di Riccardo Ferrante
Il Secolo XIX, 22 giugno 2019
L'espressione severa del Presidente della Repubblica durante il plenum del Csm ha già da sola reso chiara la gravità del momento. Poco più di due anni fa aveva esortato un vasto gruppo di neo-magistrati a "equilibrio, ragionevolezza, misura e riserbo" come "virtù che devono accompagnare il magistrato in ogni sua decisione" senza "smarrire mai il senso dei propri limiti, in particolare di quelli istituzionali".
Adesso, sono ancora le sue parole, va invece denunciato un "quadro sconcertante e inaccettabile"; fugando ogni dubbio sul fatto che si possa minimizzare, o contestualizzare, ha denunciato la "indebita partecipazione di esponenti di un altro potere dello Stato".
Ora "si volta pagina nella vita del Csm", scandisce Mattarella. Uno dei nodi è quello del carrierismo, aborrito formalmente da tutti. La carriera è stata per secoli moneta corrente tra potere politico e giudici. In questo l'art-107 della Costituzione ha rappresentato un radicale cambiamento: "I magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzione".
La progressione divenne via via "a ruoli aperti": si consegue la categoria (il grado) e il relativo stipendio della funzione superiore anche se non la si esercita in concreto. Col che magistrati esperti ed avanti nella carriera rimasero, e rimangono, a presidiare fondamentali posizioni di frontiera, con indiscutibili vantaggi proprio nei momenti di maggiore crisi: terrorismo e criminalità organizzata, ad esempio.
Altro problema il correntismo. E qui avviene il cortocircuito tra elezione ai ruoli dirigenti nelle rispettive "associazioni", incarichi direttivi nella Associazione nazionale magistrati, partecipazione ai Consigli giudiziari locali e infine elezione al Csm. Una sorta di campagna elettorale permanente, che certo non giova a tenere sereno il clima all'interno dell'ordine giudiziario.
Oggi le correnti non sono state ritenute degne nemmeno di un minimo cenno da parte del Presidente della Repubblica. Il danno provocato dai dopocena romani è enorme, perché comunque le associazioni tra magistrati hanno storicamente svolto un ruolo di elaborazione culturale e politica importante. Ora il discredito appare totale.
Nell'attività del Csm, carrierismo e correntismo si saldano presso la fatale Quinta commissione, che discute le nomine agli uffici direttivi e semi-direttivi. Qui le correnti rivendicano la loro presenza attiva, qui può succedere che le pulsioni carrieristiche si scatenino, svelate adesso dal trojan horse inserito nel telefono mobile del giudice Palamara. Al di là delle patologie odierne, il problema è in effetti come giudicare le esperienze di lavoro per l'attribuzione degli incarichi di vertice, e in particolare quelli non strettamente giurisdizionali.
Molti le maturano "fuori ruolo", con incarichi, anche apicali, all'interno dei ministeri. D'altronde la magistratura è un serbatoio preziosissimo di professionalità giuridica cui le istituzioni devono poter attingere. Quanto alle elezioni al Csm, fioriscono soluzioni che le disconnettano dalle correnti. Impresa ardua vista la consolidatissima prassi contraria, in alcuni casi anche molto raffinata e opportunistica.
Ad esempio spicca la necessità di andare a elezioni suppletive per la quota pm, visto che durante le elezioni scorse su quattro posti disponibili, quattro soli - guarda caso - erano i candidati, venendo così a mancare almeno un primo dei non eletti. Come si è già scritto il sorteggio puro ha un chiaro ostacolo costituzionale. Si potrebbe adottare un sorteggio tra precedentemente eletti, ottimisticamente definito da Michele Anis il "sorteggio dei migliori", come avverrebbe per la Abilitazione scientifica nazionale, meccanismo in realtà assai discusso e discutibile, per svariati motivi.
La commissione istituita nel 2015 per le "Modifiche alla costituzione e al funzionamento del Csm" auspicava un sistema elettorale a doppio turno, maggioritario al primo e proporzionale con liste concorrenti al secondo. Un sistema con collegi uninominali ma con sistema proporzionale lo ha indicato Gaetano Silvestri; garantirebbe forse candidati legati alla rappresentanza dei magistrati di un territorio, più che non alle correnti di appartenenza, senza per altro demonizzarle (collegherebbero per gruppi i candidati).
Il problema, però, resta l'indipendenza del magistrato, quella esterna, ad esempio dal potere politico, ma anche quella interna, dalle gerarchie di corrente, oltre che di ufficio. Comunque sia, la magistratura italiana, per sapienza scientifica e cura nella tutela dei diritti, rimane una delle migliori al mondo. Le condotte che la infangano sono alla fine l'offesa più dolorosa.
di Anna Messia e Andrea Pira
Milano Finanza, 22 giugno 2019
Il sistema delle toghe è nella bufera per il caso Csm Ma è anche tra i più costosi d'Europa, 75 euro per ogni italiano Pesano le intercettazioni. E le paghe sono ben più alte che in Germania. L'Italia è tra i Paesi che spendono di più per la giustizia in Europa, subito dopo la Germania e la Francia. Il distretto più costoso è quello di Palermo che, a causa dell'incidenza preponderante delle intercettazioni, nel 2017 ha registrato una spesa superiore a 94 milioni. Ma anche a Roma (88,1 milioni) e Milano (73,3 milioni) il conto è piuttosto salato.
Eppure il Paese ha uno dei sistemi che funzionano peggio, soprattutto perché estremamente lento. Inefficienze che si trascinano da anni ma che oggi stonano, alla luce del caos che sta travolgendo il Consiglio Superiore della Magistratura, con l'emergere di insane commistioni tra magistratura e politica che, a cascata, gettano ombre su tutto il sistema.
Le intercettazioni e le inchieste, che hanno portato alle dimissioni di quattro membri di Palazzo di via dei Marescialli che sono finiti nello scandalo, hanno svelato "un quadro sconcertante e inaccettabile", ha dichiarato venerdì 21, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella intervenendo al plenum dell'organo di autogoverno dei magistrati e hanno "prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l'autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche dell'intero ordine giudiziario", ha aggiunto il capo dello Stato. L'intenzione, a questo punto, è di "voltare pagina", ha sottolineato Mattarella e la bufera è arrivata proprio mentre è stato avviato il confronto per la riforma della giustizia, con il Guardasigilli Alfonso Bonafede, intenzionato a rivedere non solo le modalità di elezione dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, ma a separare più nettamente la funzione giudiziaria da quella parlamentare, come previsto anche nel contratto di governo.
Nel mirino c'è pure la riforma delle intercettazioni (con la benedizione dei trojan, ovvero del virus che trasforma i telefonini in microspie, alla base delle inchieste sui membri del Csm) e la volontà di fissare un tetto di 240 mila euro per gli stipendi dei consiglieri, ribadita di recente da Bonafede. Stipendi d'oro. L'obiettivo del Guardasigilli è prima di tutto rilanciare l'immagine della magistratura, stabilendo un sistema imperniato sulla meritocrazia che prevedrebbe sanzioni per quei giudici che non rispettano i tempi stabiliti per ogni processo. Ma centrale è anche il tema degli stipendi, con la volontà di fissare una soglia massima dei consiglieri del Csm a 240 mila euro, mentre oggi ci sarebbero magistrati che arrivano a guadagnarne 400 mila. "I cittadini non possono avere un'idea di privilegio ingiustificato", ha dichiarato Bonafede.
La questione stipendi e spese resta quindi al centro della discussione e in effetti il sistema italiano sembra avere bisogno di un efficientamento. Secondo il rapporto Cepej 2016, l'ultimo presentato dal Consiglio d'Europa, il budget messo a disposizione dall'Italia per il sistema giudiziario (4,4 miliardi) è inferiore in Europa soltanto a quello della Germania (10 miliardi) e a livello del Regno Unito (4,5 miliardi). In Italia la spesa media pro capite per il sistema giudiziario a fine 2016 era di 75 euro, in crescita rispetto ai 72,7 euro del 2014 e più alto della media europea, pari a 64,5 euro.
Ma c'è un altro dato, sempre elaborato dall'analisi del Cepej, che appare decisamente significativo. In Italia un giudice a inizio carriera guadagna in media 1,9 volte il salario medio del Paese e all'apice della carriera questo rapporto arriva a 6,4 volte. La media europea è più equilibrata (2,5 volte per i neo magistrati e 4,5 volte a fine carriera) ma il confronto più interessante sembra appunto quello con la Germania, che, come visto, è il Paese che in Europa spende più di tutti per il proprio sistema giudiziario. In quel caso un giudice a fine carriera guadagna 1,6 volte uno stipendio medio, meno di un magistrato italiano a inizio carriera, e una situazione simile vale anche per i pubblici ministeri.
"Alcuni Stati si concentrano più sull'anzianità del giudice che sul Tribunale a cui viene assegnato alla fine della sua carriera, come nel caso dell'Italia dove conta solo l'anzianità nel determinare la remunerazione", osservano dal Cepej. Non solo. Dall'analisi emerge un altro curioso primato per l'Italia: il nostro è il Paese con il maggior numero medio di assistenti in staff alle Procure, pari a 4,1 persone, contro il numero minimo di 0,4 della Finlandia e una media di 1,4 in Europa. Processi lumaca.
A fronte di tali spese salate il Paese continua però a registrare processi decisamente lenti, anche se c'è qualche segnale di miglioramento rispetto al passato. Al Cepej hanno calcolato il rapporto tra casi pendenti e casi risolti, convertendoli in giorni. Il risultato è che in Italia una causa civile resta aperta in media per 514 giorni, peggio solo della Grecia (610 giorni) e della Bosnia Erzegovina (574 giorni). La buona notizia è che nel 2012 eravamo addirittura messi peggio, a 580 giorni.
"L'Italia sta migliorando costantemente nelle ultime tre rilevazioni grazie alle riforme e al potenziamento dei sistemi informatici", aggiungono dal Cepej. La fotografia però, non è la stessa in tutta Italia. La geografia della giustizia procede su divari territoriali sull'asse Nord-Sud, sebbene non manchino casi di eccellenza anche nel Meridione, dove le lungaggini si fanno sentire con più forza. Gli uffici settentrionali sono significativamente "più performanti". Un'analisi dell'ufficio Statistico del Csm pubblicata a settembre dello scorso anno mette in evidenza come a spiccare siano soprattutto le realtà di piccole e medio piccole dimensioni.
Aosta, Ferrara, Gorizia, Ivrea, Lodi, Savona e Trieste sono i nomi che si leggono sulla mappa delle migliori. La geografia è chiaramente sbilanciata a favore degli uffici del Nord Italia. Si trovano comunque eccezioni. È il caso di Napoli Nord, dove nonostante un aumento di pendenze ultra triennali tra il 2016 e il 2017, un numero di procedimenti definiti per magistrato non molto alto e un indice di ricambio inferiore all'unità, si rileva la più bassa percentuale di pendenze ultra triennali "sicuramente dovuta al fatto di essere un tribunale molto giovane che non ha avuto il tempo di accumulare arretrato".
O ancora spiccano i nomi di piccole come Isernia e Sulmona. Spesa elevata. Per avere un'idea del costo generale della giustizia nella Penisola il punto di partenza per orientarsi non possono che essere le tabelle della Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del ministero della Giustizia. I dati, aggiornati al 2017, sono raggruppati per distretto di Corte d'Appello. Lo spaccato che emerge vede il capoluogo siciliano in cima alla lista per costi sostenuti, seguito da Roma e Milano.
Fuori dalle prime tre posizioni c'è Napoli, mentre tra i primi dieci distretti per spesa, altri tre sono nel Mezzogiorno: Catania (47 milioni), Catanzaro (39 milioni) e Reggio Calabria (35 milioni). Fondamenta del primato siciliano è la mole delle intercettazioni. Sotto questa voce a Palermo sono ascritte spese per 30,7 milioni di euro. L'unica attività che viene a costare di più sono gli onorari per i difensori, oltre 32,5 milioni. Nella top ten dei distretti soltanto a Reggio Calabria la spesa per intercettazioni è, in percentuale, superiore: quasi 19 milioni su spese complessive per 35 milioni. A Roma la spesa totale del distretto supera seppur di poco gli 88 milioni di euro. Rispetto alla realtà palermitana nella Capitale si spende di più in indennità e in particolare per quelle spettanti ai magistrati onorari e agli esperti (11 milioni di euro).
Spiccano anche gli onorari destinati agli ausiliari del magistrato. Nel 2017 sono ammontati a 17 milioni, 10 in più di quanto è spettato ai colleghi palermitani e circa 4,5 milioni in più di quanto speso da Milano. Soltanto a Napoli si pagano cifre superiori: 20 milioni di euro, di fatto la quasi totalità dei 22 milioni catalogati sotto "indennità". Nelle statistiche del ministero si trovano anche alcune curiosità. A Roma, Torino e Reggio Calabria, ad esempio, non è stato speso neppure un euro in "poste e telegrafiche".
A Palermo invece di euro ne sono stati spesi 26 mila, a Bologna 22 mila. A Milano si viaggia di più: per indennità di trasferta sono stati spesi 180 mila euro. Per fare un raffronto a Napoli la cifra è di poco superiore ai 102 mila e nella Capitale ad appena 34 mila. Dove invece si è speso di più per la custodia è a Catania, 342 mila euro in un distretto che a fronte di quasi 25 mila euro di spese complessive in meno di Milano, conta oneri per i difensori in linea con il distretto del nord: 22 mila euro contro i 24 mila milanesi. E qui le differenze si assottigliano.
di Riccardo Campolo
palermotoday.it, 22 giugno 2019
Ormai da tre giorni i carcerati del reparto di alta sicurezza hanno deciso di rifiutare il cibo. La direttrice ammette le difficoltà: "Abbiamo 1.380 persone recluse in una struttura per 700 persone". L'associazione Antigone annuncia una visita.
"Una doccia a settimana e niente farmaci se non la Tachipirina, qualunque sia il problema del detenuto". Terzo giorno sciopero della fame nel reparto di alta sicurezza del carcere Pagliarelli dove centinaia di carcerati, da dietro le sbarre, hanno dato il via a una protesta iniziando a rifiutare il cibo. A raccontare i disagi a Palermo Today è la moglie di un recluso, dietro le sbarre da 5 anni dopo il blitz dei carabinieri Apocalisse: "Mio marito ha la psoriasi seborroica e per fortuna noi possiamo comprargli le medicine, ma c'è chi non ha questa fortuna. E poi la doccia...una volta a settimana. Non è un trattamento umano e dignitoso. Per la sua vicenda giudiziaria siamo in appello, ma gli restano 8 anni di detenzione e ci auguriamo che la situazioni migliori".
Ad anticipare quasi la protesta è stata la compagine siciliana di Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale: "L'ultima rivolta nel carcere di Poggioreale - si legge in una nota - è l'ennesimo campanello d'allarme che ci giunge sulla situazione carceraria in Italia. I problemi sono tanti per nessuno di questi è arrivata una risposta dallo Stato. Sanità, salute mentale, spazi ridotti, mancanza di programmazione per il reinserimento, pene alternative al carcere, organici sottodimensionati della polizia penitenziaria. Un capitolo a parte riguarda, psicologi, assistenti sociali ed educatori, ridotti ormai a numeri insufficienti in proporzione alla popolazione carceraria".
Il presidente di Antigone Sicilia, l'ex deputato regionale Pino Apprendi, ha annunciato per la prossima settimana una visita proprio al carcere Pagliarelli per vedere con i propri occhi le condizioni di detenzione alla base della protesta. Una "rivolta pacifica" che ha incassato anche la solidarietà della direttrice dell'istituto penitenziario: "Vedo giornalmente qual è la situazione e di certo questo non mi conforta. Per capire il problema - spiega - bisogna fare una premessa: quando nacque l'istituto venne progettato con impianti e strutture per 600-700 unità. Oggi abbiamo 1.380 detenuti. Ecco la ragione per cui non possono lavarsi ogni giorno bensì tre volte a settimana. Era così da prima che io fossi direttrice, ormai da 10 anni, e purtroppo nel tempo la situazione non è cambiata".
L'altro tasto dolente riguarda la somministrazione di farmaci. "L'Asp, come impongono le direttive, ha fatto grandi sforzi per riuscire a fornirci farmaci di fascia A e B. Per quelli di fascia C - prosegue la direttrice Vazzana - siamo noi a comprarli e purtroppo i fondi assegnati dal ministero della Giustizia sono risibili rispetto alle reali necessità. Proprio in questi giorni abbiamo incontrato un detenuto che ha un problema a un occhio e vorrebbe il collirio specifico, ma ci sono dei limiti imposti dalla normativa che non possiamo travalicare. Come funziona al di fuori del carcere, chi deve comprare certi farmaci lo deve fare a spese proprie. I nostri detenuti vogliono richiamare l'attenzione dell'autorità politica, l'unica ad avere il potere di modificare le disposizioni normative. Iniziata la protesta abbiamo inoltre nuove richieste sottolineando come servano interventi più ampi".
di Viviana Lanza
Il Mattino, 22 giugno 2019
Dopo le proteste e il caos al carcere di Poggioreale ci si prepara per l'avvio dei lavori per la ristrutturazione del padiglione Salerno che il capo del Dap Francesco Basentini ha definito "interventi urgenti e ormai improcrastinabili". I lavori comporteranno il trasferimento di 203 detenuti.
Si inizierà con i 17 che hanno richiesto di essere spostati in altri istituti sul territorio nazionale e successivamente si troverà una destinazione per i 186 presenti al primo e secondo piano del padiglione Salerno. Non sono previsti invece trasferimenti per i detenuti del terzo piano che è già ristrutturato.
I lavori saranno svolti da detenuti che saranno pagati con uno stanziamento straordinario di fondi e i tempi di avvio saranno immediati: si partirà con il ripristino degli intonaci e la pitturazione degli ambienti del lato sinistro e del secondo piano per poi completare la ristrutturazione del piano terra e del primo piano, anche con nuovi arredi.
"Dobbiamo assolutamente evitare che con la scusa dell'emergenza si proceda a misure che sarebbero controproducenti e lesive del diritto delle persone recluse" ha dichiarato il Garante regionale delle persone prive della libertà personale Samuele Ciambriello, ponendo l'accento sulla "necessità di rispettare la territorializzazione della pena" e sostenendo l'esigenza di un intervento strutturale che includa anche quattro padiglioni e il centro clinico San Paolo.
"Occorre al più presto metter mano ad una serie di iniziative in grado di umanizzare la pena e di riportare l'esecuzione penale nella legalità costituzionale come ci viene richiesto anche dalle giurisdizioni sovranazionali". Con questa posizione la giunta dell'Unione delle Camere penali italiane ha deliberato, per il 9 luglio, una giornata di astensione dalle udienze che coinciderà con una manifestazione nazionale che si terrà a Napoli, al Palazzo di Giustizia.
Gli avvocati sono contro "un sistema tutto incentrato sul reato e non sulla persona, come se dentro le carceri non vi fosse un essere umano ma solo un'astratta fattispecie di reato". E snocciolano i dati dell'emergenza: sovraffollati quasi tutti gli istituti penitenziari con una media nazionale che sfiora il 130%; un solo medico di base ogni 315 detenuti invece che ogni 150; 930 assistenti sociali e 999 educatori per circa 60mila detenuti.
Intanto, mentre i penalisti si preparano allo sciopero, si prevedono nuovi cambiamenti al Consiglio forense napoletano alla luce della recente pronuncia della Corte costituzionale sulla questione del rinnovo degli ordini professionali e della ineleggibilità dei consiglieri con due mandati consecutivi.
Armando Rossi, già presidente degli avvocati di Napoli e attualmente nell'ufficio direttivo dell'Organismo congressuale forense, ha annunciato che si dimetterà da consigliere dell'Ordine, decisione che sarà formalizzata nella riunione di martedì prossimo. "Ho deciso di rassegnare subito le dimissioni dalla carica di consigliere per dare un segnale concreto e decisivo sulla necessità di superare gli scontri del recente passato e recuperare l'immagine dell'Avvocatura come istituzione rispettosa della legge e degli interessi generali" ha detto Rossi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 giugno 2019
La denuncia dell'associazione Yairaiha Onlus sulla condizione dei 409 reclusi. Tempi sproporzionati per una visita medica specialistica, controllo della corrispondenza, limitazione e riduzione delle telefonate e dei colloqui, riduzione dei generi alimentari ammessi e acquistabili.
"Ci sono condizioni di invivibilità nel carcere di Voghera e negli ultimi mesi è peggiorata". A denunciarlo con una lettera inviata a tutti gli addetti ai lavori, a partire dal ministero della Giustizia, è l'associazione Yairaiha Onlus che si occupa fina dal 2006 dei diritti dei detenuti e degli immigrati.
Parliamo del carcere lombardo di Voghera, un istituto penitenziario aperto nell'agosto 1982. Le prime detenute donne ad elevato indice di vigilanza sono giunte il 24 settembre 1982, mentre dal 1984 si sono aggiunte anche le detenute del circuito di media sicurezza. Dal dicembre 1987 l'istituto ha ospitato detenuti esclusivamente di sesso maschile provenienti inizialmente dal vecchio penitenziario di Voghera, ospitato dal castello della città. Oggi nell'istituto i 409 detenuti appartengono a 4 diversi circuiti con prevalenza numerica per il circuito di alta sicurezza (As3), riservato a coloro che hanno rivestito posti di vertice nelle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti.
"Più volte abbiamo rappresentato agli organi competenti le condizioni di invivibilità esistenti nel carcere di Voghera - scrivono quelli di Yairaiha Onlus - e più volte è stato oggetto di monitoraggi generali e mirati sia da parte del Garante Nazionale sia da parte di parlamentari nazionali ed europei che hanno puntualmente presentato relazioni e interrogazioni dal Consiglio Regionale al Presidente della Repubblica, passando per tutti gli organismi competenti, confidando in una risoluzione ottimale delle problematiche gestionali e strutturali ravvisate e rappresentate".
Denunciano che la situazione negli ultimi mesi è ulteriormente peggiorata e in continuazione ricevono segnalazioni da parte dei familiari dei detenuti che "narrano situazioni paradossali di violazioni e restrizioni spropositate e immotivate che violano la funzione rieducativa posta alla base della pena e della reclusione nella nostra Costituzione". Ma quali restrizioni denunciano? Tempi sproporzionati per ottenere una visita medica specialistica, controllo immotivato della corrispondenza in entrata e in uscita, limitazione e riduzione delle telefonate e dei colloqui, riduzione dei generi alimentari ammessi e acquistabili.
"Ogni acquisto - denuncia l'associazione Yairaiha - anche di farmaci salva- vita prescritti dal dirigente sanitario, è sottoposto a richiesta che non viene automaticamente autorizzato. L'uso dei ventilatori nei mesi caldi - aggiunge - autorizzato da apposita circolare ministeriale, è messo in discussione nonostante le temperature elevate e l'assenza di interventi strutturali pure segnalati e richiesti".
Si fa riferimento anche alla relazione dell'ex consigliera regionale Paola Macchi e relazione Commissione Giustizia della regione Lombardia, compresa la prevalenza delle richieste o segnalazioni al magistrato di sorveglianza che rimangono prive di risposta o intervento come denunciato dalla relazione dell'europarlamentare Eleonora Forenza.
Tutto ciò, soprattutto nelle ultime settimane, la situazione sarebbe ulteriormente degenerata e i detenuti, per essere ascoltati su bisogni primari - secondo quanto riporta l'associazione Yairaiha - sono costretti ad azioni "estreme" che vanno dallo sciopero della fame alla classica battitura, determinando altresì un clima ancora più teso sia tra la popolazione detenuta che nei rapporti con il personale.
A questo punto, gli attivisti dell'associazione si chiedono che tipo di funzione rieducativa può svolgere una detenzione così stringente. "È ampiamente dimostrato - spiega l'associazione - che mettere alla base dei percorsi detentivi il rispetto della persona e dei diritti umani, giova ai detenuti in termini di cambiamento e miglioramento, e giova alla società che un giorno dovrà riaccogliere le persone passate attraverso le maglie della giustizia in un'ottica di ricucitura dello strappo operato al patto civile con la commissione del reato". E conclude: "È il reato che con la detenzione si vuole punire, e lo Stato non può violare il dovere all'umanità".
Italia Oggi, 22 giugno 2019
La Consulta salva la norma del codice di procedura penale sui reati minori. Per i reati minori, è da calcolare in base alla condizione economica del colpevole la condanna, con decreto penale, a pena pecuniaria convertita da pena detentiva: il meno abbiente, dunque, paga di meno. Il meccanismo di computo, previsto dall'articolo 459, comma 1-bis, del codice di procedura penale, è stato salvato dalla Corte costituzionale (sentenza 155, depositata il 21 giugno 2019).
Stiamo parlando dei reati più lievi, per i quali il pubblico ministero ritiene applicabile una sanzione pecuniaria. Il codice di procedura prevede un rito speciale: anziché andare a dibattimento si può adottare un decreto di condanna. Il processo si fa solo se il condannato si oppone al decreto. Per invogliare a non opporsi, il codice autorizza il pubblico ministero a chiedere al giudice l'applicazione di una pena diminuita sino alla metà rispetto al minimo.
La pena pecuniaria può essere prevista direttamente dalla norma incriminatrice o potrebbe essere l'effetto della sostituzione (conversione) di una pena detentiva. Per questa ipotesi il codice prevede il metodo di calcolo: si fissa un importo corrispondente a ciascun giorno e si moltiplica per i giorni di punizione; nel fare questo va considerata la condizione economica complessiva dell'imputato e del suo nucleo familiare.
Un giudice si è posto il problema di un favore (incostituzionale per lesione del principio di uguaglianza) per i meno abbienti, per i quali il loro stato è da considerare due volte e cioè sia al momento della determinazione della pena detentiva (e ciò per effetto di un obbligo derivante dal codice penale) sia al momento della conversione della sanzione da detentiva a pecuniaria. Insomma il conto finale potrebbe essere bassissimo.
Ma la Corte costituzionale ha fugato ogni dubbio. La considerazione delle condizioni economiche, anzi, rispetta il principio di uguaglianza, in quanto l'impatto della privazione di una certa somma di denaro può essere in concreto assai diverso, secondo le differenti condizioni del condannato: sono proprio le differenti condizioni economiche a giustificare sanzioni di diversa entità, anche se i reati commessi sono di pari gravità.
Gazzetta del Sud, 22 giugno 2019
La Corte Europea per i Diritti dell'uomo di Strasburgo, dopo un ricorso presentato dall'avvocato di Messina Giovambattista Freni, ha riaperto l'inchiesta sulla morte nel carcere di Gazzi a Messina del detenuto Antonio Citraro, avvenuta il 16 gennaio del 2001. L'uomo, 31 anni, figlio di un imprenditore messinese e in attesa di giudizio, più volte aveva chiesto di essere trasferito dal carcere di Messina per motivi che poi non sono stati approfonditi.
La morte fu etichettata come un suicidio, ma dopo le denunce della famiglia il Gup di Messina dispose il rinvio a giudizio per il direttore del carcere, due agenti di custodia e il sanitario del tempo, con le accuse di favoreggiamento, falso per soppressione, omicidio colposo, abuso dei mezzi di correzione e lesioni personali.
Il Tribunale e la Corte di Appello pronunziarono sentenza di assoluzione per gli imputati e anche la Cassazione decise di confermare il verdetto. I genitori però non si sono arresi e hanno presentato ricorso alla Corte Europea per i diritti dell'uomo. Quest'ultima ha deciso di accertare i sistemi di tutela dei detenuti nelle carceri italiane, formulando dei quesiti.
Chiede innanzitutto "se nel carcere di Messina esisteva ed esiste al momento un regolamento relativo al rischio di suicidio"; "il motivo per il quale la cella di Citraro è rimasta priva di illuminazione nei giorni che hanno preceduto il suicidio"; "se l'amministrazione del carcere si occupava di somministrare farmaci ai detenuti"; e infine "con quale sistema l'amministratore del carcere aveva deciso di controllare Citraro quando si era barricato in cella per protesta". La Corte Europea intende accertare se, nei casi di persone ristretti in carcere per la prima volta, sono apprestati adeguati rimedi, con sostegno psicologico e somministrazione di farmaci, necessari per scongiurare estreme decisioni.
anconanews.it, 22 giugno 2019
Lettera degli ospiti dell'istituto penitenziario di Ancona dove si lamenta la mancata applicazione di alcune norme previste dall'ordinamento penitenziario. Il Garante dei diritti, Andrea Nobili, informa il Garante nazionale Mauro Palma e intende chiedere un incontro al Presidente del Tribunale di Sorveglianza del capoluogo regionale. Troppe richieste indirizzate alla magistratura di sorveglianza che tornano al mittente.
I detenuti del carcere di Barcaglione rendono nota una situazione, che a loro dire è spesso caratterizzata dalla mancata applicazione delle norme previste dall'ordinamento penitenziario. Lo fanno attraverso una lunga e dettagliata lettera inviata alle istituzioni preposte, tra cui figura anche il Garante dei diritti.
"È mia intenzione - sottolinea Nobili - informare di quanto sta accadendo il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, e di chiedere un incontro urgente al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Ancona, Filippo Scapellato, per un approfondimento delle problematiche poste in essere. È da precisare che quello di Barcaglione è un istituto a custodia attenuata che ospita detenuti a fine pena, che di fatto hanno perso la cosiddetta pericolosità sociale. I loro diritti, sempre tenendo conto di quanto contemplato dalla normativa vigente, vanno garantiti a tutti i livelli".
Tra le note negative evidenziate dagli ospiti di Barcaglione, le limitazioni del tempo da poter passare con la famiglia. In base all'art.21 esterno dell'ordinamento penitenziario, i detenuti possono accedere ad un lavoro e la richiesta è quella di potersi garantire il rapporto con la stessa famiglia, e soprattutto con i figli, durante le pause, ma questa possibilità avrebbe incontrato il parere contrario da parte del Tribunale di Sorveglianza. Inoltre, vengono fatte presenti l'esiguità delle pene alternative o premiali concesse dalla magistratura, la limitatezza dei colloqui con i magistrati e la non idonea applicazione della legge 199, che prevede di scontare gli ultimi 18 mesi di pena nella propria abitazione. Presso l'istituto di Barcaglione questa possibilità verrebbe limitata soltanto agli ultimi giorni della detenzione.
di Andrea Cuomo
Il Giornale, 22 giugno 2019
Da sette anni la famiglia produce un'etichetta bianca stipendiando i carcerati che curano le vigne sull'isola. La motonave Superba parte due volte a settimana dal porto di Livorno per Gorgona, un'isola lontana 34 chilometri, e scarica al porticciolo le poche persone che arrivano qui. Vedremo chi sono.
Prima parliamo dell'unica abitante permanente e volontaria dell'isola, Citti Luisa (cognome e nome, come dice lei), che ha 92 anni ma scende le scale con destrezza per farci vedere la sua casa, una sfilza di camere ingombre - c'è un tocco di senile accumulazione - di vestiti, libri, pupazzetti e cartelli coi numeri di telefono di emergenza scritti belli grossi, e fotografie del marito morto e dei figli che stanno a Firenze, e due gatti sulle sedie che quando ti avvicini scappano soffiando. Si fa fotografare, Citti Luisa, con la foto di quando era giovane e bella, con un lampo di mai doma vanità. Poi ci saluta e ci dice: "Tornate presto".
Non sarà facile. Perché a Gorgona non è che vai quando vuoi. Citti Luisa è - per dire - l'unica che può scegliere di andarsene, anche se non lo farà. Gli altri abitanti dell'isola sono 95 detenuti e 24 agenti di polizia penitenziaria. Poi trascorrono ore o giorni qui anche il direttore Carlo Mazzerbo, siciliano, educatori del carcere di Livorno da cui dipende la colonia penale di Gorgona, operai per le necessarie manutenzioni necessaria, due volte a settimane escursionisti in visita guidata e vigilata, con documento da mostrare. E poi enologi e agronomi.
Perché su quest'isola si fa un vino bianco da uve Ansonica e Vermentino, tropicale al naso e assai salino in bocca, dall'etichetta bellissima. Costa un sacco di soldi, su Tannico lo vendono a 75 euro la bottiglia (verificato ieri). In fondo ci sono vini migliori sul mercato per quella cifra. Ma questo vino è un atto di sfida, un'operazione di marketing idealistico, una follia imprenditoriale. Il vino è fatto con le uve delle tre piccole vigne dell'isola per un totale di 2,3 ettari che al massimo, strappando altra terra alla pietra e al bosco, potranno in futuro diventare 2,6.
Le bottiglie della vendemmia 2018, la settima, sono 9mila in tutto. L'enologo è Federico Falossi e in vigna lavorano Andrea, di anni 46, Hasa, di anni 43, e Astrit, di anni 46. Tutti e tre albanesi e detenuti. Assunti come vignaioli dalla Frescobaldi, che cura il progetto enologico, con uno stipendio di mercato che loro mandano ai familiari. A Gorgona non ci sono occasioni per spenderlo, c'è un solo spaccio dove il calciobalilla è gratis e la birra gelata - che loro non possono bere - costa solo un euro.
Andrea è stato condannato per concorso in un omicidio compiuto a Milano. Ha fatto undici anni a Volterra, poi è arrivato qui, dove dovrebbe restare fino al 2025. Colpevole? Innocente? Vai a sapere: condannato. "Qui sono felice - ci dice con un sorriso pieno di oro - e quando esco se mi vogliono continuo a lavorare in vigna". Vicino il lungagnone Astrit è il più vicino al fine pena. "Mi mancano due vendemmie", dice orgoglioso.
A Gorgona vengono spediti i detenuti a fine pena che gli educatori ritengono più adatti. Niente condanne per reati di associazione o per reati socialmente aberranti e solo detenuti con un "curriculum" (così ci dice l'ispettore superiore di polizia penitenziaria Emilio Giusti) di tutto rispetto.
L'idea è instradare i detenuti più volenterosi a un reinserimento nel mercato del lavoro, abbattendo quella recidiva che è il vero fallimento dell'utopia riabilitativa della detenzione. Lamberto Frescobaldi ringrazia ancora i colleghi che non risposero alla mail con cui sette anni fa l'amministrazione carceraria di Livorno invitò le aziende vitivinicole toscane a collaborare al progetto Gorgona. "Rispondemmo solo noi. Ci dissero: non innamoratevi del progetto. Non ci siamo riusciti. Educhiamo i detenuti non alla vigna ma al lavoro. Al piacere di fare una cosa ogni giorno e farla bene".
Non è un paradiso, si badi. Il carcere con l'acqua al posto delle mura ogni tanto mostra il cartellino del prezzo attaccato a ogni sogno: è lontano il 2004 quando cui due detenuti finirono ammazzati in faide nel giro di poche settimane. Ma a Gorgona si lotta di continuo coi soldi che non bastano, con le strutture che cadono a pezzi, con la difficoltà negli approvvigionamenti. A volta vien voglia di farla finita con l'isola cella lussureggiante, com'è da 150 anni. Per Citti Luisa il senso ce l'ha. I detenuti la fanno sentire meno sola. "Ogni giorno passano e chiedono se mi serve qualcosa". Tra lei Astrit, Andrea e Hasa chissà chi se ne andrà prima da qui.
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 22 giugno 2019
Si parlerà anche di iscrizione anagrafica dei profughi durante il Festival Right2city in programma dal 26 al 30 giugno. Lo sportello di Padova dell'associazione Avvocato di strada Onlus organizza, infatti, un Festival diffuso per favorire una corretta informazione sui diritti umani ed una maggiore attenzione alla città e al ruolo del cittadino nel promuovere il benessere proprio ed altrui.
In programma mostre fotografiche, incontri, laboratori per adulti e bambini, convegni, spettacoli teatrali, musica, poesia e fumetti. L'iniziativa, inserita tra gli eventi di Padova Capitale europea del volontariato 2020, è realizzata in collaborazione con il Comune di Padova.
A presentare il programma delle manifestazioni ieri mattina a palazzo Moroni sono intervenuti, tra gli altri, l'assessore ai Servizi sociali Marta Nalin e Julien Mileschi dello sportello Avvocato di strada di Padova. Quest'ultimo ha spiegato che la posizione della sua associazione rispetto all'iscrizione anagrafica di un 28 ivoriano da parte del sindaco Sergio Giordani è la stessa dell'amministrazione comunale.
E proprio di Decreto sicurezza e di iscrizione all'anagrafe si discuterà giovedì prossimo durante il convegno Città Invi(s)vibili che si terrà giovedì prossimo alla fornace Carotta. Qui è in programma un confronto sul tema "Povertà - La residenza anagrafica come misura di esclusione".
Un altro tavolo è dedicato a Immigrazione Decreto sicurezza: ricadute sul territorio. Non solo dibattiti, però. Venerdì 27 giugno dalle 17 alle 19 al Retrò Gusto di via Portello 22 è in programma Poetry Slam, ovvero un'amichevole gara tra partecipanti che declameranno testi scritti di proprio pugno per stabilire chi tra loro, agli occhi del pubblico, meriti di essere chiamato poeta.
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