di Dino Martirano
Corriere della Sera, 21 giugno 2019
La Corte ha anche esaminato i reclami di Calabria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che avevano impugnato numerose disposizioni del decreto, lamentando la violazione delle loro competenze, giudicandoli inammissibili. La Consulta boccia i superpoteri dei prefetti che, in forza del decreto Sicurezza, avrebbero anche potuto sostituire i sindaci, ma dichiara inammissibili ricorsi delle Regioni contro le nuove regole sui permessi di soggiorno e sull'iscrizione all'anagrafe degli stranieri introdotte dal medesimo decreto Salvini. I dispositivi delle decisioni sono stati comunicati dall'ufficio stampa della Corte costituzionale, presieduta dal giudice Giorgio Lattanzi, in attesa della pubblicazione delle motivazioni.
In particolare sui prefetti, ai quali il Titolo II del decreto Salvini attribuisce poteri sostitutivi qualora il governo lo ritenga necessario, la Corte ha ritenuto che sia stata violata l'autonomia costituzionalmente garantita a Comuni e Province e, pertanto, ha accolto le censure sull'articolo 28 che prevede tale potere sostitutivo del prefetto. Invece, la Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro il decreto sicurezza presentati dalle regioni Calabria, Emilia-Romagna, Marche, Toscana e Umbria, che ne hanno impugnato numerose disposizioni lamentando la violazione diretta o indiretta delle loro competenze.
La Consulta ha ritenuto che le nuove regole su permessi di soggiorno, iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar sono state adottate nell'ambito delle competenze riservate in via esclusiva allo Stato. "Tanto rumore per nulla", ha commentato il sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone: "La materia immigrazione rientra infatti nelle competenze riservate in via esclusiva allo Stato. L'ostilità pregiudiziale delle giunte dem è quindi tutta fuffa propagandistica sollevata ad arte. Ora anche la giunta Bonaccini, che tanto fiato ha sprecato contro il decreto, dovrà fare marcia indietro".
Non si arrende il "governatore" della Toscana Enrico Rossi: "Prendiamo atto della sentenza della Corte Costituzionale, che non è entrata nel merito della legittimità costituzionale delle norme, ma si tratta soltanto del primo tempo della battaglia che abbiamo intenzione di combattere contro chi, come il ministro Salvini, calpesta i diritti umani più elementari". In consiglio regionale, ha spiegato Rossi, c'è una proposta della giunta "che individua le modalità generali di erogazione dei servizi per garantire livelli minimi di dignità umana a tutti. Li abbiamo chiamati diritti samaritani".
di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 21 giugno 2019
Ci allarmiamo spesso per gli sconfinamenti tra i diversi poteri, siamo più distratti quando si tratta di esaminare le degenerazioni che si producono dentro i singoli poteri. Quando scoppia una crisi all'interno di uno di essi rimaniamo spiazzati, spesso privi di adeguati strumenti d'analisi. È il caso della magistratura che è stata frequentemente oggetto di aggressione da parte del potere politico.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 giugno 2019
Giulia Bongiorno, incaricata da Matteo Salvini di lavorare alla riforma della giustizia e del Csm, non si sbottona. Nel pomeriggio ha riunito gli esperti della Lega per studiare le proposte illustrate dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nel vertice notturno di mercoledì.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 giugno 2019
Anni di attesa per dare certezza ai tempi delle indagini, per proteggere in modo accettabile le intercettazioni dal volantinaggio mediatico, per riformare il Csm. Anni inutili, tentativi numerosi, eroici, ma inutili. Tutto si sblocca all'improvviso, anche per un motivo: perché ventisette anni dopo, lo schema di Tangentopoli si capovolge e scaraventa le toghe nel cuneo cupissimo di una piramide rovesciata, come nell'iconografia dell'inferno dantesco.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2019
La mancata impugnazione dell'ordinanza di ammissione alla messa alla prova fa scattare una preclusione processuale che impedisce di rimettere in discussione, nell'ulteriore corso del procedimento, la sussistenza dei presupposti e delle condizioni per applicare l'istituto. Partendo da questo principio la Cassazione, con la sentenza 27532, ha bollato come inammissibile l'impugnazione del pubblico ministero che contestava, fuori tempo massimo, la sentenza con la quale era stata dichiarata, in base all'articolo 464-septies del codice di rito penale l'estinzione del reato. Nello specifico, per la pubblica accusa, non si poteva passare un colpo di spugna, grazie all'esito positivo della probation, sui reati tributari commessi dall'imputato, perché mancava il presupposto del risarcimento del danno richiesto dall'articolo 186bis del Codice penale. La Cassazione ricorda che il regime dei rimedi esperibili contro le ordinanze che decidono sull'istanza di sospensione del procedimento con messa alla prova, è improntato, in linea con l'economia processuale, alla finalità di ridurre sensibilmente le ipotesi di regressione del procedimento, se non addirittura ad eliminarle del tutto e di garantire il massimo favore all'istituto della messa alla prova.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2019
Inammissibili. La Corte costituzionale "boccia" i numerosi ricorsi presentati dalle Regioni sul decreto sicurezza. Non sono state compromesse le competenze regionali. Discorso diverso per il potere sostitutivo dei prefetti rispetto alle prerogative di Comuni e Province: in questo caso la violazione esiste e la norma (articolo 28 del decreto n. 113 del 2018) è incostituzionale.
Le motivazioni della pronuncia arriveranno solo tra qualche settimana, tuttavia, nel comunicato diffuso ieri sera, la Corte annuncia il verdetto contrario ai ricorsi presentati dalle Regioni Calabria, Emilia Romagna, Marche Toscana e Umbria che contestavano la violazione diretta o indiretta delle loro competenze.
La Consulta, che precisa come resta "impregiudicata" qualsiasi valutazione sulla legittimità costituzionale dei contenuti delle norme impugnate, ha ritenuto che lo Stato ha rispettato invece le proprie competenze in materia di asilo, immigrazione, condizione giuridica dello straniero e anagrafi.
Nel mirino delle Regioni erano infatti finite le disposizioni del decreto su permessi di soggiorno, iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo e Sprar. In particolare, a non convincere, c'era la sostituzione del permesso di soggiorno per motivi umanitari con una pluralità di fattispecie individuate in maniera meticolosa: le previsioni specifiche di permesso di soggiorno per "casi speciali", circoscritti e tassativi, sarebbero cioè insufficienti, per le Regioni, "ad assicurare la copertura dell'intera area di accoglienza dovuta in esecuzione degli obblighi costituzionali, sovranazionali e internazionali di tutela".
Come pure, nel riformare il sistema Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), gestito dagli enti locali, il decreto sicurezza ha escluso i richiedenti asilo, destinandoli ai centri di accoglienza a gestione governativa. La nuova disciplina avrebbe compromesso così le facoltà delle Regioni di disciplinare le forme dell'assistenza.
E ancora, le Regioni avevano denunciato la previsione per cui il permesso di soggiorno per richiesta di asilo costituisce documento di riconoscimento ma non anche titolo per l'iscrizione anagrafica. Ne deriverebbe, affermavano i ricorsi, il divieto di accesso ai servizi erogati da Regioni ed enti locali per i quali la residenza costituisce invece un presupposto indispensabile.
Accolte invece le perplessità sulla sostituzione dei prefetti agli amministratori locali nel porre rimedio alle situazioni illecite gravi e ripetute nel tempo in quegli enti locali sospettati di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata ma per i quali non è stato decreto lo scioglimento.
di Alberto Gentili
Il Messaggero, 21 giugno 2019
Oggi alle 9 il plenum sullo scandalo nomine: si insediano due nuovi togati. L'intervento del Capo dello Stato che punta a restituire prestigio al Consiglio. Sergio Mattarella pronuncerà un discorso "energico" e scandirà una "ferma condanna" oggi di fronte al plenum del Csm, colpito al cuore dallo scandalo che ha provocato le dimissioni di ben quattro giudici.
ilsicilia.it, 21 giugno 2019
"Appena 4 giorni fa abbiamo denunciato ciò che era avvenuto in alcune carceri italiane, come un campanello d'allarme per la Sicilia. Non ci siamo sbagliati, purtroppo. A Pagliarelli nel reparto alta sicurezza é in corso uno sciopero culminato, questa mattina, con una delle forme più gravi di protesta, i familiari dei detenuti non si sono presentati ai colloqui.
Ad Agrigento é scoppiata una rivolta sfociata con l'incendio di alcuni materassi. Le cause di questi disagi sono da attribuire, certamente, alle condizioni che continuiamo a denunciare. Sovraffollamento, insufficienti condizioni igienico sanitarie, poca possibilità di cure mediche, disagio psichico non curato adeguatamente. Non é con la repressione che si educa il detenuto. La Costituzione prevede la rieducazione". Lo dice Pino Apprendi presidente Antigone Sicilia.
ilsicilia.it, 21 giugno 2019
"Appena 4 giorni fa abbiamo denunciato ciò che era avvenuto in alcune carceri italiane, come un campanello d'allarme per la Sicilia. Non ci siamo sbagliati, purtroppo. A Pagliarelli nel reparto alta sicurezza é in corso uno sciopero culminato, questa mattina, con una delle forme più gravi di protesta, i familiari dei detenuti non si sono presentati ai colloqui.
Ad Agrigento é scoppiata una rivolta sfociata con l'incendio di alcuni materassi. Le cause di questi disagi sono da attribuire, certamente, alle condizioni che continuiamo a denunciare. Sovraffollamento, insufficienti condizioni igienico sanitarie, poca possibilità di cure mediche, disagio psichico non curato adeguatamente. Non é con la repressione che si educa il detenuto. La Costituzione prevede la rieducazione". Lo dice Pino Apprendi presidente Antigone Sicilia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 giugno 2019
Arrestato nel giugno del 2018, doveva essere giudicato la settimana prossima. Il detenuto che si è suicidato mercoledì scorso nel carcere di Bologna, era in attesa di giudizio di primo grado a distanza di 20 anni dal fatto. Parliamo di Stefano Monti, imputato in Corte d'Assise a Bologna per l'omicidio, avvenuto il 5 dicembre 1999, del buttafuori Valeriano Poli.
Aveva 60 anni ed era entrato per la prima volta in carcere a 20 anni dai fatti contestati e si era proclamato, da sempre, innocente. "Vive una situazione particolare - spiega il suo legale Roberto D'Errico -, e nell'inferno del carcere, che è un luogo violento per definizione, evidentemente non ha retto alla pressione del processo".
L'udienza per la decisione dei giudici era in programma per il prossimo 26 giugno: il suo avvocato Roberto D'Errico aveva chiesto l'assoluzione, mentre il procuratore Roberto Ceroni, pm del caso, aveva chiesto l'ergastolo.
Monti venne arrestato nel giugno scorso, dopo una svolta investigativa che aveva portato a isolare il suo Dna su una scarpa indossata dalla vittima, e risultata pulita il giorno dopo l'omicidio. Per quei fatti venne già indagato in passato ma la sua posizione venne archiviata. Il movente dell'omicidio - secondo gli inquirenti - sarebbe da ricercare in una vendetta seguita alle percosse subite da Monti da parte di Poli, impiegato come buttafuori dell'allora discoteca Tnt, fuori del locale. L'uomo, che si è suicidato mercoledì scorso, non ce l'ha fatta ad aspettare.
"Anche perché - sottolinea l'avvocato - il processo, per cui la sentenza era prevista per mercoledì prossimo, è stato impostato in maniera molto aggressiva dalla Procura, che da giugno del 2018 fino ad ottobre ha negato a Monti i colloqui con i familiari, prima che la Corte decidesse di concederli una volta iniziato il dibattimento".
All'avvocato D'Errico ha replicato il procuratore capo di Bologna, Giuseppe Amato: "Francamente parlare di aggressività è parlare di un qualcosa che non appartiene al modo di fare di questo ufficio".
Secondo l'avvocato D'Errico però "può aver influito sulla decisione di Monti di suicidarsi anche la forte pressione mediatica a cui è stato sottoposto dopo il suo arresto". In sostanza, chiosa il legale, "al di là dei fatti personali, su cui è sempre difficile dare un giudizio, va valutato il contesto che si era creato intorno a Monti nell'ultimo anno". Al momento, fa poi sapere D'Errico, i familiari non intendono prendere alcuna iniziativa dopo quanto accaduto, perché "sono distrutti dal dolore, per ora si augurano solo che questa vicenda si sia chiusa definitivamente".
I suicidi nelle carceri italiane non si fermano, dall'inizio dell'anno, secondo quanto riportato dall'osservatorio di Ristretti Orizzonti, siamo giunti a 20 detenuti che hanno deciso di togliersi la vita, su un totale di 60 morti. Sì, perché ben 40 reclusi sono morti per malattia o per cause ancora da accertare.
Un dramma, quelle delle morti cosiddette "naturali", che vede come protagonista la salute in carcere. E le condizioni igieniche sanitarie di alcuni istituti non aiutano. Al carcere di Poggioreale, finito nella cronaca per la rivolta dei detenuti per solidarietà al mancato trasferimento in ospedale di un detenuto affetto da febbre alta, è uscito fuori un caso di scabbia contratta da un recluso di 21 anni. La famiglia sarebbe venuta a conoscenza della vicenda il 14 giugno scorso, quando la madre del ragazzo si è recata in visita al proprio figlio, detenuto dal 4 aprile scorso nel padiglione Livorno del penitenziario napoletano su provvedimento della Procura della Repubblica di Modena e ha chiesto di lui.
La donna ha saputo, solo allora e per puro caso, dell'allontanamento del giovane a seguito della contrazione di una malattia contagiosa. La famiglia del giovane detenuto ha presentato una denuncia. L'avvocato del ragazzo, Michele Salomone, si è recato immediatamente nel carcere di Poggioreale per saperne di più sulle condizioni di salute del suo assistito. Al legale è stato confermato che il ragazzo è tuttora posto in isolamento a causa di un contagio da scabbia.
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