di Liana Milella
La Repubblica, 7 aprile 2015
Intercettazioni, tra diritto delle indagini, diritto di informare, diritto alla privacy. Dice Antonello Soro, dal maggio 2012 Garante della privacy: "La questione, da anni, è fortemente divisiva, ma sono convinto che un equilibrio di interessi costituzionali sia necessario e sia anche possibile".
Come mai ha scritto a Renzi proprio dopo i casi Lupi e D'Alema per sollecitare un intervento sulle intercettazioni?
"Contesto la premessa. Ho sollevato la questione dal primo giorno in cui ho assunto il mio incarico, ne ho parlato nelle due relazioni al Parlamento, in numerose audizioni parlamentari, nei provvedimenti di blocco e di divieto per alcuni giornali. Cito per tutti i casi della prostituzione giovanile a Roma e di Yara".
Giura che Lupi e D'Alema non c'entrano?
"Assolutamente no. La lettera a Renzi non parte da loro, ma dal fatto che in commissione Giustizia della Camera c'è la delega sulle intercettazioni. Decidere spetta al legislatore, e non voglio certo sostituirmi a lui. Ma è mio compito, in quanto Garante della privacy, far sentire la mia voce. È giusto sollecitare un riequilibrio, posto che tra i diritti fondamentali alla giustizia, alla sicurezza, alla libertà d'informazione, alla privacy, spesso quest'ultima è soccombente".
E quindi chiedete che si pubblichino meno intercettazioni?
"In un tema così complesso non si può agire a colpi di spada, ma bisogna puntare a un bilanciamento dei diritti, facendo appello a un'Italia matura, che difende il diritto dei cittadini di sapere, ma senza sacrificare il rispetto della dignità della persona".
Sta di fatto che la storia delle intercettazioni rispunta quando di mezzo c'è la politica. La politica cerca di tutelarsi. Il Garante si sveglia.
"Ma io non ho affatto dormito in questi anni. Non è in mio potere suggerire soluzioni. Né posso affrontare singolari casi giudiziari. Ma ho detto parole anche molto dure quando in tv è stato riportato l'audio dell'interrogatorio di Scajola, perché quello era un modo barbaro di far entrare in tutte le case degli italiani la voce di un uomo in una fase delicata della sua vita, visto che era in carcere".
Lo vede? Sempre un politico...
"Ho fatto lo stesso per Bossetti (caso Yara, ndr). La dignità personale va difesa sempre, non solo quella di chi finisce di sfuggita in un'intercettazione e non è indagato, ma anche quella degli indagati e dei condannati. Il rispetto della dignità personale è l'architrave su cui si regge il nostro sistema costituzionale, perdere di vista questo ci porta alla barbarie".
Lei è stato un politico in vista per anni. Non crede che un uomo pubblico abbia diritto a meno privacy degli altri? I cittadino lo eleggono e hanno diritto di sapere chi è.
"So bene che chi ha responsabilità pubbliche ha una tutela attenuata rispetto ai cittadini normali, tuttavia ha diritto a una vita privata che non sia esposta alla curiosità di tutti. Magistrati e giornalisti dovrebbero fare un esercizio critico. La trascrizione integrale di un'intercettazione produce effetti deformati che alterano la rappresentazione dei fatti. Se riguardano aspetti penalmente irrilevanti producono solo un danno irreparabile alla vita delle persone. È successo per uomini politici e gente comune".
Però noti magistrati, Spataro, Caselli, Cantone, hanno detto a Repubblica che in un processo contano anche le telefonate utili per ricostruire il contesto...
"Come in tutte le cose conta il principio della proporzionalità. Tutte le informazioni rovesciate a volte nelle10mila pagine di un'inchiesta sono indispensabili? O il magistrato deve fare una selezione di quelle necessarie?".
La sua proposta qual è?
"Le intercettazioni irrilevanti non dovrebbero essere trasmesse nel processo. Ce ne possono essere di contesto, utili nella fase dibattimentale, ma non è necessaria la trascrizione integrale, basta un riassunto o solo il contenuto".
E cosa si può pubblicare a quel punto?
"Spetta al giornalista valutare, senza alienarsi in una trascrizione integrale. Si può raccontare un fatto senza mortificare la dignità delle persone, offrendo spaccati interi di vita intima come oggetto di curiosità più che di informazione. Un fatto è certo, non vorrei più vedere pubblicati i dettagli che ho letto sull'inchiesta delle minorenni dei Parioli, nessun interesse pubblico, ma solo morbosità che ha danneggiato la vita di queste ragazze".
Nella lettera a Renzi lei parla "dell'esigenza di un'adeguata selezione delle notizie da diffondere". Cos'è questo se non un bavaglio?
"Non credo che il giornalista sia solo uno che piglia una trascrizione e la butta in pagina. Serve un vaglio critico. Ma sia chiaro, la cultura del bavaglio non mi è mai appartenuta perché ho un'alta considerazione della funzione democratica della libera informazione".
di Stefano Di Michele
Il Foglio, 7 aprile 2015
Breviario telefonico per intercettati, fra ingenuità, sbruffonate e coglionerie a favore di Procura.
Sempre senza una regola, sempre senza una cautela, sempre senza orario. La lingua corre veloce, l'orecchio si tende attento. Nessuno sta zitto abbastanza. Così, se proprio non si riesce a praticare maggiore accortezza, conviene almeno (ri)mettersi nella mani della cara Contessa Clara: "Piccolo breviario telefonico: mai prima delle nove del mattino, mai tra mezzogiorno e le due, mai dopo le nove di sera" ("Il galateo moderno", ed. 1967) - almeno da circoscrivere a qualche ora soltanto sia il perimetro delle intercettazioni, sia soprattutto quello delle cazzate. Soprattutto, non ci sono più le belle certezze di una volta.
La benemerita Sip, negli anni Settanta, invogliava persino alla chiacchiera: "Il telefono, la tua voce" - e le orecchie altrui, adesso. La stessa Sip, negli anni Novanta, al vacuo chiacchiericcio associava addirittura effetti salutisti: "Una telefonata allunga la vita" - e la sputtana, a volte. Dicono le cronache, e certificano le sbobinature, che il telefono scotta - e che quotidianamente "Il terrore corre sul filo", come in quel fenomenale thriller (1948) con Barbara Stanwyck e Burt Lancaster, non ancora affinato Gattopardo viscontiano.
Periglio massimo, vanteria sempre operosa, così ogni cosa non taciuta rischia di mutarsi in cosa risaputa - persino "La voix humaine" di Cocteau adesso chissà se sarebbe al sicuro, e il memorabile monologo della febbrile femmina al telefono ("Pronto... Pronto... Pronto". "Ti amo!" - mirabile la Magnani spettinata e in lacrime sul letto, tra scialletti e ombre, avvolta nel filo dell'apparecchio) già domani potrebbe finire tra gli artigli della pubblica voracità. È la tua voce che ti accorcia la vita, altroché, piuttosto che allungarla.
Le pagine dei giornali, che di sbobinature son ripiene - come tristi farciti tacchini natalizi, come maritozzi alla panna - dicono tutto, ma chissà il molto che fraintendono: ché il tono è altro dallo scritto, la cazzata è quasi obbligo sociale, la sbruffonata per tutti costante. Così che pure la paciosa Sora Cecioni (intesa Franca Valeri) al telefono con mammà potrebbe passare i guai suoi: "Pronto mammà? Che la camomilla è un barbiturico?
No, perché siccome che me serviva che me dormissero i pupi j'ho fatto... mica j'ho fatto una tazzina da beve, j'ho fatto il purè..." - e che qualcuno possa accorrere a chiedere conto del losco e brusco comportamento con gli infanti di casa. Le meglio ambizioni e i meglio traffici e le meglio coglionate - insaccati nelle bobine, salsicce fumanti alla griglia per il giorno appresso - colano unto e producono risentimento, che pare quasi di stare dentro un giallo di James Ellroy (come nell'ultimo, "Perfidia", Los Angeles 1941), dove tutti registrano tutti e ognuno risente le chiacchiere di ognuno e tutti nascondono e tutti sanno.
"Ho schiacciato la levetta, andando avanti veloce per il resto della conversazione. Il congegno è notevole. Un nastro sottile passa tra due bobine, su una macchina delle dimensioni di un piccolo fonografo. Delle levette spingono il nastro avanti e indietro.
Io indosso le cuffie per contenere i rumori ambientali...". Urge allora, per telefonisti incalliti e balordi del sottobosco e cazzari dalla lingua rapida, sulle orme della sempre solida Contessa Clara, aggiornato ritocco al suo vecchio breviario. Regola uno: stare zitti ("L'arte di tacere", dell'Abate Dinouart, e siamo ancora al Settecento). Regola due: se proprio la favella urge, evitare certe parole, ormai in grado di alleprare ogni ascoltatore nell'ombra (segue apposito elenco).
APPALTO. Si capisce che solo pronunciare la parola - direbbero nei ministeri romani - è come mettere il gatto a guardia della trippa: la zampata arriva comunque. Si potrebbe virare su espressioni meno consuete, contratto o concessione, ma si capisce che nessuno si farebbe confondere o impressionare. Un latinista si trova dappertutto, e allora "do ut des" potrebbe sembrare la soluzione (fonte La Trippa/Totò: "Do ut des, ossia tu dai tre voti a me, che io do tre appalti a te") - ma un latinista, magari cinematografaro, si trova pure tra i marescialli in ascolto. Sconsigliato l'azzardo linguistico. Se proprio non si può fare decentemente l'appalto, seguire Ennio Flaiano, che sul vizio e la putredine della vita politica romana si attardò con ostentato furore. "Vien voglia di andarsene, ma dove?", si domandava angosciato. E sospirava: "Ah, potersi ritirare in campagna, soli, con un chilo di cocaina, lontani da queste sozzure". Sennò, e meglio: taglieggiare meno.
AUGURI. Con parsimonia - ché il povero generale che li ha fatti a Renzi deve stare ogni giorno a spiegarli e a giustificarli. A parte la zia di Massa Marittima e il consuocero di Follonica, non spingersi mai più a nord della Maremma con i convenevoli (lassù c'è Firenze).
BANCA. "Abbiamo una banca" - e bene sa il povero e onesto Fassino cosa passò. Parola da evitare assolutamente. Oddio, cassa va ancora peggio. Meglio evocare la "Numero Uno" di Paperone, se proprio c'è necessità. Più ancora, i dinosauri: chi ascolta potrebbe essere distratto dal ruggito del Tyrannosaurus Rex - però, anvédi, l'on. è un estimatore di "Jurassic Park"! - mentre in realtà il riferimento è a Bill Gates, che appunto la banca alla bestia in estinzione paragonò. Evitare colti riferimenti brechtiani al fondare o al rapinare la stessa: sottile sarebbe l'allusione, ma sempre continuerebbe a persistere la possibilità di ritrovarsi nelle pagine di cronaca (nera: o tangente o rapina).
CERTOSA. Vi è ultimamente tornato il Cav. Perciò, mai alludere al telefono a possibili ospitalità ricevute in passato. Nel caso, negare con decisione, mostrandosi piuttosto fervidi ammiratori dell'opera di Stendhal: parlavo di quella di Parma, mica della Costa Smeralda! Sinonimo possibile: certosino. Così da confondere tutto o col gatto o con lo stracchino.
COOP. Per carità, nelle conversazioni mai andare oltre i pregi del banco frigo. Ottima l'idea, qualche anno fa, di cambiare slogan: "La coop sei tu, chi può darti di più?".
FIGLI. Da bastone della vecchiaia a bastonata (politica) della mezza età. Far sempre mostra di affidamento sulla saggezza biblica dei proverbi: "Chi risparmia il bastone odia suo figlio". Saggezza e durezza. Ideale se il virgulto è in giro per l'Erasmus.
LIBRO. I libri dei politici, di solito, sono come il barattolo di bicarbonato in cucina - sembra niente, ma viene buono per tutto ("un aiuto per ogni occasione"), dalla digestione alle verdure. Tenerne qualcuno in casa, perciò, è buona cosa. Parlarne al telefono è invece pessima idea. Perfetto, in necessità, per non destare attenzione, il termine manufatto: siccome nessuno degli scriventi è onestamente Thomas Mann, nessuno potrebbe ritenersi eccessivamente penalizzato.
LOTTI. All'uopo, soccorre la presenza del cugino geometra che possa argomentare su come l'interesse sia di tipo ortofrutticolo piuttosto che sotto-segretariale: solo curiosità per dei lotti di terreno. Non edificabili, però.
MERDA. Mettere la mani nella stessa. Materiale da maneggiare con grande cautela - sia al telefono, sia nella pratica. Quasi illimitati i sinonimi: popo', pupù... "Forse forse forse / è la mia cacca!" - come dalla felicissima "Canzone della cacca". Alludere a Benigni - "Inno del corpo sciolto". Se si è cooperatori di sinistra, la stessa legare a possibili strategie rivoluzionarie: "Quando la merda avrà valore i poveri nasceranno senza culo". Così, si potrà sempre sostenere che si parlava della Lunga Marcia. Per maggiore credibilità, si segnala l'esigenza di un doppio velo rotolone a portata di mano.
METANIZZAZIONE. Al telefono, evidenziare i pregi del fornello a gas Pibigas che si possiede dagli anni Cinquanta. Risolutiva una citazione dell'apposito Carosello: "Poi la timida stufetta / si riscalda in tutta fretta!".
NIPOTE. Nel caso si fosse monsignore, come per i figli (vedere sopra).
PALAZZO CHIGI. Sia che si entri dalla porta principale, sia che si passi per quella secondaria, alla cornetta mai farne cenno. Alludere, al più. Per dire, Palazzo Vecchio evoca il Fiorentino Residente, ma la giovane età sottrae a possibili immediati abbinamenti: era vecchio, già rottamato! Ammettere di averlo visto solo al tigì. Chiedere se è per caso una multiproprietà a Santa Teresa di Gallura (nel caso, fingersi interessati).
PATONZA (memorabilia). Che giri o che stia ferma, voi immobili al posto vostro. E se la stessa era in movimento, farsi provvedere di apposito certificato che attesti vostro febbrone in data di simile perigliosa circolazione. Al telefono, chiedere costo di scatola di Baci Perugina per la legittima consorte.
SARTO. Nelle conversazioni, buttarsi verso i Magazzini Mas. Proclamarsi pubblicamente nostalgici della Standa. Mai far uscire dall'asola l'ultimo bottone della manica. Negare, ove possibile, la stessa conoscenza dell'esistenza di ago e filo. Camicia in terital, color beige. Alla domanda: ma lei parlava del sarto?, evocare con forza la propria devozione nei confronti di san Pio X (cardinale Giuseppe Sarto). Negare con decisione ogni rapporto con la parola imbastitura.
ROLEX. Sia mai! Al telefono, far sempre notare che sono ormai anni che, quando volete sapere che ora è, passate sempre presso la basilica di Santa Maria degli Angeli a scrutare la bellissima meridiana al suo interno. O che vi inerpicate fin sul Pincio per informarvi dall'idrocronometro realizzato da padre Embriaco nel 1867. Ecco - in necessità, tralasciare la parola Rolex e puntare su idrocronometro. Al massimo, ostentare lo Swatch (al telefono: mai sgarra di un secondo!). I negozi di cinesi, peraltro, possono fornirvi di orologi a euro 7,90. Resta sempre la possibilità della sveglia al collo.
VINO. In vino veritas, ma pure in intercettazioni. Lasciare stare la vigna, ché come dicono i saggi popolari "chi tiene la vigna tiene la tigna" - se non per evocarsi tra i filari come Benedetto XVI: "Semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore". Poi, se qualcuno vuole sapere chi è il Signore in questione, quello non è tipo da farsi facilmente impressionare.
Al massimo, con spensierata letizia, limitarsi ad accennare al telefono con l'interlocutore il felice canto: "Oh com'è bella l'uva fogarina / oh com'è bello saperla vendemmiar...". Sennò, peste vi colga! La meglio cosa, quella risolutiva, sarebbe ripiegare sul chinotto (o l'acqua, se si desidera pure leggermente gassata).
di Caterina Malavenda (Avvocato esperto in Diritto dell'informazione)
Corriere della Sera, 7 aprile 2015
Caro direttore, il premier si è detto pronto ad intervenire, per risolvere il nodo intercettazioni, con misure che non blocchino i magistrati e, contemporaneamente, consentano di soddisfare il sacrosanto diritto di cronaca. Saggia decisione e, tuttavia, par di capire che voglia anche limitare la diffusione delle conversazioni di cui, secondo lui, avvocati, magistrati, addetti ai lavori e media avrebbero abusato, in modo incredibile ed inaccettabile.
Certo il programma è ambizioso, ma il clima non è dei migliori. I giornalisti continuano ad avere la giusta pretesa di scegliere le conversazioni da pubblicare ed a volte sbagliano. Le persone non indagate, ma messe ugualmente alla berlina, protestano, a volte del tutto immotivatamente, invocando sanzioni esemplari ed interventi legislativi. Tecnici e politici, incuranti del malaffare che tocca oramai gangli vitali, ne hanno fatto una questione di principio e ciascuno di loro è sicuro di avere in tasca la formula giusta, per arginare il dilagare delle conversazioni, che tracimano dagli atti giudiziari, fin sui giornali e in tv.
E taluni, richiesti o meno, mandano al governo i loro suggerimenti, che hanno in comune lo smantellamento del sistema di regole vigenti, cui nessuno sembra oramai attribuire alcun credito. Nell'attesa di conoscere quale sarà la soluzione che, secondo Matteo Renzi, è a portata di mano, bisogna dire che le poche proposte, finora avanzate, non paiono andare nella direzione da lui indicata. Se occorre anche tutelare il diritto di cronaca, infatti, le misure da adottare non dovrebbero impedire ai giornalisti, entrati in possesso legittimamente di atti, brogliacci e file audio, di selezionare gli stralci, a loro parere meritevoli di diffusione.
E se le intercettazioni sono irrinunciabili, non bisognerebbe limitarne l'uso o addirittura abolirle. Eppure Carlo Nordio ha sostenuto, con un certo seguito, che sarebbero pericolose per i dialoganti - un modo elegante per indicare gli indagati - ed addirittura nefaste per i terzi, estranei alle indagini. Propone, perciò, di eliminarle dal codice, ad eccezione delle intercettazioni preventive, quelle che servono solo ad acquisire notizie per prevenire i reati più gravi, associazione mafiosa e terrorismo in primis, e non certo per individuare chi sia il responsabile di quelli già commessi.
Intercettazioni che - nessuno lo ha ricordato - consistono in ascolti a tappeto, facilmente prorogabili, disposti dal solo pm, su richiesta del ministro dell'Interno o di altri organi delegati, sulla base di meri elementi investigativi e senza alcun intervento del giudice. Le intercettazioni, se la proposta venisse accolta, verrebbero così utilizzate solo per prevenire - e non per accertare - tutti i reati, per i quali è oggi possibile disporle, così ampliando a dismisura uno strumento invasivo, che solo la gravità dei reati per cui è oggi previsto può giustificare. I risultati, infatti, non possono essere usati nel processo e vengono distrutti, chi ne rivela i contenuti commette reato, ma nessuno degli intercettati saprà mai di esserlo stato e le informazioni raccolte possono ugualmente essere utilizzate "a fini investigativi", senza alcuna garanzia o controllo.
La Commissione Gratteri, un supporto tecnico, con funzioni consultive, a quel che si è inteso, suggerisce, poi, come ha ricordato qualche giorno fa Giovanni Bianconi sul Corriere, di introdurre un nuovo reato, la "pubblicazione arbitraria delle intercettazioni"; e di punire, con la multa da 2 mila a 10 mila euro - non proprio un'inezia - o con la reclusione da due a sei anni, chiunque diffonda le intercettazioni, se il loro contenuto è diffamatorio e risulti "manifestamente irrilevante ai fini di prova".
La sanzione riguarderebbe certamente i giornalisti - per i quali, dunque, tornerebbe il carcere - che decidessero di pubblicare anche conversazioni non pertinenti alle indagini perché, parafrasando il Garante della privacy, secondo il quale non tutto ciò che è di interesse per il pubblico è anche di pubblico interesse, non tutto ciò che non interessa il pm è anche privo di pubblico interesse. Ma potrebbe applicarsi anche a giudici e magistrati che, sempre secondo le norme elaborate dalla Commissione, non dovrebbero inserire, nei loro provvedimenti, ad eccezione delle sentenze, il testo integrale delle intercettazioni, a meno che esse non siano rilevanti ai fini della prova.
La violazione di questo criterio, non agevole da applicare, li esporrebbe a facili denunce dei loro indagati. Potrebbe accadere, ad esempio, al gip che diffondesse, trascrivendole in un'ordinanza di custodia cautelare, intercettazioni utili solo ad inquadrare il contesto criminoso, con la consapevolezza che, così facendo, esse diverrebbero subito pubbliche. Facile intuire la serenità con la quale i magistrati si troverebbero a redigere i loro atti, spesso forieri di conseguenze assai negative per i destinatari.
Il governo non si è pronunciato su queste proposte e si confida che non sia il silenzio di chi, tacendo, acconsente; e non ha ancora reso note le norme, che finalmente scioglieranno il nodo. La verità, a noi sembra, è che nessuno possiede ricette miracolose e per disciplinare una materia così complessa, occorre ragionare con pacatezza, senza fretta e certo non sull'onda di polemiche, suscitate da proteste, spesso tutt'altro che disinteressate. Una sola cosa è certa, molti sono i diritti in gioco e tutti meritano di essere ugualmente garantiti.
di Antonio Passanese
Corriere Fiorentino, 7 aprile 2015
Per capire quale sorte attende i 115 internati dell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo bisognerà attendere domani. Nella sede della giunta regionale è prevista una riunione riservata - tra Comune di Firenze, Regione, Dipartimento amministrazione penitenziaria e Asl - a cui parteciperanno anche Carmelo Cantone, provveditore regionale del ministero della giustizia e Antonietta Fiorillo, presidente del tribunale di sorveglianza. All'ordine del giorno il trasferimento di 22 pazienti dell'Opg nell'Istituto Mario Gozzini di Sollicciano, meglio conosciuto come "Solliccianino".
"Ci opporremo fermamente a questa ipotesi, - denuncia il radicale Massimo Lenzi - gli internati hanno diritto a un percorso terapeutico e assistenziale. Li facciamo uscire da un ospedale - si chiede - per metterli in un carcere?". Lenzi ha annunciato di aver chiesto il commissariamento dell'Opg da parte. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Psichiatria Democratica, associazione fondata da Franco Basaglia, che ha espresso un giudizio negativo "sull'incapacità della Regione Toscana nel gestire, politicamente, una così importante scadenza di legge".
Intanto, un'altra radicale, Rita Bernardini, a giorni presenterà un'interrogazione parlamentare sull'argomento. Critico sull'opzione Gozzini anche Eros Cruccolini che, in giornata, dovrebbe incontrare l'assessore al welfare di Palazzo Vecchio Sara Funaro, mentre in settimana andrà a parlare con i detenuti dell'Istituto Mario Gozzini.
www.corrieresalentino.it, 7 aprile 2015
Due riduzioni di pena e un risarcimento economico per un periodo di detenzione in palese violazione con i diritti garantiti ai reclusi. Nei giorni scorsi i magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Lecce, Ines Casciaro e Alessia Magliola, hanno parzialmente accolto il reclamo di Saverio Elia, 37enne di San Pietro Vernotico e di Giovanni Canoci, 46enne di Torchiarolo.
I giudici hanno stabilito per Elia una riduzione di pena 45 giorni e a Canoci di 12 giorni oltre a un risarcimento del danno di 48 euro. Sulla scorta degli elementi istruttori Elia, per 510 giorni di detenzione nel carcere di Borgo San Nicola con due compagni di cella, disponeva di complessivi 2,86 metri quadrati.
Per lo stesso motivo, per complessivi 121 giorni, è stato disposto uno sconto di pena ed un risarcimento danni in favore di Canoci detenuto sempre nel penitenziario leccese. I due reclami sono stati presentati dall'avvocato Vincenzo Rocco Vincenti. È stato così di fatto violato un principio sancito dall'articolo 3 della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che stabilisce: "Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti degradanti o inumani".
E la giurisprudenza della Convenzione Edu ha concluso per la violazione dell'articolo 3 proprio nell'ipotesi di restrizione in una cella nella quale il detenuto abbia a sua disposizione uno spazio inferiore ai 3 metri.
Proprio come nel caso dei due detenuti finiti all'attenzione dei magistrati di Sorveglianza e che risolleva l'annosa emergenza dei diritti violati anche per il sovraffollamento nel carcere di Borgo "San Nicola".
di Fabio Postiglione
Roma, 7 aprile 2015
Ciro Mauriello, il boss di Secondigliano, prima appartenente al clan Di Lauro e poi agli scissionisti, è in pericolo di vita ma non si trova una struttura idonea a curargli la sua malattia: una gravissima forma di ipertensione. E allora il ping pong di responsabilità ha costretto i giudici ad inviare una nota anche alla Regione Campania affinché accerti per quale ragione non si riesca a trovare un posto letto al Secondo Policlinico, li dove era stato deciso che Mauriello fosse curato.
Il 16 aprile prossimo la dodicesima sezione del Riesame di Napoli valuterà l'ennesima istanza dell'avvocato Maria Grazia Padula che chiederà la concessione dei domiciliari per il suo cliente, unico modo, ritiene, per evitare che la situazione possa drammaticamente peggiorare. Domiciliari per inadeguatezza delle cure tenuto conto che i giudici hanno disposto il ricovero ma il provvedimento non è stato mai eseguito, non si è mai di fatto ottemperato all'ordine disposto dai giudici. Sono stati sia i magistrati del Riesame che quelli di Corte d'Assise a stabilire che Mauriello andasse curato e su sollecitazione della difesa i magistrati hanno anche chiesto al pm di valutare eventuali responsabilità di natura penale di chi non ottempera a tale provvedimento, prima tra tutti il Dap.
"Questa autorità giudiziaria chiede l'esecuzione coatta del provvedimento", scrivono i magistrati ma una nota del dirigente del Secondo Policlinico rimanda al mittente la decisione in quanto essendoci pochi posti letto non è possibile prendere in consegna un detenuto che vada piantonato. Questo perché ha bisogno di una struttura "protetta" e quindi deve stare da solo e in una sanità in crisi come quella campana, questo pare essere un "lusso" che non può essere concesso.
A questa nota i giudici ne hanno inviato una alla Regione alla quale si chiede immediatamente di accertare se "se il rifiuto del ricovero sia il piantonamento del paziente, il che non è possibile presso struttura pubblica, o se il rifiuto si basi sull'impossibilità di applicare piani terapeutici adatti a Mauriello". Eppure sono sette mesi che la situazione va avanti con il rischio che la situazione possa improvvisamente precipitare.
Mauriello è un personaggio di spessore della camorra dell'area Nord e deve scontare un residuo di pena per armi mentre e imputato in Corte d'Assise per il duplice omicidio Monlanino-Salierno, quello che nel 2004 diede vita alla faida di Scampia tra i Di Lauro e gli scissionisti che portò in dieci mesi a quasi ottanta morti tra i quali anche vittime innocenti.
Ansa, 7 aprile 2015
"È davvero una buona notizia sapere che il detenuto genovese che il 29 marzo scorso non era rientrato nel carcere di Asti dopo aver fruito di un permesso di 5 giorni, ed era quindi evaso, è stato catturato la mattina di Pasqua nel centro della città di Genova.
L'operazione congiunta Polizia Penitenziaria del Reparto di Genova Marassi in collaborazione con la procura di Asti ed il Reparto di Polizia Penitenziaria astigiano è stata coronata dal successo e a loro va il nostro apprezzamento. L'evaso è stato dunque catturato ed ora ne pagherà le conseguenze in termino di pena da scontare".
È il commento di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo della categoria, alla cattura del detenuto evaso il 29 marzo scorso dal carcere di Asti. Capece sottolinea "l'importante attività posta in essere dai poliziotti penitenziari dei Reparti di Genova Marassi ed Asti, che da subito si sono messi sulle tracce del detenuto evaso, arrivando alla sua cattura. Segno tangibile di un Corpo di Polizia dello Stato, qual è la Polizia Penitenziaria, in prima linea nel contrasto della criminalità e della delinquenza".
di Martina Adami
Gazzetta di Mantova, 7 aprile 2015
Una funzione ricca di sentimento nel carcere di via Poma. Tra lacrime e sorrisi. "Non crediate mai di essere soli nella vostra lotta, perché il Signore cammina al vostro fianco sempre". È stata una funzione ricca di sentimento quella tenuta tra le mura - e le sbarre - del carcere di via Poma. Come da tradizione, il vescovo Roberto Busti ha celebrato la messa di Pasqua tra i sorrisi, gli sguardi e le lacrime dei detenuti, uniti a volontari, guardie penitenziarie e operatori per celebrare la resurrezione di Gesù.
Tra i banchi della piccola cappella si sono inseguiti per tutta mattina sorrisi complici, per combattere la solitudine che in queste giornate di festa si fa più pesante che mai. "Dobbiamo essere uniti, la speranza deve essere la vostra salvezza. Non crediate mai di essere soli nella vostra lotta, perché il Signore cammina al vostro fianco sempre", ha detto Busti, gli occhi fissi nei loro.
Qualcuno di loro sorrideva convinto, qualcun altro sussurrava una preghiera tra le labbra, qualcuno aveva gli occhi lontani, oltre le mura del carcere, mentre altri ancora si guardavano in torno aggiustandosi la camicia indossata per l'occasione, come se la messa rappresentasse una parentesi da una serie di giornate che si susseguono tutte uguali, a voler fingere un ritorno alla normalità per qualche ora.
C'era anche chi piangeva, con il viso coperto dai capelli e le mani giunte. A loro in particolare sono andate le parole del vescovo: "Dio ci ha perdonati per i nostri sbagli, e ora ci aiuta a perdonare noi stessi. Abbiamo confessato i nostri peccati e siamo pronti per la nostra rinascita, supportati dall'amore per la famiglia di Dio e la famiglia di sangue. Non smettete mai di amare, di farvi amare e di sperare. Riservate un pensiero alle vittime di violenza e fate che la vostra vita sia un nuovo battesimo. La Pasqua è la resurrezione, dove la vita vince la morte e l'amore batte l'odio, rendendoci più forti".
Ha parlato anche di libertà, che come i detenuti sanno costa cara, e dell'importanza di rimanere fedeli ai legami con i cari, un vuoto insormontabile tra le mura del carcere. "Siamo qui per scontare la nostra pena - dicono i detenuti leggendo la lettere scritta da loro - Siamo abitanti di un microcosmo obbligati tra queste mura di silenzio, disperazione, solitudine e lotta. Affidarsi nell'altro è l'unica salvezza che abbiamo. Se abbiamo recato dolore con i nostri sbagli ora riflettiamo sull'amore per redimerci, e preghiamo perché il Signore che ci ha perdonati ci aiuti a farlo prima con noi stessi e poi verso gli altri".
Solidarietà e amore predicati a gran voce dai detenuti e dal vescovo, quando tra canzoni e preghiere è sceso tra di loro a regalare abbracci e sorrisi, per combattere gli sguardi tristi e assenti. Una messa svolta come tante altre, che sarebbe potuta passare per una funzione in una qualunque Chiesa se non fosse stato per gli occhi lontani dei ragazzi, aldilà delle mura del carcere, uniti con il pensiero ai famigliari lontani.
Matteo Fanelli
www.ilsussidiario.net, 7 aprile 2015
Un sistema viene costruito per l'uomo o l'uomo è un meccanismo del sistema? Come può una giustizia rivelarsi ingiusta? Sembrano questi gli interrogativi che emergono da "Io non avevo l'avvocato" (Mondadori, 2015), di Mario Rossetti.
L'autore del libro è un ex-dirigente di Fastweb, coinvolto nell'inchiesta Fastweb-Telecom Italia Sparkle con l'accusa di associazione a delinquere, che lo ha portato prima in carcere, poi ai domiciliari e infine all'assoluzione completa. La storia di un uomo, protagonista di una vicenda incredibile, che ci accompagna nelle contraddizioni del nostro sistema-giustizia, di cui spesso parliamo ma che non conosciamo fino in fondo.
Rossetti viene arrestato nel marzo 2010 e vengono sequestrati tutti i beni e bloccati conti correnti e carte di credito appartenenti a lui e alla sua famiglia. "Lo Stato, per difendere i suoi potenziali diritti futuri, si prende i tuoi beni oggi, anche se non provenienti dai reati contestati". Qui comincia, oltre al suo calvario, una serie di questioni brucianti: come si può pensare di mettere una famiglia sul lastrico per ragioni di "giustizia"?
Viene il momento del carcere. "Non sono più una persona ma un numero. Un numero in una cella". Certamente il problema non è far diventare i penitenziari degli hotel a 5 stelle, ma dei luoghi maggiormente a misura d'uomo, in cui anche le relazioni interpersonali siano più umane. Rossetti individua nella possibilità di lavorare e di imparare un mestiere una soluzione che consentirebbe ai detenuti da una parte di impiegare in maniera utile il proprio tempo, e dall'altra di ottenere qualcosa da offrire al mercato del lavoro, una volta conclusa la pena, per reinserirsi nella società. Ma la burocrazia, anche dietro le sbarre, complica tutto al limite dell'insormontabile.
E poi c'è il (mal)funzionamento della giustizia. Rossetti riscontra innanzitutto una scarsa competenza dimostrata da pm e finanzieri nel momento dell'interrogatorio. Non solo. "Nel nostro Paese - racconta Rossetti a proposito dei suoi arresti cautelari, in cui non sussistevano le motivazioni previste dalla legge - a fianco del codice penale scritto dal legislatore, esista un codice penale "materiale", che è quello che si applica nei nostri tribunali". Il punto non è abolire del tutto la carcerazione preventiva, ma ripensare il suo utilizzo.
Rossetti sottolinea che diversi giudici svolgono bene il proprio lavoro e ribadisce la propria fiducia ultima nella giustizia, tuttavia l'atteggiamento generale, sia per le condizioni del carcere, sia per il comportamento di taluni magistrati, sembra essere spesso quello di una sentenza già scritta ancora prima di approfondire i fatti. In dubio, pro reo, dicevano i latini, ma Rossetti può smentirlo.
Non ultimi i mass media. Viviamo in un paese in cui le condanne vengono emesse a mezzo stampa e, quel che è peggio, senza aspettare l'esito dei processi. "La stampa fa da cassa di risonanza a quello che arriva dagli uffici della procura anche perché i procuratori e i loro uffici sono una fonte continua di notizie" racconta l'autore. I mostri vengono sbattuti in prima pagina, si costruiscono titoli di giornali e aperture di tg, ma non viene dato lo stesso risalto mediatico all'assoluzione di Rossetti e degli altri dirigenti coinvolti nell'inchiesta.
Così, sullo sfondo della vita sconvolta di un uomo che si vede privare ingiustamente della propria libertà, che si mette alla ricerca di un nuovo rapporto con se stesso, con la propria famiglia, che affronta il dolore straziante per la perdita di un figlio, ci sono le contraddizioni della giustizia e dell'informazione, quelle che noi vediamo per prime, ma che quando investono la vita di una persona ribaltano le proporzioni del problema, assumono le sembianze di una gogna anonima dove i meccanismi tendono inesorabilmente a prevaricare su quel che rimane di sé, che istintivamente si oppone all'ingiustizia ma che in ogni momento rischia di rompersi, di crollare. La vicenda di Rossetti è l'esatto rovescio di quanto ha detto papa Francesco in un importante discorso dell'ottobre 2014 sulle questioni del carcere e della giustizia, il primato del principio pro homine, cioè della dignità della persona umana sopra ogni cosa. Ma Rossetti ha detto no, e ha deciso coraggiosamente di raccontare la sua storia perché considera il suo un caso che può ancora ripetersi. C'è da esser certi, purtroppo, che le conferme non mancheranno.
di Cristina Bassi
Il Giornale, 7 aprile 2015
Il paradosso dello Stato di Los Angeles, dove il boia è a riposo da un decennio ma le condanne capitali aumentano. E in Texas mancano i veleni per le iniezioni letali. In California il boia è a riposo e nel braccio della morte c'è il "tutto esaurito". È il paradosso della pena di morte ancora comminata ma non eseguita nello stato di Los Angeles. Da un decennio infatti i condannati a morte californiani vengono risparmiati, ma intanto nel penitenziario di San Quintino su un totale di 715 celle ne sono rimaste libere solo sette. La notizia pubblicata dal Los Angeles Times conferma l'allarme globale lanciato da Amnesty International nel suo rapporto 2014 sulla pena capitale: esecuzioni in calo ma condanne in aumento.
Il governatore della California Jerry Brown prevede una media di venti nuovi arrivi ogni anno e chiede un finanziamento di emergenza da 3,2 milioni di dollari per costruire 97 nuove celle. L'intenzione è di utilizzare gli spazi guadagnati grazie alla riforma delle pene che ha derubricato a semplici contravvenzioni la maggior parte di quelle per i reati di droga non violenti. L'ultima esecuzione dello Stato risale al 2006, intanto la popolazione di San Quintino è invecchiata e 49 detenuti sono morti di malattia, overdose o suicidio.
Le notizie californiane si aggiungono a quelle che arrivano dal Texas, dove cominciano a scarseggiare i veleni per le iniezioni letali. Lo Stato ha a disposizione la dose per una sola esecuzione, in programma per il 9 aprile. A rendere difficile il compito del boia c'è anche il recente appello dell'Associazione americana farmacisti ai propri 62mila iscritti a non collaborare con le amministrazioni che ancora praticano la pena capitale e quindi a non fornire sostanze che servano a mettere a morte esseri umani.
E in occasione della Pasqua un gruppo di 400 leader cattolici ed evangelici ha scritto una lettera aperta per chiedere alla classe politica degli stati Usa che ancora applicano la pena di morte di "abbandonare una pratica che diminuisce la nostra umanità e contribuisce a una cultura di violenza e vendetta senza conciliazione". Il documento definisce la pena capitale "il frutto marcio di una cultura seminata con i semi di povertà, disuguaglianza, razzismo e indifferenza alla vita" e sottolinea "la vergognosa realtà che gli Stati Uniti sono una delle poche nazioni sviluppate del mondo che ancora mettono a morte i propri cittadini".
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