Askanews, 12 febbraio 2015
Oggi alle ore 14, nella Sala Livatino del ministero della Giustizia, si firma un protocollo operativo tra Ministero, Regione Piemonte, Anci Piemonte, Tribunale di Sorveglianza di Torino e Garante Regionale dei detenuti in tema di reinserimento delle persone in esecuzione penale.
È l'undicesimo protocollo di tale tipo sottoscritto dal ministro Andrea Orlando e segue alle intese con le Regioni Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Umbria, Puglia, Sicilia, Lombardia, Abruzzo e Molise. In precedenza, erano stati firmati analoghi protocolli con Emilia Romagna e Toscana.
Alla firma del protocollo d'intesa intervengono il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, il presidente del tribunale di sorveglianza di Torino Marco Viglino e il presidente di Anci Piemonte Andrea Ballarè, il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà Bruno Mellano, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e il provveditore regionale del Piemonte Enrico Sbriglia.
di Chiara Fabrizi
www.umbria24.it, 12 febbraio 2015
Il Sappe fotografa i 4 istituti nel 2014, presenti 1.360 reclusi e capienza a 1.324. Tensione alta nelle sezioni, carenza personale 14%. Reclusi stranieri in Umbria 28%, solo 22% lavora. Il sovraffollamento, almeno per ora, è un'emergenza che le quattro carceri umbre non soffrono più. Ma a pesare è ancora il deficit di organico della polizia penitenziari che si aggira intorno a quota 14%.
In numeri assoluti tra le case di reclusione di Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto mancano circa 135 uomini a fronte di una previsione segnata in pianta organica di 1.022 unità. E in questo senso allarma il livello di eventi critici (autolesionismo, tentati suicidi, colluttazioni e ferimenti) registrati nel 2014, anno durante il quale si è fronteggiato un episodio ogni 28 ore.
E per ora margini per assistere all'assegnazione di nuovi agenti in Umbria non sembrano essercene. I dati sono stati fornito dal Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che ha fotografato al 31 dicembre 2014 la situazioni nelle carceri umbre, partendo dai dati forniti dal Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria).
Sul sovraffollamento, però, dati più aggiornati sono disponibili sul sito del ministero della Giustizia che al 31 gennaio scorso rileva la presenza di 1.360 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.324, con un leggero sovraffollamento che come confermano dal sindaco si registra soltanto nel carcere di Capanne (Perugia).
Tuttavia la tensione all'interno delle sezioni degli istituti umbri resta elevata. Secondo i dati del Dap elaborati dal Sappe, nel corso del 2014 si sono registrati 309 eventi critici, praticamente uno ogni 28 ore. In particolare, all'ordine di giorno ci sono stati episodi di autolesionismo (193) equamente ripartiti tra Terni (46), Perugia (41) e Spoleto (44), più calma la situazione a Orvieto (8). Elevato anche il numero dei ferimenti (70) con una concentrazione più elevata a Terni (27) e Spoleto (23), mentre sono 29 le colluttazioni gestite dagli agenti concentrate soprattutto tra a Perugia (15) e Terni (12). Infine, nel corso del 2014 gli uomini della penitenziaria in servizio in Umbria hanno sventato 18 tentati suicidi.
Tra i detenuti presenti nei quattro istituti della regione il 18.9% risulta affetto da tossicodipendenza, a fronte di un dato nazionale che si attesta a 22.3%. Inferiore alla media nazionale anche la presenza di reclusi stranieri che in Umbria si ferma in media a quota 28.5%, anche se a Perugia e Orvieto si è oltre il 50%, rispetto al dato nazionale che si aggira intorno al 32%. Sempre al di sotto della media italiana, la percentuale regionale dei detenuti che lavorano, pari al 21.8% contro il 24.3%. Oltre ai 1.360 detenuti, va detto, si contano anche 440 soggetti sottoposti a misure alternative, di sicurezza e sanzioni sostitutive.
www.corsoitalianews.it, 12 febbraio 2015
Flora Beneduce, dopo un colloquio con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, ha ottenuto risultati importanti sul fronte della sanità penitenziaria. A breve, ci saranno avvisi pubblici per l'impiego di medici specialisti. Intanto arriveranno ecografo e apparecchio per la Tac a Poggiorale. "Più salute equivale a più diritti, soprattutto in carcere. Ieri ho ottenuto un importante risultato nel confronto con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ernesto Esposito, che mi ha assicurato misure immediate per risolvere i problemi della sanità penitenziaria". È soddisfatta Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania e vice presidente della commissione permanete che si occupa di Affari istituzionali.
"Ho richiesto risorse umane e nuove strumentazioni per le case circondariali che ho visitato nel mio tour istituzionale - spiega l'onorevole Beneduce. Entrambe le istanze sono state accolte. Al fine di garantire stabilità al personale medico, a breve partiranno avvisi pubblici per l'assegnazione di medici specialisti per patologie importanti, che possano prestare cure adeguate ai malati e seguirli, in modo competente. Inoltre, saranno avviati dei contratti annuali per la Guardia medica in modo tale da garantire la continuità assistenziale. Un risultato importante è stato conseguito anche sul fronte della diagnostica per immagine. Il carcere di Poggioreale avrà un ecografo e un apparecchio per la Tac. Le gare sono già state attivate".
A fronte di uno stanziamento di 165,424 milioni da parte del governo centrale per il comparto della sanità penitenziaria in varie regioni italiane, Flora Beneduce, componente della commissione Sanità e Sicurezza sociale, ha portato all'attenzione della direzione generale dell'Asl Na 1 criticità, carenze e urgenze, da sanare al più presto. "Le misure che saranno adottate a breve rappresentano un segnale decisivo per l'affermazione del diritto alla salute in luoghi spesso ritenuti ostili, sia dai detenuti che dal personale impiegato - conclude l'onorevole Flora Beneduce. Il prossimo impegno è quello di stabilizzare anche il personale infermieristico, che, in un contesto già gravoso sul piano psicologico, ad oggi, lavora ancora con contratti con partita Iva. Ciò testimonia che c'è ancora tanto da ottenere. E io sono abituata a combattere fino in fondo le buone battaglie".
di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015
Ritorna critico il livello di sovraffollamento nel carcere di Udine. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Giustizia aggiornati al 31 gennaio 2015, ci sono 173 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 100 posti. Dopo una lieve flessione registrata a dicembre - su scala nazionale si fotografa una riduzione del sovraffollamento del 14 per cento - ora siamo a una nuova inversione di tendenza. A riempire le celle di via Spalato ci sono per lo più stranieri, 73 secondo il monitoraggio effettuato nell'ultimo mese. Spiccano marocchini, rumeni, albanesi, tunisini, nigeriani. Una peculiarità della regione, porta di ingresso nel Paese dalla rotta balcanica: su 619 detenuti totali nei cinque istituti in regione, 244 sono stranieri.
Un dato spesso all'origine di disordini, risse e fenomeni di autolesionismo. L'integrazione, infatti, diventa difficile, soprattutto quando a dividere la cella sono persone di nazionalità differenti, spiega il segretario regionale della Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, Giovanni Altomare: "Gli italiani tendono a mantenere un comportamento corretto nella struttura, nella speranza di una possibile riduzione della pena; gli stranieri, invece, hanno una cultura profondamente diversa, e per protestare utilizzano l'autolesionismo: a una semplice richiesta negata accade che reagiscano tagliandosi con le lamette da barba".
Tenere sotto controllo questa bomba a orologeria è difficile, soprattutto con organici sottodimensionati e strumenti di sorveglianza inadeguati a gestire le emergenze. Secondo il report dell'Osservatorio Antigone, la polizia penitenziaria di via Spalato, composta da circa 120-125 unità, è "carente" rispetto a una pianta organica che ne richiederebbe almeno 136. Il cosiddetto regime "a celle aperte", che permette la libera circolazione durante il giorno all'interno dei piani, unito all'alta percentuale di stranieri, può innescare ulteriori spirali negative, secondo Altomare.
"Le sezioni a volte diventano ghetti, dove si creano sodalizi rivoltosi. Qui a Udine, fortunatamente, non si verificano eventi critici di particolare importanza, ma l'allerta resta alta". I provvedimenti legislativi svuota carceri finora sono stati dei "palliativi a porte scorrevoli" rincara il segretario: "Entrano ed escono sempre gli stessi". Al 31 gennaio 2015, sono 236 le persone uscite grazie alla legge 199/2010, di cui 72 stranieri. Se le emergenze individuali restano contenute - l'ultimo suicidio è del 2012 - a via Spalato resta la maglia nera del sovraffollamento in Fvg. A Trieste, per una capienza regolamentare di 155 posti, sono rinchiusi di media tra i 180 e i 190 detenuti; a Tolmezzo di stranieri non ce ne sono, ma su una capienza di 149 persone se ne contano fino a 181. Segue Pordenone, con 71 detenuti su 41 posti regolamentari, e Gorizia, dove di detenuti ce ne sono solo 13, a fronte di 55 posti.
di Lodovica Bulian
Messaggero Veneto, 12 febbraio 2015
La denuncia dell'ex sottosegretario: non c'è opportunità di reintegro. Su molti pende l'incognita della revisione della pena per le legge Fini-Giovanardi. Nonostante a livello nazionale si registri un allentamento del sovraffollamento nelle carceri, la situazione a Udine, ma anche in tutto il Friuli Venezia Giulia, "resta molto pesante".
L'avvertimento è di Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia tra il 1996 e il 2001, ed ex consigliere provinciale a Udine. Oggi ricopre l'incarico di Garante dei diritti dei detenuti della Regione Toscana.
Se il carcere di Pordenone è "indecente", quello di Gorizia è "in stato comatoso" e quello di Tolmezzo è "avulso dal territorio", il giudizio di Corleone su via Spalato non è migliore: così come Trieste, la struttura "ha dei limiti molto forti e va assolutamente ripensata".
Urgente, per l'esperto, introdurre nuovi criteri di vivibilità: "Non esiste uno spazio verde, dove i detenuti possano trascorrere delle ore ricreative, non c'è un campo per giocare a pallone. Sì, è vero, ci sono le biblioteche: ma non sono altro che depositi di libri, non esistono aree di lettura o di studio. Se vogliamo che il carcere sia un'occasione, bisogna rivedere l'intero sistema".
Non basta aprire le celle, dunque, se i detenuti "vengono lasciati a bighellonare tutto il giorno". Meglio sarebbe che frequentassero corsi di musica, di studio, attività intellettuali, "solo così si potrebbe pensare a un possibile reintegro in società". Il carcere di San Vito al Tagliamento, a oggi, accusa Corleone, è "un'occasione persa". Persa per costruire "una sperimentazione originale e nuova della vita all'interno dell'istituto penitenziario, e per realizzare un carcere dei diritti".
Le ragioni del perdurare del sovraffollamento in regione, secondo l'esperto, sono molteplici: il fattore immigrazione, in primis, ma anche la "dolorosa contraddizione della Fini-Giovanardi, per cui migliaia di detenuti stanno scontando una pena illegittima, e su cui il 26 febbraio si riuniranno le sezioni unite della Cassazione per trovare una sintesi condivisa su una revisione della pena". Ma il vero nodo, avverte l'ex sottosegretario, non sono i 73 immigrati detenuti in via Spalato. È "l'assenza dello Stato, la mancanza di una vera politica dell'immigrazione, che si riflette anche nella vita all'interno delle Case circondariali.
Perché il carcere non può essere solo un luogo di reclusione e di contraddizione sociale, dove le persone scontano la pena e poi vengono riconsegnate alla clandestinità". I soldi ci sono, chiarisce Corleone, ma andrebbero spesi diversamente. Per esempio, attraverso una progettualità che favorisca, perché no, "un rimpatrio assistito nei loro paesi di provenienza". Poco può fare, altrimenti, la legge svuota carceri 199/2010 per quegli immigrati che non hanno un domicilio, né una residenza dove finire di scontare la pena.
"Non si può mica scaricare tutto su don Di Piazza" dice Corleone riferendosi al centro di accoglienza Balducci di Zugliano, rifugio di profughi e di senza tetto.
Quel che è certo, infine, è che "non si può pensare di soffocare i disordini chiudendo i detenuti in gabbia. Così facendo, li si sottopone a un incattivimento che si riversa sulla società quando poi escono. E avremo sempre il problema delle recidive - fa notare Corleone. O il carcere diventa un'occasione di vita, anche con l'accompagnamento al rimpatrio, o sarà sempre un treno perso". Se ne parlerà, auspica l'esperto, con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando agli Stati generali del carcere, in via di convocazione tra aprile e maggio.
di Francesco Alimena e Michele Rizzuti
www.zmedia.it, 12 febbraio 2015
Proprio l'altro ieri l'On. Enza Bruno Bossio ha presentato una interrogazione ai Ministri della Giustizia e della Salute riguardante il decesso, in circostanze poco chiare, del sig. Roberto Jerinò, 60 anni, detenuto in custodia cautelare presso la Casa Circondariale "Arghillà" di Reggio Calabria.
Questione sulla quale sta indagando anche la competente Procura della Repubblica. Parteno nel sottolineare i tempestivi interventi della Bruno Bossio a difesa dei diritti dei detenuti, specialmente nel nostro territorio, ci preme evidenziare quanto la sistematica violazione del rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone recluse sia ben lungi dall'essere in via di risoluzione.
Operatori penitenziari e volontari denunciano continuamente i decessi, i suicidi, il sovraffollamento oramai strutturale (in Italia più del 40% dei reclusi sono detenuti in attesa di giudizio) delle nostre case di reclusione. La mancanza di opportunità di lavoro e formazione che per legge dovrebbero essere obbligatorie per tutti i detenuti condannati come elemento fondamentale per costruire il reinserimento sociale alla fine della pena, è un ulteriore elemento da condannare. Se dallo stato delle carceri si misura la civiltà di un Paese, saldo sarà il nostro impegno nell'intraprendere iniziative concrete di vicinanza alla popolazione carceraria.
In quest'ottica sappiamo quanto sia necessaria una modifica alla legislazione sugli stupefacenti - che tanta carcerazione inutile produce sul nostro territorio e tra i nostri concittadini - pertanto chiediamo il sostegno di tutti i cittadini alla campagna #10proposteGD, dove appunto una delle quali chiede la depenalizzazione del consumo di droghe leggere e la riduzione, quindi, dell'impatto penale.
È il prossimo passo da compiere specialmente ora che la vergognosa legge Fini-Giovanardi è stata archiviata. Come giovani democratici della federazione provinciale di Cosenza saremo nelle piazze delle nostre cittadine con questa battaglia, con le nostre proposte insieme a tante altre tematiche come Lavoro, Diritti e Green-Economy che fanno del nostro modo di vivere la politica una bella narrazione di sinistra.
La Repubblica, 12 febbraio 2015
L'assessore Danese favorevole al progetto in ricordo di Leda Colombini, fondatrice e anima dell'associazione "A Roma, Insieme": "Stiamo valutando due spazi".
Presto a Roma verrà inaugurata la prima casa famiglia protetta per ospitare le detenute madri e i loro figli. Parola dell'assessore ai servizi sociali, Francesca Danese, che ha partecipato alla conferenza stampa indetta dal presidente della Consulta Penitenziaria, Lillo Di Mauro, insieme all'associazione "A Roma Insieme" per presentare il progetto "La casa di Leda", modello pilota che poi potrebbe essere replicato nelle altre regioni italiane.
Il progetto è stato elaborato dallo stesso Di Mauro con un raggruppamento di realtà associative impegnate nella promozione della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini figli dei detenuti per dare attuazione alle legge 62 del 2011 che le case famiglia le ha previste, senza purtroppo fino ad oggi nessun risultato concreto.
"Stiamo già valutando due strutture - ha annunciato la Danese - che potrebbero essere idonee. Con gioia inviterò a breve a visitarle la presidente di "A Roma Insieme", Gioia Passarelli l'associazione che da anni si batte per raggiungere questo obbiettivo". Roma si vuole distinguere per essere una città che "tutela i diritti e che anticipa i bisogni - ha continuato la Danese - tanto che questo progetto per la casa famiglia protetta verrà inserito all'interno del nuovo piano strategico del mio assessorato per il rispetto dei diritti umani".
La Danese ha sottolineato di essere pienamente in sintonia con la sua collega alla Regione Lazio Rita Visini che ha inviato un messaggio di sostegno all'iniziativa, letto da Lillo Di Mauro. "Il motto che contraddistingue la nostra associazione - ha detto poi Gioia Passarelli - è che "nessun bambino varchi più la soglia del carcere".
Leda Colombini, la fondatrice dell'associazione a cui è stato intitolato il progetto fin dall'inizio della sua battaglia si è dedicata al raggiungimento di questo obiettivo: l'istituzione di case famiglia protette dove i bambini possano vivere insieme alle loro madri, ma senza subire le privazioni, e la mortificazione di crescere tra mura circondate da sbarre alle finestre. Nel Lazio è stato il Provveditore regionale per il ministero della Giustizia Maria Claudia Di Paolo a illustrare i dati - c'è la percentuale più alta di presenze femminili in carcere: 408 su una popolazione complessiva di 5.600 detenuti considerando che le donne rappresentano il 4 per cento della popolazione carceraria nazionale.
Solo a Rebibbia, però, c'è un nido. Non nel carcere di Civitavecchia né in quello di Latina. Attualmente le donne detenute a Rebibbia con i loro figli sono 18 (la capienza massima prevista è di 20) quasi tutte rom, con 18 bambini. La maggior parte ha pochissimi mesi, il più grande sta per compiere tre anni. Scadenza in cui è prevista l'uscita dal carcere, dopo tre anni vissuti "protetti" dietro alle sbarre, quasi sempre per andare in un campo rom affidato ai parenti.
"Un fallimento totale nella gestione di una tematica molto delicata - ha sottolineato, esprimendo pieno appoggio alla progettualità manifestata dal comune di Roma il rappresentante del garante dei detenuti laziali, Gabriele D'Agostino - dove il pubblico ha svolto un'azione ausiliaria e gli impegni sono stati portati avanti solo dal privato sociale".
Il problema è che il Comune i soldi per realizzare una casa famiglia - soprattutto rispondendo ai requisiti previsti dal decreto attuativo della legge del 2011, quello dell'8 marzo 2013, non ce li ha. Dove trovarli? È il presidente della Consulta penitenziaria di Roma Di Mauro che ha indicato il percorso: "Individuare la struttura idonea data in concessione dal Comune, avviare i lavori di ristrutturazione finanziati da sponsorizzazioni e fund raising, e poi, avviare una gestione "convenzionata" con le realtà del terzo settore".
Le case famiglia protette. Per la prima volta la legge 62 del 2011, ha previsto dispositivi di esecuzioni penali diverse: carcere per i reati più gravi, Istituti a Custodia Attenuata per quelli meno gravi e Case Famiglia Protette gestite dal terzo settore e istituite dagli enti locali, per affrontare al meglio il problema assai critico rappresentato dalla detenzione delle madri con i figli piccoli, che non può essere risolto solo a livello legislativo e penale.
Nelle case famiglia protette le madri con i bambini, in assenza di un luogo e abitazione presso i quali eleggere il proprio domicilio, dovrebbero poter trascorrere la detenzione domiciliare speciale o altro beneficio già previsto dalla Legge Gozzini e dalla Legge Simeone, e dalla stessa legge del aprile 2011 n. 62. L'istituzione di queste strutture residenziali rappresenta, dunque, uno snodo fondamentale per la piena applicazione della Legge al punto che il legislatore ha voluto, attraverso un decreto ministeriale approvato il 26 luglio, normare le caratteristiche di queste strutture sia per quanto riguarda gli spazi, che le modalità di accesso e di gestione.
La Casa di Leda. Nella casa famiglia sono previste attività e servizi affinché le ospiti italiane, straniere e rom e i loro bambini abbiano garantite assistenza, educazione ed istruzione, nonché opportunità di socializzazione e inserimento lavorativo. La struttura non si configura come spazio di contenimento e domicilio stabile, ma come luogo di passaggio dove ciascuno, sia le madri o i padri sia i bambini e le bambine abbiano l'occasione di sviluppare le proprie potenzialità in maniera armonica.
La casa offre servizi di natura residenziale ordinaria. Accoglie fino a un massimo di sei madri o padri con relativi figli. Le donne e gli uomini accolti verranno inseriti nella struttura grazie alla collaborazione con gli assistenti sociali dell'Uepe, le aree pedagogiche degli istituti penitenziari femminili e la cooperativa Pid nel rispetto di un progetto personalizzato. La casa famiglia è una struttura abitativa indipendente situata dove sia possibile l'accesso ai servizi territoriali, socio-sanitari ed ospedalieri, e che possa fruire di una rete integrata a sostegno sia del minore sia dei genitori.
di Gabriele Guccione
La Repubblica, 12 febbraio 2015
Progetto in collaborazione tra Comune e carcere delle Vallette: ai reclusi, tutti con pene lievi, si valuterà se dare un voucher di 10 euro al giorno. Il lavoro volontario potrà essere esteso anche a pensionati e cassintegrati. Daranno una mano a tenere pulite le strade nei giorni dell'invasione dei pellegrini che verranno a Torino per la Sindone e il bicentenario della nascita di Don Bosco. Spazzeranno, faranno le pulizie straordinarie che serviranno per tirare a lucido la città, gomito a gomito con gli operatori dell'Amiat.
Novanta detenuti, con pene lievi e giudicati dal magistrato di sorveglianza non pericolosi, avranno l'opportunità di uscire ogni mattina dalle Vallette e di lavorare al servizio dei torinesi. Un po' per non stare chiusi in cella con le mani in mano, un po' per far tesoro di un'esperienza di lavoro che potrebbe essere preziosa per il futuro, quando fuori dal carcere ci sarà una vita da ricostruire. "Lavoro gratuito e volontario", dice una legge recente. Che prevede - anche se finora è stata poco usata, e quello di Torino sarà un esperimento da capofila - che i detenuti possano essere impiegati nei lavori di pubblica utilità.
A Palazzo civico, dove l'idea è balenata in mente al capogruppo di Sel, Michele Curto, ci stanno provando, nonostante le difficoltà e gli scogli burocratici. Il direttore del carcere, Domenico Minervino, sarebbe pronto a partire anche domani. Ed è entusiasta.
Anche il sindaco Piero Fassino si è detto d'accordo. E ieri, durante una riunione tra Curto, che ci lavora da mesi, e il vicesindaco Elide Tisi, l'assessore Enzo Lavolta ("sarebbe un'opportunità per la città"), il collega Domenico Mangone e i vertici di Amiat, si è lavorato per mettere le gambe al piano. L'idea è usare i detenuti come netturbini-volontari da marzo a settembre, suddivisi in tre scaglioni bimestrali da 30 persone l'uno. Vanno superati ancora alcuni problemi amministrativi, come la possibilità di riconoscere a ciascuno un voucher di 10 euro al giorno. Ma la volontà politica c'è e sarà manifestata con una mozione di Sel.
I "volontari" non sostituirebbero i netturbini di professione, ma li affiancherebbero. E al termine del progetto sperimentale si potrebbe aprire per i più meritevoli di loro un periodo di lavoro in regime di semilibertà (questa volta retribuito) nella pulitura dei graffiti o nell'esposizione dei cassonetti
della raccolta porta a porta. Ma non ci sono solo i detenuti: il lavoro volontario potrebbe essere aperto anche a cassintegrati e pensionati, come prevede la nuova legge Poletti. Un'opportunità che ieri il sindaco ha annunciato alla giunta di voler cogliere. E che, come auspicato dal consigliere democratico Giusi La Ganga, potrebbe essere una delle "forze lavoro" da affidare alle nuove circoscrizioni che nasceranno dalla riforma in discussione in Sala Rossa.
www.oknovara.it, 12 febbraio 2015
Continuano le Giornate di recupero del patrimonio ambientale mediante l'impiego di detenuti della Casa Circondariale di Novara. I soggetti coinvolti in questo importante progetto sono il Comune di Novara, con i suoi Servizi socio-assistenziali ed educativi, il Ministero della Giustizia con Casa Circondariale di Novara, Magistratura di Sorveglianza di Novara, Uepe Ufficio esecuzioni penali esterne di Novara e Assa S.p.A.
L'ultima Giornata si è svolta martedì 10 febbraio: con il coordinamento di Assa, che come sempre ha fornito anche il supporto operativo e logistico, l'intervento ha interessato via Gargano e via Panseri, strade della viabilità di servizio del Cim, Centro intermodale merci. Sono stati rimossi 3.300 kg tra rifiuti urbani e ingombranti oltre a pneumatici auto, rifiuti elettronici ed oli esausti.
Ansa, 12 febbraio 2015
Nella giornata dedicata ai colloqui familiari, un detenuto campano di alta sicurezza ha insultato e preso a schiaffi e spinte due agenti di Polizia Penitenziaria nel carcere oristanese. Doveva essere un momento di relax, un momento positivo in una situazione certo non semplice. Ma invece, la giornata dedicata ai colloqui con i familiari nel carcere di Massama ha registrato un brutto scontro tra un detenuto ed alcuni agenti di Polizia Penitenziaria.
Infatti, stando ad una prima ricostruzione, a causa di un oggetto portato dai familiari e "stoppato" dalla sicurezza, in quanto non idoneo, un detenuto campano di "Alta Sicurezza", si è scagliato contro un agente, insultandolo e colpendolo con schiaffi e spinte. Stesso destino per un secondo agente accorso, mentre un successivo intervento ha permesso di fermare l'uomo. La situazione è quindi stata riportata alla calma originaria. Uno degli agenti coinvolti si è dovuto recare all'ospedale San Martino di Oristano per accertamenti.
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