di Michele Vietti
Il Foglio, 20 giugno 2019
La frase del Vangelo di Matteo "Oportet ut scandala eveniant", seppure decontestualizzata, nell'uso comune si riferisce al fatto che in determinate occasioni gli scandali possono anche tornare utili perché rivelando un male danno l'occasione di curarlo.
Ora, nel caso dello scandalo che ha investito il Csm e alcuni suoi componenti presenti e passati, invece di crogiolarsi nella consolatoria e ipocrita teoria delle "poche mele marce" che porterebbero da sole tutta la responsabilità di quanto è successo senza che il contesto abbia almeno agevolato le anomale dinamiche sviluppatesi, conviene prendere atto che - ferma restando la presunzione di innocenza dei singoli indagati - si sono certamente verificate falle nel sistema, che hanno consentito uno sviamento delle funzioni dell'organo rispetto ai fini istituzionali.
Se così è, non può essere perduta l'occasione per mettere in atto tempestivamente rimedi che, se non eliminino, almeno rendano più difficile in futuro il ripetersi dell'accaduto. È in questo spirito costruttivo che mi permetto di avanzare qualche suggerimento, frutto dell'esperienza vissuta nel mondo della giustizia negli ultimi anni, per uscire dall'alternativa tra far finta di niente e far di ogni erba un fascio.
Si può fare qualcosa di concreto, subito e a Costituzione invariata, perché il Csm recuperi appieno il suo ruolo di governo autonomo della magistratura, indipendente da ogni influenza esterna, autorevole ed efficace.
1. Occorre rivedere le circoscrizioni elettorali (collegi più piccoli garantiscono un minor potere di condizionamento torrentizio sui singoli candidati, perché rendono meno indispensabile l'apparato di ricerca del consenso a livello nazionale).
2. Va introdotto l'obbligo di indicare un numero di candidati superiore a quello degli eletti (per evitare ciò che accaduto nelle ultime elezioni, ove il numero dei candidati pm era pari a quello dei posti disponibili, per cui la competizione era superflua e oggi non ci sono candidati che possano subentrare).
3. Un panachage di preferenze tra liste diverse non vincola il voto a una sola corrente e ai suoi candidati prescelti.
4. L'eliminazione o la congrua riduzione del numero di firme per la presentazione delle candidature faciliterebbe la competizione di un maggior numero di liste.
5. Occorre prevedere l'introduzione del divieto di elettorato passivo senza alcuna deroga per i magistrati condannanti disciplinarmente.
6. Una quota di eletti dovrebbe essere destinata a comporre in via esclusiva la Sezione disciplinare, onde evitare commistioni tra funzioni giudiziarie e funzioni amministrative dei componenti.
7. Va ripristinato per legge il divieto, per i membri togati cessati, di ottenere incarichi direttivi e semi-direttivi per i quattro anni successivi alla scadenza del mandato, il che li renderebbe meno sensibili all'esito dei futuri sviluppi della propria carriera e perciò più indipendenti.
8. Egualmente si potrebbe introdurre per legge il divieto per i membri togati cessati di essere collocati fuori del ruolo organico della magistratura per i quattro anni successivi alla scadenza del mandato, restituendoli alla giurisdizione senza tentazioni alternative.
9. Si potrebbe prevedere per legge (essendo ormai stata definitivamente attuata la riforma dell'ordinamento giudiziario) una selezione concorsuale per l'accesso all'Ufficio studi e alla Segreteria del Consiglio, che garantisca l'imparzialità, la serietà e la terzietà dei componenti.
10. Occorre riflettere su un allungamento della durata della consiliatura per evitare che quattro anni siano quasi una parentesi tra una campagna elettorale e la successiva, favorendo così la stabilizzazione e la decantazione dell'organo.
11. Egualmente potrebbe essere opportuno che il Consiglio non decada tutto insieme, comportando una traumatica interruzione delle sue funzioni e ponendo i nuovi eletti, soprattutto laici, in una condizione di difficile rodaggio operativo. Un'elezione scaglionata determinerebbe anche una minore mobilitazione elettorale e consentirebbe aggiustamenti in corsa utili a garantire l'equilibrata composizione dell'organo.
12. È indispensabile introdurre per legge tempi massimi di trattenimento delle pratiche in Commissione, con espressa previsione del potere di avocazione da parte del Comitato di presidenza per il caso di inutile scadenza dei termini ai fini della diretta sottoposizione al Plenum.
13. Per le pratiche relative alla copertura degli uffici direttivi e semi-direttivi, occorre prevedere per legge l'inderogabilità del criterio cronologico a seconda delle scoperture.
14. Si potrebbe prevedere la competenza esclusiva di un'unica sezione del Consiglio di Stato a conoscere delle impugnazioni e dell'ottemperanza in materia di conferimento degli uffici direttivi e semi-direttivi.
15. Probabilmente è opportuno reintrodurre le fasce di anzianità entro cui effettuare la comparazione dei legittimati per la nomina agli uffici direttivi e semi - direttivi.
16. Occorre introdurre l'incandidabilità al Consiglio per chi ricopre ruoli associativi. Lasciamo da parte gli scandali e le polemiche, e mettiamo mano a una riforma condivisa, non punitiva e al servizio del buon governo della magistratura.
*Già vicepresidente del Csm
di Marco Franchi
Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2019
Un appello agli avvocati per smontare la propaganda sulla legittima difesa. È l'iniziativa di Jasmine Cristallo che nelle settimane scorse, proprio dalla Calabria, aveva fatto partire la "rivolta dei balconi" dando vita a una nuova stagione del dissenso dal basso che ha accompagnato la campagna elettorale per le europee del ministro dell'Interno Matteo Salvini.
Un appello lanciato sulla pagina Facebook del sito "La Nuova Calabria" che ha pubblicato un video in cui Cristallo ha spiegato la necessità di una nuova narrazione sul tema della legittima difesa monopolizzata, sui social, da messaggi "fuorvianti e piuttosto pericolosi" come quelli di Salvini e della Meloni all'indomani dell'episodio del tabaccaio che ha ucciso un rapinatore sparando da un balcone a Pavone Cavanese, in provincia di Torino. Jasmine Cristallo si "rifiuta di risultare indifferente" all'hashtag #iostocoltabaccaio dei due esponenti politici del centrodestra.
"Non voglio - dice - che il mio appello risulti uno strumento politico. La mia posizione non deve portare acqua a nessun mulino. Se una persona nel cuore della notte sente dei rumori al piano di sotto, si alza e invece di chiamare il 113 decide di affacciarsi alla finestra e difarsi giustizia da solo, non è più legittima difesa. Il tabaccaio senza dubbio è una vittima di episodi gravissimi. Però questa disperazione non può essere cavalcata da chi vuole ottenere consensi. Bisognerebbe evitare che passino messaggi devianti".
Alcuni penalisti di Catanzaro hanno già risposto all'appello illustrando la riforma sulla legittima difesa "in maniera pratica e senza tecnicismi". "Qui - conclude Cristallo - non è più un problema politico ma è un problema etico, un problema morale. È necessario che determinati messaggi arrivino anche alla famosa casalinga di Voghera".
di Marina Della Croce
Il Manifesto, 20 giugno 2019
Una donna arrestata mentre rubava un portafogli: il ministro inveisce su Facebook. A scatenare la feccia dei social non avrebbe potuto esserci soggetto migliore: una donna rom incinta e madre di 15 figli arrestata a Roma dai carabinieri mentre a bordo di un autobus tentava di derubare una turista cinese del suo portafogli. E come se non bastasse anche recidiva, visto che "madame furto", come è stata ribattezzata la donna di 38 anni con origine bosniache, ha all'attivo più di 50 furti e 43 condanne collezionate negli anni.
Quello che sorprende (ma solo fino a un certo punto) è che a dare il via alla marea di insulti e volgarità che in un attimo ha sommerso la donna non è stato Napalm51, l'hater per eccellenza del web inventato da Maurizio Crozza, bensì Matteo Salvini. "Questa maledetta ladra in carcere per trent'anni, messa in condizione di non avere più figli, e i suoi poveri bimbi dai in adozione a famiglie perbene. Punto", ha scritto il ministro degli Interni a commento su Facebook a un articolo che dava conto dell'arresto della donna. Parole che per molti rappresentano il via libera per un linciaggio virtuale. A scatenarsi dietro il leghista sono in più di tremila, la maggior parte dei quali infuriati e lasciati liberi di sfogarsi dai gestori della pagina. I più gentili propongono di mettere la donna "su un barcone in mezzo all'Oceano per meditare... con biglietto di sola andata", ma sono pochi. I più preferiscono passare direttamente alle vie di fatto, chi proponendo di sterilizzare la donna "come facciamo con gli animali", chi di chiuderle "le tube" e chi, invece, preferirebbe renderla "invalida", magari con "una martellata sulle mani e una in faccia". Per finire con chi chiede invece di mettere fine alla carriera della scippatrice con "una pallottola in fronte".
Ma c'è anche chi prova a contrastare l'ondata di volgarità e minacce. Come quelli che ricordano a Salvini come, mentre se la prende con i rom, non ha mai detto dove sono finiti i 49 milioni di contributi elettorali truffati dalla Lega. "Pensa a quanti politici rubano da anni, la gamma delle ruberie come ben sai è molto vasta, non sono incinti e sono ancora in giro", scrive ad esempio Algio. "Propongo di concederle 80 anni per permetterle di restituire il bottino", intervenire invece Chiara G. ricordando le facilitazioni ottenute dal Carroccio sempre a proposito dei famosi 49 milioni. E Francesco B. : "A buttare fango sei molto bravo, guarda in casa tua, c'è peggio". "Ho letto bene? Stiamo davvero parlando di sterilizzazione obbligatoria? Che Paese siamo diventati", si chiede Marco I.
A dir poco stupito per le espressioni utilizzate da Salvini è Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom. "Il linguaggio adottato dal ministro è può confacente a u regime dittatoriale che a un sistema democratico dove vige lo stato di diritto", dice. "È terribile ascoltare queste parole, poiché la sterilizzazione veniva praticata dai nazisti. Un conto è punire chi commette un reato secondo il codice penale, ben altro conto è aggiungere un surplus di pena solo perché si tratta di una persona rom. Quindici anni fa - conclude Spinelli - queste dichiarazioni avrebbero comportato la rimozione immediata dall'incarico. Oggi si sta creando un clima pericolosissimo e questa deriva va fermata in tempo. Perché le istituzioni nazionali e internazionali non intervengono? Il silenzio è convivenza". Duri anche i commenti che arrivano dal Pd: "La giustizia non è barbarie", afferma il deputato Emanuele Fiano. "Condannare, applicare le pene senza sconti, prevenire e reprimere il crimine non possono voler dire, in democrazia. oltrepassare il limite della civiltà, come fa Salvini prevedendo la sterilizzazione di questa persona".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Lo straniero detenuto espulso, come misura sostitutiva al carcere, non può rientrare prima di 10 anni. Il limite di 5 vale per l'espulsione amministrativa o per pene di modesta entità. La Corte di cassazione, con la sentenza 26873, fa una netta distinzione tra l'espulsione come alternativa alla detenzione, rispetto all'espulsione come sanzione sostitutiva della pena anche detentiva lieve, mettendo in atto un diverso statuto dell'espulsione giustificato dai presupposti.
Mentre nel caso di "allontanamento" dall'Italia al posto della pena la sostituzione della misura scatta nell'ipotesi di sanzioni detentive di modesta entità con il tetto di due anni, per l'alternativa alla detenzione, il limite dei due anni di pena, previsto dal testo unico sull'immigrazione, può riguardare pene residue di periodi ben maggiori di detenzione.
Da questa considerazione nasce il doppio binario dell'espulsione. I giudici, accogliendo il ricorso del Pubblico ministero, dettano così un principio di diritto secondo il quale lo stop al rientro nel territorio dello stato per l'immigrato detenuto, deciso in sostituzione o in alternativa alla detenzione è fissato in 10 anni dalla data del provvedimento, mentre il limite dei 5 anni vale solo per le espulsioni ordinate in via amministrativa o come sanzione alternativa alle pene detentive lievi.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Corte di cassazione - Notizia di decisione di rinvio alla Consulta 15/19. Dopo i giudici di merito anche la Cassazione mette in dubbio la legittimità costituzionale della cosiddetta legge Spazza-corrotti, in particolare per quanto riguarda l'irretroattività. Una norma (3/2019) che, dal 31 gennaio apre le porte del carcere ai condannati, in via definitiva, per reati contro la Pubblica amministrazione, senza prevedere la possibilità di chiedere una misura alternativa.
La Suprema corte ha sollevato, per la prima volta, la questione di costituzionalità, partendo dal caso di un legale di Como, condannato a quattro anni per peculato. A fare ricorso in sede di legittimità era stato il Pm, contro la decisione della Gip di sospendere con sentenza irrevocabile, l'ordine di esecuzione. Un primo stop, seguito poi da quello di altri giudici di merito. Nel mirino della Cassazione è finito l'articolo 1, comma 6 della legge che ha inserito alcuni reati contro la Pa, come il peculato, tra quelli ai quali l'ordinamento penitenziario nega la concessione di permessi premio e misure alternative. La Gip comasca che ha fatto scattare il semaforo rosso, accogliendo le richieste della difesa sostenuta dal professor Vittorio Manes e dall'avvocato Paolo Camporini difensore del colletto bianco.
"Naturalmente occorre attendere le motivazioni, ma il giudice ha seguito la nostra tesi - dice Manes - sull'inapplicabilità la legge a reati commessi prima dell' entrata in vigore". Ma l'assenza di una norma transitoria e la stretta detentiva non sono, almeno dai giudici di merito, gli unici punti oscuri della "Spazza-corrotti" che rischia di perdere più di un pezzo.
Diverse le ordinanze con le quali la Corte di appello di Reggio Calabria, il Gip di Napoli, la Corte d'appello di Lecce, e da ultima la Corte di appello di Palermo, hanno sollevato dubbi che potrebbero portare a una revisione più ampia di una norma che, per la Cassazione potrebbe entrare in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Carta. E, dunque, con i principi di parità e di rieducazione della pena.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2019
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 19 giugno n. 27211. Accolta la richiesta della procura di applicare le circostanze aggravanti al centauro che, in stato di ebbrezza, provoca un incidente anche se non si sono verificate conseguenze per terzi (quindi incidente ad attore unico).
I fatti - Alla base una pronuncia del tribunale di Brescia che aveva escluso l'aggravante ex articolo 186 del codice della strada condannando il motociclista alla pena di venti mesi di arresto e 600 euro di ammenda, sanzione sostituita con 23 giorni di lavoro di pubblica utilità.
La vicenda giudiziaria - Contro la sentenza ha proposto appello in Cassazione (sentenza n. 27211/19) la Procura lamentando la violazione della legge in relazione all'esclusione dell'aggravante di aver provocato un incidente stradale ex articolo 186, comma 2-bis, in quanto l'imputato era fuoriuscito dalla sede della stradale con la moto riportando lesioni, mentre il tribunale erratamente aveva ritenuto che non si concretizzasse l'ipotesi dell'incidente "essendo ad attore unico senza nessuna conseguenza per la viabilità delle persone".
I Supremi giudici hanno accolto le richieste del Procuratore. Secondo la Corte, infatti, in base alla giurisprudenza di legittimità si deve intendere per incidente qualsiasi avvenimento inatteso che, interrompendo il normale svolgimento della circolazione stradale, possa provocare pericolo alla collettività, senza che assuma rilevanza l'avvenuto coinvolgimento di terzi o di altri veicoli.
Quindi, continua la Corte, perché si possa parlare di aggravante è sufficiente la dipendenza causale dell'incidente dalla condotta alla guida del conducente: principio che va inteso nel senso che l'avere provocato un incidente è sempre conseguenza di una condotta inosservante di regole cautelari, siano esse quelle codificate nel codice della strada siano esse quelle di prudenza, diligenza e perizia tese in ogni caso a prevenire il verificarsi del sinistro medesimo.
Conclusioni - Conclude la Cassazione che quando il codice della strada fa riferimento a un incidente si riferisce a qualsiasi avvenimento inatteso che interrompe il normale svolgimento della circolazione stradale e che proprio per tale motivo è portatore di maggiore pericolo per la collettività. Quindi non è sufficiente che si tratti di incidente ad attore unico per escludere l'aggravante dell'articolo 9-bische prevede un raddoppio delle sanzioni e il fermo del veicolo per 180 giorni.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 20 giugno 2019
Stefano Monti si è impiccato alla Dozza, dove era detenuto per l'omicidio del 1999. I pm avevano chiesto l'ergastolo. Ha lasciato delle lettere: "Sono innocente". La sentenza era attesa per mercoledì.
Mancava una settimana alla sentenza che avrebbe deciso del suo destino: carcere a vita o assoluzione. Ma Stefano Monti ha deciso per sé prima che lo facessero i giudici della Corte d'Assise. Si è impiccato nel bagno della sua cella alla Dozza con i lacci delle scarpe. Prima, ha scritto tre lettere indirizzate a moglie e due figli nelle quali continua a proclamarsi innocente.
È successo alle 9.10 di ieri. Alla stessa ora, mercoledì prossimo, il 26 giugno, è in programma l'ultima udienza del processo per l'omicidio Poli, commesso vent'anni fa. Un cold case che era stato riaperto l'anno scorso, quando a giungo Monti era stato arrestato. Mancava una settimana alla sentenza che avrebbe deciso del suo destino: carcere a vita o assoluzione. Ma Stefano Monti ha deciso per sé prima che lo facessero i giudici della Corte d'Assise. Ha atteso che si aprissero le celle della Dozza e che tutti i detenuti uscissero "al passeggio", come si dice in carcere. Poi è andato nel bagno della sua cella e si è impiccato con i lacci delle scarpe.
Erano le 9.10 circa del mattino di ieri. Alla stessa ora, mercoledì prossimo, il 26 giugno, è in programma l'ultima udienza del processo per l'omicidio Poli, commesso vent'anni fa. Stefano Monti, dietro le sbarre da un anno, si era sempre dichiarato innocente. E lo ha scritto anche nelle sue ultime lettere. Nella sua cella, infatti, ieri mattina sono state ritrovate tre lettere indirizzate alla moglie e ai due figli.
Ultime parole di saluto scritte di suo pugno alla famiglia che non lo ha mai abbandonato e alla quale ancora una volta, l'ultima, affida il suo messaggio: "Sono innocente". I manoscritti sono stati sequestrati dai carabinieri del reparto operativo, intervenuti in carcere insieme alla sezione investigazioni scientifiche per i rilievi. Perché Stefano Monti non era un detenuto comune e una morte a una settimana dalla sentenza lascia aperti tanti interrogativi. Non ci sono dubbi sul fatto che si sia trattato di un suicidio, ma il pm di turno Bruno Fedeli ha comunque disposto l'autopsia sul corpo e tutti gli accertamenti necessari.
Cinquantanove anni, "pilastrino" doc, aveva un passato movimentato e una fama da piccolo boss di quartiere che si portava dietro dall'epoca dei fatti. La sua fedina penale però era rimasta pulita. Sul suo conto gli inquirenti avevano nutrito sospetti già durante la prima indagine per l'omicidio Poli, perché nove mesi prima di quel 5 dicembre 1999, Monti e Poli avevano avuto una scazzottata fuori dalla discoteca Tnt, dove la vittima lavorava come buttafuori. Valeriano aveva rotto il naso a Monti, che gli aveva giurato vendetta: "Torno col ferro", gli avrebbe gridato secondo alcune testimonianze. Ma all'epoca su di lui non furono trovate altre prove. Poi, nel 2014, la svolta dopo una soffiata di una fonte confidenziale alla Squadra mobile.
Il pm Roberto Ceroni riapre il caso e sugli scarponcini della vittima la polizia Scientifica isola un dna che, confrontato con quello del figlio di Stefano Monti, all'epoca detenuto, dà esito positivo. A quel punto viene prelevato anche il dna del padre, in un controllo stradale simulato, e la coincidenza non lascia più alcun dubbio. Il passo successivo è una tecnica da Csi mai utilizzata prima che porta la Scientifica, grazie al filmino di un battesimo in cui Poli indossava gli stessi scarponcini e a cui aveva partecipato pochi giorni prima di essere ammazzato, a sostenere che la macchia di sangue con il dna dell'imputato non poteva che risalire alla sera dell'omicidio.
Ma dopo vent'anni, né le testimonianze, né la dinamica del delitto sono riuscite a dimostrare che prima dei quattro colpi sparati a distanza ravvicinata, ci fosse stata una colluttazione. In aula il legale di Monti, Roberto D'Errico, ha contestato punto per punto le tesi dell'accusa con nuove consulenze e puntando il dito sulle piste alternative abortite.
Non era un segreto che la vittima non si tirasse indietro quando c'era da menare le mani e per questo si era fatta parecchi nemici. Un cold case che ha scavato nel passato, tirando fuori un sottobosco di tradimenti, segreti, intimidazioni ai testimoni avvicinati da Monti dopo la riapertura dell'indagine, e anche poliziotti dell'epoca, scoperti a fare il doppio lavoro in discoteca. La sentenza non era affatto scontata: la "prova regina" dello scarponcino è stata contestata dal super-consulente di parte Pasquale Linarello e la bilancia tra i molti indizi di colpevolezza e i ragionevoli dubbi sollevati dalla difesa pendeva da entrambe le parti. E continuerà a farlo.
Gazzetta del Sud, 20 giugno 2019
Ieri mattina, nella Casa di Reclusione di Rossano si è verificato un grave evento critico: un detenuto, con fine pena 2030, appartenente al Circuito Penitenziario della Media Sicurezza, si è suicidato impiccandosi nel bagno della cella, utilizzando la cintura del suo accappatoio. Si tratta di Arturo Saraceno, 36 anni, originario di Teana (Potenza), in carcere per l'omicidio della ex fidanzata, Debora Fuso, 25 anni, di Lonate Pozzolo (Varese), avvenuto il 17 maggio 2016, all'ora di pranzo, al culmine di una lite nella casa del 36enne, a Magnano (Milano).
Lo rivela Emilio Enzo Quintieri, già Consigliere Nazionale dei Radicali Italiani e candidato Garante Regionale dei Diritti dei Detenuti della Calabria che proprio questa mattina era presso la Casa di Reclusione di Rossano, accompagnato dall'esponente radicale Valentina Anna Moretti, per una riunione con la Direzione dell'Istituto.
"Da quel che sono riuscito a sapere, il detenuto che si è tolto la vita, proveniva dalla Casa Circondariale di Busto Arsizio (Varese) e da pochi mesi era stato trasferito temporaneamente alla Casa di Reclusione di Rossano affinché potesse effettuare i colloqui con la sua famiglia. Era molto seguito dallo staff multidisciplinare dell'Istituto ma non aveva mai dato problemi di alcun genere. Questa mattina, intorno alle ore 9,00, ha atteso che il compagno di cella si recasse al cortile passeggio ed utilizzando la cintura del suo accappatoio, si è appeso alle sbarre della finestra del bagno della camera detentiva.
Nonostante la scoperta immediata ed i primi soccorsi da parte del personale di Polizia Penitenziaria, quando è arrivata l'ambulanza, non c'è stato niente da fare. I Sanitari del 118 non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del 36enne. Nella Casa di Reclusione di Rossano, conclude il radicale Quintieri, al momento, a fronte di una capienza di 263 posti, sono ristrette 305 persone, molte delle quali appartenenti al Circuito dell'Alta Sicurezza. Quest'anno, nelle Carceri italiane, sono morte 58 persone, 18 delle quali per suicidio mentre dal 2000 ad oggi ci sono stati 1.071 decessi, 2.942 per suicidio".
Il Mattino, 20 giugno 2019
Nuova protesta questa mattina nel carcere di Poggioreale a Napoli dopo la rivolta di domenica scorsa. Secondo quanto riferisce Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato di polizia penitenziaria Spp, i reclusi hanno battuto sulle inferriate con pentole ed altri pezzi di ferro presenti in cella in segno. Una protesta - spiega Di Giacomo - per la morte di un detenuto di 58 anni, probabilmente causata da un malore, forse un infarto.
È successo nello stesso padiglione Salerno devastato dalla rivolta di domenica. Il rumore delle battiture è stato per diversi momenti particolarmente forte ed udibile dall'esterno. "Ora la protesta è rientrata - aggiunge Luigi Castaldo, segretario provinciale Osapp di Napoli - ma la tensione è alta visto che è lo stesso reparto dove vi è stata domenica la rivolta con ingenti danni".
Il detenuto, un italiano di 58 anni, è stato trovato esanime questa mattina nella sua cella del padiglione Salerno, a Poggioreale. Stava scontando una condanna all'ergastolo per omicidio e da tempo veniva curato all'interno dell'istituto per alcune patologie croniche. Non appena diffusasi la notizia, fa sapere il Dap, è scattata una protesta dei detenuti presenti nel padiglione, conclusasi nel giro di poche decine di minuti.
ottopagine.it, 20 giugno 2019
Ciambriello dopo i fatti di Poggioreale: "Servono invece interventi strutturali". "È necessario intervenire per risolvere in modo strutturale le criticità del carcere di Poggioreale, ma dobbiamo assolutamente evitare che, con la scusa dell'emergenza, si proceda a misure che sarebbero controproducenti e lesive del diritto delle persone recluse".
È quanto afferma il Garante regionale delle persone prive della libertà personale Samuele Ciambriello, commentando le proteste di oggi nel padiglione Salerno di Poggioreale e il recente decesso di questa mattina, avvenuto nello stesso padiglione.
"Credo sia oggettivo e riconosciuto da tutte le istituzioni, Procura della Repubblica, Dipartimento amministrazione penitenziaria, Ufficio del Garante, che sono necessari lavori strutturali per rendere almeno quattro Padiglioni del carcere e il Centro Clinico San Paolo, adeguati agli standard previsti dallo stesso ordinamento penitenziario. Se non si interviene in modo strutturale non saremo mai in grado di garantire condizioni detentive rispettose della dignità delle persone recluse".
"Allo stesso tempo ci tengo a sottolinearlo - ha proseguito Ciambriello -, se è vero che è indispensabile ridurre il sovraffollamento, sarebbe molto grave se si procedesse a trasferimenti indiscriminati e "punitivi". Bisogna garantire il rispetto del principio di territorializzazione della pena. Le istituzioni debbono offrire risposte adeguate ad una legittima protesta e dobbiamo avere la capacità di potenziare i servizi sanitari e le attività sociali e lavorative interne all'istituto. Le risorse sono già stanziate, possono incominciare immediatamente i lavori di risistemazione dei padiglioni, non ha senso ritardarne l'inizio".
- Agrigento: manca l'acqua nel carcere, i detenuti danno fuoco ai materassi per protesta
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- Bergamo: nel ricordo di Tortora, il dramma del sovraffollamento nel carcere
- Terni: da 18 giorni in sciopero della fame, chiede trasferimento vicino alla famiglia
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