www.gonews.it, 4 aprile 2015
Il Consigliere regionale Nicola Nascosti interviene sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e la creazione di Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive) a partire dal 31 marzo scorso che interessa sei strutture a livello nazionale e una in Toscana, a Montelupo Fiorentino. Una questione a suo avviso "gestita malissimo, perché non si è stati attenti al progetto con cui si voleva de-istituzionalizzare questi pazienti, che sono, però, socialmente pericolosi, non solo a loro stessi, ma anche ad altri".
Nascosti fornisce inoltre alcune importanti cifre circa la ricollocazione dei pazienti. "Considerate le condizioni inaccettabili più volte rilevate negli Opg - spiega Nascosti - la loro chiusura, è un evento importante perché pone in primo piano il diritto alla cura (secondo il concetto psichiatrico di "recovery") e non alla punizione delle oltre 700 persone "custodite", colpevoli di delitti e giudicate incapaci di intendere e di volere".
"Il modello proposto - aggiunge il consigliere - passaggio previsto dalla Legge 81/2014, è quello delle "Residenze sanitarie per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems)" strutture in grado di accogliere gli internati nel rispetto del diritto alla cura e all'inclusione sociale oltre che a garantirne la misura detentiva. Ogni Rems dovrebbe ospitare al massimo 20 internati per consentire un approccio più mirato, attento alle caratteristiche di ogni internato. In altre parole, e in teoria, queste strutture saranno destinate a ricoveri e non a reclusioni, alla cura e non alla custodia, il tutto volto al recupero e alla deospedalizzazione. Tuttavia le Rems - incalza Nascosti - non saranno comunità terapeutiche ma, piuttosto, luoghi di contenimento, e nella fase iniziale ci saranno due tipi di Rems: quelle di valutazione e di stabilizzazione e quelle degli stabilizzati".
Alla luce di queste premesse il consigliere regionale Nascosti si chiede: "Se, per un verso, è un evento atteso, per un altro verso la perentorietà della data di chiusura, nelle attuali condizioni, alimenta un dubbio: realtà o manovra elettorale? Non basta, infatti, chiudere (o annunciare la chiusura) delle vecchie strutture per considerare il problema risolto. Dovevano infatti essere già state realizzate le Rems in grado di accogliere queste persone per le finalità prima dette".
Possiamo parlare di una rivoluzione?
"La realtà è ben diversa dall'enfasi posta sulla chiusura - risponde Nascosti - Dopo tanto tempo, convegni, tavoli, parole, infatti, non risulta che le regioni abbiano ancora potenziato i servizi sanitari e reso fruibili le strutture alternative. Molte non sono ancora pronte, molte sono piene. In altri termini le Regioni, tra queste la Toscana, sono inadempienti perché finora hanno dimostrato di non riuscire a trovare una soluzione adeguata nei tempi previsti dalla legge".
"Restando nell'ambito della Regione Toscana, si pensi che fino alle ore 13.00 del 31 marzo la sede dell'istituto Mario Gozzini (struttura adiacente al Complesso Penitenziario di Sollicciano, ma autonomo sia come funzioni che come edificio ndr) non era prevista ed erano in corso trattative con l'assicurazione Unipol per l'acquisto di Villa Nova. Evidentemente la trattativa non è andata a buon fine e si è optato per l'istituto Gozzini, che è un carcere, sia pure a custodia attenuata che ritengo assolutamente non adeguato alle esigenze".
"Cosa sia veramente accaduto per tale opzione non è dato saperlo - aggiunge Nascosti - eppure il tempo c'è stato e sono stati spesi molti soldi dei contribuenti per lavori presso l'Opg di Montelupo Fiorentino. Nella recente delibera della Regione toscana, si stabilisce infatti:
- di impegnare la Asl 10 di Firenze ad eseguire l'analisi di fattibilità inerente la quantificazione e qualificazione degli interventi di adeguamento dell'Istituto Mario Gozzini a Sollicciano (conosciuto come "Solliccianino"), corredandola di cronoprogramma;
- di attivare un tavolo regionale congiunto delle autorità coinvolte nel processo di superamento dell'Opg, coordinato dalla Direzione Generale Diritti di cittadinanza e coesione sociale, con la partecipazione del Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria per la Toscana, del Presidente del Tribunale di Sorveglianza, del Direttore Generale dell'Asl 10 di Firenze ed il supporto dei Settori regionali e territoriali competenti, al fine di garantire la sinergia delle azioni di rispettiva competenza e presidiare il monitoraggio ed il coordinamento degli interventi volti ad assicurare il superamento dell'Opg;
- di organizzare corsi di formazione per gli operatori per la progettazione e organizzazione di percorsi terapeutico-riabilitativi e le esigenze di mediazione culturale;
- di riqualificare i dipartimenti di salute mentale, contenendo il numero complessivo di posti letto da realizzare nelle strutture sanitarie;
di predisporre percorsi terapeutico-riabilitativi individuali di dimissione di ciascuna delle persone ricoverate in Opg.
"Come si vede è tutto "da farsi" - tira le somme il consigliere regionale Nascosti e fornisce un po' di numeri importanti per capire a che punto siamo. Dal 2011 sono stati promossi e sostenuti a livello regionale 65 programmi di dimissione dall'Opg, per favorire il rientro degli internati toscani. I 65 percorsi di dimissione attivati sono stati diretti per il 73% in comunità terapeutiche psichiatriche, per il 9% in comunità terapeutiche per doppia diagnosi, il 14% in residenze sociali e il 4% al domicilio proprio o dei familiari. Con varie delibere, la giunta regionale ha stabilito il potenziamento della rete dei servizi territoriali, l'attivazione delle residenze intermedie, la realizzazione di una residenza destinata ad accogliere i pazienti internati con misure di sicurezza detentiva, la formazione professionale e l'aggiornamento continuo degli operatori, l'adeguamento della dotazione di personale, il sostegno dei percorsi di dimissioni per gli internati toscani e gli stranieri senza fissa dimora".
"Ad oggi nell'Opg di Montelupo sono presenti 115 internati, di cui 49 toscani, il resto da altre regioni. In più, 1 toscano è nell'Opg di Reggio Emilia e 2 donne toscane sono nell'Opg di Castiglione delle Stiviere. I pazienti di altre regioni verranno presi in carico dalle rispettive Regioni. La Regione Toscana ha individuato soluzioni innovative, basate su tre livelli:
1° livello: Rete ordinaria dei servizi territoriali
2° livello: Residenze intermedie e moduli
3° livello: Residenza con sorveglianza intensiva
Per quanto riguarda i pazienti toscani, queste le soluzioni individuate:
- per alcuni di loro (14) ci sono percorsi di dimissione in corso;
- per 22, l'Istituto Mario Gozzini a Sollicciano (sorveglianza intensiva);
- 12 andranno nella struttura realizzata nel padiglione Morel presso l'ospedale di Volterra (servirà la zona da Massa Carrara all'isola d'Elba) (struttura intermedia);
- 10 nella comunità terapeutica "Tiziano" di Aulla, già funzionante (struttura intermedia);
- 8 a Le Querce, a Ugnano, Firenze (struttura intermedia);
per l'Area vasta sud sono stati individuati 2 moduli, ciascuno di 4 posti, in due strutture a Siena e Arezzo, che entreranno in funzione a ottobre.
"Il passaggio dal controllo del Ministero della Giustizia a quello della Sanità, con conseguenti significativi cambiamenti nella gestione dei pazienti pone diverse problematiche relative alla conversione prevista dalla Legge che all'interno delle Rems, prevede la presenza del solo personale sanitario e siano ricoverati i pazienti psichiatrici considerati socialmente più pericolosi".
"Inappropriate - spiega Nascosti - sembrano le misure adottate per la nuova gestione dei pazienti e, soprattutto, per la messa in sicurezza degli operatori che lavoreranno nelle Rems. Mentre, infatti, negli Opg è prevista la polizia penitenziaria che quotidianamente affianca e aiuta nel rispetto delle regole nella struttura, nelle Rems la polizia penitenziaria non ci sarà. Al momento, infatti, la legge affida il compito di gestire gli internati al solo personale interno alle Rems, con la collaborazione della Polizia penitenziaria solo all'esterno della struttura ed eventualmente in caso di spostamenti; è previsto un monitoraggio video-camerale all'interno del perimetro della Rems, in teoria affidata al Ministero della Giustizia, quindi all'amministrazione penitenziaria. Di fatto, però, non è previsto l'utilizzo del personale, con un controllo da remoto. il che non è esattamente sinonimo di sicurezza, né per il personale né per la collettività. L'unico personale di vigilanza sul luogo sarà, perché questo prevede la legge, la guardia privata".
"Il problema di sicurezza del personale che lavorerebbe nelle strutture - aggiunge ancora Nascosti - non si fermerebbe al pericolo legato alle malattie psichiche dei pazienti e quindi socialmente pericolosi. Infatti, una percentuale di internati è costituita che fanno parte di organizzazioni malavitose. Quindi, c'è la possibilità di convivenza anche con eventuali membri di cosche e clan che, in assenza di una polizia penitenziaria, potrebbero ritessere rapporti malavitosi. Tra i 20 internati accolti nelle Rems, quindi, basterebbe che solo uno fosse legato alla malavita per procedere con minacce più o meno velate al personale sanitario, che non avrebbe un contatto significativo con la Polizia penitenziaria, ma solo con la vigilanza privata che non può intervenire fisicamente in caso di emergenza".
"La legge che ha sancito la chiusura dei "manicomi criminali", ha un vulnus: a causa di una norma contenuta nella legge i giudici sono tenuti a revocare le misure di sicurezza per gli internati giudicati pericolosi che, però, abbiano superato il limite massimo della pena edittale, cioè quella che avrebbero dovuto scontare in carcere se fossero stati giudicati capaci di intendere e di volere. Occorre quindi una modifica del codice penale che, in caso di vizio di mente, consenta di detenere e curare le persone più gravi in case circondariali.
E nel frattempo? Ciò che preoccupa è la possibilità di distinguere chiaramente le funzioni socio-sanitarie da quelle di sorveglianza, custodia e sicurezza che non competono a chi si occupa di salute mentale. Occorre, quindi, arrivare a dei protocolli operativi molto precisi sulle singole responsabilità e le singole funzioni per garantire i diritti degli utenti, quelli degli operatori sanitari e quelli dei cittadini".
"Altra criticità - conclude Nascosti - è la carenza cronica di personale. Infatti, l'impegno per le attività delle Rems potrebbe causare un apporto di personale che non è dedicato esplicitamente a queste strutture con una riduzione dei servizi per tutti gli altri utenti".
"In conclusione, le intenzione sono buone, ma la questione è stata gestita malissimo, perché non si è stati attenti al progetto con cui si voleva de-istituzionalizzare questi pazienti, che sono, però, socialmente pericolosi, non solo a loro stessi, ma anche ad altri".
www.toscanamedianews.it, 4 aprile 2015
La denuncia dell'Osapp: "Siamo sicuri che sia infarto? Meglio escludere Notte Bianca". Il carcere fiorentino doveva essere coinvolto nell'evento. "Ieri mattina verso le 8,30 un detenuto di origine tunisina di 43 anni, Mohamed Sassi, ristretto nella sezione giudiziaria del carcere di Firenze Sollicciano è deceduto, all'apparenza, a seguito di infarto. Per quanto ci è dato di conoscere a nulla sono valsi i protratti tentativi di soccorso posti in essere nell'immediatezza dal personale sanitario e da quello di polizia penitenziaria. Alle ore 9 è stato dichiarato il decesso".
Lo riferisce il sindacato Osapp, l'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, tramite il segretario generale, Leo Beneduci. "Ci auguriamo - scrive ancora l'Osapp - che effettivamente le cause del decesso siano da ascrivere a motivi cardiaci tenuto conto che nel recente passato dell'istituto fiorentino altre morti dubbie erano stato attribuite al consumo di sostanze stupefacenti, così come ci auguriamo che il ristretto che svolgeva attività lavorativa come addetto alle pulizie fosse stato sottoposto ai prescritti controlli sanitari per l'idoneità al lavoro". "Peraltro - conclude Beneduci - qualcuno prima o poi dovrebbe prendere atto che l'istituto penitenziario di Sollicciano viaggia sulla media di un decesso a settimana per cui come primo intervento sarebbe il caso di escludere che l'Istituto diventi nei prossimi giorni sede degli apertivi e della notte bianca organizzati dalla direzione e senza che il personale ne venisse in alcun modo informato".
Radicali: Stato incapace, assicurare diritto alla salute
Dopo la notizia diffusa dall'Osapp sulla morte (probabilmente per infarto, ndr) di un detenuto nel carcere di Sollicciano, sono intervenuti Maurizio Buzzegoli e Massimo Lensi, rispettivamente segretario e presidente dell'Associazione radicale Andrea Tamburi: "Aldilà della causa della morte del detenuto, è preoccupante questo aumento del tasso di decessi nelle carceri toscane: lo Stato è incapace di custodire i propri cittadini"
Buzzegoli e Lensi si soffermano sul problema della salute in carcere: "Secondo un'indagine dell'Agenzia Regionale della Sanità, il 71,8% dei detenuti toscani è affetto da almeno una patologia, spesso incompatibile con la detenzione: una difficoltà che si acuisce vista l'assenza di livelli assistenziali sanitari adeguati". Infine i due esponenti radicali ricordano l'impegno della segretaria di Radicali Italiani: "Rita Bernardini è giunta al 30° giorno di sciopero della fame per proporre l'amnistia: unica soluzione in grado di porre fine a questa crudele mattanza che avviene nelle carceri italiane".
La Nuova Sardegna, 4 aprile 2015
Che fine hanno fatto i documenti riservati, tra i quali i registri dei detenuti, dell'ex carcere di Macomer? Chi può consultarli liberamente e accedere a notizie riservate delicatissime? A porsi queste domande è Donato Capece, segretario generale del Sappe, il Sindacato autonomo della polizia penitenziaria, il quale dopo le notizie diffuse nel corso di un programma televisivo andato in onda una settimana fa, ha manifestato preoccupazione per l'accessibilità ai documenti e ai registri della struttura penitenziaria nella quale sono stati reclusi detenuti legati al terrorismo islamico considerati pericolosi soprattutto per l'opera di proselitismo che potrebbero aver compiuto nei confronti di altri detenuti finiti in carcere per reati comuni.
"Trovo sorprendente - scrive in un comunicato - che materiale riservato e sensibile come i registri a vario titolo riferiti ai detenuti dell'ex carcere di Macomer possano essere ancora oggi nella condizione di essere accessibili a tutti. Vuol dire che l'Amministrazione penitenziaria ha sottovaluto l'importanza di quei carteggi, e questo è grave.
A Macomer erano detenuti fondamentalisti islamici e il Sappe aveva in più occasioni sottolineato come il carcere fosse luogo sensibile, da monitorare costantemente per scongiurare pericolosi fenomeni di proselitismo del fondamentalismo islamico tra i detenuti presenti in Italia. La polizia penitenziaria, attraverso gruppi selezionati e all'uopo preparati, monitora costantemente la situazione, ma non dimentichiamo che oggi è ancora significativamente alta la presenza di detenuti stranieri in Italia".
Donato Capece sottolinea inoltre che indagini condotte negli istituti penitenziari di alcuni paesi europei tra cui Italia, Francia e Regno Unito hanno rivelato l'esistenza di allarmanti fenomeni legati al radicalismo islamico, "che anche noi come primo sindacato della polizia penitenziaria - scrive - abbiamo denunciato in diverse occasioni".
Si sofferma poi sul proselitismo e sul fatto che detenuti comuni si siano trasformati in estremisti sotto l'influenza di altri detenuti già radicalizzati. Parla infine "del gravoso compito affidato alla polizia penitenziaria di monitorare costantemente la situazione nelle carceri per accertare l'eventuale opera di proselitismo di fondamentalismo islamico nelle celle, ma fa capire - conclude - anche le gravi responsabilità di chi non ha protetto con le dovute accortezze il materiale cartaceo riferito alla detenzione a Macomer di detenuti islamici particolarmente pericolosi e fanatici".
di Ferdinando Bocchetti
Il Mattino, 4 aprile 2015
In fila dalle 3 del mattino per visitare i detenuti del carcere di Secondigliano. C'è chi ha dormito in auto, chi è in piedi e chi è appoggiato a sedie di fortuna. Tutti ad aspettare le 8 del mattino, quando il cancello dell'istituto penitenziario si apre e potranno iniziare le procedure per l'accettazione dei familiari dei detenuti in attesa dei colloqui con i propri congiunti. Per ogni detenuto possono entrare tre adulti e due bambini fino ad otto anni.
"Le guardie carcerarie - dice Giovanna - arrivano verso le 6,30 e così nasce una sorta di lista. Se tutto fila per il verso giusto, dopo aver fatto la fila notturna, te la cavi in sette-otto ore". Qualcun altro reclama alzando la voce: "È come essere alla posta, con gente che non vedi in fila ma che entrano prima degli altri". Centinaia di persone, dal lunedì al venerdì, devono esser sottoposte ai controlli di legge prima di avere accesso alle sale predisposte per i colloqui. E così in tanti trascorrono la notte in attesa, pur di essere i primi ad entrare.
La Città di Salerno, 4 aprile 2015
Il 31 marzo sono stati chiusi gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) che in Campania sono due, ad Aversa e Napoli. Si è aperto un nuovo percorso con il graduale trasferimento delle persone internate negli Opg ai servizi esterni. Resta però ancora da capire quale sarà il destino degli internati che lasciano i sei ospedali psichiatrici giudiziari italiani, che dovranno essere ospitati nelle Rems, le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza.
Le strutture non sono ancora pronte e in Campania saranno due, in provincia di Caserta e di Avellino. Nel frattempo sono state attivate le pre-Rems, a Rocca Romana, in provincia di Caserta (20 posti letto), a Mondragone in provincia di Caserta (8 posti letto) e a Bisaccia in provincia di Avellino (10 posti letto). La Regione Campania ha poi previsto che ogni provincia sia dotata di una sezione di salute mentale in carcere. Inoltre la legge 81/2014 fa obbligo alle aziende sanitarie di predisporre per i cittadini autori di reato e con patologie psichiche, un Progetto terapeutico riabilitativo individuale (Ptri) da trasmettere alla magistratura.
"Questa attività viene garantita per la Asl Salerno dal servizio Superamento Opg e salute mentale in carcere, articolazione della sanità penitenziaria, che opera in diretta collaborazione ai servizi del Dipartimento di salute mentale e dell'autorità giudiziaria - spiega il direttore generale della Asl Salerno Antonio Squillante. L'apertura della sezione di salute mentale in carcere, nella casa circondariale di Salerno, ampliando l'offerta di servizi a questo particolare tipo di pazienti, permetterà una ulteriore collaborazione inter-istituzionale".
"Con notevoli difficoltà per il coinvolgimento delle risorse necessarie ovvero di dirigenti medici, psicologi e personale del comparto - prosegue Squillante - l'Asl è riuscita, a far partire dal 1° aprile la struttura della salute mentale in carcere presso la casa circondariale di Salerno. Tale organizzazione consente di accogliere questa particolare tipologia di pazienti fornendo adeguate risposte che salvaguardano la dignità della persona in un contesto assistenziale particolare". Per l'attivazione del servizio di salute mentale l'Asl ha attivato una gara per l'individuazione di un'agenzia interinale che fornisca 2 ostetriche, 3 fisioterapisti, 28 infermieri, 3 assistenti sociali, 9 operatori socio sanitari.
Corriere Adriatico, 4 aprile 2015
Ieri mattina la deputata di Sinistra ecologia e libertà ha utilizzato le prerogative ispettive riconosciute ai parlamentari. "Dopo i recenti fatti di cronaca che hanno interessato la struttura - afferma la parlamentare fanese dopo la visita - ho voluto verificare personalmente le condizioni del carcere. Ho potuto constatare condizioni di detenzione generalmente buone, grazie all'impegno quotidiano e alla dedizione di dirigenti e agenti della polizia penitenziaria, tuttavia destano preoccupazione le condizioni di fatiscenza della struttura".
Diversi edifici della Casa circondariale presentano un evidente stato di degrado che rende particolarmente gravose le condizioni di detenzione, privando, allo stesso tempo, i detenuti di potenziali spazi da dedicare ad attività rieducative.
"La Casa circondariale è considerata un fiore all'occhiello del nostro sistema penitenziario - continua Ricciatti - soprattutto se paragonata ad altri Istituti. La sezione femminile, in particolare, è un esempio di gestione che dovrebbe essere replicato in altre strutture. Restano però alcune criticità sul piano della rieducazione della pena che trova diverse limitazioni nella scarsità di risorse economiche e di spazio".
"A Villa Fastiggi ci sono le condizioni per costruire un modello di detenzione che rispetti pienamente il dettato costituzionale in ordine alla funzione rieducativa della pena. Un tema troppo spesso trascurato a causa delle difficoltà di bilancio e di una cultura della pena intesa spesso in termini afflittivi. Intendo richiamare l'attenzione del ministro della Giustizia Orlando - ha concluso Ricciatti - per sollecitare un suo intervento affinché i passi fatti negli ultimi due anni verso un sistema di detenzione più giusto, possano rafforzarsi ed avvicinarci a standard di civiltà giuridica europei".
di Domenico Grillone
www.strill.it, 4 aprile 2015
"Se dovessimo paragonare il carcere ad un ospedale dovremmo dire allora che il carcere non cura. Anzi, per certi versi fa ammalare". Per Mario Nasone, già direttore dell'Uepe, l'Ufficio dell'esecuzione penale esterna del ministero della Giustizia, e presidente del Centro Comunitario Agape, il concetto di rieducazione è abbastanza riduttivo quando viene ricondotto alle semplici strutture penitenziarie, travolte dal problema del sovraffollamento e di mancanza di strutture adeguate.
Oltre a mille altri problemi tra cui l'incertezza della pena, la lentezza della giustizia italiana (oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza), ma anche la mancanza di opportunità di lavoro socialmente utili, il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società. Per tutto questo, ed altro ancora, più d'uno afferma che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena.
Il caso di Santo Barreca, l'ergastolano che dopo 25 anni di carcere è stato ammesso al lavoro esterno e della cui storia si scrive a parte, per studiosi ed esperti sembra essere più un'eccezione che la regola, pur lodando la sua effettiva trasformazione in una persona totalmente diversa da quando varcò la soglia del carcere.
Ancor più perché proviene da un tipo di regime carcerario di alta sicurezza, quello che coinvolge detenuti con un alto spessore criminale e con sentenze definitive molto pesanti. Diversa è la posizione di tutte quelle persone condannate che scontano la pena fuori dal carcere, tecnicamente detta "esecuzione penale extra muraria" e che rientra nelle misure alternative alla detenzione vera e propria, quella dentro una cella, e che riguardano pene che mediamente non superano i quattro anni.
Con l'aiuto del presidente Nasone siamo andati a verificare i dati delle misure alternative dell'Ufficio dell'esecuzione penale esterna di Reggio Calabria riferiti all'anno scorso. Dati da cui emerge che 512 persone, di cui 61 tossicodipendenti, hanno ricevuto la misura alternativa al carcere dell'affidamento in prova.
Sul totale, 512, 414 persone provenivano dalla libertà, nel senso che dopo la condanna sono stati direttamente beneficiati della misura alternativa al carcere. La misura alternativa della detenzione domiciliare ha invece coinvolto 484 persone, di cui 265 dalla libertà. Ventisei, invece, i detenuti in semilibertà, provenienti ovviamente dalla detenzione.
"Sono pochi quelli che credono che il carcere possa essere un luogo che rieduchi - spiega Mario Nasone - non lo crede quasi nessuno. Però penso che, nonostante questo tipo di carcere, una persona può fare un cammino di cambiamento. Gli operatori penitenziari, nonostante le difficoltà, fanno di tutti per dare uno stimolo . È chiaro che ci sono carenze strutturali enormi, ci vorrebbero dei locali, laboratori e tutto quello che serve per rendere la vita più dignitosa, e gli operatori fanno miracoli perché cercano di sopperire a tutto questo con dei rapporti personali che in alcuni casi compensano le evidenti difficoltà strutturali.". Diverso è quando la detenzione è lunga. "In questo caso le cose diventano difficili perché la gente si stabilizza in negativo. Quando invece il carcere dura poco, usando poi le misure alternative, allora le cose possono cambiare, e mi riferisco ovviamente ai detenuti comuni".
Che le misure alternative al carcere funzionino lo dicono i numeri: solo al cinque per cento delle persone che hanno avuto questo tipo di beneficio sono state revocate le stesse misure. "Tutto questo - continua Nasone - permette il decongestionamento delle strutture penitenziarie. Se non ci fossero queste misure alternative il carcere scoppierebbe in maniera devastante".
Il problema vero, per Nasone, è la recidiva. Evitare, cioè, che le persone che escono dal carcere ci ritornino. Una sorta di "sliding doors" (porte girevoli) che rappresenta la sconfitta dello Stato. "Il problema non è tanto pensare ad un indulto o come decongestionare le carceri - evidenzia il presidente dell'Agape - ma piuttosto pensare a cosa fa lo Stato per evitare che le persone, uscendo dal carcere, non ricadano nel crimine. Perché lo Stato dovrebbe innanzitutto stimolare la persona ad accettare, a volere il cambiamento, e poi dovrebbe dare opportunità non solo dentro ma soprattutto fuori dal carcere".
Negli Stati Uniti, Francia e in Germania la metà dei condannati sconta la pena fuori dal carcere, lavorando in progetti di pubblica utilità, ovviamente quando si tratta di una pena breve. "In questo caso il giudice - dice ancora Nasone - già in sede di processo decide di far scontare la pena a tal modo. E questo serve ad evitare che entrino nel carcere persone che non dovrebbero entrarci perché, come diceva il cardinale Martini, nel carcere dovrebbero entrarci le persone davvero pericolose, quelli coinvolti in reati di mafia, trafficanti di droga e per reati gravi. Il resto della popolazione carceraria, i cosiddetti detenuti comuni, quelli che vengono dalle sacche dell'emarginazione e dalla povertà dovrebbero essere trattati fuori. E costerebbero allo Stato molto meno".
www.ragusah24.it, 4 aprile 2015
Il progetto si rivolge ai detenuti per reati contro la persona o rinchiusi in sezioni specializzate perché non accettati nemmeno dagli altri detenuti. Ciò comporta un maggiore isolamento e un rischio per l'incolumità personale perché sono maggiormente propensi al suicidio.
Dopo l'incontro del 25 novembre scorso, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, l'associazione Donne a Sud è tornata, da marzo, nel carcere di Contrada Pendente a Ragusa, con un progetto rivolto proprio ai detenuti della sezione Sex Offender. Si chiama "Curare le emozioni" e terminerà il 7 maggio. La violenza sulle donne va combattuta con ogni mezzo a nostra disposizione.
Con le denunce delle vittime, in primis, ma anche con l'aiuto nei confronti di chi si è macchiato di reati su soggetti deboli (donne, bambini e disabili) affinché capisca la gravità inaudita di ciò che ha fatto e comprenda perché, una volta saldato il conto con la giustizia, non dovrà più adottare comportamenti recidivi.
Per raggiungere tale ambizioso obiettivo, la nostra associazione, in sinergia con il Rotary International di Ragusa, ha deciso di andare direttamente dove può entrare in contatto con i cosiddetti "sex offender", ossia in carcere, a Ragusa.
Dal 5 marzo, infatti, nella struttura penitenziaria di Contrada Pendente è partito il progetto "Curare le emozioni" che prevede, attraverso un ciclo di incontri con detenuti selezionati dall'Ufficio Educatori, non solo discussioni di gruppo centrate sulle difficoltà relazionali e l'espressione di emozioni e sentimenti, ma anche la possibilità, per questi uomini, di poter partecipare al laboratorio "Attività Espressiva", partendo dal concetto dell'arte come esperienza terapeutica.
Il progetto si rivolge, come detto, ai "sex offender", ossia a detenuti per reati contro la persona o rinchiusi in sezioni specializzate perché non accettati nemmeno dagli altri detenuti. Ciò comporta per loro un aumento dell'afflizione, un maggiore isolamento e un rischio per l'incolumità personale perché tali detenuti, sotto regime di attenta sorveglianza da parte degli agenti di polizia penitenziaria, sono maggiormente propensi al suicidio.
Il progetto "Curare le emozioni", elaborato dalla nostra psicologa, dr.ssa Deborah Giombarresi, e dalla nostra assistente sociale, dr.ssa Alessandra Cerro, prevede, oltre al confronto verbale, attività come l'ascolto di musica, la produzione di disegni e l'elaborazione di storie, al fine di incrementare, nei partecipanti, la percezione di sé come individui capace di esprimere emozioni non violente.
Fondamentale si sta rivelando la collaborazione con gli educatori ministeriali e con la polizia penitenziaria, che ringraziamo per l'accoglienza riservataci e che avevamo già avuto modo di apprezzare durante l'incontro del 25 novembre scorso. Un ringraziamento speciale va, inoltre, alla direttrice della struttura penitenziaria, dr.ssa Giovanna Maltese, e alla dr.ssa Rosetta Noto, responsabile per il reinserimento sociale della struttura penitenziaria. Il progetto si concluderà il 7 maggio.
www.torinotoday.it, 4 aprile 2015
Una nuova aggressione all'interno del carcere di Torino. Nella struttura "Lorusso e Cutugno" un agente della Settima sezione è stato colpito violentemente da un detenuto marocchino mentre era intento a svolgere il suo lavoro. È successo nella giornata di ieri intorno all'ora di pranzo.
"La situazione resta allarmante - tuona il segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, Donato Capece dopo l'ennesimo brutto episodio. Quanto accaduto è il culmine di una situazione che vede il penitenziario di Torino sommerso da tante problematiche. Eventi del genere sono purtroppo sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il personale di Polizia Penitenziaria".
I dati del 2014 parlano chiaro: nelle carceri italiane ci sono state ben 1.609 colluttazioni e 444 ferimenti dal 1 gennaio al 30 giugno. "Sono anni che sollecitiamo di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di strumenti di tutela efficaci - continua Capece -, come può essere proprio lo spray anti aggressione recentemente assegnato - in fase sperimentale - a Polizia di Stato e Carabinieri. Mi auguro che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, dopo il grave episodio di Torino, valuti positivamente questa nostra proposta e, quindi, assuma i provvedimenti conseguenti".
www.ilcittadinoonline.it, 4 aprile 2015
Lo chef di turno è la stellata Cristina Bowerman. Grandissimo appuntamento quello in programma venerdì 17 aprile al carcere di Volterra: a guidare i detenuti nella realizzazione della prossima Cena Galeotte sarà infatti la Stella Michelin Cristina Bowerman del ristorante Glass Hostaria di Roma. Originaria di Cerignola, in provincia di Foggia, dopo la laurea in Giurisprudenza Crisitna Bowerman lascia nel 1992 la Puglia per gli Stati Uniti, destinazione San Francisco: al coffee house Higher Ground matura la sua passione per la cucina, da sempre covata grazie soprattutto agli insegnamenti della mamma e della nonna.
Nel 1998 si trasferisce ad Austin, dove consegue la laurea in Culinary Arts avviando il suo personale percorso formativo mettendo a punto tecnica e disciplina, lavorando molto su pulizia e concentrazione dei sapori. Nel 2005 torna in Italia, approdando dopo una prima importante esperienza Al Convivio dei fratelli Troiani a Roma a Glass Hostaria, locale aperto da pochi anni nel cuore di Trastevere: qui Cristina comincia a proporre la sua cucina decisamente originale, frutto delle diverse esperienze all'estero, dei tanti viaggi personali e professionali, dei numerosi stage presso importanti ristoranti di tutto il mondo per apprendere e affinare tecniche e conoscenze nuove.
La consacrazione della stella Michelin nel 2010 e i numerosi altri riconoscimenti non placano la sua voglia di studiare, sperimentare e rischiare, dedicandosi ad esempio anche allo street food, che sia in chiave gourmet o on the road. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo libro per Mondadori: Da Cerignola a San Francisco e ritorno - La mia vita di chef controcorrente. Cristina Bowerman è tra gli Chef Ambassador di Expo Milano 2015.
Ad accompagnare il menu saranno le etichette offerte dall'azienda Sant'Agnese di Piombino e dagli extra vergini della Montalbano Agricola di Lamporecchio. L'intero ricavo della serata sarà devoluto a sostegno della Caritas Firenze. Le Cene Galeotte sono possibili grazie all'intervento di Unicoop Firenze, che oltre a fornire le materie prime assume i detenuti retribuendoli regolarmente. Il progetto è realizzato con la collaborazione del Ministero della Giustizia, la direzione della Casa di Reclusione di Volterra, la supervisione artistica del giornalista Leonardo Romanelli. Un ruolo fondamentale è inoltre ricoperto dalla Fisar-Delegazione Storica di Volterra, che è partner del progetto e si occupa sia della selezione delle aziende vinicole, sia del servizio dei vini ai tavoli.
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