di Riccardo Polidoro e Gianpaolo Catanzariti*
Guida al Diritto - Il Sole 24 ore, 17 luglio 2019
La legge 26 luglio 1975 n. 354 - ordinamento penitenziario - ha rappresentato, da un punto di vista normativo, il passaggio dal sistema esclusivamente punitivo a quello anche "rieducativo". Dopo 27 anni venivano recepiti i principi costituzionali, ma l'assenza di una preparazione culturale a comprendere tale cambiamento è stata fatale per la concreta realizzazione della metamorfosi.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
Via Arenula assegna ai capi degli uffici ampi margini di intervento. Ecco i super procuratori. Arrivano, e non soltanto nel senso figurato, i super procuratori ed i super presidenti di Tribunale. La riforma dell'Ordinamento giudiziario voluta dal ministro della Giustizia, il pentastellato Alfonso Bonafede, assegnerà infatti ai capi degli uffici un potere senza precedenti. Saranno loro, e non più il Consiglio superiore della magistratura, a nominare i presidenti di sezione ed i procuratori aggiunti. Funzioni che cambieranno anche nome in "coordinatori di sezione" e "coordinatori di dipartimento".
La novità è contenuta all'articolo 24: "Riordino dell'assetto organizzativo della magistratura, con riferimento alle funzioni direttive e semi-direttive e all'ufficio del pubblico ministero". I coordinatori saranno scelti tra i magistrati dell'ufficio, "tenuto conto dell'anzianità nel ruolo, dell'anzianità di servizio e delle attitudini specifiche maturate in rapporto alle materie di competenza della sezione o del dipartimento". Dovrà esserci un coordinatore ogni dieci magistrati. Prima di procedere alla loro nomina, i procuratori e i presidenti del Tribunale avranno però l'obbligo di acquisire "il parere dei magistrati assegnati alla sezione o al dipartimento". Parere che non dovrebbe essere comunque vincolante per la scelta. L'incarico avrà durata quadriennale, non rinnovabile a differenza di adesso.
Svuotato il Csm. La riforma dei "semi-direttivi" è destinata dunque a svuotare di competenze il Consiglio superiore della magistratura, tenuto conto che circa l'80 percento delle nomine effettuate dall'Organo di autogoverno delle toghe riguardano proprio questo genere di incarichi. Tornando agli obblighi del magistrato coordinatore, la riforma sottolinea che dovrà "perseguire gli obiettivi fissati nel modello organizzativo" e "assicurare una presenza costante nell'ufficio".
I probabili effetti immediati di questa riforma sono stati evidenziati in una nota diramata ieri dalla dirigenza di Magistratura indipendente, la corrente moderate delle toghe. "L'eliminazione delle funzioni semi-direttive - si legge nel documento - rappresenta una misura non condivisibile che, per limitare l'intervento del Csm per il conferimento degli incarichi di responsabilità, finisce per attribuire un potere enorme nelle mani dei capi degli uffici, accentuando la gerarchizzazione delle Procure della Repubblica e introducendo criteri gerarchici all'interno degli uffici giudicanti che mal si conciliano con l'autonomia e l'indipendenza riconosciute dalla Costituzione a ogni magistrato". Va ricordato che lo scorso Csm aveva approvato, fra gli ultimi atti della consiliatura, una circolare sulle Procure che cercava di "limitare", per quanto possibile, i poteri, già rilevanti, del procuratore della Repubblica.
"Il rischio concreto è di favorire comportamenti conformistici nei confronti dei vertici degli uffici giudiziari, livellando verso il basso l'esercizio delle funzioni giudiziarie", prosegue la nota di Magistratura indipendente. Fra le soluzioni per limitare la discrezionalità del Csm nel conferimento degli incarichi di responsabilità organizzativa, sottolineano le toghe di Mi, ci sarebbe quella di "prevedere l'espressa prevalenza degli indicatori specifici su quelle generali e su questo obiettivo intende ribadire il proprio impegno per una compiuta revisione del testo unico della dirigenza giudiziaria che consenta di attribuire preminente rilievo all'esercizio delle funzioni giudiziarie".
Difficilmente, però, un Csm fuori combattimento a causa delle polemiche relative all'indagine sull'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palarmara, sarà in questo momento in grado di dar seguito a tali indicazioni. Questo fine settimana, a tal proposito, è previsto l'addio del procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio. Coinvolto anch'egli nella vicenda Palamara, doveva lasciare la magistratura il 20 novembre. Le tensioni di questi giorni lo hanno costretto ad anticipare.
di Bruno Ferraro*
Libero, 17 luglio 2019
Giustizia, ovvero applicazione della legge senza se e senza ma; politica, ovvero l'arte di mediare fra due o più soluzioni tecnicamente possibili. Basterebbero queste enunciazioni per separare i due mondi e renderli impermeabili ad ogni ipotesi di infiltrazione. Lo avevano capito i Padri costituenti quando sancirono il principio che "si possono con legge stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati".
Principio ovvio, visto che il magistrato deve essere super partes ed il politico è per sua natura un uomo di parte. Le cose sono andate diversamente, poiché il legislatore è stato incerto ed i magistrati hanno avviato la stagione delle "porte girevoli" entrando ed uscendo dalla politica a loro piacimento. Mi auguro che si imbocchi la strada giusta, prendendo spunto dallo scandalo che ha investito il Csm, che ha sorpreso solo chi chiudeva gli occhi... per non vedere, accettando l'ineluttabilità della cosiddetta giustizia ad orologeria.
Mi tornano alla mente i numerosi casi di politici accusati e poi scagionati. Senza riandare al capitolo di "Mani pulite", ripenso ai casi dell'ex governatore pugliese Raffaele Fitto assolto dall'accusa di falso in cambio di tangenti; dell'ex governatore della Banca d'Italia Fazio, assolto dall'accusa di aver favorito illegalmente scalate bancarie tentate da imprenditori a loro volta assolti; dell'ex presidente della Regione Piemonte Cota assolto nel processo per i rimborsi "mutande verdi"; dell'ex presidente della Provincia di Milano Penati assolto nel processo per le tangenti a Sesto San Giovanni; dell'ex sindaco di Amatrice Pirozzi indagato in piena campagna elettorale nel 2018; dell'ex Capo della Protezione Civile Bertolaso, prima crocefisso e poi riabilitato da accuse infamanti.
Si dirà: come la mettiamo con i tanti casi di malaffare e di tangenti scoperchiati dai magistrati? Ma è proprio per questo che giustizia e politica devono rimanere separate. La giustizia deve essere imparziale e come tale deve essere percepita dall'opinione pubblica. Nel 2011 l'allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano disse: "È indispensabile evitare condotte che creano indebita confusione dei ruoli e fomentano l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura.
Come accade, ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività, oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, riserbo e sobrietà". Una giustizia equilibrata eviterebbe l'abuso della carcerazione preventiva, la pubblicizzazione di inchieste a ridosso delle elezioni, ogni forma o sospetto di giustizia ad orologeria, interventi a gamba tesa come quelli per i migranti a carico di Conte-Salvini-Di Maio.
Andrebbe salvaguardato il principio della presunzione di non colpevolezza. Una conclusione mi sembra necessaria: fuori i magistrati dalla politica, fuori dalla giustizia quando sono candidati; rafforzamento del principio di responsabilità civile per i giudici che incorrono in errori inescusabili. In questo momento, se lo si vuole forse si può.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 17 luglio 2019
Sono indagati a vario titolo per falso, omessa denuncia, calunnia e favoreggiamento. Il processo a loro carico inizierà il 12 novembre. La giudice dell'udienza preliminare Antonella Minunni ha rinviato a giudizio otto carabinieri accusati di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta di alcuni dei militari che si occuparono di Stefano Cucchi dopo l'arresto e la morte arrivata a una settimana di distanza, fino alle indagini riaperte nel 2015.
Ad affrontare il processo, saranno il generale Alessandro Casarsa, ex capo dei corazzieri del Quirinale; i colonnelli Lorenzo Sabatino (ex comandante del Nucleo investigativo di Roma), Francesco Cavallo e Luciano Soligo, il capitano Tiziano Testarmata, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, i carabinieri Francesco Di Sano e Luca De Cianni. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Giovanni Musarò, accolta dal gup, hanno depistato l'inchiesta sulla morte di Cucchi per coprire le responsabilità di chi picchiò il ragazzo. Il processo bis che vede accusati del pestaggio altri tre carabinieri (più altri due di calunnia e falso) è alle battute finali: il 20 settembre è fissata la requisitoria del pm, poi le arringhe difensive e a novembre dovrebbe arrivare la sentenza.
Così il quadro, almeno secondo la Procura, è completo: Cucchi sarebbe stato picchiato in caserma dagli stessi carabinieri che lo avevano arrestato e che, in seguito alla sua morte, con l'aiuto dei superiori, avrebbero coperto la verità.
Le due inchieste - quella bis che ha portato al processo per omicidio preterintenzionale la ter sfociata ieri nel rinvio a giudizio - hanno avuto diversi momenti di svolta. Nel primo caso con le rivelazioni dell'imputato Francesco Tedesco che ha accusato i suoi colleghi, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, di aver pestato Cucchi: "Mentre uscivano dalla sala del fotosegnalamento, che Cucchi si rifiutò di fare, Di Bernardo si voltò e lo colpì con uno schiaffo violento in pieno volto - ha raccontato Tedesco - Poi lo spinse e D'Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all'altezza dell'ano". Per il presunto depistaggio sono state invece le parole di Colombo Labriola ad aver acceso una luce sull'inquinamento delle prove da parte dell'Arma, che sarebbe arrivata a confezionare una versione di comodo anche sotto il profilo medico legale: Colombo ha rivelato di aver ricevuto la richiesta di modificare le annotazioni di servizio sulla custodia di Cucchi.
Ieri, nel corso della discussione davanti al gup, il generale Casarsa ha dichiarato che ciò che aveva scritto nell'appunto sulle possibili cause della morte di Cucchi lo aveva appreso al comando provinciale dell'Arma. E il suo avvocato, Carlo Longari, ha precisato che quelle anticipazioni sarebbero arrivate direttamente dal comando guidato all'epoca da Vittorio Tomasone, oggi comandante interregionale della Campania. Al processo ter che inizierà il prossimo 12 novembre sono parte civile sia la presidenza del Consiglio che il ministero della Difesa e l'Arma dei carabinieri, oltre agli agenti di polizia penitenziaria che avevano subito il primo processo da innocenti.
Esulta Ilaria Cucchi: "Dieci anni fa, mentre ci battevamo in processi sbagliati, non potevamo immaginare cosa succedeva alle nostra spalle. Oggi qualcuno ne risponderà in un'aula di giustizia. Per la prima volta ho sentito parlare dal vivo il colonnello Casarsa. Le note mediche della sua relazione che anticipavano le conclusioni dei medici legali non ancora nominati furono frutto di informazioni avute dal comandante Tomasone. Insomma, così decisero a tavolino di che cosa doveva esser morto mio fratello".
Il Dubbio, 17 luglio 2019
L'Ufficio di presidenza delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera, alla luce dell'ostruzionismo messo in atto dal Pd, che sta rallentando le votazioni sugli emendamenti al decreto sicurezza bis, ha deciso - come prevede il regolamento - di contingentare i tempi e assegnare 5 minuti a gruppo per intervenire su ogni proposta di modifica da votare. Lo riferisce, al termine della riunione, il presidente della Affari costituzionali, Giuseppe Brescia (M5s), illustrando quindi il nuovo timing: l'esame riprenderà alle 14,15 per proseguire fino all'avvio dell'Aula e poi a seduta terminata, in serata, fino alle 22,30.
Idem domani, e così anche nella giornata di giovedì e ove necessario venerdì, per "essere in Aula come da calendario lunedì 22 luglio". la presidente della Giustizia, Francesca Businarolo, nel motivare la necessità di contingentare i tempi, ha spiegato: "Fino ad ora, tra ieri ed oggi, le commissioni hanno lavorato per 10 ore, votando circa 20 emendamenti. Se si procedesse così servirebbero oltre 140 ore di lavoro per esaminare i circa 300 emendamenti ancora da votare". La decisione ha immediatamente provocato la reazione del Pd che non ci sta e accusa la maggioranza, e in particolare il presidente della Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, di un "atto di protervia assoluta" e di negazione dei "diritti delle opposizioni".
Brescia respinge le accuse: "La decisione è stata presa sulla base del regolamento e non è assolutamente arbitraria o irragionevole", replica. Il Dl sicurezza bis arriva dopo una serie di polemiche che hanno attraversato la stessa maggioranza di governo. Nato all'indomani dello scontro sugli sbarchi da un'iniziativa della Lega, il dl sicurezza bis ha creato scetticismo e malumore tra le fila dei parlamentari grillini soprattutto per quel che riguardava l'aumento delle multe per chi soccorre i migranti.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 17 luglio 2019
Leonardo Sciascia, oltre tre decenni or sono, formulò una richiesta al Parlamento italiano, proponendo che per un tempo determinato si astenesse dal varare leggi di riforma, pur continuando a percepire lo stipendio nelle persone dei singoli parlamentari. Lo scrittore infatti temeva non solo le leggi vigenti - già allora confuse, aggrovigliate, a volte inesplicabili - ma, ancor di più, le leggi di riforma che le avrebbero sostituite: in realtà, ancor più confondendole, aggrovigliandole, rendendole impossibili da decifrare. Naturalmente, il Parlamento continuò imperterrito a riformare tutto il riformabile ed anche il non riformabile.
Ebbene, oggi le cose non sono molto diverse, se il Governo mette mano a riformare per l'ennesima volta il Consiglio superiore della magistratura. E intende farlo sotto due direttrici complementari, ma entrambe assai discutibili. Per un verso, intende sorteggiare i componenti del Csm - sia pure da una rosa predeterminata - allo scopo di sottrarli all'egemonia delle correnti e delle lorio intestine lotte di potere.
Il sorteggio è stato nell'antichità uno dei metodi tradizionali dell'agone democratico. Tuttavia, esso - icasticamente definito quale metodo di una "aleocrazia" (cioè democrazia dell'azzardo) - presta il fianco a due obiezioni insuperabili: esso infatti da un lato non tiene in alcun conto le qualità soggettive delle persone sorteggiate, la loro competenza, i loro limiti, le loro reali capacità; dall'altro lato, non spinge in alcun modo i sorteggiati a far del loro meglio per ottenere una eventuale riconferma, impossibile nel sorteggio. Infatti, il sorteggio è un metodo arcaico, buono per le società non ancora sviluppate, ove le fazioni e le contrapposizioni siano tanto violente da sfociare nella ingovernabilità.
Oggi, residua solo nella scelta dei componenti popolari delle giurie di Corte d'Assise, ma per una motivazione fondamentalmente diversa: qui il sorteggio serve solo a garantire che i giudici non possano esser scelti con criteri previamente politici, non ispirati a giustizia.
Per altro verso, il Governo vuole attribuire al Csm il compito di indicare alle Procure, periodicamente, ove rivolgere in via prioritaria l'azione penale, che tuttavia rimane obbligatoria. Un vero assurdo: attribuire ad un organo di amministrazione - quale il Csm - la scelta dei reati da perseguire, finendo con il subordinare alla prospettazione politica o parapolitica l'attività giurisdizionale. Insomma, un vero pasticcio, per giunta anche incostituzionale. Se ne accorgerà il Governo?
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 luglio 2019
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 16 luglio 2019 n. 31239. In caso di misure cautelari reali Il pubblico ministero non può fare appello contro il decreto di sequestro preventivo del Gip che ha omesso di pronunciarsi su uno dei beni oggetto della richiesta cautelare.
Per la Corte di cassazione infatti, (sentenza 31239) il Pm ha gli strumenti per reagire alla mancata decisione del Gip sulla richiesta di sequestro di un bene, perché può lui stesso, in caso di urgenza, disporre il sequestro preventivo, in base al comma 3-bis dell'articolo 321 del Codice di rito penale, o, mancando l'urgenza, rivolgersi nuovamente al giudice per le indagini preliminari e, in caso di rigetto, fare appello al Tribunale della libertà. Partendo da questi principi la Suprema corte rigetta il ricorso della pubblica accusa contro la decisione del tribunale della libertà di bollare come inammissibile il suo appello contro i decreti di sequestro pera la parte in cui il Gip non si era pronunciato in merito al sequestro preventivo di un immobile di proprietà di un indagato per il reato di favoreggiamento della prostituzione.
Una scelta che il Tribunale aveva fatto seguendo alla lettera l'articolo 322-bis del Codice di procedura penale che nega al Pm la possibilità di fare appello contro il decreto di sequestro preventivo. Ad avviso del Pm invece l'articolo 322-bis sarebbe una norma di chiusura applicabile a tutti i provvedimenti non impugnabili in base all'articolo 322 del Codice di rito penale. A sostegno della su tesi il Pm cita la sentenza dei giudici di legittimità 416/1999.
Per il ricorrente, infatti, il no all'impugnazione metterebbe la pubblica accusa nell'impossibilità di reagire, creando così una disparità di trattamento nel caso in cui il Gip abbia solo parzialmente accolto l'istanza. Ma ad avviso della Cassazione è corretta l'interpretazione del Tribunale. La Suprema corte ricorda che l'articolo 322-bis comma 1 prevede espressamente l'appellabilità delle ordinanze in materia di sequestro preventivo e del decreto di revoca del sequestro emesso dal Pm. Si deve quindi escludere, trattandosi di una norma per la quale è preclusa l'interpretazione analogica, vista la tassatività dei mezzi di impugnazione, l'ammissibilità dell'impugnazione contro il decreto del giudice.
di Associazione Yairaiha Onlus
Ristretti Orizzonti, 17 luglio 2019
Dal 25 giugno alcuni detenuti della sezione AS3 del carcere di Cosenza hanno iniziato lo sciopero della fame per la mancata chiusura della relazione di sintesi da parte del Got, relazioni che dovevano essere redatte già da diversi mesi, e in assenza delle quali è impossibile poter accedere ai benefici penitenziari.
Queste problematiche erano già emerse durante l'ispezione che fece lo scorso aprile l'on. Anna Laura Orrico con un esponente della nostra associazione, ed erano state segnalate nell'interrogazione che la stessa ha presentato al Ministro della giustizia e che, ad oggi, non ha ricevuto ancora alcuna risposta.
Quello che rivendicano è di poter avere riconosciuti i propri diritti. Da fonti "ufficiose" pare che lo sciopero della fame sia stato interrotto il 12 luglio e nei prossimi giorni dovrebbero ottenere la chiusura delle relazioni di sintesi. Riteniamo paradossale che di fronte alla commissione di reati, come misura sanzionatoria e risarcitoria, le persone vengano della libertà per poi essere lasciate in uno stato di alienazione e inazione per tutta la durata della carcerazione.
L'obiettivo che lo stato si dà attraverso il sistema penale è quello di "rieducare" chi ha sbagliato al rispetto delle leggi e del vivere civile, ma questo obiettivo non può essere perseguito se lo stato stesso, attraverso chi amministra la giustizia viola e tradisce l'art. 27 della Costituzione. Un po' come quel padre che pretende che il figlio smetta di fumare, con la sigaretta fumante in bocca. Il mondo cambia con il nostro esempio non con la nostra opinione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 luglio 2019
La Cassazione accoglie un ricorso sui giornali da leggere in galera. Giornali locali vietati ai boss al 41 bis per mero sospetto, nonostante riguardino luoghi di non appartenenza. La Cassazione dà ragione a un detenuto al regime duro e rimanda il provvedimento contestato al tribunale per un nuovo esame.
Come si sa, tra i vari divieti ferrei, i detenuti possono leggere solo giornali nazionali, ma non locali per impedire che i boss si informino "sulle vicende connesse al clan criminale ovvero per verificare l'avvenuta esecuzione dei propri ordine veicolati all'esterno".
Nel caso specifico, tale divieto però è esteso anche per chi legge notizie locali non appartenenti al proprio luogo di origine. Parliamo del boss barcellonese Giovanni Rao ristretto nella casa circondariale de L'Aquila al quale, tramite un provvedimento dell'ottobre 2018 della Corte d'assise di Messina, era stato ordinato il "divieto di acquisto o ricezione dei giornali di stampa locale, indipendentemente dalla loro provenienza geografica". L'avvocato difensore Franco Scattareggia del foro di Messina, ha fatto ricorso in Cassazione e quest'ultima gli ha dato ragione annullando il provvedimento contestato e rinviando gli atti al Tribunale di Messina per un nuovo esame.
"La ratio del divieto nei confronti del mio assistito - spiega l'avvocato e costituzionalista Scattareggia - è quella che potrebbe diffondere nell'ora di socialità notizie locali ad altri boss e quindi veicolare messaggi". Ma il problema è che questo divieto si basa, appunto, su un mero sospetto. Il ricorso posto dall'avvocato, quindi, è in punto di diritto prendendo come riferimento primario l'esistenza del diritto fondamentale all'informazione tutelato dall'art. 21 della costituzione.
"L'estensione e la portata dei diritti dei detenuti - prosegue il legale - può subire restrizioni di vario genere unicamente in vista delle esigenze di sicurezza inerenti alla custodia in carcere", ma "in assenza di tali esigenze, la limitazione acquisterebbe unicamente un valore afflittivo supplementare rispetto allo scopo del 41 bis".
Ma c'è anche la convenzione europea che garantisce il diritto all'informazione e, non a caso, diverse sentenze della Cedu fanno riferimento ad essa anche quando si tratta delle persone private della libertà. Quindi il ricorso, accolto dalla Cassazione con rinvio, si fonda sulla lesione del diritto all'informazione.
Tali afflizioni aggiuntive, in generale, sono state evidenziate anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà tramite il Rapporto tematico sul regime detentivo speciale. Nel capitolo dove ci sono le raccomandazioni che riguardano gli ulteriori diritti, il Garante ha sottolineato che l'esercizio del diritto all'informazione del detenuto è parso in altri casi essere limitato dalla mancata consegna di articoli di stampa o pubblicazioni che, pur estranee alla vicenda del detenuto, facevano generale riferimento al contrasto alla criminalità organizzata. Condotta che il Garante ha ritenuto - nei casi non strettamente necessari - idonea a compromettere l'effettivo accesso all'informazione.
La ratio del regime del 41 bis è quella di rafforzare la funzione custodialistica del carcere e spezzare i legami con la consorteria mafiosa di appartenenza: si vuole impedire che il detenuto possa continuare a "guidarla" ed impartire ordini nonostante la reclusione, nell'ottica di una guerra dichiarata alla criminalità di tipo mafioso a tutto campo. Un regime detentivo che, non a caso, si è guadagnato l'appellativo di "carcere duro" per via di ulteriori restrizioni che esulano dallo scopo originario.
Il Gazzettino, 17 luglio 2019
Chiude la sezione psichiatrica del carcere di Baldenich. Il trasferimento è programmato tra la fine del 2020 e il 2021. Ma le organizzazioni sindacali e i politici sono scettici. La notizia della prossima fine dei disagi per detenuti e per polizia penitenziaria è infatti accolta con tiepido entusiasmo da parte di Fns Cisl.
"Apprendiamo con diffidente soddisfazione la notizia - afferma Robert Da Re della Cisl Fns Belluno Treviso - perché è dall'ottobre del 2017 che a tutte le promesse fatte per risolvere la gravissima situazione di insicurezza in cui versa la sezione e che penalizza sia il personale dell'istituto penitenziario sia i detenuti, non sono seguiti fatti concreti. Ad ogni modo vigileremo sulla corretta implementazione del supporto sanitario e sui tempi dichiarati per la ristrutturazione del nuovo reparto presso la Casa Circondariale di Padova".
Nell'attesa di trasferire i detenuti, l'Usl 1 Dolomiti ha chiesto di implementare l'attività sanitaria, con copertura h24 da parte del personale medico e infermieristico. La situazione nell'Articolazione Salute Mentale del carcere cittadino è sotto il mirino dei sindacati da tempo, per lo stato di degrado dell'area e per i numerosi episodi di violenza avvenuti ai danni delle guardie. Anche il deputato di Fratelli d'Italia e sindaco di Calalzo Luca De Carlo commenta la novità.
"Era ora che qualcosa si muovesse sul trasferimento della sezione psichiatrica del carcere di Belluno - dichiara - ora vigileremo perché i tempi annunciati vengano rispettati. Già un anno fa ci era stato annunciato il trasferimento, ma oggi siamo ancora qua a parlarne, e poche settimane fa commentavamo l'ennesima aggressione ai danni degli agenti che vi lavorano. Ora confidiamo che la data del 2021 sia definitiva, non possiamo continuare a mantenere detenuti e lavoratori in quelle condizioni".
- Gorgona (Li): protesta del Sappe per i bagni a mare dei detenuti
- Alba (Cn): "A quando il bando per i lavori nel carcere?"
- Varese: "Cucinare al fresco", dai Miogni le ricette dei detenuti
- Larino (Cb): detenuti-attori in "Pinocchio Scugnizzo", tre serate aperte al pubblico
- Napoli: a Doppio Sogno c'è "Il Clan dei Ricciai", documentario sugli ex detenuti









