chietitoday.it, 4 giugno 2019
Tra i candidati il giornalista Francesco Lo Piccolo ("Voci di dentro" Onlus). L'Abruzzo attende da anni l'elezione del garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Il presidente dell'associazione Voci di dentro, che da 11 anni opera nelle carceri abruzzesi, racconta il mondo dei detenuti.
Continua a far discutere tra gli addetti ai lavori la mancata elezione del Garante regionale dei detenuti. Nonostante la legge istitutiva del 31 agosto 2011, ad oggi l'Abruzzo è l'unica Regione italiana a non aver provveduto alla nomina. Ci si era andati vicino quattro anni fa, quando si proposero 17 candidati, ma non si arrivò mai alla nomina. Complice anche una legge regionale che richiedeva la maggioranza dei due terzi dei voti favorevoli.
Adesso la Regione ci riprova e per la seconda volta ha pubblicato l'avviso per la presentazione delle candidature alla carica di Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Il termine è fissato per martedì 4 giugno 2019.
Stavolta però, le cose potrebbero andare diversamente: la Regione ha infatti stabilito che se dopo tre votazioni nessun candidato raggiungerà il quorum richiesto (maggioranza dei due terzi dei voti favorevoli) potrà essere eletto garante chi raggiungerà la maggioranza assoluta dei voti. Forse entro il 2019 l'Abruzzo, ultima regione a non avere il Garante, potrà mettersi in regola e nominare questa importante figura di garanzia per la popolazione detenuta. Occorre dunque verificare se all'interno dell'attuale Consiglio Regionale sia possibile raggiungere il quorum e, in caso contrario, intervenire direttamente sulla legge istitutiva.
Tra i candidati a riproporre la sua esperienza, dopo il bando del 2015, c'è ancora Francesco Lo Piccolo, giornalista e fondatore a Chieti della Onlus Voci di dentro, che dal 2008 coi suoi volontari opera dentro e fuori le carceri per favorire le attività e il reinserimento di detenuti e detenute ed edita una rivista omonima scritta e realizzata proprio dai detenuti.
In una lettera, Lo Piccolo ci ha spiegato i motivi della sua candidatura: "La mia è una scelta d'obbligo, giusto sbocco del mio percorso: sono giornalista, sono stato consulente dell'Ordine dei Giornalisti d'Abruzzo per la "Carta di Milano", quindi membro della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Abruzzo, poi sono stato indicato anche referente dei detenuti per i Radicali Abruzzo. Ma soprattutto sono volontario in carcere da undici anni, fondatore dell'associazione Voci di dentro, direttore del magazine Voci di dentro scritto dai detenuti di Chieti e Pescara, e promotore di diverse iniziative dentro il carcere e fuori per eliminare le condizioni che determinano situazione di disagio".
Undici anni nei quali ha imparato a conoscere da vicino i detenuti e a scoprire che spesso sono individui marginati e marginali: "Molti tra loro non hanno avuto chance, altri scientemente (chi più e chi meno) hanno compiuto scelte sbagliate e hanno fatto violenza, altri ancora o non sono stati capaci di vedere altre scelte, o non avevano che una sola scelta, o sono finiti nel circuito penale (sempre più invasivo) per un errore di un momento. Persone che hanno sì fatto soffrire, ma che a loro volta soffrono.
Disuguali in un mondo ingiusto, governato oggi più di ieri da fanatismi e populismi, da un sistema sociale economico-finanziario che vede al primo posto l'utilitarismo, il profitto, il dominio, per apparire, avere, consumare. Etichettati e bloccati nello stereotipo del criminale, deumanizzati, vittime di una istituzione totale che nei fatti e a dispetto dei tanti propositi (art. 27 della Costituzione) li spoglia dei loro diritti, applicando sistemi infantilizzanti, deresponsabilizzandoli e rinchiudendoli tutti assieme (piccoli ladruncoli alle prime armi, mafiosi e camorristi, poveri e ricchi, stranieri, giovani e vecchi, malati e sani, dipendenti da sostanze, alcool, gioco, colletti bianchi, eccetera) in sezioni e celle molto spesso per 16 ore al giorno dove si ripropongono ancora le stesse dinamiche sociali del fuori (discriminazione, sopraffazione, violenza).
Un luogo dove la vista si ferma a pochi metri dai loro occhi, dove per anni si relazionano solo tra loro e solo con persone che ordinano e dove la disparità di potere è regola. Infine dove rieducazione e attività risocializzanti sono solo parole a causa di una organizzazione-burocratizzazione che privilegia innanzitutto la sicurezza, il contenimento, la punizione fine a se stessa. Non a caso in media negli istituti penitenziari italiani ci sono un agente ogni due detenuti, mentre c'è un solo educatore ogni 60 detenuti.
Ma soprattutto sono convinto che la dignità di una persona non può mai essere calpestata e che i suoi diritti restano tali, inviolabili. Per questo - conclude - mi ricandido a Garante in Abruzzo delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale".
di Teresa Valiani
Redattore Sociale, 4 giugno 2019
L'ex presidente del tribunale di sorveglianza di Bologna: "Credo che rientri ampiamente nel mio mandato, oltre l'impegno a favore dei detenuti, degli internati e delle persone sottoposte alle misure di comunità, anche la promozione dei diritti di persone limitate nella libertà in altri luoghi e in contesti diversi".
L'ex presidente del tribunale di sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto, è il nuovo Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale per il comune di Milano. 73 anni, in magistratura dal 1974, ha lavorato negli Uffici Giudiziari di Milano e, distaccato, presso il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dal 2010, fino alla pensione, è stato ai vertici della magistratura di Sorveglianza di Bologna, intervenendo nei processi crack Parmalat, Franzoni, Aldrovandi e nuove brigate rosse.
Specializzato con lode in Criminologia Clinica alla Facoltà di Medicina dell'Università Statale di Milano, il nuovo garante ha competenze in diritto dell'esecuzione penale e penitenziario, diritto e psichiatria, contenzione, diritto dell'emigrazione, tutela dei diritti umani e disciplina delle sostanze stupefacenti.
Ha presieduto il Tavolo di lavoro sulla Sanità penitenziaria e salute mentale degli Stati Generali dell'esecuzione penale promossi dal precedente ministro della Giustizia, ha fatto parte della Consulta Nazionale sulle tossicodipendenze ed ha elaborato i Protocolli di Intesa per le misure alternative per i tossicodipendenti in Emilia Romagna. Nei suoi scritti ci sono 70 pubblicazioni, tra saggi e articoli. "Non ritengo la funzione del garante esaurita nel "facilitare la fruizione dei servizi messi a disposizione dalle regioni e dagli enti locali" - commenta Francesco Maisto.
Potrò anche occuparmi di simili questioni e operare in tal senso, ma questa interpretazione risulta molto riduttiva dei poteri di intervento del garante. Per oltre 40 anni, ogni volta che ho assunto un incarico nelle diverse funzioni in magistratura ho giurato di osservare lealmente la Costituzione e le altre Leggi della Repubblica, di adempiere ai miei doveri con diligenza, rettitudine ed imparzialità. Ora assumo lo stesso impegno.
Ringrazio il Sindaco e la nostra città che rappresenta riscuotendo sempre maggiori consensi per la fiducia e per non aver seguito le sirene della rottamazione. Credo che rientri ampiamente nel mio mandato, oltre l'impegno a favore dei detenuti, degli internati e delle persone sottoposte alle misure di comunità, anche la promozione dei diritti di persone comunque limitate nella libertà in altri luoghi ed in contesti diversi".
Maisto, che succede ad Alessandra Naldi (primo Garante del Comune di Milano), conclude sostenendo che "in tempi di accentramento della questione penale sul carcere e sul lavoro penitenziario mi dedicherò, secondo il modello milanese, conforme alla Costituzione, alle pratiche virtuose per evitare l'ingresso in carcere alle persone diversamente abili, senza fissa dimora o con disagio mentale, così come ai tossicodipendenti".
di Paola D'Amico
Corriere della Sera, 4 giugno 2019
La Cooperativa sociale Alice realizza capi di alta sartoria. Laboratori a San Vittore e Bollate (Mi) e a Monza. E dieci donne dalla cella sono diventate socie dell'attività. Dai costumi teatrali ai brand per bambini. E la storia a tutto tondo della Cooperativa sociale Alice.
Oggi nei suoi laboratori in carcere - due a San Vittore e Bollate (Mi), il terzo a Monza - e in centro città a Milano, con annesso punto vendita aperto al pubblico, si realizzano toghe per magistrati e avvocati (seicento all'anno), capi di pelletteria, oggetti di arredo, gadget, shopper per marchi di moda.
La cooperativa Alice conta venti soci, più della metà dei quali son persone detenute: mano d'opera selezionata e specializzata (www.cooperativalice.com). Sono passati diversi lustri dalla posa della prima pietra. "Era appena terminato un corso di sartoria teatrale per le detenute di San Vittore - racconta la responsabile sociale Luisa Della Morte - e furono alcune di loro a chiedere ai docenti di poter continuare l'esperienza e trasformarla in un lavoro concreto".
Non mancavano, all'epoca, le commesse dalle grandi sartorie teatrali milanesi. "Quando è mancato il lavoro per il teatro ci siamo riconvertite con produzioni più spendibili". Il segreto della longevità della coop Alice si riassume in una parola: costanza. È nato così il marchio "Gatti galeotti". E, poi, la sartoria forense che in dieci anni è arrivata a coprire richieste di toghe da tutta Italia. Più di recente, nel 2010, nasce anche uno spin off con il marchio "Sartoria San Vittore". "Una collezione - aggiunge la presidente - che funziona e per scelta ha una qualità molto alta e anche un target medio alto".
Dietro tutto questo c'è una stilista che segue il gruppo, formatori, esperti nel commerciale e nella parte amministrativa. Così alla cooperativa Alice sono arrivate qualche tempo fa anche due mamme milanesi, Amata e Roberta, che hanno ideato il brand "i Versiliani" (www.iversiliani.it). Una capsule collection estiva dedicata ai colori, gonne a ruota per le bambine, bermuda per i maschietti, realizzati in tessuti originali in bianco e nero ispirati a unicorni e supereroi.
"I bambini - spiega Amata - possono personalizzare colorandoli con pennarelli lavabili o indelebili, a seconda della loro voglia di creare". Amata e Roberta hanno chiesto ai loro figli cosa poter fare con dei tessuti in bianco e nero e la risposta dei piccoli è stata limpida: colorarli con toni vivaci e allegri "perché la vita senza colori non è proprio divertente".
Da questa affermazione "è nata l'idea di contattare la sartoria del carcere - aggiunge Amata - che è un luogo in cui molte donne vivono ogni giorno in un mondo in bianco e nero. Ma come sarte possono invece cercare di ricostruirsi una vita a colori, quei colori che rendono il mondo allegro, come lo vedono gli occhi di un bambino".
La detenute che lavorano nella sartoria dietro le sbarre trovano una loro routine fatta di lavoro, pause caffè, chiacchiere, condivisioni. Ma ci sono anche le detenute a fine pena o in possesso dei requisiti per accedere alle misure alternative alla detenzione che, invece, si recano nel laboratorio in città, in via Gaudenzio Ferrari, poco distante da Porta Genova e dalla Darsena.
"Ci siamo innamorate di questo luogo - concludono le due mamme imprenditrici - e della storia che racconta, della volontà di creare, della possibilità di vere una seconda opportunità".
di Daniela Corneo
Corriere della Sera, 4 giugno 2019
Tre imprenditori bolognesi hanno fondato un'officina nell'istituto di pena "Dozza". A rinforzare il gruppo è arrivata l'azienda Faac di proprietà dell'Arcidiocesi. Hanno buttato il cuore oltre il filo spinato. E hanno dato vita a un esperimento unico in Italia: aprire un'impresa all'interno del carcere della Dozza a Bologna, dove gli operai sono i detenuti, assunti con un contratto da metalmeccanici, e i tutor sono operai e trasfertisti in pensione.
I big della meccanica bolognese, Gd (di Isabella Seragnoli), Ima (di Alberto Vacchi), e Marchesini Group (di Maurizio Marchesini), sette anni fa da concorrenti sono diventati (dentro al carcere) soci fondatori di Fid, Fare Impresa Dozza: officina meccanica con 37 dipendenti a tempo indeterminato, che sta diventando un'occasione di riscatto per i detenuti. L'impresa, partita con 14 operai, sta crescendo a vista d'occhio.
Di recente a rinforzare il gruppo societario è arrivata la Faac, l'azienda di cancelli automatici di proprietà dell'Arcidiocesi bolognese da quando, nel 2012, il patron Michelangelo Manini, morto prematuramente a 50 anni, ha lasciato in eredità il suo impero al vescovo. Un giorno di circa dieci anni fa il professore di Diritto commerciale Italo Giorgio Minguzzi, che all'epoca sedeva nel Cda di Ima, propone il suo sogno: fare qualcosa di importante in un mondo poco conosciuto come quello del carcere. Il sogno piace.
Così tanto che si uniscono anche Isabella Seragnoli e Maurizio Marchesini. Da aprile di quest'anno infine il vescovo di Bologna Matteo Zuppi. Fondamentale il contributo dell'istituto tecnico Aldini-Valeriani, uno dei colossi scolastici della formazione tecnico-professionale nel capoluogo emiliano. "Dei 37 dipendenti di Fid - spiega Marchesini, patron dell'omonimo gruppo - 24 sono usciti per fine pena o in misure alternative. Circa la metà lavora in aziende dell'indotto delle case madri con risultati professionali buoni".
Altri ex dipendenti hanno seguito percorsi lavorativi diversi o inserimenti in comunità. Tre sono tornati in carcere. "È doloroso per noi quando accade, ma si tratta del 12- 13i di recidiva - continua Marchesini - contro il 6o% della media italiana". Quindi un altro sogno: "Che entrino nuove imprese in Fid, perché le possibilità dei detenuti si amplino. E poi che altre carceri in Italia seguano l'esempio bolognese", confida Marchesini. L'azienda della Dozza è aperta trenta ore alla settimana. I detenuti lavorano sei ore al giorno dal lunedì al venerdì.
Con uno stipendio da tato euro al mese. Anche questo fa parte del recupero. "Molti - racconta Valerio Monteventi, coordinatore dei 13 tutor in officina - mandano parte dei soldi guadagnati alle loro famiglie, riuscendo a ristabilire legami che talvolta si sono spezzati brutalmente". Nel tempo, il rapporto tra detenuti e tutor è diventato centrale nel progetto.
"Danno un sostegno psicologico agli operai, li consigliano - conclude Monteventi - come si fa con dei figli e riescono a inculcare loro dei valori solidi per quando usciranno dal carcere". Sembra funzionare. Isham, uno dei detenuti-operai, durante la visita pasquale del vescovo Zuppi, ne è la prova. Ha preso la parola a nome di tutti i colleghi e con poche frasi ha racchiuso il senso di questi sette anni: "In officina convivono persone di nazionalità e religioni diverse, ci rispettiamo. Stiamo imparando a usare testa e mani in un altro modo. Sogno, un giorno, di diventare un tutor come i nostri tutor, che ci insegnano la vita oltre la meccanica".
di Paola Fucilieri
Il Giornale, 4 giugno 2019
"Se scrivere è un grande momento di evasione, le carceri sono luogo di grande scrittura". Il rapper poeta "Sguigno" (Vincenzo), Maurizio, Endrio, Achille, Marco, Massimo, i due Salvatore e Oscar pendono dalle sue labbra. E anche se nell'aula 1 dell'area "scuola" del Terzo Raggio di San Vittore far volare la mente oltre la cortina di afa e calma irreale sembra un atto che trascende l'umana fantasia, Marco Balzano rompe subito il ghiaccio.
Non si può proprio dire che questo 40enne di Bollate - insegnante di lettere al liceo e padre di due ragazzi - abbia il physique du role dello scrittore come ce lo presenterebbe una patinata serie di Netflix. La sua abilità è però indubbia nel sedurre con la mente (e anche con l'affabilità del cuore) il gruppo dei venti in attesa di giudizio che all'interno del carcere partecipano alla seconda edizione de "I detenuti domandano perché".
Fortemente voluta da Mediobanca (basti pensare che parte attiva del progetto sono tre loro volontari: Valentina, Magda e Francesco) l'iniziativa viene portata avanti con un entusiasmo che rasenta la passione da Muna della Onlus L'Arte del Vivere con Lentezza e da Teresa e Daniela del gruppo di poesia della Sesta Opera San Fedele con Biblioteche in Rete San Vittore, insieme a Kasa dei Libri. Quanto l'esperienza sia un successo lo dice chiaro Massimo al termine dell'incontro di ieri che ancora una volta ha messo a contatto scrittori e poeti con chi si è scoperto "artista della parola" dietro le sbarre.
"Leggere insieme le poesie e parlarne con voi è un'esperienza che dà serenità e tranquillità: ci trasmettete la volontà di leggere, fate un grande lavoro". E per un volontario forse non c'è complimento più grande, ancora più prezioso se arriva da chi vive l'esperienza della reclusione del carcere. "La parola fatica a entrare nei luoghi dai quali le persone faticano a uscire".
Si capisce che conosce le carceri per esserci stato più volte (come nei laboratori di scrittura di Bollate) a incontrare i detenuti Balzano, insegnante di lettere in un liceo di Garbagnate, padre di famiglia e scrittore, già vincitore (tra gli altri) del premio Flaiano per la narrativa nel 2013 con "Pronti a tutte le partenze" (Sellerio editore) e nel 2015 del Campiello con "L'ultimo arrivato", quindi secondo al premio Strega 2018 con Resto qui (Einaudi), oltre che autore di poesie. "Sguigno", calzoni arancioni al ginocchio, capelli rossi e sguardo accattivante si cimenta a trasformare a suo modo in melodie rap le poesie di Balzano e intanto legge le sue, rigorosamente in rima, scritte a tempo record e "nate - spiega - qua dentro, perché fuori mi guardavo intorno e cercavo di prendermi tutto, rubavo e vendevo droga, facevo danni mentre in cella, quando ti manca tutto, ti guardi dentro: la scrittura mi ha fatto capire quanto profondo posso essere".
Mentre Maurizio racconta che la poesia è "pulizia" perché gli ha permesso di non pensare a quello che di brutto gli era accaduto in gioventù e che ha poi segnato tutta la sua vita, Endrio lamenta un mondo con poca professionalità in ogni settore e tutti sono concordi nell'affermare con Balzano che l'identità non è un monolite, ma il risultato dei nostri cambiamenti, Achille riceve dalle mani delle volontarie quel che aveva chiesto, un brano da dedicare alla moglie e alla figlia piccola, Emily: la poesia finale dello spirito Ariel tratta da "La Tempesta" di Shakespeare, Per chi non ci credesse, sappiate che il tempo corre anche in carcere. Così, dopo un'ora e un quarto, lasciarsi rincresce anche a chi è arrivato a San Vittore da uomo libero e tale può tornare subito a essere.
di Marco Grasso
Il Secolo XIX, 4 giugno 2019
I progetti alternativi proposti per trasformare la detenzione in una attività di crescita. Un panificio che insegna un mestiere, e rifornisce realtà importanti, come Coop. Il Teatro dell'Arca, dove i detenuti seguono laboratori di recitazione e mettono in scena spettacoli aperti alla città. E poi un laboratorio di serigrafia che stampa prodotti per la Bottega equo solidale, un'officina per imparare a riparare bici, una stanza della musica, un call center.
C'è un'altra via alla detenzione e, soprattutto, pur in condizioni difficili, ci sono tanti progetti portati avanti dal carcere di Marassi: "Sono attività che possono ridare un senso a una persona, trasformare una detenzione in qualcosa di più utile: c'è chi poi ha trovato anche un lavoro - spiega la direttrice del carcere di Marassi Maria Milano - purtroppo i fondi sono quello che sono, talvolta riusciamo a sostenere nuovi progetti grazie a partnership tra pubblico e privato. Purtroppo il numero di detenuti coinvolti, per via delle risorse limitate, non è alto come vorremmo".
In 35 partecipano al laboratorio teatrale, 6 detenuti lavorano al panificio con contratto a tempo indeterminato, 4 al call center. Fra gli interventi più recenti c'è la ristrutturazione dell'area di accettazione dei detenuti: "Un collo di bottiglia in cui in passato si formavano code, spesso con donne in coda e bimbi che piangevano - spiega ancora Milano - è stata allestita una zona dedicata ai bambini, sempre molto numerosi, con giochi e personale. Un modo per rendere questo luogo meno traumatico e più umano".
"Tenere le persone in cella dalla mattina alla sera non ci porta da nessuna parte - dice Roberto Martinelli, segretario del sindacato degli agenti penitenziari Sappe - avrebbe molto più senso, sia per loro che anche agli occhi dell'opinione pubblica, impegnarli in servizi utili alla comunità. Restituire qualcosa di utile alla collettività darebbe anche un segnale positivo alle vittime. Ci sono esempi positivi, ma purtroppo i numeri sono limitati.
Penso ad esempio a una ventina di detenuti coinvolti in lavori di pulizia nel greto del Bisagno e al cimitero di Staglieno. Perché non allargare queste attività alla pulizia dei sentieri liguri o delle spiagge? I detenuti non vengono pagati, ma occorre stipulare assicurazioni e attivare convenzioni con i vari enti competenti".
Il lavoro in carcere mette d'accordo tutti, anche le associazioni attive con i detenuti: "Bisognerebbe insistere su norme che prevedono incentivi per chi assume ex detenuti - spiega Ramon Fresta, del Ceis - occorre però guardare in faccia la realtà: i fondi scarseggiano e lavoro ce n'è poco per tutti".
ufficiostampabasilicata.it, 4 giugno 2019
Si chiama "Teatro oltre i Limiti" ed è la rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata dalla Compagnia Teatrale Petra nelle città di Potenza e Matera. Un progetto culturale, quello diretto da Antonella Iallorenzi, che mette insieme teatro, carcere e società' civile per superare il limite ribaltando la concezione detentiva favorendo una nuova visione, da luogo di vergogna a luogo di bellezza.
Venerdì 14 giugno si svolgerà l'appuntamento di presentazione del progetto, un vero e proprio evento che avrà luogo presso la Casa Circondariale di Potenza. Ospite dell'iniziativa sarà Salvatore Striano, attore, ex detenuto, protagonista del film "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani e di "Gomorra" di Matteo Garrone, che per l'occasione reciterà alcuni testi.
L'appuntamento è aperto al pubblico proprio all'insegna del percorso di superamento delle barriere e relazione con la città. Per accedere all'evento bisogna accreditarsi entro il 10 giugno (inviando una mail a
All'evento di presentazione del progetto Teatro oltre i limiti" interverranno Carmelo Cantone (provveditore di Puglia e Basilicata), Giuseppe Palo (funzionario di staff del Provveditore di Puglia e Basilicata), Maria Rosaria Petraccone (direttrice Casa Circondariale di Potenza), Paola Stella (presidente Tribunale di Sorveglianza di Potenza).
Corriere della Sera, 4 giugno 2019
Sette studenti e quattro professori della Statale in carcere. Senza aver commesso reati e non a causa di una deriva securitaria, ma per aver partecipato al progetto "Clinica del lavoro" promosso dall'università in collaborazione con la Direzione degli istituti penitenziari di Brescia, l'Ordine e l'Associazione dei Consulenti del lavoro di Brescia, la Camera del lavoro di Brescia. Il lavoro di studenti e professori sarà presentato martedì in un convegno (ore 10) nella sede di Giurisprudenza.
Le cliniche legali sono laboratori nei quali gli studenti di diritto, sotto la supervisione di esperti, prestano un servizio gratuito di assistenza e consulenza legale alla comunità locale. Mutuate dall'esperienza anglosassone, l'università Statale di Brescia è stata la prima a portarle in Italia nel 2009. "Sono state molto apprezzate dagli studenti - spiega la professoressa Francesca Malzani - al punto che nel 2014 abbiamo fatto nascere anche la clinica del Lavoro".
Rivolta a studenti del corso triennale, su tematiche lavoristiche e non giudiziali, con identico accento pratico da un lato e di orientamento all'interesse pubblico dall'altro. Di qui i percorsi sull'inserimento lavorativo dei disabili o sulla sicurezza nel lavoro e quello appena concluso con i detenuti in carcere. Percorsi che mirano a favorire inclusione sociale e piena cittadinanza: "E in questo caso molto hanno a che fare con l'abbattimento di mura - sottolinea Francesca Malzani -. Hanno un'ottica di risocializzazione, funzionale a tutta la società, riducono la recidiva". Insomma, le cliniche legali e del lavoro sono ben più di un corso pratico per studenti.
L'ingresso in carcere è dello scorso anno, grazie a una collaborazione che ha tenuto insieme amministrazione penitenziaria, Camera del lavoro (in particolare il patronato Inca) e l'Ordine dei consulenti del lavoro. Gli studenti hanno raccolto le istanze dei detenuti: "Ma prima di farlo - ricorda la professoressa - c'è stato tutto un lavoro preliminare sull'empatia e sull'abbattimento degli stereotipi che circondano il carcere, facendo crescere la consapevolezza dei ragazzi".
Al termine del percorso è stata prodotta una guida sulle politiche del lavoro, destinata alle imprese, alle associazioni, agli operatori del carcere, e una brochure più snella e immediata da distribuire ai detenuti per avere informazioni su reddito di cittadinanza, Naspi, cosa fare in caso si abbia un lavoro e via dicendo. L'obiettivo dichiarato della guida è informare le imprese, il mondo della cooperazione e la società civile sulle opportunità di valorizzare iniziative tese al reinserimento di detenuti ed ex detenuti nel tessuto cittadino e non solo.
La prima parte del convegno che si terrà martedì (dal titolo esemplificativo: "Fondata sul lavoro. La clinica entra in carcere") traccerà il quadro istituzionale di riferimento, all'interno del quale si sono svolte le attività didattiche. Tra gli altri interverranno la direttrice delle carceri cittadine Francesca Paola Lucrezi, la garante dei diritti delle persone private della libertà personale Luisa Ravagnani, Silvia Spera (Camera del lavoro), Gianluca Moretti (Ordine dei consulenti del lavoro) e Carlo Alberto Romano (dipartimento di Giurisprudenza). La seconda parte del convegno darà voce all'esperienza degli studenti che hanno partecipato al progetto (Cheikh Baikoro, Sara Becciu, Gloria Bodini, Simone Colognesi, Martina Iotta, Suada Kuburi e Lorenzo Mangano) con la supervisione dei docenti (oltre a Francesca malzani anche Fabio Ravelli, Matteo Bodei e Nadia Zanini): "Il convegno - ricorda Franca Malzani - rende anche evidente la collaborazione con l'ordine dei Consulenti del lavoro, che sostiene in modo notevole (sia con risorse finanziarie che umane, ndr) il progetto".
meltingpot.org, 4 giugno 2019
Un giovane nigeriano si toglie la vita nel Cpr di Brindisi. La storia di Harry: arrivato come invisibile, morto da invisibile. "Harry, poco più che diciottenne, come molti altri giovanissimi migranti, era arrivato in Italia nell'estate del 2017, dopo la traversata nel deserto e l'incarcerazione in Libia. Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 giugno Harry, approfittando di un momento di solitudine nella sua stanza, si è tolto la vita impiccandosi.
Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 giugno Harry, un ventenne di origine nigeriana, detenuto nel Cpr Restinco (Br), approfittando di un momento di solitudine nella sua stanza, si toglie la vita impiccandosi. Questa mattina, 3 giugno, la Prefettura ha disposto la sepoltura, senza ulteriori accertamenti sui fatti, chiudendo frettolosamente un episodio gravissimo che invece va divulgato con tutti i mezzi possibili.
Il suo gesto non è certamente il primo all'interno della struttura. Negli anni passati, infatti, sono stati diversi gli episodi di tentativi di suicidio, autolesionismo ed anche di rivolte. Eppure la Campagna LasciateCIEntrare ha segnalato più volte a Prefetto, Garante nazionale e regionale dei detenuti, membri dello Iom e dell'Unhcr la situazione critica di questo giovane migrante, sottolineandone l'incompatibilità con le misure restrittive della libertà personale applicate nel CPR, e chiedendone con urgenza il suo trasferimento in luogo idoneo alla sua condizione di estrema vulnerabilità, allegando la documentazione medica in possesso. E la Campagna LasciateCIEntrare ha da sempre evidenziato notevoli criticità anche per altri casi (vedi qui il nostro report, risalente all'ultimo accesso nell'agosto 2018, nel quale proprio un infermiere ci sottolineava che "frequenti sono gli atti di autolesionismo ed i tentati suicidi, tramite impiccagione"). Come dire: una morte annunciata.
Harry, poco più che diciottenne, come molti altri giovanissimi migranti, era arrivato in Italia nell'estate del 2017, dopo la traversata nel deserto e l'incarcerazione in Libia. Veniva dislocato nella provincia di Bolzano, ospite presso due centri di accoglienza, tutti di grandi dimensioni, con oltre 100 persone. Da subito il suo disagio è risultato evidente: disagio che lo ha portato a effettuare visite specialistiche, frequentare il Centro di Salute Mentale e dover seguire una terapia farmacologica costante. Più volte è stato ricoverato nel reparto di psichiatria per delle forti crisi, segnalato dai servizi psichiatrici, dai servizi sociali e dai referenti del Cas stesso.
A giugno 2018, viene chiesto per lui l'inserimento in uno Sprar, nell'estremo tentativo di ospitarlo in una struttura adeguata alle sue gravi problematiche e che potesse dargli l'attenzione e la cura "dovuta". Infatti, il servizio psichiatrico ha più volte sottolineato come la natura dei problemi di Harry risiedesse nel fatto che egli aveva "sia un modo di pensare, sia di vivere le esperienze sia modalità comportamentali ancora immaturi e infantili, con in parte regressioni emozionali sino al livello di un bambino dell'età dell'infanzia (...)".
Ma per lui non c'è stato nulla da fare. Spostato come un pacco postale da un Cas all'altro, senza alcuna cura ed attenzione ai suoi problemi psichiatrici, la malaccoglienza ha finto per aggravare ancora di più ed in modo irrimediabile la sua condizione di soggetto già altamente vulnerabile. Harry ha finito, cosi, per perdere anche l'ultimo dei suoi diritti, ovvero quello a soggiornare in Italia.
A fine marzo 2019, Harry viene così portato nel Cpr Restinco a Brindisi. Un trattenimento assolutamente incompatibile con le sue condizioni di salute. In due mesi di trattenimento Harry non è mai riuscito ad incontrare lo psichiatra interno del centro, malgrado le numerose richieste effettuate in tal senso, e per "tamponare" la situazione, gli sono stati somministrati dei farmaci. Ma non si sa secondo quale terapia e secondo quale prescrizione.
Harry ha oscillato tra momenti di apatia e stati catatonici, tra momenti di forte aggressività e altri di scoramento e pianto. Fino all'estrema soluzione. Quella di farla finita. La Campagna LasciateCIEntrare oggi chiede con fermezza che venga immediatamente disposta l'autopsia del corpo e gli esami tossicologici per accertare le cause precise della sua morte. E chiede, soprattutto, che vengano accertate le responsabilità di chi, pur essendo a conoscenza dello stato di grave disagio e sofferenza psichica, incompatibile con il trattenimento in un centro per i rimpatri, non ha tutelato i diritti e la vita di Harry.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 giugno 2019
È legittimo che la tutela del pluralismo informativo sia "alla mercé del governo in carica"? Parola alla Consulta. Oggi in udienza pubblica il caso aperto quattro anni fa da un giornale di Catania
L'aula delle udienze della Corte costituzionale. È legittimo ridurre i contributi pubblici all'editoria in maniera discrezionale, sulla base delle valutazioni politiche contingenti del governo in carica? Se la domanda venisse posta al sottosegretario Crimi, la risposta sarebbe prevedibile, anzi è già scritta nella legge di bilancio 2019 che riduce i contributi all'editoria fino a cancellarli del tutto entro tre anni. Ma a rispondere sarà adesso la Corte costituzionale, davanti alla quale stamattina arriva a conclusione una vicenda cominciata oltre quattro anni fa davanti al Tar della Sicilia per iniziativa di un piccolo editore di Catania, non immune da qualche incidente legato alla riscossione dei fondi pubblici, che si carica di un interesse generale.
Il pluralismo informativo, e lo stesso rispetto dell'articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa, sono comprimili e fino a che punto per (asserite) esigenze di bilancio? Alla risposta che dovranno dare i giudici delle leggi guarda con attenzione anche il manifesto, la cui sopravvivenza è messa a rischio dalla progressiva cancellazione dei contributi decisa dal governo e dal sottosegretario Crimi.
Ediservice, società editrice del Quotidiano di Sicilia, nel 2014 si vide quasi dimezzare (-44%) i contributi pubblici rispetto a quelli ai quali aveva teoricamente diritto sulla base della legge, che prevedeva allora - per chi ne avesse diritto - la copertura del 50% dei costi del personale e di una somma fissa per ogni copia venduta. Una perdita di quasi 600mila euro, tale da mettere a rischio la prosecuzione dell'attività. Una norma del 2012 aveva infatti previsto che in caso di stanziamento insufficiente da parte della presidenza del Consiglio (che gestisce il fondo per il pluralismo) doveva operarsi una riduzione percentuale uguale per tutti i beneficiari. Anche il manifesto subì quel taglio. Ma l'editore di Catania si rivolse al giudice amministrativo prima e a quello ordinario poi per chiedere che venissero penalizzate di più altre testate, più grandi e dunque più solide. Contestava perciò il taglio lineare chiamando a giudizio sia la presidenza del Consiglio che altri giornali titolari del finanziamento pubblico. Ma nell'ordinanza del 2017 con la quale il giudice monocratico di Catania Viviana di Gesu ha ritenuto "non manifestamente infondate" le questioni di costituzionalità sollevate contro i decreti legge che, succedendosi, hanno imposto il taglio, gli elementi della lite tra giornali sono completamente caduti. Tant'è che stamattina nell'udienza pubblica in Corte costituzionale chiederanno di costituirsi ad adiuvandum del ricorrente principale sia la Federazione italiana liberi editori (rappresentata dal professor Luciani) che l'Avvenire (rappresentato dall'avvocato Cociancich che nella scorsa legislatura da senatore del Pd è stato relatore della riforma del settore).
Nell'ordinanza di rimessione davanti alla Corte, la giudice di Catania ricorda che i contributi pubblici all'editoria sono passati dagli originari 197 miliardi di lire del 1981 (circa 100mila euro) a meno della metà trent'anni dopo. E trattandosi di un contributo erogato dopo la chiusura del bilancio annuale al quale si riferisce (perché si calcola sulla base delle spese) le imprese editoriali dovrebbero poter contare su un "legittimo affidamento" che è principio tutelato tanto dalla Costituzione quanto dal diritto europeo. "Il sostegno all'editoria di fatto è stato posto alla mercé del governo", si legge nell'ordinanza, quando invece "con il tempo ha assunto un ruolo fondamentale per il nostro sistema democratico, quale espressa garanzia del pluralismo e del diritto alla qualità dell'informazione". È stata proprio la Corte costituzionale, del resto, a stabilire (sentenza 826 del 1988) che "il pluralismo si manifesta ... nella concreta possibilità di scelta, per tutti i cittadini, tra una molteplicità di fonti informative".
Nella memoria depositata in difesa, invece, l'avvocatura dello stato su input della presidenza del Consiglio attuale (il mandato è firmato Giorgetti) sostiene che "è pacifico che anche la tutela di interessi di rilevanza costituzionale deve essere assicurata in un quadro di compatibilità con le risorse economiche concretamente disponibili". Mentre secondo la giudice di Catania "l'attribuzione al governo della facoltà di determinare in concreto l'ammontare dei contributi può condurre a una finalità opposta a quella propugnata dall'articolo 21 della Costituzione, ponendo fuori dal settore una pluralità di imprese". Secondo i difensori della Ediservice (l'avvocato Scuderi e l'avvocata Leone), infine, accettando il principio che le riduzioni del fondo per il pluralismo sono sempre lecite "si finirebbe per legittimare, di riduzione in riduzione, l'integrale annullamento del contributo, con il venir meno della minima tutela degli interessi, di natura generale e di rango anche costituzionale, alla quale il contributo è finalizzato". Quattro anni fa poteva sembrare un discorso per assurdo. Oggi "l'integrale annullamento" del fondo è previsto per legge. Ragione per cui la decisione dei giudici costituzionali - arriverà nelle prossime settimane - è molto attesa.
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