di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 27 aprile 2015
Sentenza della Suprema Corte: "Non serve il contatto fisico, nessuna attenuante per chi adesca i minori in Rete". Orchi reali o virtuali non fa differenza: gli abusi sui minorenni vanno puniti allo stesso modo. Stesse pene, pari severità. "Gli atti sessuali non sono meno gravi se commessi sul web", stabilisce la Cassazione.
di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 27 aprile 2015
È senza dubbio un segnale di civilizzazione digitale quello che si legge nella sentenza della Suprema Corte. Gli ermellini prendono atto che ogni connessione equivale a una relazione, come pure è stato ribadito che le protesi elettroniche sono oramai la modalità più usuale per entrare in contatto tra esseri umani. Di conseguenza dobbiamo smetterla di fare distinzioni obsolete tra "virtuale" e concreto: le nostre vite, nel bene e nel male, sono coinvolte nella stessa maniera, sia quando digitiamo, sia quando qualcuno ci tiene il fiato addosso.
Merita invece una riflessione quell'accenno al fatto che i social network avrebbero sostituito "patologicamente" le precedenti maniere di allacciare rapporti interpersonali. La tecnologia non è una malattia che divora l'umanità, noi ci evolviamo proprio perché siamo animali tecnologici, è sempre avvenuto dal pollice opponibile in poi. Ci siamo evoluti e quindi usiamo macchine che ci espandono nelle nostre relazioni, ma non per questo ci stiamo allontanando da uno stato felice di esistenza, in cui l'infanzia era maggiormente salvaguardata dalle "tradizionali forme di socializzazione", che non tenevano certo i ragazzi alla larga da degenerati e molestatori.
Chi abusa di minori via computer è lo stesso che batteva i giardinetti, le scuole, i campetti parrocchiali. I giovani non vanno "disarmati" dei loro smartphone, ma piuttosto addestrati a gestirsi l'ombra digitale, come una volta si spiegava di non accettare caramelle dagli sconosciuti.
di Alessandro De Nicola
La Repubblica, 27 aprile 2015
Mai come in questo periodo si ha l'impressione che l'apparato statale sia prigioniero della propria inefficienza e dell'incapacità della classe politica di ridurre la spesa pubblica. La delega fiscale, che ha preso forma nei tre decreti delegati approvati dal Consiglio dei ministri, è ancora un Vaso di Pandora e i giudizi sul modo in cui viene affrontata l'annosa questione dell'abuso di diritto sono contrastanti. Nel frattempo ci pensano i giudici, nel bene e nel male, a scardinare alcune certezze.
Molti lettori si ricorderanno la sentenza della Corte Costituzionale di febbraio che ha dichiarato illegittima la nomina di 767 dirigenti dell'Agenzia delle Entrate, in quanto promossi senza rispettare i principi normativi che regolano l'iter di carriera e prevedono concorsi pubblici. Oltre allo scandalo provocato dal constatare che i controllori della probità fiscale degli italiani a casa propria distribuivano prebende all'italiana, subito si pose il problema se ali atti firmati dai dirigenti illegittimamente nominati avrebbero potuto essere dichiarati nulli. Si rischiano difatti migliaia di accertamenti vaporizzati dalla mancanza di poteri di chi li aveva disposti.
Quando mai! La direttrice dell'Agenzia, Orlandi, e - con minore veemenza - il ministro Padoan subito avvertirono i contribuenti di non "sprecare i propri soldi" iniziando ricorsi inutili perché gli atti erano validi, anzi validissimi. Malauguratamente in Italia tuttora esistono persone disposte ad investire il proprio denaro per far valere i propri diritti e così un contribuente monzese ha ottenuto una sentenza dalla Commissione tributaria provinciale di Milano che sembra smentire le granitiche certezze del governo e dei suoi burocrati.
I giudici ambrosiani, infatti, hanno ritenuto che un avviso di accertamento firmato da un presunto dirigente il cui nome risultava nell'elenco di quelli individuati dal Consiglio di Stato tra i promossi irregolarmente sia invalido. Tali atti devono essere firmati da personale di "carriera direttiva" e tale non era il funzionario nel caso di specie. Orbene, una sentenza da sola non costituisce un precedente inespugnabile ed è possibile che altri magistrati esprimano pareri diversi. I responsabili politici e dell'amministrazione, però, è bene che d'ora in poi si limitino a profondersi in sentite scuse per il malfunzionamento della Pubblica amministrazione e non si ergano da imputati a giudici.
Un caso inquietante emerge invece dal Tar di Roma. A fronte della legittima richiesta di una ricorrente di vedersi liquidato un indennizzo dovuto dal ministero della Salute a partire dal 2009, i togati capitolini hanno stabilito che in effetti il diritto al risarcimento non si poteva negare, ma senza gli interessi di mora. Invero, il codice del processo amministrativo (c.p.a.) stabilisce che il resistente (la Pa) non deve pagare somme di denaro quando "ciò sia manifestamente iniquo" o "non sussistono altre ragioni ostative".
Ebbene tali ragioni sono state individuate nelle oggettive condizioni economiche ("debitamente documentate") in cui versa il ministero, nonché "la notoria situazione di congiuntura che ha imposto severi tagli alla spesa pubblica onde evitare la paventata insolvenza degli enti pubblici". A leggere questo passo si rimane sbalorditi. Dimentichiamoci un momento la valutazione bizzarra che il Tar compie sui "severi tagli alla spesa" (ma che ne sa? Negli anni la spesa corrente non è mai diminuita), in ogni caso il principio è strabiliante: i pubblici amministratori non sanno tenere i conti in ordine e quindi è giusto che non paghino i debiti? Lo sgomento aumenta quando si capisce che questa linea di pensiero non è nuova poiché già altre decisioni del Tribunale amministrativo avevano sancito il principio nel 2014 e nel 2012.
Si tratta però di una discrezionalità intollerabile: in primis non possono essere giudici amministrativi a decidere quando esistono "oggettive condizioni economiche" che impediscono di pagare. Di oggettivo non c'è nulla in una valutazione siffatta. Inoltre, uno squilibrio tra lo Stato creditore che esige dal cittadino il dovuto ed uno debitore che se non ha il denaro non paga, non solo ferisce il senso di giustizia ma rischia di creare una catastrofe.
Chi comprerebbe più i titoli del debito pubblico italiano o degli enti locali se un domani, appellandosi all'art. 114 del c.p.a., la Regione X o il Comune Y potessero rifiutarsi di pagare gli interessi? Chi parteciperebbe agli appalti pubblici, correndo questi rischi rispetto ai propri compensi (speriamo che nessuno straniero legga questa sentenza)?
È probabile che l'interpretazione che i giudici amministrativi hanno dato della norma sia distorta e, appunto, "manifestamente iniqua". Se ci fossero dubbi intervenga subito il governo o il Parlamento a rimediare ad una simile stortura. E, ancora una volta, profonde scuse per come viene trattato il cittadino e il principio disuguaglianza di fronte alla legge non sarebbero sgradite.
di Marco Nessi
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015
Non può essere considerato un comportamento in abuso di diritto il conferimento d'azienda in una newco seguita dalla cessione delle quote di quest'ultima, a condizione che l'operazione sia supportata da valide ragioni economiche. A ribadire questo principio è stata la Ctr Lombardia nella sentenza 390/1/2015 depositata il 10 febbraio 2015 (presidente Chindemi, relatore Fucci).
Il caso. Il contenzioso ha riguardato la ripresa a tassazione di un'operazione di conferimento di un ramo d'azienda effettuata a favore di una società veicolo di nuova costituzione (in inglese, newco), a cui ha fatto seguito la cessione delle quote di quest'ultima società a favore di una società terza interessata all'ingresso nel settore del fotovoltaico.
L'ufficio, richiamando l'ormai classico articolo 20 del Dpr 131/1986, ha accertato una maggiore imposta di registro (nonché ipotecarie e catastali) in misura proporzionale: secondo l'amministrazione finanziaria la complessiva operazione posta in essere avrebbe in realtà avuto la finalità di dissimulare la reale volontà delle parti di porre in essere una cessione d'azienda priva di valide ragioni economiche.
L'appello. Dopo un primo grado di giudizio favorevole alle società ricorrenti, l'ufficio ha proposto appello e ribadito la legittimità della propria pretesa impositiva. La Ctr, però, ha confermato le conclusioni dei giudici di primo grado. In particolare, i giudici d'appello hanno riconosciuto la piena legittimità dell'operazione dal punto di vista economico, dato che la stessa era stata attuata per raggiungere finalità realmente volute e meritevoli di tutela, certamente diverse dalla pura cessione d'azienda. Inoltre è stato ricordato che gli effetti giuridici ed economici che derivano dalla cessione di quote sono ben diversi da quelli prodotti dalla cessione d'azienda. Pertanto non è possibile confrontare queste due operazioni.
Infatti, l'acquisizione delle quote della newco ha permesso alla società acquirente di divenire di fatto socia dell'attività, con conseguente segregazione e limitazione del relativo rischio impresa (rischio che era effettivamente esistente, considerato che l'investimento ha consentito all'acquirente di investire in un campo particolare come quello del fotovoltaico).
Le argomentazioni. Inoltre, la Commissione regionale ha evidenziato che:
la costituzione della società veicolo era stata effettuata in un periodo non sospetto proprio allo scopo di segregare il rischio di impresa e favorire in questo modo l'ingresso di terzi nel settore fotovoltaico (infatti, queste società erano in grado di gestire al meglio sul piano economico il progetto imprenditoriale, potendo ottenere specifici finanziamenti destinati all'operatività nel settore);
le società veicolo erano state pienamente operative nel periodo successivo all'operazione (e non consolidate o incorporate in altre realtà);
l'ufficio non ha individuato uno strumento giuridico alternativo in grado di raggiungere gli stessi obiettivi economici prodotti dall'operazione contestata.
Sulla base degli elementi sopra illustrati, il collegio d'appello ha quindi respinto l'appello presentato dall'ufficio, non rinvenendo la tenuta di un comportamento volto a ottenere (in via prevalente o esclusiva) un indebito risparmio d'imposta da parte delle società accertate.
di Alessandra Gaietto
L'Arena di Verona, 27 aprile 2015
Il laboratorio ha già realizzato dei prodotti per Vinitaly e ora punta a espandere la sua attività con la riparazione di calzature.
Il lavoro come strumento di riscatto, di riscoperta della propria capacità di essere auto nomi ed utili, ed insieme come occasione per acquisire competenze, spendibili dopo la fine della detenzione. Parte da questi obiettivi uno dei progetti di lavoro per le detenute del carcere di Montorio, cui sta lavorando la Cooperativa Riscatto.
Si tratta di un laboratorio di pelletteria, per la produzione di oggetti curati, all'insegna di quel made in Italy che, unico, per la maestria della lavorazione e la cura artigianale, può fare concorrenza a produzioni industriali a basso costo.
L'idea nasce dall'incontro di un imprenditore affermato, Mario Gastaldin, noto come Cordovano, con il mondo del carcere. Cordovano per i veronesi è un nome noto: forte della sua dalla passione per il commercio della pelletteria di lusso, diventa dal 76 punto di riferimento per clienti raffinati. InvicolettoScala7 Cordovano decide di aprire il suo laboratorio, per dedicarsi esclusivamente alla produzione di pelletteria di lusso su misura. "Dovevo fare dei gadget per Vinitaly e cercavo una cooperativa per contenere la spesa. Un amico mi ha consigliato di rivolgermi al carcere. Detto, fatto", spiega Gastaldin.
"Nel reparto femminile di Montorio ho trovato una grande voglia di fare e di partecipare da parte di molte detenute; mi hanno colpito moltissimo. Diciamo che mi ha preso quella che chiamano "carcerite": l'emozione di vedere persone alla ricerca di un'occasione, per le quali il lavoro era un miraggio, mi ha fatto sentire che dovevo fare qualcosa. Ho visto tra l'altro che alcune detenute erano informate di pelletteria e ho deciso d'istinto: facciamo un laboratorio di pelletteria in carcere, puntando sul made in Italy, il lavoro di qualità. Che richiede dedizione e tempo. E i detenuti, di tempo, ne hanno molto. Ho visto che hanno anche la voglia di imparare, cioè la dedizione. E ho trovato ascolto e consenso nella direttrice, la dottoressa Maria Grazia Bregoli, che ha messo a disposizione un laboratorio di 60 metri quadri nella sezione femminile. E così è nata la cooperativa Riscatto, che ho fondato con due detenute. Molti mi hanno aiutato: il notaio Buoninconti ad esempio ha rinunciato al suo onorario per l'atto di costituzione della cooperativa. Un altro contributo importante è arrivato dal Banco Popolare".
Si tratta di Michele Massaro, meglio noto come "Gaio il Calzolaio", che ha il suo negozio in via Spolverini 10. Massaro, colpito dai progetti di lavoro in carcere, entrerà a far parte di Riscatto con un corso in cui insegnerà i segreti per essere buon calzolaio. "Credo che in tre mesi le detenute possano imparare molte tecniche, e che sia una buona occasione".
Cosa manca? Le ordinazioni. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti. Riscatto ha già creato anche una sua linea (vedi su Facebook "Progetto Riscatto"), e a breve è attesa l'apertura in pieno centro, non lontano dal negozio di Cordovano, di una vetrina che esporrà i prodotti del brand, realizzata grazie al sostegno della Popolare. Non è detto che questo spazio non possa diventare anche il luogo in cui i veronesi consegneranno le loro scarpe per riaverle, sistemate a dovere nei laboratori del carcere, dopo 24 ore.
"Adesso noi ci rivolgiamo a tutti quei soggetti, come enti e aziende pubbliche, imprenditori e aziende private, società calcistiche che spesso hanno bisogno di ordinare gadget, anche pubblicitari, per diverse occasioni", spiega Gastaldin. "Non chiediamo contributi in denaro, ma l'occasione di farci lavorare. Siamo pronti a realizzare campioni e preventivi, sicuri che saranno convincenti". Anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quando è venuto a Verona circa un mese fa per un convegno proprio sul mondo del carcere, ha ricevuto in omaggio una cartellina personalizzata realizzata da Riscatti.
di Alice Martinelli
Corriere della Sera, 27 aprile 2015
Expo 2015 si avvicina e anche San Vittore avrà la sua esposizione. Si tratta di uno speciale "padiglione Italia" allestito all'interno della struttura penitenziaria per esporre il frutto delle attività legate al cibo e all'ambiente, realizzate nelle carceri italiane. Cittadini, imprenditori, ristoratori e commercianti potranno visitare il Padiglione, ribattezzato "Primo Maggio-Primo Raggio", dalle 15.30 alle 18.00 previa autorizzazione.
L'obiettivo non è solo dare visibilità alle attività portate avanti dai detenuti ma anche assaggiare i prodotti e concordare possibili strategie commerciali. Expo 2015 sarà così un momento importante anche per chi, in carcere, è impegnato durante tutto l'anno in attività di riabilitazione ed inclusione sociale. Anche l'istituto penitenziario di Bollate, per tutto il periodo di Expo, aprirà al pubblico spazi di esposizione e vendita di prodotti, visitabili da giugno, ogni primo venerdì del mese, iscrivendosi al sito www.carcerebollate.it.
di Pamela Bevilacqua
www.spoletonline.com, 27 aprile 2015
Sabato sera movimentato nel carcere di Maiano, dove un detenuto ha appiccato il fuoco. Il fumo ha invaso l'intera ala che è stata sgomberata. I tre agenti della penitenziaria intervenuti per gestire la situazione, sono rimasti intossicati dal fumo e sono dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso dell'ospedale di Spoleto. Erano da poco passate le 19 di ieri sera, quando il detenuto, usando il fornelletto che ha in cella per cucinare, dà fuoco al materasso. Nel giro di poco la cella viene invasa da una colonna di fumo. Fumo che si espande per una intera zona del carcere. Immediata l'evacuazione e l'intervento di tre agenti per ripristinare la situazione di emergenza.
Sappe: grande professionalità poliziotti penitenziari
"Un detenuto italiano di 24 anni, con evidenti problemi psichici, ha appiccato un incendio nella cella dov'era detenuto, dando fuoco a tutto quello che vi era all'interno", spiega Donato Capece, segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo della Categoria. "Sono stati momenti di grande tensione e pericolo, gestiti però con grande coraggio e professionalità dai poliziotti penitenziari. Prima hanno salvato la vita al detenuto che aveva dato fuoco alla cella, poi con l'ausilio di 2 estintori e dell'idrante hanno domato le fiamme in circa 15 minuti, e poi hanno provveduto a far uscire i detenuti dalle altre celle del Reparto detentivo che erano invase dal fumo. I ristretti, 30 persone, sono state portate nel cortile dei passeggi dove hanno atteso un'ora prima che la situazione tornasse alla normalità.
Tre poliziotti penitenziari, feriti e intossicati dall'incendio e dal fumo spigionato, hanno dovuto far ricorso alle cure sanitarie presso il locale nosocomio di Spoleto. Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari di servizio nel Reparto e dal successivo impiego degli altri poliziotti penitenziari in servizio nel carcere. Sono stati bravi i poliziotti penitenziari in servizio nel carcere umbro a intervenire tempestivamente, con professionalità, capacità e competenza".
"Spoleto non è un carcere semplice, operativamente parlando: stiamo parlando di una realtà con una presenza media di 500 detenuti - erano 495 il 31 marzo scorso", aggiunge il Segretario regionale umbro del Sappe Fabrizio Bonino. "Basta leggere gli eventi critici accaduti nel penitenziario nei dodici mesi del 2014: 4 tentati suicidi di detenuti sventati per fortuna in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 44 episodi di autolesionismo, 23 colluttazioni e 2 ferimenti. Ed è grave che ad aver posto in essere il gravissimo fatto di Spoleto sia lo stesso detenuto che a Terni aveva aggredito un Ispettore di Polizia Penitenziaria. È inaccettabile tutto questo". Capece evidenzia infine come l'incendio sventato a Spoleto è "sintomatico del fatto che le tensioni e le criticità nel sistema dell'esecuzione della pena in Italia sono costanti. E la situazione è diventata allarmante per la Polizia Penitenziaria, che paga pesantemente in termini di stress e operatività questi gravi e continui episodi critici".
www.castellinews.it, 27 aprile 2015
Costantino (Fns-Cisl): "Detenuti del genere devono essere gestiti dal personale sanitario e non certo dalla penitenziaria". Ancora un'aggressione al carcere di Velletri, sempre ai danni di un agente della Polizia Penitenziaria. "Apprendiamo che oggi alle 19 è stato aggredito un Assistente capo presso il reparto 4B del carcere di Velletri con un pugno sulla tempia da parte di un detenuto.
Scongiurato il peggio - scrive in una nota Massimo Costantino, Segretario regionale Fns Cisl - grazie all'intervento di altri detenuti. L'allarme del piano, sembra, che non ha funzionato, il detenuto marocchino che ha aggredito il personale di polizia penitenziaria, si trovava nella sezione protetta. L'allarme non si è attivato: non funzionava il pulsante. Il detenuto che sembrerebbe fosse psichiatrico non doveva stare in una sezione a regime aperta. Per la Fns Cisl - ha concluso Costantino - occorre far chiarezza al più presto. Detenuti del genere, se confermato che fosse sottoposto ad osservazione psichiatrica, devono essere gestiti dal personale sanitario e non certo dalla penitenziaria. L'assistente capo da quanto appreso è stato portato all'ospedale per una Tac".
di Luca Fiori
La Nuova Sardegna, 27 aprile 2015
Il pellegrinaggio voluto dalla Confraternita di San Jacopo. Protagonisti alcuni carcerati in un percorso nel Nuorese. A piccoli passi verso la libertà. Un cammino di cinque giorni tra i boschi del Nuorese, facendo tappa nei santuari di Fonni, Bitti, Gavoi e Lula, passando per Nuoro e il monte Ortobene con gli zaini in spalla e l'emozione di condividere gioie e dolori lontano dalle quattro mura della cella. Avrà una particolarità la trentina di persone che oggi si metterà in cammino da Fonni, per un pellegrinaggio che ricorda in piccolo quello più famoso verso Santiago de Compostela: circa la metà dei pellegrini sono persone detenute nelle carceri di Badu e Carros e Mamone. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il capitolo sardo della Confraternita di San Jacopo di Compostella e il Ministero di Grazia e Giustizia e prende spunto da precedenti esperienze condotte dalla Confraternita in altre regioni d'Italia a partire dal 2011, quando 30 persone detenute effettuarono un pellegrinaggio lungo la via Francigena. L'esperimento fu un successo, così si è pensato di replicarlo in Sardegna.
In questo caso i pellegrini percorreranno 140 chilometri in cinque giorni su strade asfaltate, sentieri e strade di penetrazione agraria. Per una settimana assaporeranno la libertà e la gioia di camminare insieme. La notte saranno ospitati nei locali messi a disposizione dalla Diocesi di Nuoro.
I dodici detenuti sono stati scelti dall'amministrazione penitenziaria: per poter lasciare le celle e mettersi lo zaino sulle spalle hanno ottenuto un permesso premio di una settimana. Durante il cammino affronteranno insieme le difficoltà di un viaggio che andrà vissuto con assoluto spirito "pellegrino", portando nello zaino solo quello che è necessario, dormendo nelle strutture dell'accoglienza esistenti e condividendo insieme agli accompagnatori ogni aspetto del cammino in regime di austerità e condivisione.
Le spese di organizzazione relative al trasporto dei pellegrini, vitto, alloggio (dove non fornito dalle comunità locali) e soprattutto di equipaggiamento delle persone detenute sono state sostenute interamente dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella. Alcune delle comunità coinvolte nel progetto hanno partecipato con un contributo. "Per questo - aggiunge Antonio Porcheddu - è giusto ringraziare l'associazione Camminantes per le tracce del cammino, il comitato e il priore di San Francesco di Lula, gli amici di Sarule, i frati francescani di Fonni, il comitato di Gavoi e la diocesi di Nuoro".
Prima della partenza i pellegrini sono stati muniti di zaino, sacco a pelo, scarpe e calze da trekking, magliette sportive, pantaloni, giacca a vento, torcia, telo doccia, ciabatte, biancheria e un kit per l'igiene intima. Al termine del pellegrinaggio verrà concesso dalla Diocesi di Nuoro un documento, il "testimonium", che attesta l'avvenuto pellegrinaggio.
Durante il cammino i detenuti potranno muoversi in libertà, ma dovranno rispettare alcuni orari: la sveglia la mattina suonerà presto in modo da mettersi in cammino non più tardi delle 7 e alle 22.30 tutti a dormire. Il percorso partirà dal santuario dei Martiri di Fonni e si concluderà a Lula il primo maggio, passando per Gavoi, Sarule e Nuoro dove, il mercoledì 29 aprile alle 17 verrà celebrata la messa presso il santuario di Santa Maria della Neve alla presenza del vescovo monsignor Mosè Marcia e delle autorità locali.
di Giorgio Cecchetti
La Nuova Venezia, 27 aprile 2015
Santa Maria Maggiore. Richiesta soddisfatta dopo tante richieste e lunghe attese: "Ma ha dovuto mettere la museruola: non è abituato e non ha potuto farmi festa". Anche a Santa Maria Maggiore, come è accaduto in altre carceri, un detenuto ha potuto rivedere il proprio cane. Insomma, gli è stato concesso un "colloquio" con la bestia che evidentemente ama. Ma il veneziano M.Z., in carcere per una rapina ad un supermercato da un anno e dieci mesi, è rimasto deluso e con una lettera a la Nuova racconta perché.
"Ho fatto tante domande scritte, alla direttrice, al comandante della Polizia penitenziaria, al brigadiere e all'ispettore", scrive, "sono stato più volte a colloquio con il garante dei detenuti, dopo cinque-sei mesi la direttrice mi ha risposto che dovevo portarle i certificati di salute e delle vaccinazioni del cane, che ho consegnato. Poi ho aspettato un altro mese e mezzo e finalmente ho avuto il colloquio".
Ma M. non è rimasto contento, soprattutto dopo la trafila che ha dovuto sopportare: "La sera prima che mi preparo a vedere il mio cane il brigadiere mi dice che il colloquio durerà al massimo dieci-quindici minuti, poi un altro brigadiere mi informa che il cane dovrà stare al guinzaglio e con la museruola". Ma è andata ancora peggio: "Il colloquio con il mio cagnolino", spiega, "che è un beagle è poi durato pochissimi. Io posso capire la preoccupazione degli agenti, che temono possa morsicare, ma io lo volevo vedere senza museruola, così mi poteva abbaiare, mi poteva ascoltare quando parlavo, mi poteva fare le feste. Invece mi ha sì riconosciuto, ma era più interessato a cercare di togliersi la museruola anche perché non è abituato a portarla".
Inoltre, M.Z. riferisce che l'incontro è avvenuto la domenica "perché in questo modo il cane non crea scompiglio e fastidi nel parlatorio, visto che negli altri giorni ci sono i detenuti che hanno i colloqui con i loro cari. Comunque - prosegue - mi aspettavo un po' più di tempo a mia disposizione. Io lo attendevo purtroppo per niente perché il cane non mi ha fatto le feste, ma sono contento di averlo visto e sono nello stesso tempo deluso e rammaricato dopo tutti quei mesi in attesa del colloquio". M.T. giudica quello che ha subito un 'ingiustizia, ma quello che aveva chiesto, in fondo, lo ha ottenuto anche se non nelle condizioni migliori. Lui chiede di poterlo riprovare in una situazione meno stressante per il suo beagle, in modo che possa prestare attenzione al suo padrone. In fondo, la pena che i detenuti devono scontare è quella di perdere la libertà e non è previsto che debbano perdere dignità, affetti e tutto il resto. Chissà che con le sue insistenze e il nostro aiuto M.T. riesca a farcela.
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