tuacitymag.com, 31 maggio 2019
In scena, da oggi fino a domenica 2 giugno, al Teatro Lo Spazio lo spettacolo "Famiglia", realizzato con attori detenuti ed ex detenuti. Sul palco anche Marcello Fonte
"Questo spettacolo è dedicato a chi non c'è. Ai figli lontani e ai padri che sono morti mentre i figli erano lontano. Sulla scena ci sono tutti, le persone, i personaggi e i fantasmi. Non importa se non c'è più il muro di un carcere a separarli. Ancora una volta questi attori usano il teatro per quello che serve, per colmare una distanza, per aggredire il senso di colpa, per sostenere il peso del giudizio. Per parlare a chi forse è in platea o a chi forse non c'è più. Ed è in questo sforzo ed in questa necessità che ci raccontano della famiglia, della ferocia degli affetti, dell'amore e della violenza, della solitudine. Del tempo che passa. In un semplice, tragico, commovente passaggio dalla realtà alla finzione". Scrive così Valentina Esposito nelle note di regia di Famiglia, lo spettacolo in scena da stasera e fino a domenica al Teatro Lo Spazio.
Uno spettacolo molto particolare, come tutti gli altri realizzati da Valentina Esposito, autrice e regista, fondatrice, nel 2014, di Fact (Fort Apache Cinema Teatro).un progetto teatrale rivolto a detenuti ed ex detenuti per il loro inserimento nel sistema spettacolo. Non sono pochi gli obiettivi raggiunti fino ad oggi e le collaborazioni tra gli attori di Fact e importanti registi contemporanei, come Francesca Comencini, Claudio Caligari, Stefano Sollima, Sidney Sibilia, Daniele Luchetti, Valerio Mastandrea, Marco Ponti e Matteo Garrone che trova nel volto di Marcello Fonte, ormai testimonial del progetto Fact, quello del suo Dogman, che sbanca il Festival di Cannes 2018 aggiudicandosi la Palma D'Oro e vince come Miglior Attore agli oscar europei, gli European Film Awards.
Insieme a Fonte, sono tanti gli attori (ex detenuti e non) che danno vita all'esperienza di Fact: Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi e Cristina Vagnoli, tutti interpreti sul palcoscenico del Teatro Lo Spazio di uno spettacolo che prova a scandagliare l'anima di uomini che nei lunghi anni di reclusione hanno sofferto per gli affetti lontani, per i figli distanti, per gli amori perduti, e si trovano ora a tentare una ricostruzione emotiva di un rapporto difficile fatto di rivendicazioni e ribellioni.
Nella pièce della Esposito, il matrimonio dell'ultima e unica figlia femmina di una numerosa famiglia tutta al maschile, diventa pretesto per riunire tre generazioni di persone legate da antichi dolori e irrisolte incomprensioni, per rimettere sullo stesso tavolo i padri dei padri e i figli dei figli, e consumare una vicenda d'amore e d'odio, sospesa tra passato e presente, sogno e realtà.
gonews.it, 31 maggio 2019
Si è concluso il percorso annuale della Scuola di Teatro Don Bosco. Dopo la rappresentazione de La Tempesta di Shakespeare - spettacolo che ha visto insieme sulla scena gli allievi detenuti e gli studenti della Scuola Normale Superiore - il palcoscenico della Casa Circondariale ha ospitato anche due spettacoli della compagnia "I Sacchi di Sabbia", che grazie al contributo di Fondazione Pisa e Regione Toscana, da anni cura questo progetto.
La due giorni, è stata inaugurata il 22 maggio con "Andromaca" da Euripide, rivisitazione della tragedia greca in chiave ironica. A seguire, il 28 maggio al Don Bosco si è inscenata "I Dialoghi Degli Dei", dall'opera di Luciano di Samosata, gustosa carrellata di vizi e virtù degli abitanti dell'Olimpo in chiave contemporanea.
Chiudere con due classici, rappresentati da professionisti, chiosa perfettamente il percorso annuale della Scuola, che ha visto una quarantina di allievi detenuti elaborare, coadiuvati dai normalisti, due testi antichi di grande importanza: "Gli Uccelli" di Aristofane e "La Tempesta" di Shakespeare. Francesca Censi, coordinatrice del progetto, attrice e animatrice storica, con Paolo Pierazzini della Compagnia del Lux, dice: "La scuola è prima di tutto un luogo di confronto umano e culturale dove le allieve e gli allievi possono fare esperienza di socialità e comunicazione attraverso il linguaggio del teatro, della letteratura e della poesia".
Gabriele Carli de "I Sacchi di Sabbia", interviene dicendo: " Il progetto ha dato buoni risultati sia dal punto di vista della partecipazione, con quaranta allievi l'anno, tra detenuti e detenute, sia dal punto di vista rieducativo. È stato infatti rilevato, dall'Area Pedagogica dell'Istituto, che attraverso la pratica teatrale e il confronto con il gruppo, i detenuti -in particolare quelli con problemi di tossicodipendenza- sono riusciti a far emergere capacità e competenze mai utilizzate prima". Ogni ciclo di lavoro, ha previsto una performance finale dei detenuti aperta a un pubblico composto dal resto della popolazione carceraria dell'Istituto. Censi e Carli sono stati coadiuvati da Carla Buscemi, giovane allieva della Compagnia.
ilnapolista.it, 31 maggio 2019
Il progetto si chiama "Regalami un sorriso". Nasce da un protocollo di intesa tra Rotary, carcere, l'Asl Napoli 1 e Istituto "Casanova". Al carcere di Poggioreale, i detenuti in condizioni economiche più disagiate hanno chi cura i loro denti gratuitamente. Accade grazie al progetto "Regalami un sorriso", che fornisce loro protesi dentarie mobili.
Il progetto - Il progetto nasce da un protocollo di intesa sottoscritto dal Rotary International Distretto 2100, il carcere di Poggioreale, l'Asl Napoli 1 Centro e l'Istituto Statale Istruzione Secondaria per odontotecnici "A. Casanova". Quest'ultimo è stato coinvolto grazie al sistema dell'Alternanza Scuola Lavoro. Il progetto "Regalami un sorriso" è nato dall'idea di una rotariana, nella doppia veste di dirigente di istituto per odontotecnici e di Past President del Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo. Prevede la donazione di protesi mobili ai detenuti in condizione di grave disagio economico, fisico e psicologico. Gli allievi, i docenti e i tecnici del Casanova hanno realizzato le protesi in Alternanza Scuola Lavoro con la collaborazione di un tutor esterno, Vittorio Capezzuto. L'Asl Napoli 1 Centro e i volontari odontoiatri rotariani, Luca Mastangelo, Andrea Lalli e Massimo Galletta, hanno effettuato l'assistenza odontoiatrica necessaria.
Il primo anno di attività - Nel primo anno di attività a Poggioreale, non solo sono state donate protesi, ma è stato anche realizzato un corso di orientamento agli studi odontotecnici culminato nell'istituzione di una sezione carceraria di istruzione statale per odontotecnici.
Il secondo anno - In questo secondo anno, a Secondigliano, si è riproposto il progetto con l'intenzione di creare presso l'istituto di pena un Centro di fresaggio odontotecnico. Qui i detenuti potranno non solo formarsi come tecnici del Cad/Cam ma potranno lavorare producendo in autonomia gli elementi richiesti per realizzare protesi.
Le istituzioni coinvolte - Fondamentale il ruolo del Provveditore Regionale per la Campania Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e del Garante Nazionale per i diritti dei detenuti, che hanno sostenuto l'iniziativa del Rotary.
A garantire lo svolgimento virtuoso del progetto la direttrice dell'Istituto di Pena, Giulia Russo e il dirigente del servizio di Medicina Penitenziaria, Lorenzo Acampora. L'azione di grande valenza sociale evidenzia il valore della persona favorendone il recupero e riorientandolo verso i valori della socialità, legalità e inserimento lavorativo.
di Maurizio Vezzaro
La Stampa, 31 maggio 2019
Corsi di pallavolo, calcio e balon nel carcere di Imperia, calcio a cinque con torneo finale nel penitenziario di Sanremo. Si è concluso il percorso educativo che ha visto impegnate nel portare avanti un progetto con fondi regionali (il nome simbolico del progetto era "Ponte"), Uisp, Acli e Arci.
"Un progetto - spiega Lucio Garzia presidente Uisp di Imperia - condiviso in maniera entusiastica dal direttore dei due carceri Francesco Frontirrè, perché finalizzato a far compiere ai detenuti un percorso ispirato a valori quali tolleranza, rispetto, fair play. In tale contesto lo sport e il gioco sono stati utilizzati quali strumenti per accrescere l'autocontrollo, la comunicazione e l'integrazione".
Da parte della popolazione carceraria c'è stata una massiccia adesione. Solo a Sanremo le sessioni dedicate al calcio sono state seguite da 40 persone, impegnate in incontri settimanali tenuti da settembre fino all'aprile scorso. A Imperia a ogni incontro c'erano tra i 12 e i 15 partecipanti. A conclusione di tutto, a Sanremo si è tenuto una sorta di saggio generale con tanto di attestati: si è organizzato un torneo finale di calcio a cinque vinto dalla squadra ospite della Uisp.
Le altre formazioni iscritte sono state formate da detenuti di varie etnie, specchio di quello che è la società all'interno di un penitenziario. Le attività sportive e culturali all'interno delle carceri sono fondamentali nel lavoro di recupero dei detenuti perché contribuiscono a sviluppare gli anticorpi necessari a non ricadere negli stessi errori una volta scontata la pena e col ritorno alla vita normale.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 31 maggio 2019
Le sezioni penali unite della Cassazione rivelano il bag della legge del 2016 che legalizza la coltivazione, non la commercializzazione. A stabilire se il prodotto è fuori legge sarà di volta in volta il giudice di merito, senza parametri numerici.
"La commercializzazione di cannabis sativa legale e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell'ambito di applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l'attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, ai sensi dell'art. 17 della direttiva 2002/53 Ce del Consiglio, del 13 giugno 2002, e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati".
Il verdetto emesso ieri dalle Sezioni unite penali della Corte di Cassazione, dopo un'udienza tenuta a porte chiuse, rischia di mandare in pezzi un settore di sviluppo commerciale in piena espansione, che dà occupazione soprattutto a molti giovani. In sostanza, il massimo consesso della Suprema corte - chiamata ad esprimersi sul sequestro dei prodotti di due negozi marchigiani (ad Ancona e a Macerata, la cui chiusura come si ricorderà ha fatto gioco alla campagna elettorale di Matteo Salvini) e a fare ordine nel "contrasto giurisprudenziale" creato dopo che altre sezioni della stessa Cassazione (la III penale, la VI e la IV) avevano emesso sentenze contrapposte - evidenzia un bag nella legge che ha permesso l'apertura di centinaia di cannabis light shop in tutta Italia.
Le Sezioni Unite Penali, presiedute da Domenico Carcano, sottolineano infatti che la legge 242/2016 legalizza solo la coltivazione di cannabis sativa con un Thc al di sotto della soglia dello 0,6% e non la commercializzazione dei prodotti da essa derivati (cosa che, secondo alcune precedenti sentenze, risulterebbe invece superfluo perché "è nella natura dell'attività economica che i prodotti della "filiera agroalimentare della canapa", che la legge espressamente mira a promuovere, siano commercializzabili").
Stando però così le cose, nella visione dell'organo massimo della Cassazione, la detenzione e la cessione di cannabis - anche quella che è legale coltivare - rientra nelle azioni che possono costituire reato o meno a seconda dell'"efficacia drogante" della stessa. Scrivono infatti i giudici nella sentenza di ieri: "Integrano il reato di cui all'art.73, commi 1 e 4 del dpr 309/1990 (il testo unico sulle droghe, ndr), le condotte di cessione, di vendita e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa legale, salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante".
Cosa vuol dire in concreto? Che d'ora in poi sarà il giudice di merito a stabilire di volta in volta se il prodotto commercializzato, eventualmente messo sotto accusa, abbia una "efficacia drogante" superando così la soglia consentita (non più stabilita da un parametro numerico). Le conseguenze sui negozi di cannabis light non dovrebbero essere dirette ma è evidente che la commercializzazione di questo tipo di prodotti diventa notevolmente più a rischio per l'esercente. Nello stesso verdetto di ieri infatti la Cassazione ha accolto il ricorso del pm di Ancona contro la decisione del Tribunale del Riesame di annullare il sequestro di merce dei due negozi, e ha rinviato a nuovo processo.
È quanto aveva chiesto in subordine la procura generale che però sperava nella trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Un atto al quale però si è opposta la difesa, rappresentata dall'avvocato Carlo Alberto Zaina, che vedeva nel rinvio alla Consulta il protrarsi di "una situazione di assurda incertezza". Secondo la pg Maria Giuseppina Fodaroni, invece, il sistema legislativo attuale - nel combinato disposto della legge 242/2016 e del dpr 309/1990 con le tabelle emendate dopo che nel 2014 la Consulta ha cancellato la legge Fini-Giovanardi - non è chiaro sulla cannabis light, e può creare confusione riguardo le condotte suscettibili di sanzioni.
Naturalmente, la sentenza degli ermellini è stata accolta con entusiasmo dalle destre proibizioniste, a cominciare dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che ha espresso "soddisfazione". E anche il vicepremier Matteo Salvini ha esultato affermando: "Siamo contro qualsiasi tipo di droga, senza se e senza ma, e a favore del divertimento sano". La Coldiretti invece ha fatto notare che negli ultimi cinque anni i terreni coltivati a cannabis sativa in Italia sono aumentati di 10 volte: dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 del 2018. E dunque ora si rende "necessario l'intervento del Parlamento".
di Margherita De Bac
Corriere della Sera, 31 maggio 2019
Qual è la differenza tra cannabis light e terapeutica? E quanti negozi sono ora a rischio? Già oggi i negozi che vendono prodotti derivati dalla cannabis Sativa light potrebbero essere chiusi in base alla direttiva del ministro dell'Interno Matteo Salvini che va nella stessa direzione. Chi fa ricorso contro la chiusura difficilmente potrà avere ragione. La chiusura è legata alla vendita dei soli prodotti elencati nella decisione presa dalla Corte cioè: foglie, inflorescenze, olio e resina ottenuti dalla varietà di canapa Sativa light. Sono esclusi dal divieto di commercializzazione i prodotti non elencati come caramelle, biscotti o lecca lecca e altri articoli. I dettagli dovranno però essere chiariti con la lettura della sentenza, una volta che verranno depositate le motivazioni.
Che cos'è la cannabis light? Con questo termine sono indicati foglie, infiorescenze, olio e resine estratte da una particolare varietà di cannabis Sativa, la cui coltivazione è autorizzata da una direttiva europea. Le altre parti della pianta hanno un uso industriale, per la trasformazione in carta, tessuti, materiale edile e estratti che costituiscono ingredienti per alimenti e cosmetici. Foglie e inflorescenze inizialmente venivano scartate dai coltivatori poi hanno trovato un impiego ricreativo e i derivati vengono venduti al dettaglio. Foglie e infiorescenze triturate hanno un contenuto di principio attivo inferiore a quello di resina e olio.
Che differenza c'è tra cannabis light e terapeutica? C'è una profonda differenza. Vengono innanzitutto ottenute da piante di canapa diverse, con concentrazioni differenti del principio attivo tetraidrocannabinolo, il Thc, sostanza psicoattiva inclusa nella tabella degli stupefacenti. La concentrazione consentita in milligrammi nella cannabis light va dallo 0,2 allo 0,6%, come indica una legge del 2016 del ministero dell'Agricoltura, destinato ai produttori che ha alzato il termine di tolleranza allo 0,6%. La cannabis terapeutica è invece un farmaco da vendersi solo dietro presentazione di ricetta medica nelle farmacie ospedaliere o territoriali autorizzate, ottenuta da piante con un Thc tra 7 e 22%. Questi medicinali sono prescritti per alleviare dolore, nausea, vomito ed effetti della chemioterapia. L'aspetto terapeutico non è dunque in discussione.
Perché la Cassazione è intervenuta? Si era creato un contrasto interpretativo sulla liceità della commercializzazione al dettaglio della cannabis light proveniente dalle coltivazioni di canapa previste dalla legge del 2016. Due diverse sezioni della Corte avevano sentenziato diversamente. La normativa di tre anni fa non disciplinava la vendita.
di Alberto Mingardi
La Stampa, 31 maggio 2019
La Corte di Cassazione ha chiarito che non è accettabile, nell'attuale quadro normativo, la commercializzazione al pubblico "a qualsiasi titolo dei prodotti derivati dalla cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante".
Quando sono privi di efficacia drogante? Bisogna aspettare, ovviamente, di leggere la sentenza. Ma è prevedibile che la questione resti materia di dibattito, da una parte quanti sono convinti che anche gli articoli attualmente in commercio siano in qualche modo pericolosi, dall'altra chi ricorda come i valori della cannabis light siano ben al di sotto di qualsiasi sospetto. L'unica cosa certa, in questo momento, è l'incertezza. In Italia ci sono migliaia di esercizi commerciali che hanno aperto presumendo di non commettere alcun illecito.
Esiste una filiera, che d'improvviso si scopre in una terra di nessuno. Che dirà la politica a chi ha impiegato, in perfetta buona fede, i propri risparmi per aprire un'attività di questo tipo? Il nostro è un Paese nel quale la classe dirigente chiama "vittime" individui adulti che avevano investito nelle sei banche fallite e decide di indennizzarli, a carico della collettività. Che fare allora con persone che si sono convinte che le regole del gioco siano cambiate a partita iniziata?
Non avrebbero, paradossalmente, più titolo loro ad essere rimborsate? In tutto l'Occidente, la tendenza generale va nella direzione di una depenalizzazione della marijuana. Negli Usa l'uso della cannabis per scopi medici è legale in trentatré stati, l'uso a scopo ricreativo è permesso in dieci, fra cui Washington DC, la capitale dell'impero. Questo riflette un cambiamento profondo nelle abitudini delle persone, che in larga misura ormai considerano questo "vizio" fra quelli ammissibili, persino meno disapprovato del fumo di sigaretta.
In Italia l'uso a scopo ricreativo è vietato ma proprio la moltiplicazione dei negozi di cannabis light testimonia forse come la sensibilità al tema è mutata. Ci sono momenti nei quali le regole formali debbono adeguarsi alle norme sociali. È improbabile che questo avvenga nel nostro Paese, dove la cannabis segna l'ennesima frattura fra i due partiti di governo. I quattrini, le aspettative, le speranze di quei quindicimila appaiono un dettaglio trascurabile. Del resto, si tratta solo d'imprenditori privati.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 31 maggio 2019
Il disagio sociale è molto profondo, soprattutto nella sanità. E stavolta. "Nessuno dovrebbe morire perché non ha l'insulina per il suo diabete". Affermazione indiscutibile, ma se pensate che rifletta la crisi sanitaria di un Paese africano siete fuori strada: articoli con titoli simili compaiono spesso sulla stampa Usa. Raccontano la realtà quotidiana di milioni di americani costretti a pagare centinaia (a volte migliaia) di dollari per un farmaco salvavita in commercio da un secolo i cui costi continuano a schizzare in alto: le tre case che lo producono (sospettate di collusione) migliorano marginalmente la formulazione e si garantiscono così continui rinnovi di brevetti.
Ora il Colorado prende la decisione rivoluzionaria di fissare un tetto, 100 dollari al mese, per i ticket che i diabetici sono costretti a pagare anche se già versano migliaia o decine di migliaia di dollari l'anno per la polizza sanitaria. E non si tratta solo di insulina. Nel libero mercato Usa dei farmaci i costi di tutti i salvavita, dalle cure per il cancro a quelle per la sclerosi multipla, continuano a salire: il trattamento più efficace per la sclerosi oggi costa 92 mila dollari l'anno: il doppio del 2010, quando la medicina venne messa in commercio. Vale la pena di riflettere anche su questo quando vediamo tutto nero nella nostra sanità e ammiriamo l'America che continua a crescere.
Certo, farmaci più costosi fanno salire il Pil. Come anche l'abuso di antidolorifici, alimentato da medici e case farmaceutiche senza scrupoli, che ha creato un nuovo popolo di drogati (e relativo business della disintossicazione). In un Paese che mangia male ci sono, poi, 30 milioni di diabetici bisognosi di più cure, più visite, più test clinici e ricoveri: tutte cose che negli Usa costano assai più che in Europa.
Oltre a enormi diseguaglianze di reddito, l'America nasconde, insomma, anche profondi disagi sociali, soprattutto nella sanità. E stavolta Trump non ha colpe. Anzi, consapevole che il tema è popolare, incalza i giganti di big pharma: rifiuta i loro contributi elettorali e cerca di obbligarli a ridurre i tariffari con pressioni di ogni tipo.
L'ultima: l'obbligo di dichiarare il prezzo negli spot pubblicitari televisivi. Le imprese stanno cercando disperatamente di sottrarsi a una norma che le costringerebbe alla trasparenza (e all'impopolarità): arrivano a denunciare violazioni del Primo emendamento dalla Costituzione, quello che vieta limiti alla libertà d'espressione.
La Repubblica, 31 maggio 2019
A causa dei violenti scontri e del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli, 149 persone tra rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili sono state evacuate e trasferite a Roma. Lo fa sapere l'Unhcr precisando che le persone evacuate provengono da Eritrea, Somalia, Sudan ed Etiopia. Tra esse vi sono 65 minori; 13 bambini hanno meno di un anno, e uno di loro ha appena due mesi. L'evacuazione - aggiunge l'Unhcr - è stata portata a termine in collaborazione con le autorità italiane e libiche.
Il gruppo, tra cui molte persone con necessità di cure mediche e sofferenti di malnutrizione, è stato trasferito dal Centro di Raccolta e Partenza dell'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dopo mesi trascorsi in condizioni disperate all'interno dei centri di detenzione in altre zone della città. L'evacuazione è stata portata a termine in collaborazione con le autorità italiane e libiche. "Sono necessarie altre operazioni di evacuazione" ha affermato Jean-Paul Cavalieri, Capo della Missione dell'Unhcr in Libia. "Queste operazioni rappresentano un'àncora di salvezza per i rifugiati, per i quali l'unica possibilità di fuga consiste nell'affidare le loro vite a trafficanti senza scrupoli per attraversare il Mediterraneo".
All'inizio di questa settimana, 62 rifugiati provenienti da Siria, Sudan e Somalia sono stati evacuati da Tripoli al Centro di Transito di Emergenza dell'Unhcr a Timisoara, in Romania, dove riceveranno cibo, abiti e cure mediche prima di proseguire il loro viaggio verso la Norvegia. L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha fornito il supporto necessario al trasporto. L'Unhcr lancia un appello affinché aumenti la disponibilità a prestare "ulteriori opportunità di evacuazione e corridoi umanitari per portare al sicuro i rifugiati detenuti in Libia", in quanto "il numero dei nuovi detenuti aumenta molto più rapidamente di quello di coloro che vengono evacuati". Quasi 1.000 rifugiati e migranti sono stati evacuati dalla Libia o reinsediati nel 2019, mentre nel solo mese di maggio più di 1.200 persone sono state riportate indietro dalla Guardia Costiera libica dopo essere state soccorse o intercettate mentre tentavano la fuga in mare.
di Vermondo Brugnatelli
Il Manifesto, 31 maggio 2019
Era in sciopero della fame dal 31 marzo. Arrestato per aver denunciato la segregazione subita dalla minoranza in Algeria. Nato nella regione dello Mzab, da anni lottava per i diritti degli ibaditi, repressi da Algeri. "Pouvoir assassin!". Lo slogan divenuto la colonna sonora della "Primavera nera" del 2001 torna a risuonare minaccioso in Cabilia e nelle altre regioni berberofone dell'Algeria. I berberi sono in fermento dopo la morte di Kameleddine Fekhar, un militante dei diritti umani, incarcerato arbitrariamente e in sciopero della fame dal 31 marzo scorso.
Questa morte, avvenuta martedì 28 maggio all'ospedale di Blida, dove Fekhar era stato trasferito quando le sue condizioni erano ormai molto deteriorate, lascia adito al sospetto che in realtà nulla sia stato fatto per salvare la sua vita e che la sua sorte sia stata decisa dall'alto, vuoi per far tacere una voce che da sempre denunciava le ingiustizie del regime, vuoi per accendere l'esca di uno sdegno che possa fornire il pretesto per una dura repressione e per fomentare la divisione del fronte della protesta, creando divisioni tra arabi e berberi. Anche il suo compagno di prigionia, Hadj Brahim Aouf, pur avendo sospeso lo sciopero della fame, subisce maltrattamenti e abusi e teme adesso di fare presto la stessa fine di Fekhar.
Kameleddine Fekhar era nato il 9 febbraio 1963 a Ghardaia, nella regione berberofona dello Mzab (sud dell'Algeria). Medico di professione, lascia la moglie e otto figli. Instancabile paladino dei diritti umani in un paese dove la casta al potere non tiene in alcun conto i diritti dei più deboli e delle minoranze, per questo suo impegno era già stato arrestato a più riprese e anche sospeso dalla professione per undici anni.
La regione dello Mzab è l'ultimo rifugio dei pochi musulmani ibaditi rimasti in Algeria dopo l'affermazione dei Fatimidi intorno all'anno Mille. Seguaci di un rito distinto sia dal sunnismo sia dallo sciismo, trovarono rifugio in questa grande vallata alle porte del deserto, costruendovi cinque città dall'architettura urbanistica molto caratteristica, che suscitò l'ammirazione di Lecorbousier e per molto tempo ha attirato una gran parte del flusso dei turisti verso l'Algeria.
Sono conosciuti per il loro carattere laborioso e pacifico, poiché il loro credo è impostato su una severa etica del lavoro, al punto che vengono descritti come i "calvinisti dell'Islam". Per il loro attaccamento alla cultura e alle tradizioni ancestrali, di cui fa parte la lingua berbera, sono da sempre malvisti dal regime di Algeri, che cerca in tutti i modi di farli scomparire, confiscando terreni e distribuendo alloggi a masse di diseredati arabi, che non di rado se la prendono con le attività commerciali degli mzabiti, arrivando ad atti di violenza contro le persone e le cose. Nel 2015 la situazione era talmente degradata che si ebbero diversi morti oltre al danneggiamento di antichi mausolei, patrimonio dell'umanità. Diversi filmati inchiodavano le autorità alle loro responsabilità, mostrando come le forze dell'ordine accompagnassero e proteggessero i violenti invece di fermarli e disarmarli.
Kameleddine Fekhar venne in Italia per denunciare questo comportamento razzista e criminale, e successivamente rivolse un appello alle Nazioni unite in cui chiedeva l'aiuto della comunità internazionale per fermare "l'apartheid e la pulizia etnica" in atto contro il suo popolo. Questo atto gli valse due anni di prigione: venne liberato soltanto in seguito alla mobilitazione internazionale che si era sollevata intorno al suo caso. Questa volta è bastato che in un'intervista affermasse che l'amministrazione pratica la segregazione nei confronti della popolazione perché lo mettessero in prigione senza nemmeno peritarsi di esplicitare un capo di accusa. A conferma della volontà repressiva delle autorità di Ghardaia, anche il suo avvocato, Salah Dabouz, è in stato di accusa per il solo fatto di essersi interessato alla sua difesa e di portare all'esterno, giorno per giorno, notizie sul trattamento inumano che in carcere gli veniva riservato.
Negli ultimi giorni i resoconti erano sempre più drammatici, con la descrizione di uno stato di salute ormai allo stremo, ma anche di fronte a questa situazione le autorità hanno continuato a negare la scarcerazione e a rifiutare adeguate cure mediche. Il cordoglio e lo sdegno per questa morte annunciata stanno facendo nascere un po' dovunque iniziative di ricordo e di protesta, tanto in Algeria che nell'emigrazione. Per le manifestazioni di oggi, ininterrotte dalla fine di febbraio contro il clan al poter, è stato proposto di effettuare un minuto di silenzio.
Pacifista convinto, Fekhar si stava dando da fare per mantenere l'unità di intenti tra i berberi e gli arabi chaamba della sua regione per combattere insieme l'ingiustizia del regime. C'è da sperare che la sua morte, invece di accrescere le tensioni tra le comunità, finisca per rinsaldare la contestazione al "potere assassino" che aggiunge un'altra vittima alle tante sulla propria coscienza.
A Milano è indetta per domani mattina, sabato 1 giugno, una manifestazione davanti al consolato algerino. Tra le richieste dei manifestanti, un appello ai politici italiani perché protestino presso il governo di Algeri e chiedano che si faccia luce sui responsabili della morte di Kameleddine Fekhar. "Se l'Algeria è un paese in cui qualunque cittadino può essere messo arbitrariamente in prigione uscendone solo morto - si legge nella nota - sarà impossibile rifiutare lo status di rifugiato a qualunque algerino ne faccia richiesta in Italia".









