Il Velino, 8 aprile 2015
Nel processo sono imputati responsabili del carcere di Castrovillari e medici dell'ospedale di Cosenza. Il Tribunale di Cosenza ha acquisito i verbali delle guardie penitenziarie nel corso dell'udienza di oggi del processo che cerca di fare luce sulla morte di Aldo Tavola, deceduto il 26 giugno del 2012 nell'ospedale di Cosenza.
L'uomo era stato trasferito all'Annunziata il 22 giugno per problemi neurologici. Nel processo sono imputati Francesco Montilli, responsabile dell'area sanitaria del carcere di Castrovillari, e i medici dell'Annunziata Furio Stancati, Angela Gallo, Domenico Scornaienghi, Ermanno Pisani, Carmen Gaudiano e Antonio Grossi.
Tavola che era stato ricoverato per problemi neurologici e lamentava - emerge dalle denunce dei familiari - dolori alle gambe, è deceduto però per shock emorragico causato da un'ulcera perforante. Per l'accusa, i medici e il responsabile sanitario del carcere avrebbero sottovalutato la patologia lamentata dal paziente e riscontrata da alcuni esami endoscopici. In particolare, il giudice monocratico del foro bruzio ha deciso di acquisire i verbali delle guardie che hanno svolto il servizio di piantonamento quando Tavola era detenuto.
Solo due degli agenti sono stati sentiti, oggi, per ulteriori approfondimenti: Alfredo Ponterio e Giuseppe Brusco. I due hanno riferito delle condizioni di salute del paziente. Tavola si lamentava per i dolori, ma i medici in servizio sono arrivati sempre a visitarlo.
Il processo è stato rinviato al prossimo 23 giugno quando sarà sentito il direttore facente funzioni del reparto di Neurologia dell'Annunziata, Alfredo Petrone, e i consulenti della Procura, i medici legali Silvio Cavalcanti e Vannio Vercillo. Per quella data il giudice ha disposto anche l'acquisizione dei registri di accesso alle celle custoditi dalle guardie penitenziarie.
di Michele Passione (Avvocato)
Corriere Fiorentino, 8 aprile 2015
Lo scorso 1 aprile mi trovavo al Senato, per un incontro in occasione del superamento degli Opg, al quale ha partecipato anche il ministro Orlando. Il ministro ha affermato che è troppo tempo che non si fanno battaglie culturali di questa portata nel nostro Paese.
Nessuno può pensare che la battaglia di civiltà compiuta con la promulgazione della L. 81/2014 sia conclusa, ed a tutti è chiaro come questa legge vada sostenuta e difesa. Per questo l'articolo pubblicato su Repubblica lo scorso 5 aprile a firma della vicepresidente della Regione Stefania Saccardi, disvela in maniera evidente come la strada sia ancora lunga.
Ed infatti, il richiamo all'esperienza della struttura Le Querce, certamente un modello per tante altre Regioni, in realtà si rivela ultroneo rispetto al tema della questione, cioè il trasferimento dei 49 internati toscani da Montelupo al Gozzini.
É del tutto evidente come questo provocherebbe il trasferimento dei detenuti (a custodia attenuata) di Solliccianino, interrompendo il loro percorso: ed appare incomprensibile. La legge ed il recente accordo tra Governo, Regioni e Province autonome disciplinano chiaramente il modello delle Rems (con capienza inderogabile massima di venti persone, con completa ed esclusiva gestione sanitaria della struttura, se del caso con attivazione di servizi di sicurezza esterna attivati in base a specifici accordi con la Prefettura); come si vede, Solliccianino non può assolvere a questa funzione.
Per soddisfarla, bisognerebbe attendere mesi per apportare modifiche (comunque insufficienti), oppure violare la legge. Di più. La vicepresidente dimentica che la Regione non ha indicato nei termini (15 marzo u.s.) quale fosse la soluzione individuata, essendo state viceversa prospettate altre soluzioni, tutte poi rivelatesi infruttuose. Ancora una volta prevale la preoccupazione dei cittadini sulla sicurezza, perfino sostenendosi che gli internati sarebbero incapaci di una piena competenza sociale (il cui metro di giudizio, evidentemente, è sempre quello securitario), subito dopo aver commesso crimini gravi (dimentica, Saccardi, che in Opg c'è gente internata da anni). Infine, la vicepresidente richiama l'esperienza risorgimentale di palazzi nobiliari edificati a ridosso del lazzaretto, quale espressione di una mentalità inclusiva, che oggi tuttavia avrebbe impedito la soluzione Villanova, perché troppo vicino al Meyer.
Quale sia la struttura sanitaria di eccellenza che attraverso la sua contiguità con un istituto a custodia attenuata può scardinare il pregiudizio che tocca il carcere non è dato comprendere; possiamo solo aggiungere che la Toscana ha il record degli eventi critici in carcere, e non è un bel vedere. Tanto lavoro resta da fare, ma non si può tornare indietro, né far finta che tutto cambi perché niente cambi. Oggi si decide in riunione riservata il futuro degli internati toscani; ci auguriamo che lo si faccia rispettando il diritto, la storia personale e le esigenze di ognuno di loro.
Corriere di Verona, 8 aprile 2015
Nella sezione maschile è stato dato fuoco a un materasso per protestare contro la situazione tesa all'interno del penitenziario. Il Sappe: "Ormai è un'emergenza". Rivolta al carcere di Montorio, due detenuti e 11 agenti sono stati portati al pronto soccorso degli ospedali di Borgo Roma e Borgo Trento dopo essere rimasti intossicati. A mezzogiorno alcuni detenuti della seconda sezione maschile hanno dato fuoco a un materasso per protestare contro la situazione del penitenziario. Sabato c'era stata un'aggressione. I sindacati della polizia penitenziaria da tempo denunciano una "situazione tesa" all'interno del carcere. Il direttore in questi giorni è in ferie e nessun altro è autorizzato a parlare.
"Quello che accade all'interno del carcere di Verona è inquietante ed i numeri sono quelli di un fenomeno che, alimentato dall'effetto emulativo, ha ormai assunto le proporzioni dell'emergenza". Lo afferma Donato Capece, segretario generale del Sappe, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, dopo l'incendio provocato da un gruppo di detenuti nel carcere veronese di Montorio, nel quale sono rimasti intossicati tredici agenti della Polizia Penitenziaria, in servizio nella casa circondariale.
La nota del Sappe ricorda che nel 2014 nel penitenziario scaligero si sono contati 32 tentati suicidi di detenuti, sventati in tempo dai poliziotti, 169 atti di autolesionismo, 181 colluttazioni e 44 ferimenti. "Questo episodio - scrive Capece in una nota - è sintomatico di una disorganizzazione generale nella guida dell'Istituto di pena veronese per il quale rinnoviamo la richiesta di avvicendare il direttore attualmente in servizio".
Il segretario del Sappe denuncia che "già sabato sera c'erano stati i primi segnali di tensione detentiva, con molti detenuti che hanno minacciato i poliziotti penitenziari con lamette ed altri oggetti atti ad offendere, ostinandosi a non volere entrare in cella sembra per protesta".
"Poi oggi - aggiunge - gli stessi detenuti protagonisti delle gravi proteste sabato sera si sono resi responsabili di un gravissimo episodio, che avrebbe potuto conseguenze ancora più gravi di quel che ha avuto". I detenuti hanno dato fuoco ad un materasso nella cella, causando fiamme, panico, fumo e pericolo.
"Tiriamo un sospiro di sollievo - conclude il comunicato del Sappe - per l'ennesima tragedia evitata dal coraggio e dalla professionalità degli uomini del reparto di Polizia penitenziaria di Verona che però solleva dubbi sull'Amministrazione penitenziaria regionale e locale per la "sempre più confusionaria politica di gestione e organizzazione nel Veneto".
www.piacenzasera.it, 8 aprile 2015
Si è tenuta nei giorni scorsi presso la Casa Circondariale di Piacenza la consegna dei diplomi del corso per posatori di piastrelle, gestito dalla Scuola Edile di Piacenza. Si è trattato del momento conclusivo di un importante momento di collaborazione che ha consentito di rinnovare i locali della palestra utilizzata dai detenuti di Piacenza. Sono stati gli stessi detenuti coinvolti nel corso a rinnovare i locali, con la risistemazione del fondo e la tinteggiatura delle pareti. Avviato anche il ripristino delle attrezzature.
L'idea del corso, nata nell'ambito del Comitato Locale Esecuzione Penale Adulti (Clepa), è stata quella di impegnare quindici detenuti, che hanno imparato le basi del lavoro di piastrellista, conseguendo anche un diploma e un piccolo compenso (50,00 euro ciascuno).
Il corso, della durata complessiva di 80 ore, è stato condotto da Scuola Edile, che tramite la propria direttrice Cristina Bianchi, ha espresso la volontà di realizzare altri cantieri presso il carcere di Piacenza, dove le possibilità di intervento sono numerose.
Soddisfazione è stata espressa anche dal direttore dell'istituto di pena di Piacenza, Caterina Zurlo, che ha sottolineato "il desiderio e volontà della Direzione a che si possa continuare nell'esperienza dei corsi che sottraggono all'ozio, danno competenze ai detenuti e permettono di poter vivere in ambienti più gradevoli". La Zurlo ha fatto presente di aver colto l'entusiasmo dei detenuti nel "pensare" i colori oltre che nel realizzare il ripristino della palestra.
Il gradimento dell'iniziativa è stato evidenziato dagli stessi partecipanti, che anche durante il corso - come ha ricordato Brunello Buonocore, incaricato di Asp "Città di Piacenza" e del Comune di Piacenza - "hanno espresso a lui e al docente che ha condotto l'iniziativa l'importanza di non rimanere con le mani in mano, impegnati a far trascorrere un tempo che non passa mai".
L'intervento è stato finanziato attraverso i fondi dei Piani di Zona ed è stato reso possibile dal lavoro congiunto di Comune, Carcere, Scuola Edile e Asp "Città di Piacenza". A nome di quest'ultima è intervenuto l'amministratore unico, Marco Perini, che ha confermato l'interesse di Asp, attiva da tempo nel settore carcere, e ha rimarcato l'importanza delle modalità con cui si è svolto il corso e dei finanziamenti a sostegno.
Il ripristino della palestra avrà immediatamente positive ricadute anche sull'attività motoria condotta nell'ambito dei corsi all'educazione per adulti dell'Ufficio Scolastico Regionale, che ha messo a disposizione un proprio docente.
Il corso per posatori è uno dei primi atti concreti del nuovo corso del Clepa, il Comitato che l'assessore comunale al welfare Stefano Cugini ha interpretato come luogo dove ci si scambiano le informazioni e dove si agisce in modo sinergico, evitando il rischio di sovrapposizioni e incomprensioni tra i vari operatori e i volontari che agiscono in carcere. Nei prossimi giorni alcune cyclette e due stazioni polifunzionali completeranno le attrezzature della nuova palestra.
di Laura Santini
www.mentelocale.it, 8 aprile 2015
La nuova produzione: "Angeli con la pistola". 28 interpreti, 70 ruoli. I detenuti diventano attori, ma anche addetti al suono e alle luci. Dal 9 al 15 aprile al Teatro della Tosse.
Antonio D'angelo lo dice in napoletano: "Per me questo teatro è n'u piatto squisitissimo". Insieme agli altri detenuti del corso di scenotecnica, D'Angelo è già al lavoro al Teatro della Tosse per il montaggio di Angeli con la pistola, in scena dal 9 al 15 aprile.
Sì, perché al di là di fare gli attori, i detenuti da tempo sono coinvolti in altre attività formative, che hanno portato molti di loro ad acquisire un mestiere. Dopo due tragedie shakespeariane, quest'anno il nuovo musical della Compagnia teatrale Scatenati della Casa Circondariale Genova Marassi, guidata dallo staff di Teatro Necessario, ovvero Carlo Imparato, Mirella Cannata e in particolare dal regista Sandro Baldacci, è una commedia, e più precisamente una riscrittura del racconto Madame La Gimp di Damon Runyon, noto a molti per le versioni cinematografiche di Frank Capra - Lady for a day (1933) e Pocketful of miracles (1961).
Quest'ottava produzione gode di una sempre più stretta e proficua collaborazione tra il gruppo che anima Teatro Necessario e tutto lo staff della Casa Circondariale di Genova a partire dal direttore Salvatore Mazzeo, all'ispettore Domenico Pagano e a tutte le forze di Polizia Penitenziaria coinvolte e partecipi in un percorso che ha portato a costruire all'interno dello storico edificio di Marassi il Teatro dell'Arca. La nuovissima struttura - di cui abbiamo ampiamente parlato qui - dovrebbe finalmente essere collaudata nei prossimi mesi e diventare agibile ufficialmente dal prossimo autunno quando verrà anche aperta al pubblico esterno e sarà a tutti gli effetti un altro palcoscenico della città. Nel frattempo però c'è chi questo spazio lo gode lo stesso perché l'ha visto costruire, perché se ne occupa quotidianamente o perché è li che va a fare teatro o a imparare i mestieri del teatro: i detenuti.
"Quest'esperienza iniziata con un embrione di idea, ora è diventata davvero importante. Ogni volta che entro nel nostro nuovo Teatro dell'Arca provo una grande emozione, perché vedo crescere ancora, ogni giorno, quella stessa primissima idea. Ognuno nel proprio ruolo mi fa vedere la magia del teatro. Il coinvolgimento fa diventare tutti più buoni, poliziotti e detenuti, perché tutti si sentono parte del progetto. Là vedo trasformarsi in particolare alcuni detenuti e questa è la piena testimonianza di un loro pieno coinvolgimento e reale percorso riabilitativo. Ho ricevuto una bellissima lettera da uno di questi detenuti coinvolti che un giorno pubblicherò. Senza contare che i giovani coinvolti da Teatro Necessario, sia i ragazzi delle scuole che gli attori professionisti, hanno creato una vera e propria simbiosi con i detenuti".
Senza alcun clamore, Mazzeo aggiunge, in calce, che Marassi, come altri istititui di pena italiani, ha visto una "riduzione di 100 detenuti". Un numero che non fa notizia, certo, ma che in Italia ha coinvolto complessivamente 8000 persone e che si inquadra più ufficialmente, come spiega Mazzeo, in una serie di "provvedimenti deflattivi del governo che portano molti detenuti a essere coinvolti in lavori socialmente utili tramite gli uffici di esecuzione penale esterni".
Semplici "misure strutturali" per Mazzeo, ma allora qual è la chiave per agire sulla situazione di invivibilità delle carceri italiane? "Trasformare le camere detentive in luoghi di solo pernottamento e far sì che tutto il resto sia convertito in attività lavorative per tutti i detenuti". Un'idea semplice semplice, proprio come quella di costruire uno spazio come il Teatro dell'Arca in un angolo utilizzato solo come magazzino all'interno del carcere. Ma a volte ciò che è semplice a dirsi è oltremodo complesso a farsi. Eppure, eppure di strada Marassi ne ha fatta eccome. Ma il Teatro dell'Arca sopravvivrà a Mazzeo? "Nel 2003 (quando Mazzeo è arrivato a Marassi, ndr) non c'era campo sportivo, non c'era una falegnameria, non c'era la panetteria, non c'era il centro di grafica e design. E non c'era il centro di cottura che stiamo per inaugurare e che servirà per preparare pasta confezionata da vendere all'esterno. Sul futuro sono ottimista abbiamo creato basi solide e questo teatro sopravvivrà Mazzeo e molto altri direttori". Più che un direttore di carcere Mazzeo somiglia a un imprenditore che ha messo a frutto il suo capitale umano: "Sto diventando imprenditore sì, ma con pochi soldi".
E se da un lato c'è chi facilita, dall'altro c'è chi mette a punto le idee e le rende possibili. A raccontarci di una crescita di Teatro Necessario è Mirella Cannata, presidente della onlus. "Il nuovo spettacolo, Angeli con la pistola, quest'anno è solo una delle tappe di un progetto più articolato: Progetto Arca, finanziato dalla Compagnia di San Paolo. Spettacolo e attività di formazione in falegnameria, scenotecnica, illuminotecnica, per tecnici del suono, in cui sono coinvolte anche altre realtà che già operavano all'interno del carcere di Marassi, come per esempio la Bottega Solidale di Genova. Senza contare che quest'anno si è attivato anche un corso per la Polizia Penitenziaria". Teatro Necessario mette così in scena la sinergia di tutte le realtà che coabitano all'interno del carcere. "È tutto autoprodotto: magliette, focaccia, manifesti, scenografie, costumi tutti insieme diamo forza e stabilità a questo progetto". Le repliche per le scuole sono già tutte esaurite con 2500 studenti prenotati e molti restati fuori. Ma i giovani sono anche protagonisti con un'altra parte di progetto il Progetto Arca - Scuola: a cui partecipano tre scuole I.I.S. Vittorio Emanuele II - Ruffini (storicamente legato al carcere per la formazione che gli insegnanti svolgono verso i detenuti), il Liceo Classico Statale D'Oria e il Liceo Statale Sandro Pertini. Per l'occasione della nuova produzione un gruppo dell'I.I.S. Vittorio Emanuele II - Ruffini che ha seguito il laboratorio teatrale con Baldacci sul testo sarà nel foyer a recitare alcuni brani di Angeli con la pistola.
Baldacci racconta in po' più nel dettaglio la nuova produzione. "Per il nostro decennale - abbiamo fatto più anni di carcere noi che loro - e dopo due anni di tragedia shakespeariana siamo tornati alla commedia e a temi vicini alla nostra realtà. Angeli con la pistola nasce dal racconto che ispirò anche Frank Capra. Dei suoi due film quello a cui siamo più vicini è quello del '33, meno buonista. Come di consueto, abbiamo trasformato il testo originale in una commedia musicale, per cui Bruno Coli ha scritto tutta la partitura musicale, che come sempre sarà in parte eseguita dal vivo. A Fabrizio Gambineri il compito della scrittura, con una stesura di massima del testo, che è poi stato riadattato e cucito in base agli interpreti. Faccio solo un esempio. Abbiamo in compagnia un cinese per cui la vicenda è stata un po' manipolata perché anche lui avesse un suo spazio. D'altra parte nonostante i tanti accorgimenti, siamo rimasti solo in due della compagnia precedente".
Tornando al lavoro di regia: "Nell'insieme è come se i personaggi fossero inseriti dentro un fumetto - prosegue Baldacci. Ci sono 70 personaggi per cui molti sono impegnati in doppi e anche tripli ruoli. Il lavoro di scene e costumi, di solito affidato a Laura Benzi, quest'anno è stato gestito da Elisa Gandelli che ha preparato 70 costumi. In scena siamo arrivati a 26 interpreti, di cui 18 attori detenuti. 5 attori esterni professionisti (Federica Granata, Igor Chierici, Mariella Speranza, Francesca Pedrazzi, Massimo Orsetti) e poi ci sono gli allievi del Liceo Coreutico Piero Gobetti. Altri aggiustamenti in corso d'opera, si sono resi necessari, per esempio avevamo un tunisino in uno dei ruoli centrali, ma un mese fa gli è arrivato il decreto di espulsione e abbiamo dovuto sostituirlo".
L'aspetto forte delle produzioni di Teatro Necessario è l'impegno che tutti i detenuti mettono nel portare a buon esito un'impresa collettiva che significa moltissimo per ognuno e certo al di là del carcere. "Un ex-detenuto, da esterno, è tornato sempre a provare. Luca Dinaro, che ha cominciato come alunno, si è poi diplomato, ha seguito i nuovi corsi e oggi è assunto dall'associazione Fuoriscena ed è partner tecnico al lavoro alla Corte e al Duse, sempre molto richiesto". E persino chi è in permesso, torna dentro e volentieri per le prove!
Dall'autunno quando il Teatro dell'Arca diventerà agibile "ci sono già accordi con altri teatri perché si possano assumere altri detenuti". Tra le buone notizie anche l'annuncio che Angeli con la pistola andrà in scena al Festival di Borgio Verezzi il 20 e 21 luglio 2015, in quello che dovrebbe essere il primo passo verso una convenzione triennale".
A chiudere la presentazione della nuova produzione, la nuova scenografa e costumista Elisa Gandelli anche lei testimone del ruolo di svolta che il teatro gioca all'interno del carcere sia per chi ci sta che per chi ci arriva da esterno. "Per me è stata la prima volta. Ammetto di essere stata un po' spaventata, e di aver un po' sofferto tutte le procedure difficili all'ingresso specie per tutti i materiali che di volta in volta mi portavo dietro. Ma devo dire che, grazie alla passione e al convincimento della squadra dei detenuti, si è creato un clima molto disteso. Tutti hanno sempre dimostrato un grande rispetto nei miei confronti. Entrando in teatro si esce dal carcere. Si esce dai propri ruoli e si crea uno spazio che ha un valore inestimabile sia per noi esterni che per chi vive questa realtà".
La trama
Ambientate a New York al tempo del proibizionismo, le divertenti vicende di Dave "lo sciccoso" e di Apple Annie, mendicante alcolizzata venditrice di mele, ben si attagliano a una compagnia di attori detenuti, come altrettanto bene si prestano a farne una commedia musicale dai toni ironici e scanzonati. Ancora una volta la scelta del testo cade su temi che, sebbene con la leggerezza della commedia, sono vicini alle storie, così come alle vite, degli insoliti interpreti: truffe, corruzioni e loschi affari sono il quotidiano di Dave "lo sciccoso" e della sua banda che però, delinquenti dal cuore tenero, si adopereranno per realizzare, attraverso indicibili vicissitudini, il sogno della povera Annie: riuscire a sposare la figlia Louise con il discendente del conte spagnolo Alfonso Romero.
Una favola: un po' ingenua, forse, sotto la cui semplicità serpeggia però una sorta di morale: ognuno di noi ha una sua propria storia alle spalle più o meno difficile ma, volendolo e con l'aiuto degli amici, può anche avere l'opportunità di sentirsi "signore" per un giorno, come recita il titolo del primo film di Capra, indistinguibile da quei cosiddetti veri "signori" che spesso hanno alle spalle storie molto più imbarazzanti da raccontare.
www.estense.com, 8 aprile 2015
Accordo approvato dalla Giunta comunale anche per il triennio 2015-2017. La Giunta comunale ha approvato il rinnovo della convenzione tra Comune di Ferrara e Uisp Provinciale per il triennio 2015-2017 per l'affidamento all'Uisp delle attività sportive svolte nella Casa Circondariale di Ferrara nell'ambito del progetto "Le porte aperte".
In particolare il progetto si pone l'obiettivo di sviluppare le attività motorio-sportive nella Casa Circondariale di Ferrara con le seguenti caratteristiche generali: condurre la persona detenuta ad una graduale presa di coscienza e conoscenza del proprio corpo e delle sue esigenze; creare momenti di socializzazione nei quali il "piacere di fare" è connesso al "piacere di fare insieme agli altri" ed il rispetto delle regole dell'attività rappresenta un primo passo verso l'accettazione delle più ampie regole sociali; consentire alle persone di percepire e quindi di vivere in modo diverso gli spazi detentivi; offrire l'opportunità ai detenuti di una graduale autogestione delle attività sportive attraverso momenti di formazione tecnico-pratica volti alla costituzione di quadri tecnici quali arbitri, giudici, allenatori, capaci di gestire tornei sportivi interni e collaborare alla realizzazione di iniziative con soggetti esterni; mantenere un costante collegamento con la realtà esterna al contesto detentivo. La gestione del progetto, dal punto di vista dei contenuti e della realizzazione, è affidata all'Uisp Ferrara che utilizzerà insegnanti di educazione fisica (diploma Isef, laurea in Scienze Motorie) e, nel caso di corsi specifici e di breve durata, a Tecnici specializzati in un determinato settore sportivo. L'assessorato alla Salute e Servizi alla Persona sostiene il progetto mediante l'erogazione di contributi annuali di 3.000 euro, per il triennio di attività, da imputare sul Fondo Sociale Locale.
di Angela Nocioni
Il Garantista, 8 aprile 2015
Senza cielo e senza aria. In bianco e nero. "Encerrados", (Rinchiusi) libro fotografico di Valerio Bispuri, edito da Contrasto, due testi di Eduardo Galeano e di Roberto Saviano, in italiano, spagnolo ed inglese. Dieci anni di fotografie dentro le prigioni del Sud America, dall'Argentina al Venezuela. Dai cortili sudici dove perlomeno si respira, qualcuno sorride perfino, alle celle del reparto sicurezza dove è vietato entrare a chiunque. Perché i detenuti sono feroci maniaci assassini? No, perché il direttore del carcere ha paura. Teme di perdere il posto se quelli di fuori sanno come vivono quelli di dentro. Non dà il permesso, inventa scuse, minaccia.
Valerio Bispuri è entrato lo stesso. Ha firmato l'esonero di responsabilità alle autorità carcerarie, semmai i detenuti lo avessero ucciso o preso in ostaggio, ed è entrato da solo. Non gli hanno consentito di essere accompagnato dalle guardie. È entrato da solo e ha scattato. Le foto sono state esposte e quel reparto è stato chiuso. È successo in Argentina, a Mendoza, nella bella valle dei vini doc, nell'Argentina dei cieli immensi e azzurri con l'orizzonte infinito, i resort cinque stelle sparsi tra i vigneti, nel cuore dell'Argentina da export, da cartolina, quella venduta in dollari ai turisti.
Sono stati poi aperti altri reparti peggiori? Sì, certamente, ma intanto quello è stato chiuso. Se un libro serve a qualcosa, questo è servito.
"Era il padiglione 5 del carcere di San Felipe di Mendoza, quattromila detenuti" racconta Valerio Bispuri. "Ero andato lì per fotografare, con tutti i permessi a posto. Stavo nel cortile, tutti i padiglioni del carcere si affacciavano nel cortile. Alcuni detenuti hanno cominciato ad urlare appena si sono accorti che un esterno era entrato. Uno di fuori. Chiamavano la mia attenzione. Chiedevano che andassi. Mi gridavano: entra qui, qui non ti fanno vedere niente, te lo facciamo vedere noi, vieni, entra, vieni a vedere come viviamo noi". Erano i detenuti del braccio sicurezza. "Ho chiesto al direttore di farmi andare, ma non ne voleva sapere. Diceva: no, lì ci sono assassini pericolosissimi, i detenuti più pericolosi d'Argentina, non mi posso assumere la responsabilità che le succeda qualcosa. Abbiamo discusso a lungo, io ho alzato la voce, ho detto che non me ne sarei andato senza fotografare quel posto, quando ho detto che sarei entrato da solo, firmando tutto quello che voleva, ha ceduto. Ma non mi ha fatto accompagnare. Sono entrato da solo".
E loro, i detenuti del padiglione 5? "Persone. Erano contenti che qualcuno entrasse lì, che vedesse, che fotografasse. Mi hanno mostrato tutto quel che poteva servirmi, mi hanno aiutato". Quelle foto sono state esposte in Argentina nel 2009. Qualcuno se ne è accorto, ci ha montato sopra uno scandalo. Amnesty International se ne è occupata. Fatto sta che nel 2009 il padiglione 5 è stato chiuso.
Di carceri orrende nel libro ce ne sono molte. Scrive Saviano: "Lurigancho è il carcere più grande del Sudamerica, si trova a Lima, in Perù, e qui Bispuri ha trascorso lungo tempo. Ospita diecimila detenuti, è una città nella città e in un paese che in questo momento è il primo produttore di coca. Entrare in questo luogo significa sbirciare nelle viscere dell'inferno.
Poi è andato a Penitenciaria, a Santiago del Cile, il carcere più vecchio del continente, costruito agli inizi del Novecento. Qui ha visto e fotografato detenuti ricavare spade da tubature arrugginite in vecchi bagni. Poi è stato a Villa Devoto, in Argentina, una delle carceri più pericolose del Sudamerica, proprio dentro la città di Buenos Aires. Poi a Los Teques, a Caracas, in Venezuela, un carcere paradossale ma non per il Sudamerica, lì tutti i detenuti sono armati di coltelli, pistole e hanno una sorta di codice per cui quando un capo esce di prigione sparano sul muro come per festeggiare. A Bogotà, in Colombia, ha visitato Combita, il carcere dove sono rinchiusi ex guerriglieri delle Farc.
Quelle di Bispuri sono fotografie di città, carceri formicai, carceri dove chiunque è condannato, poliziotti e detenuti. Carceri dove il detenuto sa che la differenza tra lo stare dentro e lo stare fuori è minima, sostanziale certo per fare affari, ma minima sul piano del disagio, della disperazione, finanche del diritto. Dal momento che si è armati, dal carcere in Venezuela si potrebbe forse persino scappare, ma per cosa? Per finire di nuovo dentro? O ammazzati da un rivale? Il carcere in fondo dà regole e spesso sospende vendette".
Ma perché un fotografo romano, a trent'anni, decide di cominciare a girare per prigioni latinoamericane e continua a farlo per dieci anni? Con tutte le complicazioni che ne derivano, permessi da chiedere, aerei da prendere, soldi da trovare. Finanziare un lavoro fotografico così richiede un grande impegno anche economico, non solo di tempo e di vita individuale. Qual era la molla? "Volevo fare un lavoro sulla libertà - risponde Bispuri - all'inizio non ne avevo idea, non sapevo che sarebbe durato così tanto, né che ne avrei fatto un libro. Il fatto è che la libertà, la tua libertà, prende un altro significato quando sei stato lì dentro, anche solo una volta, basta entrare una volta e guardare, pensare cosa possa essere stare rinchiusi, volevo provare a capire come sta chi sta rinchiuso".
E perché è stato rinchiuso? Sempre Saviano da "Encerrados": "Il primo reato che riempie le carceri sudamericane è il primo reato che riempie le carceri americane, ed è il primo reato che riempie le carceri europee: la droga. In paesi in cui i cartelli criminali sono fortissimi, a testimoniare quanto la repressione e il proibizionismo non siano stati la strada giusta, quanto le politiche repressive siano state fallimentari. Poi ci sono le truffe, ma prima delle truffe omicidi, stupri, furti. Bispuri è stato anche in carceri femminili. Ha trovato e fotografato storie di donne che hanno ucciso i mariti, spesso ubriachi, per difendersi o semplicemente per stordirli, ma hanno esagerato con i colpi. Madri che hanno ucciso i propri figli. Figli drogati, figli violenti o figli innocenti e a essere ubriache e drogate erano loro.
Eppure ciò che colpisce, in tutto questo bianco e in tutto questo nero, è forse la mancanza di disperazione finale, ciò che mi ha sempre colpito sono le percentuali di suicidi in questi inferni, percentuali bassissime se paragonate a quelle dei suicidi nelle carceri nordamericane ed europee. Nessuno si uccide in Sudamerica. E Bispuri, in fondo, è riuscito con il suo talento di fotografo a raccontare queste vite fatte di resistenza alla morte. Resistenza che spesso diventa indolenza - guardate i volti! -, questi uomini e queste donne non sembrano voler insorgere, sembrano piuttosto resistere come legni, come stalattiti. Pelle, calli, gocce di sudore e ancora gocce di sudore".
Dopo dieci anni a scattare foto dentro celle di prigioni infernali, cosa rimane? Cosa si impara? "Io ho capito che tutti possiamo avere un momento di follia. Non ho incontrato persone cattive in carcere, non ho visto una carrellata di mostri. Avrei potuto esserci io al posto di qualcuno di loro, questo l'ho capito chiaramente. A tutti può succedere un periodo di black out".
Il Piccolo, 8 aprile 2015
Il colloquio nella sezione femminile di Trieste è pubblicato, con altri, nel volume "A tu per tu". Dal libro "A tu per tu" pubblichiamo parte della lunga intervista fatta dalle donne del carcere di Trieste a Ornella Vanoni. Il volumetto è curato dalle cooperative sociali Reset e La Collina, con la collaborazione di Pino Roveredo e di Radio Fragola.
La presentazione di "A tu per tu. Le donne del carcere di Trieste intervistano Ornella Vanoni, Paolo Possamai, Roberto Cosolini e Pino Roveredo, si terrà, alla casa circondariale di via del Coroneo, mercoledì 8 aprile alle 11.30. La pubblicazione è il risultato del laboratorio giornalistico realizzato all'interno della sezione femminile a cura delle cooperative sociali Reset e La Collina con Pino Roveredo e Radio Fragola. Il laboratorio e la pubblicazione sono stati realizzati fra marzo e luglio 2014 nell'ambito del progetto "Work in progress" finanziato dal Comune.
È mai stata in carcere?
"Non sono mai stata carcerata, ma sono stata a San Vittore più volte a trovare Cusani, una volta sono andata a cantare nella Stella di San Vittore e un'altra volta sono andata a parlare con i carcerati maschi".
Come mai ha scelto di interpretare le canzoni della Mala?
"Non ho scelto. All'epoca ero la compagna di Strehler e avevo fatto la scuola, dato che allora era uno scandalo che il maestro fosse legato a una ragazza, lui non mi faceva recitare. Io lo seguivo quando lui faceva le opere liriche e tornando in macchina a casa canticchiavo le melodie. Allora si è deciso di farmi cantare, ha inventato le canzoni della mala che sono state scritte da lui, da Fo, Jannacci, Carpi. Sono nate dalle canzoni popolari di sconosciuti e dalla raccolta popolare di Pasolini. Quando cantavo queste canzoni della Mala, ricevevo molte lettere dal carcere. E la gente non capiva se ero solo una cantante della Mala o se venivo dal carcere".
È mai scesa a compromessi?
"Nel lavoro raramente. Solo compromesso d'amore: quando una persona dovrebbe durare 3 giorni, la fai durare 3 anni e non ne puoi più".
Cosa ne pensa dei talent show, visto che la abbiamo vista ad Amici.
"Ormai Amici è uno spettacolo che sembra Fox crime dove succede di tutto e di più. Mi volevo divertire e mi sono divertita. Alla Ferilli ho detto scusami se non ti ho comperato nemmeno un divano".
Nonostante il successo e la fama, soffre o ha sofferto di solitudine?
"Da morire soffro e ho sofferto di solitudine. Non avendo un compagno da tanti anni soffro di solitudine, ma anche quando avevo un compagno ne soffrivo. La solitudine è un fatto personale, interiore: puoi avere intorno 1000 persone, essere innamorata e felice, e sentirti sola. Ti senti sola perché la persona con cui sei non ti risponde come vorresti. C'è una sola persona con cui non mi sento mai sola, ha 31 anni, fa lo scrittore, quando sto con lui, come amico, io mi sento protetta. Con lui so che non ho bisogno di parlare, di spiegare. E se ne soffro me la toglie. Io penso che l'abbraccio è la cosa più bella che possa succedere. A me capita di incontrare persone che non conosco e che vedo tristi, le abbraccio e si sciolgono in lacrime. L'abbraccio è la cosa più bella. L'abbraccio è generoso".
Fa beneficenza?
"Sì a Sant'Antonio, Caritas, Vidas. Con un'asta dei miei vestiti fra poco finiamo di costruire delle scuole superiori in Cambogia, dove abbiamo già costruito elementari, medie e ospedale".
Quanto costa il successo?
"Non costa nell'incontro delle persone; io non sono Vasco Rossi che non può uscire di casa. Costa lottare per arrivarci e mantenerlo".
Com'è stato duettare con Ramazzotti?
"Niente. Non emana nulla. Quando ho cantato con Dalla, Gino, Jovanotti, Renato Zero mi è successo qualcosa, ma con Ramazzotti non ho sentito un'emozione".
Ha paura del declino?
"Ho paura solo del declino mentale. A parte se diventi matto veramente, perché in quel caso non te ne frega più niente".
È mai stata innamorata di una donna?
"Affascinata molto. La ho amata in un certo senso, ma siccome non mi piace il sesso femminile la ho delusa e ha sofferto. Continuo a volerle bene, siamo ottime amiche".
Cosa ne pensa della musica italiana degli ultimi anni?
"Trovo gli arrangiamenti noiosi, tutti uguali. Mi piacciono gli inglesi. Un sogno che ho, è quello di cantare con Sting".
Qual è il posto più bello dove è stata?
"Ci sono tanti tipi di bellezza. Trieste è una città bellissima, meravigliosa; tutte le città di mare sono belle, ma Trieste lo è in particolare perché è diritta sul mare. Era un po' che mancavo da Trieste: ieri sono andata anche a Sistiana dove stanno costruendo questa città del futuro, molto interessante. Poi Roma è bellissima. Milano ha delle zone belle, è bella con la nebbia, è un po' una donna con la veletta".
È una donna forte?
"Sono una donna coraggiosa, non forte. Sono molto fragile e pago tutto con lacrime, fatica. Paoli sostiene che tutti mi prendono per un setter, invece sono un cucciolo di boxer".
Che rapporto ha con suo figlio?
"Mio figlio ha vissuto malissimo la mia carriera e ha sofferto tantissimo. Di conseguenza ne ho sofferto anch'io. Solo da poco il nostro rapporto si è calmato. Ha sognato di uccidermi per tutta la vita e adesso mi ha detto "Pensa che passo avanti, non sogno più di ucciderti!". Per fare carriera ho lavorato tanto tanto e ho usato la passione per andare avanti, quindi non ero presente. Sono un'ottima madre, ma non sono stata una buona mamma, che è diverso".
Se non avesse fatto la cantante, che cosa le sarebbe piaciuto fare?
"L'estetista. Ho anche il diploma. Siccome avevo l'acne, sono andata a Ginevra a studiare".
Ci racconta un aneddoto sui suoi amori o sul suo amore?
"Quando ho deciso di entrare nella musica leggera, ero tutta vestita di nero in una casa di edizioni musicali, passa uno tutto vestito di nero con gli occhiali neri, io sento come una fitta, e chiedo chi è, mi viene risposto che è un frocio terribile che scrive delle canzoni orrende. Era Paoli. Intanto lui mentre suonava "Il cielo in una stanza" chiede chi era la rossa nell'altra stanza, e gli rispondono che è una lesbica che porta sfiga e che canta i brani della Mala. Ci rincontriamo il giorno dopo per caso e io gli chiedo se mi scrive una canzone. Ripasso già innamorata senza un perché, e lui mi suona "Senza fine". Per scrivere il testo ci ha messo 5-6 mesi, stavamo sempre insieme. Finché un giorno siamo seduti su un muretto dopo mesi e gli chiedo se è frocio e mi risponde di no. E lui mi chiede se sono lesbica ed io gli rispondo di no. Siamo andati in un albergo e siamo usciti tre giorni dopo".
Ha mai fatto interventi di chirurgia estetica?
"Sì. Vedete queste cicatrici? Dagli 11 anni durante la guerra fino ai 20 sono stata torturata da aghi perché non c'era la penicillina. Questa parte è stata fatta due volte. Poi ho rifatto il seno che era andato un po' giù".
Lei era amica anche di De André. Ci racconta un episodio della vostra amicizia?
"Sì siamo stati molto amici. Prima e subito dopo che sono stati rapiti. Faber era un uomo eccezionale. Mi ricordo che De André era al primo piano che giustificava i rapitori, e Dory era giù che diceva ma proprio a noi doveva capitare! Fabrizio era il figlio del presidente dell'Eridania, che pagò i rapitori, ma Fabrizio glieli tornò tutti. Fabrizio non aveva astio contro i rapitori, dicevano che erano vittime come noi. Per un poeta tutto diventa materiale".
Si è data un termine per chiudere la carriera?
"Non ci penso proprio. Quando morirò, ma dipende come muori: se muori di una malattia non puoi stare in scena fino all'ultimo. Voglio uscire dal pop, e occuparmi di jazz. Siccome io e Paoli siamo gemelli, stesso anno, stesso mese, stesso giorno, io sono più vecchia di lui perché sono nata 6-7 ore prima, e lui è passato al jazz, ci passerò anch'io".
Molti musicisti sono morti di sostanze stupefacenti. Penso che nella sua carriera abbia visto persone stare male.
"Dei miei colleghi che si sono fatti, credo, Vasco di coca anche se lui nega. Quasi tutti i rockers si sono fatti. C'era anche una moda che adesso è venuta un po' meno. Ti posso raccontare un episodio, che però non è un episodio di stupefacenti. Luigi Tenco, siamo a Sanremo, lui è lì con Dalida, con cui era un amore che iniziava, non il grande amore che hanno raccontato. Gli hanno fatto cambiare il testo della canzone e questa per lui è stata una cosa tremenda. Siccome ero molto timida e Tenco lo era altrettanto, gli vado vicino e gli dico "Senti Luigi, ricordiamoci di aprire gli occhi quando cantiamo, se no in televisione non passa niente". Lui apre gli occhi: un gufo. Allora io sono corsa al gruppo della Rca la sua casa discografica, dove c'era anche Dalida, e dico di stare vicino a Luigi. Finito di cantare lui e Dalida si sono insultati, lui ha cantato malissimo, hanno litigato e si dice che una volta in camera abbia ricevuto una telefonata dalla sua ragazza e lui si è sparato, lasciando questo biglietto: "In un Paese dove c'è Orietta Berti io non posso vivere". Ora, non ci si ammazza per una stronzata di questo genere, non vi pare? Era pieno di pronox: aveva 4 pronox in corpo, e una bottiglia di cognac. Ma il biglietto mi ha sempre lasciato perplessa".
È amica di Mina?
"Siamo state molto amiche finché lei usciva di casa. Non è vero l'odio fra me e lei, sono storie dei giornali. L'ho sempre stimata".
Qualcuno o qualcosa le ha dato lo stimolo per uscire dalla depressione?
"Intanto sono i farmaci, che non bisogna mai smettere di prendere. Mi sono battezzata 7 anni fa, e ho dato il mio cuore a Gesù, è il mio amore vero. Lo prego, lo ringrazio. È un'invenzione? Bene, serve moltissimo".
di Leopoldo Grosso (Presidente onorario Gruppo Abele)
Il Manifesto, 8 aprile 2015
Sulla "questione droghe", il governo risulta afasico. Dopo un primissimo vagito nei giorni iniziali del suo insediamento, costretto dalla abolizione per incostituzionalità della Fini-Giovanardi a ripristinare la vecchia normativa, il governo non ha più battuto un colpo, nonostante il semestre italiano di presidenza dell'Unione europea, occasione mancata per presentare la discontinuità dalla gestione Giovanardi-Serpelloni.
Il governo di larghe intese ha "incassato" la decisione della Corte Costituzionale. Nel doppio senso del termine. "Pugilisticamente", affidando il compito di relatore del rabbercio legislativo allo stesso Giovanardi, con un'operazione incompiuta sia rispetto a vistose incoerenze normative risultanti dal nuovo testo unico, sia per la mancanza di una disposizione di legge che evitasse ai detenuti, condannati con una legge dichiarata incostituzionale, l'onere del ricorso individuale per la rideterminazione della pena.
Nello stesso tempo il governo ha incassato i benefici di una riforma extraparlamentare (la reintroduzione della distinzione tra droghe "pesanti" e "leggere", con tutti gli effetti a cascata, in primis sul sovraffollamento carcerario) che nemmeno l'ultimo governo Prodi, nonostante le buone intenzioni, era stato in grado di portare a casa abrogando la Fini-Giovanardi.
Poi il silenzio totale per un anno intero, senza la designazione di un referente politico per il Dipartimento Anti Droga, a sostituzione e "correzione" del ruolo ricoperto troppo a lungo da Giovanardi.
La legge 309 del 90 richiede che ogni tre anni venga convocata una Conferenza nazionale per verificare e rideterminare le politiche sulle droghe: è sei anni che non viene indetta. La stessa legge prevede l'istituzione di una Consulta e di un Comitato scientifico che coadiuvi l'attività del Dipartimento: non sono mai stati nominati. Il Dipartimento ogni anno finanzia progetti a sostegno di obiettivi ritenuti prioritari o sperimentali, in collaborazione con i servizi pubblici e il privato-sociale accreditato: tutto è fermo e sono state bloccate anche le progettazioni che fruivano di una biennalità già predeterminata. L'indispensabile collaborazione con le Regioni, molto tormentata nella precedente gestione, non è stata ancora riavviata. La stessa relazione al parlamento, debito informativo che il governo ha come obbligo istituzionale, è pervenuta in ritardo e senza la tradizionale prefazione che definisce le priorità e gli orientamenti politici.
A livello internazionale, si avverte con ancora più urgenza la necessità di un riposizionamento dell'Italia rispetto alle politiche dell'Unione europea e dell'Onu.
Rompendo l'unitarietà della posizione europea, la gestione Giovanardi-Serpelloni ha schierato l'Italia contro il "pilastro" della Riduzione del danno. L'importantissima scadenza di New York dell'Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass 2016), in cui si rifletterà sulla possibile revisione delle Convenzioni internazionali, necessita di un diverso ruolo dell'Italia, a favore, e non di ostacolo, alle significative innovazioni e coraggiose sperimentazioni condotte ormai in molti Paesi del vecchio e nuovo Continente.
Bisogna che il governo ri-apra con franchezza un percorso di confronto con tutto il settore: le istituzioni regionali, gli operatori del pubblico e del privato sociale, le associazioni coinvolte a vario titolo, i comitati delle famiglie, le rappresentanze dei consumatori, la società civile responsabile.
La Repubblica, 8 aprile 2015
In Alabama (Usa) un condannato alla pena capitale è stato "esonerato" e liberato dopo 30 anni di galera. Quattro impiccati in Pakistan. Mentre nel Malawi sono state commutate 5 condanne capitali in ergastolo. Stessa cosa in Afghanistan. Dal sito di Nessuno Tocchi Caino, l'unico osservatorio attivo ed efficace per conoscere come nel mondo viene praticata la pena di morte, o come invece questa pratica viene gradualmente abbandonata, si apprendono notizie drammatiche ma anche, in qualche misura, confortanti. Eccone qui di seguito una sintesi.
Alabama (Usa)
Dopo 30 anni nel braccio della morte torna libero. È accaduto ad Anthony Hinton, 59 anni, nero, che il 3 aprile scorso è stato scarcerato. La giudice Laura Petro della Jefferson County Circuit Court ha formalizzato il ritiro delle imputazioni da parte della pubblica accusa, ed ha ordinato la scarcerazione dell'uomo, che avverrà appena saranno completate le formalità. Hinton venne condannato a morte nel 1986 con l'accusa di aver ucciso i gestori di due ristoranti, John Davidson e Thomas Vason, in due diverse rapine nel febbraio e luglio 1985.
Nel corso di una terza rapina, nello stesso periodo e nella stessa zona, un terzo gestore di ristorante, Sidney Smotherman, venne ferito gravemente, ma sopravvisse, e identificò Hinton come aggressore.
L'alibi per la terza rapina. Per la terza rapina Hinton presentò un alibi credibile, e per quella rapina non venne incriminato. Ma nell'abitazione dell'uomo era stato rinvenuto un revolver calibro 38, che secondo la pubblica accusa aveva sparato nelle 3 rapine.
Al processo per le due rapine mortali, il difensore d'ufficio di Hinton ritenne che la legge gli consentisse di spendere non più di 1000 dollari per assumere un perito balistico, e l'opinione dell'avvocato venne in qualche misura confermata anche dal giudice. Il perito della difesa sostenne che la corrosione della pistola impediva di collegarla con certezza ai proiettili esplosi contro le vittime, contraddicendo quindi l'elemento principale della pubblica accusa. Ma il curriculum di basso profilo del perito balistico della difesa venne utilizzato dalla pubblica accusa per screditarlo.
Il riesame del caso. Il 24 febbraio 2014 la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva ordinato all'unanimità di riesaminare il ricorso di Hinton, che fino ad allora era stato respinto. La Corte Suprema aveva stabilito che secondo la legge dell'epoca non era vero che esistesse un limite così basso per l'assunzione di un perito balistico, e che un perito più qualificato avrebbe probabilmente instillato in almeno un membro della giuria popolare il "ragionevole dubbio" che avrebbe impedito l'unanimità necessaria per emettere un verdetto di colpevolezza in casi capitali. Hinton sarà iscritto con il n°152 nel registro degli "esonerati" del Death Penalty Information Center, che conta le persone che, dal 1973, sono state prosciolte dopo una iniziale condanna a morte. Hinton è il 2° prosciolto di quest'anno. Debra Milke è stata prosciolta a marzo in Arizona.
Emirati Arabi Uniti
Salvo dopo aver pagato "il prezzo del sangue". Un uomo di origine asiatica, che era stato condannato a morte per gli omicidi della zia e di suo marito, si è salvato dall'esecuzione negli Emirati Arabi Uniti dopo aver pagato il "prezzo del sangue" e ottenuto il perdono dei familiari delle vittime. L'uomo era stato condannato a morte da un tribunale di primo grado per aver chiuso sua zia con il marito in una stanza, nella loro casa ad Abu Dhabi, dando poi l'abitazione alle fiamme. Una corte d'appello aveva confermato la pena di morte, spingendo l'uomo a presentare ricorso alla Corte di Cassazione, che ha confermato nuovamente la condanna per omicidio premeditato.
Il perdono dei parenti delle vittime. Dopo aver atteso l'esecuzione per quasi quattro anni in carcere, una corte con un nuovo panel di giudici ha annullato il verdetto dopo aver ricevuto una lettera in cui i parenti delle vittime perdonano l'imputato. L'uomo avrebbe deciso di sbarazzarsi della coppia che lo aveva rimproverato per un forte calo delle entrate di un laboratorio di loro proprietà, dopo il loro ritorno da un lungo soggiorno nel Paese di origine.
Pakistan
Altri quattro prigionieri impiccati. Quattro condannati per omicidio e sequestro di persona in casi distinti sono stati impiccati nelle carceri di Attock, Mianwali, Sargodha e Rawalpindi, portando a 64 il numero di esecuzioni da quando il Paese ha revocato la moratoria autoimposta sulla pena di morte nel dicembre 2014.
Il Carcere Centrale di Sargodha ha visto la sua prima esecuzione in 105 anni dalla sua costruzione nel 1910. Mohammad Riaz era stato condannato a morte da un tribunale anti-terrorismo per aver ucciso due persone durante una rapina in banca nel 2000. Mohammad Ameen, un prigioniero condannato per aver ucciso una persona nel 1998, è stato giustiziato nella prigione di Adiala a Rawalpindi. Un altro prigioniero, Hubdar Shah, condannato per un duplice omicidio commesso nel 2000, è stato impiccato nella prigione centrale di Mianwali. Infine, Akramul Haq, condannato per il rapimento a scopo di riscatto di una bambina di tre anni nel 2002, è stato impiccato nel carcere di Attock.
Malawi
Cinque riesami e 5 commutazioni di pena. Sono almeno 24 su 192 i casi di condannati a morte già portati all'esame dell'Alta Corte per la riformulazione della sentenza, e di questi 24 detenuti, cinque hanno ricevuto la commutazione della condanna capitale in pena detentiva, ha appreso la Malawi News Agency.
Il presidente della Commissione diritti umani del Malawi, l'ambasciatrice Sophie Kalinde, ha detto che il progetto ha registrato progressi significativi. Parlando di recente ad un Seminario Giuridico sulle Valutazioni della Salute Mentale e Attenuanti nei Casi Capitali, svoltosi a Mangochi, l'ambasciatrice Kalinde ha detto che tutti i detenuti condannati a morte prima del 2007 devono essere portati davanti all'alta corte per la riformulazione della sentenza.
Afghanistan
Condanna a morte commutata per il killer di una fotografa tedesca. La Corte Suprema afghana ha commutato in 20 anni di detenzione la condanna a morte del poliziotto che nello scorso aprile uccise la fotografa tedesca Anja Niedringhaus, ha riportato l'agenzia AP. L'Associated Press - agenzia per cui Niedringhaus lavorava - ha dato notizia della commutazione citando documenti giudiziari che sono stati inviati al Procuratore generale afghano.
Naqibullah, ex comandante di un'unità di polizia, era stato condannato a morte l'anno scorso da un tribunale di primo grado che lo aveva riconosciuto colpevole di omicidio e tradimento. Naqibullah, che come molti in Afghanistan usa un unico nome, aprì il fuoco senza preavviso contro Niedringhaus e la corrispondente veterana dell'AP Kathy Gannon, il 4 aprile 2014. Le due si stavano occupando del primo turno delle elezioni presidenziali nel Paese. Niedringhaus, 48 anni, morì sul colpo. Gannon fu gravemente ferita e si sta ancora riprendendo dalle ferite in Canada.
"Né Anja né io crediamo nella pena di morte". Lo ha detto Gannon, dopo aver appreso della sentenza. "So di parlare a nome di Anja, così come per me, quando dico che un killer pazzo non rappresenta né una nazione né un popolo." Gannon ha aggiunto che era "una gioia" occuparsi dell'Afghanistan e che sta progettando di tornarci dopo aver completato la guarigione. "Tornerò per entrambe", ha detto. Secondo Zahid Safi, un avvocato della AP informato della commutazione, 20 anni è la condanna detentiva massima in Afghanistan. Naqibullah fu condannato a morte da un tribunale di primo lo scorso luglio e una Corte d'Appello ha deciso a gennaio di commutare la pena in detenzione. Questa sentenza è stata impugnata davanti alla Corte Suprema, che ha reso definitiva la condanna a 20 anni di carcere, anche se la legge afghana prevede che la durata della detenzione possa essere ridotta se il prigioniero dimostra "riabilitazione sociale."
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