di Nicola Vanni
livornotoday.it, 17 luglio 2019
Mazzerbo: "I problemi dell'isola sono altri". Il Sindacato di Polizia penitenziaria contro la disposizione del direttore Mazzerbo: "Non c'è una tabella di consegna che indichi i compiti dei poliziotti". La replica: "Per gli agenti non cambia niente, piuttosto pensiamo a rilanciare l'isola"
Funzionava così 30 anni fa, quando tutte le domeniche i detenuti del carcere di Gorgona venivano portati a fare il bagno in una caletta impervia dell'isola. Poi, dal 2010, anche quel tipo di attività ricreativa, così come altre, fu sospesa. Adesso, da sabato 13 luglio, su disposizione del direttore del penitenziario, Carlo Mazzerbo, la popolazione carceraria potrà tornare a tuffarsi nelle acque di Cala Martina, per un'ora e mezzo al giorno, dalle 9.30 alle 11.
Una disposizione che, "senza entrare nel merito delle scelte operate dalla direzione per quanto attiene alle attività trattamentali in favore dei detenuti", viene contestata dal Sappe (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) con tanto di lettera protocollata e firmata dal segretario, Donato Capece, nella quale si chiede al ministero della giustizia, Alfonso Bonafede, l'immediata sospensione del provvedimento.
Secondo il Sappe, a mancare è la regolamentazione di un "posto di servizio" che, come da normativa del corpo di polizia penitenziaria, imporrebbe una "tabella di consegna" con indicati i compiti e le mansioni degli agenti in servizio. Una mancanza che, per Capece, impone una serie di interrogativi: "In quali condizioni il poliziotto dovrà svolgere tale servizio - argomenta il sindacato - dovrà sostare in piedi per un'ora e trenta esposto alle intemperie? Quali indumenti dovrà indossare? Anche il poliziotto potrà indossare pinne, boccaio ed occhiali?". "E ancora, dovrà intervenire in caso un bagnante-detenuto sia colto da malanno o peggio ancora tenti una seppure improbabile fuga? Sarà impiegato solo eventuale personale in possesso della qualifica di assistente bagnante? Sarà sollevato da ogni responsabilità sia penale che disciplinare in caso di qualsivoglia evento critico?".
"Il tutto - conclude il Sappe - senza tenere di conto che, a causa del ridimensionamento del servizio navale del corpo, la costa di Cala Martina non è più presidiata dalle motovedette della polizia penitenziaria e che, negli specchi d'acqua antistanti l'isola, vige tutt'ora il divieto di balneazione".
Polemiche che il direttore della casa circondariale di Livorno, Carlo Mazzerbo, ritiene fini a se stesse. "Non capisco queste polemiche, mi sembrano pretestuose - spiega Mazzerbo. È un servizio che sull'isola esiste da 30 anni, tra l'altro prima questa specifica attività trattamentale veniva svolta in una zona ancora più impervia. Adesso la strada di accesso è stata liberata e ripulita, non esistono problemi per gli agenti che devono svolgere un servizio di controllo e vigilanza così come ce ne sono altri".
E allora il perché di tutte queste polemiche? "Ho letto di agenti che dovranno fare i bagnini - continua il direttore - ma non è assolutamente così. E per i detenuti non può essere altro che un'attività ricreativa che, soprattutto per coloro che non hanno un lavoro, può servire almeno in parte ad alleviare il disagio della detenzione".
"Piuttosto - chiude Mazzerbo - i problemi dell'isola e degli agenti penitenziari sono ben altri e decisamente più seri: dalle indennità corrisposte alle case per i poliziotti, fino a un pacchetto completo che rilanci definitivamente la Gorgona". Come qualche anno fa, quando l'isola era considerato un modello sperimentale dal punto di vista giuridico, etico, ambientale, sanitario e zoo-antropologico.
di Ezio Massucco
lavocedialba.it, 17 luglio 2019
Il Garante dei detenuti Prandi scrive al guardasigilli Bonafede. Progetto approvato, fondi stanziati e massima priorità assegnata: allora perché il Ministero della Giustizia non procede ad assegnare l'intervento da 4,5 milioni di euro necessario a riaprire l'intera struttura. C'è il nome del ministro alla Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, in testa alla lista di destinatari della missiva partita oggi da Alba all'indirizzo dei vertici nazionali dello Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap).
A prendere in mano carta e penna, il garante comunale delle persone private della libertà personale Alessandro Prandi, che torna a sollecitare lo stesso ministro e i responsabili del dicastero romano circa l'urgenza di prendere in mano il progetto per la ristrutturazione della Casa di Reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, chiusa dal gennaio 2016 per la contaminazione da legionella che ne interessò gli impianti pochi giorni prima e riaperta soltanto un anno e mezzo dopo, a metà 2017, e solamente per un quarto - 35 posti su 140 - della sua capienza regolamentare.
Come riportato da queste pagine ancora nelle scorse settimane (qui il nostro articolo), nell'unica recente palazzina ora attiva (staccata dal corpo centrale, la sede è quella che in passato aveva ospitato la sezione femminile prima e quella dei collaboratori di giustizia poi) in questo momento trovano ospitalità oltre 50 detenuti, con un tasso di occupazione attestato ora al 143%: valori che fanno di quella albese una delle sedi più sovraffollate d'Italia. Intanto il progetto da 4.5 milioni di euro teoricamente già stanziati per la ristrutturazione del corpo centrale langue.
Dopo le assicurazioni arrivate dallo stesso ministro nel corso della sua visita ad Alba del novembre scorso, gli ultimi riscontri sul tema sono quelli arrivati nel marzo scorso dalla voce del sottosegretario Vittorio Ferraresi, che in sede di question-time alla Camera dei Deputati informava che il progetto era stato approvato, il 20 febbraio, dal Provveditorato Interregionale delle Opere Pubbliche. Circostanza poi confermata nella successiva lettera inviata il 15 maggio scorso dal ministro Bonafede al sindaco di Alba Maurizio Marello (leggi qui), scritto col quale il Guardasigilli confermava lo stanziamento già previsto nel 2018 all'interno del "Programma di edilizia penitenziaria 2019-2021".
Un documento che da una parte confermava il precedente stanziamento, inserendo intanto l'intervento albese tra quelli di "priorità massima". "Verosimilmente l'ultimo atto utile per dar il via all'emissione del bando per l'affidamento dei lavori", rimarca ora Prandi, che rileva però anche come dello stesso bando intanto si continui a non vedere traccia. Cosicché i tempi per la completa riapertura della struttura vanno dilatandosi di mese in mese.
"Quando il bando arriverà - spiegava ancora nei giorni scorsi Prandi al nostro giornale - dovremo poi aggiungere i relativi tempi di affidamento e lavori che non dureranno meno di un anno. Se anche si partisse domani, insomma, per vedere il Montalto interamente riaperto bisogna attendere almeno sino al 2021". Da qui l'iniziativa di un nuovo sollecito al ministro, nella speranza che per compiere l'ultimo miglio verso la riapertura integrale del "Montalto" non si debba attendere un altro lustro.
varesenews.it, 17 luglio 2019
Darwin parlava di evoluzione riferendosi allo spirito di adattamento e l'uomo è diventato quello che è per aver adattato la propria esistenza ai cambiamenti della vita. Così accade che per chi sta in carcere, chiuso dietro alle sbarre, il tempo possa diventare un supplizio. E per questo c'è chi studia, lavora e sogna una nuova vita: chissà che fra i detenuti dei Miogni non si nasconda un cuoco chef capace di stupire una volta saldato il conto con la giustizia. Ecco che dopo il "Mandato di cottura" di Como, e il "Diario dei sapori" di Bollate, a Varese giunge "Assapori(amo) la libertà", il terzo dei laboratori di cucina del progetto "Cucinare al fresco", ovvero una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre.
Autori dell'iniziativa non grandi chef e nemmeno scrittori di professione, ma tre gruppi di detenuti che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food. Una sperimentazione avviata lo scorso anno all'interno dell'Istituto del Bassone di Como, grazie all'allora direttore (oggi a Varese) Carla Santandrea, entrato poi nel carcere di Bollate e ora anche in quello di Varese, in attesa di replicarsi anche in altre strutture lombarde. L'iniziativa è coordinata da Arianna Augustoni e, a Varese, vanta il supporto di Virginio Ambrosini, storico volontario dell'Istituto e anima di moltissimi laboratori di cucina.
Proprio per condividere con l'esterno i sapori e i profumi della cucina, facendolo in modo serrato, oltre ai libri di ricette, il Gruppo di collaboratori ha deciso di lanciare una nuova iniziativa: un magazine che porta lo stesso titolo dell'iniziativa con proposte stagionali. Questa parte del progetto è stata supportata dai Lions Club di Cernobbio e da Alberto Galimberti che, da sempre, è vicino ai ragazzi. Parliamo di 24 pagine di sfiziosità estive che potranno essere facilmente preparate anche da chi ha qualche problema a "vivere" la cucina. L'iniziativa è nata per caso, da una fortuita chiacchierata coi detenuti, una conversazione che in poco tempo ha reso partecipi tutti i presenti e tutti quanti hanno deciso di impegnarsi per "fare qualcosa di buono", sia in cucina che nella vita.
Parole, sapori, profumi, ingredienti sono il "sale della vita", fattori in grado di unire e di sviluppare nuove sensazioni e nuovi bisogni come quello di raccontarsi. Si tratta di una sorta di esperienza di conoscenza e di esternazione dei sentimenti in chiave enogastronomica. Oltre a raccontare la preparazione di ogni piatto, viene spiegato come ci si deve arrabattare per costruire e mettere in pratica una ricetta, con quali strumenti e con dei tempi molto dilazionati, nell'arco della giornata.
Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra dall'esterno, il ricettario e il magazine sono un percorso di vita e di speranza. La cucina, la preparazione di un piatto è un linguaggio che ha accomunato i detenuti del carcere. L'intero ricavato dalla vendita dei magazine e dei libri viene reinvestito per stampare nuove edizioni ricche di sapore.
primonumero.it, 17 luglio 2019
Detenuti attori per una notte, anzi, per tre notti. Torna infatti il Teatro nella casa circondariale di Larino con tre serate aperte al pubblico (previa prenotazione). Gli appuntamenti saranno mercoledì 17, giovedì 18 e sabato 20 luglio alle ore 20.30 quando andranno in scena i detenuti di Alta Sicurezza che hanno preso parte al laboratorio teatrale diretto da Giandomenico Sale e Gisela Fantacuzzi. Dopo l'esperienza dello scorso anno, i detenuti del Carcere larinese si cimentano in una nuova pièce teatrale, Pinocchio Scugnizzo, una rivisitazione del famoso romanzo di Collodi in chiave ironica ma sempre ricca di significato.
"Nel corso del tempo si è sviluppata nei partecipanti una forte motivazione e la volontà di proseguire nel progetto, ampliando le proprie conoscenze e capacità - spiega la direttrice Rosa La Ginestra -. Come prossimo traguardo ci sarà la costituzione di una compagnia stabile all'interno dell'istituto, da affiancare al corso base rivolto a quanti vogliono intraprendere questo percorso per la prima volta". E sulla scelta dell'opera di Collodi, la direttrice dell'Istituto afferma che "le avventure del piccolo burattinaio che vuole diventare bambino ed incontra sulla sua strada cattive compagnie, personaggi equivoci, ma anche buoni consigli su come raggiungere i suoi obiettivi, ben si presta a parafrasare la vita di tanti di quei detenuti che calcheranno le scene. Ed ognuno di loro ha lasciato nel personaggio che recita una parte delle sue esperienze".
Il laboratorio teatrale promosso dalla Casa Circondariale di Larino in collaborazione con Frentania Teatri e l'Ipseoa "Federico di Svevia" nasce con l'intento di dare consapevolezza del proprio io, di creare socializzazione tra i detenuti e iniziare un percorso di inclusione sociale avvicinando il pubblico esterno alla realtà carceraria. "Una possibilità di crescita e di formazione anche per quanti vorranno assistere allo spettacolo sconfiggendo i pregiudizi nei confronti dei detenuti e andando oltre le apparenze e i luoghi comuni". Dopo lo spettacolo ci sarà un buffet con gli "attori". Per info e prenotazioni è possibile contattare il numero 347.0603551.
di Emanuela Sorrentino
Il Mattino, 17 luglio 2019
Nell'ambito di Doppio Sogno, rassegna cinematografica d'autore organizzata da Galleria Toledo e ospitata a Villa Pignatelli, c'è "Il Clan dei Ricciai", ultimo lavoro del regista Pietro Mereu che sarà proiettato in anteprima a Napoli venerdì 19 luglio 2019, alle ore 20.30.
In concorso al premio David di Donatello nel 2018, il documentario narra la storia di Gesuino, Massimo, Simone, Bruno, Andrea e Joe, ex detenuti che scontata la propria pena, trovano nell'attività della pesca dei ricci una possibilità di reinserimento sociale. Sullo sfondo di una Sardegna a tinte forti, lontana dai circuiti turistici, in cui si rivelano scorci di degradazione suburbana dove la violenza è ovunque e la sopraffazione l'unica possibilità per sopravvivere, si snodano le vite di questi uomini sempre al limite fra lecito e illecito, fra la legge precostituita dal "continente" e la giustizia personale.
Con il capo del clan, Gesuino, che parla solo lo slang della mala cagliaritana e grazie alla sua capacità organizzativa ha messo su un piccolo impero di ricciai e buttafuori, con suo fratello Massimo, dal passato ingombrante popolato di auto rubate e una figlia di cui non vuole parlare, con Andrea, iper-tatuato e autolesionista, e con Simone che sogna una barca tutta sua, Pietro Mereu mette insieme e dirige un coro di voci, a volte armoniche e a volte discordanti, riuscendo a sfuggire alla retorica e al facile pietismo, restituendo il suono duro e poetico del popolo sardo.
"Quando ho conosciuto i ricciai avevo in mente una storia sulla malavita, una malavita che scompare, poi cominciando a girare e trovandomi a montare, ho scoperto che avevo davanti una storia di riscatto - racconta il regista.
Persone che non sono perfette o senza sbavature, ma che ogni giorno cercano di togliersi la galera di dosso. I ricci, l'oggetto del loro lavoro, li rappresentano perfettamente: spinosi fuori ma dolci dentro. Per arrivare al cuore dolce bisogna attraversare le spine". L'artista cagliaritano Joe Perrino, autore della colonna sonora del film, trasforma in musica le suggestioni di queste vite al limite, divenendo il legittimo cantastorie di un Clan sui generis, tenuto insieme non da intenti illeciti ma dalla più autentica e disperata voglia di rivalsa.
La proiezione sarà anticipata da un aperitivo offerto da Consorzio di Tutela del Vermentino di Gallura. Sarà presente il regista. A presentare il documentario sarà Aniello Arena, ex detenuto divenuto attore (fra cui Reality e Dogman di Garrone. Con Reality ha vinto anche il Nastro d'Argento).
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Le ultime elezioni europee ma anche quelle amministrative, soprattutto nella fase del ballottaggio, sono state caratterizzate da un forte astensionismo e da una marcata volatilità.Non si tratta di problematiche recenti né tantomeno esclusive dell'Italia essendo comuni a molti dei Paesi maggiormente sviluppati, non soltanto europei. Solo per citare quelli più rappresentativi, si consideri quanto è accaduto in Germania, dove a dispetto della proverbiale stabilità, le elezioni federali e locali hanno prodotto una frantumazione politica senza precedenti. Oppure in Francia, le cui elezioni presidenziali del 2017 sono state contraddistinte dalla evaporazione dei partiti tradizionali, già nel primo turno.
Tuttavia, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei dove vi è stata una maggiore affluenza di votanti, in Italia il fenomeno è in evidente progressivo aumento. Infatti l'astensionismo, inteso nella accezione più ampia comprensiva oltre che dei non partecipanti al voto, anche di coloro che inseriscono nell'urna schede nulle oppure bianche, è stato del 43,7%, addirittura in aumento rispetto al massimo storico delle elezioni omologhe del 2014, nelle quali la percentuale è stata del 41,3%. Al netto della asetticità dei riferimenti percentuali, stiamo parlando di 21,5 milioni circa di persone che non hanno votato. Un dato straordinario se si considera che complessivamente gli elettori italiani sono poco più di 51 milioni.
Anche la volatilità, vale a dire il cambiamento delle preferenze tra una elezione e l'altra, ha raggiunto nell'ultima tornata elettorale i più alti livelli nella storia repubblicana, con la sola eccezione delle votazioni del 1994 nelle quali vi è stato l'azzeramento dei partiti tradizionali. Escludere che vi sia una correlazione tra queste circostanze e la complessa situazione economica e di decadimento sociale che affliggono il Paese, sarebbe un grave errore di sottovalutazione. La politica potrà superare il diffuso giudizio di incapacità ad arginare il disfacimento della propria funzione di raccordo tra il cittadino e le istituzioni, soltanto contrastando la radicata convinzione di marginalità della partecipazione al voto.
L'astensionismo, in modo particolare, ma anche la volatilità delle preferenze politiche, sono i segnali più evidenti del profondo ed irreversibile mutamento culturale in atto. Una lunga traversata del deserto che nei migliori auspici dovrebbe condurci da una prolungata fase storica di autoritarismo, a quella più moderna di autorevolezza.
Facciamo riferimento ad un fenomeno di formazione intellettuale in evoluzione, nel quale troviamo le risposte alla crisi dei corpi intermedi, ma anche a quella dell'istruzione e alla ormai evidente emergenza educativa, che quotidianamente riscontriamo nel logorato rapporto tra insegnanti e studenti. Questioni con una radice comune: il rifiuto dell'impianto strutturale gerarchico fondato sulla ragione della forza. Un modello culturale superato, ma che continuerà a produrre gravi disfunzioni fin quanto non verrà definitivamente sostituito da un altro costruito sull'autorevolezza; vale a dire sulla forza della ragione.
Il riconoscimento di autorevolezza, d'altra parte, è lo snodo decisivo per qualsiasi funzione di responsabilità e comando. Si consideri, prima di altri, il fondamentale ruolo educativo degli insegnanti, dai quali legittimamente si pretende equilibrio e serietà nello svolgimento del loro compito formativo ma, al contempo, non ci si preoccupa di promuovere iniziative, a qualsiasi latitudine, volte alla protezione della dignità del loro lavoro.
Pur tuttavia, la posizione di maggiore rilievo è quella del leader politico. Esserlo, significa, innanzitutto esprimere valori condivisi preoccupandosi di fare piuttosto che apparire, perseguendo il consenso e non la semplice fiducia, sul presupposto che le iniziative di governo sono normalmente impopolari in quanto difficilmente proiettate a produrre vantaggi nel breve e talvolta nel medio termine. Diversamente anche i più importanti trionfi elettorali, avranno carattere temporaneo. Quando le promesse non si realizzeranno, i sostenitori saranno pronti a cambiare opinione e partito, semmai rapiti dal fascino e dalla capacità comunicativa di un nuovo aspirante leader, pronto a colmare le delusioni del precedente. Tutto ciò in barba alla stabilità che i mercati, i partner europei e gli investitori stranieri ci chiedono, senza nascondere che la sfiducia verso il nostro Paese è soprattutto causata dalla incontenibile volatilità.
askanews.it, 17 luglio 2019
Governo impegnato a trasferire da Paesi con pena morte e a informare famiglie. "Garantire i diritti umani fondamentali alle cittadine e cittadini italiani detenuti all'estero. Con il via libera all'unanimità di una risoluzione in merito, la Commissione diritti umani del Senato ha scritto oggi una pagina importante e positiva". Lo ha dichiarato la capogruppo Pd in Commissione diritti umani Valeria Fedeli.
Il testo impegna il governo ad adoperarsi affinché vengano trasferiti i detenuti dai paesi dove è ancora prevista la pena di morte o non operano le guarentigie della normativa europea e a dare loro massima assistenza soprattutto nei primi momenti successivi all'arresto. Ma anche a facilitare le famiglie nell'ottenere informazioni, evidenziare sui siti delle rappresentanze italiane all'estero i numeri da contattare in caso di bisogno e quelli degli avvocati accreditati.
La risoluzione fa anche un esplicito riferimento al caso di Enrico Forti affinché sia esaminata e accolta al più presto possibile la sua richiesta di trasferimento dalla Florida all'Italia. "È fondamentale che - come avvenuto in Commissione - le forze politiche, attraverso le nostre istituzioni democratiche, agiscano in modo trasversale, senza differenze di parte - ha aggiunto Fedeli- nella tutela di tutte le cittadine e cittadini a maggior ragione quando, in condizione di detenzione, sono costretti all'estero", conclude Fedeli.
"Alla presenza del Sottosegretario agli affari esteri Guglielmo Picchi - ha dichiarato la senatrice della Lega Stefania Pucciarelli, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani - abbiamo approvato con voto unanime una risoluzione nella quale si chiede al Governo di adoperarsi fattivamente per migliorare l'azione di supporto ai cittadini italiani detenuti all'estero". La risoluzione, illustrata dalla senatrice Craxi, contiene un dettagliato resoconto numerico su quanti concittadini sono detenuti tra Europa e rimanenti continenti: 2.113 gli italiani presenti nelle carceri poste fuori dai confini nazionali, di cui l'82% in Europa, il 12% nel continente americano.
"Inoltre - afferma Pucciarelli - sottolinea la necessità che il Ministero degli Esteri si impegni a garantire una dettagliata assistenza ai detenuti italiani fuori dai confini nazionali e ai loro familiari dotandosi eventualmente di maggiori risorse, realizzi, tra l'altro, una guida di orientamento scaricabile dal sito del Ministero, aggiorni periodicamente la lista degli avvocati accreditati presso le Rappresentanze italiane all'estero, fornisca assistenza agli italiani tratti in arresto specie nei primi momenti della detenzione".
Infine, "i lavori si sono poi conclusi con la richiesta al Governo di dedicarsi maggiormente alle sorti di Enrico Forti, ex campione italiano di windsurf, condannato per omicidio negli Usa - nonostante si sia sempre proclamato innocente - e detenuto dal 2000 a Miami, perché possa scontare la pena residua in Italia".
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 17 luglio 2019
"Non vogliamo carità o accoglienza. Siamo braccianti, siamo lavoratori. Noi pretendiamo soltanto i nostri diritti". Davanti al santo nero, al santo dell'accoglienza, quello arrivato dal mare e che unisce cristiani e ortodossi, grandi e bambini, visto che l'altro nome di San Nicola è Santa Klaus, i nuovi schiavi d'Italia hanno chiesto ieri mattina di essere chiamati e protetti per quello che sono: braccianti.
Lo hanno fatto occupando in maniera simbolica la basilica di San Nicola di Bari, chiedendo al Vescovo, monsignor Francesco Cacucci, di farsi mediatore con il presidente della Regione, Michele Emiliano. In Puglia, e in particolare nel foggiano, sta accadendo qualcosa di molto particolare.
Da qualche settimana - su mandato esplicito del ministro dell'Interno, Matteo Salvini - è in corso, infatti, lo sgombero di Borgo Mezzanone, uno dei più grandi ghetti d'Italia abitato, come in questo periodo, da quasi quattromila persone. Le ruspe stanno abbattendo le baracche e i braccianti vengono trasportati in centri di accoglienza. La maggior parte di loro si sta però spostando altrove, creando così altri micro ghetti.
"Ancora più male delle ruspe", ha spiegato ieri però Aboubakar Soumahoro, il segretario dell'Usb che ha guidato la protesta di San Nicola, "fa l'indifferenza: quella della Regione Puglia che non rispetta gli accordi presi. Quella del governo gialloverde che cerca di trasformare una questione sociale in una di pubblica sicurezza".
I lavoratori chiedono infatti risposte sull'emergenza abitativa. "E non centri di accoglienza che servono soltanto a ingrossare il business di qualcuno. Il made in Italy - continua Soumahoro - ha il nostro sudore e spesso il nostro sangue. Siamo noi a raccogliere i prodotti di questa terra, non chiediamo carità ma diritti per tutti e tutte a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle".
Il vescovo, monsignor Francesco Cacucci, si è impegnato a portare avanti una mediazione con il governatore Michele Emiliano. Ma intanto i segnali attorno non sono buoni. Ieri nel foggiano due ragazzi di 33 e 25 anni, uno originario del Senegal l'altro della Guinea Bissau, sono stati colpiti da un'automobile in corsa con dei sassi. Hanno ferite guaribili in 5 e in sette giorni. Erano in bici. E stavano andando al lavoro.
di Erica Dellapasqua
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Circolare ai prefetti: operazione nel rispetto dei diritti. Il ruolo dei sindaci. Il Matteo Salvini accelera sul censimento dei nomadi chiedendo una "ricognizione urgente" di tutti i campi, abusivi e autorizzati, in tempi strettissimi: "due settimane".
La circolare, recapitata ieri a tutte le prefetture, punta esplicitamente alla "predisposizione di un piano sgomberi" che - certamente - farà discutere. Soprattutto nelle città, come Roma, in cui la presenza dei rom è numericamente importante. Salvini aveva annunciato un'iniziativa imminente, promesso una razionalizzazione e una chiusura dei campi nomadi esistenti.
Cosa che il ministro dell'Interno ha sempre considerato una necessità. Ora vuole chiarire, nella circolare, che le operazioni avverranno "nel rispetto dei diritti della persona" e "delle normative nazionali e internazionali". E che superata questa fase del censimento si avvierà "una piattaforma di discussione in ambito locale per l'approfondimento delle singole situazioni e la massima sensibilizzazione dei sindaci", in modo da arrivare "al progressivo sgombero delle aree abusivamente occupate".
L'obiettivo è chiarissimo. Così come le posizioni di chi, ieri mattina, appresa la notizia di questa ricognizione, l'ha duramente contestata. Come l'Associazione 21 luglio, tra le più attive anche nella Capitale nella difesa dei diritti delle popolazioni rom, che ha diffuso dati per comprendere la portata dell'operazione richiesta da Salvini.
Stando all'ultimo report dell'associazione sarebbero circa 25 mila i rom e sinti che vivono "in condizione di segregazione abitativa" (lo 0,04 per cento della popolazione italiana). Il sessanta per cento dei nomadi censiti - pari appunto a circa 25 mila persone - vivrebbe in 127 "insediamenti formali", cioè nelle baraccopoli cosiddette istituzionali presenti in settantaquattro Comuni italiani, distribuite su tutto il territorio, ma comunque concentrate nelle grandi città. E almeno il quarantaquattro per cento dei rom e i sinti presenti in queste baraccopoli istituzionali avrebbe la cittadinanza italiana.
Tutti gli altri (una forbice compresa tra le 8.600 e le 10.600 unità) vivrebbero in "insediamenti informali", improvvisati, di fortuna, in molti casi già oggetto di sgomberi. Il rischio, per l'Associazione, è che si sposti solamente il problema e che si ricreino le condizioni per un'emergenza "che già nel 2011 venne dichiarata illegittima dal Consiglio di Stato".
Anche perché nel 2018, così come l'anno precedente, è stato notato un sensibile aumento delle baraccopoli informali - presenti in diciassette regioni - dovuto principalmente al "declassamento" di insediamenti in passato riconosciuti come istituzionali: è il caso Scampia e Giugliano, nel Napoletano.
Per l'Associazione 21 Luglio si tratta di una politica discriminatoria, "visto che non interessa, ad esempio, insediamenti abitati da persone non riconducibili ad altre etnie". Contro il provvedimento interviene anche il deputato radicale Riccardo Magi, di +Europa, che ribadisce "il carattere discriminatorio di una circolare che rappresenta la riproposizione di soluzioni che produrranno sperpero di soldi".
Mentre dal territorio arriva l'approvazione di Alessandro Morelli, capogruppo della Lega a Palazzo Marino: "Censimento necessario a Milano: chiederemo di partire da via Martirano, dove siamo stati aggrediti, perché abbiamo documentato che il villaggio "migliore d'Europa" è in realtà una latrina".
di Roberto Giardina
Italia Oggi, 17 luglio 2019
A dodici anni si è già responsabili? Lo chiede il sindacato di polizia in Nord Renania Westfalia. "Quando i ragazzini compiono un reato, anche grave, non ci resta che riconsegnarli alle famiglie", protestano gli agenti, "i genitori continuano a non preoccuparsi. I figli tornano in strada, a rubare, picchiare, sicuri di essere al di sopra delle leggi. Che dobbiamo fare?".
Abbassare l'età punibile, si chiede da più parti. Venerdì 5 luglio, alle 22, a Mülheim an der Ruhr, 171 mila abitanti, tra Essen e Duisburg, un gruppo di ragazzi, due di dodici anni, tre quattordicenni, hanno aggredito, derubato e violentato una diciottenne. La vittima è finita in ospedale, solo il leader della banda è in cella: Georgi S. già l'anno scorso abusò di una quattordicenne, all'epoca aveva 13 anni e venne subito rilasciato. Pochi giorni dopo tornò a molestare la ragazza, e fu obbligato a seguire una terapia. Agli altri, tutti vicini di casa, è stato solo vietato di tornare a scuola, dove già andavano di rado.
E lunedì sono cominciare le vacanze. Torneranno in classe il primo settembre? I quattordicenni potrebbero essere condannati per le violenze, rischiano una pena molto ridotta, i dodicenni sono ancora bambini, non sono ritenuti responsabili. Potrebbero essere espulsi con le famiglie, tutte provenienti dalla Bulgaria, giunte nella Ruhr nel 2013, ma la procedura tra appelli e ricorsi potrebbe durare anni.
E l'espulsione non è sicura: uno dei padri si è procurato subito un contratto di lavoro, uno dei quattordicenni risulta affidato a parenti che vivono in un'altra città della Ruhr, le famiglie degli altri tre stanno raccogliendo prove per dimostrare di potersi mantenere senza aiuti sociali.
"La legge consente l'espulsione", dichiara l'ex deputato europeo Elmar Brok, 49 anni, cristianodemocratico, "i cittadini provenienti da paesi della Comunità europea hanno libera circolazione, ma possono risiedere in un altro paese fi no a tre mesi, se non lavorano e non hanno un reddito. Non possiamo farci carico di famiglie numerose che emigrano da noi, non si curano dei fi gli, e non cercano un'occupazione, vivendo con i sussidi. E a comportarsi così non sono solo i Sinti o i Rom. Anche i cittadini comuni devono rispettare la legge".
Probabilmente sono Sinti o Rom, ma le autorità non rivelano l'etnia dei responsabili di reati, e anche in questo caso all'inizio si era creduto che i ragazzi fossero tedeschi. I genitori non sono penalmente responsabili per i reati dei fi gli minorenni. Potrebbero essere tenuti a risarcire i danni alla vittima, ma in questo caso non hanno alcun reddito, sono mantenuti dall'assistenza sociale. Ma a Mühleim hanno anche rifiutato l'assistenza psicologica offerta ai fi gli: "Sono bambini, ci pensiamo noi. Sono tutti bravi ragazzi".
La ministra federale della Giustizia, Christine Lambrecht, socialdemocratica, ha dichiarato di non essere favorevole a modifi care la legge sulla responsabilità dei minorenni. In Olanda, dove era stata abbassata l'età a 12 anni, si vuole tornare al limite di 14: i ragazzi, sostengono i sociologi, sotto quell'età non si rendono realmente conto della gravità dei loro atti. Solo in Renania Westfalia nei primi nove mesi del 2018 sono finiti in cella undici ragazzi tra i 14 e i 18 anni (di cui solo nove ragazze).
Una cinquantina hanno compiuto violenze sessuali. Fino ai 25 anni il codice prevede pene più lievi per i colpevoli. Una ventina d'anni fa la Germania si divise sul "caso Mehmet", che in realtà si chiamava Muhlis Ari. A Monaco, prima dei quattordici anni, il ragazzo turco, alto oltre un metro e 80, aveva compiuto una sessantina di aggressioni, sfigurando tra l'altro un passante per derubarlo.
Il giorno del suo compleanno, poliziotti in borghese lo seguirono per ore, e all'ennesima violenza lo arrestarono. Fu decisa l'espulsione anche dei genitori che non lo avevano controllato, ma alla fi ne in Turchia tornò il solo Mehmet, che parlava male turco, e che fu rifiutato dai parenti ad Ankara. Il ragazzo implorò le autorità tedesche di farlo tornare, il permesso gli fu accordato, ma a Monaco aggredì e picchiò i genitori.
Ancora condannato, riuscì a fuggire in Turchia. Nel 2013 scrisse la sua biografi a Mi chiamavano Mehmet, sperando sempre nel perdono, infine è stato condannato ad Ankara per rapina a undici anni. Una storia triste, ma si tentò di tutto per recuperare Muhlis, sempre straniero in Turchia o in Germania.
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