di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 28 maggio 2019
Migliaia di miliziani iracheni e stranieri nelle prigioni di Stato e dei servizi segreti. Che ora rischiano di diventare i nuovi centri della radicalizzazione. Intervista a giornalista iracheno Salah al Nasrawi.
Sono trascorsi cinque anni da quando lo Stato islamico prese Mosul, in Iraq, e Abu Bakr al Baghdadi annunciò la nascita del "califfato". Cinque anni in cui milioni di iracheni sono finiti a vivere sotto il controllo amministrativo e militare di Daesh, intere città sono state rase al suolo e le istituzioni irachene hanno mostrato una volta di più di non essere in grado di garantire sicurezza e stabilità a un paese già collassato.
Nel dicembre 2017 l'allora premier iracheno Al-Abadi annunciava con malcelata soddisfazione la sconfitta dello Stato islamico, ma da allora con cadenza regolare cellule di Daesh fanno saltare in aria kamikaze imbottiti di esplosivo nel paese, a cominciare dalla capitale Baghdad. Presente con il sangue, l'Isis lo è anche nelle insufficienti e già stracolme prigioni di Stato con decine di migliaia di miliziani già condannati a morte o in attesa di giudizio. Tra loro almeno 20mila foreign fighters che i paesi di origine non vogliono indietro.
Ma i rischi sono consistenti: processi farsa, pena di morte, evasioni e il pericolo concreto di ricreare un nuovo Camp Bucca, il famigerato centro di detenzione statunitense che durante l'invasione dell'Iraq divenne la culla di Daesh, il centro di organizzazione, reclutamento e radicalizzazione del futuro Stato islamico. Qui era detenuto al Baghdadi, insieme ad altri otto futuri leader del "califfato", tra cui colui che poi sarà chiamato alla gestione dei foreign fighters, Abu Qasim. Secondo le stime affidate nel decennio scorso al Washington Post dal capo di polizia Saad Abbas Mahmoud, il 90% dei detenuti rilasciati sarebbero tornati a combattere sotto la bandiera del jihad qaedista. Eppure il rischio non sembra preoccupare i paesi di origine dei foreign fighters. Per una Gran Bretagna che ha revocato la cittadinanza a oltre 100 miliziani per non doversene prendere carico, c'è una Francia che sotto banco tenterebbe accordi con Baghdad, i miliziani francesi dietro le sbarre in cambio di sostegno economico e militare. Ne abbiamo parlato con Salah al Nasrawi, analista e giornalista iracheno.
Quanti foreign fighters dell'Isis sono detenuti in Iraq? E quanti loro familiari, mogli e figli?
Le autorità irachene non hanno reso noto il numero esatto di miliziani dell'Isis né rivelato le loro nazionalità e il loro status. Numeri ufficiosi forniti da diverse fonti, compresi i gruppi per i diritti umani, parlano di circa 20mila miliziani, compresi 8mila già condannati a morte o alla prigione. La maggior parte sono detenuti in campi o in carceri in giro per l'Iraq, altri sono detenuti dagli apparati dell'intelligence o della polizia federale nei loro centri di detenzione in attesa di interrogatorio. Si ritiene che centinaia di miliziani siano sotto il controllo del Krg (governo del Kurdistan iracheno), molti in campi a Dohuk, Erbil e Suleymaniya. Mancano numeri precisi sulle donne straniere e i minori.
I due miliardi a miliziano che Baghdad avrebbe chiesto ai paesi di origine per gestire i foreign fighters è una provocazione o un'idea concreta?
Negli ultimi mesi l'Iraq ha detto di aver ricevuto decine di foreign fighters e di aver intenzione di portarli a giudizio. Il 13 febbraio l'agenzia irachena Nas ha riportato di preparativi per avviare il processo, in un campo militare vicino Baghdad, di 328 miliziani dell'Isis di diverse nazionalità, consegnati dalle forze della coalizione. Diversi media hanno citato la presunta offerta dell'Iraq, ovvero "accogliere" questi miliziani - tra cui migliaia di stranieri, uomini, donne e bambini - e giudicarli in cambio di denaro. Alcuni articoli parlano di una richiesta di 10 miliardi, altri di un miliardo l'anno. Non ci sono dichiarazioni ufficiali da parte del governo di Baghdad ma diversi parlamentari hanno protestato e chiesto all'esecutivo di chiarire. In una conferenza stampa del 13 aprile alcuni deputati hanno chiesto al governo di rifiutare la richiesta di ospitare in Iraq i miliziani stranieri.
Media e organizzazioni per i diritti umani parlano di processi di massa, udienze di pochi minuti che terminano molto spesso con la pena di morte, anche per le donne...
Le corti irachene sono state spesso nel mirino dei gruppi per i diritti umani per la mancata garanzia di giustizia e di processi equi. In molti casi, il processo non dura che pochi minuti e gli imputati sono condannati a morte sulla base di confessioni estorte sotto tortura. Simili processi rendono difficile per i governi europei affidare all'Iraq propri cittadini, senza reali garanzie.
L'Iraq ha una strategia nel trattare questo fenomeno?
L'Iraq manca di una strategia nazionale per affrontare il problema sul piano legale, politico e di sicurezza. Finora non è riuscito a implementare la risoluzione Onu 2379 del 2017 che avrebbe dovuto aiutare Baghdad a gestire il fenomeno con sostegno nelle indagini e raccolta delle prove per i crimini commessi dall'Isis. L'Iraq dovrebbe lavorare all'ampliamento dello spazio d'azione del team Onu nato da quella risoluzione. Ma sfortunatamente le autorità irachene finora hanno fallito nel costringere il Consiglio di Sicurezza ad agire per sviluppare un meccanismo internazionale che giudichi i combattenti Isis e dia giustizia alle loro vittime. La scorsa settimana il governo iracheno ha nominato Salama Al-Khafaji rappresentante dell'Iraq nel team Onu. Al Khafaji è una dentista ed ex membro del Consiglio governativo creato dagli Stati uniti dopo l'invasione del 2003. Non ha esperienza legale o investigativa.
Dunque Baghdad non è in grado di gestire tale situazione...
L'Iraq non è il posto migliore in cui detenere i miliziani dell'Isis e processarli, è mal equipaggiato per la detenzione di questi terroristi: dal 2003 le evasioni sono state la routine, nel 2014 circa 4mila terroristi sono fuggiti da tre prigioni per poi unirsi all'Isis in Iraq e Siria. La corruzione e l'aiuto da parte dei secondini sono stati indicati come cause della fuga: se si può pagare per tenere dei terroristi in prigione, si può anche pagare per farli scappare. Lo scorso dicembre 21 miliziani Isis sono fuggiti dal campo di detenzione di Susa, a Suleymaniya. Funzionari del governo curdo hanno poi fatto sapere che 15 di loro sono stati arrestati mentre cercavano di uscire dal Kurdistan iracheno.
Krg e governo federale si coordinano nella gestione dei detenuti?
Il coordinamento è minimo tra Krg e governo di Baghdad, non esiste una politica nazionale. Le due parti tentano solo di massimizzare i benefici e minimizzare i costi.
ansamed.info, 28 maggio 2019
Dopo aperture Ankara a leader Pkk, protesta di 3 mila detenuti. Si è concluso dopo oltre sei mesi in Turchia lo sciopero della fame di circa tremila detenuti contro l'isolamento in carcere del leader del Pkk curdo Abdullah Ocalan. Lo ha annunciato la deputata dell'Hdp Leyla Guven, diventata un simbolo della protesta, che era giunta a 200 giorni di digiuno.
La decisione è giunta su sollecitazione dello stesso Ocalan, dopo che il governo di Ankara gli ha permesso nell'ultimo mese di incontrare due volte i suoi legali, che non vedeva dal 2011, e ha assicurato che potrà ricevere visite regolari degli avvocati nell'isola-prigione di Imrali sul mar di Marmara, dove è detenuto da vent'anni. "La nostra resistenza con lo sciopero della fame ha raggiunto il suo scopo. Ma la nostra lotta contro l'isolamento e per la pace sociale continuerà in tutti i campi", ha spiegato Guven in una nota.
Dopo l'incontro con gli avvocati, Ocalan aveva anche lanciato un appello per un ritorno a un "metodo di negoziazione democratico", suggerendo la necessità di "prendere in considerazione" le "sensibilità" della Turchia nella regione, incluso in Siria. Secondo alcuni analisti, l'apertura a sorpresa verso "Apo" del governo di Recep Tayyip Erdogan sarebbe legata al tentativo di recuperare il consenso dell'elettorato curdo in vista della ripetizione del cruciale voto per l'elezione del sindaco di Istanbul del 23 giugno, dopo l'annullamento della vittoria del candidato dell'opposizione Ekrem Imamoglu.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 28 maggio 2019
Quattro giovanissimi uccisi dalla polizia, la ministra della sicurezza Bullrich sotto accusa. In tre anni sono state 1303 le vittime della violenza istituzionale. E le madri chiedono giustizia in piazza. Il corteo di protesta che ha sfilato venerdì scorso nelle strade di Buenos Aires. Il dolore per la morte di quattro giovanissimi uccisi dalla polizia. La rabbia, tanta, e l'esasperazione. Si respirava questo, nella marcia convocata dal Comitato delle famiglie delle vittime del gatillo facil, il nome ("grilletto facile") con cui in Argentina si indica la violenza istituzionale. Un corteo che ha visto sfilare migliaia di persone la sera di venerdì 24 maggio a Buenos Aires, da Congresso a Plaza de Mayo. "Basta grilletto facile / basta repressione / non è solo un poliziotto / è tutta l'istituzione", uno degli slogan più urlati.
L'omicidio dei quattro ragazzi - tre erano minorenni - è avvenuto a San Miguel del Monte, paese a meno di cento chilometri dalla capitale. Secondo le prime ricostruzioni, i quattro si trovavano in auto la mattina di lunedì 20 maggio, quando la polizia ha iniziato un inseguimento immotivato, terminato con diversi colpi di pistola sparati dai poliziotti contro i giovani, che hanno perso il controllo del veicolo. Sono morti così Camila López (13 anni), Gastón Domínguez (14), Danilo Sansone (13) e Aníbal Suárez (22). Un'altra tredicenne, Rocío Guagliarello, è in ospedale in gravissime condizioni.
Tredici poliziotti al momento sono stati sollevati dall'incarico. Quattro sono in arresto con l'accusa di omicidio aggravato. E mentre proseguono le indagini, si allarga la rosa delle persone che potrebbero essere coinvolte, anche nell'occultamento di prove. Da oggi è in stato di fermo il vicecommissario della polizia bonariense Franco Micucci.
In prima fila al corteo, un gruppo di madri, le organizzatrici della manifestazione. Tutte con indosso una maglia: "Lo Stato è responsabile" scritto sulla schiena, e un giovane volto stampato sul petto. Tutte hanno perso un figlio per mano della polizia. E tutte sono ancora in attesa di giustizia. Secondo il Coordinamento contro la repressione poliziesca e istituzionale (Correpi), sono 1303 le persone uccise dalla polizia negli ultimi tre anni di governo Cambiemos. Lo stato uccide una persona ogni 21 ore. La maggior parte delle vittime sono minorenni, provenienti da villas miserias, le favelas argentine, e periferie.
In particolare la ministra della Sicurezza Patricia Bullrich è stata indicata dai manifestanti come responsabile. Proprio il suo ministero nel dicembre 2018 ha reso operativa la risoluzione che amplia i casi in cui si permette alle forze dell'ordine di usare le armi. Per denunciare questo e le sue drammatiche conseguenze, sono più di 280 le famiglie che marciano ogni 27 di agosto, chiedendo giustizia.
Solo poche ore prima della manifestazione di venerdì, Bullrich affermava che "il caso Chocobar è un esempio di come devono agire le forze dell'ordine": si riferiva a Luis Chocobar, il poliziotto che nel febbraio 2018 sparò alle spalle, e uccise, un giovane coinvolto nell'aggressione a un turista. Un atto legittimato e difeso tanto dalla ministra della Sicurezza quando dallo stesso presidente Mauricio Macri, che ricevette il poliziotto presso la Casa Rosada, sede del potere esecutivo, congratulandosi per il suo operato. "Il caso di Luciano Arruga è una costruzione, come il caso di Santiago Maldonado", ha proseguito Bullrich.
"Che ci venga a spiegare perché l'autopsia di Luciano lo indica come un uomo bianco e adulto! Che mi spieghi perché ho trovato mio figlio 5 anni e 8 mesi dopo che l'hanno ucciso!", è stata la risposta dalla piazza di Raquel Alegre, madre di Luciano Arruga, ucciso dalla polizia nel 2009, a 16 anni, e il cui corpo venne seppellito in un cimitero come "NN".
Proprio a seguito della posizione assunta da Patricia Bullrich, diverse organizzazioni chiedono ora la rimozione della ministra. "Ciò che la ministra rivendica costituisce il peggior passo indietro della democrazia, dopo l'indulto concesso ai genocidi della dittatura", si legge nel comunicato diffuso dalle Madri di Plaza de Mayo insieme a tanti altri gruppi.
di Victor Castaldi
Il Dubbio, 28 maggio 2019
Sotto accusa la disumanità del sistema penitenziario. L'istituto di Copanj era già stato teatro due anni fa di una rivolta sanguinosa che provocò la morte di oltre 55 persone. Una vera e propria guerra all'arma bianca, un'esplosione di ferocia incontrollata che fotografa il degrado assoluto che regna nella carceri brasiliane, tra le più affollate e disumane del pianeta e sempre più spesso teatro di truculenti fatti di cronaca.
Sono almeno 15 le vittime di una brutale battaglia scattata tra due gruppi di detenuti del complesso penitenziario Anisio Jobim (Compaj) nella capitale dello stato brasiliano dell'Amazzonia, Manaus, città sperduta nella giungla.
L'informazione è stata confermata nel corso di una conferenza stampa del segretario all'amministrazione penitenziaria dello stato, colonnello Marcos Vinicius Almeida, secondo cui le violenze sono scoppiate durante le ore di visita. Secondo i primi rilievi dei tecnici dell'Istituto di medicina legale di Manaus, le vittime sono state uccise per asfissia o accoltellate con diversi oggetti, addirittura con degli spazzolini da denti. Ci vuole molta forza e molta selvaggia determinazione per uccidere un essere umano con uno spazzolino da denti.
"Non si è trattato di una ribellione contro le guardie carcerarie ma una lotta interna tra diversi gruppi, un regolamento di conti. Mai si erano registrati omicidi durante le visite. Alcuni sono stati uccisi nelle proprie celle a sbarre chiuse, altri hanno commesso gli omicidi davanti ai familiari nelle sale colloquio", ha aggiunto Almeida.
Il segretario ha anche detto che nessun secondino è stato preso in ostaggio, non ci sono stati feriti tra gli agenti e nessun detenuto ha tentato la fuga dal perimetro del penitenziario. Per stabilire i motivi e le rispettive responsabilità delle violenze, il segretario all'amministrazione penitenziaria ha riferito che sarà l'inchiesta aperta sul caso a fare luce sulle cause dei disordini e che, grazie alle telecamere interne che hanno ripreso tutto, sarà possibile accertare l'identità dei responsabili.
Il governo amazzonico ha riferito di aver rinforzato i controlli della polizia all'esterno del presidio e sulle strade limitrofe, e che tutti nei centri di detenzione dello stato sono stati inviati rinforzi. Il Copanj è lo stesso istituto di pena dove a gennaio del 2017 un violentissimo scontro tra fazioni criminali avverse aveva causato la morte di 56 persone nel corso di quella che fu definita come "la più grande strage del sistema carcerario brasiliano" con scene infernali e diversi detenuti uccisi tramite decapitazione con i machete.
All'epoca gli scontri furono causati da una lotta per la conquista del controllo del traffico di droga dentro e fuori il penitenziario tra il Primeiro comando da capital (Pcc) di San Paolo e la Familha do Norde, gruppo criminale locale affiliato al Comando vermelho (Cv) di Rio de Janeiro. Lo stato allarmante delle prigioni brasiliane era stato fotografato dall'Ong Usa Human Right Watch nel suo ultimo rapporto: "Nel corso degli ultimi decenni, le autorità brasiliane hanno sempre abdicato alle loro responsabilità di mantenere l'ordine e la sicurezza. Questo fallimento viola i diritti dei prigionieri ed è una manna per bande, che fanno uso di prigioni come terreno di reclutamento".
di Milena Castigli
interris.it, 28 maggio 2019
"Esempio della violenza costante e dell'abbandono cui è sottomessa la popolazione carceraria". "Accertare le cause perché non esiste ancora una spiegazione plausibile" in riferimento a quanto avvenuto nel carcere venezuelano di Acarigua lo scorso venerdì quando 30 detenuti sono morti e 19 poliziotti sono rimasti feriti nel corso di una rivolta carceraria che secondo alcune voci sarebbe proseguita per dieci giorni. Lo chiede Amnesty Internacional insieme a diverse altre associazioni umanitarie locali e nazionali.
Il carcere di Acariguas, stato di Portoguesa circa 300 chilometri a sudovest di Caracas, è sovraffollato e da anni i prigionieri denunciano abusi da parte del personale. Le autorità carcerarie hanno parlato di tentativo di evasione di massa. Secondo Oscal Valero, capo della sicurezza dello stato del Portuguesa, a causare la morte dei detenuti sarebbe stata un tentativo di fuga. Il suo racconto parla di carcerati che avrebbero lanciato "una pioggia di proiettili", facendo addirittura esplodere tre bombe contro gli agenti.
Ma le cause e la dinamica dei fatti non sono in realtà state chiarite e le ong sollevano dubbi sulla veridicità della versione ufficiale. Amnesty in un comunicato ha sottolineato che è "dovere dello Stato vigilare sui diritti delle persone private di libertà e non affrontare con forza eccessiva le loro richieste".
La mancanza di spiegazioni sulla morte di persone "in custodia dello Stato" fa sì che "il Governo di Nicolás Maduro sia il principale responsabile di queste morti". Quanto avvenuto rappresenta, perciò, "un ulteriore esempio della violenza costante e dell'abbandono cui è sottomessa la popolazione carceraria in Venezuela", conclude Amnesty. Secondo l'Observatorio Venezolano de Prisiones la rivolta dei detenuti sarebbe scattata dopo una "retata" della polizia e l'uccisione di un detenuto.
hrw.org, 28 maggio 2019
L'esercito e le forze di polizia egiziane nella penisola del Sinai stanno commettendo gravi e dilaganti abusi a danno dei civili, ha dichiarato Human Rights Watch in un rapporto pubblicato oggi. Alcuni di questi abusi, parte di una campagna in corso contro membri di un gruppo locale associato all'Isis, costituiscono crimini di guerra.
Il rapporto di 134-pagine, "If You Are Afraid for Your Lives, Leave Sinai! Egyptian Security Forces and Isis-Affiliate Abuses in North Sinai", offre uno sguardo dettagliato sul conflitto, di cui non si parla a sufficienza, che ha ucciso e ferito migliaia di persone - tra cui civili, militanti e membri delle forze di sicurezza - da quando le ostilità si sono inasprite nel 2013.
L'indagine di Human Rights Watch, durata due anni, ha documentato crimini come arresti arbitrari di massa, sparizioni forzate, tortura, esecuzioni extragiudiziali, ed attacchi verosimilmente illegali, via aria e via terra, a danno di civili. Benché l'esercito e le forze di polizia egiziane siano responsabili per la maggioranza degli abusi documentati nel rapporto, anche i militanti estremisti hanno commesso crimini orribili, come il rapimento e la tortura di numerosi abitanti, l'assassinio di alcuni di loro, e l'esecuzione extragiudiziale di membri delle forze di sicurezza in detenzione.
"Anziché proteggere gli abitanti del Sinai, le forze di sicurezza egiziane hanno mostrato, nella loro lotta ai militanti, totale disprezzo per le vita dei residenti, trasformando la loro quotidianità in un incubo ininterrotto di abusi" ha dichiarato Michael Page, vicedirettore per il Medio Oriente e Nord Africa a Human Rights Watch. "Questo orribile trattamento ai danni della popolazione del Sinai dovrebbe essere un altro campanello d'allarme per Paesi come gli Stati Uniti e la Francia che approvano ciecamente le operazioni antiterrorismo dell'Egitto."
Per il rapporto, Human Rights Watch ha intervistato, tra il 2016 e il 2018, 54 abitanti del Sinai settentrionale oltre ad attivisti, giornalisti e altri testimoni, tra cui due ex-ufficiali dell'esercito, un soldato, e un ex-soldato che hanno lavorato nel Sinai settentrionale, e un ex-funzionario statunitense per la sicurezza nazionale con esperienza su questioni egiziane. Human Rights Watch ha anche esaminato numerose dichiarazioni ufficiali, post su social media, inchieste della stampa e decine di immagini satellitari per identificare demolizioni di abitazioni e strutture detentive segrete dell'esercito. L'esercito è riuscito, di fatto, a bandire il giornalismo indipendente nel Sinai settentrionale e ha imprigionato molti giornalisti attivi nell'area.
Human Rights Watch ha riscontrato che le ostilità nel Sinai settentrionale, con combattimenti sostenuti tra forze organizzate, si sono inasprite fino al livello di conflitto armato non-internazionale, e che le parti in causa hanno violato leggi internazionali di guerra così come leggi locali ed internazionali sui diritti umani.
La presa di mira dei civili e la violenza da essi subìta, così come la mancata distinzione, da entrambi i lati, tra civili e combattenti, ha annientato i diritti fondamentali dei civili e distrutto uno spazio significativo per la mobilitazione politica pacifica o per l'opposizione. Gli abusi hanno anche contribuito alla crescente militarizzazione del conflitto e allo sfollamento della popolazione.
"Perché tutto ciò? Dobbiamo portare armi e stare dalla parte dei militanti, o quella dell'esercito, o dobbiamo vivere come vittime? Siamo alla mercé di tutti," ha detto un abitante a Human Rights Watch, descrivendo come l'esercito lo avesse punito distruggendo la sua casa dopo che militanti dell'Isis (noto anche come Stato Islamico) lo avevano rapito e torturato.
Da gennaio 2014 fino a giugno 2018, 3076 presunti militanti e 1226 membri di esercito e polizia sono rimasti uccisi in combattimento secondo quanto riportato da comunicati governativi e dalla stampa. Le autorità egiziane non hanno pubblicato cifre delle perdite civili, né pubblicamente riconosciuto di aver compiuto violazioni. Human Rights Watch ha scoperto che le autorità egiziane hanno frequentemente annoverato vittime civili tra i presunti militanti uccisi, e che centinaia di civili sono stati uccisi o feriti.
Human Rights Watch ha concluso, sulla base di dichiarazioni dell'esercito e della stampa egiziana, che l'esercito e le forze di polizia hanno arrestato più di 12mila abitanti del Sinai settentrionale da luglio 2013 fino a dicembre 2018. L'esercito ha riconosciuto ufficialmente circa 7300 arresti, ma solo raramente ha rilasciato i nomi degli arresati o le accuse. Human Rights Watch ha scoperto che molte di queste persone sono state arrestate arbitrariamente e fatte sparire, e che altre sono state condannate a morte al di fuori di un processo giudiziale. Migliaia di persone hanno probabilmente lasciato il governatorato negli anni recenti, per fuggire dal conflitto oppure espulse con la forza dall'esercito.
Il Sinai settentrionale è un governatorato scarsamente popolato, con meno di 500mila abitanti, confinante con Israele e la striscia di Gaza. Gruppi armati sono presenti nel Sinai settentrionale da tempo, ma attacchi contro installazioni governative, forze dell'esercito e truppe israeliane sono cominciati ad aumentare dopo la rivolta del 2011 che portò alle dimissioni di Hosni Mubarak, presidente egiziano per decenni.
Le violenze si inasprirono drammaticamente dopo luglio 2013, quanto l'esercito egiziano obbligò il presidente Mohamed Morsy a dimettersi e lo arrestò. Un gruppo di militanti locali, Ansar Bayt al-Maqdis, promise fedeltà all'Isis a fine 2014, cambiano nome in Wilayat Sina ("Provincia del Sinai"). Come risposta, l'esercitò dispiegò oltre 40mila membri delle forze armate, comprese unità navali, d'aviazione e di fanteria. L'Egitto ha coordinato tali dispiegamenti con Israele e, stando a resoconti della stampa, avrebbe permesso a Israele di condurre raid aerei all'interno del Sinai mirati ai militanti.
In questo rapporto, Human Rights Watch ha documentato almeno 50 arresti arbitrari, tra cui 39 persone che probabilmente sono state fatte sparire con la forza dall'esercito o dalla polizia. Quattordici di loro sono ancora catalogate, oltre tre anni più tardi, come persone scomparse.
L'esercito ha tenuto detenuti in isolamento e in condizioni orrende, ben lontano da qualunque tipo di supervisione giudiziaria. L'esercito e la polizia hanno detenuto bambini di appena dodici anni insieme ad adulti, ma solitamente hanno detenuto le donne separatamente. Nel corso degli ultimi anni, ha riscontrato Human Rights Watch, l'esercito potrebbe aver detenuto in segreto fino a mille detenuti nella base militare di al-Galaa, uno dei tre principali centri di detenzione individuati dal rapporto.
Ex-prigionieri hanno testimoniato che le condizioni di detenzione, sia sotto l'autorità dell'esercito sia quella della polizia, includevano carenza di cibo, acqua, cure mediche, e i detenuti erano rinchiusi in piccole celle sovraffollate. Soldati e funzionari hanno torturato molti tra i detenuti, anche tramite pestaggi e scariche elettriche. Human Rights Watch ha documentato il decesso di tre persone avvenuto durante la loro detenzione.
L'esercito e la polizia hanno ucciso alcuni di coloro che erano stati segretamente detenuti nel deserto senza processo, dichiarando più tardi che erano rimasti uccisi in delle sparatorie. Human Rights Watch ha documentato 14 casi del genere e ne ha documentati altri quattro in precedenza.
L'esercito egiziano ha reclutato residenti del Sinai settentrionale per formare delle milizie che hanno svolto un ruolo notevole nelle violazioni, ha riscontrato Human Rights Watch. Queste milizie irregolari e non ufficiali hanno aiutato l'esercito - il quale era privo di esperienza significativa nel Sinai settentrionale precedentemente al conflitto - fornendo intelligence e svolgendo missioni per suo conto. I membri delle milizie usano i loro poteri de facto per arrestare arbitrariamente residenti, e regolare conti e dispute personali. Hanno anche partecipato a torture ed esecuzioni extragiudiziali.
Provincia del Sinai, il braccio locale dell'Isis, si è radicato in un piccolo angolo del Sinai settentrionale lungo il confine Gaza-israeliano e vi mantiene una presenza persino dopo anni di combattimenti prolungati. I suoi militanti hanno commesso crimini orribili, hanno detto alcuni intervistati, tra i quali il rapimento di numerosi abitanti e membri dell'esercito e della polizia, e l'uccisione di alcuni di loro al di fuori di un processo giudiziale.
Gli attacchi indiscriminati di Provincia del Sinai, per esempio con l'uso di ordigni esplosivi improvvisati in aree popolose, hanno ucciso centinaia di civili e condotto allo sfollamento forzato degli abitanti. Il gruppo ha anche deliberatamente attaccato dei civili. Membri di Provincia del Sinai furono probabilmente responsabili, nel novembre 2017, dell'attentato alla moschea al-Rawda nel Sinai settentrionale che uccise almeno 311 persone, compresi bambini, in quello che fu l'attentato più letale che si ricordi perpetrato da un gruppo armato non affiliato a uno stato nella storia moderna dell'Egitto. In alcune parti di Rafah e Sheikh Zuwayed, due villaggi nel Sinai settentrionali, il gruppo ha imposto i propri tribunali di Sharia (legge islamica) che hanno presieduto "processi" iniqui, ordinato posti di blocco, e attuato alcuni regolamenti islamici.
Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e la Commissione Africana sui Diritti dell'Uomo e dei Popoli dovrebbero aprire commissioni d'inchiesta indipendenti per fare chiarezza sugli abusi in Sinai, dato il fallimento delle autorità egiziane al riguardo.
I partner internazionali dell'Egitto dovrebbero bloccare immediatamente tutta l'assistenza militare e di sicurezza fino a che l'Egitto non ponga fine ai suoi abusi. I crimini di guerra, secondo il diritto internazionale, possono essere perseguiti senza alcun limite di tempo e molti stati, secondo il principio di giurisdizione universale, permettono sul proprio territorio l'arresto e il processo d'individui per crimini commessi ovunque nel mondo.
"Il braccio di Isis nel Sinai settentrionale merita la condanna che ha ricevuto a livello globale e dovrebbe rispondere appieno dei suoi abusi atroci, ma la campagna dell'esercito, macchiata da violazioni altrettanto gravi, tra cui crimini di guerra, andrebbe a sua volta apertamente criticata, non lodata" ha detto Page. "Gli alleati più stretti dell'Egitto dovrebbero fermare il loro sostegno ad una campagna militare violenta che ha lasciato una scia di migliaia di vittime civili".
di Mauro Armanino
Avvenire, 28 maggio 2019
Per visitare i detenuti di Marassi a Genova i cancelli telecomandati da varcare erano sette. A Kollo, prigione a una trentina di chilometri da Niamey, le porte da passare sono appena tre. Una recinzione metallica, abbellita da un'artistica porta di ferro appena pitturata, annuncia il primo controllo dell'identità del visitatore. Segue poi un cortile di sabbia che conduce all'ingresso della prigione.
Il secondo controllo è più accurato da quando, tra i detenuti, ci sono centinaia di sospetti militanti o simpatizzanti di Boko Haram da anni in attesa di giudizio. E più ancora da quando la prigione di massima sicurezza di Koutoukalé è stata attaccata da presunti salafiti che volevano liberare alcuni compagni lì detenuti. Si raggiungono e si passano, infine, le due ultime porte che permettono l'accesso al piccolo cortile interno di forma rettangolare. In alto, c'è il percorso di ronda delle guardie, si vedono un muretto e uno scampolo di filo spinato arrotolato, sul quale si posa il cielo.
Ma qui, e in tutto lo spazio del Sahel, le peggiori prigioni sono altre. Per esempio quella della violenza disarmata di cui l'ingiustizia costituisce la fonte di approvvigionamento principale. Proprio l'ingiustizia, trasformata in fenomeno naturale o culturale, è alla radice dell'esclusione sociale della maggior parte dei cittadini del Paese. Chi non ha (denaro, beni e, dunque, potere) non è nessuno, e la sparizione forzata di persone nel Sahel rende visibile quanto la società stava già producendo. La presa in ostaggio dell'educazione statale, svuotandone il senso di luogo di trasmissione creativa e critica del sapere in funzione del bene comune, data ormai da alcuni lustri. Il sistema sanitario esprime la stessa radicale selettività: solo chi ha soldi in quantità sufficiente può sperare di essere accolto, visitato e accudito. Ma è il rapimento del futuro alle nuove generazioni a costituire il peggiore reato di cui dovranno rendere conto gli amministratori della politica. Un crimine reso finora impunito.
Anche la violenza armata sta diventando - e non da oggi - la più visibile, assumendo il monopolio di tutta la violenza. E costituisce un'abusiva ma reale prigione per migliaia di persone. Prima di tutto per quanti continuano a perpetrare atti di morte e di terrore. Prigionieri incatenati a una logica basata sul tradimento del fattore umano che accomuna gli abitanti di questo strano pianeta chiamato Terra, casa comune per tante generazioni. E poi la prigione delle vittime, costrette a fuggire per salvarsi od occupate a seppellire i morti.
Centinaia di migliaia, milioni di esseri umani costretti ad abbandonare le case, i campi e la speranza di una vita differente. Una prigione mentale e ideologica che vede nelle armi, sempre più sofisticate, e nei soldati, sempre meglio equipaggiati e preparati, la chiave della vittoria finale. La prigione del pan-militarismo del Sahel è una trappola a forma di carcere nella quale siamo da tempo caduti.
La prigione della paura è quella che, tra tutte, appare come la più subdola e pericolosa. Si è andata formando col tempo e le traversie post e neo-coloniali.
Una sorta di contagio che ha infettato gli intellettuali, i militanti più agguerriti, i partiti di opposizione, i sindacati e buona parte della società civile. Si è andata affermando l'autocensura del pensiero, della parola e infine dell'azione. Pochi i mezzi di comunicazione passati indenni da questa triste malattia, che ha espunto la verità dal proprio bagaglio di viaggio. Le complicità autoctone si sono viste confermate da strategie esteriori che sotto la minaccia economica e finanziaria hanno debellato ogni velleità di autonomia politica. Financo la religione, manipolata a uso e abuso del potere, si è lasciata imbavagliare. Per codardia e interesse, ha venduto l'assoluto del messaggio della misericordia divina che umanizza per la stabile tranquillità di chi è al potere. Nel carcere di Kollo un detenuto oggi era contento perché, dopo 15 anni, ha per la prima volta ricevuto la visita di un cugino.
di Lorenzo Guadagnucci*
Il Manifesto, 27 maggio 2019
A Genova centinaia di persone furono picchiate come il cronista di Repubblica per strada senza motivo e spesso anche arrestate. Il pestaggio di giovedì ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con i limiti tipici delle democrazie più sane. Siamo ancora distanti dal voltare pagina.
di Rosanna Lampugnani
Corriere del Mezzogiorno, 27 maggio 2019
Il marchio creato da Luciana Delle Donne che ha lasciato l'alta finanza milanese per tornare al Sud e oggi lavora "dietro le sbarre", da Trani a Nisida. L'ultimo premio - per l'impegno civile - è arrivato qualche settimana fa, consegnato a Firenze nelle mani di Luciana Delle Donne. Il primo é del 2007, ma i più importanti sono due: quello di ambasciatrice delle imprenditrici pugliesi, assegnato a Bruxelles nel 2009 e quello di "ambassador" per Expo 2015.
di Andrea Magagnoli
Italia Oggi, 27 maggio 2019
La protezione internazionale può essere concessa nel solo caso in cui venga provato il pericolo di un danno grave al richiedente. La Corte di cassazione con sentenza n. 10108/2019 pone un principio di diritto per il quale sia possibile la concessione della protezione internazionale nel solo caso in cui venga provato il pericolo di un danno allo straniero qualora permanga nel paese di provenienza.
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