di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 7 aprile 2018
Il leader del Partito dei lavoratori, condannato a 12 anni di carcere, avrebbe dovuto presentarsi per l'arresto entro le 22 italiane. Ma ha deciso di fare "resistenza pacifica". Il suo avvocato: "Lula non andrà al macello a testa bassa". Luiz Lula da Silva non si consegnerà alla polizia federale di Curitiba.
L'ex presidente del Brasile, che avrebbe dovuto costituirsi entro le 17 di venerdì (le 22 in Italia), ha deciso di non presentarsi, e di portare avanti una "resistenza pacifica" contro il mandato d'arresto. È rimasto nella sede del sindacato dei lavoratori del metallo nella sua città natale, Sao Bernardo do Campo, circondato dai sostenitori. "Non intende andare al macello a testa bassa, per sua libera e spontanea volontà", ha detto oggi uno degli avvocati dell'ex presidente brasiliano, José Roberto Batochio, in dichiarazioni al quotidiano Folha de Sao Paulo.
La difesa - Secondo il legale, il fatto che Lula non si sia consegnato alla polizia di Curitiba al termine della scadenza fissata ieri dal giudice Sergio Moro "non è un atto di ribellione", bensì l'esercizio "di un diritto fondamentale di ogni persona, che è quello di preservare la sua libertà e di non partecipare in nessuna aziona che possa sopprimerla".
La tesi della difesa di Lula, dunque, sembra essere che l'ex presidente è formalmente alla disposizione della polizia federale se i suoi agenti vengono ad arrestarlo - "non si sarà resistenza, né ci sarà violenza", ha precisato Batochio - ma non intende consegnarsi spontaneamente. Fonti della polizia di San Paolo hanno però indicato ai media locali che non intendono procedere ad un'operazione per arrestare l'ex presidente nella sede del sindacato metallurgico Abc di Sao Bernardo dos Campos, almeno finché questa sarà circondata da migliaia di manifestanti pro Lula, giacché un'azione di questo tipo comporterebbe un "rischio di sicurezza troppo grande, tanto per il detenuto come per i poliziotti".
La scelta e il piano - Lula ha passato la notte nella sede del sindacato, "protetto" da dirigenti e militanti del Partito dei lavoratori, da parlamentari e membri dei sindacati; dalla base del suo elettorato che non l'ha abbandonato.
Maduro e Morales: "Persecuzione delle destre" - Mentre i brasiliani aspettano di sapere cosa ne sarà del candidato presidente, tre leader di altrettanti Paesi dell'America latina si sono schierati con il leader del partito dei lavoratori brasiliano: Nicolas Maduro dal Venezuela, Evo Morales dalla Bolivia e Raul Castro da Cuba hanno inviato messaggi di solidarietà a da Silva, "vittima - a loro dire - di persecuzioni politiche".
"Non solo il Brasile, è il mondo intero che ti abbraccia", ha scritto Maduro su Twitter, sottolineando che "la destra, incapace di vincere democraticamente, ha scelto la via giudiziaria per disciplinare le forze popolari". Gli fa eco Morales: "La vera ragione per cui si condanna il fratello Lula è per impedire che torni ad essere il presidente del Brasile. La destra non gli perdonerà mai di aver tolto dalla miseria a 30 milioni di poveri". Anche Castro, nell'assicurare a Lula e a Dilma il sostegno di Cuba, ha giudicato la sentenza su Lula "gravissima".
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 7 aprile 2018
Lula. Siamo di fronte a quello che Cesare Beccaria, in "Dei delitti e delle pene", chiamò "processo offensivo" dove "il giudice", anziché "indifferente ricercatore del vero", "diviene nemico del reo". Il 4 aprile è stata una giornata nera per la democrazia brasiliana. Con un solo voto di maggioranza, il Supremo Tribunal Federal ha deciso l'arresto di Inacio Lula nel corso di un processo disseminato di violazioni delle garanzie processali. Ma non sono solo i diritti del cittadino Lula che sono state violati.
L'intera vicenda giudiziaria e le innumerevoli lesioni dei principi del corretto processo di cui Lula è stato vittima, unitamente all'impeachment assolutamente infondato sul piano costituzionale che ha destituito la presidente Dilma Rousseff, non sono spiegabili se non con la finalità politica di porre fine al processo riformatore che è stato realizzato in Brasile negli anni delle loro presidenze. E che ha portato fuori della miseria 50 milioni di brasiliani. L'intero assetto costituzionale è stato così aggredito dalla suprema giurisdizione brasiliana, che quell'assetto aveva invece il compito di difendere.
Il senso non giudiziario ma politico di tutta questa vicenda è rivelato dalla totale mancanza di imparzialità dei magistrati che hanno promosso e celebrato il processo contro Lula. Certamente questa partigianeria è stata favorita da un singolare e incredibile tratto inquisitorio del processo penale brasiliano: la mancata distinzione e separazione tra giudice e accusa, e perciò la figura del giudice inquisitore, che istruisce il processo, emette mandati e poi pronuncia la condanna di primo grado: nel caso Lula la condanna pronunciata il 12 luglio 2017 dal giudice Sergio Moro a 9 anni e 6 mesi di reclusione e l'interdizione dai pubblici uffici per 19 anni, aggravata in appello con la condanna a 12 anni e un mese. Ma questo assurdo impianto, istituzionalmente inquisitorio, non è bastato a contenere lo zelo e l'arbitrio dei giudici. Segnalerò tre aspetti di questo arbitrio partigiano.
Il primo aspetto è la campagna di stampa orchestrata fin dall'inizio del processo contro Lula e alimentata dal protagonismo del giudice di primo grado, il quale ha diffuso atti coperti dal segreto istruttorio e ha rilasciato interviste nelle quali si è pronunciato, prima del giudizio, contro il suo imputato, alla ricerca di un'impropria legittimazione: non la soggezione alla legge, ma il consenso popolare.
L'anticipazione del giudizio ha inquinato anche l'appello. Il 6 agosto dell'anno scorso, in un'intervista al giornale Estado de Sao Paulo, il Presidente del Tribunale Regionale Superiore della IV regione (Trf-4) di fronte al quale la sentenza di primo grado era stata impugnata ha dichiarato, prima del giudizio, che tale sentenza era "tecnicamente irreprensibile".
Simili anticipazioni di giudizio, secondo i codici di procedura di tutti i paesi civili, sono motivi ovvi e indiscutibili di astensione o di ricusazione, dato che segnalano un'ostilità e un pregiudizio incompatibili con la giurisdizione. Siamo qui di fronte a quello che Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, chiamò "processo offensivo", dove "il giudice", anziché "indifferente ricercatore del vero", "diviene nemico del reo", e "non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia e crede di perdere se non vi riesce".
Il secondo aspetto della parzialità dei giudici e, insieme, il tratto tipicamente inquisitorio di questo processo consistono nella petizione di principio, in forza della quale l'ipotesi accusatoria da provare, che dovrebbe essere la conclusione di un'argomentazione induttiva suffragata da prove e non smentita da controprove, forma invece la premessa di un procedimento deduttivo che assume come vere solo le prove che la confermano e come false quelle che la contraddicono.
Di qui l'andamento tautologico del ragionamento probatorio, nel quale la tesi accusatoria funziona da criterio di orientamento delle indagini, da filtro selettivo della credibilità delle prove e da chiave interpretati va dell'intero materia le processuale. I giornali brasiliano hanno riferito, per esempio, che l'ex ministro Antonio Pallocci, in stato di custodia preventiva, aveva tentato nel maggio scorso una "confessione premiata" per ottenere la liberazione, ma la sua richiesta era stata respinta perché egli non aveva formulato nessuna accusa contro Lula e la Rousseff ma solo contro il sistema bancario.
Ebbene, questo stesso imputato, il 6 settembre, di fronte ai procuratori, ha fornito la versione gradita dall'accusa per ottenere la libertà. Totalmente ignorata è stata al contrario la deposizione di Emilio Olbrecht, che il 12 giugno aveva dichiarato al giudice Moro di non aver mai donato alcun immobile all'Istituto Lula, secondo quanto invece ipotizzato nell'accusa di corruzione.
Il terzo aspetto della mancanza di imparzialità è costituito dal fatto che i giudici hanno affrettato i tempi del processo per giungere quanto prima alla condanna definitiva e così, in base alla legge "Ficha limpia", impedire a Lula, che è ancora la figura più popolare del Brasile, di candidarsi alle elezioni presidenziali del prossimo ottobre. Anche questa è una pesante interferenza della giurisdizione nella sfera della politica, che mina alla radice la credibilità della giurisdizione.
È infine innegabile il nesso che lega gli attacchi ai due presidenti artefici dello straordinario progresso sociale ed economico del Brasile - l'infondatezza giuridica della destituzione di Dilma Rousseff e la campagna giudiziaria contro Lula - e che fa della loro convergenza un'unica operazione di restaurazione antidemocratica.
È un'operazione alla quale i militari hanno dato in questi giorni un minaccioso appoggio e che sta spaccando il paese, come una ferita difficilmente rimarginabile. L'indignazione popolare si è espressa e continuerà ad esprimersi in manifestazioni di massa. Ci sarà ancora un ultimo passaggio giudiziario, davanti al Superior Tribunal de Justicia, prima dell'esecuzione dell'incarcerazione. Ma è difficile, a questo punto, essere ottimisti.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 5 novembre 2017
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal "califfato" un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano. Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate. Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani.
Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent'anni fa tra Siria e Iraq l'accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell'antica Chiesa d'Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio.
Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all'islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d'Israele.
Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c'è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov'erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la "N" in arabo, per indicare "nazareni", i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l'islamismo?
Nel 1918, dopo le stragi degli armeni, i cristiani proposero alla conferenza di Versailles uno Stato cristiano in Mesopotamia. Nessuno la sostenne. Passò invece l'idea di un Libano a leggera prevalenza cristiana. Il Novecento ha visto assiri, caldei (assiri cattolici), siriaci ortodossi e cattolici, greco-ortodossi e greco-cattolici, protestanti vivere abbastanza bene con i musulmani: dai mandati europei ai regimi laici del Baath. Oggi invece i cristiani, se possono, emigrano. Aleppo, in Siria, ha perso più di tre quarti della vasta comunità cristiana durante la guerra. In Kurdistan ci sono 150.000 rifugiati cristiani che esitano a tornare a Mosul e nella piana di Ninive, dopo la fine di Daesh. I curdi, che hanno chiesto perdono per le stragi del 1915, tengono a una presenza cristiana e hanno offerto una residenza al patriarca assiro. Gli assiri sono gli unici cristiani a combattere a fianco dei pesmergha curdi.
Diverse sono state le strategie di sopravvivenza dei cristiani nella storia: mai hanno fatto un fronte unico, fatto positivo per il potere musulmano. Oggi è ancora così. I siriaci, cattolici e ortodossi, pensano più alla concentrazione dei cristiani nella piana di Ninive sotto protezione internazionale. Fu un'idea avanzata dagli americani, ma rifiutata dai caldei. Il loro patriarca, Sako, la considera una ghettizzazione. Tuttavia vivere a Bagdad è molto rischioso. I cristiani in Iraq sono calati da 1.300.000 prima dell'intervento Usa a 300.000, concentrati nel Nord. In Siria erano due milioni e si sono dimezzati. Di fronte alla crisi i leader cristiani hanno lanciato molti appelli. Il Vaticano ha assistito i cristiani, ma non c'è stata una visione e forse non era possibile.
Recentemente, il premier Orbán ha ricevuto i patriarchi siriaci (cattolico e ortodosso), ha versato loro due milioni di dollari, identificando gli ungheresi con la sorte dei cristiani colpiti dai musulmani (a Budapest c'è un vicesegretario di Stato per la protezione dei cristiani perseguitati). Questi diventano un elemento nella legittimazione della politica nell'Est europeo. Il problema è che le terre sconvolte dal "califfato" non torneranno a essere il mosaico di cristiani, yazidi, mandei e antiche minoranze. Era un resto della storia, ma anche una realtà che spingeva l'islam a riconoscere l'altro e a praticare la tolleranza. La storia dei cristiani d'Oriente, durata due millenni (quasi uno e mezzo con l'islam) sembra alla vigilia della fine. Un cambio decisivo nell'ecologia umana del Medio Oriente. Ma anche una svolta nel cristianesimo, da sempre radicato nella terra delle sue origini. Il segretario di Stato vaticano, Parolin, ha chiesto un "piano Marshall" per ristabilire i cristiani nella regione. Questa crisi impone una maggiore connessione ecumenica e un urgente riunione dei primati cristiani per cercare soluzioni adeguate.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 8 novembre 2016
Domani la Corte Suprema delle Filippine si pronuncerà su una petizione per bloccare la sepoltura delle spoglie dell'ex presidente Ferdinand Marcos nel cimitero degli eroi. Sono passati 40 anni da quando Loretta Rosales è stata arrestata perché manifestava contro la dittatura ma ancora oggi soltanto l'idea che Duterte voglia far diventare il dittatore un eroe le fa venire il voltastomaco.
"Noi abbiamo il dovere di non alterare la verità - ha detto la donna che oggi ha 77 anni - anche per le generazioni future". È da agosto che il dibattito sulla sepoltura dell'ex presidente, morto nel 1989, infiamma gli animi dei filippini. I rappresentanti di entrambi i fronti sono scesi in piazza ma ora tutti aspettano con il fiato sospeso il verdetto della Corte Suprema. Durante i 21 anni della sua presidenza, dal 1965 al 1986, Marcos è rimasto alla storia per la sua brutalità: si calcola che 3mila oppositori politici siano stati uccisi in quegli anni e che decine di migliaia siano stati torturati.
Marcos fuggì negli Stati Uniti nel 1986 dove morì tre anni dopo. Ma negli anni la sua figura ha subito un lento processo di riabilitazione che culmina ora con la decisione di Duterte sulla sepoltura (nella foto una manifestazione davanti all'ambasciata americana a Manila dei sostenitori di Duterte). D'altra parte la famiglia Marcos è ancora in politica. La moglie Imelda, nota soprattutto per le sue mille paia di scarpe, è deputata, la figlia Imee è governatrice della provincia di Ilocos Norte e il figlio Ferdinand Jr. è stato senatore.
Duterte non ha mai nascosto la sua ammirazione per il dittatore: "Voglio che sia seppellito nel cimitero degli eroi - ha detto - non perché era un eroe ma perché era un soldato filippino. Questa è la legge". I resti del presidente erano tornati in patria nel 1993 e da allora sono sepolti in una bara di vetro nella cripta del centro presidenziale Ferdinand E. Marcos a Batac, la sua città natale a Ilocos Norte. Finora tutti i presidenti avevano negato ai familiari il cimitero degli eroi. I gruppi che si battono contro la sepoltura parlano di una transazione economica tra la famiglia Marcos e Duterte. Hilda Narciso, 70 anni, fa parte della "Coalizione contro la sepoltura di Marco nel Cimitero degli eroi". Nel 1983 era un'insegnante disoccupata: fu arrestata e stuprata per sei mesi in un campo militare. Da mangiare le davano vermi e pesce andato a male. "Chi mi ha fatto questo non è un eroe" dice.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 8 novembre 2016
Intervista al giornalista turco Zeynalov: "I conflitti in Siria e Iraq servono ad allungare lo stato di emergenza necessario a reprimere le opposizioni". Un altro deputato Hdp arrestato, convocati gli ambasciatori europei. Le porte delle celle turche continuano ad aprirsi: ieri è stato arrestato un altro parlamentare dell'Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda decapitata da un'ondata di arresti senza precedenti. È stato preso ieri ad Hakkari Nihat Akdagon, uno dei tre deputati che mancavano alla lista nera di Ankara. Non cessano nemmeno le proteste, violentemente attaccate dalla polizia: ieri è toccato ad una manifestazione indetta da organizzazioni di donne, aggredite con proiettili di gomma a Istanbul.
All'autoritarismo governativo, l'Hdp ha risposto domenica annunciando la sospensione delle attività parlamentari, interne all'assemblea e nelle commissioni. Quasi una secessione dell'Aventino, se ci è permesso il paragone, a cui reagisce il premier Yildirim: dopo aver arrestato 12 deputati Hdp, minaccia di accusare di tradimento gli altri 46 se non si presenteranno in parlamento. Ma li accusa anche di finanziare il terrorismo, pur volendoli seduti sugli scranni parlamentari: domenica ha parlato di trasferimento di denaro dai comuni guidati dall'Hdp al Pkk.
Una guerra senza quartiere, che arriva all'Europa: ieri il governo ha convocato gli ambasciatori dei paesi della Ue per le condanna espresse dopo gli arresti. Ne abbiamo parlato con il giornalista turco di origine azera Mahir Zeynalov, editorialista di Al Arabiya e commentatore per Cnn e Bbc, deportato dal paese nel febbraio 2014.
Cosa ci si deve aspettare dalla nuova ondata repressiva
Con la crescente repressione contro media e politici kurdi, il governo turco li sta portando al limite: aprirà ad una battaglia interna tra kurdi e esercito, una guerra civile che potrebbe allargarsi ulteriormente. Sono le azioni di Ankara a rendere concreto un simile scenario.
L'obiettivo è distruggere la sola opposizione al presidenzialismo. Ma l'attacco va letto anche come parte di una strategia più ampia che coinvolge Siria e Iraq
Erdogan non tollera chiunque metta in dubbio la sua autorità mentre è alla caccia di pieni poteri presidenziali. Lo stato di emergenza è lo strumento perfetto per la sua campagna di eliminazione delle opposizioni. Per questo, ha bisogno del caos. Le guerre in Siria e Iraq, come quella nel sud-est turco, sono buone ragioni per ampliare lo stato di emergenza. Provocando un'escalation dei conflitti nei due paesi vicini e inviandoci l'esercito, Erdogan prova a convincere l'opinione pubblica che il governo sta affrontando nemici sia all'interno che all'esterno. E questo gli permetterà di ampliare lo stato di emergenza e reprimere ogni dissidente.
Quali settori della società sostengono Erdogan
Gode di un ampio e fedele sostegno dalla base della società turca, per lo più conservatrice e nazionalista. Non manca un numero significativo di kurdi conservatori che, come in ogni autocrazia, sperano in affari lucrosi o posti di lavoro.
La guerra all'Hdp può essere vista anche come uno scontro tra visioni socio-economiche Neoliberismo contro un'idea più egualitaria di società
Non sono certo che sia causa di frizione. Ci sono gruppi che non si sono piegati a Erdogan e i kurdi sono uno di questi. Li vuole punire, è semplice.
Perché il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il Pkk
Dopo che Erdogan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno 2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a novembre 2015 ha preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo.
di Francesca Paci
La Stampa, 10 ottobre 2016
Nel suo computer la storia di una ragazza ribelle alla lapidazione. Due anni fa la Guardia rivoluzionaria iraniana irrompe senza mandato in casa dello studente 30enne Arash Sadeghi e di sua moglie Golrokh Ebrahimi Iraee: arresta lui, già detenuto in passato, e sequestra computer, taccuini, cd. Lei viene interrogata per 20 giorni, durante i quali sente le urla del marito torturato nella stanza accanto, poi esce in attesa del verdetto.
Martedì si fanno vive le autorità giudiziarie: Golrokh è condannata a 6 anni di carcere per il racconto mai pubblicato che i pasdaran hanno trovato nel suo pc. Non dunque per l'attivismo in favore di Narges Mohammadi e le migliaia di prigionieri politici di Tehran come il marito, che da giugno sconta 15 anni in una cella del famigerato Evin, ma per la sua fantasia. Ce ne vuole d'immaginazione: invece della lapidazione, finisce al bando chi la denuncia.
Cosa ha scritto Golrokh Ebrahimi per scatenare negli ayatollah una reazione che Amnesty International definisce "grottesca". Giudicato "offensivo dell'islam", il virtuale libro galeotto narra la storia di una giovane iraniana che guarda in tv il film "The Stoning of Soraya M", la vera storia di una connazionale uccisa a pietrate, e si indigna fino a bruciare una copia del Corano. Materia che scotta nell'Iran campione di violazioni dei diritti umani, dove il codice penale ha recentemente riconfermato la lapidazione perché ritenuta "effettiva nel prevenire i crimini e proteggere la moralità".
"Non hanno neppure presentato un mandato di comparizione, mi hanno chiamato dal cellulare del mio amico Navid Kamran dopo averlo arrestato e mi hanno detto di consegnarmi" ha raccontato Golrokh al canale in farsi di Voice of America subito dopo la telefonata con la sentenza di 6 anni, 5 per offese all'islam e uno per propaganda anti-governativa.
Attivisti iraniani a lei vicini non sanno dire se la ragazza si trovi già a Evin perché sin dall'inizio le informazioni sul suo caso sono state poche e frammentarie, dei due avvocati difensori che avrebbero dovuto seguire il processo iniziato nel 2014 una è stata costretta a ritirarsi per le minacce ricevute e l'altra è stata estromessa. Una delle udienze si è svolta mentre Golrokh Ebrahimi era in ospedale per un intervento chirurgico.
"Golrokh Ebrahimi deve scontare questi anni per aver scritto una storia mai pubblicata, viene punita per la sua immaginazione" afferma Philip Luther, responsabile per la sezione Medioriente e Nord Africa di Amnesty International.
Se la presidenza del riformista Rohuani con il suo record di almeno 2.277 esecuzioni a morte ha frustrato le speranze di chi sognava un altro Iran, l'intera regione assiste a un durissimo giro di vite contro gli intellettuali, non solo gli attivisti politici ma anche gli scrittori come il PEN Award Ahme Nàgy, condannato a 2 anni carcere in Egitto per il romanzo "Vita, istruzione per l'uso" (Il Sirente) in cui parla di sesso e droga.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 giugno 2016
Persa ogni credibilità: Ban Ki-moon toglie i sauditi dalla lista nera di chi viola i diritti dei minori dopo le minacce del Golfo. Il rapporto accusava la coalizione anti-Houthi di aver ucciso e ferito il 60% dei bambini vittime del conflitto. Violazioni anche in Iraq. I bulli sauditi prima aggrediscono il debole vicino e poi minacciano l'insegnante che ha osato redarguirli: quanto successo al Palazzo di Vetro pare incredibile, se si dimentica per un attimo l'impunità devastante di cui gode Riyadh. Ad uscirne con le ossa rotte è il segretario generale Ban Ki-moon, ma anche la già scarsa credibilità delle Nazioni Unite.
Lunedì l'Onu aveva inserito nella lista nera dei gruppi che violano i diritti dei bambini la coalizione sunnita anti-Houthi che massacra lo Yemen da marzo 2015: è responsabile - ha scritto nel suo rapporto annuale - del 60% dei 1.953 bambini uccisi e feriti in un anno e due mesi di guerra. Ovvero le bombe saudite hanno ammazzato 510 minori e ne hanno feriti 667.
Immediata l'ira di Riyadh, sostenuta dagli alleati regionali: l'ufficio del segretario generale è stato bombardato di telefonate di minacce da tutto il Golfo e dall'Organizzazione della Cooperazione Islamica: "Bullismo e pressioni. Un vero ricatto", dice una fonte interna. L'Arabia Saudita ha minacciato di tagliare i fondi alle agenzie Onu, in particolare i 100 milioni di dollari l'anno all'Unrwa (agenzia per i rifugiati palestinesi, in perenne crisi) se non si fosse messa una pezza. E la pezza è stata cucita sullo strappo: martedì il portavoce di Ban Ki-moon ha annunciato il depennamento dalla lista nera della coalizione e la revisione del rapporto. Insomma ne negozierà uno "pulito", lontano da una realtà fatta di raid su ospedali, scuole e case.
Nella black list restano invece i ribelli Houthi, etichettati da cinque anni come violatori seriali dei diritti dei bambini e, secondo lo stesso rapporto, responsabili del 20% delle vittime minorenni del conflitto yemenita. Ma il passo indietro dell'Onu non poteva passare inosservato: sporca l'ultimo anno di mandato di Ban Ki-moon e provoca la rabbia delle organizzazioni internazionali. "È un esempio estremo del perché l'Onu debba combattere per i diritti umani e i propri principi - ha detto Richard Bennett, rappresentante di Amnesty International al Palazzo di Vetro - Altrimenti diventerà parte del problema invece che della soluzione". Parole di fuoco anche da Human Rights Watch che parla di "manipolazione politica".
L'Onu si arrampica sugli specchi definendo la cancellazione temporanea. Ma Riyadh non teme le Nazioni Unite e precisa che l'eliminazione dalla lista nera è "irreversibile e incondizionata". Dopotutto c'è un precedente: Ban Ki-moon ha già ceduto a pressioni simili da parte di Usa e Israele nel 2014 quando Tel Aviv rischiò di finire nella stessa black list per l'operazione "Margine Protettivo" contro Gaza.
Ai bambini yemeniti viene così tolto anche lo scudo di facciata del diritto internazionale. Eppure, come spesso accade, sono le prime vittime: 320mila soffrono per malnutrizione, centinaia di migliaia sono rifugiati all'estero o sfollati nel paese e in centinaia sono stati reclutati come soldati sia dagli Houthi che dal governo. Martedì la coalizione ha riconsegnato al governo, suo alleato, 52 bambini catturati al confine mentre sotterravano mine con i ribelli.
Una situazione simile a quella irachena: i bambini si trasformano in soldati come accadeva per "i cuccioli di leone di Saddam". A reclutarli è l'Isis ma anche le milizie sciite (l'esercito iracheno per legge non può arruolare minorenni). Molti sono orfani, in un paese che vive una guerra ininterrotta da oltre trent'anni e dove il governo ha a disposizione solo 22 orfanotrofi, lasciando fuori migliaia di bambini senza famiglia. Alcune delle loro voci sono state raccolte da al-Jazeera, come quella di Karrar, 15 anni: "Ho combattuto per liberare Tikrit e Baiji. E continuerò a combattere fino a quando non riavremo indietro la terra presa da Daesh. La mia età non conta: sono un combattente".
Nova, 9 giugno 2016
Le autorità giudiziarie mauritane hanno avviato una serie di procedure contro il problema del sovraffollamento delle carceri, che colpisce soprattutto il penitenziario centrale di Nouakchott. Come primo provvedimento sono stati trasferiti numerosi detenuti verso altri centri di detenzione minori presenti nelle altre province del paese come Nouadhibou e Bir Um al Karin. Secondo i media mauritani, sono più di cento i detenuti che sono stai trasferiti dal carcere Dar al Naim della capitale a quello di Noaudhibou, che è la capitale economica del paese. Nel carcere della capitale sono più di mille i detenuti e le autorità locali temono che possa scoppiare una rivolta carceraria.
Il Manifesto, 9 gennaio 2016
Oltre al religioso al-Nimr, i boia sauditi hanno ucciso un giovane del Ciad, 13enne all'epoca dell'arresto, e un saudita che aveva 17 anni per essersi uniti ad al Qaeda.
Tra i 47 giustiziati dai boia sauditi anche due minorenni all'epoca dell'arresto e un malato di mente. Lo rivela Middle East Eye, citando fonti interne. Mustafa Abkar aveva 13 anni quando fu arrestato nel 2003: era arrivato dal Ciad per unirsi ad al Qaeda. La sua storia comparve sulla tv Al Arabiya: funzionari sauditi ne prospettarono il rilascio, vista la giovanissima età. Poi più nulla e il primo gennaio l'esecuzione. Era minorenne, quando fu arrestato nel 2004, anche il saudita Mishaal al-Farraj: 17 anni, era entrato in al Qaeda dopo l'uccisione del padre. Per lui nessun processo. Abdulaziz al-Toailìe, ex leader qaedista catturato nel 2005, invece, dopo anni di torture fisiche e psicologiche ha riportato seri danni mentali. A suo favore una lettera inviata all'Onu chiedeva di fare pressioni su Riyadh per rilasciarlo a causa della grave malattia mentale. Nessuna risposta.
Nova, 9 gennaio 2016
Almeno 50 detenuti, tra cui uomini condannati per omicidi e violenze sessuali, sarebbero riusciti nelle scorse ore a evadere dalla prigione di Kamituga, nell'est della Repubblica democratica del Congo. Lo riporta l'emittente britannica "Bbc" citando fonti locali. I fuggiaschi sarebbero riusciti ad approfittare di un incendio all'interno del carcere, situato nella provincia del Sud Kivu, per far perdere le proprie tracce: finora, nessuno di essi è stato ricatturato dalla forze di polizia. Non è la prima evasione di massa verificatasi negli ultimi anni nel paese, le cui prigioni sono spesso sovraffollate e fatiscenti.
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