di Arianna Di Cori
La Repubblica, 5 giugno 2019
Alle nove meno un quarto nel foyer del Cinema Adriano a Roma restano solo alcuni uomini della scorta di Federica Angeli. Stasera sono in tanti, basta guardarsi intorno per incrociare i loro occhi che scrutano. Alcuni saranno in sala con lei per l'anteprima del film "A mano disarmata", regia di Claudio Bonivento, al cinema da domani, che racconta le vicende della giornalista di Repubblica sotto scorta dal 2013, la prima che in quarant'anni abbia avuto il coraggio di denunciare gli atti perpetrati da cosche criminali nei confronti della popolazione di Ostia. Una battaglia che ha portato al maxiprocesso per mafia contro i clan del litorale romano iniziato il 6 giugno del 2018.
Un anno dopo, "A mano disarmata" segna una tappa importante, non certo l'ultima. La star è Federica, elegante in bianco, quasi gemella dell'attrice che la interpreta nel film, Claudia Gerini. Angeli ride, saluta, si presta ai selfie, si guarda intorno un po' confusa, "non ho la più pallida idea di dove siano la mia borsa, la mia giacca, non so nemmeno cosa sto facendo" dice ridendo, mentre mani la prendono e la portano via, prima sul red carpet, poi davanti alle telecamere per le riprese tv.
E ancora altre mani che si stringono alle sue, qualche lacrima di commozione. "In questo film si vedrà la mia vita, le mie difficoltà di giornalista, certo, ma anche di mamma e moglie, la mia lotta contro la paura e il desiderio di cercare di vivere una vita il più normale possibile" spiega Angeli, madre di tre figli costretti a condividere la sua vita costantemente "dietro una grata, esattamente come un carcerato". "Ho vissuto solo per un mese ciò che Federica vive ogni giorno - spiega Gerini - ed è stato un inferno. Penso che Matteo Salvini, quando parla di tagliare le scorte, non si renda conto di cosa significhi non poter nemmeno uscire per prendere un gelato con i propri figli".
Al cinema sfilano amici e colleghi. C'è il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, ci sono gli uomini di giustizia che l'hanno sostenuta nella sua battaglia. C'è il colonnello degli uomini del nucleo scorte, i pm della Procura di Roma che hanno arrestato gli Spada, il senatore Stefano Esposito da sempre vicino alla cronista, il magistrato antimafia Alfonso Sabella, che poco prima del film si allontana dalla bagarre per andare a prendere i popcorn. "Questo film è importante per la memoria di un paese che non impara dagli errori né dai successi - spiega il magistrato - la sua è una storia vera, soprattutto una storia umana".
Una realtà che Sabella conosce, vissuto sotto scorta dal 1992 al 2007.
Gli ultimi arrivati si affrettano verso la sala, resta la speranza di chi ha scelto di combattere il crimine con una sola arma, la penna. "Se qualcuno, dopo aver visto il film, penserà che quello che ho fatto si può imitare - conclude Angeli - anche questa sarà una vittoria contro la mafia".
Al film è stato attribuito il Nastro d'argento della Legalità, assegnato dal Sindacato giornalisti cinematografici insieme a Trame, il festival dei libri sulle mafie diretto da Gaetano Savatteri per sottolineare il valore di denuncia di quel cinema di impegno civile che ha ritrovato una nuova stagione di vivacità.
di Luciano Bertozzi
Il Manifesto, 5 giugno 2019
Missioni italiane all'estero. Sotto egida Nato, Onu o Ue, truppe tricolori su molti fronti caldi e non si parla più di ritiro. Per le missioni militari all'estero 2019 il costo complessivo è di oltre 1.100 milioni di euro ed appena un centinaio di milioni per la cooperazione allo sviluppo, con un rapporto spesa militare/cooperazione pari a 10 a 1. Ecco i numeri del provvedimento con cui il governo ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione alla proroga delle missioni stesse.
La consistenza massima annuale è di oltre 7.000 soldati (- 624 unità rispetto al 2018). Le missioni sono decine, di ogni tipo: Onu, Nato, Unione europea e bilaterale. Il costo delle missioni è a carico del ministero dell'Economia e Finanze, non della Difesa, con scarsa trasparenza. Il maggior numero di soldati è utilizzato in quelle in Asia (Afghanistan e lotta al Daesh).
La spesa per il sostegno alle forze armate dell'Afghanistan di 120 milioni rappresenta circa il 10% dell'intera spesa delle missioni: la decisione, assunta nel 2012, appare assurda, visto che non aiuta il processo di pace e di fronte al fallimento dell'intervento militare Nato visto che, dopo 18 anni, gran parte del Paese asiatico è controllato dai guerriglieri. L'Italia è lì ufficialmente per ripristinare i diritti umani, ma addestriamo e sosteniamo anche la polizia nazionale afghana che secondo l'Onu utilizza da molti anni anche bambini, in spregio al diritto internazionale. E supportiamo l'esercito di Kabul che pure, in violazione del diritto internazionale distrugge scuole e centri sanitari e si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Continuano gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti, secondo le Nazioni Unite, anche da parte delle forze di sicurezza di Kabul.
Continuano, sempre secondo l'Onu, gli abusi sessuali (denominati bacha bazi) praticati dai poliziotti. Sarebbe opportuno, invece, una forte pressione italiana per porre fine a tali abusi e condannare i responsabili. Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto, dall'opposizione, il ritiro del contingente, ora però non ne fa più parola. L'Africa totalizza il maggior numero di missioni (le principali sono in Libia, Niger e Corno d'Africa).
La missione europea in Somalia, per l'addestramento dell'esercito di Mogadiscio (Eutm Somalia), comandata da un generale italiano e con oltre cento militari italiani, permane, anche se l'Onu denuncia da anni l'utilizzo in combattimento di minori e la distruzione di scuole ed ospedali, nonché gravi violazioni dei diritti umani. Anche la polizia somala è destinataria di una missione italiana formativa che avviene nonostante le denunce di Human Right Watch di gravi violazioni dei diritti umani. Non sembra che l'Italia abbia condizionato tali aiuti al rispetto delle libertà fondamentali.
Nel mediterraneo centrale e in Libia, per il "contrasto all'immigrazione clandestina" sono previste più missioni, incluso l'assistenza e l'addestramento della Guardia costiera libica e la manutenzione delle navi cedute. Nella missione europea Eunavformed-Sophia la partecipazione italiana è di 520 militari e alcuni aerei.
Tale missione ha sospeso il dispiegamento di navi ma continua la formazione della Guardia costiera e della Marina libica. Non si tiene conto che in Libia c'è una guerra e si persevera nell'aiutare la Guardia costiera libica, delegando ai libici il "lavoro sporco", per evitare che i disperati in fuga dalla fame e dalle guerre arrivino sulle nostre coste. Infine nella missione bilaterale in Niger, dove sono presenti quasi trecento soldati. Ma il Niger, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha bisogno di cooperazione, non di armi.
di Francesco Spinazzola (Medico infettivologo)
Il Fatto Quotidiano, 5 giugno 2019
La scabbia, la tubercolosi (TB) possono farci veramente paura, oggi nel XXI secolo? Qualcuno grida: "dagli all'untore!" come scriveva con celata ironia nei primi decenni dell'ottocento, Don Lisander, nel rievocare un'epoca lontana e tramontata definitivamente anche per lui. Può fare paura la scabbia allora? E corro il rischio di contrarla al giorno d'oggi, io cittadino della Repubblica italiana? E la TB, è veramente uno spauracchio, o solamente una malattia che se riconosciuta e isolata posso curare e debellare e soprattutto è così difficile evitare di essere contagiati? Ma per la scabbia direi, continuando a citare (saccheggiare) la grande letteratura: "So much ado for nothing".
La trasmissione avviene per stretto contatto diretto, sufficientemente prolungato ed efficace, della cute del ricevente con quella dei malati o con l'uso di effetti letterecci. Il contatto per essere efficiente deve consistere appunto di particolari condizioni di contiguità e adesione tra le superfici cutanee: nei rapporti sessuali, nell'allattamento dei bambini, nel dormire in camerate in condizioni di precaria igiene ecc. Al giorno d'oggi è un problema sanitario solo nelle RSA per anziani, nelle carceri, anche asili o scuole in alcuni casi e naturalmente nelle concentrazioni di reclute.
Una categoria a forte rischio di contrarla in forma grave, tale da mettere a repentaglio l'esistenza, è quella degli ammalati di Aids: la cosiddetta scabbia norvegese o iper disseminata. Le odierne terapie combinate per l'Hiv hanno però pressoché azzerato questi casi, che sono diventati veramente eccezionali. Il trattamento prevede l'uso per due-tre giorni di creme basate su sostanze anti parassitarie come permetrina, benzoato di benzile, malathion. In alcuni casi si può somministrare anche ivernectina per os.
Comunque la notificazione tempestiva e l'intervento delle autorità sanitarie preposte ha sempre consentito di circoscrivere agevolmente i focolai e sottoporre ad adeguate cure i casi. Questo è sempre avvenuto anche nell'eventualità di persone affette da scabbia provenienti da sbarchi. Non è un problema emergente di carattere sanitario la scabbia. Malattia facilmente riconoscibile e prontamente curabile.
Non c'è dubbio, non lo si può negare, invece che la TB costituisce un problema sanitario di primaria importanza per la popolazione immigrata, soprattutto se incontrollata; è un grande problema che riveste un pubblico interesse per il nostro paese come per altri a bassa incidenza. La tendenza crescente dei casi, la gravità della malattia spesso associata all'infezione da Hiv e soprattutto la crescente resistenza ai farmaci, le fa assumere connotazioni drammatiche. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la tubercolosi è principalmente una malattia sociale, che colpisce ingiustamente soprattutto i poveri. In realtà i fattori legati alla povertà di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita e del conseguente stato nutrizionale aumentano le probabilità di infezione e anche la successiva progressione verso la malattia attiva.
L'attuale situazione epidemiologica della tubercolosi in Italia è caratterizzata comunque da una bassa incidenza nella popolazione generale, e i casi sono per lo più concentrati in alcuni gruppi a rischio. Dal 2004 al 2014, sono stati notificati circa 4300 casi/anno di TB; il 52% si sono verificati in soggetti stranieri con un aumento su base fissa, parallelamente all'aumento del numero di immigrati in Italia, nella percentuale dei casi segnalati fra "cittadini non italiani". Per cui si è passati dal 44% nel 2005 a 66% nel 2014. La presenza di immigrati da zone altamente endemiche è considerato da molti autori il co-fattore più importante, insieme con l'infezione da Hiv, del recente rinfocolarsi della tubercolosi segnalato in Italia
Il miglioramento delle condizioni di vita e la libera offerta a chiunque ne sia affetto di farmaci specifici e di cure di buon livello ridurrebbero certamente l'incidenza di TB e azzererebbero ancor di più un rischio che per il cittadino è comunque pressoché zero. È pertanto un problema di organizzazione sanitaria appropriata, capace di erogare un servizio di pronta sorveglianza e isolamento dei casi, nel contesto di un'efficiente accoglienza degli immigrati.
Si tratta di consentire un facile e immediato accesso, non solo alle cure specifiche, ma anche ad un'assistenza completa e sicura, fino alla sterilizzazione dei casi e dei focolai eventuali. Del resto uno degli obbiettivi dell'Oms-Who è proprio quello di agire attivamente anche sui determinanti della salute, la povertà in primo luogo, e in senso lato la protezione sociale per ridurre il carico finanziario e umano che comporta la diffusione dei casi di TB e/o altre temibili malattie.
unhcr.it, 5 giugno 2019
Novantasei persone sono state trasferite ieri dal centro di detenzione di Zintan, situato a Tripoli, in Libia, a un Centro di Raccolta e Partenza. Il gruppo era composto da detenuti provenienti da Somalia, Eritrea ed Etiopia, e includeva due neonati. L'Unhcr, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sta garantendo che il gruppo riceva cibo, alloggio, assistenza medica, supporto psicosociale, nonché indumenti, scarpe, kit igienici e coperte. Le persone resteranno nella struttura in attesa di essere evacuate fuori dal Paese. Nel centro di Zintan le condizioni sono terribili. Le aree comuni sono sovraffollate e non dispongono di sufficiente aerazione. In alcune zone del centro i servizi igienici sono intasati e necessitano urgentemente di riparazioni. Di conseguenza, rifiuti solidi e organici si sono accumulati da giorni nelle celle e comportano seri rischi per la salute.
Le tensioni fra i detenuti aumentano, a causa di agitazione e disperazione. In totale, 654 rifugiati e migranti restano ancora detenuti a Zintan. È necessario percorrere immediatamente tutte le opzioni disponibili per liberare i detenuti restanti. Dal momento che a Tripoli non vi è attualmente alcun centro di detenzione adeguato per ospitare rifugiati e migranti, in parte a causa delle ostilità in corso, l'Unhcr ribadisce l'appello alla comunità internazionale affinché siano effettuate ulteriori evacuazioni di rifugiati dalla capitale. Il numero delle persone condotte nei centri di detenzione dopo essere state soccorse o intercettate al largo delle coste libiche aumenta assai più rapidamente del numero di coloro che vengono evacuati.
Nel solo mese di maggio la Guardia Costiera libica ha ricondotto in Libia un numero di persone (1.224) più elevato di quello registrato nell'insieme dei restanti mesi del 2019. È necessario rinnovare gli sforzi volti a impedire che le persone soccorse o intercettate nel Mediterraneo centrale siano ricondotte in Libia. Fra gli altri fattori, poiché le condizioni di sicurezza in Libia sono estremamente instabili, non vi è alcun porto sicuro nel Paese dove i rifugiati e i migranti soccorsi possano essere fatti sbarcare.
lanuovabq.it, 5 giugno 2019
La magistratura irachena ha condannato a morte i primi 11 foreign fighters, cittadini francesi arruolati volontari nell'Isis. Gli attivisti dei diritti umani accusano il tradimento del diritto. Il governo non vuole intervenire nelle decisioni dell'Iraq. E il ritorno dei foreign fighters è visto da tutti i paesi come un pericolo. Il diritto europeo è a un bivio. La magistratura irachena ha concluso la prima tornata di processi a carico di undici cittadini francesi, accusati di essersi uniti alle fila dello Stato Islamico. Per tutti, identica sentenza: pena di morte per reati connessi al terrorismo. Una vicenda che solleva una profonda riflessione all'interno della società francese e, più in generale, di quella europea. Il dilemma tra il rimpatrio dei foreign fighter e la loro condanna a morte riguarda tutti i Paesi europei, sospesi tra la critica morale della pena capitale e l'accettazione della sentenza, che risolverebbe la questione, tra le più complesse, del ritorno di propri cittadini, divenuti combattenti in terra straniera, e possibili "schegge impazzite" del Califfato.
I foreign fighter condannati - i primi di almeno 450 cittadini francesi, detenuti all'interno dei campi curdi siriani - erano stati catturati dalle forze curde siriane, poi estradati in Iraq lo scorso febbraio, grazie alla collaborazione tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo omologo iracheno, Barham Salih. I processi che hanno portato alla loro condanna a morte si sono tenuti in poco più di una settimana, tra il 26 maggio e il 3 giugno.
I combattenti francesi sono stati accusati di aver violato la legge sul terrorismo irachena, essendosi uniti a un'organizzazione terroristica - lo Stato Islamico. Secondo il giudice Ahmed Ali Mohammed, presente ai processi, gli undici avrebbero avuto un ruolo importante nella legittimazione dell'organizzazione a livello internazionale. I francesi potrebbero non aver mai messo piede in Iraq prima del processo, ma questa circostanza non è stata considerata per determinare la loro colpevolezza, dal momento che i crimini dell'Isis in Siria avrebbero avuto conseguenze dirette sull'Iraq.
Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, Baghdad si è offerto di gestire i processi contro le centinaia di persone catturate dai curdi siriani, sospettate di avere legami con l'organizzazione terroristica. Tra le pene previste dalle norme irachene vi è anche la condanna a morte. L'Iraq sarebbe uno dei Paesi con il più alto tasso di pene capitali a livello internazionale, mantenendo il primato insieme a Iran e Arabia Saudita all'interno della regione Mena. Nel 2018, le condanne a morte eseguite in questi Paesi sarebbero state il 91% del totale delle pene capitali nella regione.
Per questo, la reazione delle organizzazioni per i diritti umani e di avvocati di spicco sulla scena francese non si è fatta attenere. Oltre a condannare il ricorso alla pena capitale come principio, essi hanno accusato il governo francese di mancare nella tutela dei suoi cittadini all'estero. In particolare, quarantacinque avvocati difensori hanno firmato una lettera - pubblicata da France Info - accusando l'Eliseo di aver violato la costituzione e di aver strumentalizzato la minaccia del terrorismo per giustificare l'erosione delle protezioni per sospettati e detenuti.
Una posizione difficile quella in cui si trova il governo francese, che da un lato, sul piano dei principi, ha condannato il ricorso alla pena di morte; dall'altro, ha però riconosciuto la competenza statuale delle autorità irachene. Si tratta di processi giusti, secondo Parigi, che ha ripetutamente rifiutato il ritorno in patria dei suoi foreign fighter. "Sono persone che hanno lasciato il territorio francese per combattere, tra l'altro, la Francia, e sono colpevoli di violenze terribili, in particolare in Iraq" - ha dichiarato Laurent Nuñez, segretario di Stato agli affari interni francese - "L'Iraq è uno Stato sovrano che dispensa giustizia. Non abbiamo alcun motivo per opporci al fatto che questi individui vengano giudicati là". Allo stesso tempo, la Francia ha assicurato che si impegnerà a trasformare la sentenza da pena capitale all'ergastolo. Parigi non è l'unica a dover affrontare questo dilemma. Al momento, nelle prigioni curde siriane, sono detenuti almeno 800 cittadini europei. Se la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine, il loro rientro rappresenta tuttavia una possibile minaccia per la sicurezza nazionale, a causa della profonda ideologizzazione e delle competenze acquisite sul campo di battaglia. Una questione che merita una riflessione preventiva, dal momento che, se non rimpatriati, questi individui potrebbero essere giudicati da tribunali iracheni, rischiando la stessa sorte dei cittadini francesi.
di Riccardo Luna
agi.it, 5 giugno 2019
Si chiama Joe Guerrero e dopo aver scontato una condanna di 7 anni per reati non violenti ha aperto un canale YouTube, "After Prison Show", che ha 1,2 milioni di iscritti ai suoi video quotidiani dove vende magliette e disegni di galeotti. Questo e altri canali simili hanno il merito di restituire umanità ad un mondo di persone che hanno sbagliato e cercano di reinserirsi.
"Questa è una storia di speranza. Di determinazione. Di ispirazione. Ma anche di divertimento". Sono parole di Joe Guerrero, 36 anni, il più improbabile influencer del web. È un ex carcerato: sette anni di galera, si è fatto, prima di aprire, nel 2015, un canale YouTube. Lo ha chiamato After Prison Show, lo spettacolo dopo la galera, e l'idea era di raccontare com'è la vita una volta che torni in libertà, i tentativi di reinserirti nella società, trovare un lavoro. Una specie di "Orange is the new black", la serie tv di Netflix. Ma vera.
Oggi il canale ha 1,2 milioni di iscritti, molti dei quali sono abbonati che pagano 4,99 dollari al mese per avere l'anteprima dei video che Joe Guerrero pubblica con regolarità quotidiana o quasi. Molti sono ironici, come quello che mostra il confronto fra quello che puoi mangiare in carcere spendendo un dollari o con dieci dollari (oltre due milioni di visualizzazioni in un anno). Ma il record di traffico lo ha fatto il video che ti insegna a parlare come un galeotto, lo slang del carcere, che è arrivato a tre milioni; battuto soltanto da quello in cui Joe racconta come il saper fare i tatuaggi gli abbia salvato la vita dietro le sbarre (oltre quattro milioni).
Negli ultimi giorni Guerrero si è dedicato a raccontare come giocare a poker, o come cucinarsi del cibo cinese, o fare i soldi in carcere. Ma ci sono anche storie molto meno allegre, come la serie che Guerrero ha dedicato ad un galeotto che è uscito dopo 40 anni di carcere per reati molto gravi. Il più importante però è il video pubblicato il 24 gennaio 2017 in cui Guerrero racconta perché è finito in carcere: in breve, perché lo hanno beccato con un po' di cocaina e una pistola che non aveva mai usato. Banalità, ma lui racconta quel giorno come fosse un film. Allora, stava guidando un'auto che non poteva guidare perché non aveva la patente, era della sua fidanzata, e la polizia lo ha inseguito perché stava parlando al telefonino con un tale che gli doveva sessanta dollari, "ci pensate? Ho fatto 7 anni di galera per 60 dollari?", e da lì sono partiti una serie di rocamboleschi inseguimenti che manco in una scena dei Blues Brothers.
Ma questo non era un film, Joe Guerrero si è fatto sette anni di carcere davvero, e oggi quel canale YouTube è il suo lavoro, pare guadagni più di 100 mila dollari l'anno: lo usa anche per vendere t-shirt griffate di After Prison e i disegni dei galeotti, come quelli di un certo Doug, che sta scontando 1800 anni di galera, avete capito bene, 1800, io non so cosa devi aver fatto per meritare 1800 anni di carcere e certo Doug non deve essere una bella persona. Ma il vero merito di After Prison e degli altri canali dedicati alla vita in carcere, è di restituire una umanità a questo mondo, di rendere più facile ricominciare daccapo. Perché anche a questo dovrebbero servire le pene.
di Nicoletta Tamberlich
ansa.it, 4 giugno 2019
Film documentario di Fabio Cavalli, speciale Tg1 il 9 giugno. In celle affollate, dove si fanno i turni per giocare a calcetto, dove la luce filtra obliqua attraverso le grate ingombre di panni, in corridoi dove braccia coperte di tatuaggi si allungano al di là dei chiavistelli, in quelli femminili in reparti appositi ci sono anche donne con bimbi piccoli di un anno, ma nelle celle di massima sicurezza anche chi stende il tappeto verso La Mecca.
di Marco Grasso
Il Secolo XIX, 4 giugno 2019
Il Garante nazionale dei detenuti lancia l'allarme: "Senza reinserimento le azioni politiche sono destinate al fallimento". "In cella c'è tutto ciò che non affrontiamo più. Dalle malattie mentali alla povertà, dalle dipendenze alle diseguaglianze".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 4 giugno 2019
La norma, brandita come una spada da Salvini per affermare una concezione privatistica della sicurezza, gli si è ritorta contro. Una sentenza ha affermato che è legittima la difesa destinata a tutelare il primo dei diritti umani: quello alla vita.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2019
Una missione, una sfida. Diventare "ambasciatori della legalità": 80 universitari della Luiss, guidati da 23 tutor, hanno incontrato in tutt'Italia gli studenti di venti istituti scolastici superiori, uno per regione. E quelli degli istituti penali minorili di Nisida e Casal del Marmo. In ogni scuola è nato un laboratorio su temi come la lotta alla corruzione e alla mafia, l'integrazione sociale, la cittadinanza attiva, la lotta al bullismo. Giovani e giovanissimi a discutere e progettare azioni concrete, a condividere idee, a confrontarsi sul modo di pensare e di reagire, a trovare una sintesi unitaria di valori e di cultura nonostante esperienze e identità differenti. Nato da un'idea di Paola Severino il progetto "Legalità e Merito", giunto alla seconda edizione, ieri ha visto la premiazione alla Luiss con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
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