di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 aprile 2018
Il rapporto della visita del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) la scorsa settimana ha pubblicato un rapporto sulla visita ad hoc condotta in Italia per esaminare la situazione dei cittadini stranieri privati della propria libertà negli hotspot e nelle strutture di detenzione amministrative per migranti.
La delegazione del Cpt ha visitato gli hotspot di Lampedusa, Pozzallo e Trapani, nonché un'unità mobile hotspot al porto di Augusta. Gli esperti del Consiglio d'Europa hanno anche visitato i Centri di permanenza per i Rimpatri (Cpr) di Caltanissetta, Ponte Galeria (Roma) e Torino, nonché camere di sicurezza presso l'aeroporto di Roma Fiumicino.
Per quanto riguarda gli hotspot, non sono pervenute accuse o altre indicazioni circa l'uso eccessivo della forza o altre forme di maltrattamento fisico. Le condizioni di vita sono state ritenute buone a Pozzallo e Trapani e accettabili per brevi permanenze a Lampedusa. Nonostante ciò, i livelli di occupazione in tutti e tre gli hotspot superavano regolarmente la capacità ufficiale, creando una grave congestione, soprattutto a Lampedusa.
Quest'ultimo, in seguito, è stato temporaneamente chiuso. La delegazione ha notato con favore che la fornitura di servizi sanitari presso i tre hotspot è risultata molto buona e supportata da mezzi adeguati. Il numero di operatori sanitari era sufficiente, con medici e infermieri pronti a intervenire e garantiti 24 ore su 24. Dopo aver osservato che a diverse categorie di cittadini stranieri poteva essere impedito di lasciare gli hotspot, il Cpt ha sollevato il problema delle basi giuridiche per la privazione della libertà in questi centri e i relativi problemi collegati all'esistenza e al funzionamento di tutele legali.
A tale proposito, ha formulato diverse raccomandazioni che riguardano, ad esempio, il controllo giudiziario sulla privazione della libertà, la fornitura di informazioni su diritti e procedure e l'accesso efficace a un avvocato, nonché le misure pratiche per ridurre il rischio di respingimento. Infine, è stato osservato che occasionalmente i minori non accompagnati rimanevano presso gli hotspot per diverse settimane a causa della mancanza di disponibilità in opportune strutture di accoglienza.
Per quando riguarda i Cpr la delegazione ha osservato il problema delle intimidazioni e della violenza tra i detenuti presso il Cpr di Caltanissetta e, in qualche occasione, presso il Cpr di Torino. Le condizioni materiali sono state complessivamente ritenute accettabili, ad eccezione del Cpr di Caltanissetta, dove sono state valutate molto carenti: spazi ridotti e scarse condizioni igieniche, con materassi e coperte sporchi e sanitari che richiedono riparazioni urgenti.
Il Cpt critica la mancanza di attività presso i tre Cpr visitati e raccomanda lo sviluppo di un regime appropriato per tutti i centri di permanenza per i rimpatri, compreso l'accesso a mezzi di ricreazione, materiale di lettura e progetti organizzati da Ong. dovrebbero essere riviste.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 10 aprile 2018
Colpevoli per "omesso ruolo di genitori". Condannati per non aver saputo educare i propri figli. E soprattutto per non averli dotati quel senso critico che permette, anche a un adolescente, di fermarsi prima di delinquere, di sbagliare, di fare del male. Può forse dividere, ma di certo fa pensare, la condanna che il giudice del tribunale di Sulmona Daniele Sodani ha deciso di infliggere ai genitori di un gruppo di ragazzi, rei di aver bullizzato in modo grave una loro coetanea.
I colpevoli, che all'epoca dei fatti erano tutti minorenni, avevano fatto girare sui social la foto nuda di una loro coetanea. I ragazzi, prosciolti in sede penale, sono stati però condannati a pagare un risarcimento di 100mila euro alla loro compagna. Ma il giudice ha chiarito che quel risarcimento lo dovranno pagare i genitori dei colpevoli.
Perché i fatti di quei giorni, "esprimono una carenza educativa degli allora minorenni, dimostratisi privi di senso critico, di capacità di discernimento e di orientamento delle proprie scelte nel rispetto altrui". Infatti, pur se adolescenti, i ragazzi, a quell'età, se ben guidati dai genitori, avrebbero potuto avere la capacità di evitare quel gioco violento. Dunque del loro comportamento sono colpevoli gli adulti.
Anche perché non tutti i giovani in possesso delle foto avevano poi deciso di divulgarle. Quindi secondo il severo giudice di Sulmona, erano stati i teenager più male-educati (dalle famiglie) a compiere il fattaccio. Ma nella lista dei "cattivi maestri" non ci sono soltanto i genitori dei "bulli", ma anche quelli della ragazza, a cui il giudice ha negato il risarcimento assai ben più alto che chiedevano.
Perché anche la madre e il padre della ragazzina si sarebbero macchiati di "omessa educazione", non avendo vigilato abbastanza sulla condotta della figlia, che aveva diffuso tra i coetanei le foto osé. Insomma è il ribaltamento del proverbio che le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma è anche il segno di quanto il tema educazione stia diventando centrale nella giustizia minorile. Dove sempre più spesso i genitori di "ragazzi che sbagliano" vengono coinvolti dai servizi sociali nel percorso di ricostruzione della vita dei giovani.
La sentenza di Sulmona è particolare anche per un altro elemento. Il giudice, nello stabilire il risarcimento che ogni famiglia dovrà pagare, ha creato un vero e proprio tariffario. E cioè 2.000 euro per chi ha inviato il messaggio con la foto della ragazza nuda, mille per chi l'ha inviato a chi già la possedeva.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2018
Da venerdì 6 aprile è entrato nel Codice penale il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare anche quando è commesso dal coniuge divorziato o separato che non versi l'assegno all'ex o ai figli. A prevederlo è il nuovo articolo 570-bis, introdotto nel Codice dall'articolo 2 del decreto legislativo 21/2018, in vigore, appunto, dal 6 aprile.
Con la nuova disposizione, le pene già previste dall'articolo 570 del Codice penale(reclusione fino ad un anno o multa da 103 a 1.032 euro) si applicheranno anche al coniuge che viola l'obbligo di corrispondere ogni tipo di assegno fissato dal giudice in caso di "scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio" o che si sottrae agli "obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli".
La riforma - introdotta in attuazione della delega prevista dalla riforma penale (legge 103/2017) - intende realizzare il principio della riserva di codice in materia penale trasferendo alcuni reati dalle leggi speciali che li hanno previsti in origine al Codice penale. In parallelo, vengono abolite le corrispondenti disposizioni delle leggi speciali.
Così, la norma creata ad hoc per punire il mancato versamento dell'assegno divorzile e di mantenimento "in caso di separazione o divorzio" sostituisce due norme: l'articolo 12-sexies della legge 898/1970, che sanziona l'omesso pagamento dell'assegno divorzile, e l'articolo 3 della legge 54/2006, circa la "violazione degli obblighi di natura economica" verso il separato o i figli comuni. Nei confronti dei familiari tutelati, vale ora l'intero impianto di garanzie disegnato dall'articolo 570 del Codice penale a tutela dei vincoli di assistenza e solidarietà che nascono dal matrimonio (gli articoli 143 e 147 del Codice civile disciplinano gli obblighi dei coniugi, incluso quello di coabitazione la cui violazione è sanzionata dall'articolo 146 dello stesso Codice, e i doveri verso i figli) o dai legami di parentela (si pensi all'articolo 433 del Codice civile che indica il consorte come il primo obbligato agli alimenti).
Non solo. Sono estese ai separati e ai divorziati anche tutte e tre le ipotesi di reato contemplate dall'articolo 570 del Codice penale che punisce chi "abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge", chi "malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge" e, infine, chi "fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa".
L'intervento ha l'obiettivo di semplificare e di comporre i conflitti provocati dalla necessità di coordinare l'articolo 570 del Codice penale con norme speciali che prevedevano fattispecie pressoché identiche. La riforma non incide sul regime di procedibilità, che resta d'ufficio - in base a quanto stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza 220 del 5 novembre 2015 - per chi malversi o dilapidi i beni del figlio minore o del coniuge o per chi faccia mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti minorenni e a querela della persona offesa nei restanti casi.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 9 aprile 2018
La Casa Bianca vuole essere dura per non dare spazio a Mosca L'ipotesi di un attacco con i francesi. Dubbi sul ritiro dei soldati. "Ci sarà un grosso prezzo da pagare". Commentando così l'attacco a Douma via Twitter, il presidente Trump ha lasciato intendere di essere pronto a ripetere il raid con cui proprio un anno fa aveva punito Assad, per l'aggressione lanciata a Khan Sheikhoun. Il consigliere per la homeland security Bossert, ha detto che "tutte le opzioni sono sul tavolo".
Trump ha criticato la nuova strage di prima mattina: "Molti morti, incluse donne e bambini, nello scriteriato attacco chimico in Siria. L'area dell'atrocità è sotto assedio e completamente circondata dall'esercito siriano, rendendola totalmente inaccessibile al mondo esterno". Subito dopo ha fatto un atto di accusa, puntando per la prima volta il dito direttamente contro il Cremlino: "Il presidente Putin, la Russia e l'Iran sono responsabili per il sostegno all'animale Assad". Quindi ha lanciato il suo avvertimento, e le sue richieste operative: "Grande prezzo da pagare. Aprire immediatamente l'area per aiuti medici e verifica. Un altro disastro umanitario per nessuna ragione. Roba da malati!". Con un secondo tweet, il capo della Casa Bianca ha criticato il predecessore Obama, accusandolo di non aver agito quando Assad aveva usato per la prima volta le armi chimiche nell'agosto del 2013, aprendo così la porta alle stragi successive, l'Isis, l'intervento russo, l'emergenza rifugiati.
Lo sfogo di Trump è importante per almeno due motivi. Primo, in occasione del precedente attacco chimico aveva risposto bombardando la Siria, e questa azione si potrebbe ripetere ora, appena l'intelligence gli darà la conferma della responsabilità di Assad.
Secondo, la settimana scorsa il presidente aveva detto di volersi ritirare dal paese, forse anche per proteggere i circa 2.000 soldati americani schierati sul terreno da eventuali rappresaglie, in caso di altre missioni punitive. Quindi aveva dato al Pentagono sei mesi di tempo per completare la distruzione dell'Isis, e poi prepararsi a chiudere l'intervento. Ora questo nuovo attacco chimico potrebbe costringerlo a cambiare i piani.
Fra le opzioni sul tavolo e di cui potrebbe discutere già oggi con i suoi consiglieri, c'è anche l'ipotesi di un attacco congiunto con i francesi. Macron è stato fra i leader occidentali il più determinato nel porre Assad dinanzi all'eventualità di azioni militari in caso di ricorso ad armi chimiche. Le ragioni che spingono Trump ad agire sono chiare. Dopo il raid dell'anno scorso, le dichiarazioni di ieri via Twitter, il rimprovero ad Obama di non aver fatto rispettare la linea rossa proclamata nel 2013, non agire stavolta darebbe un segnale di debolezza alla Russia, all'Iran, e anche alla Corea del Nord, con cui sta cercando di negoziare la fine del programma nucleare da una posizione di forza. I rischi invece stanno nella reazione di Mosca, che aveva definito inaccettabile il bombardamento punitivo del 7 aprile 2017; nella possibilità che i soldati americani diventino oggetto di rappresaglie; e nella prospettiva di essere poi trascinato verso un coinvolgimento più massiccio in Siria, proprio mentre si stava preparando a riportare le truppe a casa, come vorrebbero i suoi elettori. Da questo punto di vista sarà decisivo il responso dell'intelligence Usa, perché sul fronte favorevole a Damasco c'è anche chi accusa gli stessi ribelli di aver colpito Douma, proprio per spingere Trump a cambiare idea sul ritiro. Se i servizi segreti forniranno conferme indiscutibili, per il presidente diventerà difficile non agire.
Oggi fra l'altro John Bolton prenderà servizio come consigliere per la Sicurezza nazionale. Una delle ragioni per cui il Pentagono non era favorevole al ritiro immediato dalla Siria stava non solo nella necessità di completare la missione contro l'Isis, ma anche di non lasciare il paese alla Russia e all'Iran. Bolton è noto per aver sostenuto la necessità di favorire un cambio di regime a Teheran, e quindi potrebbe usare l'attacco di Douma per convincere il presidente a restare in Siria per contrastare i piani egemonici iraniani.
di Alessandra Ballerini
La Repubblica, 8 aprile 2018
Ci siamo quasi, forse anche in Liguria ci sarà finalmente un garante per le persone private della libertà, un'autorità che potrà monitorare sulla salvaguardia delle persone che per qualsiasi ragione si trovino private, per qualsiasi ragione, anche momentaneamente, della libertà.
di Alessia Gallione
La Repubblica, 8 aprile 2018
L'accordo tra il Municipio 8 e la Casa circondariale per il reinserimento sociale e l'aggregazione coinvolgerà i detenuti nella vita del territorio. La prima volta di un Consiglio comunale in un carcere fu nel 2012, in era Pisapia, quando l'aula di Palazzo Marino traslocò per qualche ora a San Vittore, nel "cuore di Milano", come lo definiva il cardinal Martini. Martedì, toccherà al parlamentino del Municipio 8 riunirsi in via straordinaria a Bollate.
"Un altro pezzo del nostro quartiere", lo chiama il presidente di zona, Simone Zambelli. Un'altra convocazione un po' speciale. Che servirà a ufficializzare la firma di un accordo con la direzione della casa circondariale. Un "patto" che, da qui alla scadenza del mandato nel 2021, permetterà al Municipio di coinvolgere i detenuti "in progetti di reinserimento sociale e di aggregazione".
A cominciare dalla festa del Cam di via della Pecetta, in zona Mac Mahon, dove, magari, potranno aiutare i volontari a sistemare il giardino, dipingere murales, ma anche ascoltare musica dal vivo e mischiarsi a chi frequenta il centro. Partecipare, insomma, "a momenti di vita della città". È un legame nato da un po', quello tra il Municipio 8 e il carcere di Bollate, che fa parte a tutti gli effetti di questa fetta di Milano.
Gli stessi detenuti, per dire, sono già stati coinvolti dal consigliere di zona Fabio Galesi e da Alessandro Giungi, che dovrebbe presto rientrare a far parte del Consiglio comunale tra i banchi del Pd, in varie attività di volontariato: insieme ai comitati delle case popolari hanno ripulito i cortili dei palazzoni di Quarto Oggiaro, hanno aiutato i genitori a dipingere i muri di diverse scuole.
Un anticipo del "patto" è andato in scena anche ieri, quando altri "ragazzi di Bollate", racconta Zambelli, "hanno partecipato alla festa della social street di Villapizzone, collaborando a preparare il pranzo condiviso e, anche qui, a facendo murales per colorare la massicciata della ferrovia". Adesso, però, con la firma di martedì, il rapporto sarà strutturale. Un'altra prima volta, dicono. Perché, se altri Comuni dell'hinterland hanno siglato accordi simili, per un Municipio è un debutto. Ma che cosa faranno i detenuti? "Le iniziative le concorderemo di volta in volta con il direttore - continua Zambelli, ma non stiamo parlando di manodopera gratuita né di far lavorare queste persone senza pagarle.
Certo, magari da questa esperienza potranno nascere occasioni che vadano oltre il volontariato, ma il nostro è un modo per coinvolgere chi fa parte a tutti gli effetti del Municipio in occasioni di socialità, attività culturali o sportive". Un modo per far calare la normalità nelle loro vite. Il 9 maggio, poi, ci sarà un altro pezzo del percorso. E una seduta di una commissione congiunta sui generis.
A "confrontarsi alla pari", dice la presidente della sottocommissione Carceri di Palazzo Marino, Anita Pirovano, questa volta saranno i consiglieri comunali e i rappresentati dei detenuti che fanno parte di un organismo interno all'istituto chiamato "commissioni riunite". Un'occasione "per rendere i detenuti sempre più parte integrante e attiva del ragionamento sul presente e sul futuro della città - spiega Pirovano - e per i consiglieri di essere sempre più consapevoli delle condizioni e dei bisogni di chi vive in carcere".
di Nicola Quatrano*
Il Dubbio, 7 aprile 2018
Non crediate sia facile fare il consigliere del Csm. Pensate solo alle defatiganti trattative per la copertura di posti direttivi e semi-direttivi della Magistratura, un'impresa che implica complicate alchimie. I maligni parlano di "spartizione", i suoi membri preferiscono l'espressione "pacchetto".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 aprile 2018
La Corte dei conti di Genova condanna 28 persone a risarcire l'Italia per le violenze del 2001. Che fu "tortura", perpetrata su donne e uomini inermi e spesso feriti, lo ha definitivamente stabilito, poco più di cinque mesi fa, la Corte europea dei diritti dell'uomo che ha riconosciuto a 61 persone recluse nella caserma di Bolzaneto tra il 20 e il 22 luglio 2001, durante i giorni del G8 di Genova, il diritto ad essere indennizzate dallo Stato italiano. Ora la Corte dei conti del capoluogo ligure a sua volta ha condannato 28 esponenti delle forze dell'ordine e personale medico sanitario a risarcire lo Stato per i danni materiali (ma non quelli d'immagine davanti al mondo) causati all'Italia da quella barbarie.
Tra i poliziotti, i carabinieri, gli agenti e i dirigenti della polizia penitenziaria, i medici e i sanitari che dovranno restituire ai cittadini italiani 6 milioni di euro in totale, ci sono anche personaggi come il dottor Giacomo Toccafondi, coordinatore delle attività sanitarie del sito penitenziario di Bolzaneto, il generale Oronzo Doria, ex capo area della Liguria dei poliziotti penitenziari chiamato al pagamento - in via sussidiaria - di 800 mila euro, e l'ex assessore alla Legalità del Comune di Roma, Alfonso Sabella, all'epoca dei fatti capo dell'Ispettorato del Dap, che, sempre in via sussidiaria, dovrà pagare un conto di circa un milione di euro. Sabella, raggiunto dal manifesto, non ha voluto commentare la sentenza.
Una condanna che segue di poco quella inflitta a fine gennaio, dagli stessi giudici contabili della Liguria, all'ex comandante del VII Reparto Mobile di Bologna, Luca Cinti: 50 mila euro per i danni di immagine causati alla Polizia per alcuni arresti eseguiti in Piazza Manin, sempre durante le giornate del G8 di Genova.
Nella sentenza di ieri la Corte ha accolto solo in parte la richiesta della procura, formulata durante l'udienza di un anno fa, che chiedeva un risarcimento di 7 milioni di euro per i danni patrimoniali recati alle 252 persone che transitarono in quei giorni nelle celle di Bolzaneto, e altri 5 milioni per il danno di immagine all'Italia. A conti fatti, il danno reale è stato poi quantificato in "soli" 6 milioni, che graveranno soprattutto sui vertici delle istituzioni coinvolte. Coloro che, secondo i giudici, "erano necessariamente consapevoli delle violenze commesse", quelle fisiche e quelle psichiche commesse su persone inermi, minacciate di morte e di stupro.
Dal punto di vista penale il processo per le violenze di Bolzaneto si era concluso con 33 prescrizioni, 8 condanne e 4 assoluzioni, ma le amministrazioni di appartenenza degli imputati avevano dovuto ugualmente risarcire le parti civili. Ma da un altro punto di vista, come aveva sottolineato in udienza la procura contabile, quei giorni di Genova "hanno determinato un danno d'immagine che forse non ha pari nella storia della Repubblica". Ecco perché a pagare è stato condannato anche Alfonso Sabella, malgrado la sua posizione giudiziaria fosse stata archiviata. L'ex dirigente Dap infatti avrebbe dovuto controllare e vigilare per evitare abusi. Tanto più in una situazione così inusuale, con una caserma trasformata di fatto in carcere.
Durante l'udienza di un anno fa, il procuratore contabile Claudio Mori aveva però spiegato come fosse più facile punire per danno d'immagine il dipendente pubblico che lascia il posto di lavoro per recarsi al bar di fronte l'ufficio piuttosto che gli agenti e i militari protagonisti delle violenze di Genova. "Con l'entrata in vigore del Codice della giustizia contabile - aveva spiegato Mori - forse si andrà oltre". E invece nel conteggiare il risarcimento dovuto allo Stato la Corte dei Conti non ha inserito il danno d'immagine. Quello, continueremo a pagarlo tutti, cittadini e istituzioni italiane.
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 7 aprile 2018
L'Eurispes certifica un dato del quale questo giornale ha parlato già in altre occasioni: non è vero che l'Italia è il paese più corrotto d'Europa. Del resto esistono varie ricerche le quali dimostrano che il coefficiente della corruzione, in Italia, è perfettamente in media con il coefficiente europeo, anzi è lievemente inferiore. L'Eurispes ci racconta come esista un baratro che divide la corruzione reale dalla corruzione percepita. L'Italia è il paese dell'Occidente dove la percezione della corruzione è la più alta. Non è però un paese particolarmente corrotto.
di Lorenzo Guadagnucci*
Il Manifesto, 7 aprile 2018
G8 Genova 2001. Ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni del pm Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende. Pochi giorni fa il pm Enrico Zucca è stato sottoposto a un durissimo attacco mediatico e istituzionale per avere ricordato alcune antipatiche verità riguardanti il G8 di Genova del 2001. Nel Palazzo non piace che si ricordino le vicende di quel tragico luglio e soprattutto i processi che ne sono seguiti.
Ma non esiste al momento un silenziatore abbastanza efficace da cancellare i fatti e ora tocca alla Corte dei Conti ricordarci la disfatta morale, politica e anche economica causata dai responsabili istituzionali con la loro scellerata gestione del dopo G8. La magistratura contabile ha condannato 28 persone - fra personale medico-sanitario e appartenenti a polizia, carabinieri e polizia penitenziaria - a risarcire i circa sei milioni di euro pagati alle parti civili nel processo per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto e solo un malizioso cavillo normativo - definito a suo tempo "irragionevole" dal procuratore ligure Ermete Bogetti - ha impedito di contestarne altri 5 per il danno alla reputazione dello Stato. Il pm, nel chiedere la doppia condanna, aveva specificato che le violenze sui detenuti a Bolzaneto "hanno determinato un danno d'immagine che non ha pari nella storia della Repubblica".
Sono parole molto dure ma anche molto simili a quelle scritte dai giudici di Cassazione il 5 luglio 2012 nella sentenza che ha condannato in via definitiva 25 funzionari e dirigenti di polizia nel processo Diaz: "una volta preso atto che l'esito della perquisizione si era risolto nell'ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, dissociandosi così da una condotta che aveva gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze".
Non vanno poi dimenticate le parole spese dalla Cassazione nel motivare il no alla richiesta di affidamento ai servizi sociali presentata da Gilberto Caldarozzi, condannato nel processo Diaz e oggi vice direttore della Direzione investigativa antimafia; la Cassazione in quel documento biasima il "dirigente di polizia, tutore della legge e della legalità che si presta a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici" e ricorda, con riferimento alla Diaz, "il clamore provocato dalla vicenda e il conseguente discredito internazionale caduto sul nostro paese".
Dovremmo tenere a mente tutti questi passaggi ogni volta che si parla di dignità e credibilità delle nostre forze di polizia, l'una e l'altra gravemente danneggiate dalle scelte compiute dai vertici istituzionali non solo durante ma anche dopo il G8 del 2001. La Corte europea per i diritti umani ha rimarcato come nel processo Diaz "la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria".
Che c'è di peggio, per un apparato dello Stato, di un giudizio del genere? Il capo della polizia Franco Gabrielli l'altro giorno ha definito "oltraggiose" le affermazioni di Enrico Zucca, tutte riprese da sentenze passate, sulla debole "statura morale" della nostra polizia, dimostrando di non aver compreso, o di non voler accettare, la dura verità che scaturisce dal G8 di Genova. In quei giorni e negli anni successivi fino a oggi, con l'inopinato reintegro dei condannati nel processo Diaz, abbiamo assistito a un pervicace rifiuto di tutelare l'onorabilità dei corpi di polizia nell'unico modo possibile: ammettendo le proprie colpe, allontanando i responsabili degli abusi, facendo opera di prevenzione (do you remember i codici sulle divise?), chiedendo scusa - ma davvero, non con la mezza e tardiva frase di Antonio Manganelli - a tutti, proprio a tutti: le vittime dirette delle violenze, i cittadini italiani, i lavoratori onesti dei corpi di polizia. Oggi è troppo tardi e la credibilità perduta è tutta da ricostruire: perciò ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni di Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende.
*Comitato Verità e Giustizia per Genova
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