di Anna Grazia Concilio
www.romatoday.it, 19 febbraio 2015
Anche i detenuti di Rebibbia potranno esercitare il loro diritto di cittadinanza. Sciascia: "Questo protocollo d'intesa è fondamentale". È stata approvata la delibera per il Protocollo d'Intesa tra il Municipio IV e il garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Grande la soddisfazione in Municipio del Presidente Sciascia e l'assessore Muto. Il Presidente Emiliano Sciascia dichiara: "Questo protocollo d'intesa è fondamentale perché permette alle persone domiciliate, residenti o dimoranti nel Comune di Roma, prive della libertà personale o comunque limitate nell'autonomia, di esercitare i propri diritti di partecipazione alla vita civile e di fruire dei servizi messi a disposizione sul territorio, in questo caso di quelli anagrafici".
Maria Muto, assessore alle politiche sociali, servizi alla persona, Attività di promozione della Famiglia e dell'Infanzia e alle Politiche di promozione della salute del Municipio, aggiunge: "Regolarizzare la propria situazione anagrafica e vedersi rilasciare i documenti è un diritto-dovere per tutti. Con questo protocollo d'intesa si intende garantire anche ai detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia di poter esercitare il loro diritto di cittadinanza e di poter gestire la loro situazione genitoriale in tutte le azioni di rilevanza giuridiche e sociali necessarie alla partecipazione alla vita civile"
di Paolo Mesolella
www.caserta24ore.it, 19 febbraio 2015
Pubblicato e reso disponibile dal sito del "Tribunale Dreyfus" un dossier di una decina di pagine redatto da Domenico Letizia, attivista dell'associazione "Nessuno Tocchi Caino" e già segretario dei Radicali Caserta, sullo stato delle problematiche della struttura penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere.
Il dossier analizza le problematiche della casa circondariale sammaritana dall'estate del 2012 fino alla fine del 2014. Sfogliando le varie pagine si evidenziano le emergenze: la mancanza periodica di acqua per i detenuti, l'alto tasso di sovraffollamento, problematiche legate ai prezzi con le ditte esterne che appaltano beni di prima necessità ai detenuti, le difficoltà della polizia penitenziaria e del personale penitenziario, la mancanza di adeguate cure mediche per i detenuti. Tra le pagine vengono analizzate anche le varie iniziative intraprese, nel corso di questi anni, per tentar di non far calare l'attenzione sulla struttura penitenziaria e le proposte avanzate. Il Tribunale Dreyfus, presieduto da Arturo Diaconale direttore de "L'Opinione", agisce come "tribunale ombra" per svolgere contro-processi sui casi più eclatanti e significativi emettendo giudizi morali e politici che fanno discutere, raccoglie e mobilita le vittime della malagiustizia in nome dei principi dello stato di diritto e della democrazia liberale.
Adnkronos, 19 febbraio 2015
Ha dato un morso ad uno degli agenti della polizia penitenziaria che lo stava portando via dall'aula in cui aveva precedentemente dato in escandescenza. Il fatto è accaduto stamattina nell'aula C del tribunale penale di Perugia durante un'udienza del giudice Daniele Cenci.
Il detenuto nigeriano, a processo per maltrattamenti in famiglia, si è messo ad urlare in aula e si è reso necessario allontanarlo. Ma mentre la scorta della penitenziaria lo stava riaccompagnando al cellulare che lo avrebbe riportato nel carcere di Viterbo, lui ha morso un agente al braccio. E, nonostante il giubbotto della divisa è riuscito a causargli un grosso ematoma e addirittura a fargli uscire del sangue. Sembra anche che il nigeriano nell'aggressione si sia rotto un dente. L'agente si è poi recato in ospedale per farsi controllare, mentre il detenuto è stato portato via.
Il Mattino, 19 febbraio 2015
Si presenta domani nel carcere minorile di Nisida il progetto della Società sportiva dilettantistica Europa e della Fondazione Milan.
Venti ragazzi, tra cui quattro ospiti del carcere minorile, seguiranno un percorso formativo per diventare allenatori di calcio e potranno lasciare la struttura per seguire i corsi. Allenare il proprio futuro costruendo la libertà attraverso la formazione, sognando di diventare allenatore di calcio professionista. Il progetto "Sport e Inclusione Sociale" si rivolge a minori dai 14 ai 21 anni, italiani e stranieri, che necessitano di un accompagnamento educativo ed un sostegno nella ri-definizione e nella realizzazione del proprio percorso di crescita. Per il primo anno di sperimentazione si stima di coinvolgere 15/20 minori per ciascuna scuola calcio. Domani alle ore 11 la conferenza di presentazione nella sala studi del carcere minorile di Nisida.
di Emanuela Giampaoli
La Repubblica, 19 febbraio 2015
"In carcere ho passato 35 anni della mia vita, ma questa è la prima volta che ci entro da uomo libero. Ed è una strana sensazione". Aniello Arena è oggi un attore famoso, voluto da Matteo Garrone nel suo "Reality" premiato a Cannes. Ma era un "fine pena mai". Un ergastolano. Entrato giovanissimo nelle fila della camorra, l'ha salvato l'incontro con la Compagnia della Fortezza, acclamata in tutt'Europa, e con Armando Punzo, il regista che la fondò 27 anni fa, dentro al carcere di Volterra. Sabato e domenica saranno all'Arena del Sole con lo spettacolo "Santo Genet". Ma oggi alle 18, in teatro, incontreranno chi vuole conoscere la storia della più celebre compagnia teatrale italiana nata dietro le sbarre.
Ieri, quell'esperienza unica, Punzo e Arena l'hanno portata nel cuore della Dozza. "Volevo far teatro, ma non volevo lavorare con attori professionisti. Ero a Volterra, in un teatrino proprio sotto il carcere, in pieno centro, e pensai che avrei trovato lì le persone col tempo per dedicarsi al mio progetto. Non volevo portar sollievo, volevo fare teatro.
Le mie ragioni sono sempre state quelle del teatro". Punzo lo racconta a una platea di un centinaio di detenuti, uomini e donne che qui scontano una pena. Molti di loro seguono il laboratorio di Paolo Billi, che da otto anni, all'esperienza del carcere minorile, affianca il lavoro dentro la Dozza. Altri fanno parte del coro Papageno, voluto da Claudio Abbado. Labili frammenti di normalità dietro le sbarre.
Punzo spiega come lavora, Aniello ripercorre i suoi esordi, la scoperta di Shakespeare, Brecht, Pasolini. Lui che aveva la quinta elementare. Sul muro scorrono immagini degli spettacoli della Compagnia della Fortezza. Allestimenti sontuosi, ricchissimi di scene e costumi. Incredibile pensare che nascano in quelle condizioni, in una cella di tre metri per nove.
"Ma come ci siete riusciti?", chiede una detenuta. "È stato difficilissimo risponde il regista, che in quella celletta passa ancora tutti i giorni dell'anno, sabati e domeniche incluse. All'inizio, tutti contro. Gli agenti per primi. Poi vedevano che il nostro lavoro portava ad abbassare il livello di conflittualità e che il carcere di Volterra s'andava trasformando in uno dei più vivibili".
Gli ospiti della Dozza ascoltano, sognano e sperano, protestano per quel che manca. "Vi siete dimenticati delle donne irrompe una carcerata di mezz'età , qui siamo 66 e più volte abbiamo chiesto di fare teatro, anche da sole". Risponde la direttrice Claudia Clementi: "Non è semplice, avete le Pigotte, la sartoria".
Ma è il teatro ciò che vogliono, e il perché lo spiega una di loro, neanche trent'anni: "Vedere Aniello Arena è la prova che un'altra strada è possibile. Un ex detenuto che fa altro nella vita è la dimostrazione che la rotta delle nostre esistenze si può invertire. Noi ci stiamo provando". Proprio Aniello conclude, recitando l'Amleto. Applaudono tutti, guardie comprese. Finché tocca loro ricordare che il tempo è scaduto. E si torna in cella.
www.euronews.com, 19 febbraio 2015
La Corte europea per i diritti dell'uomo ha confermato la condanna contro la Polonia per aver ospitato sul proprio territorio un carcere della Cia. La condanna, decisa lo scorso 24 giugno, è arrivata nel corso del processo riguardante i maltrattamenti subiti nel 2002-2003 da un cittadino palestinese e uno saudita, detenuti in condizioni inumane in Polonia da agenti statunitensi prima di essere spediti nella prigione di Guantánamo.
La Corte dell'Aja ha rigettato le contestazioni delle autorità polacca confermando la sentenza di giugno. Varsavia dovrà ora avviare un'inchiesta interna e rimuovere gli ufficiali in carica in quegli anni, che hanno coperto e facilitato le azioni degli statunitensi. La Polonia è anche chiamata a pagare ai due uomini, tuttora detenuti a Guantánamo 230mila euro. Oltre alla Polonia, secondo un rapporto pubblicato dal think tank Open Society sarebbero una cinquantina i Paesi ad aver collaborato con la Cia dopo l'11 settembre.
Ansa, 19 febbraio 2015
Oltre 1.500 migranti subsahariani sono in stato di fermo dallo scorso 11 febbraio in 18 Centri di detenzione temporanea in Marocco, dopo essere stati espulsi dagli accampamenti sul monte Gurugú, vicino alla frontiera di Melilla, secondo la denuncia della Ong marocchina Gadem, citata oggi dai media spagnoli. L'associazione per la difesa dei migranti ha denunciato i fermi come arbitrari, perché i subsahariani sono stati sgomberati dal monte, dove erano accampati in attesa del momento opportuno per scavalcare la frontiera con l'enclave spagnola in Marocco, e trasferiti "contro la loro volontà" su autobus in varie città marocchine, in attesa di essere rimpatriati nei paesi d'origine.
Le forze di sicurezza marocchine hanno realizzato la scorsa settimana retate a tappeto, per smantellare gli accampamenti dei migranti africani, bruciando le tende da campeggio e gli averi dei subsahariani, secondo le testimonianze raccolte dalla Ong Gadem fra i detenuti nei centri di 18 città marocchine. Fra i fermati, denuncia l'associazione, ci sono numerosi minori e migranti che hanno chiesto asilo politico. Vari gruppi sono confinati anche a Kariat Arkam, nel nord del paese, e a Taroudant e Guelmin, al sud del Marocco, mentre un gruppo di almeno un centinaio di subsahariani è detenuto ad Agadir e altrettanti a Essaouira.
di Davide Illarietti
www.tio.ch, 19 febbraio 2015
Ore 21.30: una ventina di agenti, tra guardie carcerarie e uomini dell'unità cinofila della Polizia cantonale, mettono a setaccio il carcere La Stampa. Cercano droga, oggetti contundenti, farmaci nascosti dai detenuti negli spazi comuni. Bottino del blitz scattato pochi giorni fa: niente. Zero. Nisba. "È un buon segno, significa che le nuove misure sono servite" spiega il direttore Stefano Laffranchini.
Quali misure, in particolare?
"Abbiamo introdotto controlli delle urine regolari, a cadenza settimanale, secondo uno schema random in modo che i detenuti non possano prepararsi, inoltre abbiamo intensificato la collaborazione con l'unità cinofila della Polizia cantonale per controllare tutti i pacchi in entrata e gran parte dei visitatori".
E il risultato?
"Dai molteplici test delle urine effettuati sui detenuti da novembre a oggi, nessuno è risultato positivo. Questo non è un buon motivo per non effettuare ulteriori controlli, come il blitz di cui sopra, anche perché oltre alle droghe ci sono anche altre sostanze...".
Ad esempio?
"Potrebbe avviarsi un commercio di medicamenti psico-attivi all'interno del carcere, ansiolitici e pastiglie varie. Per impedirne l'accumulo e lo scambio tra detenuti abbiamo introdotto restrizioni e controlli sul consumo di tutti i medicamenti".
L'alcol è un altro problema riscontrato in passato...
"Sì, i detenuti fanno fermentare la frutta con ricette speciali a base di zucchero e lievito, sono scaltri. Abbiamo introdotto controlli regolari con l'etilometro e inasprito le sanzioni pecuniarie e disciplinari".
Gli etilometri cosa hanno rilevato?
"All'inizio qualche positività è stata rilevata. Da un mese e mezzo a oggi, neanche un caso".
Sembra insomma che qualcosa sia cambiato, rispetto alla precedente amministrazione.
"Su questo non posso esprimermi. Certo il carcere è grande e qualcosa può sempre sfuggire anche ora, ma per quanto riguarda l'abuso di sostanze mi aspetto che gli ulteriori controlli nelle celle, che eseguiremo prossimamente, confermino questa tendenza positiva".
I trucchi per aggirare i controlli. Che "qualcosa può sempre sfuggire", del resto, lo conferma anche la testimonianza di un ex detenuto ticinese, ospite per 5 anni della Stampa. "I metodi per aggirare i controlli delle urine sono diversi" racconta. "Il più efficace e praticato dai detenuti, è quello di nascondere nell'interno coscia un preservativo contenente l'urina di un altro detenuto "pulito" e sostituirlo al momento del prelievo senza farsi vedere. Io stesso non ci credevo finché non l'ho visto fare con i miei occhi, alla Stampa. Un altro metodo, più semplice, è quello di bere molto latte" aggiunge. Dicerie? Fandonie? Una cosa è sicura, conclude l'ex detenuto: "All'interno del carcere il consumo di stupefacenti era diffuso, senza parlare dell'abuso abnorme di psicofarmaci, almeno fino a quando sono uscito. Se adesso le cose sono cambiate radicalmente, ben venga".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 19 febbraio 2015
Una ragazzina di 14 anni, dopo 45 giorni di prigionia nel carcere israeliano, ha potuto finalmente riabbracciare i suoi familiari. Parliamo di Malak al-Khatib, una ragazzina palestinese di appena 14 anni arrestata lo scorso 31 dicembre dagli israeliani per aver lanciato una pietra.
In un'intervista rilasciata a Asharq al-Awsat, la giovane palestinese ha dichiarato: "Sono felice dopo 45 giorni di prigionia di esser tornata qui e di aver potuto rivedere i miei amici e la mia famiglia".
Malak ha anche raccontato le dinamiche del suo arresto, avvenuto il 31 dicembre scorso: un gruppo di soldati l'ha circondata e buttata a terra e dopo averla caricata con la forza su un veicolo militare, l'hanno trasportata in una centrale della polizia dove la ragazza e i suoi amici sono stati sottoposti a duri interrogatori. "Ho conosciuto la sofferenza, il dolore, ho sperimentato il freddo e l'umiliazione, ma non ho mai avuto paura per questo", ha dichiarato Malak. "Ciò che mi addolorava era il pensiero della mia famiglia e dei miei amici, avevo paura di non rivederli mai più", ha sottolineato la 14enne.
La palestinese ha riacceso ancora una volta i riflettori sul problema dello stato di diritto che grava su Israele: la detenzione dei minorenni palestinesi. Sono 151 quelli detenuti al momento nelle carceri di Israele secondo un rapporto dell'organizzazione Military Court Watch. Di solito finiscono dietro le sbarre per avere lanciato qualche pietra contro i blindati o i militari israeliani: un reato da Corte marziale e Israele è uno dei pochi Paesi al mondo dove i minorenni (persino dodicenni) sono processati nei tribunali militari.
È andata così anche per Malak, condannata a due mesi di reclusione e 1.500 dollari di multa. Ha confessato di avere raccolto da terra un sasso e di averlo lanciato contro alcune automobili mentre rientrava a casa da scuola a Beitin, in Cisgiordania. Inoltre, secondo la testimonianza di cinque militari, aveva con sé un coltello che voleva usare per pugnalare gli uomini della sicurezza israeliana in caso di arresto. Una confessione che il padre della ragazza è sicuro le sia stata estorta con intimidazioni e minacce, e non sarebbe una novità.
"Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un'arma nucleare", ha detto all'agenzia palestinese Moon. È stato già denunciato altre volte l'impiego di minacce per estorcere confessioni a ragazzini privati dell'assistenza legale e persino della presenza dei genitori.
La condanna arriva perfino dall' Unicef che critica gli israeliani per il trattamento che riservano ai minorenni palestinesi: ha parlato e portato prove di interrogatori che sono "un misto di intimidazioni, minacce e violenza psicologica, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare". Vengono spaventati a morte, con minacce che riguardano i famigliari, o sono messi in isolamento.
Secondo Defense for Children International, nel 20 per cento dei casi, i bambini e adolescenti sono stati tenuti in isolamento in media per dieci giorni. E questo trattamento è riservato a ragazzi che sono poco più che bambini, spesso arrestati nel cuore della notte, anche se Tel Aviv dall'anno scorso ha un programma sperimentale che esclude gli arresti nottetempo. I mandati, però, secondo l'organizzazione Military Court Watch, vengono consegnati sempre dopo la mezzanotte.
Malak ha fatto notizia scatenando indignazione e proteste in Cisgiordania soprattutto perché è una ragazza. Il suo volto ha campeggiato nelle piazze delle città palestinesi e la leadership palestinese si è rivolta alle Nazioni Unite per denunciare gli arresti indiscriminati di minorenni nei Territori occupati.
Nel 47 per cento dei casi, vengono trasferiti in prigioni in Israele, dove è più complicate per i legali e i famigliari incontrarli. Una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Inoltre, il sistema che prevede l'arresto e la detenzione di adolescenti e bambini, viola diverse norme internazionali sui diritti dell'infanzia.
Statisticamente, ogni anno, le autorità israeliane arrestano un migliaio di minorenni e tra i 500 e i 700 sono processati in tribunali militari. In Israele, la totalità dei detenuti palestinesi minorenni e la maggior pare degli adulti incarcerati, sono arrestati tramite la famigerata detenzione amministrativa. È una misura - utilizzata anche dalla Cina, Egitto e Sri Lanka - che consente ai militari israeliani di tenere reclusi prigionieri basandosi su prove segrete, senza incriminarli o processarli e i palestinesi sono soggetti a detenzione amministrativa fin dal mandato britannico.
Israele usa regolarmente la detenzione amministrativa in violazione della legge internazionale e dichiara di essere in un permanente stato di emergenza tale da giustificare l'uso quotidiano di questa pratica. La detenzione amministrativa israeliana viola molti standard internazionali; ad esempio, detenuti provenienti dalla Cisgiordania vengono deportati in Israele, violando direttamente la proibizione della Quarta Convenzione di Ginevra (Artt. 49 e 76) e ai prigionieri vengono spesso negate le visite dei familiari previste dagli standard internazionali e non vengono tenuti separati dagli altri detenuti, come prevedono le leggi internazionali.
Nella Cisgiordania palestinese occupata, l'esercito israeliano è autorizzato a emanare ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell'art. 285 del codice militare 1651. Questo articolo permette ai comandanti militari di detenere una persona fino a sei mesi, rinnovabili se vi sono ragioni sufficienti per presumere che la sicurezza della zona lo richiedano.
Alla data di scadenza o appena prima, l'ordine viene spesso rinnovato, e non vi è alcun riferimento esplicito alla durata massima possibile, legalizzando così una detenzione senza scadenza. Gli ordini di detenzione vengono emanati al momento dell'arresto o, in seguito, spesso basandosi su "informazioni segrete" raccolte dai servizi israeliani.
Quasi mai né il detenuto né il suo avvocato vengono informati delle ragioni dell'internamento o messi al corrente delle "informazioni segrete" quindi i palestinesi possono essere incarcerati per mesi, se non anni, in via amministrativa, senza mai essere informati sulle ragioni o sulla durata del loro internamento e vengono di solito informati dell'estensione della loro prigionia nel giorno in cui il precedente ordine scade così non hanno alcun modo di appellarsi contro la loro detenzione.
Amnesty International è in prima fila per chiedere la sospensione della detenzione amministrativa. In un recente rapporto ha chiesto alle autorità israeliane di cessare di ricorrere alla detenzione amministrativa per reprimere legittime e pacifiche azioni degli attivisti dei Territori palestinesi occupati e di rilasciare tutti i prigionieri di coscienza, detenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e di associazione. Da anni l'organizzazione per i diritti umani lo chiede, tanto che in una nota scrisse: "Il sistema della detenzione amministrativa era inteso in origine come una misura straordinaria da applicare contro persone che rappresentavano una minaccia immediata e concreta. Israele lo ha usato per decenni per calpestare i diritti umani dei detenuti. È un relitto che deve essere demolito".
Ansa, 19 febbraio 2015
Un ex detenuto australiano di Guantánamo, David Hicks, ha vinto l'appello per annullare la sua condanna per terrorismo negli Stati Uniti. Un tribunale militare statunitense ha rovesciato la sentenza del marzo 2007, che riconosceva Hicks colpevole di aver fornito sostegno materiale al terrorismo. Il nuovo verdetto ha stabilito che l'accusa non avrebbe dovuto essere trattata da un tribunale militare poiché non aveva a che fare con crimini di guerra.
Hicks, 39 anni, era stato catturato nel 2001 in Afghanistan, dove stava frequentando un campo di addestramento di Al Qaeda e dove aveva incontrato Osama bin Laden. È stato detenuto nel carcere di Guantánamo da gennaio del 2002 a maggio del 2007. Hicks ha detto di non essere interessato alle scuse ufficiali degli Stati Uniti, ma ha chiesto di essere risarcito per le cure necessarie per superare i traumi causati dalle torture subite durante la detenzione
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