Ansa, 17 febbraio 2015
Ha bevuto di soppiatto al supermercato una bibita che costava 1,29 euro e ha provocato un caso giudiziario che oggi, a sei anni di distanza dal fatto, è stato risolto dalla Corte d'appello di Torino. Per il marocchino Youssef M., 38 anni, condannato in primo grado a Mondovì (Cuneo) nel 2009 a due mesi di carcere, è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere così come aveva chiesto la difesa sulla base di alcune considerazioni in punta di diritto.
Per poter bere, l'imputato aveva strappato la linguetta della lattina, e la linguetta, a differenza di quanto sancito dal tribunale, non è un "sigillo": quindi si tratta solo di un tentato furto e non si può celebrare il processo per mancanza di querela. Youssef era stato smascherato dalle telecamere di sorveglianza e segnalato alle forze dell'ordine. L'avvocato che ha firmato il ricorso in appello, Fabrizio Bruno di Clarafono, ha dichiarato: "Ma non bastava fargliela pagare?".
www.gonews.it, 17 febbraio 2015
Si era presentato al carcere di Lucca per sostenere il colloquio con il fratello detenuto, ma il suo comportamento ha insospettito il Personale di Polizia Penitenziaria di servizio. Tanto che, a seguito degli attenti controlli, è stata accertato il possesso di hashish. Protagonista un uomo tunisino.
Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, commenta: "Questi episodi, oltre a confermare il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del Personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Lucca, ci ricordano che il primo compito della Polizia Penitenziaria è e rimane quello di garantire la sicurezza dei luoghi di pena e impongono oggi più che mai una seria riflessione sul bilanciamento tra necessità di sicurezza e bisogno di trattamento dei detenuti.
E al Reparto di Polizia Penitenziaria del carcere di Lucca va dunque l'attestazione di stima più sincera da parte del primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri, che mi onoro di rappresentare. Tutti possono immaginare quali e quante conseguenze avrebbe potuto causare l'introduzione di droga in Istituto, considerato che la presenza dei tossicodipendenti detenuti è sempre significativamente alta. Questi episodi confermano una volta di più come le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente a Lucca il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato".
di Annalisa Celeghin
Il Mattino di Padova, 17 febbraio 2015
Il rugby non è solo il Sei Nazioni. Può essere anche un viaggio, lungo poco più di 210 giorni, nelle carceri italiane: è quello che ha fatto lo scrittore Antonio Falda, ben raccontato nel libro che ha per titolo "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" (Absolutely Free Editore, 14 euro, pubblicato con il patrocinio del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, della Federazione Italia Rugby e del Club Amatori Rugby).
"Il rugby non guarda come sei fatto. Ti prende con sé, comunque": così fa all'Istituto Penale Minorenni di Nisida (Napoli), nella Case circondariali di Terni, Torino, Monza, Frosinone e Firenze, nelle Case di reclusione di Porto Azzurro e Bollate (Milano). Perché lo sport libera, qualunque pena uno stia scontando, e allora per qualche ora le sbarre non esistono più e si può guardare all'insù, verso il cielo, dimenticando il resto.
In molti casi si tratta di un "rugby rivisitato e adeguato alle circostanze": la meta magari si realizza schiacciando la palla ovale contro una parete e non a terra, e i placcaggi sono off limits, si gioca al tocco, per evitare contatti troppo violenti non realizzabili su terreni particolari. Non importa: è pur sempre rugby, pur sempre sport, pur sempre un momento in cui si devono rispettare gli avversari e le regole di gioco.
Una scuola di vita, per molti magari migliore di quella avuta in passato e che non è bastata a tenerli lontani dalla delinquenza. "Vengo dall'Albania e qui in carcere stiamo tutti un po' divisi: albanesi, africani, nordafricani, napoletani, romani. Ciascuno chiuso nel suo gruppo di appartenenza. Giocare insieme ci consente, invece, di dialogare con gli altri. Prima, tra noi, non ci si poteva guardare appena appena storto che nascevano subito discussioni", racconta un detenuto della Casa circondariale di Terni. La domanda che tiene insieme le storie di questo volume è in fondo una sola: lo sport quanto può cambiare una persona incarcerata?
La risposta sta nelle parole dei detenuti, che nel rugby trovano una forma di redenzione personale; sta nell'impegno che di chi dona il proprio tempo per insegnare l'arte della palla ovale nelle prigioni. E il terzo tempo? Basta anche un solo urlo forte all'unisono di tutti i giocatori dopo una partita: libertà!
di Carlo Lania
Il Manifesto, 17 febbraio 2015
Anche ieri più di mille tratti in salvo. Vertice la Viminale. Di fronte all'aggravarsi della crisi libica e alle conseguenze che questa ha sui migranti in fuga dal Paese nordafricano, anziché ripristinae Mare nostrum l'Italia preferisce prendere tempo. Archiviata per ora ogni velleità interventista, ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha scritto all'Unione europea chiedendo maggiori finanziamenti e più mezzi aeronavali per controllare il Mediterraneo e in particolare per rafforzare Triton.
"È più che mai necessario che l'Ue risponda in maniera adeguata, incrementando solidarietà e condivisione di responsabilità a livello europeo", ha scritto il titolare della Farnesina in una lettera indirizzata all'alto rappresentante per la politica estera dell'Ue Federica Mogherini, al vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans e agli altri sei commissari europei che il prossimo 4 marzo si riuniranno per discutere di immigrazione. Riunione voluta dalla Mogherini all'indomani dell'ultima strage di Lampedusa, e che sulla carta dovrebbe decidere se e come cambiare Triton, la missione europea che ha sostituito Mare nostrum e rivelatasi un fallimento.
Il problema è che l'aggravarsi della crisi nel Paese nordafricano e l'avanzata dei fondamentalisti dell'Isis richiederebbero interventi più tempestivi. I migranti vengono accatastati in capannoni alla periferia di Tripoli dai trafficanti di uomini, che decidono quando farli partire verso l'Europa. Un flusso continuo che rischia di provocare nuove stragi, come dimostrano i barconi carichi di uomini, donne e bambini che continuano ad affollare il Canale di Sicilia anche quando le condizioni del tempo non lo permetterebbero.
Dopo i 2.225 salvati domenica scorsa dalle motovedette dalla Guardia costiera coordinate dal Centro nazionale di soccorso di Roma, ieri in diverse operazioni ne sono stati tratti in salvo altri 1.088 divisi tra Pozzallo, Trapani e Lampedusa. Altri 265 sono stati invece recuperati dalla nave Fiorillo della Guardia costiera e arriveranno in Italia stamattina.
Un susseguirsi di sbarchi che ha fatto scattare l'allarme al Viminale e convinto il ministro Alfano a convocare un vertice per discutere della nuova emergenza legata all'alto numero di arrivi e per un esame della situazione libica. La situazione, almeno per quanto riguarda la possibilità d accoglienza, al momento sembra essere sotto controllo. "Per ora il sistema regge", spiegano al Viminale.
"Il problema è vedere cosa accadrà nei prossimi giorni e se gli arrivi continueranno ad aumentare". Per questo dal ministero sono state allertate tutte le prefetture, specie quelle del Nord, perché con i comuni reperiscano altri posti letto. Si calcola che sull'altra sponda del Mediterraneo ci siano almeno 600 mila profughi che cercano di fuggire dalla guerra. Se anche una piccola parte questi dovesse essere imbarcati dai trafficanti, l'impatto, sia dal punto di vista logistico che per quanto riguarda l'opinione pubblica, potrebbe essere difficile da gestire.
Ma l'incognita non riguarda solo i profughi. Ad allarmare il Viminale c'è anche quanto accaduto domenica pomeriggio nel canale di Sicilia, quando un gommone con cinque uomini armati di kalashnikov hanno fronteggiato l'equipaggio di una motovedetta della Guardia costiera al termine di un'operazione di soccorso riprendendosi il gommone sul quale avevano viaggiato i migranti, Un fatto inedito, perché finora gli scafisti erano sempre scappati davanti alle nostre navi, reso ancora più grave dal fatto che i criminali hanno sparato contro l'equipaggio, che non ha risposto al fuoco. "I nostri mezzi, a seconda della missione, hanno a bordo delle armi. Ma cosa sarebbe accaduto se avessimo usato quelle in dotazione?
Quanti rischi avremmo corso?", ha spiegato ieri l'ammiraglio Felice Angrisano, comandante delle capitanerie di porto. "Avevamo l'esigenza che non solo il nostro equipaggio, ma le 200 persone appena soccorse non corressero alcun rischio. Ecco perché le armi sono rimaste all'interno della motovedetta". In ogni caso, ha concluso l'ammiraglio, il nostro compito è di continuare a tentare di salvare vite in mare e questo continueremo a fare".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 febbraio 2015
il soccorritore prepara il defibrillatore ma il ragazzo è già in rigor mortis, "perché dire che respirava ancora?". Era morto a causa di un malore all'interno del Centro di Identificazione ed espulsione di Bari, ma è giallo sul decesso.
Tante sono le domande e finora nessuna risposta. Domande poste anche da un operatore del Cie di Bari, il quale ha deciso di riferire i suoi dubbi sul decesso del 25enne egiziano, stroncato il 7 febbraio - secondo le fonti ufficiali - da un arresto cardiorespiratorio irreversibile, al giornale on line "quotidiano italiano" di Bari. I fatti sono questi.
Dopo la segnalazione dall'interno del Cie, al quartiere San Paolo, la centrale operativa del 118 manda per primi sul posto un'ambulanza Victor (con i soli autista e soccorritore a bordo). È un codice rosso. Giunti nella struttura, qualcuno del personale in servizio al Cie avrebbe affermato che l'ospite respirava ancora fino a un minuto prima dell'arrivo dei soccorritori. L'operatore del 118 prepara il defibrillatore e inizia il massaggio cardiaco constatando, però, che l'egiziano è ormai in rigor mortis. È rigido e presenta già alcuni lividi sulla pelle. In altre parole significa che sarebbe morto almeno da un'ora. "Perché dire che respirava ancora fino a poco prima?", si domanda l'operatore che ha scelto l'anonimato.
Un paio di minuti dopo, da un'altra postazione sopraggiunge l'ambulanza con a bordo il medico, che dà subito l'ordine di interrompere il massaggio cardiaco. A quel punto si procede col tracciato per venti minuti prima di constatare il decesso. In molti sono convinti dell'arrivo del medico legale per accertare le reali cause del decesso. Ma non arriverà.
"E se non si fosse trattato di un arresto cardiaco? Se la morte fosse stata procurata? Se fosse stato un abuso di medicinali o altre sostanze?", domande poste sempre dall'operatore. Il paziente sarebbe stato trovato in infermeria con il nasello dell'ossigeno inserito. Una procedura giudicata da molti inutile in quelle circostanze. Se realmente il paziente era in rigor mortis quando sono arrivati i soccorsi, perché si è aspettato tutto quel tempo prima di allertare il 118? Non poteva essere rianimato prima che ci provasse il personale del 118? La struttura è dotata di un defibrillatore? Le domande ancora senza risposta sono troppe.
Una vicenda che presenta oggettivamente dei lati oscuri. Quindi è necessario fare chiarezza per rispetto di quel ragazzo di 25 anni che, forse, si sarebbe potuto salvare. Speriamo che la procura apra delle indagini: forse un aiuto potrebbe arrivare proprio dal defibrillatore che registra anche le conversazioni quando è acceso.
Il Cie di Bari d'altronde è conosciuto per il suo degrado. A novembre scorso una delegazione di "LasciateCIEntrare" si era recata nel centro barese in compagnia dei deputati Erasmo Palazzotto (Sel) e Annalisa Pannarale (Sel) e dell'avvocato Luigi Paccione, della Class action procedimentale di Bari che si è battuta per la chiusura del Cie, e hanno riscontrato la situazione disumana dei 71 migranti che occupano tre moduli su sette.
Tutti assieme avevano riscontrato la violazione dell'ordinanza del giudice del 9 aprile del 2014 che ordinava "al ministero dell'Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari".
I lavori, in particolare, secondo quanto disposto dovevano essere eseguiti soprattutto nei dormitori. I migranti avevano raccontato alla delegazione di non poter scegliere gli avvocati per essere difesi, del cibo scadente, del divieto a usare smart phone "per impedirci - hanno denunciato - di inviare all'esterno le immagini del luogo in cui viviamo". Hanno detto di vivere "come cani" e di sostare nel Cie ben oltre i giorni di permanenza prescritti per legge, propedeutici per l'avvio del rimpatrio.
Le sbarre - aveva denunciato la delegazione - sono dappertutto. Nei corridoi i vetri delle finestre sono rotti. Piove dal tetto nelle sale benessere e in camera da letto. I bagni riuniscono docce e vasi alla turca in un unico box senza privacy alcuna. I lavandini vengono usati anche come lavatoi per gli indumenti che lì rimangono a sgocciolare per un bel po'.
"Ciò che era stato prescritto dal giudice non è stato portato a compimento", aveva commentato Paccione della class action e procedimentale. "Per noi il sistema Cie non è riformabile, ma da chiudere - aveva aggiunto Gabriella Guido di LasciateCIEntrare - i Cie sono militarizzati in maniera talmente eccessiva che presuppongono una criminalizzazione sociale inammissibile. È stata una visita blindata che non ha ragione d'essere, perché abbiamo incontrato migranti che in molti casi vorrebbero tornare nei paesi d'origine e aspettano un vettore".
di Raffaella Cosentino
La Repubblica, 17 febbraio 2015
Sono centri semivuoti ma costano milioni di euro. A Roma 73 migranti su 364 posti. A Torino sono 20 i reclusi. Gabriella Guido (LasciateCIEntrare): "ormai ci sono più agenti e operatori che migranti". Restano l'autolesionismo e le condizioni sanitarie drammatiche.
Ibrahim si è tagliato le vene all'altezza dell'incavo interno del gomito del braccio destro. Mostra la ferita sanguinante con grossi punti che la ricuciono. Ricorda le bocche cucite, la protesta che circa un anno fa portò alla ribalta nazionale le drammatiche condizioni del Centro di identificazione ed espulsione più grande d'Italia, quello di Ponte Galeria, a Roma. Un ammasso di ferro e cemento che si trova accanto alla Nuova Fiera di Roma, vicino all'aeroporto di Fiumicino. Ibrahim ha solo 19 anni e viene dal carcere, dove ha interamente scontato la sua pena, come tutti gli ex detenuti passati allo status di "trattenuti", cioè "ospiti" non più reclusi, formalmente. Devono essere identificati e rimpatriati.
Nella metà dei casi questo non avviene.
Giovani vite bruciate. Rachid ha vent'anni, è marocchino. Anche lui si è tagliato le vene nello stesso punto. Poi ha ingoiato due pezzi di lametta. Lo dice con noncuranza. Mostra lo stomaco: "ce li ho ancora qui", dice. Arrivato in Italia all'età di tredici, scappò da una comunità di accoglienza per minori di Agrigento. Aveva creduto ai suoi connazionali che, per telefono, gli raccontavano di una vita ricca e bella nel Nord Italia e lo spinsero a fuggire. Ma arrivato a Modena, è finito come migliaia e migliaia di altri minori soli, nella tratta di minori a fini di spaccio di droga. Ha fatto il carcere. Ora è nel Cie. A soli vent'anni il futuro appare bruciato, più di quella frontiera che bruciò da piccolo (da harraga come si dice in arabo).
Autolesionismo, scabbia e disagi psichici. Mohammed invece ha mangiato un pezzo di ferro grande quanto l'indice e il pollice insieme. Ce l'ha dentro da una settimana. "Mi hanno detto che devo andare in bagno e buttarlo fuori, ma niente". Arrivato meno di due anni fa, non ha avuto guai con la giustizia. Lavorava in nero per un egiziano che ha un autolavaggio sulla Magliana. L'hanno preso e buttato in gabbia.
Il suo sfruttatore è libero e impunito. Un altro ragazzo mostra una cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale Vannini del 3 febbraio, in cui c'è scritto che il 118 l'ha soccorso per trauma cranico mentre era in stato di fermo all'ufficio immigrazione. Un altro ancora mostra una diagnosi di psicosi che lo affligge. Un giovane che sostiene di avere 17 anni parla solo francese. È rinchiuso con altri sette uomini in una cella. Sono in isolamento per sospetta scabbia, perché condividevano la gabbia con altri due trattenuti che l'hanno effettivamente avuta. Materassi per terra.
Lenzuola di carta lacere. Riscaldamenti rotti. Bagni allagati. Mura ammuffite. Gabbie ancora annerite dalla rivolta del febbraio 2013. Scene di vita quotidiana nei Cie. Una vita da 29 euro al giorno a persona, pagati dallo Stato alla cooperativa che lo gestisce. A un anno dalle bocche cucite, dalle lettere al Papa e al presidente della Repubblica, niente sembra essere cambiato a Ponte Galeria. Anche se il trattenimento massimo è diminuito da un anno e mezzo a tre mesi.
Appello al sindaco Marino per chiuderlo. "Chiediamo a Ignazio Marino, come sindaco e come medico, di visitare al più presto questa struttura e di mobilitarsi per chiederne la chiusura immediata, anche nella veste di autorità sanitaria locale - hanno dichiarato i Radicali di Roma dopo una visita.
Oltre ai tentativi di suicidio e agli atti di autolesionismo, che sono ormai all'ordine del giorno, a Ponte Galeria persistono infatti casi di scabbia e di altre patologie dovute alla promiscuità e alle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere gli ospiti del centro". La delegazione era composta, tra gli altri, dal consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi e dal segretario di Roma, Alessandro Capriccioli. La visita è stata organizzata dalla campagna LasciateCIEntrare, che chiede la chiusura dei Cie perché "inutili" e l'applicazione di misure alternative alla detenzione amministrativa.
Appalti milionari. L'appalto triennale fino al 2017 costerà oltre 8 milioni di euro solo per la gestione data agli ex gestori del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, la cordata Gepsa - Acuarinto, formata da un'associazione culturale di Agrigento e dalla francese Gepsa (Gestion etablissements penitenciers services auxiliares), che fa capo a Cofely Italia, società del gruppo Gdf-Suez, multinazionale dell'energia. Attualmente i migranti rinchiusi sono 73, di cui 18 donne su una capienza di 364. Gli stessi soggetti gestiscono da gennaio anche il Cie di Torino, dove l'appalto è per 37 euro a persona trattenuta al giorno. Hanno vinto al ribasso su base d'asta di 40 euro ed erano gli unici concorrenti.
"A Torino abbiamo trovato 20 migranti - dice Gabriella Guido, portavoce di LasciateCIEntrare che li ha visitati entrambi - lì il contratto prevede che per il primo mese venga pagata la quota per le presenze effettive di trattenuti, ma dal trentunesimo giorno di gestione si passa al corrispettivo della metà della capienza del centro anche se i trattenuti effettivi sono di meno". La capienza ufficiale a Torino è di 180 posti. "Visti questi numeri esigui, ci chiediamo a che servono strutture che hanno più personale dell'ente gestore e forze dell'ordine che trattenuti - continua Guido - il Cie ormai ha solo la funzione di dipingere il migrante come una persona pericolosa per la società davanti all'opinione pubblica".
A Bari un morto. Oltre al tempo di trattenimento, è stato ridotto anche il numero dei Cie attivi, passati da 13 a 5, con Milano, Bologna e Gradisca che vengono usati al momento per l'accoglienza dei profughi in arrivo e non più per la detenzione e i rimpatri. Sono state chiuse anche le sezioni femminili, ultima quella di Torino, per cui l'unica sezione per le donne resta quella di Roma. Ciò nonostante, nei Cie si continua a morire giovani. L'ultimo in ordine di tempo è Reda Mohammed, 26 anni, che nel Cie di Bari è deceduto per "arresto cardiorespiratorio irreversibile" lo scorso 7 febbraio.
www.italiannetwork.it, 17 febbraio 2015
Positiva l'approvazione dell'accordo tra Italia e Brasile in materia di trasferimento di detenuti; presto la decisione sull'estradizione in Brasile di Henrique Pizzolato: è stato uno degli argomenti al centro dell'incontro che i due deputati eletti nella ripartizione America Meridionale e residenti in Brasile, Fabio Porta (Partito Democratico) e Renata Bueno (Gruppo Misto), hanno avuto con il Ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Nel corso dell'incontro si è parlato della intensa collaborazione tra Italia e Brasile in materia giudiziaria e della recente approvazione da parte del Parlamento italiano dell'accordo bilaterale sul trasferimento di detenuti tra i due Paesi.
Con riferimento alla domanda di estradizione avanzata dalle autorità brasiliane e confermata pochi giorni fa dalla Corte italiana di Cassazione, il Ministro ha detto di attendere la formalizzazione della richiesta, che esaminerà con attenzione e con la consueta disponibilità manifestata dalle autorità italiane in relazioni a simili sollecitazioni avanzate da un Paese amico come il Brasile.
"Abbiamo convenuto - ha dichiarato l'On. Fabio Porta - sull'opportunità di attenersi sempre al rispetto delle decisioni della magistratura ed al rispetto delle relative richieste avanzate nei due Paesi; questa è storicamente la posizione dell'Italia - ha aggiunto Porta - anche se non sempre nel passato c'è stata piena reciprocità nell'applicazione di tale principio".
Ansa, 17 febbraio 2015
La situazione dei diritti umani e civili in Cina è la peggiore da 25 anni: è questa la conclusione di un rapporto sui diritti umani in Cina nel 2014, realizzato dalla Ong cinese Civil Rights and Livelihood Watch. Come già descritto a gennaio in un analogo rapporto dell'americana Human Right Watch, il nuovo dossier spiega che il governo centrale ha aumentato il controllo sul paese con la scusa del "mantenimento della stabilità". Oltre 2.200 casi di arresti sia domiciliari che in carcere, detenzioni da parte della polizia, "vacanze" forzate ed altri mezzi coercitivi sono stati registrati dall'organizzazione, il numero più alto dal 1989. Con la scusa del mantenimento della stabilità, sono stati rinforzati anche i controlli rispetto alle opinioni sull'operato del governo.
A marzo scorso, il premier cinese Li Keqiang ha annunciato un aumento del budget della sicurezza interna, portandolo a 33 miliardi di dollari. Tra gli obiettivi delle autorità, scrittori, avvocati, giornalisti, accademici, attivisti, dissidenti politici.
Aumentato anche il controllo sui media e su internet (da dove sono stati rimossi migliaia di siti e di commenti), con maggiore limitazione della libertà di espressione. Sono aumentati anche i controlli in occasione delle ricorrenze, come quella di Tiananmen, prolungando il periodo di controllo per alcuni mesi. Migliorano invece, secondo il rapporto, le condizioni per coloro che manifestano per strada, con un sensibile abbassamento del numero di arresti.
Il Mattino di Padova, 16 febbraio 2015
Quando Papa Francesco di recente ha parlato di informazione, lo ha fatto denunciando con chiarezza la tendenza generalizzata a costruire dei nemici: "Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c'è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in se stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l'espansione delle idee razziste".
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 16 febbraio 2015
"Oggi mi sono sentito tutto il giorno inerte e confuso. Il mio cuore non ha potuto fare nulla per tirarmi su il morale. Ed anch'io non ho potuto fare nulla per consolare lui. Credo che in carcere i detenuti e gli ergastolani vivono in due mondi paralleli perché i detenuti hanno una meta, un orizzonte e un calendario in cella. L'ergastolano invece ha solo una tomba e una croce". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
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