recensione di Laura Montanari
La Repubblica, 3 giugno 2019
Azzurra ha un solo dente in bocca per via del metadone e fatica a leggere perché non ha occhiali e nessuno glieli regala, ma scrive. Lei lo sa che a volte la scrittura aiuta a incollare i mille pezzi della propria vita esplosa. Alessandra è molto esile e ordinata: non diresti mai che dalle sue mani sono uscite quelle parole così dure su un ex rapinatore suicida in carcere e poi "buttato" via: "Non aveva famiglia prima e non vi sarà nessuno a riconoscerne l'identità, la sua branda viene occupata da un nuovo giunto come si dice in gergo carcerario, non c'è spazio in questo luogo per la memoria, c'è bisogno solo di posti letto".
Si intitola "Racconti dalla casa di nessuno", è pubblicato da Le Lettere ha come ingrediente principale l'assenza di un orizzonte lungo, il mondo da una cella. Raccoglie infatti una serie di storie autobiografiche e non, scritte dai detenuti e dalle detenute del carcere fiorentino di Sollicciano che hanno preso parte al corso di scrittura creativa che da anni tiene Monica Sarsini.
È lei che cura questo volume, lei che descrive l'aria che tira: "Nessuno degli educatori, né dei vari direttori che durante questi nove anni si sono avvicendati mi ha chiesto un resoconto sulla relazione che ho intrapreso con questi esseri umani, a loro è sembrato sufficiente conoscerne l'affluenza alle lezioni per valutare il livello di apprezzamento di un'offerta...".
Da quel "luogo malfamato" escono voci e sogni, botte, amori e fughe, cadute e ricadute di gente che è finita lì magari dopo essere stata a sua volta testimone delle violenze, una tenuta a penzoloni dal sesto piano, un'altra calpestata, un'altra nascosta dentro un cespuglio con un bambino in braccio a osservare il marito che veniva ucciso, un'altra accusata del suicidio del padre tanto amato.
Dice Monica Sarsini del carcere: "ho erroneamente sperato servisse loro come riparo". Quello che resta del corso di scrittura creativa è difficile saperlo e certo non sarà soltanto questo libro in cui, per esempio, Taxi racconta di una rocambolesca idea: l'impresa folle di organizzare una maratona in un carcere. Una maratona nel luogo in cui i grandi spazi sono negati e allora la corsa consiste nel fare ben 126 giri e tre quarti intorno al campo di calcio.
Con un detenuto "arbitro" che li conta. Oppure c'è Cosetta che ci precipita dentro una vita di alcol e infelicità miste che hanno come capolinea il carcere dopo un momento di follia: "Una tragedia dentro un'altra tragedia" scrive lei. "Sono giorni che non sto bene, che vorrei solo piangere, vorrei essere a casa per aspettare assieme a mio figlio il Natale, decorare l'albero, la porta, la terrazza, sapere che non potrò farlo per moltissimo tempo mi fa sentire come se mi avessero amputato un arto e dovessi aspettare una protesi per tanti anni".
Al termine di ogni racconto c'è l'intervento di uno degli ospiti che hanno accompagnato il corso diretto da Monica Sarsini, fra questi Valerio Aiolli (Nero ananas il suo ultimo romanzo), Giulia Caminito, Paolo Maccari, Lorenzo Hendel e altri. Non soltanto scrittori, ma anche registi, ricercatori e ricercatrici universitarie, editor e poeti.
"Tra un passaggio di un treno e l'altro che ci frastornerà, siamo stati seduti nella stessa stanza" scrive Monica Sarsini che è scrittrice e artista visiva. Il laboratorio da cui emerge questo libro così pieno di spigoli e di giornate finite fuoristrada, deve essere stata una specie di ora d'aria non codificata. Perché scrivere è anche essere in un altro posto, è reinventarsi o provare a spiccare qualche nuovo decollo. Con i mezzi che ciascuno ha in dotazione.
Alessandra, per esempio, ha una sua personalissima Divina commedia: "Nel mezzo del cammin di questa zozza logora amorale vita condannata da giudici magistrati Sert e perfino l'altissimo mi ritrovai per una selva oscura...". Oscar invece ci porta in certi quartieri alla periferia di Roma, quelli in cui sono normali dialoghi del tipo: "Cazzo, è crollato il tetto?" e "Mo' dove annamo a dormì?".
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 3 giugno 2019
Si intitola "La luna è dietro le sbarre, il mare ha il colore del sole" il volume realizzato dal Centro per l'Istruzione degli Adulti di Macerata, con la collaborazione della Casa circondariale di Ascoli Piceno. Raccoglie le vite di giovani migranti e di persone detenute, testimonianze di esistenze spezzate da scelte sbagliate o da un destino che ha scelto per tutti. Le storie rinchiuse si sovrappongono ai viaggi della speranza, il desiderio di futuro al dolore delle guerre, il calore delle famiglie ai distacchi forzati.
È così che dal deserto libico ti ritrovi a Togliattigrad, dalla Nigeria ad Agrigento, dal Bangladesh a San Paolo del Brasile. È così che i paesaggi e i sentimenti si alternano, senza mai perdere il filo, dando forma ai racconti. "La luna è dietro le sbarre, il mare ha il colore del sole" è il libro che raccoglie le vite di giovani migranti e di persone detenute, testimonianze di esistenze spezzate da scelte sbagliate o da un destino che ha scelto per tutti.
Il volume rappresenta la fase conclusiva di un progetto realizzato dal Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti (Cpia) di Macerata e svolto per la maggior parte nella casa circondariale di Ascoli Piceno con l'obiettivo "di sviluppare un percorso di integrazione socio-culturale attraverso forme di scrittura partecipata - spiega la dirigente del Cpia, Sabrina Fondato -, che ripercorra, attraverso la memoria, i momenti più importanti della vita di queste persone. Le storie sono state raccolte tramite incontri, interviste e laboratori di scrittura con i detenuti e i migranti, che privilegiassero l'ascolto e l'empatia come atteggiamento da parte degli insegnanti promotori del progetto".
"Nessuno tra quanti hanno accettato di raccontarsi, probabilmente, diventerà uno scrittore - sottolinea la dirigente - ma è stato importante che abbiano percepito distintamente di contare qualcosa. Per un momento i riflettori si sono accesi su di loro e hanno sentito di essere persone, delle quali a qualcuno importava". Alla pubblicazione ha lavorato anche Nazzareno Cioni, docente di lettere nella casa circondariale, mentre la parte grafica è stata realizzata dall'insegnante Isabella Crucianelli.
"Il tema di questo lavoro - spiega Cioni - non affronta le condizioni di vita dei detenuti o il percorso di espiazioni dal senso di colpa: le pagine di questo libro rappresentano semplicemente le voci di ricordi taciuti nel silenzio di giorni sempre uguali, custoditi nella propria memoria per permettere alla "coscienza infelice" di tornare a essere protagonista di un sogno possibile".
Pubblicato da Cromo Edizioni, il volume ha 211 pagine e raccoglie 6 racconti e 7 ricordi. La presentazione è firmata dall'ex direttrice del carcere di Ascoli Piceno, ora impegnata nella direzione dell'istituto di pena di Pescara, Lucia Di Feliciantonio. Tra le finalità della pubblicazione "accrescere la conoscenza della comunità scolastica intorno alle circostanze di vita che possono favorire episodi di devianza e rimuovere qualche pregiudizio nei confronti del diverso".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 3 giugno 2019
Questo assillante ridurre il fascismo a patologia psicologica, a malattia caratteriale, a degenerazione antropologica (e altro) fa perdere la nozione di ciò che il fascismo è stato e che potrebbe anche tornare a essere. Sommessamente vorrei obiettare che in questo continuo parlare (e straparlare) di un fantasmatico ritorno del fascismo, quello che si banalizza è proprio la sostanza storico-politica del fascismo di cui si teme, ossessivamente, il riaffacciarsi.
Questo assillante ridurre il fascismo a patologia psicologica, a malattia caratteriale, a degenerazione antropologica, a una pulsione eterna che si anniderebbe nel profondo degli individui e dei popoli per riproporsi dopo decenni se non dopo secoli dalla sua presenza che un tempo si sarebbe detto "storicamente determinata", questa caricaturizzazione dei connotati del fascismo, fantasticato e temuto come tratto stilistico deteriore se non addirittura come peccato estetico che urta le nostre buone maniere, tutto questo fa perdere la nozione di ciò che il fascismo è stato e che potrebbe anche tornare a essere.
È del resto troppo facile questa psicologizzazione del fascismo (la "personalità autoritaria" suggerita maldestramente dalla Scuola di Francoforte) perché non richiede verifiche fattuali, e può restare pura magniloquenza indignata.
Bisognerebbe invece, per stabilire comparazioni convincenti, attenersi ad alcuni tratti fondamentali e ineliminabili del fascismo storico: la fine della libertà d'espressione; la soppressione di partiti e sindacati liberi; il bavaglio totale e sistematico alla stampa; l'aggressione squadristica, fino all'assassinio in taluni casi, come pratica abituale e violenta di intimidazione terroristica su avversari e dissidenti; la formazione di una milizia armata di partito; il falò di giornali e sedi politiche indipendenti; la cancellazione di ogni parvenza di libere elezioni; l'irreggimentazione paramilitare delle masse; la fine della libertà d'insegnamento con il giuramento coatto degli insegnanti e così via, fino alla formazione di una stabile dittatura.
Solo la presenza se non di tutte, almeno della maggior parte, di queste connotazioni dittatoriali potrebbe motivare un paragone fondato. Ciò che divide la democrazia dal fascismo (e da altri regimi autoritari di segno contrario, detto en passant) è per fortuna una linea di demarcazione che non può essere offuscata dai vapori di una classificazione esclusivamente psico-politica. Attività certamente appagante per chi se ne fa interprete sul piano emotivo, ma destinata a restare infruttuosa sul piano politico.
di Ugo Magri
La Stampa, 3 giugno 2019
Il richiamo del Presidente alle celebrazioni per la Festa della Repubblica: "Serve una riflessione sul significato profondo del pubblico servire". Avendoli tutti davanti - alte cariche, grand commis, politici, ambasciatori - Sergio Mattarella non ha perso l'occasione per far pesare ciò che più lo preoccupa. L'ha detto col solito garbo e senza sgualcire la Festa della Repubblica che si è celebrata poco dopo nei giardini del Quirinale: ormai forse l'unico luogo dove tutti si sentono di casa e civilmente colloquiano tra loro sovranisti e anti, rappresentanti della famigerata "Casta" e populisti della più bell'acqua.
Il presidente ha voluto ricordare che, "in ogni ambito, libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate tra le identità, con chi fomenta scontri, con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo".
A cosa, e soprattutto a chi, Mattarella si riferisca, non serve troppa immaginazione per intuirlo. Il capo dello Stato è allarmato dal successo politico che riscuotono (non solo in Italia) gli "odiatori" e ne teme le conseguenze. Lo segnala nel giorno più solenne della nostra Repubblica, quando si celebra l'atto di nascita, quasi a rimarcare come lo scatenamento degli istinti più belluini non si sia placato con le elezioni europee, e dal Colle si colgano purtroppo segni allarmanti di nuove tensioni. Una campagna elettorale che non finisce mai.
Il potere non è illimitato - Aiuta meglio a capire lo stato d'animo presidenziale il messaggio che, di prima mattina, Mattarella aveva inviato ai prefetti. In due paginette, aveva riassunto una sorta di vademecum costituzionale che valga come bussola per i rappresentanti dello Stato sul territorio, e li aiuti a tenere la rotta salda in mezzo alle tempeste politiche. Tanto per cominciare, il presidente chiede loro di farsi "attori di coesione sociale e istituzionale".
Dunque di lavorare per ricucire il tessuto del Paese e di non prestarsi a chi vorrebbe lacerarlo ulteriormente. L'iniziativa dei prefetti può essere rilevante sotto molti profili. Sul terreno della sicurezza e dell'ordine pubblico, in primo luogo. Guarda caso, dopo certe polemiche sull'operato delle forze di polizia, Mattarella chiede di tenere a mente "lo spirito della Costituzione repubblicana" e dunque "i limiti che pone alle autorità, nel segno del primato della legalità". Come dire: le leggi sono leggi e nessun ministro, per quanto potente, potrebbe far finta che non esistano.
Il ciclo resta negativo - Ma i prefetti hanno facoltà e spesso il dovere di intervenire nelle crisi aziendali sul territorio, come autorità pubblica incaricata di cercare "un punto d'incontro che anteponga il bene generale alle convenienze particolari".
In questo caso, la preoccupazione del presidente riguarda un'economia che sprofonda nella crisi: "Le incertezze del ciclo economico sembrano non offrire solide prospettive a molti lavoratori, soprattutto giovani, e alle loro famiglie". Altro che ripresa dietro l'angolo: Mattarella non abbocca alla propaganda governativa, e invita i prefetti a rimboccarsi le maniche. Non da soli, ma "con il concorso generoso del volontariato e dell'associazionismo, che meritano la stima e il sostegno delle istituzioni" sebbene spesso qualche politico li consideri un intralcio.
di Franco Corleone
L'Espresso, 3 giugno 2019
La credibilità della giustizia è scossa da vicende gravi come le nomine dei capi delle Procure in cui le scelte sono determinate da accordi di potere. Ma, diciamo la verità, anche la recente sentenza sulla cosiddetta cannabis light non aiuta il prestigio e soprattutto la certezza del diritto. In seguito a opposti orientamenti di diverse sezioni, addirittura è stato deciso di convocare le Sezioni Unite per indicare una linea coerente e univoca. Il risultato è assai deludente da tutti i punti di vista, soprattutto perché ha alimentato aspettative improprie che si sono tradotte in strumentalizzazioni deplorevoli.
Ricapitoliamo la questione nel modo più semplice possibile. Da molto tempo erano aperti negozi che vendevano semi di canapa e prodotti derivati come alimenti o articoli tessili.
Lo sviluppo e l'apertura di vere e proprie catene è avvenuto in seguito alla promozione della canapa industriale a livello comunitario con un thc pari allo 0,2 e con una tolleranza per gli agricoltori fino allo 0,6. Si è dunque ritenuto che fosse possibile e lecito commercializzare le piante e le infiorescenze con tali caratteristiche.
Qualche magistrato di larghe vedute, ha ritenuto bene di compiere indagini per verificare la corrispondenza dei prodotti venduti a quei livelli. Da questi esercizi risibili legati a priorità puramente ideologiche sono nati i ricorsi in Cassazione e la recente pronuncia. La sentenza afferma una plateale ovvietà, cioè che la legge vieta la vendita, il possesso, la cessione e altre numerose condotte di sostanze stupefacenti tra cui la canapa, secondo l'art. 73 del Dpr 309/90, noto come legge Iervolino-Vassalli. La sentenza non può vietare la canapa tessile e quindi rinvia all'esame, caso per caso, la verifica se una pianta di canapa sativa superi il limite di thc previsto e quindi abbia un potere drogante e la condotta sia penalmente rilevante.
In astratto siamo alla pura esaltazione del nulla. In concreto i negozi saranno facilmente soggetti a vessazioni, controlli, intimidazioni che renderanno l'attività commerciale assai problematica. Qualche povero untorello continua a dire che la droga fa male e che lo spinello è un segno di vizio che produce le terribili conseguenze che autorevoli scienziati attribuivano all'onanismo. Purtroppo per loro lo Stato italiano continua a produrre attraverso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la canapa vera, non quella per lenzuola e jeans, per le necessità terapeutiche. È dimostrato, infatti che tale farmaco fa bene o fa star bene tanti malati colpiti da gravi patologie.
E dal punto politico quale lezione trarre? Va ripresa la battaglia per la legalizzazione, senza scorciatoie, secondo l'esempio dell'Uruguay, del Colorado, della California e del Canada. Il proibizionismo è funzionale allo stato etico o meglio alla sua caricatura e soprattutto rafforza le spinte moralistiche e lo stato di polizia. Una ubriacatura che non potrà durare all'infinito. Neppure in Italia.
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 3 giugno 2019
"A Tripoli mesi infernali, per loro ero uno schiavo mi picchiavano tutti i giorni". Fofana ha 18 anni e indossa il braccialetto numero 30. Ha il volto segnato, è provato. Arriva dalla Costa d'Avorio e per anni ha fatto il muratore in Libia: "Poi è scoppiata la guerra", sottolinea.
Lui e il suo amico hanno deciso di salire su un barcone della speranza e cercare di iniziare una nuova vita in Europa e precisamente in Spagna: "Dove ho alcuni amici", precisa agli agenti della seconda e quarta sezione della squadra mobile che ieri pomeriggio sono saliti a bordo della nave della Marina Militare e li hanno interrogati.
Non è stato semplice rintracciare gli scafisti: "Ha fatto tutto il mio amico, ha pagato il viaggio lui". SÌ ferma Fofana e racconta la sera della partenza: "Siamo arrivati all'inizio di una foresta, alla nostra destra c'era il mare. Ricordo che c'era tanta gente nascosta tra gli arbusti. C'erano persone armate di kalashnikov che erano minacciose. Ci dicevano di nasconderci e non uscire fino al loro segnale. Qualcuno è stato anche picchiato selvaggiamente perché non ha rispettato l'ordine".
Nel cuore della notte è arrivato il segnale: "Siamo partiti tutti di corsa, diretti al gommone - prosegue Fofana - gli scafisti dell'organizzazione non c'erano ma ci hanno dato una decina di bariliblu con circa venti litri di carburante ognuno e ci hanno spiegato come metterlo nel motore. Quindi ci hanno messo in mano una bussola dicendoci di seguire una determinata direzione".
Dopo due giorni e mezzo di navigazione i problemi e il rischio di finire affogati: "Ricordo gli elicotteri che ci hanno sorvolato, l'intervento della nave e i primi viveri a bordo che ci hanno salvato la vita. Ora il mio sogno è restare in Italia e cominciare una nuova vita".
Ickaka, invece, sogna di andare a vivere in Francia. Non scappa dalla guerra, non scappa dalla fame. Ma è in fuga per amore. Ha 26 anni e si è innamorato della donna sbagliata: la moglie di suo fratello. "Lui è partito per un lungo viaggio - spiega alla squadra mobile - e io ho avuto una relazione con sua moglie. Quando mio fratello è tornato abbiamo deciso di dichiararci. Non ha accettato questa situazione e ha cercato di uccidermi. Aquel punto ho dovuto lasciare la Costa D'Avorio e sono stato prima in Buriana Faso e poi in Libia dove ho iniziato a fare il muratore".
A Tripoli, però, è stato rapito dai ribelli: "Sono iniziati sei mesi infernali per me - prosegue - in cui ho fatto da schiavo ai padroni del posto. Ho addirittura dovuto costruire una villa al padrone del carcere dove ero detenuto - prosegue - e venivo picchiato alla sera e alla mattina". Ickaka si interrompe, prende tempo e prosegue: "Un mio conoscente mi ha prospettato la possibilità di venire in Europa e dopo aver messo insieme qualche risparmio ho trovato il modo per pagare il viaggio. Ho consegnato ad alcuni amici circa duemila dinari libici (circa mille euro n.d.r) e una sera mi sono venuti a prendere con una macchina e mi hanno portato vicino ad un bosco.
Qui abbiamo atteso due giorni il momento propizio prima di partire. Sono stati giorni carichi di tensione e paura. Eravamo minacciati da persone armate che prendevano a calci e pugni la gente. Per qualche attimo ho anche deciso di non partire ma temevo mi uccidessero".
In mare sono state vissute sette ore da incubo: "Eravamo in balia delle onde e non sapevamo se qualcuno sarebbe venuto a salvarci. Dopo un po' non ci pensavo più e quando ho visto arrivare la nave mi sembrava un sogno".
di Gian Guido Vecchi
Corriere della Sera, 3 giugno 2019
Colloquio con il Pontefice sul volo di ritorno dalla Romania: "Impariamo dal passato, non lasciamo che vincano pessimismo e ideologia. Lancio un appello alla solidarietà mondiale".
"So che alcuni di voi sono credenti, altri non tanto. Ai credenti dico: pregate per l'Europa, pregate, che il Signore ci dia la grazia. Ai non credenti chiedo l'augurio del cuore, la buona volontà, il desiderio che l'Europa torni ad essere il sogno dei padri fondatori".
Poco dopo il decollo dalla Transilvania, Francesco raggiunge i giornalisti in fondo al volo che lo riporta a Roma dopo tre giorni di viaggio in Romania. C'è la preoccupazione per le sorti dell'Europa, una considerazione che gli preme di dire. E poi ci sono le domande: elezioni europee, Salvini, i nazionalismi, il rapporto con Benedetto XVI, il dialogo con i cristiani ortodossi.
Santità, nella campagna elettorale per le recenti elezioni europee alcuni leader sovranisti, a cominciare dal vicepremier Matteo Salvini in Italia, hanno esibito simboli religiosi nei comizi: bacio del rosario, affidamenti al cuore immacolato di Maria eccetera. Che impressione le ha fatto? Ed è vero che lei non vuole incontrare Salvini?
"Io non ho sentito che nessuno del governo, eccetto il premier, abbia chiesto udienza, nessuno. Per una udienza si deve parlare alla Segreteria di Stato. Il premier Conte l'ha chiesta ed è stata fatta come indica il protocollo. Una bella udienza, un'ora o più forse, un uomo intelligente, un professore. I vicepremier non li ho ricevuti, altri ministri neppure. Ho ricevuto il Presidente della Repubblica... Leggendo i giornali, non sono entrato in queste notizie, come ha fatto propaganda un partito o l'altro... E poi mi confesso ignorante, non capisco la politica italiana, è vero che devo studiare... Dire un'opinione sulla campagna elettorale di uno dei partiti non sarebbe molto prudente. Io prego perché gli italiani si uniscano e siano leali. Io sono italiano perché sono figlio di emigranti italiani, tutti i miei fratelli hanno la cittadinanza, io non ho voluto perché il vescovo deve essere della patria della sua diocesi. C'è nella politica di tanti Paesi la malattia della corruzione, dappertutto. Ma domani non dite, "il Papa ha detto che la politica italiana è corrotta", no, è una malattia universale. Dobbiamo aiutare i politici a essere onesti, a non fare campagna con bandiere disoneste, la calunnia, la diffamazione, gli scandali o, come accade tante volte, seminando odio e paura: questo è terribile. Un politico mai, mai deve seminare odio e paura, soltanto speranza. Giusta, esigente, ma speranza: perché deve condurre il Paese lì".
Lei ha parlato di fraternità, ma in Europa cresce il numero di quelli che preferiscono camminare da soli. Perché è così e cosa deve fare l'Europa per cambiare?
"Tutti siamo responsabili dell'Unione europea, tutti. La rotazione del presidente è simbolo della responsabilità che ognuno dei Paesi ha dell'Europa. Se l'Europa non guarda bene le sfide future, appassirà. A Strasburgo dissi che sta finendo di essere la mamma Europa e sta diventando la nonna Europa. È invecchiata, ha perso l'impulso a lavorare assieme. Qualcuno forse si domanderà: non sarà la fine di un sogno durato settant'anni? L'Europa ha bisogno di riprendere se stessa, superare le divisioni. Stiamo vedendo delle frontiere, e questo non fa bene. È vero che ognuno dei Paesi ha la sua cultura e deve custodirla, ma con la mistica del poliedro: si rispettano le culture di tutti, ma tutti uniti. Che l'Europa non si lasci vincere dal pessimismo o dalle ideologie, perché l'Europa è attaccata non con cannoni o bombe ma da ideologie che non sono europee, vengono da fuori. Pensiamo all'Europa divisa e belligerante del 1914, del 1933, del 1939... Impariamo da questo, impariamo dalla storia, non cadiamo nello stesso buco".
Di Benedetto XVI aveva detto che è come avere un nonno in casa, continua a vederlo così?
"È vero, ora di più! Ogni volta che vado da lui a visitarlo lo sento così, gli prendo la mano, lo faccio parlare, parla poco, parla adagio, ma con la stessa profondità di sempre. Il problema di Benedetto sono le ginocchia, non la testa. Ha una lucidità grande. Sentendo Benedetto, sento questa tradizione della Chiesa che non è una cosa da museo ma è come le radici: ti danno il succo per crescere, e tu non diventerai come la radici, fiorirai e darai frutti, e i semi saranno le radici degli altri... Sull'Osservatore Romano ho letto una frase di Mahler: la tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri. Non è un museo, la tradizione, non custodisce le ceneri, non è la nostalgia delle ceneri".
Milioni di romeni sono emigrati. Che cosa dice a un genitore che lascia i propri figli per andare all'estero e assicurare loro una vita migliore?
"Mi fa pensare all'amore della famiglia, staccarsi non è una cosa bella, c'è sempre la nostalgia di ritrovarsi. Il distacco è sempre doloroso, farlo perché non manchi nulla alla famiglia è un atto di amore. Non se ne fanno per fare turismo ma per necessità. Tante volte sono i risultati di una politica mondiale, della situazione mondiale dell'economia, dall'ordine mondiale finanziario. Ci sono imprese che chiudono per riaprire altrove e guadagnare di più, lasciando la gente per strada. Questa è una ingiustizia mondiale, di mancanza di solidarietà, una sofferenza... Nella società del consumismo, dell'avere di più e guadagnare di più, tanta gente rimane sola. Il mio è un appello alla solidarietà mondiale".
Che cosa consiglia ai romeni, quali dovrebbero esser i rapporti tra minoranza cattolica e maggioranza ortodossa, tra etnie, nella società civile?
"Il rapporto della mano tesa, quando ci sono conflitti. Un Paese in sviluppo con alti tassi di nascita non può permettersi il lusso di avere nemici dentro. Sempre la mano tesa. Con l'ortodossia, l'ecumenismo non è arrivare alla fine della partita, si fa camminando insieme e pregando insieme. Nella storia abbiamo l'ecumenismo del sangue, quando uccidevano i cristiani senza chiedere se fossero cattolici o ortodossi, e c'è anche l'ecumenismo della testimonianza, del povero, lavorare insieme per aiutare gli ammalati, gli infermi, la gente al margine di un minimo di benessere. Mani tese, guardarsi meglio, non sparlare degli altri".
Nel primo giorno, quando lei e il patriarca avete pregato ognuno per conto suo il Padre Nostro, è stato un momento bello ma anche un po' duro. Cosa pensava quando è rimasto in silenzio mentre il patriarca pregava in romeno?
"Farò una confidenza, non sono rimasto in silenzio. Io ho pregato il Padre Nostro in italiano durante la recita in romeno... La maggior parte della gente pregava sia in romeno sia in latino. La gente va oltre noi capi. Noi capi dobbiamo fare degli equilibri diplomatici, ci sono abitudini e regole che è buono custodire perché le cose non si rovinino, ma il popolo prega assieme. Anche noi quando siamo da soli preghiamo insieme. I patriarchi sono aperti. E anche noi cattolici abbiamo gente chiusa che non vuole, dice che gli ortodossi sono scismatici, cose vecchie: gli ortodossi sono cristiani. Se ci sono gruppi cattolici un po' integralisti, dobbiamo pregare per loro".
retekurdistan.it, 3 giugno 2019
Dopo la fine dello sciopero della fame nelle carceri, continuano ad essere all'ordine del giorno molte violazioni di diritti relative alle cure mediche dei prigionieri. Molti prigionieri che sono stati per un lungo periodo in sciopero della fame e sono in cattive condizioni sono stati portati in ospedale troppo tardi, mentre altri vengono rimandati in carcere perché rifiutano di essere visitati in manette. La dirigente dell'Associazione per i Diritti Umani (Ihd) Nuray Çevirmen ha parlato delle violazioni di diritti in atto. Çevirmen ha detto che migliaia di persone sono state in sciopero della fame in 90 carceri e che quando si è trattato di portarle in ospedale, le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Molti prigionieri, ha detto, sono stati ammanettati non solo nel percorso verso l'ospedale, ma anche mentre vengono visitati dai medici.
Ha citato l'esempio di un "prigioniero a Siverek che era ammanettato mentre veniva fatto il prelievo per le analisi del sangue. Il prigioniero è svenuto e dato che aveva le mani legate dietro la schiena è stato dimesso dall'ospedale e riportato in carcere con tre punti sulla testa". Notando che i prigionieri che sono stati in sciopero della per molto tempo hanno avuto dolori agli organi, problemi intestinali, sanguinamenti e perdita della vista, Çevirmen ha detto che gli sono state fatte solo le analisi del sangue. L'Ordine dei Medici Turco (Ttb) ha fatto il suo lavoro, ma, dice Çevirmen, non ha mostrato la necessaria sensibilità.
Triplo Protocollo - Çevirmen ha detto che molte strutture non sono pronte ad affrontare questo tipo di processo e che molte complicazioni per quanto riguarda la salute dei prigionieri sono causate da quello che viene chiamato triplo protocollo. "Per esempio, - ha detto - la/il prigionier* viene portat* fuori dal carcere per gli esami, ma la gendarmeria la/lo ammanetta e quando va in ospedale non le/gli vengono forniti cure ed esami adeguati. In aggiunta i medici non hanno sufficienti conoscenze e strumenti per affrontare le conseguenze dello sciopero della fame, così avremmo sperato che il Ministero della Sanità fosse in grado di lavorare in modo complessivo e di avere uno scambio di opinioni con il Ttb in modo da poter introdurre un sistema di intervento appropriato. Sfortunatamente questo non è successo".
Çevirmen ha evidenziato che il ritorno delle e degli scioperanti in carcere senza esami adeguati causerà grandi problemi in futuro. Ha citato il caso di due prigioniere ad Antalya e l'imposizione di visite in manette nel carcere di Amasya e la mancanza di ricoveri nel carcere di Bakirköy".
L'Ihd sta monitorando il processo post-sciopero della fame - Çevirmen ha aggiunto: "L'Ihd ha monitorato tutto il processo fin dall'inizio del processo di sciopero della fame e ha riferito della situazione in diversi rapporti. Dopo la fine dello sciopero della fame, stiamo lavorando all'individuazione di violazioni di diritti. Per quanto riguarda l'accesso alla salute, stiamo lavorando in modo coordinato con il Ttb. Abbiamo creato un tavolo di crisi con avvocati, professionisti della sanità, attivisti per i diritti umani".
di Nicolò Delvecchio
La Repubblica, 3 giugno 2019
Sarà possibile possedere, utilizzare e coltivare cannabis in privato. Respinto il ricorso dei ministeri della Giustizia e della Sanità, contrari alla legalizzazione per gli effetti negativi della pianta. Esultano gli attivisti. La Corte costituzionale del Sudafrica ha legalizzato la coltivazione e il possesso di marijuana per uso personale.
Con decisione non unanime, letta in aula dal giudice Raymond Green, la Corte ha quindi depenalizzato "l'uso e il possesso di cannabis da parte di un adulto, per il consumo in privato", rendendone legale anche la coltivazione. Il Sudafrica diventa dunque il primo Paese africano a rendere legale l'uso di marijuana anche a scopo ricreativo. In passato, Lesotho e Zimbawe avevano già legalizzato la cannabis, ma solo con finalità terapeutiche.
Nel marzo dello scorso anno una sentenza della Corte suprema di Western Cape, la regione di Città del Capo, aveva già dichiarato anticostituzionale il divieto di possesso, uso e coltivazione in privato e per uso personale di cannabis, invitando il Parlamento a cambiare le relative sezioni della legge sul traffico di droga. La decisione è stata dunque confermata dal più alto tribunale sudafricano, che ha respinto la tesi sostenuta da diversi dipartimenti del governo - compresi i ministri della Salute e della Giustizia - sulla pericolosità degli effetti della marijuana. La sentenza tuttavia non ha specificato quanto può essere detenuto o consumato, lasciando che sia il Parlamento a stabilirlo.
A lungo, in Sudafrica, attivisti di vari movimenti hanno manifestato in favore della legalizzazione della dagga, parola con cui nel Paese si indica la marijuana. Tra questi, in prima linea ci sono stati Jeremy Acton, ex leader del Dagga Party e Garreth Prince, attivista rastafariano. I due avevano infatti sollevato il caso davanti alla Corte di Città del Capo, sostenendo come le leggi vigenti costituissero una violazione al diritto di uguaglianza, dignità e libertà religiosa.
La decisione del più alto tribunale sudafricano su quanto chiesto dall'Onu, che nel 2016 aveva sollecitato i suoi membri a "riesaminare le loro politiche" in materia di cannabis dopo decenni di repressione. Per Phephsile Maseko, dell'organizzazione sudafricana della medicina tradizionale, la sentenza costituisce "una grande vittoria non solo per i medici, ma anche per i pazienti". "Noi utilizziamo la cannabis da anni, per curare l'ansia e come antisettico, in segreto", ha aggiunto.
di Elisabetta Cipollone
La Stampa, 2 giugno 2019
Sono una mamma che ha perso metà del suo cuore in un gelido pomeriggio di otto anni fa. L'ho seppellito lì, insieme ad Andrea sotto qualche manciata di terra. Vittime noi, privati per sempre del suo amore. Vittima lui, portato via dalla scelleratezza umana di chi non rispetta la vita con la sua preziosa ed incommensurabile unicità.
- Le ricette delle detenute in giro per l'Italia: tre appuntamenti per "Inside Out Shared Food
- Bufera procure, Palamara si autosospende dall'Anm. Il Csm convoca plenum straordinario
- Csm, resa dei conti. Adesso rischia lo scioglimento
- Monza: il lavoro in carcere che rende (davvero) liberi
- Caos nelle correnti e nel Csm. I penalisti chiedono l'intervento di Mattarella









