estense.com, 15 luglio 2019
Il sindacato replica alla consigliera Pd: "Prima di chiudere gli Opg era meglio creare valide alternative, felici che non sia passata la riforma Orlando". L'esecuzione della pena non deve guardare solo alla dignità e alla rieducazione dei detenuti ma garantire anche la sicurezza dei cittadini onesti. È quanto sostenuto dal Sappe nel replicare alla presa di posizione di Ilaria Baraldi, consigliera comunale del Pd, in merito agli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) chiusi e sostituiti dalle residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems).
"Se proprio si volevano chiudere gli Opg forse sarebbe stato meglio creare prima delle valide alternative" commentano Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso, rispettivamente segretario generale aggiunto e segretario nazionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, confermando la tesi che "non erano adeguati e andavano riformati e migliorati" piuttosto che chiusi.
"La consigliera, invece, sembra volersi iscrivere al partito di coloro che piuttosto che migliorare ciò che non funziona bene preferiscono distruggerlo e lasciare il problema irrisolto - criticano Durante e Campobasso. Chissà se la consigliera sa che le Rems non riescono ad esaudire tutte le richieste e adesso c'e la lista d'attesa per collocare le persone sottoposte a misura di sicurezza. Chissà se è al corrente del fatto che non tutte le regioni si sono dotate delle strutture necessarie".
"L'unica cosa intonata scritta dalla consigliera e che quindi condividiamo è l'affermazione secondo cui il disagio psichico non va gestito in carcere, ma questo lo abbiamo detto noi prima di lei, se avesse letto attentamente il nostro intervento e quelli precedenti se ne sarebbe accorta" bacchettano i rappresentanti i sindacalisti, rivelando che "molte aggressioni sono poste in essere da detenuti con forte disagio psichico, al contrario di ciò che invece sostiene la consigliera".
Per il resto, "non abbiamo alcuna intenzione di farci trascinare in inutili e sterili considerazioni e polemiche di carattere strettamente politico sulle riforme fatte da questo o quel governo. Ci limitiamo ad osservare in chiave strettamente tecnica e di buon senso".
Per quanto riguarda le riforme che avrebbe voluto il ministro Orlando, "come abbiamo già osservato a suo tempo - ricordano i rappresentanti Sappe - c'erano alcune cose positive come, per esempio, lo svolgimento delle udienze in videoconferenza per i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, ma ce n'erano altre che abbiamo ostacolato con forza come, per esempio, la possibilità di concedere i benefici penitenziari a quegli stessi detenuti appartenenti alla criminalità organizzata che oltre ad essere stati condannati per reati associativi sono stati altresì condannati per altri reati, commessi avvalendosi della forza intimidatrice, derivante dal vincolo associativo (per i tecnici: scioglimento del cumulo)".
"Questa è solo una delle note stonate di quelle riforme - attaccano dal Sappe -. Riforme che erano il frutto di una visione strettamente ideologica dell'esecuzione penale. D'altra parte, la stessa consigliera, quando tratta dell'esecuzione penale, nel suo intervento, fa esclusivo riferimento alla dignità e alla rieducazione, ma dimentica che attraverso l'esecuzione della pena bisogna anche garantire la sicurezza dei cittadini onesti: quelli che rispettano le leggi e pagano le tasse, anche per quelli che la legge non la rispettano. Mettere fuori dal carcere i mafiosi che hanno sciolto i bambini nell'acido non è un buon servizio reso ai cittadini italiani. Siamo felici che quella riforma non sia passata".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 15 luglio 2019
La tragica sorte di Vincent Lambert ha dimostrato quanto sia insopportabile il fracasso delle tifoserie contrapposte su un tema tanto delicato.
La tragica sorte di Vincent Lambert, il tetraplegico francese cui una sentenza del tribunale, appoggiata dalla moglie ma disperatamente contestata dai genitori, ha negato la somministrazione di acqua e cibo ha dimostrato quanto sia insopportabile il fracasso delle tifoserie contrapposte su un tema tanto delicato, forse il più delicato di tutti, della fine di una vita. Tutto questo affaccendarsi impudico di giudici e avvocati, di governi che si intromettono, di scartoffie, protocolli, annunci mediatici, ricorsi e controricorsi, controversie legali, commi e codicilli, liti televisive, risse politiche, scomuniche e minacce, questa invasione sfrontata nel chiaroscuro della malattia, negli anfratti più nascosti della sofferenza e del dolore, nell'universo fragile della finitezza umana in cui dovrebbero piuttosto comandare le indicazioni della pietas e non le ingiunzioni di un verbale di polizia, tutto questo sta a testimoniare i rischi di una deriva inumana, o disumana, della pretesa che sia l'applicazione rigida di una legge a determinare tempi e modalità della nostra uscita dalla vita: insomma del nostro morire.
Che poi, certo, una legge ci vuole. Ma mai affidarsi all'onnipotenza della legge quando in gioco è un respiro, o il battito di un cuore. Tutti noi conosciamo, nella famiglia o tra gli affetti più cari, l'angoscia di un momento in cui occorre una decisione fatale. Ma sappiamo anche che l'emotività intensa e dolorosa di quel momento non ha mai la nettezza formale di una carta bollata. Conosciamo quella "zona grigia" in cui, anche senza nessuna formalizzazione giuridica, l'incrociarsi di uno sguardo con i medici nella corsia di un ospedale, uno scambio di parole avvolte nel pudore e nella complice ma affettuosa reticenza, una dichiarazione sommessa di impotenza da parte della scienza ci dice che quel momento è arrivato, e che è inutile e spietato andare oltre i limiti dell'umana sofferenza. Ci vuole una legge, certo. E benvenuto sia il cosiddetto "testamento biologico". Ma fare una guerra sul corpo di un moribondo, di un essere umano ridotto nella condizione più estrema di vulnerabilità, vuol dire fare della legge un feticcio, e della giuridicizzazione di tutti i rapporti umani una prospettiva da incubo. E fare attorno alla vita un tifo da stadio non va bene, non è un mondo possibile. Mai.
balamosteatro.org, 15 luglio 2019
Martedì 16 Luglio alle ore 22.00 (prova aperta), Giovedì 18 Luglio e Venerdì 19 Luglio 2019, alle ore 21.00, si conclude il laboratorio teatrale del Centro Teatro Universitario di Ferrara "L'arte del teatro e dell'attore", diretto da Michalis Traitsis, regista e pedagogo teatrale di Balamòs Teatro con la presentazione, presso la sala del Centro in via Savonarola 19, dello spettacolo "Prometeo Incatenato" (ingresso gratuito previa prenotazione, 328 81 20 452).
Lo spettacolo sarà replicato Lunedì 22 Luglio 2019 alle ore 16.00 (ingresso riservato), presso la Casa di Reclusione Femminile di Giudecca, nell'ambito del progetto teatrale Passi Sospesi di Balamòs Teatro negli Istituti Penitenziari di Venezia che ha come obiettivo quello di ampliare, intensificare e diffondere la cultura teatrale dentro e fuori gli Istituti Penitenziari di Venezia.
La complessità della tragedia di Èschilo ha a che fare anche con i suoi molteplici significati che, come un gioco ad incastro, rimandano l'uno all'altro. Del resto i miti hanno ancora un senso proprio nel loro rappresentare interrogativi, temi e sentimenti universali. Prometeo è colui che ha sfidato Zeus e che può rappresentare la ribellione politica irriducibile, coerente o cieca fino in fondo, a seconda delle letture. Ma Prometeo è anche colui che non mette in discussione l'ordine precostituito ma rivendica il diritto al pensiero critico e libero. È un possibile Cristo dell'antichità che non vuole per se ruoli e potere ma è mosso dall'amore gratuito verso gli uomini a cui dona il fuoco che, nella mitologia greca rappresenta il potere della conoscenza.
È ancora colui che contribuisce alle origini della civiltà e del progresso, che rimanda alla contesa eterna tra tradizione e progresso. È l'archetipo della inestinguibile lotta e conseguente decisione tra piegare la testa, subire, tacere, diventare massa informe, o combattere, rivendicare il diritto ad avere una voce, manifestare il proprio dissenso. È una riflessione continua su cosa sia la responsabilità etica e sull'assumersi le conseguenze delle proprie azioni. Prometeo è soprattutto il dramma del dolore e della solitudine ma insieme della partecipazione corale che non ha il potere di abolire il dolore ma di elevarlo.
Prometeo incatenato è stata definita tragedia immobile e in effetti è la stessa immobilità fisica a cui è ridotto il protagonista a imprimere una quasi totale assenza di movimento e azioni. Nel presente studio si è scelto di rimanere aderenti alla sua versione originale perché i temi di cui tratta sono profondamente attuali di per sé. Attraverso un processo dall'interno verso l'esterno, si è lavorato per trovare voci, gesti, composizioni a partire dalla respirazione - l'impegno e la fatica di una respirazione a cui non siamo avvezzi -, alla ricerca di una coralità che alluda all'essenza stessa del teatro, che è respiro collettivo.
La scena si svolge nella desolata e montuosa regione della Scizia. Qui Efesto assistito da Cratos (Potere) e Bia (Violenza), per ordine di Zeus incatena a una rupe Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco per darlo agli uomini e le conoscenze tecniche utili per il loro progresso. Ad assistere Prometeo, che lamenta l'ingiustizia divina e la gravità della sua pena, accorrono dagli abissi del mare, prima le oceanine (che formano il coro), poi Oceano, che si offre, ma inutilmente, per la difficile opera di pacificazione.
Ma Prometeo non è la sola vittima del sovrano dell'Olimpo, lo è anche Io, fanciulla sedotta da Zeus e trasformata per gelosia da Era in una giovenca condannata a interminabili peregrinazioni e tormentata dai continui morsi di un tafano. Prometeo la conforta, rivelandole che un suo discendente, noto a lui solo, lo avrebbe liberato, privando Zeus del suo potere. Zeus, udita la conversazione con Io, invia Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo.
di Riccardo Noury*
agoravox.it, 15 luglio 2019
Amnesty International, Human Rights Watch e il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli hanno chiesto ai ministri degli Esteri dell'Unione europea, che si riuniranno a Bruxelles il 15 luglio, di rivolgere alla Libia la ferma richiesta di chiudere i centri di detenzione per migranti e rifugiati e di assumere l'impegno, a nome dei loro governi, di facilitare l'evacuazione di queste persone verso luoghi sicuri, anche negli stati membri dell'Unione europea.
Le già drammatiche condizioni dei migranti nei centri di detenzione sotto il controllo nominale del Governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite sono ulteriormente peggiorate da quando, all'inizio di aprile, le forze del generale Khalifa Haftar hanno iniziato l'assalto alla capitale Tripoli.
Dall'inizio di aprile, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha potuto evacuare solo 289 persone verso il Niger e 295 in Italia, l'unico stato dell'Unione europea che ha finora accettato di prendere richiedenti asilo direttamente dalla Libia.
L'attacco della notte del 2 luglio contro il centro di detenzione di Tajoura, situato all'interno di un complesso militare a sudest di Tripoli, ha causato 53 morti e almeno 130 feriti, due dei quali erano rimasti già feriti il 7 maggio, quando alcuni missili caddero a soli 100 metri dal centro.
Il 9 luglio l'Unhcr ha annunciato che le autorità libiche avevano consentito ai sopravvissuti di lasciare il centro. Tuttavia, a quanto pare, queste persone non hanno avuto assistenza adeguata né la possibilità di lasciare la Libia per cercare riparo altrove, se così avessero voluto.
In altri centri situati a Tripoli o nei suoi dintorni, l'intensità dei combattimenti ha causato l'interruzione delle forniture di acqua e cibo, peggiorato le condizioni sanitarie e limitato l'accesso delle organizzazioni umanitarie e delle agenzie delle Nazioni Unite nei centri.
All'inizio di luglio l'Unhcr ha trasferito 1630 detenuti dai centri situati sulla linea del fronte al suo centro di raccolta e partenza di Tripoli e ad altri centri situati in zone ritenute più sicure. Sempre l'Unhcr ritiene però che 3800 persone siano ancora detenute nei centri prossimi alle zone di conflitto, su un totale di migranti e rifugiati detenuti che al 21 giugno era stimato in 5800 persone.
I governi dell'Unione europea non hanno mai condizionato il loro sostegno alle autorità libiche alla chiusura dei centri di detenzione e al rilascio delle migliaia di persone ivi illegalmente detenute.
Nonostante le prove del contrario, hanno insistito sul fatto che l'assistenza umanitaria finanziata dall'Unione europea avrebbe migliorato le condizioni di detenzione e hanno continuato ad aiutare la Guardia costiera libica a riportare sulla terra ferma libica persone destinate a periodi infiniti di detenzione.
Secondo l'Organizzazione internazionale delle migrazioni, dall'inizio del 2019 al 6 luglio la Guardia costiera libica sostenuta dall'Unione europea ha intercettato in mare e riportato sulla terra ferma 3750 persone. Nello stesso periodo, 4068 persone sono approdate in Italia e Malta e 426 sono morte in mare. Di fronte a una stima complessiva di 667 persone morte nel Mediterraneo centrale nei primi sei mesi dell'anno, l'Unhcr ha calcolato che nel tentativo di raggiungere l'Europa sia morta una persona su sei, rispetto all'una su 18 dello stesso periodo del 2018.
Nonostante vi sia un ampio consenso internazionale sul fatto che la Libia non può essere considerata un posto sicuro ove far tornare le persone, molti governi e istituzioni dell'Unione europea sostengono una politica che consente alle autorità libiche di pretendere di controllare una vasta area di ricerca e soccorso, allontana le forze europee dal Mediterraneo centrale e s'impegna o appoggia tacitamente i tentativi di ostacolare o criminalizzare le azioni delle organizzazioni non governative che hanno cercato di assumersi le responsabilità dei soccorsi in assenza di un'efficace risposta degli stati.
È ora, secondo Amnesty International, Human Rights Watch e il Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli, di invertire la rotta. Le tre organizzazioni chiedono che tutte le persone detenute arbitrariamente nei centri sotto il controllo nominale del Governo di accordo nazionale siano rilasciate e quei centri siano chiusi. Considerati i rischi cui i cittadini stranieri vanno incontri in Libia, il Governo di accordo nazionale dovrà collaborare con le agenzie internazionali e l'Unione europea per fornire immediata assistenza umanitaria alle persone rilasciate e istituire corridoi umanitari.
Gli stati membri dell'Unione europea dovranno assicurare che le persone evacuate dai centri di detenzione abbiano a disposizione percorsi legali e sicuri per uscire dalla Libia, anche impegnandosi a mettere a disposizione un maggior numero di posti per i ricollocamenti.
*Amnesty International
torinoggi.it, 14 luglio 2019
"Le persone vivono in condizioni offensive". Stanzoni da sette persone, bagni non divisi dall'ambiente utilizzato per dormire e pasti consumati per terra: Garante Nazionale per i diritti dei detenuti. Un volantino dà appuntamento alle 19.30 per una protesta. Il decesso di Hossain Faisal, cittadino bengalese morto a causa di un infarto presso il Cpr di corso Brunelleschi, ha portato agli onori della cronaca una questione da sempre spinosa e delicata: le condizioni di vita nei Centri per il Rimpatrio.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 14 luglio 2019
Intervista al presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli. Dal processo civile a quello penale, fino ai nuovi criteri per le nomine e alla rivoluzione per l'elezione dei componenti del Csm. Secondo Cesare Mirabelli, la riforma della Giustizia pensata da via Arenula è nel complesso positiva: "Un seme che dovrebbe germogliare", dice.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 14 luglio 2019
In Egitto le cattive abitudini non muoiono mai, anzi si rafforzano. Durante la presidenza di Hosni Mubarak era prassi comune che la procura ordinasse il nuovo arresto di persone di cui i giudici avevano appena disposto la scarcerazione. L'appiglio legale era una disposizione della legislazione d'emergenza che consentiva la detenzione amministrativa a tempo indeterminato delle persone ritenute una minaccia per la sicurezza.
Quella norma, con tutto lo stato d'emergenza, è stata abrogata dalla Corte costituzionale nel giugno 2013, un mese prima del colpo di stato dell'attuale presidente Abdelfattah al-Sisi. Non importa. Secondo una recente ricerca di Amnesty International, la procura suprema per la sicurezza dello stato ha ripreso quella prassi e vi sta ricorrendo sempre più frequentemente.
In questo sistema di porte girevoli, diverse persone rilasciate dopo aver trascorso periodi di carcere per accuse quanto meno dubbie sono state ri-arrestate sulla base di prove fabbricate, presentate con una coincidenza temporale davvero sospetta.
L'ultimo caso riguarda Ola al-Qaradawi, figlia del leader religioso della Fratellanza musulmana Youssef al-Qaradawi. La donna, arrestata il 30 giugno 2017 insieme al marito con l'accusa di militare in un gruppo terrorista e contribuire al suo finanziamento, avrebbe dovuto essere scarcerata il 3 luglio di quest'anno. Invece, è stata rimandata in cella con le medesime accuse. Difficile immaginare come, durante il regime di isolamento totale cui è stata tenuta per due anni, abbia potuto far parte di un gruppo terroristico e addirittura finanziarlo.
Un altro caso segnalato da Amnesty International è quello di Mahmoud Hussein, un producer di al-Jazeera in carcere dal 23 dicembre 2016 a causa del suo lavoro giornalistico. In un'udienza senza avvocato difensore, era stato rinviato a giudizio con le accuse di "appartenenza a un'organizzazione terroristica", "ricevimento di fondi dall'estero" e "divulgazione di informazioni false". Il 21 maggio di quest'anno un giudice ha disposto il suo rilascio con la condizionale. Dalla prigione, Hussein è stato portato in una stazione di polizia per sbrigare le ultime formalità. Qui, il 28 maggio, gli sono state riaddebitate le stesse imputazioni ed è stato riportato in carcere.
Lo stesso è accaduto a Somia Nassef e Marwa Madbouly, due attiviste arrestate il 31 ottobre 2018 e scomparse per tre settimane, durante le quali hanno denunciato di essere state torturate con le scariche elettriche. Quando sono comparse di fronte a un giudice, sono state accusate di "appartenenza a un'organizzazione terroristica" e "ricevimento di fondi dall'estero" e poste in detenzione preventiva per due mesi in una stazione di polizia, per poi essere trasferite nella prigione femminile di Qanatar. Il 25 maggio un giudice ha disposto la loro scarcerazione e tre giorni dopo sono state incriminate per gli stessi identici reati.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2019
Nella riforma della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede aumentano i casi di illecito disciplinare che possono colpire giudici e Pm. Nel mirino, il mancato rispetto dei tempi d'indagine e di esame dei fascicoli. Più responsabilità per i capi degli uffici.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 14 luglio 2019
Molta propaganda del governo sullo stop alle Ong. Ma nessuno pensa ai disperati che senza colpa sono detenuti nei campi di prigionia libici. Siamo in un vicolo cieco, importante ammetterlo. Un vicolo cieco perché chi crede che bisogna salvare vite in mare, ma al contempo contrattare con l'Europa regole che superino il Trattato di Dublino, chi crede che sia importante esprimere la propria opinione, chi ritiene che la dottrina Minniti abbia ridato il via, dopo la caduta di Gheddafi, alla pratica criminale di fermare i migranti in Libia in veri e propri campi di concentramento, non ha alcuna rappresentanza politica. È all'opposizione, ma l'opposizione la fa da sola, senza che in Parlamento ci sia davvero una forza capace di raccogliere questo disagio. Di raccogliere, anzi, quella che è diventata sofferenza vera e propria. Questa sarà la terza estate che vivremo in Italia accompagnati da una propaganda anti-immigrati perenne, e a chi dice: "Siete voi che la alimentate" rispondo: "Abbiamo scelta? Possiamo ignorare?".
E così tutto il dibattito è saturato da questa polarizzazione, senza che realmente si comprendano i termini della questione. Quanti sanno davvero leggere i procedimenti giudiziari che coinvolgono le Ong? Quanti conoscono la differenza tra sequestro preventivo e sequestro probatorio? Quanti sanno cosa significhi che un procedimento viene archiviato? E spesso non sapere non è questione di ignoranza, ma di superficialità.
Fermo, nel flusso continuo di notizie, due informazioni che mi fanno riflettere. Una ragazza denuncia uno stupro e accusa due immigrati. Dopo mesi confessa di aver inventato la notizia. L'Associated Press riporta i casi di più di 20 migranti detenuti nella prigione libica di Zintan morti di malattia, stenti, fame e violenza. Le persone a lungo detenute e intervistate hanno denunciato il loro isolamento, hanno detto di essere stati completamente abbandonati in contesti di detenzione disumana. Detenuti incolpevoli.
Perché queste due notizie mi hanno colpito? Perché l'immigrato stupratore (mai presunto), minacciato di castrazione chimica, è una costante nella comunicazione di questo governo, quindi che sia o no colpevole, cambia poco. Che in Libia ci siano lager è ormai una informazione di pubblico dominio; credo che - ma potrei sbagliarmi - tutti sappiano che in Libia è in corso una guerra civile e che ci sono prigioni costruite per fermare chi vuole venire in Europa. Dunque, tutte queste ormai possiamo considerarle nozioni condivise e, nonostante ciò, non è chiaro che la soluzione va trovata senza atti di prepotenza. Vige oggi una sorta di ¡No pasarán! al contrario: non passano i disperati e si finge di difendere frontiere dove poi, invece, passa di tutto.
In tutto ciò, si evitano come la peste quegli argomenti che potrebbero seriamente deprimere l'elettorato (certo è strano che non si deprima pensando alle migliaia di disperati torturati a pochi chilometri dalle coste italiane) che si troverebbe a sbattere contro una amara consapevolezza: a parte la ferocia dei toni di oggi, la situazione per gli italiani resta drammatica quanto lo era ieri.
Gli spostamenti che interessano ai nostri politici sono solo quelli verso l'Italia, perché si possono utilizzare contro l'Europa - quale occasione migliore di Ong straniere con imbarcazioni battenti bandiere di stati che non siano il nostro? - eppure l'emorragia di italiani che continuano a lasciare il Paese resta un argomento più che tabù.
Se analizziamo i dati che fornisce l'Aire (Anagrafe degli Italiani all'Estero) il numero dei nostri connazionali che lascia l'Italia dovrebbe preoccuparci seriamente: negli ultimi 10 anni oltre 200mila giovani tra i 20 e i 34 anni se ne sono andati e non hanno lasciato solo le regioni del Sud ma anche la Lombardia, che ha dovuto rinunciare a oltre 24 mila risorse qualificate.
Se nel 2006 gli italiani registrati all'estero erano 3,1 milioni, nel 2018 sono 5,1 milioni. Più di 120mila persone hanno trasferito la loro residenza all'etero l'anno scorso e tra questi c'è una percentuale altissima di laureati, oltre il 30%. Persone che hanno studiato e si sono formate in Italia e che ora sono risorse che il Paese ha perso. Fossi in chi ci governa sarebbe questa una priorità, non inscenare litigi perenni tra alleati di governo o fare guerra ai disperati. Ma forse vale la pena specificare che per affrontare questa situazione non bisogna chiudere le frontiere e impedire in maniera coatta a chi vuole emigrare di farlo. Con questo governo non si sa mai.
Redattore Sociale, 14 luglio 2019
Mobilitazione sotto il Parlamento della Rete Restiamo Umani: "È un provvedimento pericoloso". Appuntamento previsto per il pomeriggio di lunedì 15 Luglio. "È un provvedimento pericoloso, che va fermato". Lunedì 15 luglio, dalle ore 16, la Rete Restiamo Umani torna in Piazza Montecitorio per protestare contro il Decreto Sicurezza Bis, invitando la popolazione a un'assemblea e una mobilitazione contro il provvedimento ritenuto "razzista e antidemocratico".
"Dobbiamo attivarci tutte e tutti insieme per arginare la deriva razzista del governo Lega- 5 Stelle -affermano la Rete Restiamo Umani in una nota -. Dobbiamo costruire un'opposizione larga e trasversale contro un provvedimento autoritario, che attacca pesantemente il dissenso, vorrebbe introdurre pericolose restrizioni degli spazi democratici nel nostro Paese e punta a cancellare i diritti di chi scappa da guerre, povertà e crisi ambientali.
Dobbiamo ribadire che salvare vite in mare è un dovere, non un crimine. Dobbiamo attivarci tutte e tutti insieme per restare umani".
Del decreto, la Rete Restiamo Umani in particolare contesta la criminalizzazione delle organizzazioni che operano salvataggio in alto mare, il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane che si imporrebbe loro e le sanzioni eventualmente irrogabili in caso di mancato rispetto di questo divieto, che vanno dall'imposizione di multe sino alla confisca dell'imbarcazione; il trasferimento di ulteriori competenze in materia di favoreggiamento dell'immigrazione irregolare alle procure distrettuali;ammissione di mezzi di indagine più aggressivi e invasivi (es. intercettazioni e agenti sotto copertura).
"Circostanza che potrebbe portare a ulteriori forme di criminalizzazione della solidarietà verso e tra le persone migranti - sottolinea la Rete - la previsione di accordi bilaterali per favorire la riammissione di soggetti nei Paesi terzi, spesso dove vigono regimi dittatoriali e sanguinosi, come la Libia; l'inasprimento delle pene per chi manifesta ed esprime il proprio dissenso durante una pubblica manifestazione.
Le attiviste e gli attivisti infine si oppongono in toto al Decreto per la deriva securitaria cui lo stesso potrebbe condurre in caso di approvazione, limitando fortemente diritti minimi costituzionalmente tutelati dal nostro Stato. La Rete Restiamo Umani è al fianco di chi disobbedisce a leggi ingiuste e disumane, come gli equipaggi della Sea Watch 3 e di Mediterranea. E per questo è in mobilitazione permanente da settimane, con partecipate assemblee pubbliche per dire no a provvedimenti demagogici e pericolosi. Per la Rete Restiamo Umani questo è il momento di incontrarsi, di scendere in piazza e di non limitarsi più alla sola indignazione virtuale".
- Basta con i giudici "garanti della legalità" che fanno politica
- Poveri di tutto il mondo, unitevi!
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