difesapopolo.it, 15 maggio 2019
I Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto si sono riuniti oggi a Padova, presso la sede della Facoltà Teologica del Triveneto, ed hanno incontrato, in mattinata, una delegazione - guidata dal coordinatore don Antonio Biancotto - dei cappellani impegnati nelle carceri del Nordest.
Nel loro racconto sono così emersi i tratti principali, le attenzioni ed anche le preoccupazioni e le fatiche che caratterizzano e accompagnano il servizio quotidiano svolto da cappellani, religiosi, religiose e volontari impegnati nella quindicina di istituti carcerari presenti in quest'area con tutte le persone coinvolte nel "mondo della detenzione" per "soccorrerle nel corpo e nello spirito" attraverso una serie di azioni ed iniziative: i momenti di ascolto e dialogo personale, la celebrazione dei sacramenti (eucaristia e riconciliazione in particolare), gli incontri di preghiera e catechesi, i gruppi biblici, le diverse occasioni di formazione umana e cristiana ma anche l'aiuto economico, l'approvvigionamento di indumenti o materiale per l'igiene personale delle persone detenute, il contatto con le famiglie, l'attenzione pastorale a favore degli operatori penitenziari ecc. "Nelle periferie più degradate, quale spesso è il carcere - hanno spiegato -, si percepisce maggiormente la potenza di guarigione e di salvezza del Vangelo. Il bisogno di Dio, anche se talora inespresso, si avverte in modo forte. Come cappellani siamo poi consapevoli di essere stati inviati a sostenere e a consolare non solo i detenuti ma anche le loro famiglie, il personale penitenziario e di riflesso i loro congiunti".
L'incontro ha permesso, quindi, di fotografare la recente evoluzione della situazione carceraria nel Nordest: le carceri stanno progressivamente tornando al sovraffollamento di parecchi anni fa, con realtà già quasi sature di presenze; aumentano le presenze di cittadini stranieri (ultimamente, soprattutto, di asiatici) che in taluni istituti raggiungono anche il 60/70%; si aggrava la situazione e l'assistenza dei detenuti con problematiche psichiatriche; crescono inoltre, contemporaneamente, le presenze in carcere sia di giovani (perlopiù stranieri) che di anziani (oltre i 60 anni); l'affermarsi ormai di un evidente pluralismo religioso (in media oggi le presenze in carcere sono per il 60% di cristiani, metà cattolici e metà ortodossi, e di oltre un 30% di musulmani, con ulteriori e più piccole quote di altre realtà religiose).
"L'esperienza maturata - hanno proseguito - permette ai cappellani delle carceri di poter poi donare alle comunità cristiane maggiori elementi di conoscenza sulla realtà per aprirle di più all'accoglienza ed abbattere i pregiudizi, per sensibilizzarle alle problematiche di chi ha sbagliato, senza ghettizzare. Purtroppo abbiamo notato un aumento del clima di chiusura anche in alcune comunità cristiane.
Avvertiamo l'urgenza di stimolare le istituzioni a riscoprire lo spirito autentico della Costituzione, puntando meno sulla propaganda e dedicando più attenzione alla rieducazione; ancora oggi, infatti, la pena risulta spesso solo punitiva e non rieducativa. E sentiamo l'esigenza di curare e potenziare maggiormente tutte le forme di reinserimento dei detenuti nella società. I dati evidenziano, tra l'altro, la forte diminuzione dei casi di reiterazione del reato laddove si utilizzano le pene alternative".
Durante il dialogo i Vescovi hanno riaffermato l'importanza e il valore prezioso di tali esperienze che rappresentano un concreto e visibile segno di presenza e vicinanza della Chiesa in questo delicato contesto, soprattutto nell'odierno clima politico, culturale e sociale; riconosciuta anche l'opportunità di puntare molto su un'opera di formazione e sensibilizzazione delle comunità, a partire dai sacerdoti e dai seminaristi. I cappellani hanno poi chiesto e proposto ai pastori delle Chiese diocesane di intensificare i contatti con tali realtà, ad esempio con visite più prolungate agli istituti di pena (una sorta di "giornata in carcere") che permettano loro anche visite a singole sezioni, contatti personali con detenuti, personale penitenziario e volontari.
mbnews.it, 15 maggio 2019
"Chiunque veda Matera non può non restarne colpito tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza". Carlo Levi, nel suo "Cristo si è fermato a Eboli" la descrive così. Un piccolo gioiello scavato nelle montagne. Un progetto della Casa circondariale Sanquirico unisce Monza alla Capitale europea della cultura 2019, fin dal titolo: "Sanquirico - Matera".
Su indicazione del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e in collaborazione con l'associazione Zeroconfini Onlus, la redazione di "Oltre i confini - Beyond Borders", il giornale della Casa circondariale monzese, ha pensato a quattro giorni di eventi per raccontare Matera: fotografie, note e parole dal 20 al 23 maggio.
Secondo il Sindaco "Sanquirico - Matera" è, prima di tutto, un 'ponte' tra il carcere e la realtà che c'è 'fuori'. La sfida che i detenuti ci lanciano con questo progetto è chiara: dobbiamo superare barriere e pregiudizi. La cultura è lo strumento per farlo. E il sindaco indica la parola chiave: fiducia. Da qui, secondo il Primo Cittadino, bisogna partire per promuovere, nei fatti, il reinserimento sociale dei detenuti e per far parlare i due mondi.
"La realizzazione dell'iniziativa, voluta dall'Amministrazione Penitenziaria - spiga il Direttore della Casa Circondariale Maria Pitaniello - è l'evidente frutto di consolidata integrazione e di forte collaborazione tra la Casa Circondariale di Monza e il territorio cui l'Istituto appartiene. Con questo progetto si è voluto raccogliere la sfida lanciata dalla città di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, che - grazie all'impegno dei giovani lucani - ha recuperato la bellezza, la poesia e la vitalità dei suoi luoghi. Abbiamo voluto condividere questa stessa sfida, perché comuni gli obiettivi di crescita culturale e di riscatto".
"Voltaire diceva che il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri. In queste città nelle città - spiega Antonetta Carrabs - la parola, la poesia, la narrazione e il loro esercizio possono avere valore auto-educativo e terapeutico e consentire una sorta di emancipazione anche in una situazione difficile come questa. Da qui è nata l'idea, sostenuta dal direttore Maria Pitaniello, di dare vita a un giornale: "Oltre i confini- Beyond Borders", questo il nome della testata che una redazione formata da cinque detenuti pubblica, ogni due mesi e che rappresenta il collegamento tra la società reclusa a quella libera".
Il "viaggio" nella città dei sassi comincia lunedì 20 maggio alle ore 10.30 con "Matera, la Gerusalemme del Sud", un racconto per immagini di Pixcube, network di workshops e reportage fotografici, a cura di Francesca Ripamonti. Nata a Lecco nel 1972, diplomata all'Accademia di Belle Arti Brera Milano, Francesca Ripamonti è stata assistente di Maurizio Galimberti e ha lavorato alla Fondazione Industria con Fabrizio Ferri. Ha esposto a Siena, a Castel Sant'Angelo e al Mac (Museo Arte Contemporanea) di Lissone.
Ogni fotografia è accompagnata da un testo della redazione di Oltre i confini - Beyond Borders. La colonna sonora della mostra è affidata alle note jazz del duo Giovanni Hoffer e Davide Brillante. Già membro stabile dell'orchestra del Teatro alla Scala, Giovanni Hoffer è considerato un pioniere ed un punto di riferimento per il corno francese. Protagonista di importanti festival come Umbria Jazz e Roma Jazz Festival, ha collaborato con alcuni big della musica internazionale: da Vasco Rossi a Quincy Jones passando per Paolo Fresu. Davide Brillante, chitarrista e compositore, ha lavorato a New York, Londra e Dublino con artisti jazz del calibro di Joe Cohn, Quincy Davis, Kengo Nakamura, Gordon Lane e Ali Jackson.
Secondo appuntamento martedì 21 maggio alle ore 10 con l'incontro con lo scrittore lucano Giuseppe Lupo. Docente di letteratura italiana contemporanea presso l'Università Cattolica di Milano e Brescia, ha esordito nella narrativa con il romanzo "L'americano di Celenne" con cui nel 2001 ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio Mondello. Con gli studenti della scuola del Cpia (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti) di Monza e con i detenuti, 'guidati' dalla moderatrice Elena Rausa, parlerà di Matera attraverso le pagine dei sui libri, "L'ultima sposa di Palmira" (Premio Selezione Campiello nel 2011) e la raccolta di scritti "Atlante immaginario". L'incontro è promosso in collaborazione con l'associazione "La biblioteca è una bella storia" che gestisce la biblioteca del carcere. Al termine saranno presentati i lavori dedicati a Matera svolti dai detenuti durante il corso di arte-terapia.
Mercoledì 22 maggio alle ore 10.30 andranno in scena le Musiche da Oscar, le più belle colonne sonore dei film. Sul 'palco' il soprano Elena D'Angelo, il pianista Andrea Albertini e il baritono Matteo Mazzoli. Si chiude giovedì 23 maggio con la magia della pizzica, la musica tradizionale salentina: "Suoni di festa dal Sud". Il gruppo pugliese Ascanti metterà in scena canti e danze della tradizione popolare, pizziche del basso e dell'alto Salento, stornelli, serenate e canti narrativi, fusi con altri linguaggi musicali. Uno spettacolo interattivo che farà ballare tutti a ritmo di pizzica.
Il Secolo XIX, 15 maggio 2019
La compagnia "Voci Erranti" in scena sabato a Marassi. Si chiama La Favola Bella lo spettacolo dei detenuti di Saluzzo che si terrà sabato alle 20.30 quale ultimo appuntamento della rassegna "Voci dall'Arca", al Teatro dell'Arca, allestito nella casa circondariale di piazzale Marassi 2. Messo in scena dalla compagnia "Voci Erranti", composta da attori detenuti del carcere di Saluzzo, lo spettacolo, spiega la presidente di Teatro Necessario Mirella Cannata, presenta un bosco da attraversare ed un lupo da affrontare.
Ma chi è quella bambina così ingenua da attraversare il bosco da sola? Che male c'è se sono un lupo sempre affamato? Che senso ha la morale se la storia è sempre la stessa, sono alcuni dei quesiti. "Nove detenuti partecipanti al Laboratorio Teatrale del carcere di Saluzzo - sottolinea Cannata - leggono e rivisitano la fiaba di Cappuccetto Rosso, vista attraverso gli occhi del lupo".
Si tratta di un punto di osservazione che consente ai detenuti attori la possibilità di riconoscersi all'interno di quella che è la fiaba più nota e rappresentata dai tempi di Perrault a quella dei fratelli Grimm. Lo spettacolo, precisa Mirella Cannata, è il risultato finale di quanto il gruppo "ha vissuto mettendosi in gioco durante l'attività di laboratorio e delle riflessioni personali raccolte e condivise lungo il percorso".
Attraverso lo spettacolo, sono state rielaborate emozioni anche di paura: "Quando prende il sopravvento - hanno scrittoi i detenuti - allora capisci l'importanza che ha la storia, quando la solitudine è l'unica compagna, allora anche i lupi diventano amici, quando l'apatia ti diventa quotidiana allora la tristezza si aggiunge alla rabbia e così... si crea la comitiva... e poi lo sappiamo tutti come va a finire".
Il bosco diventa così metafora di vita: "Mi sono perso nel bosco... - è ancora il testo - per favore non mi cercare sai quante strade mi hanno cresciuto proprio come una madre ed è forse per questo che non riesco a mostrare le lacrime neanche più a me stesso...".
L'esperienza teatrale di Voci Erranti nel carcere di Saluzzo conta ormai diciotto anni di attività e comprende due laboratori permanenti per detenuti di media e di alta sicurezza, un corso di formazione per Tecnico Audio-Luci, un progetto di Educazione alla libertà per studenti esterni e la possibilità di uscire per replicare, mensilmente, con gli attori- detenuti gli spettacoli.
"La favola bella" è scritto e diretto da Grazia Isoardi, coreografie di Marco Mucaria, luci di Cristian Perria, produzione Voci Erranti. Prenotazione obbligatoria entro venerdì alle 10 link teatronecessariogenova.org.
genova24.it, 15 maggio 2019
Anche quest'anno correranno insieme ai podisti delle associazioni e società sportive Uisp lungo un tracciato di 3 chilometri, sia all'interno che all'esterno delle mura. Nell'ambito dei progetti che Uisp porta avanti da anni all'interno degli Istituti penitenziari regionali, Genova, per l'ottavo anno consecutivo, sarà protagonista della speciale manifestazione nazionale "Vivicittà - Porte Aperte", grazie alla collaborazione ormai consolidata tra il Comitato Territoriale Uisp di Genova e la direzione della Casa Circondariale di Marassi.
"Vivicittà - Porte Aperte", nel 2019 si svolgerà mercoledì 15 maggio, con inizio alle ore 14.45, rappresentando uno degli eventi centrali della famosa Vivicittà, la "corsa più grande del mondo" che l'Unione Italiana Sport Per tutti organizza da ben trentacinque anni in decine di città italiane e nel mondo, capace di unire lo sport ad importanti temi di solidarietà e promozione di diritti. Oltre 70 detenuti saranno protagonisti di un pomeriggio di sport per tutti, nel segno della corsa e del calcio. Anche quest'anno correranno insieme ai podisti delle associazioni e società sportive Uisp lungo un tracciato di 3 chilometri, sia all'interno che all'esterno delle mura dell'Istituto penitenziario genovese.
Contemporaneamente, sul campo interno, si disputerà un torneo di calcio fra i detenuti partecipanti alle attività dei progetti di sport per tutti, una rappresentativa esterna e una squadra della Polizia Penitenziaria. L'obiettivo della manifestazione, realizzata con la collaborazione del Corpo di Polizia Penitenziaria, è creare sempre di più "un ponte" tra l'interno e l'esterno delle mura, così come avviene da anni nell'ambito delle azioni del progetto "Ponte", inserito all'interno dell'ATS Regionale La Rete che Unisce, con il contributo della Regione Liguria.
Al termine delle attività, si svolgerà il momento delle Premiazioni. Alle ore 14 è fissato il ritrovo per gli atleti "esterni". In caso di maltempo la manifestazione si svolgerà domani, giovedì 16 maggio, secondo le stesse modalità. "Vivicittà - Porte Aperte" si svolge, in questi mesi, complessivamente in 23 istituti penitenziari in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 maggio 2019
La procura di Agrigento non ha convalidato il sequestro preventivo per la nave Mar Ionio dell'organizzazione non governativa Mediterranea, eseguito venerdì scorso a Lampedusa dalla Guardia di Finanza. La nave della Ong nella settimana appena passata aveva salvato 30 migranti in pericolo nelle acque libiche. Ora, però, tutto l'equipaggio è indagato e sarà sempre la Procura di Agrigento a decidere su come agire anche nei confronti dei membri dell'equipaggio.
Indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina Beppe Caccia, l'armatore veneziano della nave Mare Jonio. Ne ha dato notizia lui stesso via Twitter, con una foto di Alima, la bimba del Sud Sudan che era sul gommone con il papà e la mamma incinta di 7 mesi: "Sono indagato con la sola colpa di aver salvato 30 vite umane e di essermi rifiutato di consegnarle ai loro aguzzini. Ciao Alima, lo rifarei mille altre volte. Buona fortuna in questa nostra Europa, a te e a tutti gli altri". Ma cosa sta accadendo nei confronti delle Ong in Italia, ma anche nel mondo intero?
In Italia tutto è cominciato con il sospetto, "suggerito" dal Movimento 5 Stelle, che alcune Organizzazioni non governative - quelle che operavano salvataggi nel mare - fossero in combutta con gli scafisti. I famosi "taxi del mare", terminologia che via via veniva ripresa dagli utenti dei vari social network fino ad amplificarsi nei mass media. Fu in quel periodo, con il governo precedente, che l'allora ministro degli interni Marco Minniti elaborò un codice etico per le Ong impegnate nel salvataggio dei migranti. Gli è poi succeduto Matteo Salvini con la pratica dei porti chiusi, che in realtà - di fatto - chiusi non erano. Oppure, notizia di questi giorni, secondo la bozza del decreto bis sulla sicurezza si prevedrà addirittura una multa salata per ogni immigrato che viene soccorso secondo infrazioni non meglio definite.
Non è mancata la via giudiziaria intrapresa dal procuratore Carmelo Zuccaro, secondo cui potevano esserci dei collegamenti tra le organizzazioni non governative e i trafficanti di uomini. Ma nessuno dei provvedimenti avviati è mai arrivato a processo. L'ultimo fascicolo aperto era sulla nave Aquarius, l'accusa sosteneva che tutti i capimissione di Medici senza frontiere alla guida degli equipaggi "avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità degli indumenti indossati dai migranti in quanto fonte di trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio". Da parte sua Medici senza frontiere ha sempre respinto ogni addebito, affermando di aver seguito le procedure standard. "Dopo due anni di indagini giudiziarie, ostacoli burocratici, infamanti e mai confermate accuse di collusione con i trafficanti di uomini", aveva detto all'epoca a novembre 2018 Karline Klejer, responsabile Msf per le emergenze, "ora veniamo accusati di far parte di un'organizzazione criminale finalizzata al traffico di rifiuti. È l'estremo, inquietante e strumentale tentativo di fermare a qualunque costo la nostra attività di ricerca e soccorso in mare". Il Tribunale del Riesame, il 15 gennaio scorso, ha restituito all'agenzia marittima coinvolta nell'inchiesta 200 mila euro che erano stati bloccati dalla procura, autorizzandola a riprendere regolarmente le sue attività e ha accolto integralmente il ricorso del principale indagato, l'agente marittimo accusato di aver smaltito illegalmente rifiuti pericolosi provenienti in prevalenza dalla nave.
Le Ong e i loro obiettivi. Ma cosa sono le organizzazioni non governative? Come dice la parola stessa, l'Ong è indipendente dagli Stati e non ne riceve quindi i fondi. Le Ong perseguono diversi obiettivi di utilità sociale, cause politiche o di cooperazione allo sviluppo. Gli ambiti di intervento sono vari: tutela dell'ambiente e del territorio, protezione delle minoranze, difesa dei diritti umani, ambiti di sviluppo e protezione specifici per alcune categorie di persone. In seguito alla chiusura di Mare Nostrum, il 31 ottobre 2013, operazione italiana militare e umanitaria iniziata dopo il tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre, quando ci furono 366 morti accertati, alcune Ong hanno deciso di intervenire direttamente con navi private nel Mediterraneo per le attività di ricerca e salvataggio, in coordinamento con la Guardia Costiera italiana. Un'altra caratteristica è che le Ong sono senza scopo di lucro.
La maggior parte di loro sono gestite da volontari, ma non tutte. Sono infatti le piccole Ong e Onlus locali che si avvalgono di volontari per gestire le loro attività. Le grandi Ong internazionali invece sono formate da personale retribuito poiché necessitano di competenze specifiche per portare avanti il loro lavoro in maniera efficace ed efficiente. Le Ong internazionali presenti e più conosciute in Italia sono fra le altre ActionAid, Medici Senza Frontiere, Amnesty International, il WWF Italia, Save the Children Italia. In conclusione, le Ong hanno l'obiettivo di tutelare i diritti, che siano diritti umani o la protezione e la salvaguardia del nostro pianeta.
Assalto globale alle Ong - In tutto il mondo si stanno intensificando gli attacchi contro le Ong. A documentare quest'assalto globale è stato il recente report di Amnesty International "Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile". In base ai dati raccolti sono 50 gli stati che in questi mesi hanno adottato o stanno per adottare leggi anti- Ong. Nell'ottobre 2019 il ministero dell'Interno del Pakistan ha respinto 18 domande di registrazione e i relativi ricorsi da parte di 18 Ong internazionali senza fornire spiegazioni. In Bielorussia le Ong sono sottoposte a una rigorosa supervisione dello stato. Lavorare per le Ong la cui domanda di registrazione è stata - spesso arbitrariamente - respinta è un reato penale. In Arabia Saudita il governo può negare la registrazione alle nuove Ong o smantellarle se sono ritenute "dannose per l'unità nazionale".
A subire le conseguenze di questa legislazione repressiva i gruppi per i diritti umani, compresi quelli per i diritti delle donne, che non sono in grado di registrarsi e operare liberamente all'interno del paese. Anche gli uffici di alcune sezioni di Amnesty sono finiti sotto attacco: dall'India all'Ungheria, nell'ambito di un giro di vite sulle organizzazioni locali, le autorità se la sono presa con le strutture, congelando beni patrimoniali e compiendo raid negli uffici.
Senza parlare della Russia e Cina. In quest'ultima, la nuova legge controlla strettamente le attività delle Ong, dalla formulazione della domanda di registrazione alla reportistica in materia di movimenti bancari, assunzioni e raccolta fondi. In Russia, invece, le Ong che ricevono fondi dall'estero sono state etichettate dal governo come "agenti stranieri", un termine che è sinonimo di "spie", "traditori" e "nemici dello stato". In Ungheria diverse Ong sono state costrette a definirsi "finanziate dall'estero" e il governo cerca di screditare il loro lavoro e scatenare l'opinione pubblica contro di loro.
L'obiettivo, in generale, da parte degli Stati del mondo è colpire le Ong che riguardano specificamente i gruppi che si occupano di diritti delle comunità marginalizzate. Eppure, a New York nel dicembre 2018, in occasione del ventesimo anniversario della Dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani, i leader del mondo avevano ribadito il loro impegno a creare un ambiente sicuro per i difensori dei diritti umani. Tutto ciò, di fatto, non sta avvenendo.
abr24.it, 15 maggio 2019
"Lasciarsi guardare dalla Bellezza sembra la sfida più difficile di chi vive in carcere". Con queste parole Papa Francesco in una lettera ringrazia Antonio Giammarino, studioso e fotografo professionista, di avergli donato il libro "Detenuto libero" (Edizioni Tracce).
Nel volume, Giammarino, uno dei più grandi collezionisti di macchine fotografiche d'epoca, racconta la propria esperienza di insegnante di fotografia nei penitenziari abruzzesi. La nuova edizione, arricchita e revisionata, sarà presentata giovedì prossimo al carcere di Chieti. L'incontro sarà moderato dal criminologo Gianmarco Cifaldi. A breve uscirà anche una versione in inglese del libro, a cura della prof. Marilena Saracino, docente dell'Università d'Annunzio.
Nel volume l'autore fa rivivere le giornate dei detenuti e la loro "voglia di mondo" che si concretizza nelle più svariate maniere: "c'era chi voleva un interlocutore con il quale creare un dialogo di scambio e arricchimento reciproco, altri invece volevano semplicemente un amico la cui visita avrebbe in qualche modo alleggerito per quei pochi attimi la monotonia della reclusione; altri ancora, forse, speravano di ingannare la realtà fingendo di vivere una vita normale, in cui si ricevono visite di amici e si svolgono attività di svago come poteva essere, in quel contesto, il corso di fotografia".
"Il Papa - dice Giammarino - nella lettera evidenzia l'impegno nel "cercare di mettere in comunicazione, attraverso la fotografia, ciò che le persone detenute vivono dentro la loro esperienza di reclusione, con il mondo esterno". Ora più che mai - aggiunge l'autore del libro - sono consapevole di quanto possa essere importante e, per molti versi, necessario un riscontro del proprio lavoro, un plauso che non può che fungere da ulteriore incoraggiamento per proseguire la via intrapresa.
Credo sia questo ciò che i detenuti provino durante il processo di detenzione e riabilitazione: recuperare la consapevolezza che il lavoro duro che li attende durante la reclusione è finalizzato ad una rinascita umana, sociale e spirituale e che la società che li osserva e li giudica è la stessa che li incita e sostiene attraverso le Istituzioni preposte. Come afferma il Santo Padre 'creare opere d'arte che portino, proprio attraverso il linguaggio della bellezza, un segno, una scintilla di speranza e di fiducia lì dove le persone sembrano arrendersi all'indifferenza e alla bruttezza, è un gesto importante che può far brillare la bellezza soprattutto dove l'oscurità o il grigiore sembrano dominare la quotidianità'".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Intervista a Gino Strada: "La realtà di oggi preoccupa, c'è chi soffia sull'odio, chi inneggia alla violenza: siamo già dentro un nuovo fascismo. In Italia nessuno chiede perché, con milioni di poveri, abbiamo una spesa militare di miliardi". "Com'è possibile aver fatto negli ultimi 200 anni delle scoperte incredibili, realizzato cose impensabili in tutti i campi, nella medicina, la chimica, le nanotecnologie, ma non essere stati capaci di progredire sul piano etico? Capire che ammazzarsi tra noi è un non senso, è contro natura".
Gino Strada la guerra la conosce bene. La conosce bene Emergency, l'associazione che fondò nel 1994 per offrire cure mediche gratuite alle vittime dei conflitti. In Africa, in Iraq, in Afghanistan e, a breve, in Yemen. Dei 25 anni di Emergency abbiamo parlato con Gino Strada, in occasione dell'inaugurazione della mostra fotografica Zakhem di Giulio Piscitelli.
Il sottotitolo della mostra è "La guerra a casa". Perché?
Le foto di quei pazienti indicano chiaramente che sono dei civili anche se per lo più indossano i vestiti bianchi degli ospedali. È nei villaggi, le città, le case che si combatte la guerra e le vittime sono chi ci abita. Credo che sia una bella mostra: Giulio ha fatto un ottimo lavoro fotografando i pezzi di metallo, schegge, proiettili che i chirurghi toglievano in sala operatoria. C'è la foto del paziente e di cosa lo ha conciato così. È una delle tante iniziative che stiamo mettendo in cantiere.
Può tracciare un bilancio di 25 anni di attività di Emergency?
Sono stati 25 anni utili. Utili a tantissime persone perché ne abbiamo curate più di 10 milioni nel mondo. Però sono stati utili anche a noi: abbiamo imparato tanto. Non solo cose di medicina e chirurgia ma anche cose sulla guerra e sul mondo, su noi stessi.
Tra i paesi in cui siete oggi attivi c'è lo Yemen, che più di altri oggi rappresenta il nuovo "modello" bellico: guerra a dei civili, guerra dimentica, guerra per procura, guerra internazionale attraverso la vendita di armi. Come leggete il vostro impegno lì?
Non siamo ancora operativi, è tutto pronto ma stiamo aspettando le ultime autorizzazioni dal punto di vista della sicurezza. Saremo ad Hajjah. È difficile fare previsioni su cosa ci troveremo di fronte. Lo Yemen è il paese con il peggior disastro umanitario a livello mondiale, regolarmente ignorato da quattro anni. Faremo un ospedale per feriti di guerra con i soliti nostri criteri: i feriti sono i feriti, senza ulteriori specifiche su come la pensano o da che parte stanno. Faremo il nostro lavoro professionale. C'è da fare poi un discorso sulla nostra politica che continua a tollerare la vendita di armi prodotte in Italia da una ditta tedesca all'Arabia saudita che le usa in Yemen. Nessuno può nascondersi dietro un dito: ci sono accordi commerciali. Ma a essere assolutamente prioritario è il diritto della popolazione yemenita a restare viva e non essere bombardata.
L'Italia in Yemen è presente con le bombe fabbricate a Domusnovas dalla Rwm in violazione della legge 185/1990. Emergency in passato è stata promotrice della campagna per la messa al bando delle mine antiuomo. La vostra presenza in Yemen, oggi, potrà darvi una voce più forte?
Penso che le due cose siano assolutamente legate: un'organizzazione che va in Yemen per cercare di salvare vite umane non può essere d'accordo con il buttare bombe e con chi le fornisce. A parte differenze sostanziali per cui stavolta abbiamo di fronte una fabbrica tedesca e non italiana, ci sono condizioni analoghe al caso delle mine antiuomo: il governo dice un sacco di bugie. Quello che potrebbe fare subito è una moratoria. Cominciamo a dire che anche in assenza di una legge questa cosa non si fa più e che dall'Italia non esce più neanche un serramanico diretto a un paese in guerra. Penso che un decreto di moratoria possa essere portato in parlamento in 10 giorni.
Guerra e casa sono termini dissonanti, soprattutto per un'Europa che dichiara con orgoglio di essere priva di conflitti dal 1945, dimenticando spesso i Balcani. Ma questa assenza è relativa esclusivamente al proprio territorio: l'Europa è parte attiva nei conflitti che si consumano in altri paesi, con vendita di armi, prese di posizioni diplomatiche, partecipazione a campagne militari e, non da ultimo, indifferenza...
Bisognerebbe ricominciare a studiare com'era l'Europa alla fine della guerra. Me lo immagino un ambiente lugubre e spettrale, attraversato da milioni di persone in cerca di qualcosa da mangiare, con cui coprirsi. Questa era l'Europa del primo dopoguerra. Dovrebbe chiarire le idee ad alcuni che hanno la scappatoia della guerra come soluzione dei problemi. Rischiamo di ricadere nella stessa retorica, nella stessa spirale: siamo già dentro questa situazione, la macchina gira di nuovo. Anche a livello internazionale i dati sono questi: non si sta andando verso un mondo più pacificato, ma verso un mondo che sta preparando e in parte attuando forme di guerra. La questione della guerra è etica ma che ha anche un impatto politico enorme: nel paese non c'è un partito che intenda costruire un percorso per uscire dalla guerra come prospettiva storica e che chieda cosa facciamo in un'alleanza militare, perché dobbiamo spendere miliardi in armi quando abbiamo milioni di poveri. Se oggi si fanno queste domande alla classe politica la risposta è trasversale: "la guerra è brutta però", "non va fatta ma". Gli scienziati atomici lo dicono da anni: per il rischio guerra e per come stiamo trattando questo pianeta, non abbiamo una prospettiva rosea se non interveniamo immediatamente e drasticamente.
Emergency da anni combatte la guerra e i suoi effetti, la fame, le malattie, migliora le condizioni di vita delle persone. Attività umanitarie ma che hanno un valore politico: la vostra presenza in determinati contesti "politicizza" la narrazione dei conflitti, perché ne svela le ragioni. È tornato il tempo, a sinistra, di approcciarsi ai conflitti, militari o sociali, da un punto di vista politico e non solo umanitario?
Penso che ci si debba approcciare al tema guerra con un pensiero profondo e nuovo che è quello esortato nel manifesto di Russell-Einstein del 1955. Un pensiero nuovo che deriva dal fatto che viviamo nel periodo atomico, la più grande discriminante tra il nostro periodo e quello precedente. Si deve andare verso l'abolizione della guerra come suggeriva Einstein prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. E invece si aumentano le spese militari: l'anno in cui le spese militari italiane sono aumentate di più è stato sotto il governo Renzi. C'è, se non unanimità di vedute, almeno di comportamenti.
Tra le guerre che l'Europa oggi combatte c'è quella alle persone: si moltiplicano i muri fisici e quelli politici e simbolici che hanno effetti devastanti sia su chi tenta di arrivare qui sia sulle società europee, incattivite e vittime di un annientamento della solidarietà sociale. Come legge oggi la natura delle società europee?
Non ho grande fiducia nell'onestà delle generalizzazioni o dei sondaggi. Vedo che c'è chi soffia sull'odio, chi ha voglia di vedere l'odio spandersi a macchia d'olio, chi inneggia di nuovo alla violenza. È triste perché ti dice non ci siamo sviluppati molto. Quanto ci mettiamo a fare dei passi avanti dal punto di vista etico? Se avessimo una popolazione più attenta e istruita, si potrebbe chiedere conto ai politici che si candidano a rappresentarci. Non sono idee generali, ma cose specifiche semplici: la guerra non si può fare, non solo perché c'è un decreto che la vieta ma perché nel mondo atomico, con le armi che abbiamo sviluppato, non possiamo più permetterci la guerra. Abbiamo creato la possibilità della nostra autodistruzione. Il fare a meno della guerra diventa obbligatorio, non una mera scelta etica, ma un meccanismo di sopravvivenza.
Veniamo all'Italia, recentemente ha detto che Salvini porta con sé l'elemento caratteristico del fascismo: il razzismo. Che pericolo corriamo?
Credo sia sbagliato parlare di pericolo: questa è una realtà. Quando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l'assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.
Il ministro dell'Interno parla in questi giorni di un decreto sicurezza bis che prevedrebbe multe a chi salva vite umane in mare. Si sta superando un'altra linea rossa? La criminalizzazione della solidarietà avrà effetti duraturi sul nostro paese?
Questa proposta è allucinante. È frutto di questo clima: siamo già dentro questa nuova forma di fascismo, che non si presenterà negli stessi termini della volta precedente ma non sarà meno dannosa. Avere sempre come nemico chi sta peggio e impostare questa contraddizione sulla paura dell'altro è un modo di pensare, prima che di comportarsi, che speravo sparito nella mentalità degli europei. Invece no. Negli intermezzi tra le tragedie non riusciamo mai a trovare il bandolo della matassa. La Dichiarazione universale dei diritti umani a distanza di 90 anni non è stata integralmente applicata da nessun paese firmatario. Erano i principi che dovevano orientare la politica dei governi, ma nessuno è andato in quella direzione.
di Marinella Correggia
Il Manifesto, 15 maggio 2019
Rapporto Fao. Dall'Afghanistan allo Yemen dal Congo ad Haiti, le crisi alimentari sono minate dal circolo vizioso dei confitti armati e dei cambiamenti climatici. Al grido di "pace, pane, terra" i contadini e i soldati russi determinarono l'uscita unilaterale della Russia dal macello della Prima guerra mondiale. Fu il primo atto della rivoluzione d'Ottobre.
Cento anni dopo, il flagello della guerra continua a incidere fortemente sulla sicurezza alimentare nei suoi due fattori condizionanti: produzione e accesso al cibo, ostacolati anche da frequenti circoli viziosi fra guerra ed eventi climatici estremi, perché le disgrazie non vengono mai sole, a giudicare dal rapporto Monitoring food security in countries with conflict situations, presentato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite a fine gennaio dalla Fao (Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura) e dal World Food Programme (Wfp) sull'insicurezza alimentare in 16 paesi: Afghanistan, Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Guinea-Bissau, Haiti, Iraq, Libano per quanto riguarda i rifugiati siriani, Liberia, Mali, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Yemen, oltre all'area transfrontaliera del Bacino del Lago Ciad. Nazioni che hanno un denominatore comune: un conflitto in corso.
Una delle poche notizie relativamente buone viene dalla Siria, grazie al ridimensionamento delle aree ancora in conflitto, anche se "la base socioeconomica e la produzione agricola continuano a essere difficili, oltretutto combinate con l'irregolarità delle piogge. Sono 5,5 milioni i siriani che hanno tuttora bisogno di assistenza alimentare e non solo". Alcuni sistemi di irrigazione sono stati ricostruiti o riparati. Ma le infrastrutture di trasformazione non sono riabilitate che in parte. E nel 2018 ci si è messa la stagione secca. Ad Hasakeh, dove si coltiva metà del grano del paese, il raccolto è fallito...I prezzi degli alimenti sono un po' diminuiti ma sono comunque sette volte più alti rispetto a prima del conflitto. Molte persone sono ritornate ai luoghi d'origine, magari per trovarvi - è il caso di Raqqa - terre incoltivabili a causa delle mine sempre in agguato.
In un altro paese minato (letteralmente) da un conflitto lunghissimo, l'Afghanistan, il 2018 è stato sia l'anno più letale in termini di vittime civili (operatori umanitari compresi) da quando nel 2009 la missione di assistenza Onu nel paese, Unama, ha iniziato a documentarle. Intanto la maggior parte delle famiglie rurali si trova nella peggiore emergenza dal 2011 a causa della siccità. Nell'aprile 2018 il governo ha dichiarato emergenza siccità in almeno 20 province. La capacità di popoli pur spartani di far fronte a questa difficoltà atmosferica (acuita dai cambiamenti climatici) è messa a dura prova da decenni di conflitti; perfino gli aiuti alimentari hanno difficoltà ad arrivare quando gli scontri infuriano. Molte famiglie hanno dovuto ripiegare su comportamenti di emergenza come: migrare in città, vendere il bestiame, consumare le sementi e ridurre le aree coltivate. Oltre il 90% dei contadini non ha semi per la stagione successiva. Gli allevatori lamentano pascoli aridi e morie di animali.
Fra il 2012 e il 2018 sono tornati a casa quasi due milioni di afghani, fra sfollati interni e rifugiati, ma l'acuirsi del conflitto ne ha fatti spostare oltre 270mila e altrettanto ha fatto la siccità. Secondo una recente inchiesta, quasi il 40% della popolazione afgana lascerebbe il paese, se potesse. Ma, precisa il rapporto, "non hanno dove andare visto che l'ambiente in Europa e Iran è sempre più ostile".
Anche per gli yemeniti è molto difficile migrare, eppure in Yemen il 60% della popolazione si trova in situazione di emergenza alimentare. Il World Food Programme ormai deve raggiungere 12 milioni di yemeniti, fra i quali i bambini di meno di due anni, trattati con cibi a base di pasta di arachidi arricchita, e complessi di cereali per le donne incinte o che allattano.
Si intrecciano vari elementi: il conflitto e le condizioni ambientali avverse, lo scarso accesso ai servizi sanitari, aumento delle malattie a causa anche delle diete povere di nutrienti. Sul fronte della produzione, dipendente fra l'altro dalla pluviometria, mancano semi, fertilizzanti, strumenti per servizi veterinari, compreso il combustibile delle pompe. In Yemen, prima della guerra, anche nelle circostanze più favorevoli solo il 20-25% del cibo era di produzione locale. Ora poi i salari e le pensioni dei dipendenti pubblici non vengono pagati e questo, insieme all'aumento dei prezzi dei beni importati, decurta il potere d'acquisto.
Nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), i conflitti in atto nel Nord e Sud Kivu, Tanganika, Kasai e Ituri (Kivu e Tanganika) hanno ridotto in particolare le colture di cassava, mais e riso, malgrado condizioni atmosferiche favorevoli. L'attività agricola è resa ardua da tanti fattori: insicurezza, penuria di input, assenza di organizzazioni di agricoltori, cattivo stato delle strade rurali e delle infrastrutture necessarie alla conservazione dei raccolti. In totale il 23% delle popolazioni rurali si trova in una situazione di emergenza. Il periodo di penuria post raccolto è iniziato prima, nel 2018, perché due stagioni consecutive di raccolti insufficienti hanno esaurito gli stock. Per fortuna almeno i prezzi della cassava sono rimasti stabili o si sono ridotti.
Un altro fardello pesante per le comunità ospitanti, già scarse di risorse naturali ed economiche, sono i massicci spostamenti di popolazione: 4,5 milioni di sfollati interni. E anche chi torna a casa, si trova senza semi né attrezzi, i pochi beni saccheggiati. Il paese deve anche ospitare ben 540.000 rifugiati e richiedenti asilo soprattutto dal Ruanda, Repubblica centrafricana, Sud Sudan. E 350.000 rifugiati congolesi in Angola, espulsi, sono tornati in patria. Molti nel frattempo avevano perso tutti i beni produttivi. Ciliegina sulla torta: il virus Ebola e il colera.
lemonde.fr, 15 maggio 2019
Non ci sono mai state così tante persone nelle prigioni francesi. Il numero di detenuti ha raggiunto un nuovo record, con 71.828 persone imprigionate al 1 aprile, secondo le statistiche mensili dell'amministrazione del carcere pubblicate martedì 14 maggio dal Ministero della Giustizia. Con 71.828 detenuti per 61.010 posti operativi, la densità carceraria si è attestata al 117,7%, in netto aumento rispetto al mese precedente (116,7%). È addirittura maggiore o uguale al 200% in sette istituti penitenziari e supera il 150% in 44 (su 188 in totale).
La percentuale di imputati, cioè di coloro che non sono ancora stati processati, rappresenta ancora quasi un terzo dei detenuti (29%). Anche la percentuale di donne (3,8% della popolazione carceraria totale) e quella dei minori (1%) rimane stabile. Oltre ai 71.828 detenuti, 12.059 persone sono poste sotto sorveglianza elettronica o collocamento fuori casa, secondo i dati dell'amministrazione penitenziaria.
targatocn.it, 15 maggio 2019
Il vecchio carcere della capitale del Burkina Faso ospita molti bambini anche piccoli, rinchiusi insieme alle loro mamme. Le precarie condizioni igieniche, insieme all'alimentazione scadente, sono spesso causa di malattie.
Lo ha raccontato giovedì scorso a Fossano il direttore del carcere, Claude Ouedraogo Nogmanegre, nei giorni scorsi in Piemonte insieme a padre François Adre Kientega, cappellano penitenziario, in occasione di un incontro di presentazione del progetto "Coltivare il futuro nelle carceri del Burkina Faso" promosso da Progettomondo.Mlal e dall'associazione "Noi con voi" di Savigliano rappresentate, rispettivamente, dalla vice-presidente nazionale Ivana Borsotto e dalla presidente Gabriella Piano.
Si tratta della realizzazione di un grande orto irriguo attorno alle mura del vecchio carcere che dia l'opportunità alle donne detenute di lavorare e di produrre ortaggi che consentano di migliorare la qualità della mensa. È prevista la consulenza di un agronomo e corsi di alfabetizzazione per facilitare il reinserimento scolastico post-detenzione.
Il progetto è cofinanziato dalla Regione Piemonte e dal Comune di Fossano ed ha come partner la municipalità di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, e il sistema penitenziario italiano e quello burkinabè.
Durante l'incontro di giovedì scorso si è parlato anche del terrorismo islamico che sta insanguinando il Paese, tradizionalmente noto per la sua tolleranza religiosa, e che proprio domenica 12 maggio ha fatto nuove vittime: un sacerdote cattolico, incaricato del dialogo interreligioso nella sua diocesi, e cinque fedeli nel corso della funzione festiva. Terroristi che il 29 aprile avevano assaltato un'altra chiesa e ucciso un pastore protestante e cinque suoi parrocchiani. Per Claude Ouedraogo Nogmanegre e padre François si tratta di azioni mirate a destabilizzare il Paese seminando il panico tra la popolazione e a indebolire l'attuale Governo, impegnato nella lotta al terrorismo.










