polizia penitenziaria che, dopo aver vuotato il contenuto della bottiglia di bagno schiuma, ha scoperto quello che c'era dentro.
La Repubblica, 23 aprile 2015
"È solo grazie alle colleghe, intervenute immediatamente, che si è riusciti a evitare ulteriori complicazioni per l'agente, alla quale sono stati poi prescritti sette giorni di prognosi". A pochi giorni dall'episodio del detenuto che ha aggredito tre appartenenti alla polizia penitenziaria per tentare di evitare il trasferimento nel carcere di Monza, il carcere di Bollate torna al centro della cronaca. Una agente di polizia penitenziaria è stata aggredita e picchiata da una detenuta romena condannata per furto e con fine pena 2017. La notizia è stata resa nota dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe.
"L'agente aveva chiesto alla detenuta addetta alle pulizie di tornare più tardi per il ritiro di alcuni generi quali bagnoschiuma, sacchetti, visto che il pavimento era bagnato - spiega il segretario generale del Sappe, Donato Capece - ed è stata aggredita: nonostante avesse cercato inizialmente di far ragionare la detenuta circa le sue pretese, ha subito sputi e insulti e poi l'aggressione. È solo grazie alle altre colleghe, intervenute immediatamente, che si è riusciti a evitare ulteriori complicazioni per l'agente, alla quale sono stati poi prescritti sette giorni di prognosi".
Il sindacato rinnova al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e ai vertici dell'amministrazione penitenziaria la richiesta "di dotare le donne e gli uomini della polizia penitenziaria di strumenti di tutela efficaci, come può essere lo spray antiaggressione già assegnato, in fase sperimentale, a polizia di Stato e carabinieri. Sono decine e decine le aggressioni subite da poliziotti penitenziari in carcere dall'inizio dell'anno. Cosa si aspetta ad assumere adeguati provvedimenti per garantire la sicurezza e la stessa incolumità fisica degli agenti?".
www.laprimapagina.it, 23 aprile 2015
È in programma per venerdì 24 aprile presso il Teatro Goldoni di Livorno alle ore 21 la prima dello spettacolo teatrale "Il Pifferaio Magico", regia di Francesca Ricci. Lo spettacolo, liberamente tratto da "Topo dopo Topo" di Bruno Tognolini, è un progetto promosso da Coordinamento Femminile Anpi-Anppia e Arci Solidarietà Livorno con il contributo della Regione Toscana - Progetto "Teatro in carcere" e del Comune di Livorno in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Livorno. Si tratterà di un video-spettacolo, perché sul palco del Goldoni saliranno complessivamente sei detenuti: quattro saranno sul palco del Goldoni mentre gli altri due reciteranno attraverso delle proiezioni video, che sono state girate nella Casa Circondariale delle Sughere di Livorno.
Con questa unione di intenti il carcere entrerà a teatro, così come grazie al laboratorio teatrale il teatro entra in carcere arrivando ai detenuti, in un'esperienza unica che permetterà agli spettatori di entrare nel carcere di Livorno e ai detenuti di uscire dalle celle, per salire sul palco del teatro. Il progetto "Teatro in Carcere" promosso dalla Regione Toscana è attivo da oltre 15 anni ed è curato da Arci Solidarietà Livorno, che organizza dei laboratori settimanali di teatro, all'interno del carcere delle Sughere.
Lo spettacolo rielabora la celebre favola del pifferaio magico di Hamelin, in un adattamento tratto da "Topo dopo Topo", opera dello scrittore e poeta Bruno Tognolini. "Ho deciso di attualizzare la storia del pifferaio magico raccontando una favola sociale e politica, dove il messaggio è che la cultura, l'arte, la poesia possono e devono cambiare il corso della storia delle nostre città pervase dal consumismo sfrenato, dal disfacimento e dall'indifferenza - racconta la regista Francesca Ricci, che cura il laboratorio teatrale in carcere - si tratta di un messaggio ancora più potente se pensiamo al contesto del carcere, e all'articolo 27 della Costituzione". Lo spettacolo sarà arricchito anche dai balletti di cinque scuole di danza livornesi, che interpreteranno i temi della favola: Arabesque, Atelier delle Arti, ArteDanza, Ex-it Danza T, Laboratorio di Danza e Movimento. La regista e attrice Alessia Cespuglio interpreterà uno dei personaggi dello spettacolo.
Lo spettacolo sarà interpretato dai detenuti della Casa Circondariale di Livorno: Ivo Casalini, Youssef Fathi, Mirko Fantozzi, Bilel Ouni, Daniel Tedesco, Daniele Testagrossa, con la partecipazione di Alessio Traversi e la collaborazione di Antonella Marcianò. Lo spettacolo è gratuito e i posti sono numerati. Per prenotare i biglietti: 0586-204327. I biglietti possono essere ritirati ogni giorno dalle 17 alle 20, oppure la sera stessa dello spettacolo.
Prima disamina, il carcere può perdere la sua centralità e venire sostituito - non solo agevolmente, ma anche assai più efficacemente - da sanzioni diverse dalla detenzione in una cella chiusa. In sintesi le dieci proposte contenute nel libro.
Quello che proponiamo è un decalogo per arrivare progressivamente e in modo efficace all'abolizione del carcere:
1) salvo per le violazioni più gravi di diritti e interessi fondamentali, depenalizzare tutto ciò che è possibile;
2) cancellare la "pena di morte occulta" (come Papa Bergoglio ha definito l'ergastolo) e ridurre le pene detentive.
3) diversificare il sistema delle pene, rendendo il carcere un'extrema ratio cui ricorrere solo nei casi di eccezionale gravità;
4) concentrare il processo penale su fatti realmente meritevoli di sanzione, anche attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall'imputato in favore della vittima o della collettività;
5) ammettere la custodia cautelare solo in presenza di spiccata pericolosità dell'imputato, imponendo negli altri casi misure non detentive, di natura interdittiva, prescrittiva, pecuniaria;
6) potenziare al massimo le alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale;
7) garantire i diritti fondamentali dei detenuti e superare il "carcere duro" e i vari circuiti penitenziari differenziati;
8) umanizzare il carcere per quanto riguarda i luoghi e le funzioni che sopravvivranno alla sua abolizione;
9) mai più bimbi e minori in carcere: per questo alle madri di bambini sotto i 10 anni vanno riconosciuti sempre i domiciliari o l'assegnazione a case-famiglia e istituti analoghi;
10) dopo l'effettivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, si deve garantire che nei confronti degli autori di reato affetti da disagio psichico, le misure di sicurezza detentive siano sostituite con altre finalizzate alla riabilitazione e alla cura.
di Silvana Mazzocchi
La Repubblica, 23 aprile 2015
Il carcere non riabilita, esclude, emargina e riproduce delitti. Sbarre e celle costringono i detenuti in spazi estranei e angusti dove cambia la percezione dello spazio e del tempo e, soprattutto, non garantisce la sicurezza dei cittadini. Il carcere annienta, non salva e, dunque, deve perdere la sua centralità. Luigi Manconi, parlamentare e fondatore di Buon Diritto, associazione per la libertà, ricorda in questa intervista che, fra coloro che escono dopo aver scontato la pena, ben il 68% torna a delinquere; una percentuale assai maggiore di quella che si registra tra chi ha beneficiato delle misure alternative o ha pagato con sanzioni diverse dalla reclusione.
E allora, come intervenire per spezzare quella logica che affolla i penitenziari italiani all'inverosimile, ma non produce un calo di criminalità né mette al sicuro i cittadini? Un libro, Abolire il carcere (Chiarelettere), tenta una risposta e avanza un decalogo di proposte per cambiare un sistema che si rivela addirittura dannoso e che, secondo le parole pronunciate nel 2013 dall'allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si configura come "una realtà non giustificabile in nome della sicurezza".
Firmato da Luigi Manconi, da Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia del diritto, da Valentina Calderone, direttrice di buon Diritto e da Federica Resta, avvocata impegnata nel settore, Abolire il carcere illustra una serie riforme "ragionate e possibili" per cambiare: fra queste, la differenziazione delle pene, la depenalizzazione per i reati meno gravi, l'abolizione dell'ergastolo, l'applicazione di misure alternative a largo raggio, le sanzioni pecuniarie, l'esclusione dei minori dal carcere e la concessione dei domiciliari alle detenute con figli fino ai 10 anni.
"Il carcere è un lungo e minuzioso processo di spoliazione, dal primo ingresso fino al momento dell'uscita (se uscita vi sarà).", sottolinea Manconi. E ammonisce Gustavo Zagrebelsky nella sua postfazione: "Diciamo che il crimine determina una frattura nelle relazioni sociali. In una società che prende le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura?".
Luigi Manconi, come conciliare l'abolizione del carcere con la sicurezza dei cittadini?
Il vero problema è che il carcere non garantisce affatto la sicurezza dei cittadini. É vero l'esatto contrario: contribuisce in maniera rilevantissima alla insicurezza collettiva. Le statistiche dimostrano, infatti, che chi ha scontato la pena in carcere torna a delinquere nel 68% dei casi: e con una frequenza assai maggiore rispetto a chi invece abbia beneficiato di misure alternative o comunque di sanzioni diverse dalla reclusione. Il carcere, dunque, non solo non è utile ma è addirittura dannoso per la sicurezza dei cittadini, che ne viene "più insidiata che garantita", come scrisse Giorgio Napolitano nel 2013, nel messaggio alle Camere, affermando espressamente che il carcere è una "realtà non giustificabile in nome della sicurezza".
Per garantire davvero la sicurezza dei cittadini la risposta al reato deve essere totalmente diversa e, soprattutto, differenziata: non una pena, la stessa per tutti e la più inutile (come il carcere oggi), ma la più appropriata per ogni reato e ogni soggetto. Così, le sanzioni patrimoniali (multa, confisca, ecc.) saranno molto più efficaci, perché più dissuasive, per tutta l'area della criminalità economica e "da colletti bianchi", in quanto capaci - ben più del carcere - di annullare i vantaggi derivanti dal reato. Per altro verso, un ampio ricorso al risarcimento e a prestazioni riparative in favore della vittima consentirebbe di tutelarne i diritti ben più di quanto lo permetta l'attuale sistema penale. Tali prestazioni dovrebbero poi essere il presupposto per la composizione del conflitto attraverso la mediazione penale, che sta dando, in molti Paesi europei, ottimi risultati anche in termini di prevenzione della recidiva.
Ampia dovrebbe essere poi l'utilizzazione di sanzioni "di comunità", ovvero di prestazioni lavorative e attività riparatorie in favore della collettività, che realizzano, meglio di ogni altra, quel reinserimento sociale cui la pena deve tendere secondo Costituzione e che, prevenendo la recidiva, garantisce davvero la sicurezza dei cittadini. Come si vede già da questa prima disamina, il carcere può perdere la sua centralità e venire sostituito - non solo agevolmente, ma anche assai più efficacemente - da sanzioni diverse dalla detenzione in una cella chiusa. In sintesi le dieci proposte contenute nel libro.
Quello che proponiamo è un decalogo per arrivare progressivamente e in modo efficace all'abolizione del carcere:
1) salvo per le violazioni più gravi di diritti e interessi fondamentali, depenalizzare tutto ciò che è possibile;
2) cancellare la "pena di morte occulta" (come Papa Bergoglio ha definito l'ergastolo) e ridurre le pene detentive.
3) diversificare il sistema delle pene, rendendo il carcere un'extrema ratio cui ricorrere solo nei casi di eccezionale gravità;
4) concentrare il processo penale su fatti realmente meritevoli di sanzione, anche attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall'imputato in favore della vittima o della collettività;
5) ammettere la custodia cautelare solo in presenza di spiccata pericolosità dell'imputato, imponendo negli altri casi misure non detentive, di natura interdittiva, prescrittiva, pecuniaria;
6) potenziare al massimo le alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale;
7) garantire i diritti fondamentali dei detenuti e superare il "carcere duro" e i vari circuiti penitenziari differenziati;
8) umanizzare il carcere per quanto riguarda i luoghi e le funzioni che sopravvivranno alla sua abolizione;
9) mai più bimbi e minori in carcere: per questo alle madri di bambini sotto i 10 anni vanno riconosciuti sempre i domiciliari o l'assegnazione a case-famiglia e istituti analoghi;
10) dopo l'effettivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, si deve garantire che nei confronti degli autori di reato affetti da disagio psichico, le misure di sicurezza detentive siano sostituite con altre finalizzate alla riabilitazione e alla cura.
La prigione, questa sconosciuta
Il carcere è un lungo e minuzioso processo di spoliazione, dal primo ingresso fino al momento dell'uscita (se uscita vi sarà). Il benvenuto te lo danno il freddo-umido o il caldo torrido del cellulare o della portineria. E il rumore metallico delle porte blindate, di cui non ti libererai più, in galera e poi fuori. La prima tappa in matricola, dove vieni letteralmente spogliato e perquisito fino in fondo all'ano, uno dei migliori ripostigli per piccoli, ma ricercati generi stupefacenti. Ora puoi rivestirti, ma non completamente: lacci, collane, oggetti di qualche valore restano lì, in matricola, insieme con i tuoi documenti e i tuoi soldi (se ne avevi). Declinate le generalità puoi andare alla casella successiva: visita medica e colloquio psicologico di primo ingresso. Se hai segni di violenza sul corpo, sarà bene refertarli subito, così che nessuno ne chieda conto, poi, al personale penitenziario.
Terminato il colloquio con lo psicologo sei pronto per la tua cella, se c'è un letto libero nei reparti ordinari. Altrimenti te ne stai al transito per un po', insieme con gli altri arrestati, in un camerone generalmente sovraffollato, vociante e lercio quanto solo può essere una cella provvisoria di tutti e di nessuno. La cella, la tua cella, quando ci arrivi, è il confino. Ti ci scortano successioni di poliziotti, che ti si scambiano di sezione in sezione, di piano in piano, come fossi un pacco, tal quale i pochi effetti personali che riesci a portare con te. Alla fine del tour c'è una porta blindata, una grata e un comitato d'accoglienza (i tuoi compagni di cella), con i loro volti, i loro corpi, i loro odori.
La cella si chiude e questa è la tua nuova e improbabile famiglia, che non tarderà a farti conoscere le regole della sua casa dentro le regole del condominio penitenziario. La tua vita d'ora in poi, nella maggior parte dei casi, si svolgerà tutta lì. Tra quelle quattro piccole mura circondate da mura più grandi. Con poco o niente da fare tutto il giorni, per tutti i giorni della tua pena. Per questo pensiamo, molto semplicemente, che se si conosce davvero la realtà del carcere, risulti molto difficile augurarsi che altri ne facciano esperienza. Sta tutta qui, forse, la prima e più profonda ragione della nostra volontà di fare a meno dell'istituzione penitenziaria.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Stragi a mare. Con "blocchi navali" e sola "caccia" agli scafisti si cancellano i diritti dei migranti. Raramente era capitato di assistere a un così sfrontato ribaltamento della realtà, quale quello realizzato a partire dalle ore immediatamente successive al naufragio di domenica scorsa. Da quattro giorni, l'intera questione dell'immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce. Ovvero alla responsabilità criminale di quelli che, in un crescendo melodrammatico di retorica, sono chiamati: schiavisti, negrieri, trafficanti di carne umana. E così, tutti si affannano intorno alla dimensione finale della tragedia, perché è la più visibile: quella che concentra la più immediata e diffusa ostilità.
E questo consente, infine, di identificare e tracciare il profilo del nuovo nemico assoluto: lo Scafista. Nessuno sembra porsi la domanda cruciale: se pure riuscissimo, d'un colpo solo, a eliminare tutti quei "mercanti di morte", avremo ridotto anche solo di qualche unità il flusso dei migranti? Avremo limitato il numero delle vittime? Avremo garantito una maggiore sicurezza a quelle disgraziate aree del mondo?
La mia risposta a questi interrogativi è un no secco. Respingere i movimenti di esseri umani al di là del Mediterraneo, "bombardando i barconi" o "sparando sugli scafisti" o attuando un "blocco navale" avrebbe il solo effetto di allontanare le vittime dal nostro sguardo. E di rimuoverle dalla nostra esperienza individuale e collettiva.
Probabilmente un sollievo per il nostro senso estetico, non più offeso da tanto orrore, e per la nostra buona coscienza, non più turbata da uno spettacolo così crudele: ma nessun vantaggio per la stabilità dell'Africa e del Medio Oriente e nemmeno per il livello di civiltà giuridica delle nostre democrazie e per la dignità della nostra identità europea. Direi, infatti, che morire nel deserto invece che nel Mediterraneo non rappresenta un passo avanti né sotto il profilo umanitario né sotto quello del controllo dei movimenti migratori e nemmeno sotto quello della normalizzazione dei rapporti con paesi così vicini alle nostre coste.
Eppure, questa elementare e inconfutabile verità sembra sfuggire a tanti, a partire dal presidente del Consiglio e dal Ministro dell'Interno. E così, quegli oltre 800 morti hanno prodotto il paradossale effetto di cancellare tutte le cause, lontane e vicine, le motivazioni antiche così come quelle congiunturali, che inducono milioni di persone a fuggire dal proprio paese d'origine. Tutto ciò sembra rimosso e l'intero discorso pubblico si focalizza sulle strategie di controllo e repressione della macchina criminale che trasforma una gigantesca tragedia umana in un affare economico.
Ora, reprimere il traffico di esseri umani è un'azione necessaria e indifferibile, da attuare con la massima severità, ma che rischia di rivelarsi clamorosamente insufficiente. Che ne sarebbe, infatti, di quelle centinaia di migliaia di persone che si rivolgono ai trafficanti per trovare una via di fuga e un'opportunità di vita, se non adottassimo strategie legali e sicure per garantire loro una via di salvezza? Quelle strategie legali e sicure sono alla nostra portata. Difficili, difficilissime, ostacolate da massicce resistenze politiche, e tuttavia le uniche ragionevoli, concrete e praticabili.
Innanzitutto va ripristinata, e nel più breve tempo possibile, la missione Mare Nostrum, con quelle stesse responsabilità e con quelle stesse competenze, come iniziativa di dimensione europea; e, dunque, con il coinvolgimento - in risorse economiche, uomini e mezzi - di tutti i paesi membri. Un'operazione che, come quella svolta in precedenza dalla Marina italiana, dovrebbe perseguire tre compiti essenziali: interventi di soccorso e salvataggio; azioni di filtro sanitario e di sicurezza, realizzate già a bordo; misure di contrasto del traffico di esseri umani, a partire dal sequestro delle navi madre, dalla distruzione dei barconi intercettati.
È necessario, inoltre, rimuovere tutti gli ostacoli di natura esclusivamente politica che impediscono all'Europa di garantire protezione ai profughi, senza che questi siano costretti a rischiare la vita nel Mediterraneo e a ricorrere ai trafficanti di morte. In altre parole si deve realizzare, in tempi rapidi, un piano di "ammissione umanitaria", che preveda l'anticipazione della richiesta di asilo già nei paesi in cui si addensano e transitano i flussi migratori.
Si tratta di istituire in quei paesi - laddove è possibile e dove già qualcosa in questo senso è in atto come in Giordania, Libano, Egitto e nel Maghreb - un sistema di presidi realizzato dalla rete diplomatico consolare dei paesi dell'Unione e del Servizio europeo per l'azione esterna, insieme a Unhcr e alle altre organizzazioni umanitarie internazionali.
Qui i profughi potrebbero essere accolti temporaneamente per poi essere trasferiti con mezzi legali e sicuri nel paese europeo in cui chiedono asilo, secondo quote di accoglienza concordate tra gli stati membri. Un piano da affiancare e combinare ad altre proposte allo stesso modo concrete e praticabili, quali il reinsediamento, l'ingresso protetto e i corridoi umanitari. Tutto ciò è terribilmente arduo e richiede una vera e propria lotta politica a livello europeo. Ma è la sola alternativa a un'ecatombe senza fine.
di Alessandro Dal Lago
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Migranti. La repellente condotta di Bruxelles suona come la giustificazione preventiva di un intervento militare in Libia, o in prossimità delle sue coste, travestito da azione umanitaria. C'è una terribile ipocrisia in giro per l'Europa e ovviamente in Italia. È quella dei governi che oggi tuonano contro gli scafisti da "bombardare" e i "mercanti di schiavi".
Un'ipocrisia tanto più repellente, quanto più suona come la giustificazione preventiva di un intervento militare in Libia, o in prossimità delle sue coste, travestito da azione umanitaria. D'altra parte, l'ipocrisia è la norma italiana in queste materie. Un anno fa, il governo Renzi vantava il successo di Triton, "a costo zero", come ripeteva gioiosamente Alfano. Oggi lo stesso ministro, dopo l'immane strage in mare, dichiara l'inadeguatezza dell'operazione. Con ministri del genere c'è sempre da aspettarsi il peggio.
Intendiamoci. Le organizzazioni di scafisti esistono, così come esiste una vasta documentazione degli atti di pirateria: natanti abbandonati alla deriva, migranti gettati in mare, violenze di ogni tipo. Ma prendere esclusivamente di mira i "mercanti di schiavi" significa sia falsificare agli occhi dell'opinione pubblica la natura delle migrazioni, sia gettare le premesse di nuove sciagure.
Infatti, gli scafisti non fanno che lucrare sulla domanda di mobilità dei migranti. Mobilità nel senso di fuga dalla guerra, di ricerca di opportunità o semplicemente di sopravvivenza. Finora l'Europa ha ignorato le migrazioni, pensando forse che un limitato numero di morti garantisse la propria tranquillità o meglio la propria abulia burocratica. Ora, di fronte alla dimensione di queste tragedie, si inventa la guerra agli "schiavisti" e il "bombardamento e/o distruzione dei barconi", criminalizzando così, insieme a loro, anche le vittime.
L'ipocrisia dilaga anche quando si vorrebbero distinguere i rifugiati dai migranti, come se, oggi, povertà e guerra non fossero realtà strettamente implicate. Si fugge da paesi devastati dalla guerra e dall'impoverimento causato dalla guerra, da paesi distrutti da stolti interventi occidentali o al centro di inestricabili grovigli geopolitici. Si fugge dall'Isis, ma anche dai droni, da Assad e dai suoi nemici, dal deserto e dalle steppe in cui scorrazzano milizie di ogni tipo. Si fugge da città invivibili e da un'indigenza resa ancora più insopportabile dal dilagare di nuove tecnologie che mostrano com'è, o finge di essere, il nostro mondo. Si fugge in Giordania, in Turchia e anche in Europa. Non c'è forse ipocrisia peggiore di quella che lamenta senza soste un'invasione dei nostri paesi, quando invece l'Europa si mostra il continente più chiuso e ottuso di fronte alla tragedia umana e sociale delle migrazioni.
Pensare di cavarsela mandando i droni a bombardare i barconi è un'idea folle, che può venire solo ai poliziotti finiti a dirigere Frontex, l'agenzia europea che ha messo in piedi Triton, con l'obiettivo di tenere lontani i migranti, infischiandosi degli annegamenti. Come distinguere i barconi vuoti da quelli pieni, i pescherecci o i piccoli mercantili dalle carrette della morte? Tutto il mondo sa che i droni di Obama polverizzano soprattutto i civili in Afghanistan. Potete immaginare un drone capace di distinguere, in un porto della Libia, tra scafisti e pescatori? A meno che, naturalmente, tutta questa enfasi guerresca, bagnata da lacrime di coccodrillo per le vittime degli schiavisti, non sia al servizio di un'ipotesi strategica molto più prosaica e molto meno umanitaria.
Un'Europa politicamente acefala, guidata da una Germania bottegaia, pensa forse di "risolvere" la questione delle migrazioni con un cordone sanitario di navi militari e magari di campi di internamento in Libia e nei paesi limitrofi? Tutto fa pensare di sì. Ma se fosse così, non si tratterebbe che di una guerra ai migranti travestita, di un umanitarismo peloso, di un neo-colonialismo mirante a tenere alla larga i poveri da un occidente in cui dilagano pulsioni xenofobe. Se fosse così, altre immani tragedie si annunciano.
di Khalid Chaouki
Il Garantista, 23 aprile 2015
Tra le molte cose che sono state dette in questi giorni sul terribile naufragio che domenica ha portato allo spaventoso bilancio di 900 morti, una delle più sensate e intelligenti proviene da monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes.
Intervistato da una radio sulla scellerata ipotesi di un mandato internazionale per affondare le barche degli scafisti Perego ha commentato: "Parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva". Mi sembrano parole sagge, pronunciate da un uomo che da anni lavora con migranti e profughi, parole di chi riesce ancora a vedere i volti prima dei numeri, a dare più peso alle storie di chi parte che alle dichiarazioni di chi cerca di racimolare un po' di consenso facendo leva sulla paura atavica del diverso.
Solo il 16 aprile alla Camera è stata votata e approvata una proposta di legge per istituire il giorno della memoria per le vittime dell'immigrazione, l'abbiamo approvata proprio a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013 a Lampedusa. La storia tragicamente si ripete e purtroppo siamo ancora costretti a fare tragici bilanci; serve subito un piano sociale europeo serio, che coinvolga i Paesi di arrivo dei profughi e migranti e che collabori con la cooperazione locale.
Se si vuole fermare il fenomeno dei tragici naufragi nel Mediterraneo dobbiamo imparare ad accogliere, perché il flusso di profughi siriani di certo non si arresterà, perciò dobbiamo imparare ad organizzarlo. Frangois Crépeau, consulente delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti al Guardian invoca "un progetto globale che includa tutti i paesi del nord del mondo. Questi paesi dovrebbero offrirsi per accogliere i rifugiati in base al loro reddito pro capite e alla densità abitativa". Non possiamo più abituarci alla vista di quei corpi senza vita che galleggiano nel mare, sono persone disperate costrette a scappare dalla guerra, cercare la salvezza anche a costo di rimetterci la vita per darsi una chance, per immaginarsi un'esistenza migliore, lontana da persecuzioni e dittature.
Nella lotta per affermare la propria dignità di esseri umani ha vinto il mare. E l'inadeguatezza delle politiche di gestione dei flussi migratori della Fortezza Europa.
Come può il nostro continente, nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, figlio di dolorosi e numerosi lutti, non riconoscere appieno ciò che sta scritto nella Convenzione dei diritti dell'uomo sulla tutela della sopravvivenza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie? L'Europa oggi non può più ragionare solo in termini di sicurezza delle frontiere, c'è in ballo la salvaguardia di migliaia di vite umane. E non può nemmeno continuare a lasciare sola l'Italia, ponte naturale verso l'occidente, abbandonata in questi ultimi anni nella gestione dei flussi migratori.
La nostra è un'Europa che deve assolutamente rivedere il regolamento di Dublino III per consentire la libera circolazione dei richiedenti asilo e deve potenziare il soccorso in mare, riportandolo ai livelli che l'Italia aveva garantito fino a novembre 2014 con l'operazione Mare Nostrum. Ma non è solo il potenziamento del soccorso la risposta; nuove misure e provvedimenti dovrebbero, infatti, rendere il salvataggio non necessario.
Oggi è urgente offrire ai rifugiati delle alternative concrete rispetto a quella di mettere la loro vita nelle mani di scafisti e trafficanti; aprire campi di assistenza ai profughi nei Paesi di transito, promuovere misure di ingresso protetto, creare programmi di reinserimento, attivare canali umanitari e, prima di tutto, smettere di demonizzare queste donne e uomini oppressi da guerre e dittature. L'Unione Europea ha ancora un'ultima possibilità per recuperare un minimo di credibilità e guadagnarsi rispetto tra i popoli del mondo. Spero sia la volta buona.
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Otto proposte per affrontare i crimini e la strage nel Mediterraneo. Oltre 900 morti nel Mediterraneo nella notte tra sabato 18 aprile e domenica, a 60 miglia dalle coste libiche. È il più grande sterminio in mare dal dopoguerra. Questo è un giorno di svolta. A partire da oggi occorre mettere la parola "urgenza"‚ al posto di "emergenza". Bisogna dare alla realtà il nome che merita: siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace.
Il crimine non è episodico ma sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie acute e prolungate. Il Mar Mediterraneo non smette di riempirsi di morti: cominciò con il naufragio di Porto Palo, il giorno di Natale del 1996, con 283 vittime, seguito tre mesi più tardi dal naufragio della Katër i Radës, in cui oltre cento profughi albanesi annegarono nel canale di Otranto. Lo sterminio dura da almeno 18 anni: più delle due guerre mondiali messe insieme, più della guerra in Vietnam.
Le azioni di massima urgenza che vanno intraprese devono essere, tutte, all'altezza di questo crimine, e della memoria del mancato soccorso nella prima parte del secolo scorso. Non sono all'altezza le missioni diplomatiche o militari in Libia, dove - anche per colpa dell'Unione, dei suoi governi, degli Stati Uniti - non c'è più interlocutore statale. Ancor meno lo sono i blocchi navali, gli aiuti alle dittature da cui scappano i richiedenti asilo, il silenzio sulla vasta destabilizzazione nel Mediterraneo - dalla Siria e l'Iraq alla Palestina, dall'Egitto al Marocco- di cui l'Occidente è responsabile da anni.
Le azioni necessarie nell'immediato, eccole
Urge togliere alle mafie e ai trafficanti il monopolio sulle vite e le morti dei fuggitivi, e di conseguenza predisporre vie legali di fuga presidiate dall'Ue dall'Onu. I trafficanti non sono la radice del male, ma un suo sintomo. Urge organizzare e finanziare interventi di ricerca e salvataggio non solo lungo le coste europee ma anche in alto mare, come faceva Mare Nostrum e come ha l'ordine di non fare Triton - anche se rifinanziata. Questo, nella consapevolezza che la stabilizzazione del caos libico non è ottenibile nel breve-medio periodo.
Urge che gli Stati europei collaborino lealmente a tale scopo (art. 4 del Trattato dell'Unione), smentendo quanto dichiarato da Natasha Bertaud, portavoce della Commissione di Bruxelles: "Al momento attuale, la Commissione non ha né il denaro né l'appoggio politico per predisporre un sistema di tutela delle frontiere, capace di impegnarsi in operazioni di search and rescue". Risorse che invece si trovano per operazioni di polizia europea (Mos Maiorum, Amber Light, Jot Mare) e per le spese militari. Una frase che ha il cupo suono dell'omissione di soccorso: un reato contro la persona, nei nostri ordinamenti giuridici.
Occorre che l'Onu stessa decida azioni d'urgenza, e che il Consiglio di sicurezza fronteggi il dramma con una risoluzione. Se i crimini in mare somigliano a una guerra o a carestie nate dal tracollo diffuso di strutture statali nei paesi di transito o di origine, non vanno esclusi interventi dei caschi blu, addestrati per il search and rescue. I soccorsi e gli aiuti agli affamati e sfollati sono una prassi sperimentata delle Nazioni Unite. Sia oggi applicata al Mediterraneo.
Occorre rivedere al più presto i regolamenti di Dublino.
Con la medesima tempestività, occorre tener conto che i paesi più esposti ai flussi migratori sono oggi quelli del Sud Europa (Grecia, Italia, Cipro, Malta, Spagna): gli stessi a esser più colpiti, dopo la crisi iniziata nel 2007-2008, da politiche di drastica riduzione delle spese sociali (che includono l'assistenza e il salvataggio di migranti e richiedenti asilo). Il peso che ingiustamente grava sulle loro spalle va immediatamente alleviato.
Occorre pensare a un sistema di accoglienza in Europa che garantisca il diritto fondamentale all'asilo, con prospettive di reinsediamento nei Paesi disponibili, nel rispetto della volontà dei rifugiati.
Infine, la questione tempo. È finito il tempo della procrastinazione, e delle ambiguità che essa consente. È dall'ecatombe di Lampedusa che Governi e Parlamenti in Europa preconizzano un'organica cooperazione con i paesi di origine e di transito dei fuggitivi, al fine di "esternalizzare" le politiche di search and rescue e di asilo. Il Commissario all'immigrazione Avramopoulos ha addirittura auspicato una "cooperazione con le dittature", dunque il ricorso ai respingimenti collettivi (vietati dalla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei Rifugiati del 1951, art. 33, e dagli articoli 18 e 19 della Carta europea dei diritti fondamentali). Non c'è tempo per costruire dubbie relazioni diplomatiche - nei cosiddetti processi di Rabat e Khartoum - perché i fuggitivi sono in mare qui e ora, e qui e ora vanno salvati: dalla morte e dalle mafie che fanno soldi sulla loro pelle e riempiono un vuoto di legalità che l'Unione deve colmare senza più rinvii. È adesso, subito, che bisogna organizzare un'operazione di salvataggio dell'umanità in fuga verso l'Europa.
Primi firmatari: Barbara Spinelli, Alessandra Ballerini, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Erri De Luca, Roberta De Monticelli, Maurizio Ferraris, Stefano Galieni,Mauro Gallegati, Domenico Gallo, Paul Ginsborg, Daniela Padoan, Francesco Piobbichi, Marta Pirozzi, Annamaria Rivera, Alberto Vannucci, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale, Gustavo Zagrebelsky.
Dire, 23 aprile 2015
Un appello per la liberazione di Marwan Barghouthy e dei prigionieri palestinesi: lo rivolgono i parlamentari dell'intergruppo per la Palestina, insieme a Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, Mai Al Kaila, ambasciatrice palestinese in Italia e Vincenzo Vita del Pd ai parlamentari italiani. Oggi la conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa, con Marietta Tidei, Enza Bruno Bossio, Filippo Fossati del Pd, Michele Piras di Sel.
"Vogliamo che sulla questione palestinese non si spengano i riflettori. Perché questa purtroppo è una questione di cui si parla solo quando piovono le bombe", premette Tidei. E aggiunge: "Più di 6500 palestinesi sono prigionieri delle carceri israeliane, molti anche i bambini. Abbiamo scelto la campagna per la liberazione di Marwan Barghouti come campagna simbolica per tutti i prigionieri palestinesi.
E poi perché lui crede fortemente nella soluzione "due popoli due stati". Liberare Barghouti significa liberare un uomo che lotta per la pace. Come Mandela". L'ambasciatrice Mai Al-Kaila spiega che "dal 1967 i palestinesi transitati per le carceri israeliane hanno superato le 850mila unità. Più del 25 per cento del popolo palestinese. Dei 6.500 detenuti di oggi, 480 scontano l'ergastolo, 24 sono donne, 200 i minorenni, 480 detenuti i amministrativi. Tra i prigionieri ci sono 17 deputati, più 2 ex ministri".
I sostenitori dell'appello chiedono che i parlamentari abbiano "l'immunità come tutti i deputati del mondo. Israele - dice Al Kaila- non ha mai rispettato nè le leggi internazionali, nè le convenzioni. Chiediamo alla comunità internazionale un'azione forte per liberare questi leader. Ci auguriamo che i parlamentari italiani intervengano rapidamente per chiedere la liberazione dei colleghi palestinesi". Al-Kaila denuncia "le torture psicologiche, fisiche e anche le aggressioni sessuali nelle carceri israeliane.
Dal 1967 i deceduti sono stati 206, 73 dei quali uccisi a seguito di tortura". Enza Bruno Bossio sottolinea "che in Palestina c'è veramente l'apartheid e questo non va dimenticato. Oltre alla guerra, c'è il vissuto quotidiano di ragazzini che vengono arrestati. Siccome Israele è uno stato democratico, è davvero singolare che questi palestinesi siano stati puniti senza garanzie democratiche. Noi ci battiamo per il riconoscimento dello stato palestinese. Le parole di Mandela sono fondamentali: la Palestina è l'emblema del martirio moderno".
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