Agi, 3 febbraio 2015
Nonostante il pressing di Canberra sul governo indonesiano e sul presidente Joko Widodo, le pratiche per l'esecuzione di due cittadini australiani accusati di essere a capo di una banda di trafficanti di droga (i Nove di Bali, Bali Nine) proseguono spedite. Lo scrive l'agenzia Misna. Oggi il procuratore generale ha confermato che i due, Andrew Chan e Myuran Sukumaran, saranno nel prossimo gruppo di condannati in via definitiva a essere fucilati. Non è stata comunicata la data dell'esecuzione o la località dove si terrà, come pure il numero e l'identità dei compagni di esecuzione. L'irrigidimento del presidente, che contrasta con il suo impegno sociale e il programma liberista, una posizione confermata anche ieri in un'intervista a Christiane Amanpour trasmessa dalla Cnn, ha preso di sorpresa le diplomazie. Lo scorso mese sono stati sei i trafficanti fucilati in due diverse carceri del paese e tra questi cinque stranieri.
Come conseguenza, Brasile e Olanda hanno richiamato gli ambasciatori a Jakarta e un provvedimento simile è prevedibile da parte dell'Australia e di altri paesi di cui sono cittadini i prossimi nella lista delle esecuzioni. Sia Chan che Sukumaran, in carcere dal 2005 per l'accusa di avere cercato di contrabbandare otto chili di eroina dall'isola di Bali, hanno visto negata la grazia presidenziale, rispettivamente a gennaio e lo scorso dicembre.
L'appello a una revisione del processo avanzato venerdì è stato escluso perché non ci sarebbero gli estremi per procedere. Per i critici, Joko Widodo avrebbe deciso di esorcizzare la tensione popolare per la graduale fine dei sussidi a generi primari, premendo sulla carta della severità della legge e della lotta alla diffusione degli stupefacenti, uno tra i maggiori problemi sociali per l'arcipelago.
www.ncr-iran.org, 3 febbraio 2015
Appello per salvare i detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam in grave pericolo di vita. La Resistenza Iraniana chiede a tutti gli enti e agli organi in difesa dei diritti umani, all'Inviato Speciale dell'Onu sulla Tortura, al Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria e all'Inviato Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani in Iran di intraprendere un'azione urgente per salvare le vite dei detenuti politici Asghar Qatan e Ahmad Daneshpour Moqadam che si trovano in gravi condizioni dato che vengono privati delle cure mediche necessarie.
Ad Asghar Qatan, detenuto politico e sostenitore del Pmoi/Mek, in gravi condizioni a causa di un cancro allo stomaco che necessita di un'operazione immediata, vengono negate le più fondamentali cure mediche. Ha 63 anni ed è un dottore in fisica e sismologia, soffre anche di altri gravi problemi di salute, come l'ingrossamento del fegato e della milza e disturbi cardiaci.
Per trasferirlo in ospedale gli aguzzini del regime lo hanno incatenato mani e piedi. Quando ha fatto resistenza a questo barbaro comportamento i suoi aguzzini gli hanno impedito il ricovero in ospedale. I tentativi dei suoi familiari di pagare una cauzione per ottenere il suo ricovero, sono risultati inutili. Asghar Qatan, imprigionato e torturato per sei anni negli anni 80 per il suo sostegno al Pmoi, è stato arrestato nuovamente nel Gennaio 2011.
Il detenuto politico Ahmad Daneshpour Moqadam, 42 anni, insieme al padre settantenne, Mohsen Daneshpour Moqadam, è stato condannato a morte con l'accusa di Moharebeh (inimicizia verso Dio) per il suo sostegno al Pmoi. Ha perso 40 kg. a causa di un'emorragia intestinale e delle sue conseguenze. Anche a lui vengono negate le cure mediche e la sua vita è in pericolo.
Tormentare i detenuti politici fino alla morte, privandoli deliberatamente delle cure mediche, è un metodo ben noto utilizzato dal fascismo religioso al potere in Iran. Mohsen Dogmechi, detenuto politico e famoso commerciante del bazar di Tehran, è stato tormentato a morte e privato delle cure mediche divenendo un martire per aver perso la vita nel Marzo 2011.
Segretariato del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana
di Andrea Spinelli Barrile
www.polisblog.it, 3 febbraio 2015
Il regime di Assad ha sempre negato le torture inflitte ai prigionieri nelle carceri di Damasco in Siria: Zaman al Wasl pubblica alcune foto che inchiodano il regime.
Che le carceri siriane di Bashar al Assad fossero dei buchi neri che inghiottono ogni anno migliaia di esseri umani, i quali letteralmente scompaiono nel nulla senza che nessuno ne abbia più notizia, luoghi di tortura e disperazione, era già ben più di un sospetto per la comunità internazionale. Grazie alle denunce di Human Rights Watch, di molti ex detenuti fuggiti dall'inferno di Adra a Damasco, dei libri scritti sull'argomento (nell'opera di Mustafa Khalifa "La Conchiglia" si raccontano orrori indicibili), dell'Osservatorio Siriano sui Diritti Umani è ormai noto l'inferno in terra rappresentato dalle carceri del regime di Assad.
Oggi il giornale online Zaman al Wasl, che dà voce all'opposizione laica al regime di Assad (la stessa che scese in piazza nel 2011 invocando più diritti e più democrazia e che fu violentemente repressa dallo stesso regime, che ha preferito consegnare la Siria alla guerra civile piuttosto che cedere di un millimetro alle richieste della popolazione siriana), ha pubblicato un articolo in perfetto stile WikiLeaks, nel quale si mostrano alcune fotografie di detenuti dal regime di Damasco, foto dove sono ben evidenti segni di percosse, strangolamento, brutali pestaggi e, più in genere, di trattamenti cruenti di tortura da parte dei carcerieri. Sarebbero oltre 55mila le fotografie che ritraggono circa 11mila corpi di oppositori al regime massacrati. La fonte del sito siriano è un certo "Cesare": fuggito dalla Siria (si tratta di un ex militare disertore), oggi vive sotto copertura in una località segreta assieme alla famiglia, secondo quanto spiega la Cnn.
Dalla metà del 2013 le foto rivelate da Cesare furono oggetto di un lungo studio da parte di magistrati americani esperti di crimini di guerra e torture, che analizzarono a fondo le immagini digitali. Oggi quelle foto sono pubblicate dal giornale Zaman al Wasl per aiutare le famiglie disperate ad avere notizie di parenti scomparsi nell'inferno carcerario della Siria e per denunciare le continue torture ai detenuti: senza troppi giri di parole, sembrano foto a colori dell'Olocausto nazista.
La vera notizia però è che Zaman al Wasl rivela al mondo che fine ha fatto il colonnello Hussein Harmoush. A molti di voi questo nome non dirà nulla, ma il colonnello ha avuto un ruolo mediaticamente importantissimo all'inizio della guerra civile. Il video qui sopra mostra Harmoush annunciare la sua diserzione: era il 9 giugno del 2001 e il colonnello fu uno dei primi ufficiali dell'esercito lealista ad Assad (Saa) ad unirsi ai ribelli del Free Syrian Army (Fsa). Harmoush affermò che nel 2011 l'Saa reprimette duramente la "Primavera Siriana" coadiuvato dalle Guardie della Rivoluzione (i Pasdaran iraniani) ben prima che lo ammettesse l'alto ufficiale iraniano Ismail Qàani, inviato da Teheran a dare manforte all'amico Assad: nel video Harmoush accusa l'esercito di Damasco di violenze e crimini indicibili contro la popolazione e annuncia di essersi unito ai ribelli dell'Fsa.
"L'esercito ha avuto l'ordine di fare fuoco sulla popolazione civile" rivela nel video, invitando poi lo stesso esercito a sostenere il popolo e non il governo. Era l'inizio di quella che sarebbe diventata la guerra civile siriana, che perdura ancora oggi sotto forma di "moderna guerra per procura", come scritto da Loretta Napoleoni nel suo libro "Isis, lo stato del terrore". Solo primi cinque mesi di proteste di piazza in Siria morirono 2.200 civili (stime Onu).
Per il regime di Assad quello fu uno choc intollerabile; Harmoush si rifugiò in Turchia ma i primi di settembre del 2011, pochi mesi dopo la diserzione, scomparve nel nulla da un campo profughi in cui si era rifugiato. Pochi giorni prima aveva rivisto le affermazioni contenute nel video in un'interessante intervista alla Tv siriana, accusando i ribelli islamisti (vicini ai Fratelli Musulmani) di aver fatto "promesse vuote", di violenze contro i civili nelle città di Homs, Latakia, Idlib ed Hama, di contrabbando di armi e munizioni dalla Turchia verso la stessa città siriana di Homs.
In particolare rivelò di come il suo nome (divenuto una "leggenda" tra i ribelli) fosse usato nel mese del Ramadan come "parola chiave" per ottenere donazioni in denaro e fare promesse vuote. Di lui non si seppe più nulla, ma insistenti voci vicine ai ribelli raccontavano che fosse stato rapito dall'intelligence turca, che lo avrebbe consegnato nelle mani degli iraniani i quali, a loro volta, lo trasferirono all'intelligence siriana e da qui a un carcere di Damasco in Siria. Una versione sempre negata dal ministero degli esteri turco.
Con il senno di poi, se il mondo avesse ascoltato attentamente il colonnello Hussein Harmoush e le sue dichiarazioni tra giugno e settembre 2011, forse oggi la Siria non sarebbe l'inferno in terra che è, dilaniata da decine di gruppi e gruppetti armati, dall'Saa e dallo Stato Islamico. Come racconta Francesca Borri la neve in Siria diventa rosa perché quando cade si mescola con il sangue dei civili massacrati.
Oggi sappiamo che Hussein Harmoush fu veramente portato in un carcere del regime siriano. E sappiamo anche, grazie alle foto di "Cesare" pubblicate da Zaman al Wasl, che l'ex colonnello dell'Saa è stato probabilmente brutalmente torturato ed ucciso. Il giornale dell'opposizione siriana non conferma al 100% l'identità di Harmoush, non è effettivamente possibile averne certezza, ma nelle fotografie la somiglianza è notevole e il margine di errore davvero minimo.
Abbiamo deciso di non pubblicare le foto del corpo di Hussein Harmosh per una questione di rispetto nei confronti dei nostri lettori.
di Marco Dotti
Vita, 3 febbraio 2015
Il Governo inglese ha rivelato ieri un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito.
Tempi di magra, per chi cerca lavoro. Per chi è in carcere, però, le cose sembrano andare diversamente. Il lavoro, qui, rischia di diventare forzato. Una sorta di luogo comune, diffuso tra decisori e opinion makers, si sta facendo largo. La logica, in sostanza, è questa: un detenuto è un costo per la società, di conseguenza è giusto che lavori, ripagando la società delle spese.
Domenica, il Governo inglese ha rivelato un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta - così riportano le agenzie d'Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo - di "insegnare il valore del duro lavoro" (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l'esercito. Chris Grayling, Segretario alla Giustizia, ha smorzato i toni e le critiche, che già stanno montando, affermando che il programma mira alla valorizzazione delle competenze dei detenuti che, una volta fuori, potranno farle valere sul mercato del lavoro. "Per la prima volta daremo corpo a un vero programma di riabilitazione", ha proseguito Grayling, entusiasta dei progetti pilota che si sono susseguiti in questi mesi. Il modello adottato da Londra sembra molto simile a quello che, negli Stati Uniti, attraverso la Federal Prison Industry, ha sviluppato un giro d'affari di circa 20 milioni di dollari con la realizzazione di giubbotti antiproiettile per l'esercito.
Askanews, 3 febbraio 2015
Hanno utilizzato il vecchio metodo delle lenzuola annodate per fuggire dal carcere. È accaduto in India dove 91 minorenni sono evasi nel cuore della notte da un penitenziario minorile calandosi da una finestra del terzo piano dell'edificio. Lo ha fatto sapere la polizia che è riuscita a riacciuffarne 35 e riportarli nel centro che si trova a Meerut, nello Stato dell'Uttar Pradesh (Nord). "Hanno staccato una inferriata da una finestra sul retro dell'edificio mentre gli agenti erano di guardia davanti alla facciata principale", ha spiegato il capo della polizia della città, Om Prakash. "Hanno agito da veri professionisti a tal punto che nessuno se ne è accorto", ha aggiunto.
Fra i giovani ancora in fuga, numerosi sono detenuti con l'accusa di omicidio, stupro o furto. L'allarme è scattato solo quando dei poliziotti di pattuglia nelle vicinanze hanno notato alcuni dei fuggitivi salire su un autobus. Dei detenuti di questo stesso centro a dicembre avevano picchiato a morte un poliziotto che ad un processo li aveva accusati di comportamento indecente con una donna. Più di 31.000 giovani sono rinchiusi nei carceri minorili in India, secondo le statistiche ufficiali.
Il Velino, 3 febbraio 2015
Per Bob Rugurika, l'omicidio di Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernardetta Boggian, uccise barbaramente nel loro convento a Bujumbura il 7 settembre 2014, era diventato un chiodo fisso. Mai si era lasciato convincere dalla versione ufficiale della polizia burundese, secondo la quale le tre suore furono uccise da un uomo con disturbi mentali che aveva agito da solo per motivi personali. Rugurika è direttore della Radio Publique Africaine (Rpa), un'emittente radiofonica da sempre considerata dal regime burundese uno strumento dell'opposizione, e in particolar modo del suo fondatore, Alexis Sinduhije, che nel 2009 ha creato un nuovo partito politico chiamato Movimento per la solidarietà e la democrazia, per poi presentarsi alle elezioni presidenziali del 2010.
L'inchiesta portata avanti negli ultimi mesi da Rugurika e mandata in onda a metà gennaio, include un'intervista realizzata a uomo che pretende di aver di aver partecipato all'omicidio delle suore italiane per conto dei servizi segreti burundesi. Un'accusa gravissima che è valsa al direttore di RPA una convocazione il 20 gennaio scorso negli uffici del procuratore generale che gli ha chiesto di rivelare la sua fonte. Dopo sette ore di interrogatorio e di fronte al rifiuto di rivelare la sua fonte, Rugurika è stato incarcerato nella prigione centrale di Mpimba con l'accusa di "violazione del segreto di istruttoria" e soprattutto di "complicità di omicidio".
Questa settimana la procura di Bujumbura dovrebbe formulare le accuse. Se confermate, il giornalista burundese rischia fino a 20 anni di carcere. Secondo la ricostruzione fatta dal settimanale panafricano Jeune Afrique, all'indomani del suo arresto, l'associazione burundese per la protezione dei diritti umani e delle persone detenute (Aprodh) rivela che Rugurika è stato trasferito al centro di detenzione di Muramvya, a circa 30 chilometri dalla capitale, e noto per accogliere detenuti lontano dagli sguardi indiscreti della società civile e dei media burundesi. "I miei informatori alla prigione di Mpimba mi hanno telefonato per annunciarmi il trasferimento di Rugurika a Muramvya", ha dichiarato Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell'Aprodh già incarcerato nel 2014 per attentato contro la sicurezza dello Stato. La notizia si sparge in tutta la capitale, convincendo parenti, giornalisti e una piccola delegazione delle Nazioni Unite a prendere la direzione di Muramvya con l'obiettivo di incontrare il direttore di RPA. Dopo ore di trattative, la moglie di Rugurika, contrariamente ai suoi avvocati, viene autorizzata ad incontrarlo. "Sta bene" rivelerà Nadia. Ma la paura è stata tanta. Durante il trasferimento al carcere di Muramvya, Rugurika avrebbe chiesto ai poliziotti "se lo avrebbero ucciso".
Dopo 24 ore trascorse in una cella di isolamento di due metri su tre e senza finestra, oggi le condizioni di incarcerazione del giornalista burundese sono state alleggerite, con la possibilità di avere una radio e ricevere visite al contagocce. I giornalisti di Radio France Internationale (RFI) hanno incontrato un uomo "totalmente trasformato e molto combattivo". "Non ho il diritto di perdere il morale, sono pronto a battermi fino in fondo", ha dichiarato Rugurika, che spera ormai di essere rilasciato in libertà condizionata. Per il pubblico ministero burundese, il rilascio è condizionato all'identificazione della persona intervistata da Rugurika. "Questa persona deve essere a messa a disposizione della procura, e solo allora Bob potrà godere della libertà condizionata", ha assicurato la portavoce della giustizia burundese, Agnès Bangiricenge. La speranza di vedere il direttore di Rpa rilasciato è minima. Secondo alcuni osservatori, è molto probabile che Rugurika rimanga in carcere almeno fino al 26 maggio, data delle prossime elezioni legislative, alle quali seguiranno le presidenziali previste nel mese di giugno.
di Annalisa Lista
www.west-info.eu, 3 febbraio 2015
Più di 10.000 iscritti al gruppo Facebook per trovare l'amore in carcere. È il record raggiunto, in sole due settimane, da Date an Indsat (Date an inmate), comunità danese del social network fondata da due giovani detenuti scandinavi stanchi di rinunciare al partner.
Oltre che alla libertà. Il gruppo viene aggiornato quotidianamente con le foto dei prigionieri - o ex tali - maggiorenni, single e disponibili a intraprendere una relazione. Per essere inseriti nel database e risultare visibili nel gruppo, basta contattare l'amministratore e inviare l'immagine con una breve descrizione di sé e del tipo di persona desiderata. "In questo modo, c'è uno scopo per cui vale la pena combattere" - ha commentato uno dei fondatori. L'idea richiama altre iniziative simili di successo. Sempre made in Scandinavia.
Il Mattino di Padova, 2 febbraio 2015
La vita di un carcere oggi non è facile, neppure per la Casa di reclusione di Padova, sede di importanti esperienze innovative, ma anche luogo di tensioni perché oggi la realtà delle carceri italiane ha bisogno di essere riformata, non è solo una questione di sovraffollamento, è soprattutto una questione di dare un senso alle pene, che non sia quello di rispondere al male con altrettanto male, quanto piuttosto di accompagnare le persone in un percorso di assunzione di responsabilità, unica strada per garantire sicurezza.
di Mario De Caro
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015
La scienza sembra corroborare l'idea che il libero arbitrio non esiste e che nessuno va punito, ma così ignora l'utilità sociale di condannare un criminale.
di Giuseppe Sabella (Direttore di Think-in)
Il Sole 24 Ore, 2 febbraio 2015
Ogni recluso costa in media 45mila euro: nel 98% dei casi chi esce inserito nel lavoro non torna più in prigione. Se Cesare Beccaria aveva ragione, tanto che il suo capolavoro "Dei delitti e delle pene" (1764) ha ispirato persino i nostri padri costituenti e l'articolo 27 della nostra Carta costituzionale, se ne deve concludere che il lavoro penitenziario non è soltanto un tema attuale ma, anche, cosa buona. L'illuminato filosofo e giurista milanese, nella sua opera più celebre, ha introdotto nella filosofia del diritto penale la concezione rieducativa della pena: non una punizione, quindi, volta a espiare la colpa o a compensare il danno fatto, ma una misura finalizzata al recupero dell'uomo, il reo. In una prospettiva rieducativa, è naturale che il lavoro abbia un ruolo molto importante: il lavoro dà dignità all'uomo, lo responsabilizza e lo mette in relazione con gli altri. Da questo punto di vista, in Italia si fanno attività rieducative nelle carceri da diversi decenni.
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