di Giulia Pompili
Il Foglio, 16 luglio 2019
L'Italia ha aderito alla lettera in cui i rappresentanti di almeno altri 22 governi, per lo più occidentali, chiedono all'Onu di intervenire sulle detenzioni di massa da parte della Cina nella regione dello Xinjiang. Lo ha confermato al Foglio la Farnesina.
Una prima versione della lettera, datata 8 luglio, era circolata online nei giorni scorsi, ma in calce, tra le firme degli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio, non compariva il nome dell'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, rappresentante permanente presso le Organizzazioni internazionali a Ginevra. Il sospetto, circolato tra gli analisti di questioni asiatiche, era che l'Italia, in quanto paese firmatario della Via della Seta, avesse deciso di non prendere una posizione su una questione molto delicata per Pechino.
Invece secondo la Farnesina l'adesione verbale di Cornado sarebbe arrivata venerdì, durante l'ultimo giorno della 4lesima sessione del Consiglio dei Diritti umani, che si è svolto dal 24 giugno al 12 luglio. Probabilmente, oltre all'Italia, anche altri paesi hanno aderito successivamente alla lettera, ma per saperlo bisognerà aspettarne la pubblicazione. Non lo ha fatto e non lo farà l'America, che lo scorso anno è uscita dal Consiglio accusando l'istituzione dell'Onu con base a Ginevra di "ipocrisia" sui diritti umani.
Nella lettera, destinata al presidente del Consiglio Coly Seck e all'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, gli ambasciatori dei paesi firmatari esprimono "preoccupazione" per le "detenzioni arbitrarie", per la sorveglianza di massa e le restrizioni che "colpiscono particolarmente gli uiguri e altre minoranze nello Xinjiang, in Cina". Si chiede poi alla Cina di cooperare con il Consiglio per ristabilire la promozione e la protezione dei diritti umani, e che la lettera venga pubblicata tra i documenti ufficiali della sessione del Consiglio. È una mossa importante, un'iniziativa "senza precedenti", scrive Reuters, anche se, secondo i diplomatici ascoltati da Reuters, "non è stata presentata alcuna dichiarazione formale al Consiglio né è stata proposta una risoluzione da mettere ai voti perché il timore è quello di una reazione politica ed economica da parte della Cina".
Alcune reazioni in effetti ci sono state. Oltre alle critiche del ministero degli Esteri di Pechino (compreso uno scontro a insulti via Twitter tra Susan Rice, ex consigliere per la Sicurezza nazionale dell'Amministrazione Obama, e il viceambasciatore cinese in Pakistan Zhao Lijian) venerdì gli ambasciatori di 37 paesi dall'Asia fino al medio oriente hanno firmato una contro-lettera in cui lodano le attività cinesi nello Xinjiang e il "contributo della Cina alla causa internazionale dei diritti umani". Secondo la versione di Pechino, quelli dello Xinjiang sono "campi di rieducazione" dove si combatte l'estremismo islamico.
Tra i paesi firmatari ci sono il Pakistan, l'Arabia Saudita - a maggioranza musulmana - ma anche Russia, Corea del nord, Venezuela, Cuba e molti paesi africani. Come spesso accade nei luoghi simbolo della cooperazione e del multilateralismo, emergono anche le contraddizioni di certe istituzioni. Per esempio, durante l'ultimo giorno di assemblea, il Consiglio ha approvato una risoluzione proposta dalla Cina chiamata: "Il contributo dello sviluppo finalizzato al godimento di tutti i diritti umani", che "riafferma la necessità da parte della comunità internazionale di trattare i diritti umani a livello globale in modo equo", ha scritto Xinhua. 1125 giugno l'assemblea ha ospitato Ai erken Tuniyazi, vicegovernatore dello Xinjiang, che ha parlato dei "centri di rieducazione" nella sua regione.
La Cina è uno dei 47 membri del Consiglio per i Diritti umani, che ha il potere di votare risoluzioni, e può commissionare indagini e avviare inchieste. I paesi membri sono eletti ogni tre anni dall'Assemblea generale dell'Onu con scrutinio segreto. L'Italia è entrata nel Consiglio per la terza volta nel gennaio del 2019 e ci resterà fino al 2022. La Cina finisce il suo triennio alla fine del 2019.
La Repubblica, 16 luglio 2019
Restauri, autostrade, voli per l'Europa. Un imponente programma di sviluppo del turismo voluto da Pechino per la sua regione a prevalente cultura musulmana. Ma dietro agli edifici storici tirati a lucido, palazzoni che ospitano "scuole di rieducazione", in altre parole campi di internamento per la popolazione di antica origine turca.
Da poco è stato inaugurato un nuovo volo che da Vienna collegherà direttamente la città di Urumqi nella speranza, per i cinesi, di aprire le rotte turistiche anche agli europei (per ora il 40% dei visitatori sono solo locali) ma al contempo, sostiene l'Afp, è necessario che i viaggiatori vengano a conoscenza di ciò che è tenuto nascosto per esempio poco fuori Kashgar, un'antica città della Via della Seta. Qui i venditori di cibo commerciano frutta, spiedini, i piccoli giocano nelle strade e tutto sembra "ordinario" ma poliziotti armati e posti di controllo frequenti ricordano i conflitti interetnici nell'area.
Gli affari sono cresciuti costantemente nel corso degli anni sopratutto perché "lo Xinjiang è ora stabile" ha spiegato all'Afp Wu Yali, che gestisce un'agenzia di viaggi nella regione. Gli stessi turisti "si adattano agli elevati livelli di sicurezza dopo pochi giorni". Ai viaggiatori viene chiaramente impedito di entrare o avvicinarsi ai campi di rieducazione. Le strutture sono recintate, costantemente sorvegliate e ben protette: i giornalisti francesi, durante un viaggio di una settimana nella regione, raccontano di essere stati continuamente respinti mentre cercavano di avvicinarsi ai campi.
A domande sulla situazione la Cina continua a rispondere che le strutture sono "centri di formazione professionale" dove i "tirocinanti" di lingua turca imparano il mandarino e le capacità lavorative ma osservatori internazionali temono che nei centri vengano sfruttati donne e uomini per creare forza lavoro a bassissimo costo.
"Per un turista che va e viaggia per un percorso prestabilito tutto sembra bello" sostiene Rachel Harris, esperta di cultura e musica uigura presso la Scuola di Studi Orientali e Africani dell'Università di Londra. "La violenza che viene inflitta a uiguri e musulmani... è stata resa invisibile. È tutto molto tranquillo perché c'è un regime di terrore che viene imposto alla popolazione locale" sostiene duramente. In tutto ciò il governo continua ad accrescere le sue ambizioni per trasformare lo Xinjiang in una meta dalla forte attrattiva turistica, puntano su investimenti milionari e avvalendosi di pacchetti turistici che presentano le diverse bellezze naturali e culturali patrimonio dell'umanità Unesco. Offrono perfino esperienze "etniche" legate a danza e visite nei luoghi degli uiguri.
"La cultura uigura si riduce al solo canto e danza" ha dichiarato all'Afp Josh Summers, un americano che ha vissuto nello Xinjiang per oltre un decennio e ha scritto guide di viaggio per la regione. "Ciò che mi rende triste è che ci sono solo parti molto specifiche della cultura uigura che vengono mantenute a causa del turismo". A livello internazionale crescono inoltre le preoccupazioni per i leader culturali della comunità uigura scomparsi e che potrebbero essere stati detenuti, per l'ostracismo da parte della Cina per le tradizioni musulmane in quell'area e per il possibile utilizzo di test nucleari nella zona in passato. Informazioni che - secondo il reportage - i futuri turisti dello Xinjiang dovrebbero poter avere prima di decidere di partire.
di Alessio Martino
diritticomparati.it, 15 luglio 2019
Brevi osservazioni sulla sentenza Viola c. Italia. Nel mese di giugno 2019 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha per la prima volta sottoposto al proprio vaglio la disciplina dell'ergastolo c.d. "ostativo" disciplinato dall'art. 4bis dell'Ordinamento Penitenziario.
di Cristina Nadotti
La Repubblica, 15 luglio 2019
"Conto che la legge "Codice rosso" sia approvata già in settimana, i fatti di Savona mostrano quanto un nuovo intervento sia importante". La ministra leghista Giulia Bongiorno è sempre disponibile a parlare di femminicidi perché, sottolinea, "non sa quante persone mi dicono di aver trovato la forza di denunciare dopo aver letto un articolo o visto la tv".
di Renato Mannheimer
Il Giornale, 15 luglio 2019
Per il 43% meglio un innocente in galera che un colpevole fuori: colpa del crescente rancore sociale. "Meglio un colpevole fuori dalla galera che un innocente dentro". È un detto comune e l'idea corrente, spesso anche tra gli stessi magistrati, è che non si possa che convenire, al fine di evitare i tanti errori giudiziari di cui leggiamo sui giornali.
di Milena Gabanelli e Mario Gerevini
Corriere della Sera, 15 luglio 2019
Il materiale è ad altissimo tasso di riservatezza. Parliamo delle intercettazioni disposte dall'autorità giudiziaria: strumento alla base di indagini penali sui reati più gravi e arma fondamentale nelle inchieste di mafia, terrorismo, corruzione. Da esse può dipendere la sicurezza dello Stato, la garanzia delle istituzioni, la vita delle persone.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 15 luglio 2019
Se con la "legge spazza-corrotti" del 3 gennaio 2019, l'anticorruzione scommette sul whistleblowing, la procedura telematica di segnalazione anonima del dipendente pubblico di illeciti o irregolarità all'interno della p.a. a cui appartiene, anche il Ministero della giustizia ci sta pensando. Bocche cucite all'ufficio legislativo del dicastero di Alfonso Bonafede dove l'intervento legislativo è ancora in via di definizione.
di Alfredo Mantovano
Tempi, 15 luglio 2019
Non basterà mettere una pezza sullo scandalo del Csm per restituire alle toghe la credibilità che hanno dissipato. L'esecutivo e i rappresentanti dei cittadini si sveglino dal sonno stregato. Anche il non fare è una scelta.
Esaurita la parte del vocabolario che contiene le parole altisonanti, disperse nel vento le grida di dolore, dissipata l'ipocrita meraviglia per ciò che tutti sapevano e a cui in tanti partecipavano, è passata la parola d'ordine di procedere "evitando le buche più dure", come cantava Lucio Battisti: non è successo niente.
Al Consiglio superiore della magistratura (Csm) nella fascia dei consiglieri eletti fra i giudici di merito i primi dei non eletti sono già subentrati ai dimissionari, mentre per la fascia dei pubblici ministeri il capo dello Stato ha indetto le elezioni suppletive: inevitabili visto che un anno fa le 4 correnti avevano indicato 4 candidati - uno a testa - per i 4 posti disponibili (rappresentazione plastica di lottizzazione), sì che alle dimissioni di due di loro non è potuto subentrare nessuno. E, pur se i media sono rapidamente passati ad altro, al momento in cui scrivo 5 su 16 componenti togati del Csm sono dimissionari o "autosospesi" (due fra essi già sostituiti), il vicepresidente si asterrà dai lavori della sezione disciplinare del Consiglio quando esaminerà la posizione di taluno dei magistrati coinvolti, le pratiche più delicate sono ferme: è come se alla Camera si fossero dimessi 200 deputati, al Senato 100 senatori, il presidente dell'una o dell'altro non si recasse all'ufficio di presidenza, e le leggi più importanti restassero congelate in commissione.
In una situazione del genere, il Parlamento verrebbe sciolto senza incertezze e sarebbero indette nuove elezioni. Perché non accade lo stesso col Csm? Si risponde che il nuovo Consiglio verrebbe votato col sistema elettorale attuale, col rischio di dare continuità al correntismo: come se per fare una legge di elezione di 16 consiglieri togati siano necessari anni di lavoro parlamentare. E come se la questione più importante sia il sistema di voto del Csm: rilevante, certo, ma secondario rispetto ai problemi della magistratura italiana, la cui soluzione esige misure più ampie, articolate e coraggiose.
Mentre il dibattito mediatico si trastulla in disamine sulle norme migliori per votare il Csm, spaziando dal sorteggio all'uninominale, dall'estensione dei collegi alla rotazione nella carica consiliare, la magistratura è attraversata da una serie senza precedenti di arresti e indagini con gravi accuse a carico di propri appartenenti, da Torino a Trani, da Lecce a Palermo, da Gela a Roma: al di là delle specifiche vicende, per ciascuna delle quali vale la presunzione di non colpevolezza degli imputati, l'insieme dà l'idea di un preoccupante abbassamento di tenuta etica. L'abuso del pubblico ludibrio L'entità considerevole degli indennizzi che lo Stato paga per l'ingiusta detenzione, insieme col numero di procedimenti, anche per delitti gravi, che si concludono con la prescrizione, denuncia che l'abbassamento del livello interessa pure il piano della professionalità.
Prosegue indisturbata la prassi di non pochi gip di disporre provvedimenti di privazione della libertà recependo acriticamente le richieste del pm, spesso riportate fra virgolette e tendenzialmente coincidenti con l'intera ordinanza restrittiva: mostrando così nel modo più evidente l'assenza della necessaria autonoma valutazione. Prosegue impunita la prassi di non pochi pm di depositare nelle redazioni dei media di riferimento - magari a rate - estrapolazioni di trascrizioni di intercettazioni, telefoniche o ambientali: sicuramente distruggono la reputazione - e quindi la vita - dei soggetti interessati pur se costoro sono prosciolti, o addirittura archiviati; la sanzione mediatica surroga quella pena che la giurisdizione non è stata in grado di comminare per assenza di prove.
L'uso a strascico, di recente introdotto, di strumenti di captazíone come il trojan aumenta, se possibile, l'invasione di sfere estranee al diritto penale, mentre accentua la sottoposizione del captato al ludibrio pubblico, spesso senza difesa. I posti direttivi, quand'anche non siano attribuiti in conformità all'appartenenza correntizia, comunque rispondono al criterio secondo cui scrivere le sentenze migliori è la garanzia per guidare un ufficio giudiziario; non va bene: con la stessa logica il sovrintendente alla Scala dovrebbe essere nominato non tra i migliori manager con ovvia competenza musicale, ma fra i migliori tenori.
Ma quel che è illogico per il teatro diventa logico nel palazzo di giustizia. L'accesso alla funzione di magistrato continua attraverso un concorso che valuta - con una certa dose di alea - esclusivamente la preparazione, non però il rendimento, né l'equilibrio e la tenuta fisiopsichica in quelle condizioni di stress che caratterizzano il lavoro del giudice; questi parametri non sono particolarmente incisivi nemmeno nella verifica della progressione in carriera. Il massimo della mortificazione L'elenco è ben più lungo: qualcuno è convinto che basta cambiare le regolette di elezione dei togati al Csm per affrontare anche solo una parte delle voci appena accennate?
Quanto fin qui riassunto condiziona e amareggia il lavoro quotidiano dei magistrati onesti e capaci, sempre più insoddisfatti dei meccanismi di attribuzione dei posti direttivi, degli avanzamenti in carriera, della gestione della formazione, del giudizio disciplinare del Csm, e del peso delle correnti. Non ci si attenda che dall'interno qualcuno esca allo scoperto finché è in servizio: la denuncia dei mali interni della magistratura capita con maggiore frequenza quando i giudici vanno in pensione, cioè quando è gratis, prima si rischia sulla propria pelle.
Non significa però che quegli ingranaggi siano apprezzati e condivisi dai più: il massimo della mortificazione per un magistrato è sentire chi, a fronte di un processo importante, chiede a quale corrente appartiene il giudice chiamato a decidere. Competenza e professionalità non sono più percepite come prevalenti per l'esercizio di una funzione così complicata e difficile, e questo non rende agevole il lavoro.
Se l'incantesimo malefico non può essere rotto dall'interno della magistratura, tuttavia una iniziativa politica seria e decisa di riforma sulle questioni prima enunciate, del governo, del Parlamento, o di entrambi, potrebbe incontrare nel corpo giudiziario cauta condivisione, e magari pure collaborazione per far sì che le eventuali riforme fruiscano dei suggerimenti di chi conosce quel mondo dal di dentro.
La politica oggi non può continuare ad assistere dalla tribuna a una partita della quale è soggetto essenziale, perché responsabile verso il popolo dell'amministrazione della giustizia. Poiché pure il non fare è una scelta, non fare oggi significa avallare, insieme col silenzio caduto sulla questione magistratura, la non soluzione dei problemi che quel silenzio porta con sé.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 luglio 2019
Quando Silvio Berlusconi, era il settembre 2003, in un'intervista alla rivista inglese The Spectator, li definì "mentalmente disturbati" e il suo Guardasigilli, il leghista Roberto Castelli, ipotizzò dei test psicoattitudinali per verificare se davvero chi voleva fare il giudice fosse un po' matto, fu l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a smentire con nettezza sia l'uno sia l'altro.
Disse quello che allora molti italiani pensavano: "I cittadini hanno fiducia nei magistrati". E perfino gli psicologi reagirono giudicando cervellotica la sola ipotesi. Sedici anni dopo un silenzio profondo, anche a sinistra, accoglie la proposta dell'attuale ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede di M5S, di prevedere il parere di "uno psicologo di comprovata professionalità allo scopo di valutare il parametro dell'equilibrio del magistrato in funzione della sua valutazione di professionalità".
Non si tratta di una barzelletta, né tantomeno di una fake news. Basta leggere l'articolo 27, alla lettera "d", del disegno di legge sulla riforma della giustizia che il Guardasigilli ha inviato venerdì a Palazzo Chigi per il prossimo consiglio dei ministri. Tra le nuove regole imposte al Csm per valutare i magistrati in vista di possibili salti di carriera e aumenti di stipendio, ecco "lo psicologo".
Che dovrà essere "di comprovata professionalità", anche se non è ben chiaro in base a quali parametri. Per grazia del ministro, alla toga dovranno essere "assicurate adeguate garanzie". Uno psicologo di parte, forse c'è da supporre. Magari per controbattere il giudizio negativo con una controperizia. Se questo è il fatto - "carta canta" avrebbe detto Antonio Di Pietro - a lasciare stupefatti è la totale assenza di reazioni.
Quasi che la magistratura stessa si senta in colpa per gli ultimi, e gravissimi, episodi di corruzione, e abbia paura che una sua protesta possa accentuare la sua posizione oggettivamente critica. Anche se, va ricordato, sono stati altri magistrati a scoprire quei fatti. Ma cosa sarebbe accaduto se la stessa ipotesi di utilizzare uno psicologo - cosa mai avvenuta ovviamente - fosse stata fatta per selezionare il titolare di un importante incarico pubblico?
Sicuramente ne sarebbe nata una bagarre. Invece se il Guardasigilli - di certo sollecitato dalla Lega, visto che a marzo il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno aveva parlato di "test psicoattitudinali" per le toghe - pensa di far scegliere il capo di un'importante procura italiana dopo aver verificato la salute mentale dei concorrenti, tutti stanno zitti. Giudici compresi, che pure contro Berlusconi e contro gli strali dell'ex presidente Cossiga, avevano fatto i "matti".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 15 luglio 2019
Tra arretrati, carichi di lavoro ipertrofici e il rischio di paralisi dell'attività, che cosa dicono i magistrati sul falso dogma dell'obbligatorietà dell'azione penale? Le falle nel sistema giudiziario e le scelte discrezionali nei fatti. Un girotondo. C'è ancora qualcuno che crede nell'obbligatorietà dell'azione penale?
Il principio è bellissimo, per carità, ma nell'amministrazione concreta della giustizia esso si conferma, ogni giorno, impossibile da realizzare. Unfeasible, direbbero gli inglesi. Con una lettera al Foglio, l'ex procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati ha rotto gli indugi: "Difendere il principio per la sua valenza di garanzia impone di affrontare il tema delle scelte discrezionali del pm che la prassi comporta. Problemi complessi non hanno soluzioni semplici".
Detta in altri termini, se il principio inscritto nell'articolo 112 della Costituzione viene brandito come un "atto di fede", esso diventa sì un falso dogma. A ben vedere, la posizione critica è sempre più condivisa tra i magistrati che, dovendo fronteggiare un carico di lavoro ipertrofico, fanno i conti con la triste realtà di un arretrato che non arretra e dell'impossibilità materiale di perseguire ogni notizia di reato con la medesima tempestività ed efficacia.
Il magistrato è obbligato a compiere scelte discrezionali, pena la paralisi. "Il principio, nei fatti, è già superato - dichiara al Foglio il procuratore aggiunto di Venezia Stefano Ancilotto -. Con una procura sepolta da milioni di fascicoli, il pm finisce per scegliere autonomamente quali reati perseguire e quali no. I procuratori generali e il Csm trasmettono le tabelle di priorità, è vero, ma spesso la genericità delle indicazioni fornite e la specificità dei singoli casi da affrontare fanno sì che ognuno si regoli un po' come vuole, in modo discrezionale.
Le faccio un esempio: se giunge sulla scrivania la notizia di un reato bagatellare che però coinvolge una personalità pubblica, probabilmente quel fascicolo avrà una corsia preferenziale". Bruti Liberati evidenzia i momenti in cui la discrezionalità del pm si fa più marcata: l'iscrizione nel registro degli indagati, per esempio. "Mi rallegra che anche lui abbracci finalmente questa posizione: com'è noto, Magistratura democratica ha sempre considerato l'azione penale obbligatoria alla stregua di un dogma infallibile. Venendo al merito, il pm, in taluni casi, posticipa l'iscrizione non per qualche oscura ragione ma perché magari sussistono solo sospetti e non elementi integranti un reato".
Il risultato è un sistema a macchia di leopardo: procura che vai giustizia che trovi. "Io ritengo che in un sistema riformato dovrebbe essere il Parlamento, culla della sovranità popolare, a fissare le priorità di politica giudiziaria, non il Csm". Ricapitolando: l'obbligatorietà dell'azione penale, nella prassi, è già disattesa per manifesta impossibilità. Intanto i 2 mila magistrati requirenti - una minoranza sui circa 9 mila togati italiani - esercitano ampia discrezionalità. Non c'è da stupirsi poi se la gente pensa che sia meglio avere un pm amico che un giudice amico.
"I pm di primo grado, incaricati di seguire le delicate fasi delle indagini, sono ancor meno di duemila, eppure godono di maggiore visibilità, sono quelli che si mettono di più in vista. Una volta si diceva che la procura di Roma vale come un ministero. Il motivo è semplice: il pm controlla l'azione penale, esercita un ruolo superiore.
Se le chiedo i nomi di magistrati eccellenti, sia in positivo che in negativo, le verranno in mente soltanto dei pm. Accade così pure negli Stati Uniti dove tutti ricordano Rudolph Giuliani: non è un bene o un male, è semplicemente l'effetto del processo accusatorio che ha posto al centro del procedimento il pm attaccante, non un modesto centrocampista". Nel 2017 il Csm, con l'allora vicepresidente Giovanni Legnini, emana una circolare sulle priorità investigative e l'obbligatorietà dell'azione penale riconoscendo pubblicamente l'ipocrisia di un sistema che, da un lato porge un ossequio formale al suddetto principio costituzionale, e dall'altro esercita quotidianamente il suo contrario. "In realtà, si tratta di un principio attenuato, già oggi disatteso nella sostanza - dichiara al Foglio Legnini che oggi è consigliere regionale in Abruzzo -. Con quella circolare esso fu disciplinato, per la prima volta in assoluto, in un atto consiliare".
Un'azione obbligatoria, dunque, nella misura in cui ciò sia "sostenibile" a fronte di un "carico di lavoro spesso poco gestibile e magmatico, sproporzionato rispetto alle risorse e alle esigibili risposte di giustizia che possono fornirsi all'utente, con conseguente esposizione alle valutazioni disciplinari e di professionalità".
"Il provvedimento del dirigente dell'ufficio in materia di 'priorità' - si legge nella circolare del Csm - sarà strumento di orientamento del lavoro del singolo, del quale il Consiglio potrà tener conto sia in materia di valutazione di professionalità del singolo magistrato (con particolare riferimento al rapporto fra quantità e qualità degli affari trattati), che in occasione della conferma o della nuova nomina ad altro incarico del dirigente".
Nello stesso documento di Palazzo dei Marescialli, si ribadisce che "scelte di priorità sono immanenti nel precipuo esplicarsi del potere di organizzazione del procuratore della Repubblica, attraverso la discrezionale distribuzione delle risorse umane e tecnologiche, il concreto impiego della polizia giudiziaria, la declinazione del principio di semispecializzazione attraverso la creazione di gruppi di lavoro, l'emanazione di direttive in materia di protocolli investigativi, la creazione di strutture di trattazione centralizzata degli affari, l'indirizzo per l'utilizzazione massiva di riti alternativi come il decreto penale di condanna, e dunque a prescindere dalla eventuale enunciazione di un catalogo di reati prioritari, intesi in astratto o attraverso concorrenti metodi selettivi".
Rifugge dall'ipocrisia il procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato: "A mio giudizio, il principio va mantenuto perché è posto a garanzia dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Tuttavia, la sua applicazione, nella prassi, è assai limitata: siamo inondati da una mole enorme di notizie di reato, anche grazie alla tendenza del legislatore alla panpenalizzazione. Ogni fatto sociale, oggigiorno, è affiancato da un reato di nuovo conio che, a sua volta, genera una moltitudine di procedimenti.
Per prima cosa, dunque, sarebbe auspicabile un serio programma di depenalizzazioni". D'accordo, questo è compito della politica, ma nel frattempo l'azione penale è obbligatoria secondo un parametro di "sostenibilità", diciamo così. "Il nostro compito è fornire una risposta adeguata alla domanda di giustizia che proviene dai cittadini, a tale scopo servono norme chiare e responsabilità organizzativa. Io mi sono sempre attenuto alla seguente regola: reati diversi seguono modalità organizzative differenziate.
I reati bagatellari o, comunque, a minore allarme sociale, per esempio, sono destinati a una modalità routinaria, mentre nei casi ove manchino i presupposti per la sostenibilità dell'accusa in giudizio è bene procedere rapidamente all'archiviazione, senza tirarla per le lunghe. Nel momento dell'iscrizione della notitia criminis nell'apposito registro, il pm deve decidere se impiegare il modello 45 (degli atti non costituenti notizie di reato), il modello 44 (delle notizie di reato a carico di persone ignote) o il modello 21 (a carico di persone note); questa scelta, che è fondamentale perché, a far data dalla iscrizione, decorrono i termini per le indagini preliminari, è carica di conseguenze sulle fasi successive.
La formula del cosiddetto 'atto dovuto' è spesso un alibi per coprire uno scarico di responsabilità. Assistiamo così a processi per reati colposi con un numero sproporzionato di indagati rispetto al risultato finale: in questi casi la procura ha operato delle scelte scorrette ab origine". Chi dovrebbe fissare le priorità: il pm o il Parlamento? "Che sia il singolo procuratore, con le proprie determinazioni, a individuare i reati a trattazione privilegiata, mi sembra inopportuno. Nella mia esperienza, io mi attengo esclusivamente alle linee diramate dal Csm e ai criteri di priorità che trovano una copertura nella legge primaria, del resto in diversi casi è il legislatore a prevedere delle corsie preferenziali per talune fattispecie criminose.
Per l'omicidio stradale, per esempio, il legislatore fissa termini ravvicinati per l'esercizio dell'azione penale". Bruti Liberati, nella sua lettera, si sofferma anche sull'invio dell'informazione di garanzia. "L'ex procuratore ha ragione quando sostiene che la trasmissione di un atto, posto a tutela dell'indagato, rischia talvolta di trasformarsi in un boomerang se rende pubblica l'indagine nei confronti di una persona destinata all'archiviazione. Alcuni strumenti di garanzia, per paradosso, appesantiscono il fascicolo di adempimenti inutili, a scapito dell'indagato che dovrebbero invece tutelare".
"Mi fanno rabbia le scorciatoie", dichiara al Foglio Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, con i toni spicci che sono diventati il marchio di fabbrica del pm anti-'ndrangheta. "Prima di riformare l'obbligatorietà dell'azione penale, esistono altre urgenze che eliminerebbero il problema alla radice". Quali? "Informatizzazione del processo e degli uffici giudiziari. Se applicassimo la tecnologia più innovativa disponibile nel 2019, lo spaventoso arretrato odierno scomparirebbe in un battibaleno. Invece sento dire che questo non si può fare, quest'altro neanche, quest'altro ridurrebbe le garanzie, come se l'informatica fosse il diavolo. I bambini, al giorno d'oggi, stanno in culla con lo smartphone in mano e la connessione Internet. Nessuno si domanda perché certi fascicoli attendono quattro anni sulla scrivania di un pm e poi altri sei nell'ufficio del gup o del giudice di primo grado.
È davvero necessaria per il buon andamento della pubblica amministrazione questa pletora di magistrati fuori ruolo? Se qualcuno di loro rientrasse in servizio, a pieno regime, un po' del carico pendente sarebbe abbattuto. L'ex ministro della Giustizia Paola Severino si è intestata una riforma importante della geografia giudiziaria con la chiusura dei cosiddetti "tribunalini", io sono favorevole a proseguire l'opera di accorpamento". L'attuale guardasigilli, Alfonso Bonafede, è di avviso opposto: dice che con gli uffici di prossimità la giustizia è "sotto casa". "Conosco la sua opinione e gli ho espresso personalmente il mio disaccordo - replica Gratteri - Francamente stento a credere che questo esecutivo sia in grado di fare una seria riforma della giustizia".
La discrezionalità di cui gode oggi il pm non rischia di essere eccessiva? "Se il pm deve agire per automatismi, allora è meglio utilizzare un computer, costa meno. Noi dobbiamo mettere i magistrati nelle condizioni di svolgere il mestiere per cui hanno vinto il concorso. La discrezionalità c'è ma non è senza limiti. Di norma, si dà la precedenza ai fascicoli con persone agli arresti o ai reati di maggiore allarme sociale. In presenza di omicidi o stupri, il furto in appartamento passa in secondo piano.
Nella vita ci vuole un po' di buon senso: il capo dell'ufficio svolge una funzione d'indirizzo e controllo, deve applicare le norme e usare la testa per essere un buon direttore d'orchestra. Bisogna rassegnarsi a trascorrere le giornate in ufficio, dalle otto del mattino alle otto di sera, solo così si rimane sul pezzo". Il suo è un accenno polemico verso i lavativi? "Esistono anche in magistratura, come in ogni categoria".
Per il sostituto procuratore di Roma Mario Palazzi "se vuoi ridurre il traffico su una strada intasata di auto, non otterrai il risultato varando una legge che fissa l'obbligo di viaggiare a ottanta chilometri orari, piuttosto dovrai allargare la carreggiata e aggiungere una corsia". Metafora di viabilità per dire che, se l'effettiva obbligatorietà dell'azione penale resta un miraggio, ciò è dovuto, in primo luogo, all'eccessivo carico di lavoro. "Bruti Liberati - spiega Palazzi - pone un problema ineludibile che paragonerei a un imbuto".
In che senso? "Se a Trento sono ultra efficienti, è perché possono contare su risorse e strutture adeguate. Se noi, a piazzale Clodio, dobbiamo fronteggiare continui 'imbuti', è perché le scrivanie sono invase da troppi fascicoli, e di depenalizzazioni non si parla, anzi esiste ormai un "diritto penale simbolico", panacea di ogni male. L'idea che va per la maggiore è che così si possano risolvere i problemi, facendo la faccia feroce, inventando nuovi reati.
La verità è che il nostro è un sistema penale autoreferente, ripiegato su se stesso, che applica un unico rito, quello accusatorio, sia a un episodio bagatellare che a un omicidio plurimo. Molte condotte illecite andrebbero affrontate fuori dal circuito penale oppure destinate a un rito speciale". Esistono già i riti alternativi a scopo deflattivo. "Ma se mantieni invariati personale, risorse, il tetto di udienze possibili, il risultato non cambia, e neppure i tempi. Così l'orizzonte dell'imputato diventa la prescrizione, e il difensore persegue un'aspettativa legittima che certifica il fallimento del sistema".
Chi deve fissare le priorità di politica giudiziaria? "Decidano pure le procure purché ciò avvenga in modo trasparente, tenendo conto del contesto in cui si opera. Voglio dire: il terrorismo rappresentava un'emergenza negli anni Settanta, oggi non più. Milano è diversa da Reggio Calabria".
L'obbligatorietà è un principio assolutamente irrinunciabile per Fabio Roia, presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano: "Il senso profondo del principio costituzionale è che il giudice terzo controlla l'operato del pm. Il pubblico ministero gode di ampi margini di discrezionalità, è vero, ma non nell'esercizio dell'azione penale (dove è sempre sottoposto al controllo giurisdizionale), bensì nei tempi di esercizio della stessa.
È una questione annosa, legata all'ipertrofia della fase investigativa e all'enorme mole delle notizie di reato con cui dobbiamo fare i conti. Tuttavia, già oggi, il legislatore può prevedere dei canali prioritari per certe categorie di reato: il Codice rosso, di recente approvazione, per esempio, fissa una corsia preferenziale per i casi di violenza contro le donne".
Per Guido Salvini, giudice della prima sezione del Tribunale di Milano, la questione è ben più complessa perché il buon senso non è sempre l'unico criterio a guidare l'azione togata: "Conosco pm che danno l'anima su processi dotati di eco mediatica e magari politica, e poi abbandonano quelli che coinvolgono cittadini comuni. Oggi la scelta è totalmente discrezionale a causa della mole di notizie di reato. Io sono favorevole all'autonomia delle procure purché essa si fondi su criteri ostensibili, trasparenti, pubblici".
Insomma, il principio di obbligatorietà è desueto? "Io ne riformulerei il significato: non l'obbligo di celebrare tutti i processi, il che è irrealistico, ma piuttosto quello di trattare i processi minori, che riguardano i signor nessuno, con il medesimo impegno profuso nelle indagini mediaticamente fragorose, quelle che danno lustro e fama ai procuratori che fanno gara per accaparrarseli". Quando si dice, la sincerità.
- Medhanie, espulso o rifugiato?
- Calabria: sovraffollamento nelle carceri, maglia nera a Castrovillari, Cosenza e Reggio
- Puglia: al via i bandi dei Garanti regionali per aiutare i figli dei detenuti
- Reggio Calabria: donne vittime di violenza, il Comune di assegna due beni confiscati
- Il dossier italiano sui migranti









