di Alessandro Agostinelli
globalist.it, 29 luglio 2018
Da 30 anni Armando Punzo, creatore, animatore e regista della Compagnia della Fortezza, porta la sua arte tra i detenuti dietro le sbarre. Quest anno con uno spettacolo bellissimo dedicato a Borges. "Beata solitudo, sola beatitudo", scriveva quello che io chiamo Sua Lungimiranza, cioè Lucio Anneo Seneca. Vuol dire che la felice solitudine è la sola beatitudine. Chissà se lo sanno quelli della Compagnia della Fortezza, quelli che ci ostiniamo a chiamare attori-detenuti, per far capire a chi non conosce ancora questa storia, cosa accade ogni anno nel carcere di Volterra.
Accade che dopo un lavoro lungo tutto l'anno, fatto di incontri, ginnastiche fisiche e mentali, libri e poesie mandate a memoria, litigi col regista, scazzi tra un caffè e una sigaretta, un gruppo di persone si raduna in una stanzuccia del Mastio volterrano con un pazzo (che io conosco dal 1992) che si chiama Armando Punzo. E in un pomeriggio estivo, un pomeriggio fatto così e così, si dicono: "anche quest'anno si va in scena".
Lavorano tutti i giorni, da trent'anni e passa, tra celle aperte, doppi maglioni invernali, ciabatte infradito estive, docce e dialetti di tutto il Mediterraneo, quello di sopra e quello di sotto. E ogni anno, quando noi profani saliamo la ripida ascesa al paradiso del teatro (che per un caso fortuito si trova dentro un carcere), li vorremmo maledire tutti quanti per la loro dedizione alla scena - che se anche noi avessimo la loro costanza avremmo senz'altro fatto qualcosa di meglio e in più nella nostra esistenza. E poi li vorremmo abbracciare tutti per le emozioni che sulla scena sanno dare e dire, in tante lingue del mondo, con tanti gesti di gioia e dolore mescolati assieme.
E ancora oggi, che sto uscendo da questa prigione, dopo aver ripreso il mio smartphone e lo zaino con dentro le cose che mi serviranno a scrivere questo articolo, è come se fosse la prima volta. Non perché ci sia particolare emozione a entrare ancora una volta qui, per l'ennesima volta, vale a dire in un carcere, ma soltanto perché i miei occhi hanno visto ancora il mistero dell'andare in scena per dire tante verità una appresso all'altra che quel pazzo di regista e attore e divinità tra le sbarre chiamato Armando, sa tirare fuori (la primizia di un contatto, l'accensione di una scintilla) da queste perle di attori, che navigano ogni giorno tra le spesse muraglie e le rigide e solide sbarre di questa Fortezza cinquecentesca che loro fanno diventare a volte tuono, a volte fulmine, a volte mare, a volte giaciglio e culla.
Si badi bene, non c'è in me nessuna giustificazione per il detenuto, e neppure alcuna volontà di fare la retorica contro-culturale di un mondo migliore senza carceri: la nostra vita è fatta anche di violenza, la nostra vita è fatta anche di pena e responsabilità.
Piuttosto mi affascina ancora oggi quello che Armando forse sa da tanto tempo e che io ho sempre intuito, ma non sono mai riuscito a dirmi e a raccontare nelle tante volte che ho scritto di Carte Blanche. E Armando lo dice bene in questo spettacolo che si intitola "Beatitudo":
"Queste mura, a loro modo, mi proteggono da me stesso, dalla stanchezza e dagli allori. Qui ho sempre a disposizione la realtà, al massimo della sua espressione, violenta, limpida e inequivocabile".
La scena di "Beatitudo" è una confessione costruita nel cortile principale della Fortezza, ed è già da sola un terzo dello spettacolo, del fatto che questo funzioni per tutta la durata delle sue due ore (a parte un po' troppo lungo monologo in inglese). C'è una piscina, c'è un musicista che suona seduto davanti a un pianoforte verticale, ci sono quattro tra batteristi e percussionisti, ci sono i soldati di un esercito con i costumi da battaglia orientali, con in mano della lunghissime aste di bambù, ci sono il regista in scena e un bambino al suo fianco, entrambi con i piedi nell'acqua della piscina.
La musica suona mentre il pubblico entra e prende posto sulla tribuna o seduto su cuscini di fronte alla piscina, e si interrompe solo a spettacolo finito: è un tappeto sonoro continuo che segna il ritmo e la melodia emotiva dello spettatore. La musica è il secondo terzo dello spettacolo.
Poi ci sono le parole di Armando e quelle di Jorge Luis Borges, potenti, piene, parole che attraversano il mondo, quello di oggi e quello di ieri, le religioni quelle primitive e quelle monoteiste, le filosofie, la storia, i movimenti degli insetti e quelli delle fronde del bosco, gli eserciti che danzano e l'artista che beve la creatività dell'umanità intera, il principio e quel che c'è dopo la fine, perché alla fine forse non c'è il nulla, ma ancora - mi piace pensarlo - le parole che parlano del tutto e dell'uno di Borges, appunto. E insieme a queste parole che costruiscono il Mondo, ci sono i corpi e i costumi, i movimenti e le smorfie di sorriso degli attori, la loro presenza in scena, il loro solido icastico esserci, stare sul fronte della scena come sul ciglio di un baratro che non sappiamo quanto profondo sia, né noi né loro - possiamo solo intuirlo con le emozioni. E queste due cose sono il terzo terzo dello spettacolo.
C'è il padre in croce e Gesù Cristo (una vera prova fisica d'attore), c'è Armando-ora e Armando-ieri, ci sono gli altri registi che nuotano nel mare del senso senza conoscere il non-senso della realtà irreale del carcere, cioè senza conoscere la rappresentazione della rappresentazione irrapresentata. Ci sono le donne e ci sono i libri che sono anche gli spettacoli di trent'anni, ci sono le forme e i direttori, l'esercito degli attori e quello dei piccioni che continuano a far parte di tutti gli spettacoli, alzandosi in volo di quando in quando. E ci sono pure le bizze di qualche detenuto che non ha il permesso di uscire dalla cella e starnazza proprio quando c'è più silenzio. Ma tutto questo è spettacolo, tutto sta dentro a questo utero fluido e ricorrente di "Beatitudo".
A chi vedesse questo lavoro pensando di assistere a uno spettacolo teatrale dico subito che questo non è uno spettacolo teatrale, o almeno non solo. È cinema, è arte contemporanea, è musica e concerto, è lettura e poesia. È Wagner e Sorrentino, è lampo e brezza. È la solitudine di tante solitudini incarcerate che il lavoro del teatro mette insieme ed erutta in un momento, come immediata percezione di bellezza.
Era il 1985. In una gelida sera di dicembre, quello che per me è un Nobel della letteratura, Jorge Luis Borges, salì le strade che lo separavano dall'inclita città di Volterra. Due giorni dopo se ne andò e poi morì. Durante la cerimonia del Premio Etruria che lo incensava, disse: "Volterra è viva e segreta, presente e lontana, fatta di pietre e respiri. Mi è parso di udire dei passi, delle voci, e dunque qualcosa di inafferrabile perdura nella città: un parlottio misterioso, un arcano trascorrere di forme, un paesaggio d'ombre".
Per decenni, da qualche parte qui, è rimasto il suo fantasma, per resuscitare alla vita, per brulicare dentro questa beatitudine della Compagnia della Fortezza.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 29 luglio 2018
Ora le sentenze passano al gran muftì. In uno dei tanti processi di massa post-golpe, gli imputati accusati di proteste dopo la deposizione dell'islamista Morsi. Ieri la Corte penale del Cairo ha condannato a morte 75 persone, ritenute colpevoli di proteste contro il golpe dell'allora generale al-Sisi nei giorni e le settimane successive al 3 luglio 2013. Tra i condannati ci sono figure di spicco dei Fratelli Musulmani, coinvolti nelle manifestazioni a piazza Rabaa, dove nell'agosto di cinque anni fa il neonato regime massacrò circa mille dimostranti.
Ora la sentenza di pena capitale sarà trasferita al gran muftì, la più alta autorità legale islamica, che dovrà dare il suo parere in merito. Il parere non è vincolante ma generalmente è ascoltato dalla magistratura (è stato il muftì a salvare Mohamed Badie, leader della Fratellanza Musulmana egiziana e suo ideologo, più volte condannato a morte dal 2013 a oggi). Il verdetto finale sulle sentenze emesse ieri è atteso per il prossimo 8 settembre. Non c'è Shawkan: per il fotoreporter anche lui imputato nelle stesso processo di massa l'udienza è di nuovo rinviata al 9 settembre.
Sentenze emesse nell'ennesimo processo di massa, ormai la normalità nel sistema giudiziario egiziano, strumento utilizzato per i casi aperti contro gli oppositori (molto spesso infilandoci dentro soggetti politicamente lontani, da giornalisti ad attivisti di sinistra fino agli islamisti). Di per sé simili processi violano il diritto internazionale e quelli dei singoli imputati che, come raccontano gli egiziani che ci sono passati, sono privati di una difesa efficace ed effettiva: gli imputati non vedono i propri legali (e se ne hanno occasione sono tenuti d'occhio da poliziotti o funzionari del carcere), seguono le udienze in gabbie di vetro, non hanno accesso ai file sul proprio caso.
E poi c'è la pena di morte. Se tra il 2007 e il 2013 (dagli ultimi anni dell'era Mubarak al golpe di al-Sisi) sono state condannate a morte 12 persone, dal 2014 il numero è schizzato alle stelle: secondo Reprieve, tra il gennaio 2014 e il febbraio 2018 sono state comminate 2.159 condanne a morte, di cui 83 già eseguite. Più alti i numeri di Amnesty International: dal gennaio 2014 al 25 luglio 2018 sono stati giustiziati almeno 128 prigionieri.
di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 29 luglio 2018
"Con i nuovi acquisti di cannabis medica annunciati dal Ministero della sanità possiamo tirare un sospiro di sollievo fino a settembre, forse ottobre. Le farmacie saranno rifornite ma il problema resta apertissimo, ci sono tante questione ancora non affrontate". Leonardo Fiorentini è da anni impegnato sul tema cannabis, è autore del libro La cannabis fa bene alla politica (Ed. Reality Book) ed è il direttore del sito di informazione sulle droghe Fuoriluogo.it.
Sulla cannabis terapeutica molti pazienti lamentano di doversi pagare le cure, cosa sta succedendo?
Quel che bisogna capire da subito è che si potrebbe fare già tantissimo con gli strumenti che già ci sono. Il Ministero dovrebbe coordinarsi con tutte le Regioni e rendere così effettivo quanto per ora scritto sulla carta, e cioè che la cannabis terapeutica deve essere a carico del sistema sanitario nazionale. Invece ogni Regione è un caso a se stante, con regole diverse e a volte disattese. Purtroppo da molti punti di vista siamo ancora in pieno Far West.
Eppure la legge italiana parla di terapie a carico del sistema sanitario nazionale.
Intanto premetto che l'attenzione sul tema della ministra Grillo è qualcosa da non dare per scontato, visto l'atteggiamento del suo predecessore Lorenzin che di fronte alle proteste dei malati si era limitata a dire che le piantine avevano bisogno di tempo per crescere. Resta però ancora tantissimo lavoro da fare sul piano culturale, sia tra i politici che tra i medici. Ad esempio sempre la legge prevedrebbe l'organizzazione di corsi destinati ai medici sul tema cannabis medica. Non mi risulta che stia avvenendo. La verità è che in Italia sono ancora pochissimi i medici, di base e non, con un'adeguata conoscenza professionale sulla questione. Se questa è la situazione chiaramente anche la politica arranca. Ma ripeto, la ministra Grillo sembra attenta alla questione. Resta da vedere quali passi avanti saranno concretamente fatti.
Quanti sono i pazienti che in Italia fanno uso di cannabis medica?
Difficile dirlo con esattezza. Dati ufficiali non ne abbiamo, alcune regioni lo comunicano, altre no. Possiamo dire, ma si parla di stime, che siano 20 mila le persone che in Italia fanno uso di cannabis medica con regolare prescrizione. Attenzione, però, è solo la punta dell'iceberg. Molti altri potrebbero beneficiare della cannabis terapeutica, ad esempio nelle terapie contro il dolore. Ma il problema è che ne ignorano l'esistenza perché i loro medici, a loro volta, non sono formati sul tema. C'è ancora chi è costretto a informarsi su internet o col passa parola. Non va bene, perché girano leggende metropolitane che parlano di cannabis capace di curare il cancro. Non c'è nessuna ricerca che lo provi, eppure molti pazienti si scambiano l'informazione. Anche qui, come detto, siamo nel Far West.
Se lo Stato si facesse carico dei costi, cosa succederebbe?
Attenzione anche qui, non è assolutamente detto che lo Stato vada a spendere di più di quanto già spende, visto che spesso la cannabis medica è una terapia che ne sostituisce altre. Negli Stati Uniti ad esempio, dove va detto che la cultura degli oppiacei è molto "diffusa" nella medicina, diversi studi hanno dimostrato che i programmi di cannabis terapeutica sono stati in grado di generare risparmi per il servizio sanitario.
di Giovanni Stinco
Il Manifesto, 29 luglio 2018
L'era voglio. La denuncia del Comitato dei pazienti. La ministra Grillo (5Stelle) annuncia acquisti dall'Olanda. Ma per la Lega è "l'erba della morte". La legge prevede che sia fornita dal sistema sanitario, ma in molte regioni manca del tutto. "La cannabis medica tornerà in tutte le farmacie? Bene, i malati di tutta Italia saranno felici certo, ma tanto io i soldi per comprarla non ce li ho". Ugo, 40 anni, è uno dei tanti pazienti che non possono accedere alle cure a base di cannabis terapeutica.
Il motivo è molto semplice: non tutte le Regioni garantiscono a chi ne ha bisogno le cure gratuite. E così, dopo la soddisfazione dovuta ai recenti annunci della ministra della sanità Giulia Grillo ("compreremo altri 250 kg di prodotto dai Paesi Bassi"), tutti sono ritornati con i piedi per terra. Perché se è vero che con gli sforzi del Ministero le farmacie dovrebbero evitare nel futuro di non poter rifornire i malati armati di regolare ricetta - come successo a gennaio e nel 2017 -, è anche vero che sono centinaia in Italia le persone che, anche con la prescrizione del medico in mano, alla tanto agognata cannabis terapeutica non potrebbero comunque mai arrivarci. Perché, molto semplicemente, non possono permettersela.
Capita al signor Ugo, con una grave patologia circolatoria, e così a tanti altri. C'è chi si espone, e sono pochi, tanti altri per pudore e dignità non vogliono esporsi. Chi ci mette la faccia racconta sempre la stessa storia, dal Trentino alla Sicilia.
"Ho una fibromilagia che mi impedisce di lavorare e per tenere sotto controllo i sintomi tra cui il dolore acuto avrei bisogno della cannabis, ma per avere la cannabis dovrei lavorare. È un cane che si morde la coda", spiega la signora Debora Minutella, 49 anni della provincia di Trento. Situazione simile per Simona Pagano, trentenne messinese con una diagnosi di artrite psoriasica. Simona per seguire la terapia a base di cannabis medica dovrebbe spendere circa 400 euro al mese. "In famiglia abbiamo un solo stipendio e dobbiamo mantenere nostra figlia", spiega. Il risultato, spesso, sono terapie interrotte, il dolore che si rifà sotto e con lui la stanchezza, l'insonnia e la mancanza di appetito. Oppure la cannabis medica che dovrebbe durare un mese la si fa durare un mese e mezzo, o due, a seconda dei soldi disponibili per l'acquisto e della capacità di sopportazione del dolore.
"E dire che c'è una legge nazionale chiara, purtroppo per il momento nessuna Regione la sta applicando davvero", dice Simonetta Biavati, portavoce del Comitato pazienti cannabis medica. La legge a cui fa riferimento Biavati è la n. 172 del 4 dicembre 2017 con il suo articolo 18 quater, una sorta di miraggio per i malati italiani. Al comma 6 si dice chiaramente che per "la terapia contro il dolore" e per una serie di altri casi "la cannabis sarà a carico del Servizio Sanitario Nazionale". Ma al momento nessuna Regione si è preoccupata di reagire alle indicazioni nazionali e così la situazione resta a macchia di leopardo.
Ci sono le Regioni che hanno approvato un proprio testo (Puglia, Toscana, Veneto, Liguria, Marche, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria, Emilia-Romagna e Lombardia), ma le varie leggi sono disomogenee e a volte con lacune e gravi problemi, e così ogni paziente ha diritti e possibilità differenti a seconda della sua residenza. Non va benissimo in Lombardia (che con i suoi 10 milioni di abitanti fa da sola un sesto della popolazione italiana), senza una legge che permetta di curarsi gratuitamente se non passando prima dagli ospedali. Situazione simile in Sicilia. Il Comitato Pazienti Cannabis Medica segnala grandi difficoltà per i pazienti di Marche, Abruzzo e Veneto. In Emilia-Romagna, invece, le cose sembrano funzionare bene.
Claudia Facchinetti ha 50 anni ed è di Bologna. Per anni ha dovuto affrontare la sclerosi multipla (e altre patologie) con terapie a base di farmaci tradizionali. Nulla di risolutivo, un calvario di dolore durato tre anni. "Poi con l'aiuto di uno specialista e del mio medico di base che si è informato assieme a me - racconta - ho iniziato una terapia a base di cannabis terapeutica e ora posso vivere degnamente". Il che vuol dire, per persone a volte costrette dal dolore a rimanere per giorni a letto, mangiare e dormire quanto più normalmente possibile, e la possibilità magari di cercare di nuovo un lavoro.
Per Claudia, la decisione della ministro Grillo di comprare altri quantitativi di cannabis medica dall'Olanda è un'ottima notizia perché, spiega, "in Emilia-Romagna la Regione ha già provveduto tempo fa con una sua legge, non devo pagare nulla e mi devo solo preoccupare di trovare una farmacia con il prodotto". Cosa non semplice visto che nelle farmacie dell'Emilia-Romagna l'anno scorso si sono visti pellegrinaggi da un po' tutta Italia.
Uno dei problemi, segnalano i pazienti, è proprio la produzione interna che lo Stato ha affidato all'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze e che, al momento, non è assolutamente in grado di fare fronte alle crescenti richieste. Da qui l'esigenza di acquistare all'estero.
Ma non ci sono solo questioni legate all'armonizzazione delle varie legislazioni regionali. All'orizzonte c'è un problema politico pronto ad esplodere da un momento all'altro. Se l'anima pentastellata del governo è favorevole alle esigenze dei malati, e la Ministra Grillo nei giorni scorsi lo ha dimostrato scrivendo direttamente al Comitato dei pazienti, a preparare le barricate è la Lega di Salvini. Non c'è solo il ministro Lorenzo Fontana, che si occuperà di cannabis ma dal punto di vista repressivo. Sono tanti i segnali che dicono che tra i salviniani la cannabis è vista come una droga alla stregua dell'eroina. Lunedì a Piacenza lo ha dimostrato un'iniziativa a trazione leghista, più che un convegno una fake news dal titolo "L'erba della morte, la cannabis".
A partecipare anche il senatore del Carroccio Simone Pillon, capogruppo in Commissione giustizia. Le argomentazioni proibizioniste sono state contestate da 200 persone e da un sit-in, ma Pillon ha messo le cose in chiaro: "I profeti sinistri - ha scritto il senatore - vorrebbero chiudere i nostri giovani nei cessi dei centri sociali a fumarsi le canne. Noi vogliamo che i ragazzi e le ragazze tornino a godersi le nostre splendide città".
Cannabis a uso ricreativo quella presa di mira da Pillon, diversa da quella medica della ministra della salute M5s Giulia Grillo. Ma come possano coesistere sotto lo stesso governo due approcci così differenti sul tema, resta davvero difficile da capire.
Corriere della Sera, 29 luglio 2018
L'artista napoletano stava realizzando sul muro che separa Israele dalla Cisgiordania l'immagine della giovane diventata simbolo della resistenza. Appello di de Magistris per la liberazione. "Siamo stati arrestati a Betlemme dall'esercito israeliano. Chi può aiutarci per favore lo faccia". Lo scrive sul suo profilo Facebook lo street artist napoletano, Jorit Agoch. Da una settimana sta lavorando a quel volto alto quanto il muro grigio che corre lungo le strade di Betlemme e separa gli israeliani dai palestinesi. Jorit Agoch è un graffitaro napoletano di origini olandesi, nella sua città ha ricoperto le facciate dei palazzi anche con il sorriso malinconico di Massimo Troisi. A Betlemme ha scelto di raffigurare Ahed Tamimi, la ragazza palestinese condannata a otto mesi di carcere per aver schiaffeggiato due soldati e che viene rilasciata oggi.
E il consolato generale a Gerusalemme e l'Ambasciata d'Italia a Tel Aviv, in stretto raccordo con la Farnesina, seguono con la massima attenzione il caso dei due italiani fermati a Betlemme ai quali stanno fin d'ora prestando ogni possibile assistenza, in contatto con le autorità locali e le famiglie. "Jorit deve tornare subito a Napoli. La sua libertà è questione di democrazia, riguarda tutti. Lo aspetto anche perché abbiamo del lavoro programmato da portare a termine a San Giovanni a Teduccio": è l'appello del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, perché sia liberato l'artista partenopeo arrestato a Betlemme.
Il murale simbolo - Il muro che separa la Cisgiordania da Israele è ricoperto di graffiti che sostengono la causa palestinese. Accanto all'immagine di Ahed, c'è il volto di un'altra donna, la giovane dottoressa con il velo rosso uccisa a giugno dall'esercito israeliano durante gli ultimi giorni di proteste della Marcia del ritorno. Tamimi, 17 anni, è diventata il simbolo della protesta anti-israeliana dei palestinesi quando a dicembre era stata filmata dalla madre mentre prendeva a calci e pugni, insieme a sua cugina, due soldati israeliani per allontanarli dalla sua abitazione. Il video era diventato virale. Tamimi era stata arrestata il 19 dicembre 2017 e condannata a otto mesi di reclusione da una Corte militare israeliana.
Per il suo rilascio, si sono battute associazioni e difensori dei diritti umani. La ragazza, secondo quanto dichiarato dal padre all'agenzia di stampa turca Anadolu, potrebbe uscire dal carcere domenica 29 luglio, nonostante la data prevista di scarcerazione sia il 19 agosto. "Le autorità israeliane non informano il detenuto o la sua famiglia sulla data del rilascio ma penso che sarà presa una decisione" per ridurre la detenzione di 21 giorni, ha detto il padre Bassem Tamimi.
di Maria Brucale*
Il Dubbio, 28 luglio 2018
La Commissione per l'Ordinamento penitenziario minorile aveva elaborato un testo coerente. Dopo 40 anni di silenzio legislativo c'era l'esigenza di rispondere alle condotte criminose con strumenti che traducano la tensione punitiva in aspirazione educativa e di recupero. La riforma dell'ordinamento penitenziario è morta.
agensir.it, 28 luglio 2018
"Nei 195 istituti penitenziari italiani, a metà del 2018 erano presenti circa 58.000 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 50.069. Un detenuto costa circa 200 euro al giorno, ma lo Stato spende solo 95 centesimi per la rieducazione".
di Francesca Sforza
La Stampa, 28 luglio 2018
Parla l'ex Guardasigilli: se c'è rispetto della legalità, c'è anche più crescita. Combattere le diseguaglianze, questa è la sfida che si sta giocando in Occidente, dall'America che ha votato Donald Trump alla Gran Bretagna che ha scelto Brexit, fino agli appelli sovranisti che risuonano in tutti i paesi europei. La risposta può venire dalla giustizia economica?
Stando alle analisi che dalle cattedre di Economic Justice, nei paesi anglosassoni, si trasformano in progetti politici e nuovi posti di lavoro sembrerebbe di sì. Noi lo abbiamo chiesto a Paola Severino, avvocata, Ministra della Giustizia con il governo Monti, vicepresidente della Luiss di Roma, "soprattutto insegnante".
Paola Severino, in che senso giustizia ed economia, insieme, possono creare una società più equa?
"Se guardiamo al disagio che attraversa le classi sociali credo che dobbiamo in primo luogo partire dai giovani: cosa vogliono? Cosa chiedono? L'esperienza sul campo mi dice che tra loro serpeggia, fortissimo, un desiderio di legalità".
In che senso?
"Ricordo un seminario sulla legalità organizzato a Santa Maria Capua Vetere. Ero convinta che non ci sarebbe stato nessuno, e invece trovai oltre mille persone sedute e altre in piedi. Tutti ragazzi che non solo erano interessati, ma che vedevano nella legalità una possibilità di crescita e riscatto sociale. Ne è nato un progetto, con un corso, un premio e dei fondi che quest'anno sono stati raddoppiati. L'idea di fondo è semplice: se c'è rispetto della legalità c'è più giustizia sociale e più crescita economica".
Tra le misure che il governo sta mettendo a punto per ridurre le disparità ci sono flat tax e reddito di cittadinanza. Secondo lei possono funzionare?
"Non entro nel merito di provvedimenti che ancora non sono definiti, ma ritengo che se queste misure si accompagnassero a specifiche misure di equità fiscale sarebbero più efficaci".
Intende dire che il perseguimento dell'evasione non è sufficiente?
"Sono convinta che una giustizia incapace di contrastare l'evasione fiscale non consenta una ridistribuzione equa tra le classi e tra le generazioni, e quindi, di nuovo, blocchi la crescita. Proprio per questo ritengo che, accanto a severe sanzioni e ad investigazioni approfondite, si debba creare, a monte, un conflitto di interessi tra venditori ed acquirenti".
Come diceva Adam Smith, "Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla considerazione che questi hanno per il proprio interesse personale". L'insegnamento di uno dei padri della giustizia economica è ancora attuale?
"Sì, aumentare il numero delle spese detraibili significa disinnescare il sistema per cui l'elettricista preferisce essere pagato in nero e il cliente non ha alcun interesse a impedirglielo. Gli esempi positivi si hanno con le assicurazioni: oggi chiedere ed ottenere una fattura da un medico rappresenta, fortunatamente, la regola. Ecco un altro esempio in cui giustizia ed economia, insieme, possono innescare circoli virtuosi".
E poi c'è la corruzione, grande malattia dell'economia italiana. Da dove aggredirla?
"Gli effetti della corruzione sull'economia sono devastanti: un'impresa che corrompe danneggia l'impresa che concorre in modo leale, così come un cittadino che ha diritto a ottenere un certo posto o un certo impiego viene danneggiato da chi lo ottiene in cambio di un favore o di una tangente".
Un problema culturale o politico?
"Sono convinta che occorra una rivoluzione culturale: bisogna insegnare a pensare fin da giovanissimi che chi corrompe non è più furbo, non è migliore. L'insegnamento di legalità nelle scuole è prioritario e può produrre risultati incredibili: guardiamo quello che è successo in Armenia, dove le proteste dei giovani al grido di "Via la corruzione" hanno rovesciato il governo".
E la politica?
"Quando lasciai il Parlamento con la nuova legge anticorruzione, non nascosi la mia soddisfazione per un provvedimento che rispondeva anche a quanto ci veniva chiesto dall'Unione Europea, ma ricordo che mancava ancora un tassello: la regolamentazione del lobbismo".
Perché è così importante?
"Di nuovo è una variante dell'interazione virtuosa tra giustizia ed economia. Se un pubblico ufficiale riceve persone che trasparentemente documentano il motivo della loro visita, il limite tra lobbismo lecito e il traffico di influenze illecite sarebbe più chiaramente tracciabile. Il lobbismo diventa così un'attività legittima e trasparente, non l'anticamera di una possibile corruzione. Non è difficile, avevo anche preparato una bozza di progetto, che non si fece in tempo a far votare dal Parlamento".
E per le opere pubbliche o i grandi eventi?
"La prevenzione resta importante: più che nuove leggi, occorrono buoni monitoraggi sulla legalità dei mezzi che vengono usati". Che ruolo gioca secondo lei l'invidia sociale nel meccanismo della crescita economica? "L'invidia sociale c'è sempre stata, oggi la si manifesta di più, anche attraverso i social.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 28 luglio 2018
Gli avvocati non potranno più scioperare ed astenersi dalle udienze in cui vi sono degli imputati detenuti. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, sottolineando che soltanto il legislatore può intervenire in una materia che incide sulla libertà personale e stabilire la durata della custodia cautelare.
Fino ad oggi i legali agivano in funzione di un codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze, adottato il 4 aprile 2007 dall'Organismo unitario dell'Avvocatura e da altre associazioni quali Ucpi, Anfi, Anf, Aiga e Uncc e considerato idoneo dalla Commissione di garanzia sugli scioperi. Ed era grazie a questo codice che si era stabilito che i legali potessero astenersi dal lavoro, anche in presenza di detenuti, ma con il loro consenso esplicito.
Quando l'imputato non si opponeva allo sciopero del proprio legale, il processo veniva rinviato e i termini di custodia cautelare venivano sospesi, con il conseguente allungamento del periodo di restrizione della libertà personale, sia pure entro i limiti di durata complessiva prevista dalla legge. La questione era stata sollevata lo scorso anno dal giudice Francesco Caruso, presidente della Corte che sta gestendo il maxiprocesso "Aemilia", a Reggio Emilia: lo scorso anno aveva deciso di andare avanti con le udienze nonostante lo sciopero dei legali. Una decisione che era stata impugnata da alcuni avvocati arrivati a sostenere la tesi secondo cui il processo, a partire dall'udienza incriminata, andava completamente annullato e rifatto.
Da qui la richiesta di parere alla Consulta da parte del giudice Caruso che aveva sostenuto come l'imputato, a causa delle astensioni, "subisse restrizioni della libertà personale per motivi diversi da quelli espressamente considerati dalla legge". La decisione della Corte (relatore Giovanni Amoroso) mette una pietra tombale sulla questione bocciando i legali.
La sentenza depositata ieri si fonda sull'articolo 13 della Costituzione, in base al quale "soltanto il legislatore può intervenire in una materia che incide sulla libertà personale e stabilire la durata della custodia cautelare". Ed è per questo che esiste una illegittimità costituzionale dell'articolo 2 bis nella parte in cui consente (o meglio non preclude) che il codice di autoregolamentazione interferisca con la disciplina legale dei limiti della custodia cautelare e dunque della libertà degli imputati. "Quella della Consulta è una sentenza oscura: non si capisce se ha allargato la possibilità degli avvocati di astenersi dalle udienze, a prescindere dalla volontà degli imputati, o se invece l'ha esclusa quando ci sono imputati detenuti". A criticare la pronunzia è l'avvocato ed ex parlamentare Gaetano Pecorella, che davanti alla Consulta ha sostenuto le ragioni dell'Unione delle Camere penali, di cui è stato presidente.
La Repubblica, 28 luglio 2018
Milano ricorda la sera in cui fu colpita al cuore, il 27 luglio 1993, quando un'autobomba in via Palestro uccise cinque persone, ne ferì molte altre e devastò il Padiglione d'arte contemporanea insieme a tutta la zona circostante. In occasione del 25° anniversario dalla strage, oggi al Pac si terrà una giornata di commemorazione, a partire dalle ore 10, quando il sindaco Giuseppe Sala e la vicesindaco Anna Scavuzzo parteciperanno alla deposizione delle corone.
A seguire, l'inaugurazione della mostra fotografica "La mafia uccide solo d'estate. 25 anni dalla strage di via Palestro" e, dalle ore 10.30, gli interventi guidati dal titolo "Una strage volta a ricattare lo Stato": parleranno il sindaco Giuseppe Sala, il presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè, il direttore regionale dei vigili del fuoco, Dante Pellicano, e Francesco Del Bene, sostituto procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
La commemorazione continua, a partire dalle 21, con letture, musiche e testimonianze di persone che quella notte rimasero ferite e con gli interventi del vicesindaco Anna Scavuzzo e del presidente della Commissione consiliare Antimafia David Gentili. Alle ore 23.15 il suono della sirena inviterà tutti i presenti a un momento di raccoglimento, nell'attimo esatto in cui l'auto imbottita di tritolo esplose esattamente davanti al Pac. Per tutta la giornata di venerdì, fino alle 24, sarà possibile visitare il Pac con ingresso gratuito.
"Un momento per fermarci tutti, per un minuto con il suono della sirena, in ogni parte del nostro Paese, in ogni posto dove c'è un vigile del fuoco, per ricordare tutte le vittime del dovere e in modo particolare chi si è sacrificato fino all'ultimo respiro per compiere il proprio dovere", è questa la richiesta avanzata dall'Associazione Carlo La Catena, che porta il nome di una delle vittime - attraverso una richiesta ufficiale - al Ministro dell'Interno, Matteo Salvini.
Oltre al pompiere La Catena, giovane napoletano di 25 anni, alle 23:14 del 27 luglio 1993 morirono altri due suoi colleghi, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, l'agente di polizia municipale Alessandro Ferrari e un immigrato marocchino che dormiva su una panchina, Moussafir Driss.
Quella notte La Catena era stato chiamato con i colleghi sul posto dopo una telefonata anonima che aveva dato l'allarme per il fumo che usciva da una Fiat Uno parcheggiata in via Palestro, davanti al Padiglione dell'Arte Contemporanea. L'esplosione avvenne prima che le forze specializzate potessero disinnescare l'ordigno e lo stesso museo fu gravemente danneggiato dalla deflagrazione. La famiglia del ragazzo napoletano seppe della sua morte dalla televisione.
Uno dei protagonisti dell'operazione di terrore fu Gaspare Spatuzza, che dopo anni decise di collaborare con la giustizia. L'obiettivo "erano i monumenti, non le vite umane.
Quello che avvenne erano conseguenze non cercate", disse poi Spatuzza in tribunale vent'anni dopo coinvolgendo Filippo Marcello Tutino, che secondo le sue dichiarazioni avrebbe avuto il ruolo di basista in via Palestro. Ma questo non è mai stato provato: solo qualche giorno fa la Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d'Assise in Appello, assolvendo Tutino definitivamente. Le accuse però non sono cadute per i fratelli Formoso e i Graviano, oltre alle condanne per Riina, il super latitante Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella fino allo stesso Spatuzza. Ma restano molti interrogativi su complici, armatori e moventi della strategia stragista di Cosa Nostra e sulle conseguenze di quella notte quando, tra ricatti, presunte trattative e silenzi, l'Italia partorì i suoi fantasmi.
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